Il Governo sostituisce il prefetto di Cosenza, Paola Galeone attualmente ai domiciliari

ROMA – Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha deliberato di sostituire il prefetto di Cosenza, Paola Galeone, attualmente ristretta agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Taranto con l’accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità. All’ex prefetto viene contestato, in particolare l’articolo 319 quater del Codice penale, come reso noto dalla Procura della Repubblica di Cosenza.

La Galeone è stata sorpresa mentre intascava 700 euro, presumibilmente per favorire un’imprenditrice della zona che, in realtà, l’aveva già denunciata. L’ex-prefetto di Cosenza dopo l’arresto subito si era messa in aspettativa trasferendosi a Taranto, sua città natale,  in attesa che il governo nominasse il suo sostituto.

Con una nota Palazzo Chigi informa che il prefetto Paola Galeone è stata collocata disposizione ai sensi dell’articolo 237 del Dpr n. 3 del 1957.  Nuovo Prefetto di Cosenza é stata nominata Cinzia Guercio, che è stato Prefetto di Isernia.

Il nuovo Prefetto, laureata con lode in Giurisprudenza alla “Sapienza” di Roma, ha al suo attivo scuole di specializzazione e pubblicazioni ed una carriera nelle istituzioni iniziata nella Polizia di Stato.

Ha partecipato a corsi di formazione presso la Scuola Superiore di Pubblica amministrazione, la Corte Suprema della Cassazione, la Scuola Superiore dell’Amministrazione civile dell’interno e il dipartimento della Funzione pubblica.

Nominata per la prima volta Prefetto ad agosto 2011 ha presieduto la Commissione straordinaria per l’amministrazione del Comune di San Giuseppe Vesuviano, sciolto per infiltrazioni di criminalità organizzata. In seguito, ha gestito il commissariamento ordinario del Comune di Avellino dal 31 ottobre 2012 fino al 2013 Dal 2013 al 2015 è stata anche responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Ministero dell’Interno.

Nel marzo 2015 ha assunto l’incarico di componente della Commissione straordinaria per lo scioglimento per infiltrazioni di criminalità organizzata dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, primo caso in assoluto di gestione straordinaria di una struttura ospedaliera in Italia.

Dal febbraio 2017 fino ad agosto 2018, è stata nominata direttore centrale dei Servizi tecnico-logistici e della gestione patrimoniale del dipartimento della Pubblica sicurezza. Dal 28 novembre 2018 è stata nominata prefetto della Provincia di Isernia, assumendone l’incarico il successivo 17 dicembre, per approdare adesso alla guida della Prefettura di Cosenza.

Al suo attivo vanta numerose pubblicazioni in materia di organizzazione e gestione delle amministrazioni pubbliche nonché docenze in diritto pubblico e diritto del lavoro presso i centri di formazione professionale Enfap. Vincitrice del concorso a vice-commissario della Polizia di Stato presso il ministero dell’Interno e idonea al concorso per consigliere in prova nel ruolo amministrativo della carriera direttiva del ministero della Sanità, è stata vice-commissario della Polizia di Stato dal 2 maggio al 31 agosto 1985.

 

 

 




Governo, il ministro Fioramonti si dimette con una lettera al premer: pochi fondi per l'istruzione:

ROMA – Le fibrillazioni nel governo non si placano neanche nel giorno di Natale . Sono arrivate come anticipate le dimissioni irrevocabili del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, vociferate per tutta la sera del 25 e confermate da Palazzo Chigi poco dopo le 23.

Fioramonti ha consegnato la sua lettera di dimissioni al premier Conte.  Una decisione quella presa del responsabile dell’Istruzione che circolava da giorni ed era legata all’approvazione della manovra, a seguito del mancato stanziamento dei fondi attesi per l’Istruzione.

Secondo le indiscrezioni nella sua lettera Fioramonti avrebbe spiegato che secondo lui bisognava rivedere l’IVA, anche lasciando l’aumento, per incassare i 2-3 miliardi che chiedeva per il suo ministero e che di fronte al blocco dell’aumento ha capito che non c’era volontà di fare maggiore gettito e dunque non ci sono più le condizioni per andare avanti.

Lo stesso Fioramonti era stato esplicito sulla propria volontà di un passo indietro in caso di fondi insufficienti per scuola, università e ricerca. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, intervistato dal quotidiano La Repubblica, aveva ammesso: “Abbiamo inserito circa due miliardi aggiuntivi per scuola, università e ricerca. Avrei voluto destinare ancora più risorse a questi settori fondamentali. L’impegno è per la prossima manovra“.

Fioramonti andrebbe a costituire un gruppo alla Camera a sostegno del premier come embrione di un nuovo soggetto politico. Nei giorni scorsi sono circolati i nomi di altri deputati che potrebbero seguirlo, tra cui Nunzio Angiola e Gianluca Rospi, ma anche l’ex M5s Andrea Cecconi. In poche parole, di fatto, si moltiplicano le voci su possibili gruppi “contiani” nei due rami del Parlamento. Per la successione al ministero dell’Istruzione il nome in pole position è quello di Nicola Morra, attuale presidente della Commissione parlamentare antimafia.




Mario Turco, l' uomo del Conte ha detto "ni"

di Vittorio Malagutti e Gloria Riva*

La modestia almeno a parole non gli fa difetto. A metà settembre, nella sua prima intervista da sottosegretario alla Presidenza del consiglio, Mario Turco raccontò di aver pensato a “uno scherzo” quando Giuseppe Conte gli telefonò per annunciargli la nomina.

Da qualche settimana però l’esibito understatement dell’esordiente al Governo ha lasciato il posto ad un attivismo mediatico da politico di prima fila, fra dichiarazioni ai giornali, note ufficiali ed interventi sui social. Ha imparato in fretta Turco.

Solo due anni fa era un anonimo commercialista pugliese. Un ricercatore universitario a digiuno di politica e di partiti.

Adesso gioca da “pivot” nella squadra di Conte a Palazzo Chigi e come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio segue in prima persone le partite più complicate a cominciare dall’ ILVA. Del resto l’anno scorso i Cinque Stelle hanno fatto man bassa di voti predicando la chiusura degli impianti. Ed appena eletto anche Turco chiedeva “un nuovo contratto di programma che puntasse alla riconversione economica dell’area di Taranto“. Adesso che il senatore pugliese è approdato al governo, le promesse del recente passato hanno fin qui partorito niente più che un elenco di obiettivi proiettati in un futuro indefinito.

Il sottosegretario gioca in casa e sa bene come muoversi. Nel suo passato non ci sono “meet up” grillini, nessuna partecipazione militante alle storiche battaglie dei Cinque Stelle.

Sul piano professionale l’ascesa di Turco è passata anche attraverso l’esperienza di docente dell’ Università del Salento, ramo finanza aziendale, con la qualifica di professore aggregato, cioè un ricercatore al quale vengono affidati anche compiti di insegnamento. Quello del senatore tarantino è quindi un incarico a tempo, che non presuppone la partecipazione ad un concorso nazionale, come per i professori associati e per quelli ordinari. Nella banca dati del Ministero dell’ Istruzione, al nome del sottosegretario corrisponde la qualifica di ricercatore. Una questione di titoli ma anche di sostanza.

Dal marzo dell’ anno scorso infatti, da quando è diventato un politico a tempo pieno Turco non può più essere “professore aggregato” al contrario di quanto si legge nel suo curriculum pubblicato in rete sul sito del Governo.

*giornalisti del settimanale L’ESPRESSO

Eccovi l’articolo integrale in esclusiva per i lettori del CORRIERE DEL GIORNO

ARTICOLO ESPRESSO TURCO



Ilva, la produzione è ripartita. Ma l'indotto batte cassa

ROMA – Dopo una lunga notte di Palazzo Chigi, a Roma sembra tornato il giorno dell’ottimismo sull’ILVA ed a parole, arriva quella continuità produttiva chiesta dal premier Giuseppe Conte a fronte del possibile congelamento delle azioni giuridiche. Ieri, Arcelor-Mittal ha definito l’incontro con il governo “costruttivo”, assicurando in una nota che “le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto” e la multinazionale franco-indiana per rafforzare il proprio pensiero, ha fatto trapelare che “gli ordinativi dei clienti nella scorsa settimana sono soddisfacenti, la produzione è in marcia e le materie prime sono state ordinate secondo i consueti programmi di approvvigionamento” .
Ora toccherà ai protagonisti della trattativa raggiungere degli accordi per tutte le questioni in esame, contenute nella riassuntiva nota ufficiale di Palazzo Chigi, venerdì notte: “L’obiettivo è pervenire alla elaborazione di un nuovo piano industriale che contempli nuove soluzioni produttive con tecnologie ecologiche e che assicuri il massimo impegno nelle attività di risanamento ambientale”.
Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, commenta la situazione come “rimessa su binari positivi e che può concludersi con il rilancio dell’Ilva, con un piano di investimenti per una prospettiva di sviluppo industriale e, al contempo, di risanamento ambientale“. Ed a sostegno dell’eurodeputato del Pd, ora ministro economico del Governo Conte ,  arrivano i suoi compagni di partito  David Sassoli presidente del Parlamento Europeo  ed il commissario agli Affari economici, Paolo Gentiloni, che sostengono come necessari gli sforzi per salvaguardare la siderurgia italiana e promettono nuove regole sulla concorrenza.

Il premier Conte in conferenza stampa al termine dell’incontro ha detto di “non aver discusso dello scudo penale con i Mittal”, anche per evitare ulteriori tensioni politiche all’interno della maggioranza di Governo, ma è molto ben chiaro e noto a tutti che un accordo finale tra le parti dovrà prevedere la reintroduzione di una qualche forma di tutela giudiziaria per i gestori dello stabilimento siderurgico.Anche secondo le organizzazioni sindacali lo scudo penale va ripristinato. Nel caso della tutela giudiziaria e in quello del “Cantiere Taranto“, non è escluso l’utilizzo dello strumento dei decreti.

Permane l’impegno delle aziende pubbliche nei piani di rilancio dell’economia di Taranto, ma anche in un possibile affiancamento societario diretto (o con una newco) ad ArcelorMittal.  La società energetica Snam sarebbe  in prima fila ed ha già annunciato la previsione di 40 milioni di investimenti sul territorio ( con l’ambizione di avere un ruolo nella decarbonizzazione dell’ILVA), mentre potrebbero aggiungersi altri gruppi pubblici compresa la Cassa Depositi e Prestiti che andrebbe a rafforzare nell’azionariato  la presenza di Intesa Sanpaolo, che ha rilevato la quota del Gruppo Marcegaglia in Am Invesco.
Ma a Taranto in realtà al momento non si sente tranquillo nessuno. L’impressione è che, per il momento, si tratti solo del sollievo di tutti per aver scongiurato in extremis il colpo finale al cuore d’acciaio del Paese, mentre gli operai dell’acciaieria, quelli dell’indotto continuano a guardare con ansia e preoccupazione il futuro dell’ ILVA con i suoi impianti ed i suoi altoforni. Un nuovo piano industriale  significa rivedere al ribasso gli obiettivi produttivi , da ridimensionare a causa della crisi del mercato che giustifica l’attuale limitata produzione nell’ ILVA   di 4 milioni di tonnellate annue  rispetto alle 6 previste un anno fa nel contratto ed accordo sindacale successivamente sottoscritto, e quindi conseguentemente livelli occupazionali diversi da quelli dell’accordo del 2018. I Mittal hanno chiesto a Conte nel primo incontro 5.000 esuberi strutturali nell’azienda di Taranto, numeri che il Governo non condivide offrendo solo 2.500 e temporanei,  manifestando la propria disponibilità ad attivare ammortizzatori sociali.
“Sia chiaro il punto da cui si parte è l’accordo firmato un anno fa”  dice il leader della Cgil, Landini, che non prevedeva nessun esubero e la conferma dell’impiego di 10.700 lavoratori, come sostengono anche la Cisl e la Uil.  Altrettanto complicato sembra il lato “ambientale” del nuovo piano, perché al di là della conferma degli impegni già sottoscritti, l’ILVA in un prossimo futuro dovrà essere accompagnata in un percorso di decarbonizzazione degli stabilimenti che può prevedere sia un alternanza tra altiforni e forni elettrici, sia una soluzione più drastica indirizzata all’utilizzo del gas in alternativa al carbon coke. Soluzioni condizionate dal costo economico poco competitivo dell’energia. “Intanto — aggiunge  Marco Bentivogli, segretario della Fim-Cisl si riprenda in considerazione il progetto Meros deliberato a giugno, avviando subito il rifacimento con nuove tecnologie dell’altoforno 5″ che è il più grosso d’ Europa ed attualmente spento da tempo.
A Taranto il clima in realtà è ancor più in ebollizione di ventiquattr’ore fa per le società fornitrici dell’indotto, che sono sono sul piede di guerra permanendo in presidio per il sesto giorno consecutivo  davanti alle portinerie della fabbrica. Le assicurazioni sui pagamenti promesse fatte in prima persona dall’ad Lucia Morselli non sono state mantenute: gli attesi bonifici di pagamento per saldare le decine di milioni di crediti vantati dalle imprese appaltatrici restano parole al vento nonostante le varie spiegazioni tecnico-organizzative fornite dai dirigenti della multinazionale, che ieri sera ha fatto sapere di essere pronta a versare il 60% del dovuto.
La situazione è così esplosiva che Confindustria Taranto ha convocato, alle 11.30 di oggi, un incontro con la stampa per illustrare lo stato delle cose. “Nessun pagamento è avvenuto fatta salva una mezza dozzina di aziende preposte alla manutenzione degli impianti e la platea degli autotrasportatori, ristorati nella misura del 70 per cento del fatturato. Sono sconcertato dall’atteggiamento della multinazionale che solo tre giorni fa aveva assicurato, dati alla mano, che avrebbe disposto i bonifici per una buona metà della platea dell’indotto, dopo aver assicurato i pagamenti dell’autotrasporto. La promessa si è rivelata in tutta la sua infondatezza”  ha spiegato Antonio Marinaro, presidente degli industriali tarantini,



Italia Viva presente un emendamento per rimettere lo scudo penale sull'ex Ilva

ROMA – La vicenda dell’ ex-ILVA si prende la scena sul palcoscenico  nell’ambito del percorso parlamentare del decreto fiscale, con la presentazione degli emendamenti dei “renziani” di Italia Viva che nella Commissione Finanze della Camera dei Deputati, hanno introdotto e presentato un doppio emendamento nell’ambito della conversione del decreto: la proposta ha di fatto  l’effetto di ripristinare lo scudo penale per ArcelorMittal, quello che metteva al riparo i commissario dell’ amministrazione straordinaria statale ed i manager dai processi per quel che concerne l’attività di esecuzione del piano ambientale dell’acciaieria tarantina.

Una protezione al momento abrogata dal M5S (con voti anche del Pd e di LeU) dopo una serie di cambi d’idee, motivo per cui la multinazionale franco-indiana aveva annunciato e confermato la decisione di abbandonare Taranto e l’ Italia, dove erano presti 4 miliardi e mezzo di investimenti, chiedendo al tribunale di Milano di annullare il contratto successivo alla gara internazionale, grazie alla quale si era aggiudicata l’acciaieria.

Gli emendamenti sul caso-Ilva di Italia Viva sono due: uno valido per il caso di “specie” dello stabilimento di Taranto, ed uno in via generale per le imprese eventualmente impegnate nel contesto di un processo produttivo per realizzare un’opera di bonifica ambientale.

Nel pacchetto di modifiche presentate dai “renziani” vi sono delle misure correttive relative all’articolo 4 (quella limita una ulteriore burocrazia alle imprese, assolutamente non necessaria ), una per l’articolo  39 (quello sui reati tributari), l’accelerazione dei fabbisogni standard per i comuni, il sostegno al settore agricolo, le semplificazioni fiscali, il blocco delle aliquote locali. Le proposte di Italia Viva  sono 58 in tutto: la grande maggioranza di esse si concentra proprio sul fronte dei reati tributari.

I Cinque stelle sono sul piede di guerra e la presidente della Commissione Finanze, la “grillina” Carla Ruocco, sembrava intenzionata a dichiararlo inammissibile. Il guanto di sfida resta però sul tavolo e dagli uomini del Pd – visto il clima – sono partiti degli sms in direzione Movimento5 Stelle per far sapere e rassicurarli che l’emendamento da loro non verrà preso in considerazione.

Gli emendamenti targati Partito democratico sono ancora più numerosi  : ne hanno presentati 200 con l’impegno a scremare a circa 140 le proprie proposte di modifica su cui concentrare l’esame . Da quanto si apprende dall’interno della Commissione, però non è stato presentato dal Pd alcun emendamento per reintrodurre lo scudo penale per ArcelorMittal nella realizzazione del piano per l’ex Ilva. Il Pd inizialmente nel recente passato si era manifestato pubblicamente pronto ad attivarsi per la via parlamentare sul tema, possibilmente con una norma valida per tutti i casi e non “ad hoc” su Taranto.

Oggi pomeriggio il premier Conte dovrebbe nuovamente incontrare a Palazzo Chigi i vertici di Arcelor Mittal per tentare di riaprire la trattativa sull’Ilva di Taranto. Sempre che dopo l’incontro con i Mittal ci sia ancora qualcosa di cui discutere, Conte, avrebbe pianificato anche di incontrare tutti i deputati e senatori grillini del territorio, e quelli capitanati dalla senatrice Barbara Lezzi, che di scudo penale non vogliono sentir parlare e potrebbero far mancare la maggioranza al Governo. Ed a questo punto, qualora venisse posta la fiducia, anche il governo giallorosso, come quello gialloverde entrerebbe a far parte drl libro dei brutti ricordi.




Ex-ILVA: le proposte del premier Conte per riaprire la trattativa con il gruppo Arcelor Mittal

ROMA – Partendo dalla consapevolezza molto chiara che la controparte e cioè il gruppo Arcelor Mittal, è lontana dal tavolo, per aprire una trattativa basata sul dialogo è necessario farla ritornare seduta, e le proposte vanno rivelate sul tavolo perché in una trattativa è fondamentale sondare gli umori e le decisioni della controparte in tempo reale.

Conte commentando la sua presenza a Taranto ha detto: “Dobbiamo lavorare con tutto il sistema Italia, io non sono un venditore di fumo, non sono un superuomo, se avevo una soluzione in tasca l’avrei già portata. Qui c’è una tragedia ambientale e sociale e questa comunità, e da qui dobbiamo ripartire, dobbiamo offrire un’occasione di riscatto e dobbiamo risolvere la situazione con una cabina di regia 24 ore su 24 per garantire tutti i diritti che sono in gioco, con tutto il sistema Italia, non solo con il governo. “.

Solo queste le dinamiche e valutazioni  che spingono il lavoro del governo in queste ore  sul futuro dell’ex Ilva di Taranto. Fra i propositi di Palazzo Chigi , che sollecitato dal Quirinale, ha preso in mano la situazione esautorando di fatto il Ministero dello Sviluppo Economico dove aleggiano ancora le scorie e lo staff di Di Maio, quello di stendere una bozza di proposta di accordo da sottoporre ad ArcelorMittal nell’arduo tentativo di riaprire la trattativa che per i franco-indiani sembra essersi già conclusa.

Queste sarebbero le proposte del Governo da presentare ai Mittal: la riduzione degli esuberi, un maxi-sconto sul prezzo dell’affitto dell’azienda e sull’acquisto finale dello stabilimento, ed una nuova forma di scudo penale, sulla quale in Parlamento potrebbe essere posta addirittura la fiducia. La proposta di Palazzo Chigi si baserebbe su due punti: il primo, che la trattativa con chi è già andato via è la strada obbligata, ed il secondo che riguarda uno dei temi più caldi, e cioè gli esuberi richiesti, non può essere ininfluente.  Viene valutata anche la possibilità di un intervento finanziario dello Stato “a tempo”  attraverso la Cassa Depositi e Prestiti dello Stato o in altre modalità , con una quota di minoranza.

Ma questa è solo una bozza della proposta allo studio, in quanto le visioni discordanti interne al Governo non permettono di arrivare ancora a una proposta compiuta.  Basti pensare che il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, il commercialista Mario Turco, eletto senatore del M5S a Taranto, ha sempre sostenuto la chiusura dell’ ILVA. a chiari fini elettorali. E tutto ciò peraltro in pieno conflitto d’interesse, ricoprendo contestualmente al suo incarico politico delle cariche sociali in aziende tarantine che lavorano in appalto per Arcelor Mittal, oltre che a prestare consulenze per la Procura della repubblica di Taranto !

Ma ancor prima di provare ad avviare la trattativa con Arcelor Mittal, il Governo deve innanzitutto riuscire a trovare una quadra nella trattativa interna, con l’ex steward dello Stadio San Paolo di Napoli,  ora leader del M5S Luigi Di Maio, giorno dopo giorno  cerca in tutti i modi di contrastare e delegittimare l’importanza del ripristino dell’immunità per i manager dell’azienda, usando sempre toni durissimi, probabilmente nel tentativo di far dimenticare all’opinione pubblica di essere stato proprio lui  ad accendere la miccia della “bomba” sociale che aleggia dietro la “questione” Ilva-Arcelor Mittal.

“ArcelorMittal ci ha detto che licenzia cinquemila dipendenti anche con lo scudo penale” dice Di Maioquindi questo tema è un distrattore di masse. Ora non esiste che un’impresa che sbaglia i conti fa pagare le cambiali, che ha firmato, allo Stato. Se le paga lei e deve rispettare i patti” dimenticando di essere stato proprio lui il primo a violare il contratto controfirmato con Arcelor Mittal. Il Pd, a sua volta, invece vuole un accelerazione in senso contrario a quella del M5S. Il problema dello scudo penale è fondamentale nel ventaglio di proposte da offrire alla multinazionale franco-indiana, leader mondiale nella produzione dell’acciaio.

La soluzione si baserebbe su una misura valida per tutte le aziende, basandosi sul fondamento per il quale chi è impegnato in un piano di risanamento ambientale non è perseguibile penalmente. Una sorta di scudo penale “leggero”, che però ha già registrato e continua a registrare la contrarietà delle fronde grilline composte dagli scontenti ed esuli della compagine governativa del Governo Conte 1 come ad esempio la senatrice salentina Barbara Lezzi (quella che faceva i bonifici sui rimborsi e poi li annullava…) . E questo è uno dei principali problemi che al momento rende impraticabile la presentazione di una proposta di accordo consolidata e sicura.

La conferma che la proposta di Palazzo Chigi è ancora in una fase di preparazione molto complicata la fornisce la mancata agenda. La famiglia Mittal infatti al momento in cui scriviamo (sabato sera) non ha ricevuto alcuna convocazione per un nuovo incontro. Fonti vicine alla vicenda raccontano che un nuovo vertice a Palazzo Chigi è “molto probabile” nei primi giorni della prossima settimana. Un lasso di tempo necessario al premier Conte,  per potersi presentare al tavolo della trattativa con una proposta certa e sopratutto politicamente solida.

Lo scudo penale però non è il solo problema che necessita di una condivisione comune dentro il governo. C’è anche lo scottante tema degli esuberi. Mittal ne avrebbe chiesti 5.000, mentre il Governo intende chiederne la metà. I numeri sono al momento “ballerini” in quanto secondo il M5S meno indolore sarà la decisione finale ed altrettanto inferiore sarà il contraccolpo in termini di consenso elettorale (in Puglia si vota per le regionali a giugno 2020) .

Al momento internamente al Governo si sarebbe arrivati un accordo di massima, da proporre ai Mittal, e cioè arrivare al massimo a 2.500 esuberi che si vorrebbero peraltro addolcire attraverso la cassa integrazione che garantirebbe la tutela dei posti di lavoro, auspicando che nel giro di uno, massimo due anni, una volta risanata lo stabilimento siderurgico ed aumentata la capacità produttiva, e sopratutto che il mercato dell’acciaio registri un trend di aumento della produzione a tal punto da poter riassorbire a pieno titolo i lavoratori interessati dalla cassa integrazione.

Una proposta che ha lo scopo di ottenere da Arcelor Mittal il ritiro dell’azione civile presentata dinnanzi al Tribunale di Milano e di tutte le procedure relative al disimpegno , già avviate per la restituzione degli stabilimenti di Taranto e Nervi all’ ILVA in amministrazione straordinaria.

Chiaramente ogni proposta in una trattativa, contiene una parte funzionale ad accontentare la controparte – e di questo il premier Conte è ben consapevole –  sopratutto dopo che  mercoledì scorso  il Ceo e il Cfo di Arcelor Mittal hanno lasciato l’ incontro di Palazzo Chigi, dicendo che la loro decisione sarebbe rimasta tale a meno di significativi cambiamenti, e quindi  convincere una controparte che   già sta iniziando ad abbandonare Taranto, a seguito di una propria decisione supportata anche dal consenso ottenuto dai mercati finanziari mondiali, comporta qualche concessione “pesante” ed importante.

Come dicevamo, sulla base di fonti attendibili bene informate, il Governo Conte starebbe valutando di proporre anche un maxi-sconto sul prezzo di affitto che Arcelor Mittal deve pagare per l’affitto dell’azienda ex-Ilva,  per passare poi all’acquisizione definitiva prevista a fine 2020. Arcelor Mittal si era aggiudicata una gara pubblica internazionale a cui aveva partecipato, che vedeva un solo concorrente, e cioè “Acciai Italia“,  la cordata guidata dagli indiani Jindal che avevano avanzato una proposta  da 1,8 miliardi molto più bassa di quella di Mittal . Il maxi-sconto del Governo potrebbe essere di ridurre per circa la metà, per un totale di 180 milioni di euro la quota l’affitto, così come si è disponibili trattare anche sul prezzo finale di vendita, e questo sarebbe la proposta di Conte per trattenere il gruppo franco-indiano in Italia.

Ma Conte sa molto bene che sul tavolo di una trattativa ciò che conta realmente sono solo le proposte che hanno una consistenza, e quindi per presentarle deve prima riuscire a chiudere la trattativa interna, quella più difficile, interna al M5S dove le competenze tecniche ed il senso dello Stato notoriamente latitano.




Arcelor Mittal allo scontro con il governo

ROMA – La missiva è arrivata in mattinata e in forma riservata a Palazzo Chigi . Mittente, ArcelorMittal: caro governo, entro trenta giorni ce ne andiamo da Taranto e vi restituiamo l’impianto dell’ex Ilva. L’irritazione del colosso dell’acciaio era nota da tempo dopo lo stop allo scudo penale e per i provvedimenti della magistratura , pochi credevano ad una decisione dura e problematica per il Governo. Il premier Giuseppe Conte rimane letteralmente spiazzato, prende il telefono e convoca per metà pomeriggio un vertice di emergenza . Alle 17.30 sfilano davanti all’ingresso di Palazzo Chigi  i ministri coinvolti nel dossier: Patuanelli, Provenzano, Costa, Catalfo e Speranza. La tensione nei volti è massima, ed esprime molto bene una  evidente rabbia malcelata. Intorno alla scrivania del premier viene organizzata una strategia: convocare i vertici dell’azienda.

Fonti  di Palazzo Chigi rivelano la volontà del Governo di riaprire una trattativa. In realtà vogliono capire se Arcelor Mittal fa sul serio, se l’origine dello scontro è realmente lo scudo o si vogliono ottenere dei nuovi esuberi.  Il vertice con Conte era preceduto da una riunione in mattinata, durata circa due ore, tra i ministri al dicastero dello Sviluppo economico.“Il governo non consentirà la chiusura dell’Ilva, non esistono i presupposti giuridici per il recesso del contratto”, è quello che viene fatto filtrare dal Governo.

Se ArcelorMittal dice che può lasciare Taranto appellandosi al contratto di affitto in vigore, dopo lo stop allo scudo, voluto fortemente dal Movimento 5 Stelle, ma votato in aula anche da Italia Viva e dal Pd , secondo i ministri del Governo Conte  sostengono che non è possibile, e quindi un’ipotesi della strategia governativa viene preparato e portato nel pomeriggio sulla scrivania del premier. Conte è d’accordo, e quando arriveranno mercoledì mattina a Palazzo Chigi , i vertici dell’azienda, sosterrà che nel contratto non c’è una norma che consente loro di fare le valigie dall’ Italia.

Piccolo particolare è che  la barriera legale preparata dall’avvocato-premier Conte non è sufficiente. Sono diverse settimane che gli avvocati di Arcelor Mittal studiano la fondatezza giuridica di un ricorso ben sapendo che una battaglia legale potrebbe avere tempi lunghi, e tirano in ballo la magistratura tarantina. In Parlamento Matteo Salvini minaccia di bloccare i lavori e le opposizioni insorgono con una raffica di dichiarazioni contro l’esecutivo. In ballo ci sono circa 20mila lavoratori (compresi quelli dell’indotto-appalto) e un pezzo di industria che vale l′1,6% del Pil, tra l’altro in un Sud che proprio oggi lo Svimez ha descritto come un deserto. Se l’ex Ilva chiude si “bruciano” 24 miliardi.

Il premier Conte si consulta con i ministri a palazzo Chigi e tira fuori dal cilindro una soluzione ( o meglio un tentativo…) per stanare ArcelorMittal attraverso la proposta di uno scudo penale soft. A quel punto – è il ragionamento – si capirà se l’azienda sta bluffando o in realtà vuole lasciare Taranto perché non è in grado di sostenere una produzione di 6mila-8mila tonnellate l’anno come indicato nel piano industriale. O, se ancora, vuole alzare il prezzo della partita, rimanendo sì a Taranto ma con 4-5mila lavoratori in meno.

Conte proporrà una norma di legge che reca un principio semplice: per il tempo necessario ad attuare il piano ambientale, l’azienda in questione non sarà punibile per responsabilità precedenti. Il senso è quello dello scudo cancellato in Parlamento. Quanto questo scudo sarà “soft” o meno, il Governo lo deciderà dopo aver parlato mercoledì con Lucia Morselli, presidente ed amministratore delegato di Arcelor Mittal Italia.

Il Pd è con Conte, mentre  i grillini, invece, non vogliono dietro-front sull’immunità. sostenendo che il decreto salva-imprese – dove lo scudo è stato cancellato  “lo hanno votato Renzi e il Pd”. La questione è ancora più complessa per il Governo Conte bis, perché a volere l’abolizione dell’immunità è stata la fronda degli oltranzisti che rispondono al nome di Barbara Lezzi e Gianluigi Paragone. ai quali i parlamentari vicini a Luigi Di Maio rinfacciano di aver trascinato l’intero Movimento sulla posizione assunta in Parlamento, con l’obiettivo di andare contro il loro “capo” politico.

Oltre alle dovute verifiche politiche della tenuta politica sull’espediente che il Governo ha pensato per stanare Arcelor Mittal, il vero quesito resta quello di capire e verificare se e come ARCELOR MITTAL può restare a Taranto. Verificare se vi sono i margini per una trattativa che coinvolga anche  degli esuberi causati dal ridimensionamento degli obiettivi della produzione di acciaio. La strategia al momento è questa. Poi ci sono due piani di emergenza nel caso la multinazionale franco-indiana , leader mondiale nella produzione di acciaio,  decidesse di non tornare indietro alla propria decisione. Un’ipotesi alternativa sarebbe quella di chiamare a Taranto il secondo classificato della gara per l’ex Ilva cioè il concorrente indiano Jindal. Un’ultima ipotesi, la più difficile da attuare, sarebbe quello di “statalizzare” l’Ilva,  attraverso la Jindal.




Il padre di Luigi Di Maio ha dichiarato nel 2017 un reddito imponibile di 88 euro: ma come sopravvive...?

Antonio Di Maio

ROMA – Dopo la trasmissione “Le Iene” che ha acceso i riflettori su Antonio Di Maio, padre del leader politico del Movimento 5 Stelle, rendendo noto che quando gestiva l’impresa edile di famiglia, la Ardima Srl c’erano degli operai  che prestavano lavoro  tra il 2009 e il 2010 senza un regolare contratto di lavoro, rigorosamente tutto in evasione fiscale, l’attenzione si è trasferita anche sui redditi dei parenti stretti del vicepremier pentastellato: oltre al padre, sua madre Paolina Esposito docente scolastica, il fratello Giuseppe e la sorella Rosalba.

Il padre di Di Maio dichiara redditi per 88 euro. Le ultime informazioni aggiornate, che chiunque può verificare e consultare direttamente nella sezione “amministrazione trasparente” del sito di Palazzo Chigi. Il modello “Persone fisiche 2018″ (relativo quindi ai redditi 2017) di Antonio Di Maio segnala un imponibile di appena 88 euro. Un valore a dir poco imbarazzante, sopratutto se si considera che il padre di Luigi Di Maio risulta essere comproprietario di quattro fabbricati e nove terreni. Sua moglie invece dichiara intorno ai 52.403 euro; la sorella di Di Maio  Rosalba sta sui sette mila. Mentre suo fratello Giuseppe nel 2017 non ha percepito redditi  (chissà… avrà chiesto il reddito di cittadinanza ?)

Quanto alla dichiarazione dell’ attuale ministro degli Esteri,   la Certificazione Unica 2018 di Luigi Di Maio segnala un reddito di oltre 98mila e 400 euro. I documenti consultabili online consentono anche di capire qual è il rapporto tra il leader pentastellato e l’azienda di famiglia. Dall’”Attestazione situazione patrimoniale 2018”, modello C, alla voce “Azioni e quote di partecipazioni in società”, risulta che Luigi Di Maio detiene, ad oggi, il 50% della Ardima srl . L’altro 50% delle quote societarie della società è nelle mani di  sua sorella Rosalba . Amministratore unico della società di famiglia: l’altro fratello del vicepremier, Giuseppe. Il padre di Di Maio ad oggi non ha alcun legame con la srl, la cui attività viene quindi seguita dai figli, soprattutto Rosalba e Giuseppe.

La Ardima Srl società dalla famiglia Di Maio , come già detto è di proprietà al 50% di Luigi, capo politico del M5s,   che ha più volte dichiarato di non ricoprire alcun ruolo nell’azienda, da fatto gestita dalla sorella Rosalba che invece come architetto “è la persona che ogni giorno si occupa dell’azienda” (parole dello stesso leader M5s in un suo post su Facebook del 2 febbraio 2015). La sorella Rosalba Di Maio denuncia redditi per 11.530 euro: una cifra decisamente ridotta per chi è “amministratrice di fatto” di un’impresa edile. “Amministratrice di fatto”, perche amministratore unico dealla società, e quindi responsabile di fronte alla legge, è il terzo fratello Di Maio, il giovane Giuseppe, il quale però dichiara addirittura “zero” euro di reddito.

Imbarazzante per un amministratore di azienda. Ma in linea con le dichiarazioni dei redditi di suo fratello Luigi Di Maio prima del suo ingresso in Parlamento. Una domanda ci viene spontanea: ma la famiglia Di Maio come viveva e si mantiene ai nostri giorni ?




L'ira del premier Conte contro Luigi Di Maio

ROMA – Una cosa è certa per Palazzo Chigi: la manovra non si cambia, anche se sono possibili delle verifiche ed eventuali aggiustamenti tecnici , ma quelli che Giuseppe Conte definisce i “pilastri” della manovra non possono tornare in discussione ancora una volta, in quanto significherebbe dover ammettere che quanto il Governo ha inviato martedì notte a Bruxelles non avrebbe alcun valore concreto . Ipotesi che comporterebbe una conseguente caduta di credibilità e non soltanto a Bruxelles. Ed è per questo motivo che l’ ennesima “sparata” del M5S di ieri ha ricordato,  la scena della notte del balcone dello scorso anno che è già costata molto al Paese in termini di credibilità.

Cerchiamo di ricostruire con ordine la situazione. La dura nota  pubblicata dal Blog delle Stelle ieri pomeriggio, contro la manovra di bilancio di Palazzo Chigi e del Ministero dell’ Economia e Finanze ha fatto sobbalzare Conte dalla sua poltrona,  al suo rientro a Roma dopo aver partecipato  al Consiglio dell’ Unione Europa. Nel programma di lavoro del premier  era previsto tutt’altro tutt’altro e il presidente Conte in conferenza stampa aveva appena chiarito di non aver avuto occasione di parlare anche della legge di bilancio inviata alla Commissione Europea quattro giorni prima. Quindi la partenza di ritorno a Roma, durante la quale è uscita la pesante nota del M5S successiva al vertice avuto da Luigi Di Maio con i suoi adepti.

Quando Conte atterra all’aeroporto di Ciampino è fuori di se per l’ira, e mentre la sua auto correva dall’aeroporto a Palazzo Chigi ha avuto una dura telefonata con il ministro degli esteri Di Maio . Immediata la “puntuale”retromarcia del leader pro-tempore del M5S che esce poco sulle agenzie spacciata sotto forma di “fonti’ . Nello stesso momento  il Pd entra in fibrillazione ed il segretario Nicola Zingaretti che si dice “basito per tanta irresponsabilità  visto che la manovra è a Bruxelles dove la stanno esaminando”.

L’ira del Premier è tutta qui: infatti è sempre possibile correggere o modificare in Parlamento qualche passaggio della legge di Bilancio, ma arrivare addirittura a chiedere un nuovo vertice di maggioranza, un nuovo Consiglio dei Ministri, contestando persino i provvedimenti adottati ed immaginando con la fantasia grillina delle nuove coperture alla manovra finanziaria , significa che “il primo partito del Paese” nonché la forza più rilevante della maggioranza giallorossa come auto-rivendicato nella nota del M5S , dimentica o non si è accorto di non esserlo più dopo l’ultimo voto per le recenti Elezioni Europee, ed equivarrebbe a confessare impunemente di aver inviato alla Commissione Europea ed agli investitori che finanziano il debito pubblico del paese, soltanto dei fogli di carta privi di alcuna credibilità.

E tutto ciò senza valutare che i numeri sono già “border line”. Il governo giallorosso, infatti, era riuscito a strappare 14 miliardi di flessibilità a Bruxelles, ma il deficit al 2,2% non ha ottenuto il compiacimento dei paesi del Nord Europa. Peraltro lo slittamento dell’entrata in esercizio della Commissione guidata dalla Von der Leyen, al momento lascia ogni valutazione e decisioni ancora nell mani della “trimurti” (per il nostro Paese)  JunckerDombrovskisMoscovici. Proprio ieri, da Washington, Moscovici ha chiarito che la Commissione sta analizzando la manovra italiana “cercando di capire se i conti tornano e se il leggero deterioramento dei saldi può essere spiegato ragionevolmente”. Von der Leyen a sua volta è andato giù duramente anticipando che Bruxelles chiederà chiarimenti scritti al Governo Italiano.

Conte zittisce ancora una volta M5S  difendendo la manovra, difendendo il lavoro sinora fatto ma soprattutto la credibilità dell’ intero governo e sopratutto del Paese a Bruxelles e sui mercati finanziari. Ed è stato proprio per questo motivo che nella conferenza stampa conclusiva del vertice europeo, il Premier  si era intrattenuto a lungo  sull’impianto delle misure adottate dichiarando che “Quota100 è un pilastro della manovra“, e che la lotta all’evasione è la struttura portante che di fatto regge e caratterizza il Governo Conte2 e che non caso, nella stessa legge di Bilancio viene indicata con un posta considerevole .  Mettere in discussione l’architrave della manovra , o ancora peggio dare ancora per non chiusa la manovra significa provocare la Commissione che entro il corrente mese  potrebbe bocciare i numeri ricevuti chiedendone di nuovi più affidabili e solidi politicamente.

Per il Presidente Conte rivedere il tetto ai contanti ed i meccanismi incentivanti l’uso della moneta elettronica, significherebbe non soltanto aprire un buco di bilancio e contestualmente mettere in allarme Bruxelles, ma bloccare l’unica fonte produttiva di risorse sulla quale il Governo giallorosso punta per cercare di abbassare l’Irpef nel 2020. Il ragionamento di Conte ai leader dei due principali partiti dell’alleanza ricordando che “l’evasione fiscale è stimata in più di cento miliardi” , si basa sul tentativo-speranza di riuscire a recuperar almeno una percentuale di evasione agendo con incentivi e non soltanto con le sanzioni.

Nel tentativo di ridimensionare la “sparata” suicida del M5S ieri sera è intervenuto il ministro dell’ economia Gualtieri   dichiarando che la tensione nel governo e nella maggioranza è normale quando si discute la legge di Bilancio. “Tanto più – ha aggiunto anche Conte – se si discute di misure per contrastare l’evasione fiscale”. Tanto più se il leader del partito più “pesante” all’interno della nuova maggioranza giallorossa, fa fatica e non riesce a mantenere il Movimento su un’unica linea politica, obbligando il “garante” cioè il comico Beppe Grillo, ad esternare una delle sue solite folli proposte, nel tentativo non solo di parlar d’altro ma sopratutto di distrarre molti dei suoi portavoce “grillini” preoccupati in questo momento alla spartizione delle poltrone e connessi introiti economici personali. E meno male che il M5S diceva di non essere interessato alla lottizzazione, alle poltrone…ma si sa che sopratutto  l’appetito vien mangiando.




Il Consiglio dei Ministri scioglie il Comune di Cerignola

Palazzo Chigi

ROMA– “Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Luciana Lamorgese, a seguito di accertati condizionamenti da parte delle locali organizzazioni criminali, a norma dell’articolo 143 del Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali, ha deliberato lo scioglimento per diciotto mesi del Consiglio comunale di Cerignola (Foggia) e il contestuale affidamento dell’amministrazione dell’ente a una commissione di gestione straordinaria“. Lo si apprende da un comunicato di Palazzo Chigi.

A luglio, il sindaco Franco Metta, mentre erano già noti gli accertamenti ed i controlli effettuati dal Ministero dell’Interno sulla sua amministrazione, durante un incontro con i lavoratori della Mondoservice, cooperativa che gestiva il verde pubblico per conto dell’amministrazione che era stata colpita da un’ interdittiva antimafia del Prefetto di Foggia dr. Raffaele Grassi poliziotto di primissimo livello, ex direttore dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, aveva urlato in diretta Facebook: “La devono finire di rompere i coglioni, noi non siamo mafiosi”.  Adesso l’ex sindaco Metta dovrà spiegare cosa sa dell’improvviso ritiro dell’altra ditta, che aveva regolarmente e legittimamente vinto la gara.

 

Da quanto è stato possibile apprendere la situazione al Comune di  Cerignola era già da tempo  assai compromessa che ha comportato lo scioglimento. Non soltanto per come veniva gestiti affidamenti e appalti pubblici in maniera illegale, ma anche per le ripetute continue frequentazioni dirette degli amministratori comunali con noti pluripregiudicati condannati anche per reati associativi.

Nella relazione del Ministero consegnata al Consiglio dei Ministri si parla apertamente di “assidui rapporti tra il sindaco Franco Metta ( a lato nella foto ) ed esponenti di rilievo della criminalità locale”. Il primo cittadino di Cerignola sarebbe persino intervenuto in episodi di abusivismo per invitare gli agenti della Polizia Locale a chiudere gli occhi in favore di pregiudicati. Ed avrebbe “celebrato il matrimonio di un pluripregiudicato per poi partecipare al ricevimento nuziale, alla presenza di numerosi esponenti della criminalità, con reati anche di tipo associativo, condividendo immagini sui social network”.

“Frequentazioni e cointeressenze tra amministratori comunali ed esponenti della criminalità organizzata – si legge nella decisione interdittiva– rappresentate dalla circostanza che il primo cittadino (cioè Franco Metta) e un assessore hanno presenziato all’inaugurazione di uno dei locali gestiti da componenti della famiglia criminale egemone. Ad alcuni di questi gestori sono state rilasciate autorizzazioni permanenti all’occupazione di suolo pubblico, in palese contrasto con il regolamento comunale che prevede per tale tipo di concessioni una durata massima di cinque anni”.

Secondo la relazione della DIA, la Direzione Investigativa Antimafia al Parlamento, Cerignola è tra i paesi ritenuti “centrali” nella geografia mafiosa foggiana, essendo la ‘base’ del clan Piarulli-Ferraro, con testa da anni nel Milanese. La malavita cerignolana è da sempre il terrore delle società di portavalori, in quanto in quasi tutti i colpi milionari messi a segno contro mezzi blindati o caveau in tutta Italia, partecipano sempre bande di cerignolani che operano con modalità paramilitari, armati fino ai denti e senza paura di sparare, anche 170 colpi come avvenne nel 2016 lungo la A12 in provincia di Livorno, molto spesso concludono in pochi minuti le loro rapine senza spargere sangue e portandosi a casa milioni di euro.

 




Governo, Conte Bis. Il premier ed i ministri hanno giurato al Quirinale

ROMA – Il Governo Conte bis  ha giurato questa mattina alle 10 al Quirinale nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.”Forti di un programma che guarda al futuro dedicheremo con questa squadra le nostri migliori energie, competenze, passione a rendere l’Italia migliore nell’interesse di tutti i cittadini da Nord a Sud“, aveva detto ieri al Colle il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dopo aver letto la lista dei ministri del nuovo esecutivo giallo-rosso.

Per il Capo dello Stato questo governo può definirsi a tutti gli effetti “politico”, frutto di un confronto tra Pd e M5S, che si sono presi la responsabilità di scelta su ogni singolo nome indicato. I 50 minuti di colloquio nello studio alla Vetrata con premier incaricato confermano che da parte di Mattarella non ci sono stati rilievi o questioni sulla lista dei ministri presentata. Il tutto è racchiuso in quella che non voleva essere una dichiarazione, ma solo un saluto: “In base alle indicazioni di una maggioranza parlamentare, si è formato un governo. La parola ora compete al Parlamento e al Governo” che dovrà chiedere la fiducia.

La diretta del giuramento dei ministri

Le immagini del giuramento partono dal minuto 23:00

Oggi stesso dopo la cerimonia al Quirinale, il Governo si insedia a Palazzo Chigi: Conte riceverà gli onori, parteciperà alla cerimonia della campanella e poi presiederà il primo Consiglio dei ministri con la comunicazione a Bruxelles del presidente “dem”: Paolo Gentiloni sarà il commissario italiano in Europa. Il nuovo esecutivo lunedì mattina dovrà presentarsi alla Camera per la fiducia e il giorno dopo, martedì, al Senato.

il giuramento dei due ministri pugliesi: Teresa Bellanova e Francesco Boccia

Nella sala presente fra il pubblico anche un’ex ministra, Nunzia de Girolamo ex esponente di Forza Italia e Ncd, in completo nero, presente per il giuramento si suo marito, il piddino Boccia. “L’autonomia è dentro la Costituzione e la faremo rigorosamente rispettando la Costituzione”, ha affermato, al suo arrivo al Quirinale per il giuramento, il ministro designato per gli Affari regionali, Francesco Boccia.ì che ha aggiunto”C’è già un punto di incontro su questo tema che è il lavoro fatto dal presidente della Regione Emilia Romagna e dal presidente Conte che si sono ritrovati su alcuni temi”.

La senatrice Teresa Bellanova, neo Ministra alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, dopo la cerimonia del Giuramento al Quirinale ha dichiarato: “Al lavoro da subito per rafforzare la strategicità per il nostro Paese di un segmento come questo per un agroalimentare moderno e di qualità, capace di attrarre occupazione qualificata e occupazione femminile soprattutto” e ribadito. “C’è molto da fare: penso al sostegno all’export agroalimentare che dobbiamo portare dai 43 attuali a 50 miliardi entro i prossimi anni anche in un contesto difficile come quello attuale dove si parla più di di dazi e barriere” .

Dopo il giuramento al Quirinale non c’è stato il tradizionale “passaggio di consegne” a Palazzo Chigi, suggellato, in caso di cambio di governo, dallo scambio della campanella dalle mani del premier uscente a quelle del premier che si va a insediare. E’ toccato quindi al segretario generale della presidenza del Consiglio Roberto Chieppa, consegnare a Conte la campanella con la quale il presidente del consiglio “dirige” le riunioni del governo. Ricevuta la campanella, Conte l’ha poi agitata a beneficio dei fotografi e degli operatori tv. Alla cerimonia, oltre a Conte e Chieppa, erano presenti il sottosegretario Riccardo Fraccaro e il sottosegretario uscente Giancarlo Giorgetti, che si sono passati le consegne salutandosi e stringendosi la mano.

Viene così archiviata un’emergenza politica scoppiata in piena estate. Mattarella lo aveva garantito e così è stato: occorre fare in fretta e bene. E quindici giorni rispetto agli 89 utilizzati per il governo gialloverde, uniti ai colpi di scena praticamente assenti in questo percorso, senza dimenticare che lo scorso anno che si era passati dall’ “impeachmentdel Presidente Mattarella invocato e minacciato da Luigi Di Maio e dal M5S , al premier incaricato Cottarelli che scompare dallo studio alla Vetrata e dal Quirinale, fino alle due riserve sciolte rimettendo l’incarico, hanno circoscritto questa crisi in quadro lineare dove il rispetto della nostra Carta alla fine è stato il bene primario.

Sulla nascita del nuovo governo si è espresso anche il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans:Penso che sia un bene che ci sia un governo chiaramente impegnato su una linea pro-Ue per trovare soluzioni comuni con il resto dell’Unione. Sono pronto a lavorare con il nuovo governo italiano“.

“Buon lavoro e auguri al nuovo Governo e a tutti i Ministri! Ora cambiamo l’Italia” scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti su Facebook , che ha seguito il giuramento del Governo Conte Bis in tv dal suo ufficio alla Regione Lazio.

Di opinione nettamente diversa e contrastante l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini che  scrive su Twitter : “Il governo delle poltrone, dei riciclati e dei poteri forti europei non avrà vita lunga. Opposizione in Parlamento, nei Comuni e nelle piazze, poi finalmente si vota e… si vince!!! Io non mollo e non mollerò mai Amici, per me viene prima l’onore dei ministeri“. Immediatamente è partita una campagna di opposizione utilizzando i video. E questo pubblicato sulla pagina ufficiale del leader della Lega la dice lunga sulle “fake news” del Premier Conte.

 

 

Stefania Craxi, senatore di Forza Italia con un post su Facebook lancia delle riflessioni che non si possono non tenere in considerazione. “Spiace che la politica estera di un grande paese come l’Italia sia stata merce di scambio per regolare gli equilibri interni alla nuova maggioranza e per soddisfare gli appetti, per non dire le ambizioni sproporzionate, di uno dei contraenti del patto di governo. Alla Farnesina non si scherza. Si è osservati da tutto il mondo. Un Ministro degli Esteri non può improvvisarsi, deve avere competenza e visione, né tantomeno può avventurarsi in dichiarazioni di giornata che, come abbiamo già visto, vengono smentite seduta stante

“L’accordo di potere Pd-M5S ci regala così alla Farnesina il diplomatico dei ‘gillet gialli’, un Maduro boys, uno che reduce da una trasferta negli States, dichiarava che sulla ‘Libia abbiamo sbagliato a fidarci di Sarraj e che Venezuela e Cuba possono mediare’ e pensa che Pinochet sia stato un dittatore venezuelano e non già cileno. C’è da aggiungere altro? Non credo” continua  il senatore Craxi che aggiunge  ” Ma diciamocela tutta. La nostra politica estera non godeva di buona salute. Nessuna agenda, zero alleanze e deficit di visioni. Ma con il teatrino che si prospetta alla guida del dicastero che fu di De Gasperi, di Moro, di Nenni, di Andreotti, di De Michelis e di Ruggiero (solo per citare alcuni illustri predecessori) rischiamo davvero tanto. Pietro Nenni diceva che le idee camminano sulle gambe degli uomini. Così ci siamo gambizzati in partenza”




Ecco come è nato il governo Conte bis nell’ultima notte di sms e tensioni.

ROMA –  La notte della vigilia è stata lunga e tormentata  Alle quattro del mattino le luci di Palazzo Chigi erano accese  mentre le trattative erano ancora in corso , e nel frattempo si litigava tra Pd e 5 Stelle e all’interno del lo stesso Movimento. Bisogna dire soltanto grazie all’intervento del Quirinale se è nato il Governo numero 66 della Repubblica. Alla fine è arrivato l’accordo con dieci ministri assegnati al M5S, nove al Pd, uno di Leu ed un ministro “tecnico” il prefetto Luciana Lamorgese fortemente voluta dal presidente Mattarella  al Viminale.

Un sms è circolato all’1.38 di ieri notte  sugli smarthpone dei vertici del Pd : “È saltato tutto”. La poltrona che ha messo a serio rischio la nascita del governo è quella ritenuta “strategica” del sottosegretario alla presidenza del Consiglio, dopo l’eliminazione dei due vicepremier, lasciata ormai libera dal leghista Giancarlo Giorgetti. Il premier Conte voleva metterci Roberto Chieppa attuale segretario generale di Palazzo Chigi , ma Luigi Di Maio si è impuntato su Riccardo Fraccaro, volendo piazzare un suo “fedelissimo” a controllare Conte che ormai ogni giorno di più insidia la sua leadership nel Movimento 5 Stelle.

Un braccio di ferro senza esclusione di colpi fra Conte  e Di Maio il quale minacciava di ridiscutere tutto. Lui che parlava di rinuncia alle poltrone….”Se non sarò vicepremier e Fraccaro non sarà a Palazzo  Chigi, allora vado io al Viminale “. La notizia dello scontro mette in crisi il Quirinale, dove si dalle 10 tutto era pronto per accogliere la salita al Colle di Conte. Il premier incaricato invece lascia Palazzo Chigi solo alle due e mezzo del pomeriggio, dopo aver raggiunto una faticosa mediazione, cedendo a Di Maio, ben sapendo l’indicazione del Quirinale sulla gestione del Viminale.  E finalmente per gli “amici” di Di Maio, il fido Fraccaro sarà sottosegretario alla presidenza.

Ma in realtà non è una vittoria certa per Di Maio, perché la strategia di Conte è quella nominare Chieppa secondo sottosegretario alla Presidenza  ed affidargli le deleghe importanti in ambito legislativo. Una soluzione questa che però ha degli aspetti delicati anche dal punto di vista “tecnico”, in quanto di conseguenza si tratterebbe di spacchettare un incarico nevralgico, dal quale passano tutti i provvedimenti di Palazzo Chigi. Se verrà confermata l’intenzione di Conte di avere due sottosegretari in una sorta di convivenza , l’attuale capo di gabinetto  Alessandro Goracci ,  subentrerà come segretario generale al posto di Chieppa .

Raggiunto l’accordo che ha consentito la partenza del Governo e conclusi gli ultimi due vertici, sul programma e sui ministri, l’avvocato pugliese è salito alle tre del pomeriggio al Quirinale con la lista dei ministri. Conte ha passato un’ora con il presidente Mattarella nello Studio alla Vetrata e scioglie la riserva con cui aveva accettato l’incarico di formare il nuovo governo. Visibilmente emozionato, ancor più del primo incarico, per non sbagliare ha qualche esitazione nel pronunciare i  nomi :”Forti di un programma che guarda al futuro, dedicheremo le nostre migliori energie a rendere l’Italia migliore…“.

Ma dietro la soluzione politica che dà vita al Governo Conte “bis” permangono nodi politici ed enigmi e . Il Pd soffre perché non ha un presidio a Palazzo Chigi: “Abbiamo lasciato che l’esecutivo decollasse, ma il problema andrà risolto. Faremo capire a Conte che è suo interesse essere affiancato da un vice del Pd”. Sceso da colle alle cinque della sera, Conte è andato a Montecitorio dal presidente Roberto Fico. Incontro scandito da sorrisi e felicitazioni, mentre in un clima più istituzionale si sono svolti i 40 minuti trascorsi con Elisabetta Casellati a Palazzo Madama.

Paolo Gentiloni

Alla fine sembra di assistere ai titoli di coda di un bel film scritto altrove da altri. L’amministrazione Trump saluta con fiducia il nuovo esecutivo giallorosso,  i vertici dell’ Unione Europea (eletti grazie al voto determinate di Pd e M5S)  accolgono con grande favore entusiasmo la svolta europeista del Governo Italia e l’arrivo dell’ex premier Paolo Gentiloni a Bruxelles come commissario con un portafoglio importante. La borsa sale, lo spread scende come per incanto, dimostrando di fatto di condizionare gli equilibri dei governi dei Paesi europei.

Matteo Salvini pur ammettendo la sconfitta attacca il nuovo governo  Conte Bis definendolo “della casta”. Nicola Zingaretti , segretario del Pd, cerca di voltare pagina: “Ora basta odio“. Questa mattina alle 10 il giuramento dei ministri nel Salone delle Feste del Quirinale, dopodichè il premier Conte avrà quattro giorni per buttare già il discorso per la fiducia che dovrà ottenere lunedì alla Camera e con più di qualche rischio di franchi tiratori martedì al Senato.




Crisi di governo: il M5s insiste su per Conte premier. Oggi nuovo vertice col Pd

ROMA – E’ terminato, dopo circa quattro ore, intorno alle 2 di questa notte l’incontro tra le delegazioni del Pd e di M5s svoltosi a Palazzo Chigi, sede insolita per una trattativa politica fra due partiti . Vi è un punto rigida in questa “trattativa” che è andata fino a notte fonda, senza produrre(ancora) un accordo, perché “c’è ancora molto da fare sui programmi”. In realtà il vero problema trovare un accordo sulla  figura del premier, perché la posizione di Di Maio appare come un diktat: prima il sì a Conte, poi si discute dell’esito. Una posizione che il Pd non condivide. Un nuovo vertice dovrebbe tenersi stamani alle 11.

Fonti del Partito Democratico hanno commentato:”Strada in salita su programma e contenuti. Sulla manovra finanziaria emergono differenze. Oggi si continua“: mentre dal M5S commentano : “E’ un momento delicato e chiediamo responsabilità, ma la pazienza ha un limite. L’Italia non può aspettare, servono certezze. Aspettiamo una loro posizione ufficiale su Conte” . Una sola cosa è certa, e cioè che il segretario nazionale del Pd Nicola Zingaretti non entrerebbe in un ipotetico governo M5s-Pd, restando alla guida della Regione Lazio.

il capigruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci ed alla Camera Graziano Delrio. Al centro il vicesegretario Andrea Orlando

Ma cosa è successo ieri ? Nel pomeriggio si è svolto un primo incontro interlocutorio tra Zingaretti e Di Maio. Fonti del MoVimento facevano trapelare che “si va verso il Conte bis“. Ma Zingaretti, dopo aver ascoltato Di Maio,  si è recato al Nazareno per un ulteriore confronto con i capigruppo del Pd al Senato ed alla Camera Andrea Marcucci e Graziano Delrio. Non ci sono veti, vogliamo parlare di contenuti“, ha spiegato Marcucci all’uscita dalla riunione sull’ipotesi di Conte premier di un governo M5s-Pd.

Casa Pd

Il segretario Zingaretti.  intercettato dai giornalisti davanti alla sede del partito al Nazareno, a sua volte ha detto “Credo che siamo sulla strada giusta. Avevamo chiesto che si partisse su idee e contenuti e stasera continueremo ad approfondire, sono ottimista” aggiungendo “Sono e rimango convinto che serva un governo per questo paese, un governo di svolta. Voglio difendere l’Italia dai rischi che corre che vuol dire anche difendere le idee, la dignità i valori e la forza del Pd. Bisogna ascoltarsi a vicenda, le ragioni degli uni e degli altri e mi auguro che nelle prossime ore ci sia la possibilità di farlo, finora non era avvenuto”. Ma Zingaretti ribadisce che servono “elementi di discontinuità sia sui contenuti sia su una squadra da costruire“.

Matteo Renzi nella sua e-news scrive Adesso la crisi di governo è nelle mani dei segretari di partito. Io come tutti auspico che prevalgano la saggezza e la responsabilità, da parte di tutti. Dire ‘prima gli italiani’ oggi significa dire: mettiamo a posto i conti e garantiamo un governo” dimenticando tutti i suoi proclami anti-M5S spesi nell’ultima campagna elettorale per le recenti Elezioni Europee.

Una riunione della Direzione Nazionale del Partito Democratico è stata convocata dal presidente del partito, Paolo Gentiloni, per martedì alle 18 con all’ordine del giorno, la “crisi di Governo” e varie ed eventuali.

Casa M5S

Nel frattempo  in un appartamento del centro storico di Roma , si è svolta una riunione dei vertici dei Cinque stelle, movimento che notoriamemte non ha una sede propria,  per decidere sul governo. All’incontro ha partecipato Luigi Di Maio che è stato a Palazzo Chigi prima di dirigersi all’appuntamento, con i capigruppo Francesco D’Uva e Stefano Patuanelli e gli altri esponenti di spicco del Movimento da Roberto Fico ad Alessandro Di Battista, da Paola Taverna a Davide Casaleggio. Alla riunione non c’è il “garante” Beppe Grillo che ieri ha avuto una “vivace” telefonata con Di Maio che teme di essere oggetto di un cambio in corsa che Grillo cerca e Casaleggio più o meno subisce. E martedì alle 19, da quanto si apprende, si terrà l’assemblea congiunta dei gruppi parlamentari del M5S.

Duro attacco della Lega

Chi ha paura del voto non ha la coscienza pulita ha detto Matteo Salvini in una conferenza stampa tenuta al Senato, chiarendo che “non stiamo facendo appelli alle piazze. Continuo a garantire stabilità a questo Paese. La via maestra è il voto”.

Sta per nascere un Governo conun gioco di palazzo contrario alla maggioranza silenziosa del popolo italiano che ha votato da due anni a questa parte, un ribaltone pronto da tempo”, ha detto ancora Salvini: “”Rifarei tutto era un governo fermo, era un Parlamento fermo, era inutile tirare a campare. Ora viene il dubbio che questo essere fermi fosse telecomandato“. “Dico a Pd e M5S che da giorni si stanno trascinando nella contrattazione di ministeri e poltrone: fate in fretta, state perdendo giorni su giorni e non trovano accordo su ministeri, non su progetti, ma sulle poltrone. Sembra di tornare ai tempi della Prima Repubblica, ai tempi di De Mita e Fanfani”. Così su Facebook il leader della Lega, Matteo Salvini.

“Sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto per l’Italia e per gli italiani – ha aggiunto il Ministro dell’Interno – “Qualcuno per il patto per le poltrone vuole smontare quello che abbiamo fatto finora. Sta vincendo il partito delle poltrone“. Conte – commenta Salviniè la riedizione del Governo Monti, preparava la manovra su suggerimento dei suoi amici Merkel e Macron“. Per settimane – aggiunge il leader della Lega – i Cinque Stelle ci hanno sfidato a votare il taglio dei parlamentari, ci sono anche per farlo domani. Ci sono, va bene, si può fare: è un segnale di serietà e di rispetto del contratto di governo e di altra promessa mantenuta. Bisogna preparare una manovra economica importante che tagli le tasse“.    Leggo che Di Maio vuole fare il ministro dell’Interno. Vai, io sono pronto a darti consigli per un mestiere difficile ma entusiasmante: affidarmi questo ministero è la cosa più bella che Dio e gli italiani potessero farmi”, ha concluso Salvini

Il “valzer” delle poltrone

Dietro il complicato confronto ufficiale tra Pd e M5S sui “programmi e sulle idee”, anche in questa crisi di governo di agosto spunta una febbrile trattativa sulle poltrone di governo. Con uno scambio progressivo di proposte e controproposte sull’organigramma approfondito fino tarda sera nell’incontro tra Di Maio e Conte da una parte del tavolo e Zingaretti e Orlando dall’altra.

La poltrona del Premier visto che sta prendendo corpo un Conte Bis, è quella più chiara anche se per rispetto verso il Quirinale il segretario del Pd Zingaretti continuerà,  a ripetere in pubblico che il “nodo non è sciolto”, almeno fino a domani quando sarà ricevuto dal capo dello Stato. Il “totoministri” diventa subito un rebus se si passa alla questione dei vicepremier : il Pd chiede che ci sia una sola poltrona di vicepremier da assegnare ad Andrea Orlando (o a Dario Franceschini), mentre il M5S vuole i gradi di vice anche per Di Maio, destinato a conquistare la delega del Viminale sinora ricoperta da Matteo Salvini. Qualcuno dei suoi l’ha anche avvertito dei rischi: “Occhio, Luigi, quella del ministero dell’Interno è poltrona che scotta. Non potrai fare la politica di Salvini sull’immigrazione. E, soprattutto, dal giorno dopo diventerai il bersaglio mediatico numero uno di Salvini stesso“. Per il Ministero dell’ Economia, poi, sarebbero in corsa Antonio Misiani (Pd), l’uscente Giovanni Tria ed anche Pier Carlo Padoan (Pd) visto che è caduto il veto sugli ex .

Verso il Viminale potrebbero spuntare altre soluzioni: il ritorno di Marco Minniti (Pd), o il capo della polizia Franco Gabrielli), Pd e M5S vorrebbero dividersi i tre ministeri che hanno una sfera d’azione internazionale. Possibile la conferma alla Difesa per l’anti-salviniana Elisabetta Trenta (M5S) ma per questa nomina ci sono richieste per Emanuele Fiano del Pd. da definire anche il nuovo Ministro degli Esteri che potrebbe essere Paolo Gentiloni o la riconferma di Enzo Moavero Milanesi (M5S) , le Politiche comunitarie potrebbero finire alternativamente a Roberto Gualtieri ed Enzo Amendola, il primo attualmente eurodeputato, il secondo ex sottosegretario agli Esteri.

Per il Ministero della Giustizia in ballo tra l’uscente Alfonso Bonafede e l’ex Andrea Orlando (con outsider l’ex magistrato Pietro Grasso di Leu): Bonafede è un nome talmente in cima ai desiderata di Di Maio da essere stato indicato per primo. Zingaretti, che non entrerebbe al governo perché se lo facesse dovrebbe lasciare la guida della Regione Lazio, vuole nella squadra di Conte anche la sua vice Paola De Micheli per la guida del Ministero dello Sviluppo Economico,  e dal Nazareno spunterebbero anche i profili dei renziani Teresa Bellanova (Lavoro), Ettore Rosato (Difesa), Roberto Cingolani (Istruzione). Senza contare che Lorenzo Guerini (Pd) dovrà lasciare la presidenza del Copasir (il Comitato parlamentare sui Servizi Segreti, che viene affidato per prassi consolidata ad un rappresentante dell’opposizione di Governo) a un leghista e, quindi, anche per lui si profila un ingresso nel governo.

Il pacchetto di nomine dei 5 Stelle al governo, oltre a Di Maio, comprenderà Riccardo Fraccaro (Rapporti con Parlamento e delega alle Riforme) con l’occhio puntato al taglio dei parlamentari, forse Giulia Grillo (ancora Salute) e Sergio Costa (Ambiente). La poltrona delle Infrastrutture sembra ritagliata per Graziano Delrio (Pd) che sarebbe un ritorno alla guida del Ministero o per l’ingegnere triestino Stefano Patuanelli, attuale capogruppo M5S al Senato. Altro punto di discontinuità nella continuità rispetto al Governo Conte dimissionario (M5S-Lega) , viste le tensioni con Salvini, Vincenzo Spadafora, già sottosegretario alle Pari opportunità prossimo alla riconferma, sarebbe in odore di promozione.

Per concludere c’è la partita di Bruxelles. Nel totonomi che si è appena aperto c’è anche quell’appendice comunitaria, sulla scena delle prove generali del governo Conte entra Matteo Renzi che  alle 18.20 commenta : “Io commissario europeo? Guardate, piuttosto mi iscrivo al partito di Bersani e D’Alema”  cedendo la pole position per i galloni da commissario a Paolo Gentiloni.

 

 

 

 

Le consultazioni del Capo dello Stato si svolgeranno in due giorni.  Martedì il capo dello Stato sentirà al telefono l’ex-presidente Giorgio Napolitano, poi alle 16 riceverà il presidente del Senato Elisabetta Casellati e alle 17 il presidente della Camera Roberto Fico. A seguire i partiti, con il M5s ultimo gruppo ad essere ascoltato mercoledì alle 19.




La doppia faccia di Giuseppe Conte

ROMA – In un Paese civile e rispettoso della legalità il premier dimissionario Giuseppe Conte non sarebbe mai arrivato alla guida del Governo. Ma in Italia, si sa tutto è possibile. Tutto ed il contrario di tutto. A partire dai conflitti d’interesse, dalla bionda e più giovane consorte Olivia Palladino che era stata “beccata” per aver trattenuto oltre due milioni di euro di tasse di soggiorno da pagare al Comune di Roma riscosse dai clienti del suo hotel il “Plaza” di Roma nella centralissima via del Corso, una volta quartier generale del compianto ministro socialista Gianni De Michelis.
Per poi arrivare al suo curriculum vitae poco credibile e sbugiardato dal “fact-checking” dei colleghi dell’ Agenzia AGI. Senza dimenticare  i presunti rapporti di Conte con il giurista e avvocato Guido Alpa, che per anni è stato consigliere di Banca Carige  ed oggi è consulente di Raffaele Mincione, il finanziere e uomo d’affari entrato nella banca genovese un anno fa con il 5,4% e attualmente azionista dell’istituto. E poi ci sono i presunti rapporti tra il Presidente del Consiglio e lo stesso Mincione. Conflitti di cui adesso si sta occupando l’ Authority Antitrust.
“Nessun conflitto di interessi, rinuncio alla cattedra esclusivamente per una sensibilità personale”  aveva dichiarato il premier Giuseppe Conte in una diretta su Facebook, dopo una giornata piena di polemiche sul suo rinvio della prova di inglese per il suo trasferimento all’Università La Sapienza di Roma. “Si è detto addirittura che cercavo un dopolavoro non confidando sulla durata di questo governo: fatevene una ragione, lo dico a tutti gli oppositori, questo governo durerà 5 anni“, aveva poi aggiunto il presidente del Consiglio, smentito dai fatti, data la durata di appena un anno del suo governo !
Pochi ricordano che  Giuseppe Conte non aveva rinunciato al concorsoper la cattedra di diritto privato all’Università La Sapienza di Roma. Il presidente del Consiglio dei Ministri, ordinario a Firenze ma in aspettativa non retribuita dopo l’assunzione dell’incarico di governo, avrebbe infatti chiesto e ottenuto di rimandare il test di inglese legale a cui dovrà sottoporsi insieme agli altri candidati. Conte aveva fatto domanda per il concorso alla cattedra del primo ateneo romano nel febbraio 2018, pochi mesi prima di diventare il capo del governo di Lega e M5S. Una volta assunto l’incarico istituzionale, però, potrebbero sorgere questioni legittime di opportunità e conflitti di interessi.
In quanto capo del governo, Conte avrebbe infatti dei poteri di gestione dei fondi di un’università pubblica, dalla cui commissione giudicante dovrebbe essere valutato. Il suo mentore Guido Alpa, l’uomo che ha lasciato la cattedra per cui ora concorre anche il premier, negava però queste ipotesi: “Non deve rinunciare, è preparatissimo e non sta infrangendo alcuna norma“. Resta da capire se la partecipazione di Conte al concorso fosse conforme a tutte le stringenti norme, nazionali e interne a La Sapienza, che mirano a evitare corruzione e conflitti di interessi. La candidatura di Conte era stata valutata il successivo primo agosto e il 4 settembre dalla commissione esaminatrice, che però, in maniera anomala e inusuale, non ne aveva dato conto sul sito dell’ateneo.
Conte era un illustre sconosciuto quando il primo giugno del 2018 venne nominato premier. Professore di diritto privato con più di qualche sospetto sulle cattedre ottenute e la conseguente accusa di essere un giovane “barone”. Un curriculum gonfiato (in perfetto stile M5S) a proposito dei suoi dichiarati studi alla New York University dove, giurano e smentiscono gli americani, non lo hanno mai visto. In realtà a Giuseppe Conte pesava più della scarsa popolarità ,  di dover stare sempre un passo indietro al premier di fatto, cioè Matteo Salvini. E di bocconi amari  deve averne ingurgitati molti. Non è stata una nota di merito averli sputati fuori il 20 agosto al Senato, persino esagerando, nella consapevolezza che il suo Governo era arrivato al capolinea.
L’Avvocato del “Popolo”…. professor Giuseppe Conte in cuor suo immagina un ritorno trionfale a Palazzo Chigi, riconfermato premier, anche perché il M5S non ha altre figure in grado di ricoprire quel ruolo. Ci ha preso gusto piano piano, questo lo abbiamo capito, ma in realtà l’unico cambiamento sicuro e realmente apportato dal precedente Governo sarà quello subito da Conte sfiduciato dal suo alleato e vicepremier Matteo Salvini.
Giuseppe Conte si è scrollato di dosso la fastidiosa versione di rappresentare a stento l’ombra di un premier, fino al discorso in Senato contro Salvini. Mentre i giornali scrivevano che Conte era in buona sostanza al servizio del “Capitano” della Lega, più il premier indicato e voluto dal M5S covava una rabbia nascosta e più che profonda. Il difetto di Giuseppe Conte ? “È troppo ambizioso” parole queste pronunciate da suo padre Nicola, ex segretario del Comune di Volturara Appula, in provincia di Foggia, paese natale del premier uscente e quasi sicuramente rientrante. Insomma, uno che lo conosce bene come suo padre che sa qual è il suo punto debole. Un’ambizione però non esibita e manifesta, a volte apparentemente timida. “Dica la verità dottore — si è lasciato andare qualche settimana fa durante un colloquio telefonico con un giornalista — anche lei sta diventando contiano“.
Diciamo la verità,  Giuseppe Conte non è quello che è andato in Senato sei giorni fa  a cantargliele in faccia a Salvini. Il vero Giuseppe Conte in realtà è quello che negli ultimi 14 mesi è stato sempre zitto davanti a tutte le iniziative dei suoi “vice” Di Maio e Salvini. E no, non conta il fatto che abbia “rimproverato” o “ripreso” Salvini in privato. In primo luogo perché nessuno se ne è accorto, in secondo luogo perché non è servito a nulla.
Il suo tentativo di dare lezioni sulla religione emerso anche nel discorso al Senato quando ha bacchettato Salvini per i suoi bacetti al crocefisso. è risultato vano. E’  stato lo stesso Conte che  ha mostrato il santino di Padre Pio  a Bruno Vespa in televisione a “Porta a porta”  .
È davvero cambiato Giuseppe Conte, che da millantato “Avvocato del Popolo” in questi ultimi mesi non ha speso una sola parola sugli attacchi pretestuosi del M5S prima e della Lega poi al PD definito “il partito di Bibbiano”. Ma per capire bene quanto Conte sia  dobbiamo tornare indietro a quel 5 giugno del 2018 quando il premier incaricato si presentò al Senato per chiedere la fiducia, ed in quella circostanza Conte rivendicò come le due forze di maggioranza (M5S e Lega)  fossero orgogliosamente “populiste” ed “anti sistema”. Conte promise di promuovere una revisione (mai realizzata) del sistema delle sanzioni alla Russia,  ed annunciò che il suo governo avrebbe “chiesto con forza il superamento del Regolamento di Dublino“.
Ma anche in questo caso il Governo Conte non mosse un dito, anzi il premier presentò una multilevel strategy per l’immigrazione affatto innovativa. E finì poi per approvare non una ma due versioni del Decreto Sicurezza, diventati il fiore all’occhiello di Salvini.

Matteo Salvini e Giuseppe Conte: faccia a faccia

Un Conte a due facce. Inizialmente figura di sfondo e contorno dei vicepremier Di Maio e Salvini occupavano senza scampo la scena, mentre lui era “ostaggio” delle esternazioni di Rocco Casalino, mentre adesso cerca di riciclarsi come “capo” dell’anti-sovranismo. Eppure era l’8 settembre del 2018 quando Conte in occasione di un incontro pubblico, parlando della vicenda sul sequestro dei fondi della Lega (quei 49 milioni di soldi pubblici che la Lega Nord di Umberto Bossi, Belsito e Roberto Maroni hanno fatto sparire,  disse: “Vi confesso, se non avessi fatto il premier mi sarei offerto alla Lega per difenderli, per mettere al loro servizio la mia esperienza professionale. Per me sarebbe stato stimolante e non lo dico per offendere i legali che se ne occupano”.
Non sono bastati 40 minuti, peraltro ben recitati da vero “attore” di aule di giustizia, per far cambiare idea su di lui e sul suo futuro. In politica non basta un discorso di attacco sfrontato, pronunciato in faccia all’interessato guardandolo negli occhi, per valutare una persona.  Forse può servire nel territorio dei social e del movimentismo grillino probabilmente. Conte ha dimenticato di essere stato  a modo suo, più “sovranista” (senza le dirette su Facebook che piacciono così tanto a Di Maio e Casalino)  quando a luglio replicava  ad Angela Merkel su Carola Rackete, la comandante della Sea Watch dicendole: “Se la Germania si lamenta per il trattamento ricevuto dalla capitana noi siamo in attesa dell’estradizione dei manager della ThyssenKrupp“.  Qualcuno spieghi al “civilista-amministrativista” Conte che basta un mandato europeo di cattura per superare il problema estradizione.
Conte ha sostenuto e firmato i decreti sicurezza 1 e 2 presentati dal ministro dell’ interno e vicepremier Matteo Salvini . Per il primo decreto si è speso mostrando un cartello a uso dei fotografi. E stava accanto a Salvini. Per il secondo, quello ancora più “rigido” su Ong e immigrazione, firmandolo senza alcun esitazione. Si è presentato in Senato per difendere il leader leghista sul “caso Moscopoli” che sta per sciogliersi come neve sotto al sole, per coprirlo come ha rinfacciato lui stesso in Senato il giorno delle sue dimissioni. E quindi ? Aveva ragione Emma Bonino quando gli ha detto che non avrebbe dimenticato i 14 mesi trascorsi a Palazzo Chigi cavalcando il  “sovranismo”. Conte ha cercato modi giustificarsi sostenendo di aver  provato a contenere Salvini tante volte . Senza dirlo, senza fare niente di concreto e senza ammettere di non esserci riuscito.
Il problema non è che un avvocato voglia difendere la Lega, anzi sarebbe assolutamente normale e legittimo esercitare la propria professione. Il punto è che il Presidente del Consiglio abbia ritenuto necessario far sapere che lo avrebbe fatto. Ma in fondo si arriva ad oggi, e si scopre che quello che è cambiato (grazie all’esperienza di governo) è proprio lui: Giuseppe Conte. Qualcuno potrebbe chiedergli cosa non rifarebbe di questi 14 mesi.
Ma la vera domanda è: Conte che cosa ha fatto per 14 mesi?



Il premier Conte ufficializza la crisi del Governo in diretta da Palazzo Chigi

ROMA – In diretta da Palazzo Chigi il premier Giuseppe Conte ha ufficializzato di fatto la crisi politica della maggioranza: “Come ho già chiarito nel corso della mia informativa resa al Senato sulle inchieste russe personalmente non considero il confronto tra governo e Parlamento un molesto orpello del nostro sistema democratico ma la vera essenza della nostra forma di governo e in particolare di una democrazia parlamentare

“Ho già chiarito a Salvini che farò in modo che questa crisi da noi innescata sia la più trasparente della storia della vita repubblicana“. ha dichiarato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Palazzo Chigi, aggiungendo “Ieri e questo pomeriggio è venuto a parlarmi Salvini il quale mi ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui la Lega gode attualmente“.

Conte si è apertamente schierato con il M5S (partito che lo ha indicato, seppure non eletto alla guida del Governo), rispondendo con il suo intervento alle dichiarazioni ufficiali di Matteo Salvini in un comizio tenutosi a Pescara.

“Spetterà a Salvini, nella sua veste di senatore, spiegare al Paese – continua Contee giustificare agli elettori che hanno creduto nella prospettiva del cambiamento le ragioni che lo portano a interrompono bruscamente l’azione di governo“.

Dopo mesi di tweet e post, la certificazione della rottura è arrivata con un comunicato ufficiale che gli mancava solo la ceralacca. A metà pomeriggio, la Lega ha chiarito che fra gli alleati c’è una “irrimediabile distanza” e che “l’unica alternativa” all’esecutivo gialloverde sono “nuove elezioni”.

Salvini vince in tutti i casi. La Lega parte favorita in tre scenari in caso di elezioni anticipate

Comunque vada, in tutte le ipotesi sarà la Lega a essere premiata da un eventuale ritorno alle urne. Nell’ipotesi di elezioni anticipate, sono tre le diverse possibili ripartizioni dei seggi della Camera e del Senato, così come elaborate sui dati dell’ultima Supermedia di AGI/YouTrend dello scorso 1 agosto, che indicano la Lega al 36,8%; il Pd al 21,7%; M5s al 17,6%; Forza Italia al 7,3%; Fratelli d’Italia al 6,4%; +Europa al 2,9%; i Verdi al 2,3%; La Sinistra al 2%. In tutti e tre i casi, il vincitore sembra essere sempre Matteo Salvini.

PRIMO SCENARIO: CENTRODESTRA UNITO

Con le stesse coalizioni del 2018 e se i risultati fossero quelli rilevati dall’ultima Supermedia AGI/YouTrend (calcolata il primo agosto 2019) la coalizione di centrodestra Lega-FI-FdI otterrebbe una maggioranza schiacciante sia alla Camera (416 seggi su 618) che al Senato (210 seggi su 309).

In entrambe le Camere, quindi, il centrodestra avrebbe oltre i 2/3 dei seggi totali. Il gruppo di opposizione più consistente sarebbe quello del Pd (unico partito dell’area di centrosinistra che supera la soglia di sbarramento del 3%) con 119 seggi alla Camera e 57 al Senato. Il Movimento 5 stelle eleggerebbe solo 81 deputati e 40 senatori.

SECONDO SCENARIO: LEGA DA SOLA

Se Matteo Salvini optasse per una corsa in solitaria della Lega, non avrebbe i numeri per un governo monocolore. Con quasi il 37% dei consensi, la Lega sarebbe di gran lunga il primo gruppo parlamentare, con 283 seggi alla Camera e 143 al Senato. In entrambi i casi però tali numeri non sarebbero sufficienti a formare una maggioranza. Decisivi potrebbero diventare a quel punto i 62 deputati e i 31 senatori eletti con Forza Italia e Fratelli d’Italia. Il centrosinistra eleggerebbe 153 deputati e 73 senatori, M5s 118 deputati e 60 senatori.

TERZO SCENARIO: LEGA ALLEATA SOLO CON FDI

Se la Lega decidesse di allearsi con Fratelli d’Italia ma non con Forza Italia, il risultato sarebbe la conquista di una maggioranza piuttosto ampia. Con oltre il 43% dei voti, infatti, questa ipotetica coalizione di destra sovranista avrebbe ben 353 seggi alla Camera e 181 al Senato. In questo caso i gruppi di opposizione sarebbero tre, in entrambe le Camere: quello di centrosinistra (131 deputati e 61 senatori), quello di M5s (102 deputati, 50 senatori) e quello di Forza Italia (30 deputati e 15 senatori).




Uno più uno ora fa zero

di Antonio Polito

Vabbè che la famiglia è sacra. Ma un governo con due politiche della famiglia è un po’ troppo. Una è del ministro leghista Fontana, che sta faticosamente tentando di attaccare un pacchetto di emendamenti al treno del decreto crescita. L’altra è del vicepremier Di Maio, che ha proposto un suo decreto legge appena bloccato dal ministro Tria perché senza copertura. Quello che sta succedendo nelle ore finali della campagna elettorale riassume alla perfezione il buco nero in cui è sparito il governo Conte: uno più uno non fa più due, ma zero.

La logica del contratto prevedeva, spericolatamente, che programmi molto diversi, spesso divergenti, talvolta alternativi, potessero sommarsi senza integrarsi. Tot miliardi di reddito di cittadinanza a me, tot di quota cento a te, e amici come prima. Ma il contratto ha ballato una sola estate. Sufficiente appena a mettere nei guai i conti pubblici, inconsapevoli della grande frenata dell’economia che stava arrivando. Ciò che per i primi mesi si è sommato, ha così cominciato a elidersi. Ciò che piaceva a uno, danneggiava l’altro. Quando uno saliva nei sondaggi, l’altro scendeva. Da alleati per caso, i due partner di governo sono diventati avversari per vocazione.

Giancarlo Giorgetti

Il risultato è stato appena certificato con timbro ufficiale da Giancarlo Giorgetti: il governo è paralizzato, nel caos, siamo rimasti alle varie ed eventuali. In poche parole: è finita, fino a prova contraria. E se lo dice lui, che di mestiere fa il segretario del Consiglio dei ministri e ne verbalizza le riunioni, gli si può credere. In questa lunga discesa agli inferi si sono rovinati anche i rapporti personali, più difficili da ricucire di quelli politici. Si sapeva già che Di Maio e Salvini non si parlavano più, nemmeno per telefono. Ora abbiamo scoperto che Conte e Giorgetti si detestano cordialmente, come neanche Gentiloni e Boschi ai tempi loro: Palazzo Chigi Uno e Palazzo Chigi Due. Conte si offende perché Giorgetti dice che non è imparziale. Ma il presidente del Consiglio non fa il guardalinee, dovrebbe essere il capitano della squadra. Il problema è che la squadra non c’è più: all’ultima convocazione, Giorgetti non si è neanche presentato.

Se tutto questo fosse il risultato di una lucida strategia tesa ad andare al voto in ottobre, ci sarebbe almeno una logica. Ma così non è: sembra piuttosto un incespicare giorno dopo giorno verso l’inevitabile baratro. Chi l’ha detto infatti che le Europee scioglieranno i nodi? E come potrebbero? Perché il paradosso della situazione è che non sembra esserci alternativa. In Parlamento non di sicuro, e forse nemmeno nel Paese. Se poi Salvini pagherà la sua corsa a destra con un successo inferiore alle attese, e Di Maio coronerà la sua corsa a sinistra con un insuccesso minore del temuto, allora sarebbe anche più complicato giocare a rischiatutto, tornando alle urne in autunno. Il governo potrebbe durare perché non c’è altro da fare. Ma quanto può reggere un Paese con i guai dell’Italia di oggi senza un esecutivo degno di questo nome? E come fronteggerebbe un cigno nero, o anche il più usuale volo dello spread?

I due partner di governo sono i responsabili della situazione attuale. Forse non dell’andamento dell’economia, che non si decide per decreto, né nel bene né nel male; ma dei conti e del deficit certamente sì. Spetterebbe dunque a loro tirarcene fuori, Dio solo sa come, con la legge di Bilancio di fine anno. Difficilmente troveranno qualcuno che accetti di farlo al posto loro, a Roma come a Bruxelles. Nel sabato di silenzio elettorale, i due capi della maggioranza dovrebbero dunque davvero prendersi una pausa di riflessione e chiedersi se ne vale la pena: se sanno darsi una regolata o se l’esperimento è da considerarsi chiuso.

Verrebbe da dire: salite a bordo, con quel che segue; ma solo se siete in grado di prendere il timone. Perché, al momento, «barca senza nocchiere» siamo, «e in gran tempesta».

*editoriale tratto dal CORRIERE DELLA SERA

 




La guida M5S del Governo al capolinea: Conte, Salvini, Di Maio e Giorgetti non si parlano più

ROMA – Soltanto sei mesi fa, Matteo Salvini  esprimeva su La7  lodi lusinghiere dei soci-alleati di governo: “Senza Di Maio e Conte non avrei combinato niente”. Era soltanto lo scorso novembre ma  la “liason” fra due vicepremier e leaders dei rispettivi partiti è pressochè arrivata al capolinea con inevitabile rincorsa polemica su di chi pesi la responsabilità della rottura.

L’alleanza fra  Di Maio e Salvini è incrinata da un bel pezzo. Lo scorso primo maggio al vertice intergovernativo i due vice-premier sono arrivati  a Tunisi atterrando con due voli diversi e successivamente costretti a sedere spalla a spalla, senza parlarsi, ingannando il reciproco silenzio con gli occhi fissi sugli smartphone. Di Maio al rientro a Roma ha “snobbato” l’aereo di Stato. Il leader politico 5 Stelle invoca un vertice di maggioranza ? Dalla Lega replicano che il ministro grillino alla guida dei dicasteri del Lavoro e Sviluppo in realtà “non ha chiesto nessun incontro a Salvini ” ed il M5S cerca di ridicolizzare l’alleato : “Se la Lega ci tiene, gli facciamo una richiesta con la carta bollata“.

  Gli imbarazzati silenzi e i mancati incontri di quello che sembra essere l'”ei fu” quartetto di Palazzo Chigi, composto dal Premier Giuseppe Conte (non votato e quindi non eletto dagli italiani)  , dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, e dai vicepremier  ormai separati in casa, sembrano vivere il ruolo di chi dopo un matrimonio di facciata, si appresta alla firma del divorzio definitivo. Soltanto il responso del voto europeo del prossimo 26 maggio, infatti,  potrà liberarli  dall’ibernazione glaciale in cui i due partiti (ex ?) alleati sembrano essersi rinchiusi . Tra Conte e Giorgetti peraltro la simpatia e coesione non è mai scattata, mentre quella tra Conte e Salvini si è guastata giorno dopo giorno: il leader della Lega punta alla presidenza del consiglio ed il professore grillino, “autocelebratosi” avvocato degli italiani, invece intende ancora occuparla a lungo.

Matteo Salvini e Giuseppe Conte

Sino allo scrutinio del voto europeo sono obbligati di fatto  a non parlarsi , a non sedersi nelle occasioni ufficiali uno accanto all’altro,  ed a randellarsi ripetutamente senza sosta dalle pagine dei socialmedia. E sui social infatti che regna la più dura battaglia verbale che mai abbia contrapposto gli “azionisti” di un’alleanza  governativa contrattualizzata . Di Maio mi insulta”, attacca Salvini, e l’altro gli replica ” Salvini fa l’offeso, da quando c’è stato il caso Siri l’ha presa sul personale“.  Matteo Salvini non si fa sfuggire l’occasione per puntualizzare: “Io per 11 mesi ho mantenuto la parola con gli italiani e con i 5 Stelle. Inizio a notare troppi accoppiamenti fra Pd e 5 Stelle, troppa sintonia“. Aggiungendo: “No alla flat tax, no ad Autonomia, no al nuovo decreto sicurezza. E magari riapriamo i porti – ha aggiunto – . Mi spieghi qualcuno se vuole andare d’accordo con il PD o con gli italiani e la Lega rispettando il patto“.

Giancarlo Giorgetti

Ma di fatto gli ex “alleati-amici di facciata“,  non si parlano più personalmente.Non si telefonano, come confermato dalla posizione ufficiosa resa nota da fonti leghiste due giorni fa : “Salvini non sente né Di MaioConte dall’ultimo Consiglio dei ministri“. Affermazione che di fatto significa dire che per sei lunghissimi giorni almeno, cioè dall’8 al 14 maggio, il Governo a maggioranza gialloverde è incredibilmente andato avanti in assenza di contatti tra coloro i quali rappresentano le massime istituzioni. Un comportamento che non può passare inosservato ai milioni di cittadini che si illudevano nel millantato Governo del cambiamento.

Più che lecito chiedersi a questo punto, come è immaginabile che si possa governare un Paese, che nonostante la crisi economica che vive, rimane sempre  la settima potenza industrializzata al mondo, senza scambiarsi nemmeno una parola, preferendo litigare via telecamere, socialnetwork o quando capita dalle prime pagine dei quotidiani ?  L’esperto e navigato Giancarlo Giorgetti, sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio,  ha confermato ufficializzando nello salotto televisivo di Porta a Porta condotto da Bruno Vespa l’”insostenibile” livello di litigiosità, rivelando che  Salvini e Di Maio non si parlano più: “Si mandano raccomandate o tweet. In ogni caso sono costretti a incontrarsi in Consiglio dei Ministri , quindi entro lunedì si dovranno vedere” aggiungendo “Se il livello di litigiosità resta questo dopo il 26 maggio è evidente che non si potrebbe andare avanti“.

Elezioni anticipate a settembre? Non ho mai paura del popolo che si esprime” commenta Giorgetti. Se il Pd prende il 45% il 26 maggio, e se la Lega prende il 35%? “In quel caso sono contento“, dice senza manifestare alcuna preoccupazione.

Domani in pre consiglio si inizierà a discutere il testo del decreto sicurezza bis, che la Lega intende approvare subito, e quindi è prevista una battaglia in punta di diritto tra gli esperti legislativi dei rispettivi i partiti. Fonti vicino a Conte sostengono che difficilmente ci saranno le condizioni politiche affinché si possa arrivare a un disco verde prima del voto: “Magari il documento farà un primo giro di tavolo in Cdm, per consentire al ministro dell’Interno di dimostrare plasticamente che sta andando avanti, complicato che si faccia di più”. Uno scontro all’orizzonte che rischia non solo di logorare, ma di compromettere oltre il punto di non ritorno, questa maggioranza che incredibilmente si trova a farsi opposizione da sé stessa.

Se non dovesse saltare….




Palazzo Chigi, poliziotto a processo: cambiava le presenze nel software

ROMA –  È iniziato ieri il processo a Carlo Maiuri romano 49enne,  assistente capo della Polizia di Stato in servizio presso l’ Ispettorato responsabile della sicurezza della Presidenza del Consiglio, nei confronti del quale pende la duplice accusa di “truffa” e “accesso a sistema informatico“. Al poliziotto difeso dagli avvocati Vittorio Palamenghi e Pasquale Pittella, la procura di Roma ha contestato dieci episodi, spalmati fra il 2015 al 2017, in cui secondo l’accusa si sarebbe servito della sua qualifica per assentarsi indebitamente dall’ufficio.

nella foto Palazzo Chigi




Tav: Di Maio perde, Salvini non vince. Il trucco per arrivare alle europee

di Tommaso Ciriaco

Chi vince, chi perde, chi bluffa? Bisogna scarnificare all’osso la propaganda dei mastini forgiati dalla Casaleggio associati. Scacciare gli illusionismi. E aggrapparsi all’unico dato certo: i bandi per la Tav partiranno, identici a come sarebbero partiti se in queste settimane Giuseppe Conte e Luigi Di Maio si fossero occupati solo della recessione anziché della Torino-Lione. E allora, di nuovo: chi ride per non piangere? Perdono i Cinquestelle. Nonostante lo spin di Palazzo Chigi, non c’è alcun rinvio dei bandi.

Il vicepremier deve ingoiarli, anche se con la promessa scritta di “rivedere integralmente l’opera“. Chissà quando, chissà come, chissà perché non subito per decreto. Ottiene quanto richiesto Matteo Salvini, ma esce comunque con le ossa rotte, presentando all’elettorato del Nord una grande opera come fosse un progetto semi-clandestino. Vince Giuseppe Conte, lui sì, se può dirsi vittoria aver stracciato una promessa storica del Movimento, “No Tav o morte!“, senza crisi di governo. E incassando pure il sentito ringraziamento degli sconfitti.

C’è del talento in chi gestisce da Palazzo Chigi gli assalti a vuoto di Luigi Di Maio. Lo dimostra il retroscena delle ultime ore. Nella notte di venerdì, sul tavolo del premier finiscono le relazioni dei suoi esperti legali e i focus di marketing politico dello staff di Rocco Casalino . La stella polare del team è il “capolavoro di dicembre” – lo chiamano ancora così – quel tocco di genio che trasformò il deficit in manovra dal 2,4% al 2,04%, per nascondere la sconfitta con l’Europa. Il risultato è la “soluzione tecnica“, un cavillo di cartone che risolve lo stallo. Nient’altro che un escamotage linguistico per camuffare il via libera ai bandi.

Avis de marchés, ecco il jolly di Conte. Da avvocato, il premier chiede ai suoi di rispondere a una domanda: come far partire i bandi senza ammettere di averlo fatto? Non chiamandoli bandi, ecco tutto. Aggrappandosi al sinonimo in francese, avis de marchés appunto, “avvisi di gare“. Né più, né meno di quanto Telt aveva già indicato come soluzione per non perdere i trecento milioni di finanziamenti europei. Compra sei mesi di tempo – anche questo, tutto già previsto nella tabella di marcia tracciata dalla società il 18 dicembre scorso – rimandando le decisioni finali a dopo le Europee.

Nelle stesse ore, e siamo a ieri mattina, Di Maio si attrezza per la ritirata. Appena Conte rende nota la missiva, il grillino plaude. Ha drammatizzato al massimo la battaglia per tenere buoni gli ortodossi, adesso è l’ora di piegarsi alla realtà. Anche lui compra tempo, sapendo che pure una buona parte degli elettori 5S del Nord Ovest, assicura un ultimo sondaggio Swg, sono favorevoli alla mini Tav: 35% contro 34%. Non può ancora dirlo, ma è l’orizzonte finale dell’opera, tunnel di base compreso.

Ora è però il tempo di esaltare una vittoria che non c’è. L’unica arma proposta per giorni da Di Maio a Conte, un decreto per fermare la Torino-Lione, resta un triste foglio bianco. Soltanto il Pd, con Graziano Delrio e Sergio Chiamparino, interpreta la novità come un trionfo a cinquestelle. “La lettera è chiara, il governo blocca le opere“. Il dem Michele Anzaldi dice il contrario. Tutto ruota attorno alla voglia di mirare contro il vero competitor dei prossimi mesi, Salvini, piuttosto che colpire un Movimento in crisi.

Salvini, si diceva. Si proclama vincitore. Difficile però sostenerlo di fronte al proprio elettorato e all’immenso buco nero sul futuro tracciato da Conte. Il gelo con Di Maio è polare. Ma la scelta del vicepremier leghista è comunque quella di non infierire sull’alleato. Nel sabato del suo compleanno, sveste la divisa della Polizia e mette su quella dello statista per un giorno: “Nessuno vince o perde, la Lega governa perché vincano gli italiani”. Da lunedì, però, rivendicherà il via libera ai bandi e una certezza granitica: “La Torino-Lione si farà“. Ripartirà un balletto tra gialli e verdi – “Tav sì, no, boh” – fino al 26 maggio.

Dal giorno dopo le Europee si aprirà il secondo tempo della sfida. Con “equilibri diversi”, è il ragionamento di Salvini, come potrà Conte fermare l’opera? O anche solo “ridiscuterla integralmente“, se i francesi accetteranno di limare al massimo i dettagli? Secondo il premier, la svolta arriverà dopo un bilaterale con Macron, già contattato ieri assieme a Juncker. In caso contrario, i 5S giurano che si faranno “valere in Parlamento”. Sempre domani, sempre chissà. La verità è che non potranno rivedere per legge il trattato che regola il progetto, perché manca una maggioranza favorevole allo strappo. Servirà un altro illusionismo, a quel punto. In linea con la profezia che Conte confidava venerdì sera al suo staff nel pieno della bufera: “Tranquilli, tutto si risolverà. C’è molto teatro in queste ore…”.

*editoriale tratto dal quotidiano La Repubblica




Il premier Conte invia la lettera a Telt: avanti sulla Tav basta che si possa tornare indietro

Palazzo Chigi

ROMA – Palazzo Chigi ha inviato una lettera alla Telt per autorizzare l’approvazione di avvisi per i 2,3 miliardi di lavori del tunnel di base della Tav con la clausola di dissolvenza che sarà motivata dall’avvio della procedura di revisione del trattato italo-francese. E’  questa la strada che Giuseppe Conte ha deciso di percorrere per trovare una mediazione all’interno del Governo, in stallo sulla Torino-Lione, ed evitare di tornare all’avvocatura, visto che non è stato mai eletto dagli elettori.

I contenuti della direttiva e dei bandi non sono ancora noti ma sarà comunque presente un riferimento alla volontà di Roma di chiedere a Parigi e Bruxelles di rivedere il Trattato. La lettera è frutto dell’intesa raggiunta in extremis da Lega e M5S e terrebbe conto delle condizioni avanzate ieri da Luigi di Maio, che aveva chiesto di non impegnare soldi pubblici in questa fase.

La Lega insiste perché i bandi partano e si prosegua con la realizzazione dell’opera, mentre il Movimento 5 stelle è fortemente contrario. Conte spera nella terza via, quella dei bandi che possono essere cancellati, che secondo il premier potrebbe portare la pace dentro l’esecutivo.

Un portavoce di Telt conferma di aver ricevuto il documento da Palazzo Chigi.  Lunedì il Cda della società si riunirà per dare il via libera ai bandi da 2,3 miliardi di euro per i lavori di scavo del tunnel di base e Palazzo Chigi precisa che ‘si va verso il rinvio, lunedì non ci saranno i bandi’. L’obiettivo di Telt dunque è quello di rispettare la volontà dei governi. “Preso atto delle posizioni dei due governi vi informiamo che, in assenza di atti giuridicamente rilevanti che comportino istruzioni di segno contrario, abbiamo previsto che il Cda fissato per l’11 marzo 2019 autorizzi la Direzione a pubblicare gli ‘avis de marchés’ (inviti a presentare candidatura) relativamente agli interventi dei lotti francesi del tunnel di base, in modo da rispettare il termine del 31 marzo” per avere il finanziamento Ue per il 2019.

“La società Telt mi ha appena risposto confermandomi che i capitolati di gara non partiranno senza l’avallo del mio governo e del governo francese e che, al momento, si limiteranno esclusivamente a svolgere mere attività preliminari, senza alcun impegno per il nostro Stato”, ha detto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pubblicando la lettera da lui invitata a Telt sulla Tav e la risposta ricevuta dalla società italo-francese. “Ho chiarito che questo Governo e le forze politiche che lo sostengono si sono impegnati a “ridiscutere integralmente questo progetto e che abbiamo intenzione di interloquire con la Francia e con l’Unione europea alla luce delle più recenti analisi costi-benefici da noi acquisite. Ovviamente non vogliamo che nel frattempo si perdano i finanziamenti europei già stanziati”.

In serata il premier Conte ha informato il presidente Emmanuel Macron e il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker sull’iniziativa intrapresa di ritardare i vincoli giuridici e gli impegni di spesa per i bandi e, in particolare, sul “supplemento di riflessione” richiesto per condividere dubbi e criticità nel frattempo emersi sul progetto Tav.

Il no alla Tav è una “battaglia identitaria del Movimento” cinquestelle. Lo ha ribadito a Napoli il presidente della Camera, Roberto Fico. “Nel 2005 la prima riunione non del movimento perché non esisteva, ma dei meetup che nascevano fu fatta a Torino perché quel giorno c’era la grande manifestazione per dire no alla TAV – dice Ficoeravamo un centinaio di persone, oggi alcuni non ci sono, c’era anche Beppe Grillo, finì la riunione e andammo tutti alla manifestazione No TAV “. Fico sottolinea che “non era un’idea ideologica o per dire no a qualcosa, era per dire di cambiare rotta rispetto a opere che non servono e non servivano, con documenti concreti e sostanziali“.

“Il primo atto nel 2013 quando arrivammo in Parlamento come parlamentari di M5S alla Camera e al Senato, la prima uscita pubblica di tutto il MoVimento 5 stelle parlamentare fu di andare a visitare i cantieri della TAV per comprendere a che punto ci trovavamo, per dire l’ennesimo no documentato e non ideologico alla TAV – ha ricordato il presidente della Camera Roberto Fico a Napoli – quindi è una lotta che ha attraversato ogni periodo storico dai meetup al movimento, non è un atto ideologico perché abbiamo visto tutte le relazioni che sono negative senza contare che ogni volta purtroppo, e non solo in Italia, che un’opera va avanti in un certo modo crescono anche le spese che in questo momento non sono a bilancio, diciamo così”. “È chiaro che è una battaglia identitaria del MoVimento 5 stelle e quindi comprendo bene la durezza“. Nonostante tutto però per il presidente della Camera “la legislatura è saldamente in piedi, c’è la nostra Carta costituzionale, la nostra Repubblica e semmai avverrà qualcosa la parola passerà sempre al Presidente della Repubblica, non al presidente della Camera“.

Il leader della Lega Matteo Salvini smorza sulla crisi di governo. Elezioni anticipiate? “Non ci penso neanche. Abbiamo fatto tanto in nove mesi e voglio fare ancora di più in cinque anni”Io rimango convinto che la TAV si debba fare, per collegarci al resto dell’Europa. Stiamo lavorando per riaprire tutto quello che altri hanno bloccato per anni e io farò di tutto perché, coinvolgendo la Francia e l’Europa, l’opera si faccia. Gli italiani ci chiedono di lavorare e questo faremo“.

Intanto a Torino si prepara ad un’altra manifestazione dei #SiTav con le Madamin di nuovo in piazza in un flash mob mentre le imprese scendono sul piede di guerra: ‘Se non partono i bandi pronti ad azioni legali’

Il Comité Lyon-Turin: con il rinvio si bruciano 300 milioni. “Ogni nuovo rinvio significherebbe uno spreco di centinaia di milioni di euro, dalla perdita dei 300 milioni di euro di fondi Ue fino alle spese legate ai ritardi nei lavori“. Lo ha detto all’ANSA il delegato generale del Comité Transalpine Lyon-Turin, Stéphane Guggino, commentando le notizie provenienti dall’Italia. “Non ho informazioni precise riguardanti un eventuale rinvio dei bandi” di gara sulla Torino-Lione, ha detto ancora il delegato generale del Comité Transalpine Lyon-Turin aggiungendo: “Mi sembra ci sia molta confusione, anche se sul piano della procedura tutto è possibile“.

I SiTav scendono di nuovo in piazza. Sono oltre un migliaio i torinesi che partecipano al flash mob delle madamin davanti a Palazzo Carignano, storica sede del primo Parlamento italiano, per dire “si Tav subito”. Lo slogan viene scandito dalla piazza, mentre una catena umana è stata formata davanti all’ingresso dello storico edificio da cui Cavour fece partire i lavori per il tunnel del Frejus. I cittadini in piazza indossano indumenti arancioni, il colore del Comitato Si Torino va avanti delle madamin. Con loro anche Mino Giachino, l’altro organizzatore delle manifestazioni a sostegno della nuova linea ferroviaria ad Alta Velocità. Con il presidente della Regione Piemonte, Sergio Chiamparino, sono presenti numerosi esponenti politici del centrosinistra e di +Europa. Per le imprese, ci sono tra gli altri i presidenti di Amma e Unione Industriale, Giorgio Marsiaj, e Dario Gallina. La mobilitazione “Si Tav” prosegue domenica prossima, 17 marzo, alle ore 11 in piazza Castello a Torino.