Scandalo Datagate: la psicosi dei nomi falsi e delle foto di repertorio per difendersi dal “grande fratello”

Scandalo Datagate: la psicosi dei nomi falsi e delle foto di repertorio per difendersi dal “grande fratello”

di Paolo Campanelli

Il “Datagate”, come è stato soprannominato dalla stampa americana, ha scatenato reazioni in giro per il mondo, ma come spesso accade in questi casi, la maggior parte delle persone crede di sapere di che cosa si parli, mentre la realtà è nettamente differente. Il cuore del problema riguarda le scorse elezioni amministrative americane, nettamente differenti da quelle nostrane, e su come i politici si facessero pubblicità, e si può riassumere su come, utilizzando i dati raccolti dal gruppo di Cambridge Analytica, alcuni politici avrebbero avuto vantaggi scorretti su altri, in quanto potevano investire in campagna elettorale in aree specifiche anziché su tutto il territorio.

L’utente medio di Facebook però, è convinto che non usare il proprio nome, non indicare la propria età e negare l’amicizia a tutti quegli amici che potrebbero rivelare la sua identità sia una difesa impenetrabile, per difendersi dall’essere schedato in ogni momento, ogni luogo, ogni gabinetto. E questa si chiama “psicosi“, principalmente perché non sono quelle le informazioni che sono coinvolte: quelli che questi sistemi prendono in analisi, e che hanno portato a questa situazione sono i Metadati.

Un metadato (dal greco μετὰoltre, dopo” e dal latino datuminformazione“), letteralmente “(dato) oltre un (altro) dato“, è un’informazione che descrive un insieme di dati. I metadati rappresentano un metodo sistematico per la descrizione delle risorse informative e per migliorarne l’accesso e la gestione

I metadati nascono come strumento per semplificare il lavoro dei bibliotecari, si trattava infatti di schede ordinate per genere che riportavano le posizioni dei libri sugli scaffali, permettendo così di trovare in pochi minuti un libro nella orami così lontana era analogica. Con la nascita del digitale, il termine “Metadato” è andato a indicare tutta una serie d’informazioni normalmente non visibili, o comunque non immediatamente evidenti, che riguardano file e pagine web.

Con i metadati si può facilmente sapere se un’immagine è originale o rielaborata, quando un documento di testo è stato modificato l’ultima volta, quanto a lungo un utente è rimasto su di una pagina web, quanto spesso una pagina sia visitata, se si è arrivati ad un sito direttamente o tramite link da altri siti e molto altro.

I metadati sono estremamente utili per i gestori dei siti che offrono servizi, come Amazon o Youtube, per concentrarsi sul migliorare il servizio stesso, per i ricercatori e per chi fa informazione, per poter comprendere una determinata situazione on-line o per comprendere quali sono le notizie più di tendenza che il pubblico cerca e quelle che non interessano. Tuttavia, sfuggendo completamente alla psicosi, questi dati sono significativi solo quando sono in grande numero e indipendenti dall’utente effettivo. Non è importante chi ha letto una notizia, è importante quanti lo hanno fatto e quanto a lungo sono rimasti sulla pagina (paragonabile a “quanto della notizia hanno letto”)

Differente è l’uso “ad personam” dei metadati: questa specifica branca di metadati è quella che influisce, in maniera più o meno efficace, sulle funzioni dedicate direttamente all’utente specifico, ad esempio la lista di video consigliati su Youtube, influenzata da i video visti recentemente, o i banner pubblicitari su alcuni siti. Questi dati sono tutt’altro che precisi, continuando a offrire le stesse scelte per lungo tempo anche quando l’attenzione dell’utente si è spostata da tempo o paradossalmente, quando la ricerca originale si consuma nella stessa, ma i banner continuano a proporre per mesi e mesi gli stessi risultati . per esempio, essere costretti ad utilizzare il sito di un’agenzia funebre che usa queste pubblicità tende purtroppo a far vedere altre pubblicità di offerte su bare e loculi per lunghi periodi.

L’uso dei metadati è autorizzato da parte dell’utente come clausola di iscrizione nelle condizioni d’uso di ogni social network, che ogni utente deve accettare per potersi iscrivere, e in modo più limitato, da cookie utilizzati dalla stragrande maggioranza di siti per vari fini, che ora sono presentati agli utenti quando si connettono ad un sito per la prima volta.

La questione centrale di questo scandalo è centrata su come Facebook abbia ceduto determinati metadati, violando le sue stesse norme di Privacy, inconsapevolmente, almeno sulla carta; la paura è che altre organizzazioni abbiano avuto accesso a questi dati significativi, se non tramite Facebook, via altri social network come Instagram, Twitter o Tumblr (quest’ultimo a sua volta impegnato in una caccia alle streghe contro hacker russi al momento dello scandalo).

Cambridge Analytica ha raccolto dati specifici, relativi alle elezioni americane, e indiscrezioni non confermate affermano anche riguardo alla Brexit; vi sono congetture che alcuni partiti italiani abbiano avuto la possibilità di utilizzare simili mezzi, ma nessuna prova tangibile all’atto pratico, ne effettive azioni intraprese durante le ultime campagne elettorali che alzino sospetti al riguardo

In conclusione, a nessuno interessano i dati sul pensiero politico dell’italiano medio in rete, poichè come più volte abbiamo indicato noi del Corriere del Giorno, la propaganda politica all’italiana si basa su altro, ed è molto più pericoloso un hacker quasi improvvisato che utilizza comuni virus, che un Grande Fratello intenzionato a tenere d’occhio la nostra cultura

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