La Procura di Bari sequestra altri documenti alla BPB. La Consob sanziona l'istituto e la quotazione in Borsa diventa sempre più lontana...

La Procura di Bari sequestra altri documenti alla BPB. La Consob sanziona l'istituto e la quotazione in Borsa diventa sempre più lontana...

I documenti della banca sequestrati nell’ambito delle indagini in cui si vengono ipotizzati dai magistrati baresi i reati di truffa, falso in bilancio ed ostacolo alla vigilanza

BARI – L’inchiesta della Procura sulla Banca Popolare di Bari coordinata dal procuratore aggiunto Roberto Rossi si espande attraverso nuovi sequestri di documentazioni, a conferma che contrariamente a quanto sostenevano i vertici della Popolare di Bari, l’indagine giudiziaria non è assolutamente arrivata a conclusione e quindi difficilmente arriverà un’archiviazione. L’acquisizione dei nuovi documenti è stata disposta dalla Procura , che negli ultimi mesi ha approfondito i filoni investigativi relativi alle ipotesi di truffa, ostacolo alla vigilanza, falso in bilancio e maltrattamenti. Invece nel marzo scorso è stata definitivamente accantonata ed archiviata dallo stesso procuratore Rossi l’ipotesi investigativa di una regia comune che avrebbe organizzato le condotte illecite, richiesta condivisa dal gip Francesco Pellecchia che ha disposto l’archiviazione per quella ipotesi di reato e la restituzione degli atti al pm.

il procuratore aggiunto della Procura di Bari, Roberto Rossi

Nel fascicolo in questione risultano indagati dall’ agosto 2017 il presidente Marco Jacobini; i due figli di Jacobini, Gianluca e Luigi; l’ex direttore generale Vincenzo De Bustis ; il dirigente dell’area contabilità e bilancio della Popolare, Elia Circelli, ed Antonio Zullo a capo dell’ufficio Rischi . L’inchiesta venne avviata a seguito della denuncia di un ex funzionario, che segnalò ai vertici dell’istituto bancario barese delle irregolarità nell’acquisizione di Banca Tercas, e per questo motivo sarebbe stato successivamente “mobbizzato” e persino licenziato dai vertici della Banca Popolare di Bari.
Fu questa la molla che lo spinse a svelare agli inquirenti i segreti della più grande banca pugliese, che a sua volta lo contro-denunciò, ma nonostante lo squallido tentativo della BPB di difendersi denunciando il proprio dipendente licenziato, l’inchiesta  relativa fatti avvenuti tra il 2013 e il 2016 non si è fermata ed è andata avanti  arricchendosi di ulteriori informazioni grazie alle evidenze investigative della Guardia di Finanza e da alcune consulenze acquisite.
I punti su cui si è concentrata la massima attenzione dei magistrati inquirenti sono molto tecnici, ma anche collegati direttamente ai danni lamentati da migliaia di piccoli azionisti,  molti dei quali hanno depositato denunce, altri sono stati ascoltati come persone informate sui fatti. Per ora all’attenzione del procuratore Rossi c’è la relazione redatta dai consulenti e dai militari della guardia di finanza  insieme agli ultimi atti recentemente acquisiti. La decisione sul futuro della Popolare di Bari è racchiusa in queste carte.
I vertici della Banca Popolare di Bari  lo sanno molto bene, sopratutto  dopo che sono stati sanzionati dalla Consob a pagare 2,6 milioni di euro , una decisione “pesante” che può cambiare gli equilibri nel contenzioso in corso tra laPopolare e migliaia di azionisti che  hanno portato negli ultimi anni la banca in tribunale per ottenere la restituzione dei propri soldi investiti, ma di fatto “bruciati”  dall’acquisto di azioni della Banca rivelatesi di fatto invendibili. Il provvedimento della Consob è importante perché all’origine di quelle sanzioni ci sono motivazioni molto gravi.
Il collegio della Consob  ha stabilito infatti che i provvedimenti, notificati ad almeno una ventina di persone, debbano essere pubblicati sul Bollettino dell’Autorità. Le sanzioni comminate alla banca quale “responsabile in solido” ammontano a circa 1,8 milioni sui 2,6 complessivi. I fatti per i quali sono state accertate le violazioni (articoli 21 e 94 del Tuf) riguardano le modalità di determinazione del prezzo degli aumenti di capitale (per complessivo valore di 330 milioni) varati dalla banca nel 2014 e nel 2015 e le omissioni di informazioni in merito a queste modalità presenti nei prospetti informativi.
I passaggi più delicati, però chiamano in causa oltre a board, collegio sindacale, il presidente Marco Jacobini e i manager Luigi e Gianluca Jacobini, ma anche l’ex dg Vincenzo De Bustis riguardano la “profilatura” dei clienti, ai quali secondo l’Autorità sono stati venduti strumenti come titoli azionari, bond subordinati ma anche proposti finanziamenti baciati   cioè finalizzati, all’acquisto delle azioni della stessa banca), nonostante la loro propensione del rischio in base alle normative vigenti al periodo risultasse bassa (a fine 2016 il 36,5% dei clienti, 29 mila, “presentava un portafoglio inadeguato“).

Le contestazioni mosse dalla Consob hanno origine in buona parte  a seguito di una verifica ispettiva della Banca d’Italia, disposta nel 2016 anche per alcuni accertamenti condivisi con Consob. La vigilanza ha individuato almeno 10 finanziamenti baciati, che va chiarito non sono vietati, ma l’Autority contesta il fatto che i soggetti ai quali sono stati proposti non presentassero come scritto in precedenza un profilo di rischio adeguato. Il “punto centrale” dell’istruttoria si è soffermato  sulla gestione degli ordini di vendita dei titoli della Popolare di Bari, la cui compravendita sul mercato secondario avveniva fino alla metà del 2017 attraverso un sistema di negoziazione interno, su una piattaforma gestita dall’area finanza della stessa banca.

Oltre 200 esposti nel 2016 avevano segnalato  in particolare, un intervento tardivo della banca nell’inserire gli ordini di vendita delle azioni. Si evidenziano “errori operativi che hanno portato a non inserire ordini di vendita inviati per corrispondenza, posta elettronica o consegnati a mano», si legge. L’istruttoria rivela «carenze procedurali ed errori operativi” oltre alla “mancanza di presidi che assicurino la certezza della data di ricezione della disposizione di vendita” che con l’inserimento tardivo degli ordini ex post fatti dagli uffici, non hanno consentito di rispettare la priorità temporale con la quale invece erano pervenuti  gli ordini.

Tale circostanza assume un particolare rilievo per quegli ordini che hanno trovato esecuzione successivamente alla delibera assembleare del 24 aprile 2016, che ha ridotto il prezzo dell’azione da 9,53 a 7,5 euro” si legge nella decisione della Consob, che  spiega al riguardo che  la banca barese “ha riconosciuto a 5 clienti , per complessivi 41 mila euro, le perdite subite per la mancata esecuzione della vendita in aste antecedenti la diminuzione del prezzo azionario“. Viene citato il caso della società di costruzioni Debar (del costruttore barese Domenico De Bartolomeo presidente di Confindustria Bari) che è riuscita a ottenere l’inserimento ex post di un ordine del valore di 4,1 milioni: questo serviva a ridurre un finanziamento concessole dalla stessa Popolare di Bari per 5,15 milioni di euro.

La lentezza nell’esecuzione degli ordini si è manifestata quando migliaia di soci hanno cercato di liberarsi dei titoli. Il loro prezzo era stato determinato ed indicato dalla Popolare di Bari   nel 2014, a 9,53 euro (nell’aumento venne applicato uno sconto del 6%, attestandosi a 8,95 euro) senza informare gli investitori degli esiti della valutazione di Deloitte. La società di consulenza aveva usato tre metodologie per valutare la banca; quella sul confronto rispetto ai multipli impliciti di altri aumenti di capitale aveva mostrato come il range di valore si attestasse tra 7 e 8 euro. Ma, osserva la Consob, di tutto questo il consiglio di amministrazione della Banca non ha tenuto conto e peraltro nulla è stato indicato nei prospetti.

 

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