Arrestato Rocco Morabito boss della “ndrangheta” , si nascondeva in Uruguay

ROMA –  Il boss della ‘Ndrangheta calabrese Rocco Morabito, latitante ormai da 25 anni, e ricercato in vari paesi del sud America dove aveva interessi, e’ stato arrestato la scorsa notte a Montevideo in Uruguay,  dopo mesi di intense attivita’ di cooperazione internazionale ed intelligence svolte dai Carabinieri di Reggio Calabria.

La Polizia ha accertato che Morabito aveva ottenuto documenti uruguaiani presentando documenti brasiliani con il nome di Francisco Antonio Capeletto Souza, nato il 14.10.1967 in Rio de Janeiro (Brasile). Questi documenti sono stati diffusi dallo SCIP – Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dalla Polizia brasiliana, e sono stati inseriti nella banca dati Interpol, generando un alert. Dall’emissione della “Red Notice” internazionale nel 1995 e dal conseguente mandato d’arresto originato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, il lavoro dello SCIP e è proseguito senza sosta, sino alla cattura avvenuta sabato scorso.

Morabito nel tentativo di sfuggire all’arresto dichiarava di essere cittadino brasiliano presentando il documento di identità sotto falso nome, ma le immediate verifiche nell’ambito di collaborazione fra la polizia locale ed il Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria attraverso il contributo del 3° Servizio della DCSA e dell’ Interpol, hanno permesso di identificare con certezza il fermato nel ricercato Morabito.

Le ricerche svolte in Italia sotto la costante direzione della Procura Distrettuale di Reggio Calabria, estese in campo internazionale, erano state progressivamente ristrette al Sud America ed in particolare all’ Uruguay, alla cui Polizia sono state fornite dai Carabinieri, tutti gli elementi info-investigativi utili all’identificazione. Morabito nel 2000 era dato dagli investigatori dell’ Arma dei Carabinieri  in circolazione in Brasile, per poi entrare fra il 2008-9 in Uruguay dopo aver assunto una nuova identità.

Nella notte fra sabato e domenica si è arrivati all’individuazione del Morabito in un noto lussuoso albergo del centro di Montevideo, e quindi alle prime luci dell’alba è stata effettuata irruzione nella camera dove dormiva il boss della ndrangheta  (che verrà estradato in Italia), è stata trovata ed arrestata una donna angolana con passaporto portoghese che, precisano le fonti, sarebbe la moglie di Morabito.

 

Nell’ operazione che ha portato all’arresto il boss calabrese la polizia uruguaiana ha confiscato tra l’altro 13 cellulari, una pistola, 12 carte di credito, assegni in dollari e 150 foto carnet con il viso del detenuto.

A coadiuvare sul posto le attività della polizia uruguagia è stato l’Esperto per la Sicurezza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza di stanza a Buenos Aires, con competenza anche per l’Uruguay, avallando un primo riconoscimento del Morabito, attraverso l’interlocuzione diretta con la Sala Operativa Internazionale dello SCIP, e partecipando anche alla perquisizione della casa del latitante.

Rocco Morabito, nato ad Africo, in provincia di Reggio Calabria, nell’ottobre del 1966, viveva in Uruguay da una decina d’anni ed “era uno dei dieci mafiosi più ricercati” . Morabito è stato rintracciato in un hotel annesso ad un Casinò della nota località di Punta del Este frequentata dal jet-set internazionale sudamericano, località in cui il boss della ndrangheta viveva in una lussuosa villa con piscina .

nella foto la villa di di Punta del Este (Uruguay) dove si nascondeva Rocco Morabito

 

Accusato di gestire traffici a Milano  Rocco Morabito  era inserito da tempo nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità, insieme tra gli altri a Matteo Messina Denaro, il 51/enne ‘boss’ della ‘ndrangheta è stato catturato in Uruguay, paese dove viveva da anni. Tramite un provvedimento di cattura ‘rosso’ dell’Interpol, Morabito è accusato di aver fatto parte tra il 1988 e il 1994 di un gruppo del narcotraffico, nella quale organizzava il trasporto della droga in Italia e la distribuzione a Milano. Il Ministero degli Interni dell’ Uruguaiano cita inoltre i casi del traffico “nel 1993 di 32 kg di cocaina in Italia, operazione fallita a causa della cattura in Francia di un trafficante, e di 592 kg nel 1992 dal Brasile all’Italia, droga confiscata in quest’ultimo paese”. Da ultimo, si ricorda un’ operazione l’anno successivo con 630 kg di cocaina.

Con una nota ufficiale il procuratore capo di Reggio Calabria dott. Federico Cafiero deRaho ha reso noto che sono state immediatamente avviate dalla procura calabrese le procedure per la successiva estradizione dell’arrestato in Italia.

intervista con il Col. Vincenzo Franzese Comandante del Reparto Operativo

del Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria

 

Rocco Morabito, che compirà 51 anni il prossimo ottobre, è considerato esponente di spicco della cosca omonima che ha base ad Africo nella Locride, in provincia di Reggio Calabria. È accusato di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed altri gravi reati e deve scontare una pena definitiva di 30 anni di reclusione, emessa con sentenza definitiva dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, che ha riunito le precedenti condanne delle Corti di Appello di Milano e Palermo.  Morabito è il 16° latitante catturato quest’anno dai Carabinieri di Reggio Calabria. Insieme a Santo Vottari e Giuseppe Giorgi era inserito nell’elenco dei latitanti piu’ pericolosi d’Italia.

 




324 milioni di euro confiscati a Reggio Calabria dalla D.I.A.

ROMA –  La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un decreto di confisca di beni emesso dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria – Sezione Misure Prevenzione nei confronti del defunto Vincenzo Oliveri , già noto imprenditore nel settore oleario con proiezioni di tutto rilievo sia nel comparto alberghiero che in quello immobiliare e dei servizi non solo in Calabria (piana di Gioia Tauro e provincia di Catanzaro), ma anche nelle regioni Abruzzo e Toscana.

Vincenzo Oliveri era figlio del defunto Giuseppe Oliveri, nato nel 1928, e fratello di Antonio, nato nel 1965, quest’ultimo da tempo stabilitosi a Giulianova, insieme al quale era socio in numerose iniziative imprenditoriali avviate sin dai primi anni ‘80 e culminate con la costituzione di un vero e proprio impero imprenditoriale (Gruppo Oliveri), le cui attività, partendo dal settore oleario, si sono diversificate nel tempo, soprattutto in quello alberghiero di lusso. Il proposto, sin dagli anni ‘80, risultava coinvolto in diversi procedimenti penali per la commissione di reati associativi finalizzati alla commissione di truffe aggravate, frode in commercio, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti, i quali si sono conclusi con sentenze dichiarative di prescrizione. Successivamente, Vincenzo Oliveri è stato tratto in arresto in esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare emessa il 26.07.2010 dal G.I.P. del Tribunale di Palmi (Reggio Calabria), per i reati di associazione a delinquere, truffa aggravata ed altro, in ordine all’indebita percezione di contributi erogati ai sensi della legge 488/1992 ad aziende facenti parte del Gruppo Oliveri.

Con l’odierno provvedimento, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha integralmente confermato quanto disposto dal precedente decreto emesso del Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione lo scorso  29 gennaio 2016,  nei confronti di Vincenzo Oliveri, Giovanni Oliveri,  Matteo Giuseppe Oliveri e Domenica Rosa Carnovale.

In particolare la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha innanzitutto condiviso e confermato le conclusioni raggiunte dal Tribunale in ordine alla eccezione di incompetenza funzionale dell’autorità giudiziaria di Reggio Calabria, in favore di quella di Teramo, avanzata dal Gruppo Oliveri. E’ stato, infatti, ribadito che il centro decisionale ed operativo delle aziende riconducibili al proposto e ai terzi interessati è sicuramente da individuarsi nel territorio di Gioia Tauro. Anche il requisito della pericolosità sociale del proposto (di tipo semplice, ex art. 1 del codice antimafia) è stato confermato dalla Corte d’Appello. Nella vicenda in esame, il predetto organo giudiziario ha precisato quanto segue: “non vi è dubbio che la storia giudiziario-imprenditoriale di Oliveri Vincenzo comprovi come costui sia stato abitualmente dedito a traffici delittuosi ed abbia vissuto abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose”.

Anche in relazione al versante patrimoniale della proposta della DIA di Reggio Calabria, la Corte ha evidenziato che, a fronte della pericolosità sociale dell’ Oliveri, “è del tutto consequenziale che quanto finanziariamente lucrato mediante quell’attività fraudolenta è stato immesso nel circuito produttivo della costellazione di aziende che costituivano l’universo imprenditoriale degli Oliveri, facendo sì che si attuasse quel meccanismo moltiplicatore che consente una crescita esponenziale dell’impresa, che altrimenti non avrebbe raggiunto quelle dimensioni notevoli che invece ha potuto conseguire” .

Infine, è stata riconosciuta la fondatezza dell’attività di analisi documentale svolta dalla DIA che ha permesso di determinare, attraverso i volumi di affari, “il valore medio della produzione per ettaro coltivato”, elemento questo ritenuto indispensabile per rappresentare, nel modo più realistico possibile, la reale capacità economica del proposto, “arrivando così a riscontrare l’inattendibilità del volume d’affari dichiarato dall’appellante.

 

 

E’ stata, pertanto, disposta e confermata la confisca di 15 società operanti nei settori agricolo-oleario, turistico-alberghiero, immobiliare e dei servizi;  88 immobili, tra cui spiccano gli edifici sede degli alberghi/ristoranti/resort di gran lusso Hotel Villa Fiorita di Giulianova (TE) e Il Feudo degli Ulivi sito in Borgia di Catanzaro; 7 autoveicoli personali ed aziendali;  385 titoli comunitari (aiuti all’agricoltura) che danno diritto a percepire dall’AGEA la somma di circa 1,6 milioni di euro annui e svariati conti correnti societari e personali. Il valore complessivo dei beni confiscati è stimato in circa 324 milioni di euro.

Già nel 2015 la Dia di Reggio Calabria aveva sequestrato beni  al Gruppo Oliveri  . Il sequestro venne eseguito in esecuzione di un decreto emesso dal Tribunale di Reggio Calabria. Vincenzo Oliveri, stabilitosi da tempo in Abruzzo, è indagato  in vari procedimenti penali. Tra questi quello denominato “Aristeo“, che ha visto le diverse aziende del “Gruppo Oliveri” coinvolte nella commissione, secondo quanto riferiscono gli investigatori, di reati associativi, truffa aggravata, frode in commercio, emissione ed utilizzazione di fatture per operazioni inesistenti ed indebita percezione di contributi europei per il sostegno all’agricoltura. Tutte le aziende confiscate in virtù dell’ultimo provvedimento giudiziario continueranno regolarmente le loro attività commerciali con appositi amministratori giudiziari nominati dall’Autorità Giudiziaria.

Questa operazione costituisce l’ennesimo risultato conseguito dal Centro Operativo Dia di Reggio Calabria che, negli ultimi tre anni, nell’ambito della costante attività di aggressione ai patrimoni illecitamente costituiti e detenuti dalla ‘ndrangheta, ha complessivamente operato sequestri e confische di beni per un valore di circa un miliardo e duecento milioni di euro.




Operazione “Outset”: la Polizia di Stato arresta i responsabili di due omicidi di mafia

ROMA – La Polizia di Stato, a conclusione di complesse attività d´indagine condotte dalle Squadre Mobili di Catanzaro e Vibo Valentia e dal Servizio Centrale Operativo di Roma, sotto il coordinamento della DDA, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, dalle prime ore della mattinata odierna, ha dato esecuzione ad un´ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 8 soggetti ritenuti responsabili a vario titolo dell´omicidio di Mario Franzoni, avvenuto nell´anno 2002 a Porto Salvo (VV), dell´omicidio di Giuseppe Salvatore Pugliese Carchedi e del tentato omicidio di Francesco Macrì´, avvenuti nell´anno 2006 sulla SS 522 tra Vibo Marina e Pizzo Calabro, tutte vittime di agguati mafiosi.

 

 

Le attività d´indagine coordinate dal Procuratore Distrettuale dr. Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto dr. Giovanni Bombardieri e dal Sostituto Procuratore dott. Camillo Falvo, supportate anche dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, Giuseppe Giampà, Raffaele Moscato, Pasquale Giampà, Andrea Mantella , hanno permesso di fare luce sui moventi degli omicidi e sui relativi mandanti oltreché sugli esecutori materiali dei gravi fatti di sangue, tutti riconducibili ad appartenenti alle cosche Lo Bianco e Piscopisani di Vibo Valentia oltre che ai Giampà´ di Lamezia.

In particolare è stato accertato che l´omicidio di Franzoni  era stato commissionato dal costruttore Francesco Barba ad esponenti della cosca Lo Bianco, tra cui Andrea Mantella, al fine di vendicare un episodio in cui i suoi figli erano stati minacciati con l´uso di una pistola da Mario Franzoni. La vittima il 21 agosto del 2002 si trovava a Porto Salvo a bordo di uno scooter quando è stata affiancata dai sicari del clan Giampà di Lamezia Terme e ferita mortalmente. Come corrispettivo l´imprenditore edile vibonese Barba si era impegnato a costruire due villette a Vibo Valentia, cedendole in favore degli esecutori materiali dell´omicidio.

Francesco (per tutti Franco) Barba, 55 anni, di Vibo Valentia, ( sinistra nella foto)  imprenditore edile già condannato in via definitiva a 6 anni per associazione mafiosa al termine dell’operazione “Nuova Alba” contro il clan Lo Bianco risalente al febbraio del 2007, è stato colto da malore al momento dell’arresto quando i poliziotti della Squadra Mobile di Vibo Valentia hanno bussato alla sua abitazione per notificargli un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di concorso nell’omicidio di Mario Franzoni.   Barba si trova al momento piantonato dalla polizia in ospedale a Vibo Valentia in attesa di essere dimesso per essere tradotto in carcere.

In merito al tentato omicidio e successivo omicidio di Pugliese Carchedi è stato accertato che il movente immediato di tale gesto era da individuarsi in una relazione clandestina da lui intrattenuta con la figlia minorenne di Felice Nazzareno, esponente di vertice dei Piscopisani; relazione che non aveva troncato nonostante i vari avvertimenti a lui pervenuti. Tuttavia, al di là dell´ apparente movente riconducibile all´antico schema del “delitto d´onore“, la reale causale del fatto è emersa essere quella dei contrasti in seno alla criminalità organizzata vibonese ed in particolare il fatto che la vittima non riconoscesse l´autorità criminale dei maggiorenti delle cosche perpetrando in assoluta autonomia delitti, anche di natura estorsiva.




Reggio Calabria. Catturato dai Carabinieri il latitante Priolo

ROMA – Nella giornata di ieri ad Amantea (CS), sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Palmi, i Carabinieri della Stazione di San Ferdinando, dipendenti dalla Compagnia di Gioia Tauro, in esecuzione ad un’ordinanza di applicazione di misura cautelare in carcere emessa in data 8 marzo 2017 dalla Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria – II Sezione, hanno rintracciato e tratto in arresto Giovanni Priolo, di 61 anni, ritenuto responsabile del tentato omicidio di Giuseppe Brandimarte avvenuto la mattina del 14 dicembre 2011 nel piazzale Cefris sulla Provinciale 1 a Gioia Tauro.

Il Priolo, legato da vincoli di parentela alla potente cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli, era latitante dal mese di marzo del 2017 e ricercato da più forze di polizia.

I Carabinieri, che monitoravano da qualche giorno l’abitazione privata di una donna di San Ferdinando (RC), cui il Priolo sembrava essere legato da intimi rapporti, nella notte scorsa si sono accorti di una serie di movimenti di autovetture e soggetti ritenuti sospetti. Così hanno deciso di  non abbandonare l’obiettivo ed, all’alba, hanno iniziato un lungo pedinamento attraversando la provincia di Reggio Calabria, Vibo Valentia e Catanzaro.

 

 

Dopo circa 3 ore di osservazione discreta a distanza, i militari hanno raggiunto il lungomare di Amantea e, fingendosi dei turisti, sono entrati in un bar al cui interno hanno riconosciuto da subito la donna la quale, in quell’istante, si trovava in compagnia del latitante. Pertanto, accertatisi della sua identità, lo hanno subito immobilizzato e condotto presso gli uffici della Compagnia Carabinieri di Gioia Tauro.

L’arrestato, al termine delle formalità di rito, è stato poi associato presso la Casa Circondariale di Palmi (Reggio Calabria) a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.




Operazione “KRUPY” dei Carabinieri. Sequestrati di beni 13 province per un valore complessivo di 30 milioni di euro.

ROMA – I Carabinieri del Comando Provinciale di Latina, supportati dai Comandi Arma territorialmente competenti, nella mattinata odierna, nelle province di Arezzo, Caserta, Crotone, Latina, Napoli, Padova, Perugia, Reggio Calabria, Roma, Salerno, Torino, Venezia e Vibo Valentia, hanno dato esecuzione al decreto di sequestro emesso lo scorso 21 marzo dal Tribunale di Latina – Sezione Penale nei confronti dei fratelli  Vincenzo e Rocco Crupi,  applicando la misura di prevenzione  che prevede il sequestro finalizzato alla confisca dei beni, riconducibili agli indagati , per un valore complessivo stimabile in circa 30 milioni di euro:

Nel dettaglio sono state sequestrate  13 società operanti nel settore florovivaistico, 36 terreni agricoli, 22 abitazioni, 7 locali adibiti ad esercizi commerciali, 21 fabbricati/magazzini; 2 alberghi, un centro sportivo, 33 veicoli e 26 conti correnti bancari.

Operazione Operazione “KRUPY” – i sequestri dei Carabinieri

L’attività costituisce la naturale prosecuzione dell’operazione denominata “KRUPY” che il 28 settembre 2015 aveva portato all’esecuzione di 19 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto, emessi dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Roma, nei confronti di altrettanti soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, ricettazione in concorso ed associazione di carattere transnazionale pluriaggravata.

I provvedimenti dell’epoca erano scaturiti da un’articolata attività d’indagine  avviata dai Carabinieri di Latina nel mese di maggio 2012, coordinati dalla D.D.A. di Roma, che ha operato in collegamento investigativo con altre Direzioni Distrettuali Antimafia, con il coordinamento della Direzione Nazionale Antimafia e in costante collaborazione con l’Autorità giudiziarie e la National Crime Squad ( la polizia olandese ) ) –  che aveva consentito di accertare l’operatività nel capoluogo pontino di un sodalizio, capeggiato dai fratelli Crupi, collegato a una delle più potenti e pericolose cosche della ‘ndrangheta, i “Commisso” di Siderno (RC), dedita all’importazione di ingenti quantitativi di cocaina dall’Olanda attraverso la propria ditta “KRUPY s.r.l.”, con sede legale a Roma e base operativa a Latina, che aveva assunto una posizione di assoluto rilievo nel commercio florovivaistico tra l’Italia e l’Olanda. nel corso dell’intera operazione erano inoltre stati tratti in arresto in flagranza di reato 3 persone , sequestrando circa 17 chili di cocaina, 20 tonnellate della cioccolata ricettata a Latina e 15 sul territorio olandese.

Parallelamente all’ attività investigativa venivano svolti accertamenti di tipo patrimoniale,  in collaborazione con il “Nucleo Antifrode” – Agenzia delle Entrate – di Roma che consentiva di documentare la riconducibilità ai fratelli Crupi dei beni posti sotto sequestro. La straordinaria articolazione del patrimonio del sodalizio indagato ha impegnato per più di un anno i militari operanti in un’analisi di particolare complessità, dal momento che i citati beni erano stati abilmente “spalmati” su 13 province del territorio nazionale ed in molti casi intestati a fidati prestanome senza collegamenti evidenti con i vertici dell’organizzazione criminale. Solo la certosina analisi dell’enorme mole di dati raccolti e l’incrocio con le risultanze investigative ha consentito di comprovare la connessione dei fiduciari con i fratelli Crupi i quali spesso avevano occultato i legami societari con avanzate operazioni finanziarie effettuate mediante istituti in paesi cosiddetti  “off-shore”.

Il Tribunale di Latina ha accolto appieno la richiesta, avanzata dalla Procura della Repubblica di Roma – Direzione Distrettuale Antimafia sulla scorta degli accertamenti del Nucleo Investigativo disponendo il sequestro di tutti i beni dei fratelli Crupi. L’udienza per la decisone, in contraddittorio tra le parti, in ordine alla misura patrimoniale nonché all’applicazione di quella personale della sorveglianza speciale nei confronti dei fratelli Vincenzo e Rocco Crupi è stata fissata per il prossimo 18 luglio dinnanzi al Tribunale di Latina – Sezione Penale.

 




Arrestato dai Carabinieri un latitante internazionale in Albania

 

ROMA-  Alle prime luci dell’alba  i Carabinieri del Gruppo di Locri ed in particolare del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Bianco, coadiuvati da personale del Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia e della Polizia Albanese, hanno tratto in arresto il latitante Leonard Mucclari, 28enne, originario dell’Albania, ricercato dall’ottobre del 2011 allorquando evase dal regime di detenzione domiciliare cui era sottoposto presso l’abitazione di residenza dei genitori, a Palizzi Marina (RC).

Il latitante  a seguito delle risultanze investigative veniva considerato elemento dalla elevata caratura criminale, era stato condannato nel 2014 dal Tribunale di Locri alla pena di oltre 7 anni di reclusione,  ma il 26 ottobre del 2011, nel giorno del suo compleanno, dopo essere evaso dalla detenzione domiciliare, è riuscito ad organizzare nottetempo una complessa fuga per l’Albania, dove, a soli 5 giorni di distanza, il 1 novembre successivo, ha ultimato le procedure per la modifica dei propri dati anagrafici da Leonard Mucclari  ad Hasan Mucollari  , convinto di garantirsi così l’impunità per i numerosi reati commessi in Italia e riorganizzare la propria vita in Albania da uomo libero.

Il latitante si è successivamente sposato nell’ agosto 2012  con una connazionale in Albania fissando la propria residenza a Pogradec, cittadina di circa 30mila abitanti nel sud-ovest del Paese, che affaccia sul lago di Ocrida ai confini con la Macedonia, dove svolgeva saltuariamente l’attività di autotrasportatore. Dal matrimonio, nel 2014, è nata anche una figlia. Nonostante le prime attività di ricerca del latitante abbiano dato esiti negativi, gli investigatori sono sempre rimasti sulle sue tracce effettuando un attento, certosino e costante monitoraggio dei suoi parenti in Italia, ovvero dei genitori e della sorella minore, tutti residenti a Palizzi Marina.

Le numerose accortezze utilizzate da tutti i componenti della famiglia, che nei primi anni hanno interrotto qualsiasi contatto con il latitante, tuttavia, hanno complicato non poco le attività di ricerca. La tenacia dei militari dell’ Arma , tuttavia, a distanza di circa 5 anni dall’evasione di Leonard Mucclari è stata perà ripagata. Il tempo trascorso ha probabilmente indotto il latitante a ritenersi al sicuro, forte anche della sua nuova identità e residenza nel paese di origine ed è stato sufficiente un singolo contatto telefonico, avvenuto nel mese di settembre del 2016 tra l’utenza di Mucclari e quella in uso al padre, a fornire un nuovo e forte impulso alle indagini.

 

 

Sono state quindi avviate complesse attività tecniche di intercettazione telefonica ed ambientale, che hanno consentito di monitorare i contatti e gli spostamenti dell’intero nucleo familiare, oltre che di ricostruirne la nuova composizione in Albania. Un’antica tradizione locale vuole, infatti, che la nuora chiami “mamma” la suocera, e ciò ha consentito in prima battuta di apprendere del matrimonio del latitante oltre che di individuarne con certezza la moglie. Importante elemento di innovazione, inoltre, è rappresentato nella circostanza dall’utilizzo da parte degli investigatori di un noto social network, risultato un supporto fondamentale per identificare compiutamente amici e familiari del latitante in Albania, ma anche per ricostruire con minuzia i dettagli della sua nuova vita privata: a partire dalla localizzazione dello stesso a Pogradec, per individuarne successivamente l’abitazione, i luoghi frequentati e le sue nuove sembianze.

Un viaggio in Albania effettuato dai genitori del latitante nel dicembre del 2016,, desiderosi di incontrare la propria nipote, ha consentito la localizzazione certa della sua nuova residenza e l’avvio delle procedure idonee ad internazionalizzare il Provvedimento Esecutivo del Tribunale di Locri, in forza del quale gli uomini dell’Arma hanno potuto catturare il latitante direttamente in Albania, grazie anche alla stretta sinergia con il Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia e alla collaborazione fornita in loco dalle Autorità albanesi.

È finita così la lunga latitanza di Leonard Mucclari  che, condotto presso il carcere di Pogradec, adesso dovrà scontare la pena a suo carico di 7 anni e 3 mesi di reclusione.




La D.I.A. di Reggio Calabria sequestra il patrimonio di un imprenditore in stretta vicinanza alla ‘ndrangheta

La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria, coordinata della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia , ha eseguito un provvedimento di sequestro di beni emesso da quel Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione, su proposta del Direttore della D.I.A., Nunzio Antonio Ferla, nei confronti di Rosario Aricò , un 57enne di Reggio Calabria, con trascorsi di affari nel settore dell’ortofrutta.

In passato l’ Aricò  a seguito del proprio coinvolgimento nell’ambito dell’operazione “ARCHI”, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi di reclusione con sentenza emessa dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, divenuta definitiva nel 2015, per associazione mafiosa, quale partecipe della cosca “Tegano”. In particolare, dalle relative indagini era emerso che lo stesso svolgeva attività di supporto alle azioni criminali della citata cosca, forte del rapporto intrattenuto con il defunto Peppe Schimizzi  e con suo cognato Carmelo Barbaro, pluripregiudicato e personaggio di spicco della stessa consorteria criminale.

Per la formalizzazione del provvedimento odierno, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria ha tenuto conto non solo della pericolosità sociale qualificata di Rosario Aricò, per la predetta acclarata appartenenza alla ndrangheta, ma anche della sussistenza di una evidente sproporzione tra i redditi dichiarati dello stesso e dal suo nucleo familiare, rispetto agli acquisti effettuati nel tempo. Fondamentali, per le attività investigative, sono risultate anche le dichiarazioni sul conto dell’ Aricò rese dai collaboratori di giustizia Giovambattista Fracapane e Roberto Moio.

Il patrimonio sottoposto a sequestro consiste in 6 unità immobiliari (tra cui una villetta su tre piani con garage e giardino di notevole pregio sita a Reggio Calabria e due appartamenti con garage ubicati a Reggio Calabria e Scilla),  2 autovetture e disponibilità finanziarie in corso di quantificazione.




Oltre 25 milioni di euro sequestrati dalla DIA di Reggio Calabria ad imprenditore vicino alla ‘ndrangheta

La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un provvedimento di sequestro di beni emesso da quel Tribunale – Sezione Misure di Prevenzione, su proposta del Direttore della D.I.A., Nunzio Antonio Ferla, e sotto il coordinamento della locale Procura della Repubblica – D.D.A., nei confronti di Michele Serra  49enne di Reggio Calabria, imprenditore molto noto nel settore del commercio di prodotti casalinghi ed alimentari.

Lo stesso è stato coinvolto a maggio 2016, nell’ operazione FATA MORGANA”, che ha portato all’esecuzione di 7 provvedimenti di fermo nei confronti di professionisti ed imprenditori collusi con la ‘ndrangheta, nonché al sequestro di varie aziende, tra le quali una (operante nel commercio ortofrutticolo) risultata nella sua disponibilità (misura confermata dal Tribunale del Riesame di Reggio Calabria con ordinanza del giugno 2016). Nella circostanza, al Serra  fu contestato il reato di intestazione fittizia di beni, con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare gli interessi della cosca ‘ndranghetista reggina “Tegano” nella grande e media distribuzione alimentare.

Per la formalizzazione del provvedimento, la citata Sezione Misure di Prevenzione, presieduta dalla dott.ssa Pastore, ha tenuto conto anche delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia  Enrico De Rosa e dalla testimone di giustizia Brunella Latella , che hanno fatto luce sui rapporti di “stretta vicinanza” del Serra con la cosca “Labate”, attiva nella zona sud della città di Reggio Calabria.

Il sequestro trae origine da indagini svolte dagli uomini della Direzione Investigativa Antimafia sull’intero patrimonio dell’imprenditore e hanno consentito di acclarare una netta sproporzione tra i redditi dichiarati e gli investimenti effettuati dallo stesso. L’ingente patrimonio consiste in:8 aziende, di cui 7 società di capitali ed una ditta individuale, tutte con sede a Reggio Calabria ed operanti nei settori della vendita al minuto e all’ingrosso di prodotti alimentari, di giocattoli e casalinghi, nonché della ristorazione, dei giochi e delle scommesse e del ramo immobiliare. In particolare, sono stati sequestrati 4 supermercati di rilevanti dimensioni (con marchio CENTER STOCK e CASH &CARRY) e magazzini per oltre 3.000  mq di estensione, 7 immobili aziendali e personali e disponibilità finanziarie. Il valore complessivo, che è ancora in corso di quantificazione, supera i 25 milioni di euro.

Le aziende sequestrate proseguiranno la loro attività con amministratori giudiziari designati dal locale Tribunale.




La DIA di Catanzaro confisca definitivamente beni per milioni di euro alla N’drangheta

ROMA.  La Direzione Investigativa Antimafia di Catanzaro ha avviato l’esecuzione di un decreto di confisca, emesso dalla Corte d’Appello di Catanzaro e divenuto definitivo per effetto del vaglio della Suprema Corte di Cassazione, nei confronti dell’imprenditore  Domenico Antonio Ciconte  di Sorianello (Vibo Valenzia), condannato per usura nell’ambito dell’operazione denominata “Dinasty”, che ha coinvolto esponenti di spicco della cosca “Mancuso.

Con l’odierno provvedimento sino stati definitivamente acquisiti al patrimonio dello Stato, beni intestati a Ciconte per 4 milioni di euro, nonchè le quote societarie di “Calabria Trading Srl”, con sede in Lamezia Terme (CZ) ed operante nel settore dell’intermediazione dei beni mobili registrati ed immobili,  l’impresa individuale “De Caria Legnami di De Caria Assunta”, con sede in Soriano Calabro (Vibo Valenzia) ed operante nel comparto della lavorazione del legname (l’attività industriale viene esercitata in due capannoni su area attrezzata di circa 3.500 mq.), il capitale sociale e l’intero compendio aziendale della “Immobiliare Athena srl”, con sede in Pizzo ((Vibo Valenzia) operante nel settore turistico, e numerosi beni immobili e mobili registrati.

Il procedimento in questione avviato nel 2013 con il deposito di una proposta del Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Catanzaro, sulla base di specifici accertamenti patrimoniali effettuati dalla D.I.A. di Catanzaro, si colloca in una più ampia ed articolata strategia d’intervento (operazione “Quattro Terre”) che ha consentito, sino ad oggi, di confiscare beni per un valore complessivo di  oltre 35 milioni di euro.




Omicidio Sarah Scazzi: La Cassazione conferma le condanne di ergastolo per Sabrina e Cosima

h. 10:09 La prima sezione delle Suprema Corte di Cassazione ha confermato questa mattina, la sentenza di condanna a Sabrina  Misseri e  sua madre Cosima Serrano , annullando l’aggravante (art. 112 C.P.) del numero di persone in concorso per la soppressione del cadavere di Sarah e riducendo l’isolamento diurno per Cosima e Sabrina. Presenti in aula il papà e il fratello della quindicenne Sarah Scazzi uccisa ad Avetrana il 26 agosto 2010.

Confermata la condanna a otto anni per Michele Misseri , e ritoccato al ribasso di un anno la pena per  Carmine Misseri, il fratello di “zio Michele”  riducendola a 4 anni e 11 mesi per soppressione del cadavere di Sarah Scazzi, morta ad Avetrana il 26 agosto 2010. Confermata la sentenza anche nei confronti di  Vito Russo e Giuseppe Nigro, accusati di favoreggiamento.

da sinistra, Cosima Serrano e la figlia Sabrina Misseri condannate definitivamente all’ ergastolo

L’udienza, partita ieri  a rilento con la lunga relazione, durata tre ore e mezzo del giudice relatore Antonio Cairo, si  era protratta per tutto il pomeriggio con  la requisitoria del pg e le arringhe di parte civile e dei difensori degli imputati. Cosima e Sabrina.

Secondo l’avvocato Roberto Borgogno, ( a destra nella foto) difensore di Cosima Serrano condannata all’ergastolo assieme alla figlia Sabrina dalla Cassazione “sono due sventurate, combatteremo fino alla fine perché è una battaglia per la giustizia: è un enorme errore giudiziario“. ed aggiunto. “rimaniamo convinti  che c’è un colpevole, Michele Misseri, e due innocenti che stanno scontando la pena al suo posto”.

I protagonisti:

  • Sarah Scazzi: la vittima
  • Sabrina Misseri: cugina di Sarah, condannata all’ergastolo
  • Cosima Serrano: mamma di Sabrina, condannata all’ergastolo
  • Michele Misseri: marito di Cosima e papà di Sabrina, condannato a otto anni

Accolta la richiesta del  sostituto procuratore generale Fulvio Baldi che aveva sostenuto la colpevolezza delle due imputate al di là di ogni ragionevole dubbio. “Sono convinto della ricostruzione colpevolista della sentenza d’appello“, basata su elementi certi; i giudici tarantini, ha detto il rappresentante dell’accusa, “hanno fatto a meno” delle dichiarazioni e dei ripensamenti del contadino di Avetrana. “Sabrina è la ricostruzione del movente secondo il magistrato – era in uno stato di agitazione e nervosa frustrazione, accusava Sarah di aver contribuito alla fine della storia con Ivano Russo, di aver rivelato dettagli della sua condotta sessuale gettando discredito su di lei e sulla sua famiglia. La madre solidarizza, con un atteggiamento da ‘madre del Sud’. Ne nasce una discussione in cui Sarah risponde da 15enne, scappa via, ma riescono a raggiungerla per darle la lezione che merita, una lezione evidentemente assassina. Poi danno ordine a Michele Misseri di disfarsi del corpo“.

nella foto Michele Misseri

Quanto a zio Michele, “del tutto destituita di fondamento è la pretesa di riqualificare il reato da soppressione di cadavere ad occultamento» con conseguente sconto di pena secondo il sostituto procuratore generale, che ricostruendo l’accaduto ha sottolineato come il cadavere sia «stato calato in un luogo impervio, una pozza piena d’acqua che ne avrebbe facilitato il deperimento“, a dimostrazione della volontà originaria di celare e distruggere per sempre il cadavere, salvo poi ripensarci e farlo ritrovare. Complementare a questo disegno, secondo la Procura generale della Cassazione, è stata l’azione di aver bruciato i vestiti della 15enne. A seguito di questa sentenza  definitiva l’uomo, che si autoaccusava di essere l’unico responsabile del delitto, deve  tornare in carcere dove ha trascorso diversi mesi di detenzione dal 6 ottobre del 2010, la sera in cui fece ritrovare agli inquirenti il corpo della nipote 15enne in un pozzo nelle campagne di Avetrana, in provincia di Taranto, alla tarda primavera del 2011, quando venne scarcerato perché nel frattempo aveva chiamato in correità la figlia Sabrina.

Io sono sereno per me, ma non per le le altre cose: due innocenti sono in carcere“. Sono state queste le prime parole di Michele Misseri  a commento della sentenza della prima sezione penale della Corte di Cassazione,  attendendo nella sua villetta di Avetrana (Taranto)  l’arrivo dei Carabinieri che dovranno portarlo presso il carcere di Taranto. Alla moglie e alla figlia, Misseri ha poi chiesto “perdono, vi chiedo perdono per gli errori che ho fatto. E’ un errore giudiziario”, ha aggiunto, “ma secondo me” la vicenda “non è finita. Vedremo…”.

“zio Michele”: 7 versioni in 7 mesi

Michele Misseri in questi lunghi sei anni di processi ha continuamente ritrattato e cambiato ripetutamente versione. In tutto ha fornito agli inquirenti almeno 7 versioni nei primi 7 mesi.

  1. Michele sostiene di aver tentato di sedurre Sarah, che respinge le avances. Infuriato, l’uomo la aggredisce alle spalle e la strangola con una corda. Poi carica il corpo nel bagagliaio della propria auto e una volta giunto in aperta campagna stupra la nipote morta. Carica di nuovo il cadavere in macchina, riparte e lo nasconde nel pozzo.
  2. Sarah ‘provoca’ Michele toccandolo ai fianchi. E lui la strangolata non appena la nipote si gira di spalle.
  3. Sarah arriva a casa di Sabrina dove la cugina e suo padre la attendono per darle una lezione ed evitare che la ragazza diffonda voci in giro sulle avances dello zio. Mentre Sabrina tiene per le braccia la cugina, Michele avvolge una corda intorno al collo di Sarah e la strangola. Poi nasconde il cadavere gettandolo nel pozzo.
  4. Nel pieno di una lite Sabrina trascina Sarah nel garage. La discussione degenera e Sabrina strangola la cugina con una cintura trovata in garage. La ragazza sale a casa e informa il padre Michele, che sta dormendo. L’uomo carica il cadavere in auto, va in campagna, ne abusa sessualmente e lo getta nel pozzo.Intanto arrivano i risultati dell’esame autoptico sul corpo di Sarah che non evidenziano alcun segno di violenza sessuale.
     
  5. Misseri conferma la versione precedente, escluso l’abuso sessuale
  6. Misseri scrive due lettere alle figlie, in cui scagiona Sabrina e si scusa per averla accusata dell’omicidio
  7. In una lettera inviata al suo avvocato Michele Misseri si autoaccusa del delitto scagionando ancora la figlia Sabrina. Sostiene di aver strangolato Sarah con una corda nel garage di casa durante un raptus scaturito dal fatto che non riusciva a far partire il suo trattore. Sarah, cadendo a terra, avrebbe urtato la testa contro un compressore.

Ad aprile 2013 la corte d’Assise di Taranto aveva condannato Cosima e Sabrina all’ergastolo, verdetto confermato il 27 luglio 2015 dalla Corte d’Appello, con una sentenza in 1.277 pagine, depositata solo diversi mesi dopo.

Cosa c’entra la mamma di Sabrina?

Cosima Serrano viene arrestata il 26 maggio 2011,  con l’accusa di concorso in omicidio e sequestro di persona. A incastrarla è prima il suo cellulare e poi la testimonianza del fioraio di Avetrana, Giovanni Buccolieri che dichiara di aver visto quel 26 agosto del 2010, le due donne strattonare Sarah e costringerla a salire in macchina intorno alle 14.30. Buccolieri poi sostenne di essersi confuso e che il fatto in realtà sarebbe stato un suo sogno. I giudici considerano le sue parole attendibili e compatibili con la ricostruzione dei fatti.

Il movente della gelosia

Per gli inquirenti il movente che ha guidato le mani di Sabrina è la gelosia nei confronti di Ivano Russo, un cuoco di Avetrana del quale Sabrina – secondo la tesi della Procura di Taranto – sarebbe stata innamorata. Le due ragazze avevano conosciuto Ivano alcuni mesi prima ed era nata un’amicizia. Per Sabrina qualcosa in più e la ragazza, non ricambiata, confidava alla cugina le proprie pene d’amore.

Sarah, da parte sua, sembrava intenzionata ad attirare l’attenzione di Ivano, facendo ingelosire la cugina. La rottura definita era arrivata intorno al 16 agosto, dopo un rapporto incompleto tra Sabrina e Ivano in macchina. La ragazza aveva raccontato a Sarah la vicenda e la 15enne lo aveva confidato al fratello Claudio, che a sua volta ne aveva parlato con Ivano. Da qui la decisione del giovane cuoco  di deciso di troncare qualsiasi rapporto con Sabrina, che avrebbe iniziato a covare rancore nei confronti della cugina.

 I familiari di Sarah Scazzi

Si chiude oggi questa dolorosissima  pagina giudiziaria. “Sarah ha ricevuto giustizia”  ha commentato Claudio Scazzi il fratello della vittima  con una sentenza “equilibrata, giunta dopo un lavoro durato tanti anni, di persone fortemente motivate. Il paese deve ringraziare chi ha lavorato a questo caso. In Italia la giustizia c’è” ed ha quindi informato telefonicamente della decisione della Cassazione  la mamma Concetta che ha preferito seguire  l’esito del processo restando ad Avetrana “. “Mamma – ha aggiunto il fratello di Sarah Scazzi condivide questo pensiero, anche lei si è sempre affidata alla Procura“. “Adesso la  famiglia Scazzi ha bisogno di trovare pace”. ha detto l’avvocato Walter Biscotti, legale di parte civile nel processo. “Voglio ricordare – ha aggiunto l’avvocato – i 40 giorni in cui una madre disperata ha girato le televisioni per ripetere gli appelli per la figlia scomparsa. Concetta ha avuto un ruolo determinante in questa vicenda” .

L’ avvocato Biscotti ha quindi ringraziato i magistrati di Taranto, che ha avuto coraggio nel proseguire sulla sua strada, nonostante le confessioni di Michele Misseri: “Noi siamo convinti, come la procura, che Michele Misseri non ha commesso l’omicidio“.

(notizia in fase di aggiornamento)




Chiedevano il “pizzo” ai pescatori. Arrestate 6 persone dai Carabinieri e Capitaneria di Porto-Costiera a Taranto e provincia

Alle prime ore di questa mattina, i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Taranto ed i militari della Capitaneria di Porto–Guardia Costiera tarantina, utilizzando  50 militari, e l’utilizzo di  motovedette della Guardia Costiera e dei Carabinieri ed un elicottero dell’Arma, con cui hanno dato esecuzione, nel capoluogo ionico e nel comune di Statte, a 6 provvedimenti cautelari (1 in carcere e 5 agli arresti domiciliari), emessi dal GIP del Tribunale di Taranto, su richiesta della Procura della Repubblica ionica. L’attività ha interessato altrettanti soggetti ritenuti variamente responsabili di: associazione per delinquere finalizzata all’estorsione in danno di titolari di impianti di mitilicoltura ubicati nel Mar Piccolo di Taranto e di pescherie del capoluogo e della provincia ionica ed al furto aggravato di prodotti ittici.

L’attività investigativa conclusasi oggi è  la prosecuzione dell’ “operazione Piovra” conclusa il 27 aprile 2016, sempre dai Carabinieri del Comando Provinciale e della Capitaneria di Porto–Guardia Costiera di Taranto, con l’esecuzione di ordinanze di custodia cautelare a carico di 13 persone, accusate di vessare gli operatori di categoria, tra cui i fratelli Damiano, Giovanni e Massimo Ranieri, tutti pregiudicati tarantini, quest’ultimo colpito invece da autonoma ordinanza cautelare in carcere emessa dallo stesso G.I.P. ed eseguita contestualmente, in quanto a lui veniva contestata la minaccia aggravata nei confronti di un operatore ittico che si era reso artefice di un tentativo di affrancarsi con i propri colleghi dalla pressione estorsiva, promuovendo un servizio di guardiania sugli impianti di coltivazione.

Le attività tecniche dei due organi inquirenti, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica ionica,  venivano avviate presso la Casa Circondariale di Taranto, a partire dal mese di maggio 2016, accreditavano l’ipotesi che l’attività di polizia appena condotta non avesse annullato il fenomeno estorsivo e che fosse invece continuato, da parte di soggetti vicini agli arrestati, con  il protrarsi di estorsioni e furti in danno degli imprenditori del settore mitilicolo ed in senso più ampio ittico.

I colloqui intercettati tra  Massimo Ranieri, detto  “il Gorilla”, ed i familiari autorizzati a parlare con lui nella sala colloqui della locale Casa Circondariale accreditavano tale scenario, documentando preliminarmente la prosecuzione dell’attività illecita da parte di Cosimo Danieri (classe 1989), detto “Cioccolata” figlio del detenuto Damiano il quale, facendo valere una sorta di “diritto ereditario” dell’illecita pratica di estorsione, spendendo il nome del padre – e con il pretesto del pagamento delle spese legali per l’instaurato procedimento penale – avvicinava i miticoltori, pretendendo la consegna di denaro ed in qualche occasione anche di mitili da rivendere in nero, minacciando in caso di diniego, il furto del prodotto dagli impianti.

Lo scenario cambiava dal 27 luglio 2016, allorquando il 42enne Massimo Ranieri ( a lato nella foto) veniva scarcerato per decorrenza dei termini di custodia cautelare.

Dopo un brevissimo periodo di assestamento, il pregiudicato estrometteva di fatto il nipote Cosimo dal giro delle estorsioni, promuovendo e costituendo un’autonoma associazione per delinquere composta dalla moglie 42enne e dai due figli gemelli 19enni ed allargata al collaboratore Rodolfo Fiorino , 31enne, unico componente “esterno” del sodalizio, tutti incensurati. In dettaglio, come emerso nel corso delle indagini, il Ranieri coordinava le attività estorsive indicando i nomi delle vittime, dalle quali pretendeva “il rispetto” (da qui il nome dell’operazione) e dirigendo i propri sodali a riscuotere le indebite dazioni che avevano cadenza settimanale.

La moglie Elisa Scrima fungeva da raccordo, fornendo le necessarie istruzioni al telefono ai figli Cosimo e Simone ed al Fiorino ed, da considerarsi a tutti gli effetti le figure operative dell’organizzazione, quali “esattori”, mentre la donna assolveva altresì alle mansioni di “tesoriera” degli illeciti proventi del gruppo.

 

Se necessario interveniva di persona il “Gorilla”  per condurre a più miti consigli coloro che non erano intenzionati a pagare o consegnar pesce e frutti di mare, violando le prescrizioni imposte dal suo status di sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di Statte, sino a quando non decideva di trasferire il proprio domicilio in Taranto.

Cosimo Ranieri

L’estromissione dalle riscossioni estorsive di Cosimo Ranieri , figlio di Damiano, aveva come conseguenza l’avvio dell’attività di pusher nel Rione Tamburi e in Città Vecchia da parte dello stesso, che così compensava la cessazione di guadagni provenienti dalle estorsioni a lui precluse dallo zio.

Le indagini dei Carabinieri e della Guardia Costiera, oltre che alle intercettazioni telefoniche ed ambientali, si sono svolte con complessi servizi di osservazione video-fotografica eseguiti da terra ed a bordo di natanti, che consentivano anche di immortalare i momenti in cui, secondo un consolidato “modus operandi” documentato anche nell’operazione “Piovra”, venivano passate le indebite somme compendio di reato, accreditando, rispetto all’ “operazione Piovra” di cui si è detto prima, non solo condotte illecite a carico di mitilicoltori, ma anche di titolari di pescherie del capoluogo e dell’hinterland. A seguito delle disposizioni dell’Autorità Giudiziaria Massimo Ranieriè stato tradotto in carcere, mentre i rimanenti arrestati sono stati posti in regime di arresti domiciliari.




“Così ho ucciso Sarah Scazzi”: l’audio della confessione di Michele Misseri

Potrebbe arrivare oggi la parola fine, dopo quasi 7 anni, sul delitto di Avetrana: la prima sezione penale della Cassazione è chiamata a decidere se confermare o meno la sentenza di condanna all’ergastolo per Sabrina Misseri e Cosima Serrano, madre e figlia, accusate di aver ucciso nell’agosto 2010 la quindicenne Sarah Scazzi, cugina e nipote delle due, trovata senza vita in una cisterna d’acqua nelle campagne circostanti Avetrana, in provincia di Taranto. Questo è un estratto della confessione di Michele Misseri, il quale continua a professarsi colpevole, nonostante il processo abbia preso una piega diversa.

 

 

I giudici della Suprema Corte di Cassazione sono chiamati anche a pronunciarsi  sulla condanna a 8 anni inflitta a Michele Misseri per soppressione di cadavere e inquinamento delle prove. Mentre Sabrina e Cosima, madre e figlia, rispettivamente zia e cugina di Sarah, sono state ritenute invece responsabili dell’uccisione della quindicenne, strangolata forse per ragioni di gelosia o di vecchi rancori familiari.

Secondo la Procura generale della Cassazione i due ergastoli inflitti a Sabrina Misseri e Cosima Serrano per l’omicidio sono da confermare  . Questa la richiesta formulata questa mattina del sostituto pg Fulvio Baldi al termine della sua requisitoria davanti alla Prima sezione penale della Cassazione. L’accusa ha chiesto il rigetto dei ricorsi di tutti gli imputati, anche di Michele e Carmine Misseri per la soppressione del cadavere.

“Del tutto destituita di fondamento è la pretesa di riqualificare il reato da soppressione di cadavere ad occultamento” con conseguente sconto di pena, sostiene il sostituto procuratore generale della Cassazione,  che ha chiesto la conferma della condanna ad otto anni inflitta in appello a Michele Misseri per aver celato il corpo della nipote. Ricostruendo l’accaduto il magistrato ha sottolineato che il cadavere “è stato calato in un luogo impervio, una pozza piena d’acqua che ne avrebbe facilitato il deperimento”, a dimostrazione della volontà originaria di celare e distruggere per sempre il cadavere, salvo poi ripensarci e farlo ritrovare. Complementare a questo disegno, secondo la Procura generale della Cassazione, è stata l’azione di aver bruciato i vestiti della 15enne.

La Cassazione oltre alla posizione processuale di Cosima e Sabrina, dovrà vagliare la posizione di Carmine Misseri, fratello di Michele, condannato a 5 anni e 11 mesi per soppressione di cadavere. Meno gravi le responsabilità di Vito Russo, l’ex legale di Sabrina Misseri condannato a un anno e quattro mesi in appello (due anni in primo grado), e di Giuseppe Nigro condannato fin dal primo grado alla stessa pena, entrambi per favoreggiamento.

 

Sul delitto di Avetrana è tornato a parlare Michele Misseri.  nel programma televisivo “Quarto Grado – La domenica“,  in onda ieri su Retequattro,  con un’intervista esclusiva  in un concentrato di  mezze ammissioni, confessioni e ritrattazioni.”Zio Michele” si è definitivamente autoaccusato del delitto, non venendo però sinora ritenuto credibile dai giudici. Nell’intervista ancora una volta ha sostenuto di aver ucciso lui Sarah  dicendo “...ricordo quando ho preso la corda, ma non ricordo quando l’ho stretta…“, dicendo ” fossero colpevoli, almeno… condannare due innocenti è facile, facilissimo...” esternando la propria disperazione  per l’innocenza di Cosima e Sabrina .

Misseri è convinto che Sarah lo abbia perdonato ed ha detto: “Sono uno che non si sfoga, ma quel giorno sono esploso e purtroppo è incappata quella poveretta: se fosse stata mia figlia penso che avrei fatto lo stesso“. Misseri ha quindi ribadito, che Sabrina e Cosima sono in carcere da innocenti ed ha concluso: “Io vivo come fossi con loro: gli scrivo tutte le settimane, ma non mi rispondono perché stanno soffrendo”.

Il professor Franco Coppi, difensore di Sabrina Misseri   insieme all’ Avv . Nicola Marseglia  spera “che adesso possa essere fatta giustizia.E’ un caso che mi tormenta – ha spiegato in una recente intervista alla collega Maria Corbi del quotidiano LA STAMPA – perché ho la certezza che una ragazza innocente sia in galera”. Carcerazione “preventiva” questa che dura ormai da più di sei anni.

nella foto Sarah Scazzi con la cugina Sabrina Misseri


Il professor Coppi nel suo ricorso in Cassazione
  ha eccepito come la sentenza di appello “abbia proceduto a ricostruzioni dei fatti attraverso esasperate analisi di tempi e di orari ottenuti attraverso palesi forzature di dati probatori acquisiti al processo (possiamo fin da ora ricordare le acrobazie della sentenza intorno all’orario di uscita di casa di Sarah Scazzi il 26 agosto 2010 e quelle, correlative, in merito agli avvistamenti della giovane da parte di questo o quel testimone“.   evidenziando anche che “nel contrasto di due possibili letture dei fatti, abbia sempre privilegiato quella contraria a Sabrina Misseri, nonostante la Corte di Cassazione, nella sentenza 17 maggio 2011, avendo già rilevato l’adozione di siffatto criterio nei provvedimenti cautelari, avesse avvertito che avrebbe dovuto essere seguito il criterio opposto”.

 


“Un caso che divide, che ha messo a dura prova il sistema
garantista della nostra giustizia” scrive oggi la Corbi su LA STAMPA – “Dove è scomparso il ragionevole dubbio. Un processo mediatico disgustoso dove è stato permesso a tutti di intervenire con toni barbari, anche a chi, troppi, non hanno mai letto una pagina di questo sterminato processo”. Compresi i soliti noti “scribacchini” locali che passavano le carte processuali in nome e per conto di qualche magistrato alle tv nazionali, e poi da perfetti “cafoncelli” di paese mettevano giacca e cravatta per farsi ospitare in tv, in alcuni casi pagandosi persino le spese di  viaggio ! Per poi pubblicare su Facebook l’avviso : oggi sarò in TV. E la chiamano informazione….

Nell’udienza odierna il professor Coppi, avvocato di Sabrina Misseri, nella sua requisitoria al processo in Cassazione, tutta tesa a dimostrare la colpevolezza di Michele Misseri, autoaccusatosi dell’omicidio della nipote. Ha definito il tutto “una vicenda umana più che processuale che parte da un dilemma: a uccidere Sarah è stato Michele oppure Sabrina e Cosima? Delle due l’una“. Coppi ha quindi puntato sul movente sessuale che, ancorché non ammesso da Michele, è a suo avviso evidente dal suo racconto: “Era un uomo molesto, Sarah percepisce l’atto come molestia e minaccia di rivelarlo a Sabrina. Ecco perché la prende per il collo e la strangola in due secondi“. Secondo il difensore “non è affatto vero che la prova della colpevolezza di Sabrina”, come ha sostenuto dall’accusa, “prescinda dalla colpevolezza di Michele Misseri. La prova della colpevolezza esclusiva di Michele Misseri è la prova dell’innocenza di Sabrina“.

(notizia in fase di aggiornamento) 




La D.I.A. di Reggio Calabria sequestra beni per oltre 142 milioni di euro ad un noto imprenditore

Il Centro Operativo D.I.A. di Reggio Calabria, coordinato dalla locale Procura della Repubblica – D.D.A., ha proceduto all’esecuzione di un provvedimento di sequestro di beni emesso da quel Tribunale – Sezione di Misure di Prevenzione, nei confronti di  Pietro Siclari 69 anni, noto imprenditore locale attivo nei settori edilizio, immobiliare ed alberghiero.

 Siclari  era già stato tratto in arresto nel novembre 2010 dalla D.I.A. di Reggio Calabria per estorsione aggravata dall’art. 7 L. 203/91, nell’ambito dell’operazione denominata “Entourage”. Dalle relative indagini era emerso che lo stesso aveva intrattenuto rapporti con esponenti delle cosche “Libri”, “Alvaro” e “Barbaro di Platì”. Per tale vicenda il Siclari è stato condannato, in primo grado, dal Tribunale di Reggio Calabria, con sentenza del 2013, ad otto anni di reclusione.

Al medesimo imprenditore  a seguito di un provvedimento emesso dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione M.P., nel maggio 2015  erano già stati sottoposti a confisca i beni societari e personali, di cui, in seguito, la Corte di Appello reggina, con provvedimento emesso alla fine dell’anno 2016, aveva disposto il dissequestro.

A fronte di una nuova proposta, finalizzata all’emissione di una nuova misura di prevenzione personale e patrimoniale, avanzata dalla locale Procura della Repubblica, sulla scorta di ulteriori accertamenti delegati al Centro Operativo D.I.A. di Reggio Calabria, venivano evidenziati nuovi ed ulteriori elementi che hanno consentito così alla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria di rivalutare il giudizio di pericolosità del Siclari ed emettere un nuovo provvedimento di sequestro di beni.

Tra i principali, nuovi, elementi di valutazione emergono i rapporti intercorsi nel tempo tra il Siclari e gli esponenti di spicco della c.d. ‘ndrangheta della montagna (con particolare riferimento alle cosche “Serraino” ed “Alvaro”), i rapporti tra Siclari e la cosca “LIBRI” (come precisati dal collaboratore di giustizia  Giovanni Riggio  ), nonché il pieno inserimento dello stesso nell’ambito della c.d. componente riservata della ‘ndrangheta (come emerso dalle indagini condotte nell’ambito dei procedimenti “Mammasantissima” e “Fata Morgana”).

L’odierno provvedimento di sequestro ha riguardato il patrimonio sociale in tutto o in quota di nr. 5 società di capitali operanti nei settori dell’edilizia, immobiliare ed alberghiero site in Reggio Calabria e Villa San Giovanni, 87 immobili, tra appartamenti, villette, autorimesse, magazzini, locali commerciali e terreni ubicati nella provincia di Reggio Calabria e numerosi rapporti finanziari, tra conti correnti, conti deposito, gestioni patrimoniali, fondi comuni d’investimento e depositi titoli, per un valore stimato in oltre 142 milioni di euro.

 Le aziende confiscate proseguono la loro attività ma sotto la gestione di  amministratori giudiziari appositamente nominati dall’Autorità Giudiziaria procedente.




La Dia sequestrati beni a Taranto

La Dia-Direzione investigativa antimafia di Lecce ha sequestrato beni mobili ed immobili, per un valore complessivo di 180 mila euro, nella disponibilità di Cosimo De Leonardo, 63enne di Taranto, già condannato per associazione di tipo mafioso, traffico illecito e violazione della disciplina degli stupefacenti, detenzione illegale di armi e munizioni, lesioni personali e violazione delle disposizioni sul controllo delle armi. Sotto sequestro sono finiti due immobili, sei autoveicoli, due motocicli e un bar. Il provvedimento di sequestro è stato emesso dall’ufficio misure di prevenzione della seconda sezione penale del Tribunale di Taranto.

L’operazione rientra nell’indagine, denominata “Città Nostra”,  svolta della Squadra mobile di Taranto che nel giugno dello scorso anno ha consentito  il fermo di 37 persone accusate, a vario titolo, dei reati di associazione per delinquere di stampo mafioso, porto e detenzione illecita di armi, estorsione, rapina e detenzione di ordigno esplosivo.

“La città è nostra” così si esprimeva il boss del clan Di Pierro intercettato mentre commentava con alcuni affiliati il controllo indiscusso delle attività illecite a Taranto.   Le indagini erano iniziate ad aprile del 2015, dopo la scarcerazione del pluripregiudicato Cosimo Di Pierro al quale era stata concessa, per motivi di salute, la misura della detenzione domiciliare. Il boss, come accertato nel corso delle intercettazioni, sin dalla sua scarcerazione, aveva dichiarato di volersi “impossessare della città” e aveva ricostruito, a questo scopo, un’organizzazione criminale che aveva la disponibilità di armi ed esplosivi e che aveva la capacità di imporre periodici pagamenti di denaro a commercianti e spacciatori dei quartieri “Borgo” e “Solito”.

Il gruppo criminale, profondamente radicato nel territorio del capoluogo jonico e incentrato sulla figura di Cosimo Di Pierro, poteva contare su numerosi giovani “fedelissimi” che ne rappresentavano il braccio armato. Per rafforzare il legame tra i componenti, erano previste anche cerimonie di iniziazione e di affiliazione, sulla falsariga dei rituali di matrice ‘ndranghetista, da cui ne mutuavano anche il gergo. In particolare, il rituale praticato era articolato in più fasi: vi era una prima fase in cui veniva recitato, come una litania, il testo propiziatorio, contenente i canonici riferimenti a Mazzini, Garibaldi e Lamarmora, seguito poi dalla “punciuta”, cioè il rito della puntura dell’indice della mano, con il sangue che viene adoperato per imbrattare un’immaginetta sacra a cui viene dato fuoco.

Il clan, inoltre, interagiva con altri gruppi criminali locali che gestivano lo spaccio di droga, le attività estorsive e l’acquisizione illecita di attività imprenditoriali. Nel corso dell’esecuzione del decreto di fermo, vennero sequestrate cinque pistole, 350 grammi di hashish e reperti archeologici. All’operazione parteciparano gli agenti delle Questure di Bari, Brindisi Lecce, Foggia, Potenza, Campobasso, della Sezione della Polizia stradale di Taranto e del Reparto prevenzione crimine e del Reparto volo di Bari, con l’impiego di circa 200 poliziotti.

Nota per i lettori: ecco cosa (NON) hanno pubblicato i cronisti… giudiziari la Gazzetta del Mezzogiorno, l’edizione pugliese de La Repubblica ed il Nuovo Quotidiano di Puglia .




Sequestrato dai Carabinieri del NOE pozzo inquinato dalla discarica Vergine

I Carabinieri del NOE il Nucleo Operativo Ecologico di Lecce,  nel corso delle operazioni di controllo effettuato in Località Palombara, isola amministrativa del Comune di Taranto, nel corso delle operazioni di campionamento delle acque sotterranee per la verifica dell’eventuale superamento della concentrazione della soglia di contaminazione di sostanze inquinanti, effettuate con l’ ausilio dell’ Arpa Puglia, mediante il prelievo delle acque prelevate dai pozzi ubicati nelle vicinanze della discarica “Vergine“, già posta sotto sequestro dal NOE nel febbraio 2014, hanno posto sotto sequestro preventivo d’urgenza il pozzo artesiano ubicato nelle immediate vicinanze della discarica sequestrata 3 anni fa, avendo accertato che a 60 metri di profondità la falda acquifera risultava contaminata dalla presenza di liquido oleoso di colore scuro, probabilmente contenente idrocarburi. Si è in attesa del risultato finale delle analisi in corso sui prelievi a campione effettuati

Il pozzo artesiano posto sotto sequestro è stato affidato in custodia giudiziale al proprietario, un pensionato del luogo, il quale a seguito delle approfondite indagini dirette dal sostituto procuratore della procura di Taranto dr. Lanfranco Marazia, è risultato essere assolutamente ignaro della situazione ed estraneo all’inquinamento in corso di accertamento.

 




Bomba supermarket Taranto. Danni ingenti, paura fra i residenti della zona

Un ordigno la notte scorsa è stato collocato e fatto esplodere davanti al supermercato Pgs, in via Dante angolo via Minniti, a Taranto. La fortissima esplosione intorno all’una, è stata avvertita in tutta la città, ha provocato ingenti danni alla saracinesca, al marciapiede, agli infissi e alle strutture murarie dello stabile. Non vi sono state persone ferite. Distrutte anche un paio di auto parcheggiate casualmente proprio davanti all’esercizio commerciale.

Panico tra i residenti della zona, in particolar modo tra coloro che abitano nei palazzi che si trovano nel luogo dell’esplosione. Sul posto sono intervenuti gli agenti della sezione Volanti, della Squadra Mobile e della polizia scientifica. Tra le piste seguite dagli investigatori prende piede quella del racket delle estorsioni.

 

 




Il prefetto Umberto Guidato saluta la città di Taranto. Dove nessuno lo rimpiangerà

Dopo tre anni , densi di eventi anche di rilievo nazionale e di sentito e profondo mio impegno, segnati da questioni di complessa problematicità mi accingo a lasciare la provincia di Taranto per ricoprire le funzioni di Prefetto di Vicenza” inizia così il messaggio di commiato dalla città di Taranto del prefetto salentino Umberto Guidato, il cui trasferimento siamo certi non lascerà alcun dispiacere nei tarantini. Sopratutto nei tarantini, vittime ed ostaggi dei continui blocchi del ponte girevole da parte di manifestanti, molto dei quali dalla lunga fedina penale. Così come non sentiranno la mancanza del Prefetto Guidato quei tarantini vittime dei continui taglieggiamenti che i cittadini devono subire quotidianamente dai parcheggiatori abusivi che  quasi “militarmente” estorcono soldi alla povera gente che dovrebbe avere il diritto di parcheggiare senza dover rischiare, in caso di rifiuto al “taglieggiamento” quotidiano, di poter ritrovare la macchina sfregiata, o ammaccata e talvolta anche qualche gomma tagliata.

Così come non si strapperanno le vesti di dosso per il suo trasferimento quei bravi poliziotti che lavorano anche oltre il proprio orario di servizio in Questura a Taranto spesso senza neanche percepire gli straordinari, mentre due poliziotti (tali Francesco Cosa e Gionatan Scasciamacchia) che sono stati purtroppo eletti in consiglio comunale a Taranto, invece di mettersi in aspettativa per motivi politici, hanno ben pensato di riuscire ad ottenere il proprio trasferimento nei commissariati delle limitrofe cittadine di Martina Franca e Grottaglie in Provincia di Taranto , e così facendo raddoppiando il proprio stipendio.

Nel caso che riguarda il nostro Direttore ed i ripetuti atti di vandalismo e stalking subiti a Taranto dal nostro Direttore e la sua autovettura, ad opera dei soliti “ignoti” (in realtà molto ben noti…) vigliacchi, il Prefetto Guidato si limitò ad incontrarlo ed a  manifestargli verbalmente la sua solidarietà, senza offrire e fornire alcun tipo di protezione. Un comportamento “assurdo, inconcepibile” come ci ha riferito un autorevole Prefetto che proviene da una lunga attività nella Polizia di Stato, al contrario della burocratica carriera d’ufficio svolta dal Prefetto Guidato.

messaggio saluto sig prefetto

Ricordiamo ancora la cosidetta “zona rossa” nel centro cittadino che impedì ai tarantini di manifestare civilmente dinnanzi alla Prefettura di Taranto ( a Roma si manifesta tranquillamente dinnanzi a Palazzo Chigi e sotto la Camera dei Deputati) allorquando ci fu la “calata” di ministri come Corrado Passera (Sviluppo Economico) e Corrado Clini (ambiente) , così come ancora oggi l’onorevole Michele Pelillo ed il senatore Salvatore Tommaselli  ricordano ancora il “trattamento” ricevuto, con lancio di bottigliette, uova e pomodori,  ad opera dei manifestanti incivili dei “Cittadini Liberi e Pensanti“, grillini e pseudo-ambientalisti in occasione della presenza del premier Matteo Renzi e del ministro Dario Franceschini in occasione dell’inaugurazione -ristrutturazione di parte del Museo Marta a Taranto, senza che le forze dell’ordine  riuscissero a tutelare questi parlamentari a causa di una pessima organizzazione del servizio d’ordine poco garantito dai reparti mobili.

Un rappresentante delle Forze dell’ ordine ci ha raccontato, con la promessa e garanzia da parte nostra, del più rigoroso anonimato, delle telefonate ricevute dal Prefetto con  il quale di fatto li convocava-invitava  a partecipare alle varie cene “sociali” di alcune note associazioni locali  e “salottini” privati notoriamente frequentate da affaristi, prenditori di denaro pubblico, che compaiono spesso e volentieri nelle indagini di polizia giudiziaria e tributaria, o come quando voleva organizzare un incontro in Prefettura convocando i vertici delle varie forze dell’ordine in carica, per officiare la presenza e presunto incarico accanto ad un ministro (che non esisteva) del Colonnello Daniele Sirimarco, l’ex-comandante provinciale dei Carabinieri di Taranto, di cui questo giornale si è occupato spesso e volentieri, il quale dopo il suo trasferimento continuava nelle sue prolungate visita a Taranto, con velleità politico-elettorali orami svanite insieme al suo “caro” amico Franco Sebastio, ex procuratore capo di Taranto, ormai finalmente pensionato da oltre un anno.

L’unico che si dispiacerà della partenza del prefetto Guidato, sarà forse un poliziotto della Polizia Provinciale, che per oscuri motivi, lo pedinava nelle passeggiate solitarie che conducevano il prefetto Guidato (senza scorta o autista) alla fermata di un autobus proveniente da un paese della provincia di Taranto per incontrare qualcuno che settimanalmente arrivava a Taranto a trovarlo.

Noi del Corriere del Giorno la pensiamo come quei tarantini che sono contenti della sua partenza e sperano oggi nell’arrivo di un nuovo prefetto proveniente dalla “terra dei fuochi” il quale  dovrebbe quindi essere più “allenato” a fronteggiare fenomeni criminali ed anti-democratici. Auspichiamo che questo nuovo Prefetto, operi da “servitore dello Stato” e cioè dei cittadini per bene ed onesti contribuenti , ancor prima di esercitare il suo ruolo di “Autorità” dello Stato, esattamente come fanno quotidianamente i comandanti dei Carabinieri Col. Andrea Intermite, e della Guardia di Finanza Col. Gianfranco Lucignano , ufficiali che stimiamo e rispettiamo, i quali con il loro arrivo a Taranto hanno riportato con la loro presenza,  ed il prezioso lavoro dei propri militari la legalità in città.

Come tutti ben sanno a Taranto, così come al Ministero dell’ Interno, il nostro giudizio sull’operato del Questore di Taranto Schimerra  (funzionario e persona per bene, sia chiaro) non è esattamente altrettanto positivo come gli abbiamo più volte manifestato in conferenze stampa ed occasioni pubbliche. Capita a chi come lui, ama troppo i salotti e le telecamere….

Quindi, buon viaggio al Prefetto Guidato,  e sopratutto buon arrivo e  buon lavoro al nuovo Prefetto di Taranto dr. Cafagna, che lunedì incontrerà la stampa locale. Glielo lo auguriamo e lo auguriamo ai cittadini di Taranto, città che ha dato i natali nel lontano 1947 a questa storica testata di cui vi  garantiamo la lettura quotidianamente, offrendovi dalla nostra sede centrale di Roma un’informazione veramente indipendente senza avere nè padroni nè padrini.




Taranto: Arrestata dai Carabinieri una tarantina sorpresa con due etti di hashish

I Carabinieri dell’Aliquota Operativa della Compagnia di Taranto hanno tratto in arresto, in flagranza del reato di detenzione a fini di spaccio di sostanza stupefacente, una donna ventottenne, incensurata, residente a Taranto. I militari, nel corso di un servizio finalizzato al contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti nel quartiere “Borgo” del capoluogo ionico, hanno concentrato la loro attenzione nei confronti dell’abitazione della donna, ubicata in un condominio già oggetto di pregressi controlli; recentemente, proprio i mirati servizi di osservazione hanno permesso ai Carabinieri di notare a tal proposito un continuo transito di giovani del luogo.

I militari, insospettiti dal continuo “via-vai”, hanno optato per fare irruzione all’interno dell’abitazione della donna ed a seguito di accurata perquisizione domiciliare hanno rinvenuto due panetti di hashish, occultati in una stanza per un peso complessivo di 200 gr.. La donna è stata immediatamente trasferita in caserma, arrestata per detenzione ai fini di spaccio e successivamente tradotta presso la propria abitazione e sottoposta agli arresti domiciliari come disposto dalla locale Procura della Repubblica. La sostanza stupefacente rinvenuta è stata sottoposta a sequestro penale.




La Polizia di Stato ritrova le maioliche del ‘600 rubate a Taranto

Brillante operazione degli agenti della Squadra Mobile della Questura di Taranto  che sono riusciti  nel pomeriggio di ieri a rintracciare e recuperare più di duecento delle maioliche risalenti al ‘600 rubate il sabato precedente dall’antico palazzo “Marchesa De Baumont Bonelli” nella città vecchia di Taranto . I ladri avevano divelto il pavimento all’interno del salone di un appartamento ubicato nell’ antico palazzo e nel frangente avevano anche portato via un orologio a pendolo, due candelabri in bronzo del 1800 ed un vaso in ceramica di fattura grottagliese risalente ai primi anni del secolo scorso.

Le indagini iniziate immediatamente dopo la denuncia del proprietario dell’appartamento, hanno fatto convergere gli indizi verso un 57enne residente a Laterza, con a carico precedenti specifici,   quale possibile ricettatore della refurtiva. A conferma di quanto sospettato nel corso della perquisizione presso la sua abitazione, i poliziotti hanno recuperato all’interno di un garage attiguo alla casa, accatastate in cassette di legno e plastica, oltre 1.300 mattonelle di maiolica di vari disegni, tra le quali anche 242 piastrelle identiche a quelle oggetto di furto. Alcune di queste presentavano ancora i residui del materiale per la posa in opera, altre, invece, risultavano già ripulite e probabilmente pronte per essere rivendute.

Le maioliche ritrovate , risalenti ad un periodo storico compreso tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900, a seguito della catalogazione sono risultate riconducibili a diversi tipi di pavimentazione. Dopo il riconoscimento le piastrelle rubate la notte del 28 gennaio,  sono state restituite al legittimo proprietario, mentre Il 57enne di Laterza (TA) , è stato denunciato per ricettazione. all’ Autorità Giudiziaria  competente

Ulteriori  indagini sono in corso finalizzate per accertare se le altre maioliche ritrovate possano essere state depredate in altri edifici storici, per risalire ai proprietari delle altre maioliche rinvenute, e per recuperare gli altri oggetti rubati mancanti all’appello della refurtiva ritrovata

 

 

 

 




Appalti pilotati a Maricommi Taranto. La Guardia di Finanza arresta 7 persone

I finanzieri del Comando Provinciale di Taranto, guidato dal Col. Gianfranco Lucignano hanno eseguito questa mattina sette nuove ordinanze cautelati richieste dal pm Maurizio Carbone e convalidate dal Gip Pompeo Carriere, nell’ambito dell’ “operazione Blackhander”  sulle tangenti che circolavano dietro le quinte del settore Maricommi della base di Taranto della Marina Militare, inchiesta che si avvia ormai alla sua conclusione.

Quattro degli arrestati sono finiti in carcere : Paolo Bisceglia imprenditore siciliano (già arrestato in precedenza) di fatto “gestore”  delle tangenti che venivano richieste ed incassate per gli appalti della Marina MilitareMarcello Martire, 54 anni, dipendente civile del Ministero della Difesa in servizio a  Maricommi, gli imprenditori tarantini Giuseppe Musciacchio e Vincenzo Calabrese ritenuti responsabili di corruzione e turbativa d’asta.  Agli arresti domiciliari sono  finiti il  capitano di vascello Giovanni Di Guardo ormai exdirettore di Maricommi Taranto,  l’imprenditore romano Pio Mantovani ed  il commerciante tarantino Gaetano Abbate  titolare della società Kent srl di Taranto che produce e vende capi di abbigliamento destinati alla Marina Militare, alla Polizia Locale di Taranto.

 

 

Le indagini ed ulteriori accertamenti su questi pseudo-imprenditori tarantini, che in realtà andrebbero definiti “faccendieri” si sono incrociate con gli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza sui tracciamenti finanziari dell’asta di aggiudicazione delle statue della storica Processione dei Misteri di Taranto, gestita dalla Confraternita del Carmine a cui appartengono alcuni degli arrestati come De Pace, Musciacchio. E le indagini continuano, per accertare il male dell’evasione fiscale che è molto stretto e collegato al giro di tangenti che circolavano negli ambienti della Marina Militare e non solo a Taranto.