Le "fake news" di Marco Travaglio sull’Ilva, smentite dal sindacalista Bentivogli

di Antonello de Gennaro

E’ stato un grande spettacolo televisivo quello trasmesso  due sere fa nel programma  televisivo Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber su La7 . Intorno al tavolo a confrontarsi c’erano il giornalista Massimo Giannini, e Marco Bentivogli il Segretario Generale dei Metalmeccanici FIM CISL . Collegato dalla sua redazione Marco Travaglio  Direttore del Fatto Quotidiano. Tema della puntata,  l’enorme disastro politico che gli ultimi due governi guidati entrambi da Giuseppe Conte  hanno causato sull’ex Ilva. Secondo Travaglio , che come sempre difende a spada tratta l’indifendibile M5S Arcelor Mittal racconta balle e pretende la licenza di uccidere

il Fatto Quotidiano però scriveva che lo scudo penale è nel contratto

Nel contratto che ha firmato non era previsto alcuno scudo penale ha esordito subito Travaglio che ieri ha voluto difendere Conte e soprattutto Luigi Di Maio l’ex ministro “duplex” (del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nel 1° governo Conte, cioè quello insieme alla Lega . “Per quanto incauti i nostri governi che hanno ceduto l’Ilva a questa cordata franco indiana non siano arrivati a tale punto di improntitudine dallo scrivere dentro a un contratto che avrebbero garantito l’impunità per i reati che sarebbero stati intenzionati o costretti a commettere“, ha affermato il direttore del Fatto ignorando che Arcelor Mittal non è una cordata, ma bensi una società leader mondiale nella produzione dell’acciaio. Travaglio voleva fare passare l’idea che il cosiddetto “scudo penale” fosse propedeutico  a coprire tutte le fattispecie di reato nella gestione dell’ex-Ilva , e che quindi Arcelor Mittal avesse campo libero.

In realtà non è così come poco dopo ha spiegato  Bentivogli , perchè “lo scudo penale riguarda solo il perimetro dell’azione che si svolge per realizzare il piano ambientale”, e conseguentemente ha un’area  di applicazione ben precisa. Ma la “fake news” più grossa di Travaglio rimane quella circa il fatto che il Governo Conte 1 non avesse concesso alcuno “scudo” ad Arcelor-Mittal. Perché come ha documentato il CORRIERE DEL GIORNO e riportato anche dal SOLE24ORE a luglio (e come pubblicato lo stesso Fatto Quotidiano) nel contratto quello scudo c’era eccome !

Circostanza confermata in trasmissione del Segretario della FIM-CISL il quale ha detto che “l’addendum al piano ambientale proprio all’articolo 27 che qualora ci sia qualsiasi modifica del quadro normativo con cui è stata fatta la gara ad evidenza pubblica e qualora ci sia l’impossibilità di realizzare il piano ambientale, entrambe le violazioni sono causa di scioglimento e rescissione del contratto. Addendum che era stato sottoscritto il 14 settembre 2018,  quando sulla poltrona di ministro dello Sviluppo economico c’era il suo “protetto” Luigi Di Maio. Dopodichè è successo che il Governo Conte 1 con la firma di Di Maio, ha revocato le esimenti penali, poi le ha rimesse, ed il Governo Conte 2 qualche settimana fa le ha cancellate di nuovo. Questa è la realtà che Travaglio ignora o fa finta di non conoscere

Le “fake news” di Travaglio sull’ex Ilva di Taranto

E’ molto strano che Travaglio abbia affermato che quella norma non c’era smentendo di fatto quanto il suo stesso giornale non più tardi di quattro mesi fa aveva pubblicato scrivendo che quella clausola esisteva e che era motivo si scioglimento del contratto. Più che legittimo chiedersi oggi per quale motivo oggi Travaglio avverta un così grande desiderio di difendere Di Maio, ma è ben noto che la sua è l’ennesimo attacco contro i cosiddetti “giornaloni” e il mondo dell’editoria, scrivendo ieri sul Fatto: “Bei tempi quando i Riva si compravano i giornalisti. Oggi vengono via gratis”. Come se il suo quotidiano che dirige sia il “Vangelo” dell’informazione, che in realtà non è, venendo invece definito da molti come “il Falso Quotidiano” o “il Fango Quotidiano” e subissato di querele e citazioni per danni.

Travaglio peraltro voleva lasciare passare il teorema-interpretazione che il cosiddetto “scudo” fosse specualre  a garantire un’impunità pressoché totale ai vertici dell’Ilva. Il segretario generale della FIM-CISL  Marco Bentivogli lo ha smentito ricordando che a prendere le decisioni operative non è certo l’Amministratore Delegato o i poteri forti della multinazionale: “in questo periodo questo scudo ha protetto impiegati di settimo livello, quadri“.

Ma Travaglio non contento ed irritato, ha replicato: “è incredibile che si dia la colpa a quelli che hanno tolto lo scudo penale” sostenendo in maniera ridicola che in realtà Arcelor Mittal non hai mai voluto acquistare l’acciaieria, ma che il suo vero intento era quello di “sottrarla a concorrenti e per prendersi il portafoglio clienti“. Ma il sindacalista Bentivogli lo ha smentito nuovamente ricordando che Arcelor Mittal, avrebbe potuto farlo senza impegnarsi all’acquisto nel momento in cui ha avanzato la manifestazione d’interesse, prendendo conoscenza dal “dossier” l’elenco dei clienti dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Quello che  Travaglio ignora o fa finta di non sapere è che alla gara internazionale per acquisire l’ Ilva non avevano partecipati concorrenti degni di nota (come come i principali gruppi siderurgici mondiali) ma solo una cordata di “volenterosi” messa in piedi dietro le quinte dai “renziani” guidata dal gruppo indiano Jindal, a cui partecipavano il gruppo italiano Arvedi, la finanziaria  di Leonardo del Vecchio, che era sostenuta finanziariamente da Cassa Depositi e Prestiti, vale a dire lo Stato italiano.

“Non hanno comprato niente” ha detto Travaglio ricordando che al momento Arcelor-Mittal ha in affitto il Gruppo ILVA. Ed anche in questo caso Bentivogli ha dovuto precisare e spiegargli che nel famoso addendum contrattuale (quello che per Travaglio non esiste) che porta la firma anche di Luigi Di Maio  in assenza di modifiche sostanziali al piano ambientale “l’azienda alla fine del 2020 è obbligata a comprare lo stabilimento“.

Cioè avrebbe dovuto e voluto farlo se il ministro Di Maio non avesse cambiato le carte in tavola. “Nessuno scudo potrà mai tenere acceso l’altoforno numero 2″, urlava Travaglio sostenendo che l’altoforno “deve essere spento perché è una struttura killer” collegandolo alla drammatica e complicata vicenda dell’altoforno 2 dell’ex-Ilva di Taranto che l’8 giugno 2015 vide la drammatica morte dell’operaio Alessandro Morricella.

In verità, Travaglio ignora o finge di non sapere che su quell’incidente ad oggi non c’è nessuna sentenza della magistratura, mentre Arcelor Mittal, che non ha avuto alcuna responsabilità nell’incidente, per  quell’indeterminato malfunzionamento subisce conseguenze tanto gravi da indurla a “lasciare Taranto”, ancor più che per la mancanza di “protezione legale”.

Infatti spegnere l’altoforno Afo 2 significa di fatto dover spegnere anche gli altri altoforni che operano con la stessa tecnologia e quindi di conseguenza dover chiudere l’azienda. Secondo i “tuttologi” come Marco Travaglio, Michelano Emiliano non sarebbe possibile poter produrre acciaio senza inquinare  garantendo nello stesso  tempo la sicurezza dei lavoratori. Ma in realtà non è così: perché è stato fatto a pochi chilometri dall’Italia, a Linz. E lì la bonifica non è stata fatta chiudendo l’azienda (come a Bagnoli, dove non c’è stata) ma grazie ad un’impresa che ha investito in sicurezza e in buone pratiche ambientali.

La follia giudiziaria di spegnere l’ altoforno 2

Purtroppo in questi talk-show televisivi vengono invitati giornalisti privi di alcuna conoscenza delle problematiche, che vengono riferite loro da pennivendoli e scribacchini locali, ben noti, le cui ideologie posizioni anti-Ilva sono ben note e che vengono riprese incredibilmente senza alcuna verifica da giornalisti che lavorano 8e parlano) da Milano e Roma. Molti dei quali non hanno mai messo piede nello stabilimento ILVA di Taranto

Secondo l’ing. Biagio De Marzo già dirigente siderurgico a Taranto, Terni e Sesto S. Giovanni, già presidente di “AltaMarea contro l’inquinamento – Coordinamento di cittadini, associazioni e comitati di volontariato sanitario, ecologista, civico e sociale della provincia di Taranto”, che sulla questione AFO 2 ha prodotto numerosi interventi “chiarificatori” pubblici, e persino degli esposti alla Procura della Repubblica di Taranto, anche recentemente.

In una lettera aperta l’ingegnere De Marzo che si ritiene abbia più competenze di Travaglio ed Emiliano messi insieme, scrive : AM InvestCo Italy (cioè Arcelor Mittal n.d.r.) ha motivato la richiesta di recesso dal contratto o risoluzione dello stesso anche perché “il Tribunale penale di Taranto ha imposto lo spegnimento dell’altoforno numero 2 se non si completano talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019, mentre gli specialisti, e gli stessi Commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, hanno ritenuto impossibile rispettare tale termine.” Riassumendo brevemente, il sequestro di AFO 2 fu assunto “in attesa di conoscere le cause dell’evento anomalo a base dell’infortunio, nonché di quelli successivi di minore entità seguiti nei giorni successivi, nel dubbio di un malfunzionamento degli apparati di segnalazione di anomalie, che possa costituire fonte di pericolo di eventi e reati analoghi”. Stante il sequestro con facoltà di uso, a metà 2019, a quattro anni dall’incidente mortale, la magistratura dispone lo “spegnimento di AFO 2”, con motivazioni connesse a valutazioni del solo impianto accusatorio, basate su aspetti tecnici non ancora  accertati giuridicamente.

Secondo l’accusa ci sarebbe una (indeterminata) mancanza di condizioni di sicurezza dell’altoforno per i lavoratori; secondo la difesa ci sarebbe stata una causa del tutto “esterna al forno propriamente detto”, innescata da un “evento umano”. Trattasi chiaramente di una contrapposizione di non poco conto per le responsabilità giuridiche e soprattutto per l’individuazione delle conseguenti prescrizioni impiantistiche ed organizzative. “Ritengo – aggiunge l’ ing. De Marzo – doveroso manifestare, ancora una volta, il convincimento che la morte del povero Morricella è avvenuta non per un indeterminato malfunzionamento dell’impianto ma in conseguenza di unevento umano: per “sbloccare la colata di ghisa, il personale del campo di colata ha applicato maldestramente la procedura “confidenziale”, non ufficiale, popolarmente chiamata NAKADOME”.

Tale procedura, pur essendo praticata in vario modo in tutto il mondo, non è standardizzata, nè tantomeno scritta, ma è tramandata “alla voce” tra gli addetti. Negli anni ’70 altofornisti giapponesi “ammaestrarono” gli italsiderini tarantini sulla NAKADOME’, operazione assolutamente eccezionale, che verrebbe decisa da un responsabile di altoforno, nel caso in cui con la “macchina a forare” non si riuscisse in alcun modo a “pescare” la ghisa liquida nell’altoforno. Si adopererebbe, con tutte le cautele del caso, la “macchina a tappare” iniettando nel foro di colaggio pochi chilogrammi di “massa a tappare” impastata con catrame che, a contatto con l’altissima temperatura interna all’altoforno, provocherebbe un’esplosione cui seguirebbe il deflusso regolare della ghisa liquida.

Il tutto avverrebbe in pochissimi secondi senza nessun infortunio per il personale.Siamo convinti – scrive l’ ing. De Marzoche quella sera su AFO 2 fu eseguita maldestramente una NAKADOME’. I lavoratori presenti sul campo di colata al momento dell’incidente dovrebbero testimoniare in tal senso. Conseguentemente la magistratura potrebbe rinviare al primo rifacimento dell’altoforno le prescrizioni ritenute tecnicamente non eseguibili attualmente. Ove mai non si riuscisse ad acquisire le suddette certezze testimoniali, si potrebbe effettuare, con tutte le precauzioni necessarie, la prova di una NAKADOME’ dimostrativa che riprodurrà, in qualche modo, quanto Lenzi ed io riteniamo che sia accaduto quella disgraziata notte su AFO 2: noi siamo a totale disposizione dell’Autorità Giudiziaria. La suindicata prova concreta favorirebbe l’emergere della verità fattuale, senza dover aspettare i tempi indeterminati dell’ipotizzato “approfondimento processuale”, e consentirebbe di riqualificare subito le prescrizioni per il riavvio dell’altoforno 2 ferme restando le rispettive responsabilità giudiziarie”.

“In conclusione, è auspicabile il ripensamento sia del personale del campo di colata, sia dei periti/consulenti e dei magistrati che dovrebbero modificare l’accusa per gli indagati e conseguentemente le prescrizioni tecniche per l’altoforno. Stabilire subito cosa è successo veramente su AFO 2, aiuterebbe ad assodare se il Siderurgico di Taranto debba essere chiuso nel dubbio di malfunzionamento di tutto quanto avviene lì dentro oppure se possa continuare a funzionare, ovviamente operando correttamente e realizzando i necessari lavori di sicurezza e antinquinamento, attesi i risultati e relativi provvedimenti del riesame dell’AIA e dell’effettuazione della VIIAS, anche preventiva, con il concorso “agevolato” di Arcelor Mittal, non contro Arcelor Mittal, sempre che “resti a Taranto”.

il governatore pugliese Emiliano, e la sua dirigente regionale Barbara Valenzano

Alla fine della lettera aperta che nessun giornale locale o nazionale ha voluto pubblicare, l’ing. De Marzo coglie infine, l’occasione per porre una domanda: “solo a me viene il dubbio di un conflitto di interesse dell’attuale custode giudiziario dell’ex Ilva e consulente tecnico della magistratura di Taranto ( cioè l’ing. Barbara Valenzano – n.d.a.) nel frattempo divenuto dirigente della Regione Puglia al massimo livello, in presa diretta con il presidente Emiliano notoriamente e fortemente critico nei confronti dell’ex Ilva e di Arcelor Mittal ?




Ilva:Acciaitalia rilancia offerta totale

ROMA – Dopo il “no” dell’Avvocatura di Stato ad un rilancio solo sul prezzo per l’acquisizione del gruppo ILVA, la cordata Acciaitalia (Jindal, Cdp, Del Vecchio, Arvedi) rilancia con una nuova offerta su tutti e tre i capitoli previsti dal bando ovvero: piano industriale, piano ambientale e prezzo. Lo ha reso noto Acciaitalia in una nota con la quale si precisa che il prezzo offerto è di 1,850 miliardi. Da subito saranno assunti 9.800 dipendenti e la validità dell’offerta è al 30 settembre.

 Jsw (Jindal South West) e Del Vecchio (Delfin) hanno preso autonomamente gli impegni legati al rilancio dell’offerta su Ilva. Lo si sottolinea nella nota in cui si precisa che “Cdp e Arvedi non aderiscono” al rilancio, mentre Jsw e la finanziaria di Leonardo Del Vecchio si impegnano a rilevare “pariteticamente le quote detenute in Acciaitalia” da Cdp ed Arvedi. La nuova offerta, che non è un rilancio parziale, prevede quindi un impegno economico di 4,95 miliardi di euro. L’offerta irrevocabile è stata inviata al ministro Carlo Calenda e notifcata ai commissari straordinari dell’Ilva, Carruba, Laghi e Gnudi.

Il piano industriale di Acciaitalia, si legge nella nota diffusa dalla nuova cordata, è un piano di sviluppo delle acciaierie Ilva “con il fermo e impegnativo obiettivo di riportare al più presto la produzione dell’area a caldo ai suoi valori storici di circa 10 milioni di tonnellate, con l’impiego di tecnologie innovative, non ancora attuate in Europa, atte a determinare una sensibile riduzione degli impatti ambientali”. Verrà in particolare data rilevanza, prosegue la nota, agli investimenti innovativi e non ancora presenti in Europa in tecnologie a gas e elettriche che riducono l’uso del carbone, le relative emissioni e sono rispettose dell’ambiente.

Leonardo Del Vecchio

Per la realizzazione del piano sono stati preventivati circa 3,1 miliardi di euro di investimenti, di cui: circa 1 miliardo a favore dell’ambiente da concludersi entro il 2021, in anticipo di due anni sulla prescrizione del ministero; 1,1 miliardi per il rifacimento degli impianti attuali inclusa la riattivazione dell’Altoforno 5; 1 miliardo per la realizzazione di impianti di de-carbonizzazione volti all’espansione della capacità produttiva di ulteriori circa 5 milioni di tonnellate di colato mediante l’impiego di tecnologie innovative, quali l’utilizzo del forno elettrico alimentato a pre-ridotto, non ancora presente in Europa e a minore impatto ambientale.

La decisione di rilanciare, presa “nell’interesse di Ilva, aderisce anche “all’invito scritto dell’Unione Europea che indica come molto critica l’assegnazione degli impianti Ilva alla cordata concorrente la quale, anche se ha rinunciato ai ridimensionamenti che sarebbero eventualmente richiesti dalla UE, sarà costretta a implementarli altrove in Europa. Per Ilva non sarebbero quindi ipotizzabili ulteriori sviluppi futuri. L’acquisizione di Ilva da parte di Acciaitalia non presenterebbe invece alcun problema di concentrazione in Europa, – sottolinea Acciaitaliasenza quindi la necessità di imposizione di misure di contenimento né in Italia né in altri stabilimenti siderurgici europei. I tempi della relativa autorizzazione da parte dell’Unione Europea sarebbero presumibilmente di poche settimane, consentendo un immediato ingresso nell’operatività“.




ILVA: Corte Jersey sblocca fondi Riva, verso rientro in Italia 1,3mld

ROMA  – La vicenda sul sequestro dei fondi ai fratelli Emilio (deceduto nel 2014) e Adriano Riva risale al 2013. Nell’ambito delle indagini condotte dalla Guardia di Finanza e dalla Procura di Milano su alcuni trasferimenti all’estero di fondi che per gli inquirenti erano frutto di operazioni “fiscali” fatte ai danni di societa’ del gruppo Riva, al fine di evadere delle tasse da pagare in Italia, furono rintracciati sequestrati  depositi per 1,173 miliardi di euro riconducibili ai due fratelli.

I fondi depositati in Svizzera risultarono controllati da alcuni trustee domiciliati nell’isola di Jersey. La giustizia italiana con il sequestro puntava al rientro in Italia di quei soldi con il deposito presso il Fondo unico della giustizia. Il passaggio autorizzato dalla Procura svizzera, venne bloccato dal Tribunale di Bellinzona (Svizzera) che accolse l’opposizione delle figlie di  Emilio Riva, nel frattempo deceduto. Da quel momento  iniziarono delle trattative per il ritorno definitivo dei capitali in Italia, sfociate poi nell’accordo annunciato nei mesi scorsi dai commissari dell’ILVA di Taranto.

La disponibilita’ manifestata dalla famiglia Riva a far rientrare in Italia e a destinare all’Ilva 1,3 miliardi di euro rientra anche nella strategia processuale adottata da alcuni membri della stessa famiglia, indagati dalla procura di Milano. In particolare, Adriano Riva, indagato per bancarotta, truffa ai danni dello Stato e trasferimento fittizio di valori, e i nipoti Fabio e Nicola (figli dello scomparso Emilio Riva, fratello di Adriano), indagati per bancarotta nell’ambito dell’inchiesta sul dissesto finanziario dell’ ILVA  di Taranto, che avevano gia’  tentato una volta la strada del patteggiamento sulla base di un accordo raggiunto con la Procura di Milano, che venne però respinto il 14 febbraio scorso dal Gip di Milano Maria Vicidomini,  secondo il quale’ le pene proposte sono state considerate “incongrue”. Ma adesso a seguito dell’intervenuta chiusura delle indagini disposta dai pm Stefano Civardi e Mauro Clerici della Procura milanese, i legali dei Riva  ci riproveranno il 17 maggio prossimo riformulando una nuova proposta di patteggiamento che sarà sicuramente superiore, e questa volta  troveranno un altro gup, la dr.ssa Chiara Valori chiamata a decidere.

nella foto il Tribunale di Milano

Una volta rientrati i capitali in Italia, i tre commissari dell’ ILVA potranno dare il via al la realizzazione dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) nello stabilimento siderurgico di Taranto, mediante l’emissione e collocamento di obbligazioni di pari importo.

Alla luce dalla circostanza che i fondi formalmente risultano nella disponibilita’ di Ubs Trustee a Saint Helier, capitale dell’isola di Jersey, che amministra i quattro trust proprietari dei beni, per il via libera definitivo al rientro serviva la pronuncia della Royal Court del Jersey , decisione più volte rinviata e che è finalmente  arrivata oggi. A questo punto il Tribunale di Losanna (Svizzera), che si riunira’ il 31 maggio prossimo per discutere della vicenda, non dovrebbe fare altro che prendere atto dell’esito in favore dello sblocco dei soldi da parte della Corte dell’isola del Canale ed a seguito dell’ accordo raggiunto fra i Riva e lo Stato italiano, autorizzare quindi il definitivo passaggio all’ ILVA in amministrazione straordinaria dei soldi detenuti in Svizzera, sia quelli messi sotto sequestro nel 2013,  che della somma aggiuntiva di oltre 200 milioni messa a disposizione da Adriano Riva.

A questo punto, come ha chiarito un comunicato stampa ufficiale emesso nel pomeriggio di oggi dei commissari dell’ ILVA,   “In relazione alle infondate notizie diffuse oggi da alcuni organi di informazione i Commissari Straordinari della procedura di amministrazione straordinaria di Ilva S.p.A. confermano che i tempi e le modalità attualmente fissati per l’espletamento della procedura per il trasferimento dei complessi aziendali non sono stati modificati”  e quindi resta la validità delle offerte presentate, in scadenza il 30 giugno 2017, questa  che consente il processo di decisione tra le due proposte in campo – cioè quelle di Am Investco Italy (Arcelor Mittal, gruppo Marcegaglia ed in caso di vittoria, Banco Intesa Spa) e quella di AcciaItalia (Jindal, Cassa Depositi e Prestiti, Arvedi e Delfin) . In sostanza, non vi è alcun problema ostativo o rinvio che possa incidere sulla decisione finale ormai attesa fra qualche settimana.

Secondo quanto  finora emerso, l’offerta più alta in termini economici sarebbe quella di  Am Investco Italy, ma quella di  AcciaItalia prevederebbe un investimento successivo maggiore. Mittal deve rispondere ai rilievi dell’Antitrust europea conseguente alla presunta posizione dominante nel mercato dell’acciaio e quindi un eventuale slittamento della decisione finale potrebbe favorire la cordata guidata dal magnate indiano, che avrebbe più tempo per regolarizzare la sua posizione.

Arcelor Mittal non si dice preoccupata.Come più volte ribadito nel passato, siamo convinti che non vi sarà alcuna problematica relativa all’Antitrust Europeo qualora dovessimo acquistare il controllo di Ilva“, ha spiegato. “Come da dati Eurofer, la quota di mercato di ArcelorMittal nei laminati a caldo è del 25% e di Ilva del 3%. Mentre quella relativa ai laminati a freddo è per ArcelorMittal del 25% e per Ilva del 6%. Come è evidente ambedue le quote sono ben lontane dal 40%“.




ILVA. E’ ufficiale: raggiunto l’accordo con la famiglia Riva

CdG-commissari-ILVA

di Antonello de Gennaro

Corrado Carrubba, Piero Gnudi, Enrico Laghi , commissari straordinari di ILVA in Amministrazione Straordinaria, attraverso un comunicato stampa ufficiale hanno reso noto questa sera che  ” in data odierna sono stati individuati i termini e le condizioni di un accordo tra il Gruppo ILVA, gli esponenti della famiglia Riva e le società ad essi riconducibili. L’accordo potrà essere stipulato entro il prossimo mese di febbraio, previo ottenimento di tutte le prescritte autorizzazioni da parte degli organi competenti, che verranno richieste nei tempi tecnici necessari“.

Contestualmente alla stipulazione dell’accordo, saranno tra l’altro rese disponibili ad ILVA, con il consenso degli esponenti della famiglia Riva, e nelle forme e modalità stabilite dalla legislazione speciale in vigore, somme e titoli, per un controvalore di circa Euro 1,1 miliardi, attualmente oggetto di sequestro penale, affinché gli stessi siano destinati all’attuazione del Piano Ambientale, alla realizzazione di interventi di bonifica e alle altre finalità previste dalla legge. E’ previsto inoltre che gli esponenti della famiglia Riva mettano a disposizione un ulteriore importo, per l’ammontare complessivo di Euro 230 milioni, prevalentemente destinato a supportare la gestione corrente di ILVA e le iniziative assunte ai fini della prosecuzione dell’attività d’impresa.

CdG-famiglia-RIVAA fronte degli impegni sopra riferiti,  continua il comunicato “si prevede che il Gruppo ILVA rinunci a qualunque pretesa nei confronti degli esponenti della famiglia Riva e delle società loro riconducibili, ponendo fine al vasto contenzioso in essere nell’ambito di una transazione di carattere generale che comprende reciproche rinunce. L’esecuzione dell’accordo consentirà di completare il processo di ambientalizzazione dell’ILVA. Alla definizione si è pervenuti attraverso gli sforzi fino ad oggi profusi dal Governo, dalle Procure di Milano e di Taranto, dagli Enti territoriali e dai Commissari Straordinari e dai Signori Riva“.

L’accordo è stato definito con l’assistenza degli studi legali  Lombardi Molinari Segni e Severino Penalisti Associati che hanno assistito il Gruppo ILVA, mentre gli esponenti della famiglia Riva si sono affidati allo Studio Roppo Canepa, lo Studio del prof. Guido Rossi, lo Studio Dominioni Gobbi, il prof. avv. Carlo Enrico Paliero, l’avv. Elio Brunetti e l’avv. Pietro Longhini.

CdG com stampa ilva

I Commissari Straordinari di ILVA in Amministrazione Straordinaria, Corrado Carrubba , Enrico Laghi e Piero Gnudi, con una nota ufficiale “esprimono grande soddisfazione per l’accordo raggiunto oggi con la famiglia Riva. L’accordo delinea in maniera definitiva il contesto nel quale ci si avvia alla vendita della Società e garantisce risorse certe per il risanamento ambientale di ILVA”.

L’accordo era stato annunciato nei giorni scorsi dal presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Per l’acquisto dell’azienda, che dovrebbe essere venduta nei primi mesi del 2017, sono in corsa due cordate: una composta da JSW Steel, Cdp, Delfin ed Arvedi; l’altra da ArcelorMittal e Marcegaglia.

E con questo accordo cala il sipario su una vicenda tormentata, che ha consentito a tanti politicanti, pennivendoli e cassandre varie di poter mettere voce su questa vicenda che era molto al di sopra delle proprie competenze professionali. Ora può finalmente completarsi il risanamento ambientale dello stabilimento ILVA di Taranto. La città di Taranto può continuare ad avere in funzione il più grosso stabilimento siderurgico d’Europa, su cui questa città vive da oltre mezzo secolo, con le migliori prospettive immaginabili e possibili per il proprio futuro.

E bisogna dire “grazie” onestamente anche al Governo Renzi che in questi anni hanno garantito occupazione e lavoro a circa 18mila famiglie, contro le varie pseudo associazioni ambientaliste (interessate solo a prendere qualche soldino..) e chi, compresa una buona parte dell’informazione locale “deviata” ha remato negli ultimi anni contro l’ ILVA ed il posto di lavoro dei suoi dipendenti, dopo essere stata a lungo “foraggiata” e mantenuta da Girolamo Archinà con i soldi di Emilio Riva. Il ministro dell’ambiente Gianluca Galletti con una dichiarazione manifesta la sua soddisfazione per l’accordo che “crea condizioni migliori per il perseguimento degli obiettivi ambientali, prioritari nell’ambito della procedura di cessione”, nonostante il solito “guastatore” Michele Emiliano che cercando visibilità e protagonismo ha anticipato oggi in un’intervista all’ Huffington Post che la Regione Puglia si opporrà a questo accordo in Tribunale a Taranto e di aver scritto alle Procure di Milano e Taranto.  C’è da augurarsi che abbia il coraggio e la faccia di essere presente in aula a Taranto il 6 dicembre. Noi conosciamo già l’esito delle sue “letterine”….finiranno nel cestino tritacarte riservato alle lettere inutili.

P.S. chissà come mai questa volta alcuni giornali come La Repubblica , il Corriere della Sera, il Sole24 Ore, l’Agenzia ANSA, la notizia la danno da Milano e da Roma …? Capirlo non è difficile. basta essere del mestiere. Quello vero ed indipendente !

 

 

E scusateci… se i robot di Google registrano e tracciano  immediatamente le nostre notizie mettendole in testa alle ricerche !

 

CdG google ilva




Arvedi: come risano e rilancio l’ILVA di Taranto

CdG mucchetti_arvediLo scorso weekend si è svolto a Cremona, un convegno indetto dal Pd locale, sul tema  “Industria, Ambiente, Globalizzazione: quali lezioni per la politica” a cui hanno partecipato il Cav. Giovanni Arvedi, presidente del Gruppo Arvedi, e del sen. Massimo Mucchetti  presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato, moderato dal collega Vittoriano Zanolli direttore del quotidiano La Provincia . Il Cav. Giovanni Arvedi titolare dell’omonimo gruppo ha spiegato ed evidenziato in maniera molto chiara come secondo lui si può risolvere il problema ambientale e rilanciare l’ILVA di Taranto.

Arvedi in sintesi la delineato le tre scelte da compiere: i parchi luoghi di stoccaggio del carbone vanno coperti, la diossina prodotta dalla combustione  va eliminata ed i fumi residui della combustione vanno aspirati sottolineando altresì che la produzione di acciaio con il carbone è il mezzo più economico , ma per l’ILVA si potrebbe pensare ad una ristrutturazione che preveda un impianto ‘ibrido’, ovvero introdurre il gas come combustibile al posto del carbone, non su tutti gli altoforni ma su alcuni di essi.

 

 

Parlando di Taranto. Arvedi ha fatto una premessa importante. “Per affrontare il tema Ilva, bisogna prima affrontare il tema ambientale, che va portato davanti a tutto. Qual è il processo più conveniente per produrre acciaio? Quello a ciclo integrale. Ma c’è un nuovo processo in cui si usa il gas al posto del carbone. Un processo ibrido che può risolvere i problemi di carattere ambientale a Taranto”. Secondo Mucchetti l’alternativa è “un impianto che tratta il minerale di ferro con il gas e non con il carbone. Questa soluzione permette di risolvere il problema ambientale. Lo stesso Arvedi prevede l’uso di questa tecnologia di preriduzione. La sfida che mi piacerebbe è che l’Italia si collocasse su nuove frontiere, sarei contento se guardasse avanti”.  Arvedi ha risposto che “Si può fare questo discorso se l’Italia ha la forza di farlo. L’Italia non sta facendo una politica industriale. Se l’Italia reagisce e dice ‘questa infrastruttura (l’Ilva, ndr) è strategica, la cosa si può fare. Se arriva un partner internazionale, fa il suo interesse, fa i suoi affari. L’abbiamo visto a Terni con la Thyssen. Cremona, noi, oggi, da soli non abbiamo la forza di andare finanziariamente a Taranto. Cremona ha la forza tecnica? Sì. Ha quella culturale? Sì. C’è bisogno di un intervento internazionale”.

CdG massimo mucchetti

L’ Europa secondo Massimo Mucchetti. “Mi accontenterei che l’Europa non si mettesse di mezzo arrendendosi alle pressioni dei concorrenti della siderurgia italiana – ha detto il  presidente della Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato  ( sopra nella foto) – Potremmo proporre innovazioni tecnologiche tali per cui da una difficoltà si genera un’opportunità. L’impatto ambientale, per quanto possa essere ridotto e anche di molto, è tuttavia un impatto. Una parte del profilo tradizionale della produzione di Taranto può essere rivisitata. L’ibrido carbone-gas può avere un impatto ambientale assai più contenuto. E’ ciò che potremmo proporre in Europa, diventando un punto di riferimento. Certe innovazioni incontrano le resistenze di chi produce in modo tradizionale. Non ci sono i buoni e i cattivi, ma interessi corposi». Arvedi gli ha risposto che. “L’Europa è in difficoltà perché ha a che fare con due colossi: Cina e Usa. Non c’è un’unione economica perché non c’è un’unione politica e non c’è un’unione politica perché non c’è un’unione culturale”.

 

 

Aiuti di Stato. Mucchetti si è chiesto se  ci sono diversi pesi e diverse misure.  “Sicuramente sì. La Francia ha dato un contributo ma non a fondo perduto alla Peugeot, che si è risollevata. Il governo Usa ha sostenuto con 80 miliardi di dollari l’industria dell’auto, che è rifiorita. In Europa si fatica a fare queste cose che per me, in certi momenti, sono iniziative che vanno prese». Arvedi gli ha risposto che “sono 50 anni che mi occupo di siderurgia e non ho mai avuto aiuti di Stato. La siderurgia pubblica li ha avuti, quella privata no” e  Mucchetti ha replicato “Aiuti alla siderurgia? Ce ne sono stati, di enormi: Dalmine, Falck, Lucchini. E’ giusto che nel salvataggio dell’Ilva possano essere utilizzate risorse pubbliche e private in modo tale da raggiungere un risultato positivo per il Paese. Penso anche agli sconti che ci sono sull’energia” .

Concorrenza. Per  Arvedi. “L’Italia, l’anno scorso, ha importato due volte la produzione dell’Ilva. Si rischia che la siderurgia pubblica vada a rotoli perché c’è un’invasione di prodotti a prezzi sottocosto. Siamo in un mercato libero, ma questo non vuol dire che dobbiamo essere penetrati dai produttori sostenuti dai loro governi. E, difatti, si stanno alzando barriere contro le importazioni” .

Parlando delle due cordate il Sen.  Mucchetti ha ricordato che c’è l’offerta ArcelorMittal, con il gruppo Marcegaglia.  “Vuole ridurre la produzione di Taranto, che significa 5mila persone a casa, ed esclude radicalmente la possibilità di una nuova tecnologia. E c’è la cordata Cassa depositi e prestiti-Del Vecchio-Arvedi. Nel tempo, si era anche parlato di un socio estero. Adesso siamo in una fase negoziale, il tema è la governance di quella che dovrebbe essere una cordata italo-straniera, un tema – quello di chi comanda – assolutamente dirimente. Registro la posizione del gruppo Arvedi. Una posizione che, quando prendesse piede, porta al fatto che, sostanzialmente, l’Ilva per un periodo dovrebbe essere semi-nazionalizzata, in mani pubbliche e private. A quel punto torna d’attualità il tema degli aiuti di Stato. I commissari hanno un dovere: vendere. Se il ‘bambino ’ ci mette 3 mesi a nascere, per l’Italia sarebbe un’ottima cosa”.

Mucchetti ha rivolto un invito alla prudenza . “Per  la  Cassa depositi e prestiti  la stagione delle vacche grasse  è finita e, quindi, è abbastanza comprensibile che vogliano limitare i rischi. La Cassa può far parte di questa cordata ma, dice: ‘Mi dovete garantire che l’operazione si fa nei termini per cui quei denari tornano indietro ’” proponendo una terza soluzione “La terza via dev’essere difesa dal Governo con tutto il peso che può avere in Europa. Ma per farlo ci vuole la reputazione. Perché i tedeschi ci riescono? Perché hanno una reputazione statuale che si sono costruiti nel tempo. O l’Italia trova il modo di sostenere la terza via o i giochi si fanno con quello che c’è sul tavolo. Bisogna difendere l’occupazione




Ilva: Cassa Depositi e Prestiti al lavoro sui progetti e le proposte di due cordate

ROMA – I vertici della Cassa Depositi Prestiti con in testa il presidente Claudio Costamagna e all’amministratore delegato Fabio Gallia hanno incontrato e stanno incontrando in questi giorni “diversi attori industriali interessati al salvataggio dell’Ilva“. L’obiettivo è di “valutare l’interesse manifestato dai possibili futuri soci, il loro progetto di turnaround e sviluppo dell’azienda” in vista di una cordata che avrebbe la Cdp come “socio finanziario con una partecipazione di minoranza“. Lo ha dichiarato all’ANSA una fonte vicina all’operazione. “Conditio sine qua dell’ingresso di Cdp è la presenza di almeno un socio industriale” ha aggiunto la fonte.

CdG panoramica ILVASecondo le recenti indiscrezioni delle ultime settimane si assisterà probabilmente ad una sorta di “challenge” finale fra i  due dei principali gruppi italiani dell’acciaio che si sfideranno facendo parte di rispettive “cordate” con due multinazionali internazionali del settore. Da una parte ci sarà, il gruppo mantovano Marcegaglia che da tempo è l’alleato italiano alleato dei franco-indiani di Arcelor Mittal; l’imprenditore cremonese Arvedi si contrappone grazie ad un accordo in via di definizione con il gruppo turco Erdemir. Nella partita sarà un ruolo importante lo avrà la Cassa Depositi Prestiti: sia come garanzia politica, sia come investitore finanziario. E, a sorpresa, nonostante delle smentite “strategiche” sarebbe della partita anche Leonardo Del Vecchio, il fondatore del gruppo Luxottica nonché uno degli uomini più “liquidi” d’Italia, che è di origini pugliesi, con un patrimonio che la rivista d0’affari americana  Fortune ha classificato in quasi 22 miliardi di euro.  Il padre di Del Vecchio era originario di Barletta, da dove è emigrato alla volta di Milano negli anni Venti. Inoltre, Luigi Francavilla il suo storico braccio destro,  entrato in Luxottica nel 1968 fino a diventarne direttore generale, è nato in un comune in provincia di Taranto.

La presenza di due cordate manifestamente interessate pronte a battersi per rilevare lo stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto è sicuramente un buon segnale per l’acciaieria italiana. I punti ancora da chiarire non mancano, così come sono ancora aperte alcune incertezze legate alle cause legali precedenti e ai ricorsi intentati nei confronti del commissariamento dell’ ILVA, come per esempio, è importante da capire come finirà l’iniziativa della Ue attivatasi dopo gli esposti dei “competitors” stranieri sui possibili aiuti di Stato nei confronti dell’ILVA, oltre ai puntuali ricorsi della famiglia Riva (ex proprietaria dell’ILVA) nei confronti del commissariamento, pur avendo la famiglia rinunciato all’eredità dopo la scomparsa del patron Emilio Riva




ILVA. Del Vecchio “Io avrei partecipato a una cordata, ma condotta da una grande azienda che ha esperienza”

 

CdG ilva_ingressoL’agenzia di stampa internazionale Reuters ha rivelato nei giorni scorsi che al momento sono due le possibili alleanze per l’acquisizione di ILVA: una che fa riferimento all’italiana Arvedi, dell’omonima famiglia, l’altra ai turchi di Erdemir. Una fonte citata dall’agenzia ha detto che Arvedi “è affiancata da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, a cui fa capo Luxottica“. Ma Leonardo Del Vecchio, azionista di riferimento di Luxottica rispondendo a proposito delle indiscrezioni sulla sua possibile partecipazione a una cordata con Arvedi per il salvataggio dell’ILVA. ha spiegato che “Io avrei partecipato a una cordata, ha spiegato, facendo anche riferimento alle origini pugliesi della sua famiglia, ma deve essere condotta da una grande azienda che ha esperienza“.

 Del Vecchio Luxottica

nella foto, Del Vecchio proprietario di Luxottica

C’è bisogno di un grande gruppo internazionale del settore come capofila“, ha sottolineato l’imprenditore a margine dell’assemblea di Luxottica, e Arvedi non basta perchè l’ ILVA “era un’azienda che viveva quando faceva 9 milioni di tonnellate, ora ne fa la metà non sarà facile riportarla a 9 milioni. La può prendere solamente una grande azienda che fa quel tipo di lavoro, ha ribadito, sempre che riesca a gestirla, perchè l’Italia è diversa dalla Germania. In Italia purtroppo comandano i politici ed è difficile per un investitore“.

Del Vecchio ha quindi ricordato che “lo Stato non può nazionalizzarla perchè l’Europa non glielo permetterebbe: le persone che dovrebbero essere interessate a salvare questa azienda sono i politici, ma gli stessi amministratori, ha concluso, sono i primi che sarebbero contro se dovesse arrivare una grande azienda“.

Fabio Riva e Alberti a processo per frode fiscale

Fabio Riva, ex vicepresidente dell’ILVA spa , attualmente agli arresti domiciliari per problemi di salute dopo la detenzione nel carcere di Taranto, è stato mandato a processo davanti alla prima sezione del Tribunale di Milano per un presunto omesso versamento delle imposte sui redditi 2007-2012 in relazione alla “ILVA sa”, una società svizzera partecipata dal gruppo siderurgico proprietario dell’altoforno di Taranto. Con lui è stato rinviato a giudizio, per citazione diretta, anche Agostino Alberti, l’ex consigliere delegato di ILVA spa fino al 2012 e amministratore di fatto della società svizzera, di cui sarebbe stato l’ideatore.

La scorsa settimana  ha preso il via il dibattimento a carico dei due dinnanzi al Tribunale di Milano. Dibattimento che è subito stato rinviato al prossimo 14 settembre per un difetto di notifica. Secondo il capo d’imputazione, ILVA spa commercializzava i tubi metallici attraverso “ILVA sa”, una società in realtà solo “fittizia”, che si interponeva tra l’azienda italiana e i clienti finali e che tratteneva quindi i redditi prodotti dall’attività commerciale in Svizzera. In altri termini “ILVA sa” sarebbe una società “esterovestita” e per questo motivo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia.

ILVA sa” avrebbe prodotto utili pari a circa 39 milioni di euro negli anni oggetto dell’indagine, su cui ha pagato tasse in Svizzera per l’equivalente di 9,3 milioni di euro circa. Soldi che sarebbero spettati, secondo la procura di Milano, all’ Erario italiano. “ILVA sa” era entrata anche in un altro processo, sempre davanti al Tribunale di Milano, a carico di Fabio Riva ed Agostino Alberti. I manager erano accusati, in quel caso, di associazione per delinquere finalizzata truffa ai danni dello Stato per i finanziamenti ex legge Ossola della società pubblica Simest . Riva era stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere in primo grado, con la pena confermata anche in Corte d’Appello. Ad Alberti furono inflitti 3 anni di reclusione, confermati anche in secondo grado. Era stata disposta anche la confisca di 91 milioni di euro e la provvisionale da 15 milioni di euro a favore del Ministero dello Sviluppo economico




Il ministro Guidi firma il bando: ora l’Ilva è ufficialmente in vendita

CdG Federica Guidi

nella foto il Ministro Federica Guidi

Come  anticipato l’ ILVA dovrà essere messa in vendita entro il prossimo giugno.  Il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, ha firmato questa sera il decreto che autorizza la cessione del complesso siderurgico di Taranto  e l’avvio delle procedure per il trasferimento delle aziende che fanno capo alle società del gruppo attualmente in amministrazione straordinaria. Con il semaforo verde da parte del Mise, si avvia l’esecuzione del programma di cessione dei complessi aziendali dell’ ILVA predisposto dai tre commissari Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, che avrà una durata fino a 4 anni.  Entro il 30 giugno 2016, quindi, ci sarà l’aggiudicatario del bando; mentre  la cessione degli asset sarà completata entro i 4 anni .

Prende quindi di fatto piede il programma che era stato annunciato dal ministro Guidi in un’intervista a Repubblica, solo pochi giorni fa,  dopo mesi di percorsi confusi e contraddittori, durante i quali prima si era ipotizzata l’idea del “privato”, poi quella della “nazionalizzazione”, per poi decidere di tornare sul mercato. Si è quindi escluso il cosiddetto “spezzatino” dell’acciaieria e non si è escluso l’intervento in cordata di gruppi italiani, mentre quasi certamente nascerà una “newco” con la possibile partecipazione in minoranza della Cassa depositi prestiti, controllata dal Ministero dell’Economia.
CdG sede ilva

Domani mattina verrà pubblicato – sulla stampa nazionale e internazionale – il bando per le manifestazioni di interesse “al fine di consentire – riporta una nota del ministero – l’espletamento delle relative procedure entro il termine del 30 giugno 2016”, come previsto dal decreto-legge approvato dal Consiglio dei ministri il 4 dicembre e che da giovedì passerà al vaglio delle commissioni Ambiente e Attività produttive della Camera per la conversione in legge. Il programma di cessione, predisposto dai commissari Ilva, Piero Gnudi, corrado Carruba ed Enrico Laghi, avrà una durata di quattro anni”

Gli acquirenti dell’ ILVA dovranno quindi farsi avanti entro i  prossimi trenta giorni, secondo quanto previsto dal decreto . Successivamente partirà la procedura di approfondimento delle proposte presentate che scadrà il 30 giugno. Tra i nomi è tornato in auge negli ultimi giorni quello della multinazionale dell’acciaio Arcelor-Mittal, che già un anno fa avevano manifestato  interesse a rilevare lo stabilimento siderurgico di Taranto, a condizione che venissero esentati da qualsiasi coinvolgimento nei noti problemi giudiziari e ambientali. Torna a circolare anche questa volta il nome della Arcelor-Mittal fra i pretendenti che dovrebbe farsi avanti insieme a una cordata con la Cassa depositi e prestiti e altri nomi di imprenditori italiani: Arvedi, Amenduni (già socio dei Riva, con cui era in contrasto anche legalmente), Marcegaglia. All’ eventuale acquisto dell’ILVA sarebbe interessato anche un gruppo svizzero.

CdG Renzi

nella foto, il premier Matteo Renzi

Resta accesa, però, la discussione sulla mossa del governo che ha letteralmente “spiazzato” Confindustria Taranto e diviso fra di loro i sindacati. Il premier Matteo Renzi alla vigilia della decisione del ministro Guidi, polemizzando con quel “partito anti-Ilva” che allinea nell’Unione europea e lanciando un vero e proprio altolà ai “maestrini” di Bruxelles,  in un’intervista ha commentato “che qualcuno amerebbe veder chiudere Taranto è cosa nota: ma non lo accetteremo” . Secondo Flavio Tosi il sindaco di Verona  “il decreto del Governo che punta a vendere l’ILVA di Taranto è una sorta di esproprio proletario di stampo sovietico. Quando il decreto arriverà a Montecitorio, faremo sentire la nostra voce. Siamo in totale disaccordo con l’intento del governo. Dopo sette salvataggi pasticciati dell’azienda, si è arrivati – ha aggiunto Tosia una soluzione, si fa per dire, che riporta il Paese alla non rimpianta Unione Sovietica, dove lo Stato spossessa il privato di una sua legittima proprietà . Proprio un bel biglietto da visita per chi dall’estero volesse investire sulla nostra siderurgia. Così si svenderà per pochi euro, se non anche gratis, alle solite cordate all’italiana, tipiche di certe pessime privatizzazioni, fenomeno tristemente noto nel Belpaese“.

Sul fronte sindacale continuano le divisioni sulla decisione del governo.

 In linea con Tosi   il segretario nazionale della Uilm Rocco Palombella: “Il processo di accelerazione di vendita o privatizzazione dello stabilimento creerà non poche difficoltà da un punto di vista degli assetti industriali. Si rischia di svenderla. Se non è in grado lo Stato stesso di farsi carico dell’azienda, come può farlo un privato? Un anno fa  i possibili acquirenti volevano garanzie  – dice Palombellae ad oggi la situazione non è cambiata, anzi è peggiorata: si è fermato l’altoforno numero 5 (il più grande, garantiva il 40 per cento della produzione), non ci sono stati i processi di ambientalizzazione necessari e ad aggravare tutto questo c’è stato anche il blocco degli 1.2 miliardi dei Riva che dovevano servire al risanamento. Ci auguriamo solo che non ci sia nè un ridimensionamento produttivo, nè una riduzione dei livelli occupazionali – ha concluso Palombella e soprattutto, l’ambientalizzazione dello stabilimento che è la parte più importante per poter dare una prospettiva allo stabilimento.”

Di parere contario e quindi a foavore della decisione del Governo Renzi,  la Fim Cisl che si è sempre dichiarata contraria a qualsiasi processo, vero o presunto, mascherato o no, di “nazionalizzazione”.  “Ci auguriamo  che ci sia capacità di selezione da parte del governo di soggetti con reali intenzioni di investimento e rilancio – dice il segretario generale nazionale Marco Bentivogli servono soggetti industriali che si occupino realmente del futuro di ILVA perchè la crisi dopo il sequestro è costata non solo dieci miliardi di euro, ma anche un’ambientalizzazione che si è fermata e la perdita di metà della capacità produttiva fissata dall’Aia, circa 4 mln di tonnellate“.

 




Mucchetti: “Siderurgia strategica. E il ruolo dello Stato è essenziale”

di Fabio Tamburini

Quali sono gli errori da evitare?

L’acciaio pubblico ha avuto le sue infinite tristezze, ma è stato l’architrave del boom degli anni 50 e 60. Se avessimo dato retta alla Falk e non a Oscar Sinigaglia non avremmo mai avuto gli altoforni che hanno alimentato l’industria meccanica nazionale. Le privatizzazioni dell’Iri-Finsider, invece, sono state un disastro. Purtroppo Falck e Agarini hanno rivenduto ben presto la Terni alla Thyssenkrupp, che l’ha splpata trasferendop in Germania la tecnologia del lamierino magnetico e ora la vuole ridurre ai minimi. Il gruppo Lucchini, che pure con il materiale ferroviario conferma la vocazione indsutriale, ha dovuto cedere le Acciaierie di Piombino ai russi di Severstal che le hanno portate al crac. I Riva hanno guadagnato molto con l’Ilva, ma con luci ed ombre.

Quali?

Hanno tagliato i rapporti tra l’Ilva e la criminalità organizzata pugliese. Grande merito. Ma non hanno rispettato i vincoli ambientali. Grande miopia, che consegna la fabbrica ad una magistratura, quella di Taranto, ispiarata anche da pregiudizi anti industriali. Le privatizzazioni e l’internazionalizzazione delle proprietà, cardini degli anni 90, si sono dimostrate poco efficaci. Almeno in siderurgia.

Come uscirne?

Il governo punta a sconti sulla bolletta elettrica per i siderurgici. Ok, ma se per ogni crisi d’imprese energivore batte questa strada e poi non realizza nemmeno la cartolarizzazione degli incentivi alle energie rinnovabili, come farà a tenere fede alla riduzione del 10% della bolletta per piccole e medie imprese, promessa nel decreto Competitività? Occorre maggiore capacità esecutiva. E a questo punto non si può escludere l’intervento dello Stato nel capitale a rischio. Certo, il Renzi tatcheriano che plaude a Sergio Marchionne dovrà mettersi d’accordo con il Renzi statalista nell’acciaio. Ma basterà un tweet.

Verrà coinvolta la Cassa depositi e prestiti?

Gorno Tempini ha ribadito in Senato che può intervenire solo in aziende sane. Dunque non nell ’Ilva o a Piombino, ma solo nel capitale di società interessate a rilanciare queste aziende. Va bene, ma per evitare che la prudenza scada a ipocrisia, lo Stato deve metterci la faccia. Per l’ Ilva si parla di Arvedi o Marcegaglia, gruppi fortemente indebitati. Se la Cdp li vuole ricapitalizzare è un conto e va seguito un certo percorso. Se invece lo vuole fare in funzione dell’Ilva occorre massima chiarezza sull’entità dell’investimento e sulla governance.

Condivide il progetto della cordata di imprenditori siderurgici organizzata per produrre a Piombino il cosiddetto preridotto, cioè semilavorati da utilizzare nell’alimentazione dell’acciaieria?

E come no? Servirebbe a Piombino, agli industriali bresciani e pure a Taranto. Ho chiamato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, a riferircene in Senato. Intanto noto come gli stessi imprenditori. soltanto pochi mesi fa, avevano bocciato un piano analogo dell’ex commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, ritenendolo antieconomico. Ma gli industriali possono essere anche capiti: hanno i loro tempi nel leggere le tendenze dei prezzi del gas e del minerale e i loro interessi specifici. Il problema è il governo, subalterno a industriali, banche, liquida Bondi e dà mandato per vendere l’Ilva, a un nuovo commissario, il peraltro ottimo Piero Gnudi, bruciandogli i vascelli alle spalle. Un errore drammatico. Ma con un pò di sale in zucca siamo ancora in tempo per recuperare.

* intervista tratta dal CorriereEconomia inserto economico del Corriere della Sera