'Ndrangheta: Operazione della Polizia di Stato e della Direzione Distrettuale Antimafia

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri,  finalizzata all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare – 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari – emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla temibile cosca Labate intesa “Ti Mangiu” di Reggio Calabria, ritenuti responsabili di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio Calabria, con il coordinamento dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo e il  Reparto Prevenzione Crimine, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e sequestri di imprese e società. Impiegati circa 100 uomini e donne della Polizia di Stato.

Le indagini da cui nasce l’operazione Helianthus, sono iniziate nel 2012, portarono a distanza di oltre un anno, il 12 luglio 2013, alla cattura del latitante Pietro Labate , leader carismatico e capo storico della cosca che porta il suo nome. Labate si era sottratto nel mese di aprile 2011 all’esecuzione del fermo di indiziato di delitto emesso dalla D.D.A. di Reggio Calabria ed eseguito dalla Squadra Mobile nei confronti di capi e gregari delle cosche Tegano e Labate nell’ambito dell’operazione “Archi”.

L’arresto del boss Pietro Labate

“Helianthus” è il nome che gli investigatori della Polizia di Stato hanno dato all’operazione nel corso della quale, dalle prime ore di questa mattina, a Reggio Calabria, Roma, e Cosenza sono stati eseguiti numerosi arresti e perquisizioni  e sequestri di imprese e società nella disponibilità dei capi e dei luogotenenti : si tratta di una stazione di carburanti, di un esercizio commerciale di prodotti surgelati, di un’azienda operante nel settore dei prodotti di carta e plastica per gli alimenti e la ristorazione, di un negozio di vendita al dettaglio di pitture e vernici. Il valore dei beni e di circa un milione di euro.

Fra gli arrestati figurano il boss Pietro Labate a cui il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere essendo detenuto per altra causa, il fratello Antonino Labate reggente della cosca durante il periodo di latitanza di suo fratello Pietro, il cognato di entrambi Rocco Cassone, nonché luogotenenti e nuove leve della consorteria.

In manette sono finiti: Pietro Labate, 69 anni (già detenuto); Rocco Cassone, 63 anni; Santo Gambello, 44 anni; Paolo Labate, 38 anni; Paolo Labate, 35 anni; Antonio Galante, 43 anni; Caterina Cinzia Candido, 54 anni; Francesco Marcellino, 69 anni; Fabio Morabito, 48 anni; Orazio Assumma, 60 anni; Domenico Foti, 58 anni; Domenico Pratesi, 49 anni. Domiciliari per Antonino Labate, 69 anni; Santo Antonio Minuto, 44 anni.

L’inchiesta della D.D.A. sviluppata con un’articolata indagine condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha consentito di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali del “clan Labate“, una delle più temibili e potenti articolazioni della ‘ndrangheta unitaria, che controlla nella città di Reggio Calabria il popoloso quartiere Gebbione, svelando un certo dinamismo in alcuni settori illeciti come quello delle scommesse on line, delle slot machines e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli, mantenendo un elevato interesse per quello che rappresenta gli affari principali delle attività criminali da sempre espressione dello strapotere mafioso dei “Ti Mangiu”, rappresentati dal ricorso ad attività estorsive nei confronti  di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, specialmente di quelli impegnati nell’esecuzione di appalti nel settore dell’edilizia privata nell’area ricadente sotto il dominio della consorteria mafiosa.

 

 

Estorsioni per alcune centinaia di migliaia di euro venivano imposte, con pesanti minacce, agli imprenditori durante i lavori di esecuzione di complessi immobiliari nel quartiere Gebbione controllato dai Labate. Ad alcuni titolari di imprese veniva anche imposto con la forza dell’intimidazione l’acquisto di prodotti dell’edilizia presso aziende nella disponibilità del clan. Ad un commerciante è stato impedito di aprire una pescheria nel citato quartiere perché dava fastidio al titolare di un analogo esercizio commerciale, affiliato alla cosca.

Per la prima volta, alcuni affermati imprenditori reggini del settore edile ed immobiliare, dopo un’iniziale ritrosia dovuta al timore di subire dure rappresaglie, hanno deciso di collaborare denunciando di essere vittime di ripetute estorsioni consistenti nel pagamento di ingenti somme di denaro, anche nell’ordine di 200 mila euro, ad esponenti di rilievo e luogotenenti del clan Labate o nell’imposizione dell’acquisto di prodotti dell’edilizia presso attività commerciali nella disponibilità del clan.




Calabria. La Finanza scopre 237 furbetti del "reddito di cittadinanza". Avevano ville, imprese e Ferrari

ROMA – Denunciati 237 “furbetti” del reddito e altri 73 che avevano sottoscritto false Dsu. C’era chi aveva la villa e chi la Ferrari, chi era titolare di impresa ma si erano “dimenticati” di fare la dichiarazione dei redditi e chi, invece, si trovava direttamente in galera perché mafioso.

Sono 237 i furbetti scoperti dalla Guardia di Finanza di Locri nell’ambito di un’indagine, coordinata dalla Procura, nata da una predecente inchiesta su falsi braccianti e falsi rimborsi fiscali, i quali tra aprile e dicembre 2019 hanno chiesto ed ottenuto il Reddito di cittadinanza.

I furbetti avevano ottenuto in maniera indebita in 9 mesi complessivamente 870mila euro, sono stati scoperti dalle Fiamme Gialle grazie ad ulteriori approfondimenti su coloro che erano già stati denunciati nella precedente inchiesta.

I casi più eclatanti venuti alla luce sono quello di due detenuti per mafia, attualmente in carcere nell’ambito dell’inchiesta ‘Canada connection‘, quello di un’intera famiglia, riconducibile ad una cosca di ‘ndrangheta.




Catanzaro, soldi e sesso in cambio di favori.  Arrestato un magistrato

ROMA – Arrestato questa mattina dalla Guardia di Finanza di Crotone,  il magistrato della Corte di Appello di Catanzaro Marco Petrini , di origine umbre,  a seguito di ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip del Tribunale di Salerno. Le indagini sono coordinate dal pm Vincenzo Senatore, dal procuratore aggiunto Luigi Alberto Cannavale e dal procuratore reggente Luca Masini. Sono in corso perquisizioni a Catanzaro e acquisizione di atti presso la Corte d’Appello della città calabrese.

l’ avvocato Marzia Tassone

Insieme a Petrini sono stati  arrestati: Vincenzo Arcuri, Giuseppe Caligiuri, Luigi Falzetta, Emilio Santoro, Francesco Saraco e Giuseppe Tursi Prato). L’avvocato Marzia Tassone è stato posto agli arresti domiciliari. Ci sono  altri 16 indagati. L’accusa per tutte le persone coinvolte nell’inchiesta é corruzione in atti giudiziari.

Un’inchiesta che va raccontata partendo da una premessa: arresti e perquisizioni non vanno considerati alla stregua di sentenze definitive, ma esclusivamente come un momento cautelare di prevenzione di una vicenda nella quale tutte le persone coinvolte si dicono pronte a sostenere la correttezza del proprio ruolo.

Denaro, gioielli e sesso in cambio di favori nei processi, sono queste le accuse mosse nei confronti del magistrato. Otto gli indagati, sette tradotti in carcere ed uno posto ai domiciliari. Agli arresti è finito anche  Marzia Tassone un piacente avvocato del foro di Catanzaro, ,  mentre un’ altro avvocato Francesco Saraco del foro di Locri , è ai domiciliari. Coinvolti anche l’ex consigliere regionale Giuseppe Tursi Prato ed alcuni professionisti calabresi che vengono definiti “insospettabili” dagli inquirenti.  L’accusa principale è di corruzione in atti giudiziari, con    l’aggravante delle finalità mafiose solo in alcuni casi . Nell’ordinanza si legge anche di “gamberi, vacanze in resort e champagne” e di “16 prestazioni sessuali in cambio di sentenze“. Gli inquirenti hanno piazzato una videocamera nell’ ufficio del magistrato , che che ha registrato in tempo reale scambi di soldi, scene di sesso esplicito e semplici effusioni (a seconda dei favori richiesti dalle rispettive interlocutrici)

L’indagine è partita nel 2018 e  sulla base della ricostruzione  degli inquirenti, si trattava di un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva al centro il magistrato Petrini, destinatario di denaro, gioielli ma anche di prestazioni sessuali in cambio di favori processuali, per esempio le assoluzioni o le riduzioni di pena promesse o assicurate dallo stesso per vanificare gli effetti di una sentenza di condanna in primo grado.

 Indagini approfondite grazie all’ausilio di intercettazioni attraverso il trojan inoculato dalla Procura di Salerno sul cellulare del giudice, ma anche supportate da appostamenti e di filmati (come la telecamera negli uffici della commissione Tributaria).

Una vita lavorativa e sessuale abbastanza imbarazzante per il giudice Petrini , quella che emerge dalle carte dell’inchiesta di Salerno. Una vita professionale e sessuale nella quale ci sarebbe posto anche “per una amante stabile“: è questo il ruolo che viene descritta da parte del Tribunale di Salerno l’ avv. Marzia Tassone, da ieri ai domiciliari. ,Nella stanza del giudice (in questo caso consultato come vertice di una sezione della corte di assise appello), l’avvocatessa avrebbe offerto tre prestazioni sessuali (due delle quali filmate e agli atti), in attesa di un intervento di Petrini, a proposito di scottanti vicende giudiziarie del distretto.

Basandosi sulla ricostruzione dell’accusa, c’era in ballo il rigetto da parte del giudice della richiesta della Procura generale di utilizzare il verbale del pentito Emanuele Mancuso, ritenendo “irrilevanti e inconferenti rispetto ai capi di imputazioni le dichiarazioni”, in un processo in cui era presente in uno dei collegi difensivi, tra gli altri, proprio l’avvocatessa Maria detta Marzia Tassone . Ma non bastava: “Lo scorso sette marzo – scrive il Gip salernitano – il giudice Petrini avrebbe promesso di aiutare l’avvocato Tassone per la difesa di Giuseppe Gualtieri, a sua volta imputato in un duplice omicidio in danno di Francesca Petrolini e Rocco Bava, avvenuto a Davoli nel 2018»

Leggendo la misura cautelare, emerge il verbale del collaboratore di giustizia Andrea Mantella, il quale alla domanda se conoscesse il magistrato Petrini non ha alcuna esitazione nel rispondere così: “Nell’ambiente che ho frequentato lo chiamavano il bolognese, quello con la gonnella, o il «porco». In merito a quest’ultimo soprannome, riferisco che il riferimento è anche alle donne. Ribadisco che Marco Petrini fa parte della congrega sopra descritta e che mangia come un porco, accetta soldi cash, auto a noleggio, soggiorni turistici, orologi e piaceri sessuali in genere”. Affermazione gravi e pesanti che dovranno essere smentite dallo stesso Petrini nel corso dell’interrogatorio di garanzia, che si terrà nel carcere salernitano di Fuorni, dove il magistrato – anche per motivi precauzionali – è stato tradotto subito dopo le manette ai polsi.

L’inchiesta riguarda anche i sequestri preventivi previsti dalla normativa antimafia, i processi tributari e quelli in sede civile. A muovere la sua azione, spiega il Gip nella sua ordinanza, la situazione di grave sofferenza economica del Petrini, il quale aveva sempre bisogno di continue nuove entrate per potere sostenere il proprio tenore di vita ritenuto spropositato.  Nell’abitazione del giudice durante il corso della perquisizione domiciliare sono stati trovati in una busta contanti per seimila euro.

I magistrati documentanouna situazione di ‘sofferenza bancaria’ dovuta al mancato pagamento di alcuni finanziamenti, ed una quasi costante scopertura di conto corrente“. Gli investigatori, “tenuto conto delle ripetute consegne di somme di denaro in contanti al Petrini, documentate nel corso delle indagini, hanno proceduto ad approfonditi accertamenti bancari e patrimoniali, finalizzati a ricostruire le disponibilità economiche in capo allo stesso Petrini“.

Dalle verifiche eseguite sui conti correnti bancari riconducibili a Petriniemergeva – secondo quanto scrivono i giudici – una situazione di ‘sofferenza bancaria’ dovuta al mancato pagamento di alcuni finanziamenti, ed una quasi costante scopertura di conto corrente, coperta con versamenti di somme in contante che, nell’anno 2018, ammontavano ad euro 20.400,00; dato quest’ultimo che, da subito appariva anomalo, visto che il Petrini, pubblico dipendente, riceve i propri emolumenti unicamente attraverso bonifici“.

Partecipe e presunto complice di questo “sistema” era un medico in pensione ed ex dirigente dell’Asl di Cosenza il quale secondo quanto emerso stipendiava il magistrato Petrini, che è anche presidente della Commissione provinciale tributaria, per godere dei favori processuali e trovava altre persone – imputati o parenti di imputati – disposti a corrompere il giudice.

Il consigliere regionale Tursi Prato, invece, grazie ai “servigi” di Marco Pretini, avrebbe percepito il vitalizio che non gli spettava più in quanto era stato condannato nel 2004 a sei anni con interdizione perpetua dai pubblici uffici, condanna questa che aveva comportato la decadenza del diritto all’assegno.

Gli indagati nell’inchiesta della Dda di Salerno promettevano e consegnavano al magistrato, presidente di sezione della Corte d’Appello di Catanzaro nonché presidente della Commissione Provinciale Tributaria del capoluogo calabrese, in cambio del suo intervento “per ottenere, in processi penali, civili e in cause tributarie – riporta un comunicato – sentenze o comunque provvedimenti favorevoli a terze persone  concorrenti nel reato corruttivo. In taluni casi i provvedimenti favorevoli richiesti al magistrato e da quest’ultimo promessi e/o assicurati erano diretti a vanificare, mediante assoluzioni o consistenti riduzioni di pena, sentenze di condanna pronunciate in primo grado dai tribunali del distretto, provvedimenti di misure di prevenzione, già definite in primo grado o sequestri patrimoniali in applicazione della normativa antimafia, nonché sentenze in cause civili e accertamenti tributari”.

La Procura di Salerno punta a interrogare nei prossimi giorni una terza avvocatessa, anch’essa indagata per un’ipotesi di tentata corruzione. Viene filmata mentre si scambia qualche bacio con il giudice. Di cosa parlavano, ignari di essere ripresi? Dell’esame di avvocato per una assistente dell’avvocatessa, argomento sul quale il giudice non avrebbe lesinato consigli professionali.

Per il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Pacifico, “la disponibilità del Petrini ad accedere alle proposte corruttive, non ha trovato freno nemmeno rispetto alle espresse preoccupazioni manifestategli dalla moglie” dopo la pubblicazione sul Il Fatto Quotidiano (leggi l’articolo di Antonella Mascali), il 17 gennaio 2019 di un articolo con la notizia di indagini della Procura di Salerno nei confronti di quindici magistrati del distretto di Catanzaro, nel quale vi era un espresso riferimento alla persona del Tursi Prato. “E allo stesso riguardo, costituisce un dato allarmante la perduranza dei contatti intrattenuti dal magistrato con Santoro ed Falzetta (Luigi, anch’egli arrestato), e la ricezione di altre utilità conseguite facendo mercimonio delle funzioni giudiziarie svolte, persino dopo la divulgazione sulla stampa nazionale di articoli relativi ad indagini per corruzione svolte dalla Procura di Perugia, che hanno avuto conseguenze dirompenti sul sistema giudiziario nazionale con le dimissioni di quattro componenti del Consiglio Superiore della Magistratura”.




Il Governo sostituisce il prefetto di Cosenza, Paola Galeone attualmente ai domiciliari

ROMA – Il Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, ha deliberato di sostituire il prefetto di Cosenza, Paola Galeone, attualmente ristretta agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Taranto con l’accusa di induzione indebita a dare o promettere utilità. All’ex prefetto viene contestato, in particolare l’articolo 319 quater del Codice penale, come reso noto dalla Procura della Repubblica di Cosenza.

La Galeone è stata sorpresa mentre intascava 700 euro, presumibilmente per favorire un’imprenditrice della zona che, in realtà, l’aveva già denunciata. L’ex-prefetto di Cosenza dopo l’arresto subito si era messa in aspettativa trasferendosi a Taranto, sua città natale,  in attesa che il governo nominasse il suo sostituto.

Con una nota Palazzo Chigi informa che il prefetto Paola Galeone è stata collocata disposizione ai sensi dell’articolo 237 del Dpr n. 3 del 1957.  Nuovo Prefetto di Cosenza é stata nominata Cinzia Guercio, che è stato Prefetto di Isernia.

Il nuovo Prefetto, laureata con lode in Giurisprudenza alla “Sapienza” di Roma, ha al suo attivo scuole di specializzazione e pubblicazioni ed una carriera nelle istituzioni iniziata nella Polizia di Stato.

Ha partecipato a corsi di formazione presso la Scuola Superiore di Pubblica amministrazione, la Corte Suprema della Cassazione, la Scuola Superiore dell’Amministrazione civile dell’interno e il dipartimento della Funzione pubblica.

Nominata per la prima volta Prefetto ad agosto 2011 ha presieduto la Commissione straordinaria per l’amministrazione del Comune di San Giuseppe Vesuviano, sciolto per infiltrazioni di criminalità organizzata. In seguito, ha gestito il commissariamento ordinario del Comune di Avellino dal 31 ottobre 2012 fino al 2013 Dal 2013 al 2015 è stata anche responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza del Ministero dell’Interno.

Nel marzo 2015 ha assunto l’incarico di componente della Commissione straordinaria per lo scioglimento per infiltrazioni di criminalità organizzata dell’ospedale Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, primo caso in assoluto di gestione straordinaria di una struttura ospedaliera in Italia.

Dal febbraio 2017 fino ad agosto 2018, è stata nominata direttore centrale dei Servizi tecnico-logistici e della gestione patrimoniale del dipartimento della Pubblica sicurezza. Dal 28 novembre 2018 è stata nominata prefetto della Provincia di Isernia, assumendone l’incarico il successivo 17 dicembre, per approdare adesso alla guida della Prefettura di Cosenza.

Al suo attivo vanta numerose pubblicazioni in materia di organizzazione e gestione delle amministrazioni pubbliche nonché docenze in diritto pubblico e diritto del lavoro presso i centri di formazione professionale Enfap. Vincitrice del concorso a vice-commissario della Polizia di Stato presso il ministero dell’Interno e idonea al concorso per consigliere in prova nel ruolo amministrativo della carriera direttiva del ministero della Sanità, è stata vice-commissario della Polizia di Stato dal 2 maggio al 31 agosto 1985.

 

 

 




Ndrangheta: operazione della Polizia di Stato contro le cosche di Siderno.

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 28 ordinanze di custodia cautelare (23 in carcere e 5 agli arresti domiciliari) nei confronti di elementi di vertice, affiliati e prestanomi delle ‘ndrine MUIÀ e FIGLIOMENI e della potente cosca COMMISSO di Siderno (RC), ritenuti responsabili, a vario titolo, dei delitti di associazione mafiosa transnazionale ed armata, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, esercizio abusivo del credito, usura e favoreggiamento personale, commessi con l’aggravante del ricorso al metodo mafioso, ovvero al fine di agevolare la ‘ndrangheta.

Ndrangheta: operazione della Polizia contro le cosche di Siderno

L’operazione è la prosecuzione dell’inchiesta Canadian Ndrangheta Connection nell’ambito della quale, il 18 luglio scorso, gli agenti dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e della Squadra Mobile di Reggio Calabria hanno sottoposto a fermo di indiziato di delitto 12 soggetti affiliati alla ‘ndrina MUIA’. Gli investigatori stanno eseguendo anche perquisizioni in Calabria e Liguria. Impiegati 150 uomini e donne della Polizia di Stato.

L’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia  di Reggio Calabria – sviluppata nel biennio 2018-2019 – con un’articolata indagine condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria e dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato – ha consentito di delineare gli assetti e l’operatività delle ‘ndrine MUIÀ e FIGLIOMENI, collegate alla più affermata e risalente cosca COMMISSO, tradizionalmente operante a Siderno (RC) e in Canada e di allargare le conoscenze sull’articolata struttura della ‘ndrangheta in ambito sovranazionale, dal momento che è stato possibile documentare, per la prima volta, che l’articolazione territoriale operante nel grande Stato nordamericano, riferibile alla locale di Siderno, è attualmente governata da un organismo abilitato a riunirsi in territorio estero e ad assumere decisioni anche con riferimento alle dinamiche criminali attualmente esistenti nel territorio calabrese.




Scommesse online. Società maltese in rapporti con la 'ndrangheta nasconde al fisco italiano 4 miliardi di ricavi

ROMA – La Guardia di Finanza di Reggio Calabria, insieme al Nucleo speciale entrate ed al Nucleo speciale tutela privacy e frodi tecnologiche ha concluso una verifica fiscale nei confronti di una società maltese con organizzazione in Italia, operante nel settore del gioco online, relativamente agli anni d’imposta 2015 e 2016, dalla quale è emersa l’omessa dichiarazione di ricavi per quasi 4 miliardi di euro ed una base imponibile ai fini della Imposta unica sulle scommesse pari ad oltre 1 miliardo di euro.

In tale sede era stata accertata l’esistenza di un’associazione per delinquere di tipo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere – tra le quali la società verificata – ha esercitato abusivamente l’attività di gioco in Italia, riciclando ingenti proventi illeciti. La raccolta di scommesse, in effetti, attuata dagli allibratori anche al di fuori del proprio Paese di stabilimento, ha conosciuto un notevole sviluppo con la diffusione della tecnologia informatica che permette il rapido scambio di dati attraverso le reti telematiche.

L’azione di vigilanza e controllo a tutela del monopolio statale sui giochi, sulle scommesse e sui concorsi pronostici – orientata a prevenire e reprimere tutti gli illeciti legati al gioco irregolare e clandestino – ha evidenziato che in Italia, negli ultimi anni, si è registrata una proliferazione di agenzie che effettuano la raccolta di scommesse via internet, affiliate a bookmaker esteri il più delle volte privi delle previste concessioni rilasciate dall’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

I Finanzieri hanno quindi accertato una maxi evasione d’imposta anche con riferimento all’Irap per oltre 6 milioni di euro, all’Ires per oltre 47 milioni ed alla Ius per oltre 71 milioni.

La verifica fiscale è scaturita dalle risultanze emerse nell’Operazione “GALASSIA, condotta dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Reggio Calabria in collaborazione con lo SCICO e conclusa nel novembre del 2018 con l’esecuzione a 18 fermi e al sequestro di società nazionali ed estere, siti di scommesse on line e altri beni per un valore pari ad oltre 723 milioni, disposti dalla Dda diretta da Giovanni Bombardieri.

Dall’indagine era emersa l’esistenza di un’associazione di tipo mafioso con proiezione transnazionale, costituita da soggetti appartenenti alla ‘ndrangheta, che, avvalendosi di società estere – tra le quali la società al centro delle verifiche, che poi ha cambiato compagine sociale e adesso non ha alcun legame con fatti di ‘ndrangheta – ha esercitato abusivamente l’attività di gioco in Italia, riciclando ingenti proventi illeciti.

Invero, è stato rilevato che alcuni bookmaker transnazionali operano sul territorio italiano attraverso reti di agenzie perfettamente organizzate che rappresentano l’’interfaccia della “casa madre” e alle quali è riconosciuta dal bookmaker una provvigione commisurata alle giocate raccolte.

 

Nel corso delle operazioni complessivamente condotte dalla Fiamme Gialle è emerso che la società verificata, sebbene avesse aderito alla procedura di emersione prevista dalla Legge di Stabilità 2015 (cd. “Sanatoria”) e fosse munita di apposita autorizzazione a svolgere sul territorio nazionale attività di raccolta di scommesse, con vincita in denaro, attraverso una rete fisica (cd. “gaming a terra”), costituita da una pluralità di “Punti di Raccolta”, ha continuato abusivamente a proporre scommesse in parallelo rispetto alla autorizzazione ufficiale, nonché sottraendo rilevante materia imponibile all’Imposta Unica, all’IRES ed all’IRAP, conseguente al riciclaggio dei relativi proventi illeciti.

I Finanzieri hanno così proceduto alla dettagliata analisi della documentazione contabile acquisita, oltre che delle risultanze investigative emerse nell’ambito delle pregresse indagini, verificando, sulla base dei riscontri tecnici posti in essere dalla componente specialistica della Guardia Finanza, l’effettivo volume delle scommesse illegali complessivamente poste in essere sia in ambito sportivo via internet che sui Casinò virtuali ovvero nel Poker on-line.

Alla luce di quanto sopra, e al termine di dettagliati accertamenti tecnico-contabili, è stata così accertata una maxi evasione d’imposta anche con riferimento all’IRAP per oltre 6 milioni di euro, all’IRES per oltre 47 milioni di euro ed alla IUS per oltre 71 milioni di euro.

La maxi evasione fiscale  indicata in 4 miliardi di euro, importo che deve intendersi quale valore corrispondente ai complessivi maggiori ricavi constatati rispetto a quelli riportati nelle dichiarazioni annuali presentate dalla Società verificata. A seguito dello scomputo dei correlati costi, sono state quindi rideterminate le Imposte dovute e non versate con riferimento all’IRAP per oltre 6 milioni di euro e all’IRES per oltre 47 milioni di euro. Relativamente alla Imposta Unica sulle Scommesse, rideterminata in oltre 71 milioni di euro, si conferma che il predetto importo scaturisce dall’applicazione delle previste aliquote alla maggior base imponibile constatata, pari ad oltre 1 miliardo di euro.

La verifica appena conclusa dà prova della costante attenzione che la Guardia di Finanza rivolge al delicato settore della Tutela delle Entrate e, in particolar modo, dei complessi fenomeni di evasione fiscale transnazionale, anche a contrasto delle sue forme più subdole e difficilmente perseguibili, posti in essere attraverso le nuove frontiere dell’economia digitale.




'Ndrangheta. Catturato dai Carabinieri il latitante Francesco Strangio, di San Luca (Reggio Calabria) che si nascondeva nel cosentino

ROMA – Nella notte di San Valentino i Carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria ed i colleghi di Cosenza con personale dello Squadrone Eliportato “Cacciatori di Calabria” hanno catturato il latitante Francesco Strangio, uno dei più pericolosi esponenti della ‘ndrangheta . L’uomo, in fuga da un anno, è stato rintracciato a Rose, piccolo comune del cosentino in un appartamento all’ultimo piano di un condominio del centro abitato.

Pluripregiudicato ritenuto contiguo alla cosca Strangio-Janchi di San Luca, Strangio deve scontare 14 anni per narcotraffico internazionale, per aver negoziato e gestito l’importazione di ingenti quantità di cocaina dal Sudamerica. Nell’operazione sono stati impiegati anche i Carabinieri dello “Squadrone Cacciatori” di Vibo Valentia.

Strangio è stato arrestato in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso nel gennaio dello scorso anno dalla Procura Generale di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore Generale Bernardo Petralia,  dal quale momento aveva fatto perdere le proprie tracce, in ragione di una condanna a 14 anni di carcere per associazione finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti, divenuta definitiva. Le articolate e prolungate indagini che hanno portato alla cattura del latitante – frutto del sistematico ricorso alle varie componenti territoriali, mobili e speciali dell’Arma dei Carabinieri, il cui impiego consente di affermare in maniera capillare l’autorità dello Stato sul territorio – sono state condotte con il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Reggio Calabria, diretta dal Procuratore distrettuale Giovanni Bombardieri.

Pluripregiudicato e più volte indagato nell’ambito di operazioni antidroga, Francesco Strangio è considerato un vero e proprio broker del narcotraffico internazionale, in grado di gestire in prima persona ingenti approvvigionamenti di cocaina dal sud America. È stato infatti più volte riscontrato nel corso del tempo (su tutte, le operazioni “Revolution” della DDA reggina e “Dionisio” della DDA di Milano) come Strangio abbia preso parte attiva nell’ambito delle attività di narcotraffico di una più ampia organizzazione, saldamente legata al territorio ed alle cosche di ‘ndrangheta della Locride, le quali controllavano e dirigevano tutte le attività illecite con una capacità di proiezione e di infiltrazione su tutto il territorio nazionale.

Le indagini, infatti, hanno permesso di constatare come i membri dell’organizzazione disponessero di basi logistiche ed appoggi in tutta Italia e nei principali paesi europei, quali Germania, Olanda e Belgio, funzionali ad assicurare l’ingresso e lo smistamento dei carichi di cocaina in Europa. In particolare Strangio, in stretta collaborazione con Bruno Pizzata classe  ’59, vertice dell’organizzazione che attualmente sta scontando in carcere una condanna a 30 anni di reclusione, ha personalmente preso parte alle trattative d’acquisto con i narcos sudamericani e ha organizzato i trasferimenti dello stupefacente a bordo di navi cargo con carichi di copertura in diversi porti del nord Europa (quali Amburgo ed Anversa). Strangio, forte dell’esperienza acquisita nei trasferimenti transfrontalieri e dei contatti con i produttori sudamericani, ha avuto un ruolo attivo anche nel finanziare le importazioni, coinvolgendo altri “investitori” ai lucrosi traffici di stupefacente.

Da oltre un anno, ormai, il latitante ‘ndranghettista  aveva trovato sicuro rifugio spostandosi tra diversi centri del cosentino, fino a giungere da un paio di settimane circa nel comune di Rose, dove aveva individuato nella mansarda all’ultimo piano di un tranquillo condominio il luogo ideale per sottrarsi alla condanna, continuando a gestire i propri traffici illeciti. All’interno dell’abitazione i Carabinieri hanno rinvenuto svariate carte di identità ed un passaporto intestati a terzi, acquisiti per essere contraffatti con la sostituzione della fotografia. Inoltre, Strangio aveva con sé denaro contante (circa 8.000 €) e nell’appartamento sono stati rinvenuti tre telefoni cellulari parzialmente bruciati all’interno di un camino, due valigie già pronte per una rapida partenza e tracce di cocaina su alcuni mobili. Tuttavia, l’irruzione repentina dei militari – che hanno dovuto abbattere la porta blindata dell’appartamento servendosi di un ariete – non ha lasciato alcun margine di fuga allo Strangio ponendo fine alla sua latitanza.

L’arrestato, che dovrà scontare la pena di 14 anni di reclusione e 60.000 € di multa, è stato tradotto presso la casa circondariale di Cosenza a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Esulta in diretta il ministro dell’Interno:Grazie alle forze dell’ordine, che ogni giorno ci fanno essere orgogliosi di loro“, twitta con l’hashtag #laMafiaMiFaSchifo.  “Lo scorso Ferragosto – ricorda Salviniavevamo organizzato proprio a San Luca il Comitato nazionale ordine e sicurezza pubblica: volevamo mostrare a tutti che lo Stato c’è e non molla. L’arresto di questo criminale ne è la conferma. Non ci fermeremo qui“.

Da segnalare  l’applauso della folla ai Carabinieri mentre portavano via in auto l’arrestato. Esiste una Calabria “sana”, ed è giusto segnalarlo.




'Ndrangheta, operazione "Quinta Bolgia" della Finanza in Calabria: fra i 24 arresti anche l'ex deputato Galati

CATANZARO – Per disposizione della Procura della Repubblica-Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro guidata dal dr. Nicola Gratteri , questa mattina gli uomini del Nucelo di polizia economica-finanziaria della  Guardia di Finanza di Catanzaro e dello S.C.I.C.O di Roma, hanno effettuato 24 ordinanze di custodia (12 in carcere e 12 ai domiciliari) e sequestrato beni per un valore di dieci milioni di euro. Fra loro ci sono anche l’ex deputato di centrodestra, Pino Galati, finito ai domiciliari, più un ex consigliere comunale di Lamezia e tre dirigenti Asp. La magistratura e gli investigatori della Finanza hanno scoperto che persino i servizi di trasporto sanitario e le pompe funebri fra Lamezia Terme e Catanzaro erano controllati dalla ‘ndrangheta, con il benestare di politici e amministratori pubblici.

L’inchiesta “Quinta Bolgia” è partita a seguito di approfondimenti investigativi effettuati sulle ramificazioni e gli affari del clan Iannazzo-Daponte – Cannizzaro, e si è estesa fino a raggiungere settori importanti della sanità e della pubblica amministrazione, finendo per coinvolgere anche politici di peso come l’ex-deputato Giuseppe Galati parlamentare dal 2006, noto per aver militato sotto le bandiere praticamente di quasi tutte le formazioni di centrodestra, Lo scorso 4 marzo Giuseppe (detto “Pino”) Galati , il cui nome non è nuovo alle cronache giudiziarie, si era candidato con “Noi con l’Italia“, ha mancato di un soffio l’elezione. In passato  era stato eletto prima con l’Udc per poi passare a Forza Italia e, successivamente, ad Ala il movimento creato da Denis Verdini.

l’ex deputato Giuseppe Galati

Nel 2016  Galati era rimasto coinvolto in un’altra inchiesta denominata “Alchemia“sulla ‘ndrangheta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria. In quel caso la Procura distrettuale aveva chiesto l’arresto di Galati, all’epoca in carica, per corruzione aggravata dalle modalità mafiose, ma il Gip non l’accolse perché non ritenne sussistesse un quadro indiziario grave. La posizione di Galati, a conclusione dell’inchiesta, fu poi archiviata dal Gup di Reggio Calabria su richiesta della stessa Procura.

Sabato scorso la Corte d’appello di Salerno, presieduta da Massimo Palumbo, ha accolto l’atto proposto dalla sola parte civile, l’attuale sindaco di Napoli (difeso dagli avvocati Stefano Montone ed Elena Lepre) riconoscendo una violazione di legge nella revoca per “Poseidone”, risalente al 29 marzo del 2007, da parte dell’allora procuratore aggiunto di Catanzaro Salvatore Murone, con il concorso del senatore di Forza Italia Giancarlo Pittelli e dell’allora sottosegretario alle Attività produttive, Giuseppe Galati, per i quali i reati commessi potrebbero essere ascritti a quello di “abuso d’ufficio” ma per questo hanno dichiarato di non doversi procedere per intervenuta prescrizione.

l’ex magistrato Luigi De Magistris attuale Sindaco di Napoli

Riconosciuta inoltre come illegittima l’avocazione del procedimento “Why Not”, fatta il 19 ottobre 2007 sempre da Murone con l’avvocato generale facente funzioni di procuratore generale della Repubblica presso la Corte di appello di Catanzaro, Dolcino Favi, in concorso con Antonio Saladino responsabile per il centro-sud  della Compagnia delle Opere  , ritenendo i fatti sussumibili nel reato di abuso d’ufficio, per il quale è stato dichiarato il non doversi procedere per intervenuta prescrizione. Il primo grado di giudizio ha visto la prima udienza il 2 febbraio 2011 (a quasi 4 anni dai fatti) e si era chiuso il 20 aprile 2016, dopo 98 udienze: il collegio della prima sezione penale, pur riconoscendo in sentenza la violazione di legge, aveva assolto gli imputati. L’ex pm, ora sindaco di Napoli, aveva impugnato la sentenza.

Galati in veste di ex presidente di “Calabresi nel mondo“, ente in house della Regione Calabria, è attualmente indagato per aver assunto un infinito numero di collaboratori a soli “fini clientelari per mantenere e incrementare il proprio bacino elettorale” simulando il loro impiego nella Struttura operativa interna, ma impiegandoli in realtà in progetti finanziati con fondi comunitari.

I particolari sono stati illustrati nel corso una conferenza stampa in corso tenuta dal procuratore capo dr. Nicola Gratteri, del procuratore aggiunto dr. Vincenzo Capomolla, dal comandante provinciale di Catanzaro della Guardia di Finanza Gen. Davide Rametta, e dal comandante dello S.C.I.C.O di Roma, Gen. Alessandro Barbera.

Gratteri ha parlato di una guerra in corso all’interno della ‘ndrangheta per la gestione del servizio ambulanza, con il “gruppo Rocca“,  guerra che  è terminato con un accordo tra il “gruppo Putrino e Rocca”.  Infatti  nell’inchiesta è coinvolto  anche il gruppo Putrino , infatti,  che sulla base alle ricostruzioni degli inquirenti sin dal 2009  mirava  ad acquisire una posizione di dominio nel settore delle autoambulanze , delle onoranze funebri e delle forniture di materiale sanitario, aggiudicandosi la gara di appalto relativa alla gestione del servizio delle ambulanze 118 bandita dall’Asp di Catanzaro dal 2010 a sino al 2017.

Il gruppo imprenditoriale-‘ndranghettista  ha continuato ad operare  a seguito di plurime oltre che illegittime proroghe ottenute, ed  in assenza di una gara formale,  grazie ai rapporti privilegiati intercorrenti tra i vertici del gruppo criminale Iannazzo-Cannizzaro-Daponte e numerosi dirigenti dell’Asp, tra cui Giuseppe Perri (commissario e successivamente direttore generale dell’Asp) , Giuseppe Pugliese (ex direttore amministrativo ) ed Eliseo Ciccone (ex responsabile del servizio Suem 118) a carico dei quali vengono contestati plurimi episodi di abuso d’ufficio.

 

Analoghe condotte con l’aggravante della finalità mafiosa vendono contestate anche due esponenti della politica, l’ex deputato Giuseppe Galati e l’ ex consigliere del Comune di Lamezia Terne  Luigi Muraca,  che secondo quanto emerso dalle indagini rappresentavano l’anello di congiunzione tra il contesto ‘ndranghetistico e la dirigenza Asp coinvolta.

Fra gli arrestati, sottoposti agli arresti domiciliari anche Antonio Tommaso StrangisItalo Colombo, Eliseo Ciccone, Giuseppe Luca Pagnotta e Francesco Serapide. che rispondono di episodi di corruzione, rivelazione di segreto di ufficio, frode nelle pubbliche forniture, induzione indebita a dare e promettere utilità, falso.

Custodia cautelare in carcere :

Di Spena Franco Antonio, 45 anni di Lamezia Terme

Ferrise Pietro, 59 anni di Lamezia Terme

Gagliardi Alfredo, 40 anni di Lamezia Terme 

Putrino Pietro 73 anni di Lamezia Terme
Putrino Diego, 36 anni di Lamezia Terme
Putrino Diego, 51 anni di Lamezia Terme

Riello Pasquale, 52 anni di Lamezia Terme

Rocca Silvio, 61 anni di Lamezia Terme
Rocca Pietro 63 anni di Lamezia Terme
Rocca Ugo Bernardo, 33 anni di Lamezia Terme
Strangis Tommaso Antonio, 53 anni di Lamezia Terme

Torcasio Vincenzo, detto Enzino, 38 anni di Lamezia Terme

Arresti domiciliari

Colombo Italo, 48 anni di Catanzaro

Ciccone Eliseo, 65 anni di Catanzaro

Galati Giuseppe, 57 anni di Lamezia Terme

Gemelli Roberto Frank, 54 anni di Lamezia Terme
Mauceri Sebastiano Felice Corrado, 56 anni di Lamezia Terme 
Muraca Luigi, 50 anni di Lamezia Terme

Pagnotta Giuseppe Luca, 45 anni di Montepaone
Pugliese Giuseppe, 50 anni di Crotone
Perri Giuseppe, 50 anni di Falerna
Serapide Francesco, 45 anni di Catanzaro

Strangis Tommaso Antonio, 53 anni di Lamezia Terme

(notizia in fase di aggiornamento)

 

 

 




La procura di Locri : "Se fallisce il modello Riace non è colpa nostra"

ROMA – “La nostra inchiesta non ha rappresentato un attacco al modello Riace. Se il modello Riace dovesse fallire, non sarà colpa certo della Procura di Locri“. Lo ha dichiarato il procuratore di Locri Luigi D’Alessio. che ha aggiunto “Noi abbiamo ravvisato delle ipotesi di reato e quindi, procedendo, abbiamo fatto il nostro dovere. Stiamo, comunque, preparando il ricorso al Tribunale del riesame, che depositeremo nei prossimi giorni” ha concluso riferendosi ai rilievi mossi dal Gip nella sua ordinanza. L’arresto é stato fatto in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Locri su richiesta della Procura della Repubblica.

Arrestato e posto ai domiciliari il sindaco di Riace, Domenico Lucano detto Mimmo. La misura detentiva è stata effettuata dalla Guardia di finanza con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.  Mi hanno messo agli arresti per un reato di umanità”. Così ha commentato  il suo arresto  Mimmo Lucano, il sindaco di Riace che è stato sospeso d’ufficio dal prefetto di Reggio Michele di Bari, parlando con suo fratello Giuseppe Lucano,  dovendo rispondere dell’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e attribuzione illecita di appalti. “È sorpreso, amareggiato e anche un po’ arrabbiato – ha detto Giuseppe – per alcune cose viste nell’ordinanza, anche se il gip le ha rigettate. Comunque è fiducioso, si sente di non avere compiuto nulla di particolare che potesse giustificare una limitazione della sua libertà. Comunque oggi è più sereno, ha visto che non è solo”. Intanto, come detto, Domattina alle 9 è previsto l’interrogatorio di garanzia davanti al gip di Locri. I suoi avvocati hanno già presentato una richiesta di scarcerazione.

Adesso la vicenda si sposta “tecnicamente” nelle stanze del Palazzo di giustizia di Locri. “Il modello Riace non è in discussione, andremo avanti e sono sicuro che Mimmo tornerà presto con noi”, ha cerca di rassicurare il vicesindaco Giuseppe Gervasi. Ma sul futuro di Riace peseranno le decisioni che nei prossimi giorni prenderà il Tribunale del Riesame chiamato a pronunciarsi sui due ricorsi depositati. Quello di Mimmo Lucano i cui difensori chiederanno la revoca degli arresti domiciliari ai quali il Sindaco è costretto da ieri per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e quello del procuratore di Locri Luigi D’Alessio che aveva chiesto l’arresto di Lucano per altri sette e ben più gravi reati, per l’illecita assegnazione dell’appalto per la raccolta dei rifiuti.

prefettura reggio

Con l’arresto, vacilla  il “mito” di un amministratore diventato famoso per il suo impegno in favore dei migranti, che in migliaia avevano trovato ospitalità nel centro della Locride. L’impegno di Lucano in favore dei migranti gli diede enorme notorietà anche a livello internazionale, tanto che nel 2016 la rivista americana “Fortune” lo inserì tra le 50 personalità più potenti nel mondo. I “guai” per Mimmo Lucano cominciarono quando la Prefettura di Reggio Calabria, lo scorso anno, dispose un’ispezione nel Comune di Riace dalla quale emersero una serie di irregolarità nell’utilizzo dei finanziamenti governativi per la gestione dei migranti. Furono proprio i risultati dell’ispezione a fare scattare l’inchiesta della Procura della Repubblica di Locri da cui sono emersi gli illeciti che hanno portato all’arresto di Lucano e della compagna, Tesfahun Lemlem.




Arrestato in Calabria il sindaco di Riace, Domenico Lucano

ROMA – I finanzieri del Gruppo di Locri della Guardia di Finanza  hanno eseguito, alle prime luci dell’alba, un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal GIP del Tribunale di Locri su richiesta della Procura della Repubblica, che ha disposto gli arresti domiciliari nei confronti di Domenico Lucano, sindaco del Comune di Riace ed il divieto di dimora per la sua compagna, Tesfahun Lemlem, nell’ambito dell’operazione denominata “Xenia”,con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina ed illeciti nell’affidamento diretto del servizio di raccolta dei rifiuti.

Nel corso dell’attività di indagine è infatti emersa la particolare spregiudicatezza del Sindaco Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, nell’organizzare veri e propri “matrimoni di convenienza” tra cittadini riacesi e donne straniere, al fine di favorire illecitamente la permanenza di queste ultime nel territorio italiano.

Gli elementi di prova raccolti hanno permesso di dimostrare infatti come il Sindaco Lucano, unitamente alla sua compagna Tesfahun Lemlem, avessero architettato degli espedienti criminosi, tanto semplici quanto efficaci, volti ad aggirare la disciplina prevista dalle norme nazionali per ottenere l’ingresso in Italia.

Particolarmente allarmanti si sono rivelate non solo la lunga serie di irregolarità amministrative e di illeciti penalmente rilevanti che costellavano la realizzazione del progetto, ma anche e soprattutto l’estrema naturalezza con la quale il Lucano e la sua compagna si risolvevano a trasgredire norme civili, amministrative e penali. Ancor più disarmante è risultata poi la spigliatezza con la quale il Lucano, nonostante il ruolo istituzionale rivestito, ammetteva pacificamente più volte, ed in termini che non potevano in alcun modo essere equivocati, di essersi reso materialmente protagonista ed in prima persona adoperato, ai fini dell’organizzazione di matrimoni “di comodo”.

Sul punto, particolarmente significativi appaiono i dialoghi intercettati dalla Guardia di Finanza, ad esempio, in merito all’illecita organizzazione del matrimonio di una cittadina straniera cui era già stato negato – per ben tre volte – il permesso di soggiorno, in cui il Lucano: “… se ne deve andare, se ha avuto per tre volte il diniego … ecco perché non lo rinnovano più. Ti spiego dal punto di vista dei documenti lei non può stare … mica dipende da … questo purtroppo, dico purtroppo perché io non sono d’accordo con questo decreto, come documenti lei non ha diritto di stare in Italia, se la vedono i Carabinieri la rinchiudono … perché non ha i documenti, non ha niente … da un punto di vista umano ovviamente le possibilità che ha a Riace di non avere problemi sono più alte, si confonde in mezzo a tutti, però lei i documenti difficilmente ce li avrà, perché ha fatto già tre volte la commissione, ecco perché non rinnovano il permesso di soggiorno, se lei va alla Questura di Siderno se parla di documenti … io la carta d’identità gliela faccio … io sono un fuorilegge, sono un fuorilegge, perché per fare la carta d’identità io dovrei avere un permesso di soggiorno in corso di validità … in più lei deve dimostrare che abita a Riace, che ha una dimora a Riace, allora io dico così, non mando neanche i vigili, mi assumo io la responsabilità e gli dico va bene, sono responsabile dei vigili … la carta d’identità tre fotografie, all’ufficio anagrafe, la iscriviamo subito …” O anche: “…allora, io fino ad ora la carta d’identità l’ho fatta così, li faccio immediatamente, perché sono responsabile dell’ufficio anagrafe e stato civile, come sindaco. l’impiegato che c’era prima è andato in pensione, sotto i 3.000 abitanti l’ho assunta io questa delega, quindi ho doppia valenza diciamo, sia come sindaco e soprattutto come responsabile dell’ufficio … proprio per disattendere queste leggi balorde vado contro la legge però non è che le serve molto che ha la carta d’identità”

 

Inoltre, “…allora guarda qua, non andare avanti, analizziamo la sua situazione sul piano giuridico. Oggi lei è una diniegata per tre volte, lei non può fare più una commissione, non è più una ricorrente, se è come dice lei che è stata diniegata per tre volte non c’è una quarta possibilità, lei ha solo la possibilità di ritornare in Nigeria però … fammi andare avanti … sai qual è secondo me l’unica strada percorribile, volendo spremere le meningi, che lei si sposa! come ha fatto Stella … Stella si è sposata con Nazareno, io sono responsabile dell’ufficio anagrafe, il matrimonio te lo faccio immediatamente … con un cittadino italiano … guarda come funziona Daniela, se lei … però dobbiamo trovare un uomo che è libero come stato civile … divorziato si … se lei si sposa a noi deve portare soltanto come richiedente asilo … almeno io non sto là a guardare se i suoi documenti sono a posto, mi fa un atto notorio dove dice che è libera di poter contrarre matrimonio e siccome è una richiedente asilo non vado ad esaminare i suoi documenti perché ovviamente uno che è in fuga dalle guerre non ha documenti con lei e mi basta una sua dichiarazione, un atto notorio … dovremmo chiedere all’ambasciata ma mi basta un’autocertificazione dove mi dice che lei è libera. Quello che invece è italiano che si vuole sposare con lei deve portare i documenti che è libero per sposarsi. Se succede questo in un giorno li sposiamo. poi dopo mi chiede al comune il certificato di matrimonio … va alla questura di Siderno e chiede un permesso di soggiorno per motivi familiari perché si è sposata in Italia con cittadino italiano e non gli deve portare niente … solo il certificato di matrimonio … in quel modo, dopo che lei ha il permesso di soggiorno per motivi familiari, i tre dinieghi non hanno nessun valore è subentrata un’altra situazione civile … non solo, dopo un po’ di tempo prende anche la cittadinanza”.

Nel corso delle indagini la Guardia di Finanza ha poi raccolto inconfutabili elementi circa il fraudolento affidamento diretto del servizio di raccolta e trasporto dei rifiuti della cittadina riacese, così impedendo l’effettuazione delle necessarie procedure di gara previste dal Codice dei contratti pubblici e favorendo invece due cooperative sociali, la Ecoriace” e “L’Aquilone” che difettavano peraltro dei requisiti di legge richiesti per l’ottenimento del servizio pubblico, poiché non iscritte nell’apposito albo regionale previsto dalla normativa di settore.

Le indagini della Guardia di Finanza hanno invece dimostrato come il Lucano, al precipuo scopo di ottenere il suo illecito fine, a seguito dei suoi vani e diretti tentativi di far ottenere quella iscrizione, si sia determinato ad istituire un albo comunale delle cooperative sociali cui poter affidare direttamente, secondo il sistema agevolato previsto dalle norme, lo svolgimento di servizi pubblici. Il Lucano approntava così le condizioni per incaricare, in maniera solo apparentemente conforme al dettato legislativo, la “Ecoriace” e “L’Aquilone” della raccolta e del trasporto di rifiuti nel territorio comunale riacese: l’attività veniva peraltro espletata dall’ottobre 2012 fino all’aprile 2016.

Con tale decisione, in sostanza, si procedeva fraudolentemente all’artificioso riconoscimento (del tutto sganciato dalla normativa vigente e dunque sprovvisto di validi effetti) in capo alle due cooperative dei presupposti necessari per la disapplicazione delle regole in materia di selezione, da parte delle amministrazioni pubbliche, dei soggetti cui aggiudicare servizi, lavori od opere. Il Lucano dunque, rilevato a seguito del suo quanto meno inopportuno interessamento per conto delle due cooperative, che queste non sarebbero mai riuscite ad ottenere l’iscrizione tempestiva nel citato albo regionale, si risolveva fraudolentemente ad ammantare di legalità l’assegnazione diretta dei servizi alle citate cooperative: – prima facendo approvare alla Giunta da lui presieduta un albo comunale simile a quello previsto dalle norme; – poi suggerendo con successo al Consiglio comunale di procedere alla suddetta assegnazione diretta; – infine proponendo più volte, ancora alla Giunta comunale, la proroga dell’affidamento, che risultava effettivamente concessa. In conclusione, affidando in via diretta alla “Ecoriace” ed a “L’Aquilone” i servizi di raccolta e trasporto rifiuti, il Lucano ha impedito l’effettuazione delle necessarie e previste procedure di gara, così inevitabilmente: – condizionando le modalità di scelta dei contraenti da parte dell’ente amministrativo da lui gestito e violando il principio di libera e sana concorrenza; – producendo in capo alle due cooperative sociali un ingiusto vantaggio patrimoniale, quantificato in circa un milione di euro

Domenico Lucano

La vasta attività investigativa condotta dalla Guardia di Finanza e coordinata dalla Procura di Locri diretta dal procuratore capo dr. Luigi D’ Alessio , ha poi riguardato numerosi e diversificati profili relativi alla gestione dei rilevanti flussi di denaro pubblico destinati alla gestione dell’accoglienza dei migranti nel Comune di Riace, al cui esito sono emerse e riscontrate diffuse e gravi irregolarità anche in merito ad altre e diverse procedure di affidamento diretto alle associazioni operanti nel settore dell’accoglienza; nonchè  alla irregolare rendicontazione dei criteri riguardanti la lungo permanenza dei rifugiati; all’utilizzo di fatture false tramite le quali venivano attestati fraudolentemente costi gonfiati e/o fittizi; al prelevamento, dai conti accesi ed esclusivamente dedicati alla gestione dell’accoglienza dei migranti, di ingentissime somme di denaro cui è stata impressa una difforme destinazione, atteso che di tali somme non vi è riscontro in termini di corrispondenti finalità.

Sulla ricostruzione di tali circostanze, così come rappresentate nel corpo della richiesta di applicazione delle misure cautelari, il GIP presso il Tribunale di Locri ha tuttavia affermato che “Ferme restando le valutazioni già espresse in ordine alla tutt’altro che trasparente gestione, da parte del Comune di Riace e dei vari enti attuatori, delle risorse erogate per l’esecuzione dei progetti S.P.R.A.R. e C.A.S., ed acclarato quindi che tutti i protagonisti dell’attività investigativa conformavano i propri comportamenti ad estrema superficialità, il diffuso malcostume emerso nel corso delle indagini non si è tradotto in alcuna delle ipotesi delittuose ipotizzate”. È evidente che su tali profili, sui quali lo stesso GIP si sofferma per evidenziare che nella delicata materia dell’immigrazione sono stati riscontrati comportamenti superficiali ed improntati ad un diffuso malcostume, la Procura di Locri doverosamente procederà nei prossimi giorni ad approfondire ogni opportuno aspetto per presentare l’eventuale, apposito ricorso presso il Tribunale della Libertà di Reggio Calabria, fermo restando che dalle indagini è comunque emersa una pluralità di situazioni che, nell’immediatezza, impone la trasmissione degli atti alla Procura Regionale della Corte dei Conti ai fini dell’accertamento del connesso danno erariale.

 

Nella sua battaglia per l’accoglienza e l’integrazione dei migranti, Lucano è entrato spesso in polemica anche con il ministro dell’Interno, Matteo Salvini che in giugno lo aveva definito “uno zero”.

Salvini ora, non aspettando l’esito delle indagini, torna a commentare: “Accidenti – scrive in un tweet – chissà cosa diranno adesso Saviano e tutti i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati!

 

Totale solidarietà a Mimmo Lucano, Sindaco di Riace. Dimostrerà il valore umano e sociale esemplare dei suoi atti. A proposito di tweet, Matteo Salvini ha perso un’ottima occasione per stare lontano dal telefonino». Così risponde Stefano Fassina, deputato di Liberi e Uguali, nel corso del programma televisivo “Omnibus” su La7. Commenta l’arresto su Twitter anche Alessandro Gassmann: #MimmoLucano favoreggiamento all’integrazione #stayhuman“.

 

 




Arrestato il latitante Abbruzzese boss della 'ndrangheta jonica

ROMA –  Luigi Abbruzzese, boss ventinove anni,  inserito nell´ elenco dei latitanti pericolosi del Ministero dell´Interno è stato arrestato ieri mattina all’alba nel Cosentino a Cassano allo Jonio,  dove si nascondeva e sentiva al sicuro nel quartiere-fortino del suo “clan degli Zingari“, di cui è considerato il reggente,  era già pronto a fuggire in Germania. Il blitz che ha portato al suo arresto è stato preparato e condotto con la massima attenzione dagli investigatori del Servizio Centrale Operativo e delle Squadre Mobili di Cosenza e Catanzaro, con il supporto tecnico del Servizio Polizia Scientifica.

Oltre 50 investigatori delle Squadre Mobili di Cosenza e Catanzaro e dello S.C.O. il  Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato hanno fatto irruzione in un complesso di abitazioni alla periferia di Cassano allo Ionio ove Abbruzzese è stato localizzato e catturato in una villetta nella disponibilità di alcuni familiari della sua compagna, la cui posizione è al vaglio della competente autorità Giudiziaria.

La caratura criminale di Abbruzzese  è testimoniata anche dal rilievo conferitogli in ambito europeo, dal momento che la sua figura era stata inserita in un progetto operativo, denominato “Eurosearch“, coordinato dal Servizio Centrale Operativo e da EUROPOL, destinato a implementare le indagini per la cattura dei principali latitanti della criminalità mafiosa in Europa. Le sue ricerche, estese in campo internazionale e da tempo proiettate anche in Germania, hanno consentito, dopo oltre un anno di indagini serrate coordinate dalla Procura Distrettuale di Catanzaro, di ricostruire una fittissima rete di fiancheggiatori appartenenti al nucleo familiare che ne hanno assicurato sistematicamente gli spostamenti, garantendone il sostegno logistico gli approvvigionamenti.

La svolta delle indagini è arrivata allorquando gli investigatori della Polizia di Stato hanno accertato il suo rientro in provincia di Cosenza, proveniente dalla Germania, ove per lungo tempo aveva condotto la sua latitanza “attiva”, destinata a fungere quale riferimento e autorevole punto di contatto nel traffico di stupefacenti, proveniente negli hub portuali del Nord Europa e destinati alla provincia silana.

L’operazione è scattata ieri mattina, alle 5,40, a “Timpone rosso”, il quartiere roccaforte del clan . Dopo aver circondato la villetta in cui Abbruzzese si nascondeva, di proprietà degli zii della compagna, tutti finiti in manette, i poliziotti hanno fatto irruzione. Il boss ha avuto a stento possibilità di rendersi conto di quanto stesse succedendo ed è stato ammanettato prima che potesse reagire. All´interno dell´abitazione, nella piena disponibilità del latitante, sono state rinvenute 2 pistole (una 357 magnum a tambuto ed una automatica Glock) con relativo munizionamento, nonché un´ingente somma di denaro contante ed un documento di identità falso utilizzato, con ogni probabilità, dal fuggitivo per garantirsi la latitanza per oltre 3 anni di latitanza, trascorsa tra Italia e Germania.

Figlio di  Francesco Abbruzzese alias “Dentuzzo, attualmente detenuto in regime speciale nonché storico capo del medesimo clan `ndranghetistico egemone a Cassano allo Jonio ed in tutta l´area della Sibaritide (CS, era l’ erede predestinato del casato di ‘ndrangheta di cui porta il nome,  è considerato un “cliente difficile” e un criminale esperto.  Il latitante, ricercato dal 2015, è stato condannato in primo e secondo grado a 20 anni di reclusione in quanto ritenuto il capo di una organizzazione mafiosa dedita al traffico internazionale di stupefacenti, operante tra il Nord Europa e la provincia di Cosenza. Abbruzzese  era destinatario di una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Catanzaro per traffico internazionale di stupefacenti nell´ambito di una pregressa ed articolata indagine condotta dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro.

la conferenza stampa del procuratore capo Gratteri sull’ arresto di Luigi Abbruzzese

“Luigi Abbruzzese non è uno qualunque, ma il capo di Cassano, dove c’è una ‘ndrangheta che si interfaccia con quella di Gioia Tauro. Lui poteva intessere rapporti diretti con i trafficanti colombiani, afgani e albanesi“, ha detto il procuratore capo della Direzione distrettuale antimafia, Nicola Gratteri. “Come tutti i grandi trafficanti internazionali ha girato l’Europa e il Sudamerica, ma ogni tanto deve tornare nel proprio territorio per mostrare il suo potere. Nonostante la sua giovane età  Abbruzzese ha dimostrato di avere già raggiunto lo spessore criminale e l’autorevolezza criminale per poter essere considerato un boss” ha sottolineato il procuratore .

Condannato a 20 anni per narcotraffico, latitante da quattro, il ventinovenne era sfuggito all’operazione “Gentleman” che ha rivelato come i clan di Cassano allo Jonio e Corigliano, entrambi nel Cosentino, fossero riusciti ad aprire un canale di importazione di droga da Sudamerica e Albania. A soli 25 anni Luigi Abbruzzese era uno dei principali registi delle operazioni. “Per noi – afferma Gratteriè stato un sospiro di sollievo arrestarlo e ora aspettiamo che la gente, soprattutto i commercianti, credano di più nello Stato e vengano a denunciare. Questo è il momento giusto per togliersi di dosso questa cappa che è la ‘ndrangheta“.

 

 

 

 

 

 




Gratteri: “Bisogna fare pulizia anche tra i magistrati e tra certi giornalisti”

ROMA – Giustizia ed informazione sono due lati della stessa medaglia. Ad affrontare queste due tematiche delicate, ed allo stesso tempo scottanti,  ne ha discusso nel chiostro Sant’Agostino  a Paola nel ricordo di Enzo Lo Giudice (avvocato di Bettino Craxi durante la stagione di “Tangentopoli”)  Nicola Gratteri, il procuratore capo e della DDA di Catanzaro, da sempre in prima linea nella lotta alla ‘ndrangheta,  pungolato dalla presenza due giornalisti: Gianluigi Nuzzi e Maurizio Belpietro.

Sin dalle prime battute si è capito che non era il solito convegno intriso di parole e discorsi da salotto,  anche perchè quando parla  Gratteri finisce la diplomazia. Il magistrato  rispondendo ad una domanda di Nuzzi sul ruolo degli avvocati, ha sostenuto che “tra alcuni avvocati e alcuni clienti l’ampiezza della scrivania si è ridotta. Permettere questo, soprattutto in ambito penale, è molto pericoloso. Ma è pericoloso non tanto per i rapporti che si creano con i clienti ma con i colleghi avvocati. Francamente, ce ne sono troppi, e troppe sono anche le cause che non dovrebbero stare in tribunale”. Ai più giovani che intraprendono la carriera di avvocato, Nicola Gratteri si è sentito di dare loro un consiglio. “Non cercate scorciatoie, non servono, fate in modo che con i vostri clienti la scrivania abbia un margine ampio”.

Lo Giudice legale di Bettino Craxi nel processo “Mani Pulite, nato a Paola, era di formazione comunista, ma soprattutto “garantista puro” come ricorda il suo prima praticante, ora avvocato, Francesco Scrivano. Difendere il leader socialista nel tornado giudiziario messo in piedi dal pool di “Mani Pulite” dei tre magistrati Davigo-Di Pietro-Colombo, per Lo Giudice significò  confrontarsi anche con il primo episodio vero in Italia di quello che oggi si definisce “processo mediatico”. Infatti da allora molte cose sono cambiate. Sulle colonne dei giornali persino un avviso di garanzia si trasformò in udienza, se non qualche volta persino in una condanna annunciata.  “I direttori delle testate italiane più importanti – ha detto l’ Avv. Scrivanosi chiamavano per mettersi d’accordo sul titolo da dare il giorno dopo“. E dice la verità.

Così l’avvocato Lo Giudice scrisse parlando di “Mani Pulite”: “C’era la grossa aggressione propagandistica determinata dalla sinergia tra la stampa la televisione e le manette per demonizzare il nemico. Badi bene, coloro che erano indagati non erano visti come inquisiti ma come nemici dopo di che si aveva la condanna pubblica e generalizzata nel Paese prima ancora del processo. Questa condanna pubblica diventava talmente forte che nessun giudice avrebbe avuto il coraggio di scardinarla. Così il cerchio si chiudeva e l’accanimento giudiziario era concluso“.

“Era una grande inchiesta quella, e la cavalcammo”. “ È innegabile, sapevamo tutto il giorno prima – ha confessato il giornalista  Belpietro  – e molti dei nostri colleghi chiamavano a casa dei destinatari di misure cautelari domandando “scusi hanno già arrestato suo marito?”. Belpietro non difende la categoria a cui appartiene,  e si assume le proprie responsabilità con grande onestà intellettuale: “Imprenditori e politici, al solo pensiero di finire sul giornale in quegli anni si tolsero la vita. Il processo si consumava ancor prima che venisse fatto l’interrogatorio di garanzia. E su questo sono d’accordo con l’avvocato Lo Giudice, si tratta di una violazione del diritto“. Gratteri invece preferisce rimarcare il binario etica-morale: “Una volta ricevere un avviso di garanzia era una vergogna. Adesso neanche ci si bada,  e se le intercettazioni vengono pubblicate è anche perché il livello di educazione dei lettori è basso. Ci si interessa più del pettegolezzo che delle contingenze del reato“.

Il network delle notizie giudiziarie ha 3 punti di riferimento: la magistratura, l’ avvocatura e la polizia giudiziaria. In mezzo ci stanno i giornalisti . La necessità di nuove regole e pulizia è condivisa anche Belpietro che però mette i magistrati davanti al fatto compiuto: “Se un magistrato commette un errore nell’esercizio delle sue funzioni, non può essere semplicemente spostato, deve essere sospeso“. Ed aggiunge: “Negli altri Paesi c’è la regola dell’intralcio alla giustizia, solo da noi non si riesce a trovare un giusto equilibrio su cosa raccontare nella fase di indagine”.

Nicola Gratteri

Gratteri, non ha riservato sconti neanche ai suoi colleghi e bacchetta quei giornalisti “pregiudicati” che continuano a scrivere e a screditare. “Nella mia categoria – ha detto il procuratore capo di Catanzaro – bisogna fare pulizia. Così come va fatta pulizia negli organi di stampa. Ci sono cronisti con una pagina e mezzo di reati giudicati che continuano a esercitare la professione, così come quelli che scrivono per screditarmi. Ho disposto 169 arresti, il Riesame ne libera 5 e alcuni giornali dicono che l’operazione sia stata un ‘flop’”. Gratteri ha dimenticato quei giornalisti che si salvano con la prescrizione, o con i soldi pagati dall’editore alle parti lese pur di non andare a processo.

Alla domanda di Belpietro, il magistrato  Gratteri sorride :”Io ministro della giustizia? Bisognerebbe chiederlo a Napolitano – continua – anche se quelli che mi vogliono bene mi dicono sempre che mi sono salvato”. Il procuratore capo della Dda di Catanzaro ha quindi ricordato quando gli chiesero aiuto per la riforma della giustizia, come dei 250 articoli scritti passò solo quello del processo a distanza. Il governo nel frattempo ha messo in archivio la legge sulle intercettazioni, quindi tutto rimane com’è. “Finché le cose stanno così – ha concluso  Belpietroanche io continuerò a pubblicare, ma se le cose dovessero cambiare non ne faccio un dramma. Si può tranquillamente continuare a fare il nostro lavoro“. E noi la pensiamo una volta come lui.




‘Ndrangheta. “Operazione Martingala” della DIA e Guardia di Finanza Finanza a Reggio Calabria: 27 arresti. Sequestrati beni per oltre 100 milioni di euro

ROMA – Sono 27 i soggetti colpiti da provvedimento di fermo emesso dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, ritenuti responsabili a vario titolo dei reati di associazione mafiosa, riciclaggio, autoriciclaggio, reimpiego di denaro, beni e utilità di provenienza illecita, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, trasferimento fraudolento di valori, frode fiscale, associazione a delinquere finalizzata all’emissione di false fatturazioni, reati fallimentari ed altro. Personale della DIA e del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria stanno eseguendo anche sequestri di imprese, beni immobili e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di 100 milioni di euro.  Contemporaneamente, su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze, sono in corso di esecuzione ulteriori provvedimenti restrittivi e di sequestro per riciclaggio/reimpiego nel tessuto economico toscano dei proventi illeciti conseguiti dall’associazione mafiosa.

Le indagini condotte dalla D.I.A. di Reggio Calabria, sotto la direzione dei Sostituti Procuratori della DDA dott. Stefano Musolino e dott. Francesco Tedesco ed il coordinamento del Procuratore Aggiunto dott. Giuseppe Lombardo e del Procuratore Vicario, dott. Gaetano Calogero Paci, hanno consentito di accertare l’esistenza di un articolato sodalizio criminale dedito alla commissione di gravi delitti, con base a Bianco (RC) e proiezioni operative non solo in tutta la provincia reggina, ma anche in altre regioni italiane e persino all’estero. Gli elementi di vertice dell’organizzazione sono stati identificati in Antonio Scimone  – principale artefice del meccanismo delle false fatturazioni e vero “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate dietro apparenti attività commerciali – nonché in Antonio Barbaro (della cosca BARBARO “I Nigri”), Bruno  Nirta (della cosca NIRTA “Scalzone”) ed il figlio di quest’ultimo, Giuseppe Nirta .

L’organizzazione poteva contare su un gruppo di società di comodo, comunemente definite “cartiere”, che venivano sistematicamente coinvolte in operazioni commerciali inesistenti, caratterizzate dalla formale regolarità attestata da documenti fiscali ed operazioni di pagamento rivelatesi tuttavia, all’esito delle indagini, anch’esse fittizie. Le società avevano sede in vari paesi dell’Unione Europea (Croazia, Slovenia, Austria, Romania) e dopo non più di un paio di anni di “attività”, venivano sistematicamente trasferite nel Regno Unito e cessate. Tutto ciò era ovviamente funzionale ad evitare accertamenti, anche ex post, sulla loro contabilitàLe fittizie operazioni hanno consentito al sodalizio di mascherare innumerevoli trasferimenti di denaro da e verso l’estero, funzionali alla realizzazione di molteplici condotte illecite, quali “in primis” il riciclaggio ed il reimpiego dei relativi proventi.

Questo meccanismo fraudolento, mediante la predisposizione di false transazioni commerciali, ha costituito il volano per l’instaurazione di articolati flussi finanziari tra le aziende degli indagati e le società di numerosi “clienti” che di volta in volta si rivolgevano agli stessi per il soddisfacimento di varie illecite finalità, tra cui la frode fiscale. Gran parte di questi clienti erano imprenditori espressione, direttamente o indirettamente, delle cosche di ‘ndrangheta operanti sul territorio dei “tre mandamenti”. Le approfondite indagini finanziarie portate a termine dagli uomini della DIA hanno consentito di accertare che, attraverso questo collaudato meccanismo fondato sulle operazioni fittizie, Antonio Scimone  ed i suoi sodali riuscivano a far transitare dai conti delle società cartiere flussi finanziari per diverse centinaia di migliaia di Euro al mese. Questo vorticoso giro di denaro aveva termine direttamente in Italia mediante bonifici a società di comodo, oppure sui conti di società estere. Da detti conti il denaro veniva successivamente prelevato e riportato in contanti in Italia.

L’organizzazione ha dimostrato anche una notevole capacità di infiltrarsi nella gestione ed esecuzione di appalti pubblici. Ciò è avvenuto con varie modalità, ad esempio con la predisposizione di contratti di Joint Venture, o anche tramite i contratti di “nolo a freddo”: tali strumenti contrattuali venivano sviati dalle loro cause tipiche; nelle mani di Scimone diventavano flessibili strumenti funzionali all’esigenza di drenare, in modo apparentemente lecito, denaro da società che si erano aggiudicate appalti pubblici. L’attività posta in essere dalla DIA, sviluppatasi anche grazie all’approfondimento investigativo di oltre un centinaio di Segnalazioni di Operazioni Finanziarie Sospette, pervenute anche da FIU (Unità di Informazione Finanziaria) estere, ha interessato, tra l’altro, dinamiche criminali estrinsecatesi nella città di Reggio Calabria, svelando l’esistenza di una folta schiera di imprenditori che hanno fruito dei servigi offerti dall’associazione promossa e capeggiata dallo Scimone. Fra questi, si evidenzia la posizione di Pietro Canale, (socio di maggioranza ed amministratore della CANALE Srl, società molto attiva nel settore della costruzione e gestione di condutture di gas), ritenuto responsabile dei reati di riciclaggio, autoriciclaggio e impiego di denaro, beni, utilità di provenienza illecita; nonché quella dell’imprenditore Antonino Mordà’, già interessato in passato da procedimenti in materia di criminalità organizzata. Con riferimento al Mordà’, è stata documentata la straordinaria liquidità di cui disponeva.

Le indagini hanno dimostrato che tali risorse  di illecita provenienza, sono state reimpiegate nell’usura e nell’esercizio abusivo del credito, soprattutto ai danni di imprenditori locali in difficoltà. In tale illecita attività, il MORDA’ è stato attivamente collaborato dai suoi più stretti sodali, soprattutto Pierfrancesco Arconte, figlio del più noto Consolato, già condannato nel Processo Olimpia quale elemento di vertice della cosca ARANITI. Nella rete della DIA è finito anche, con la contestazione del reato di riciclaggio, un impiegato di banca, il quale si è dimostrato sempre solerte nel soddisfare le illecite esigenze del Morda’.

Un ulteriore filone dell’attività investigativa, approfondito dal G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Reggio Calabria, ha riguardato le “prestazioni” che l’associazione guidata dallo Scimone – avvalendosi del complesso reticolo di imprese allo stesso riconducibili allocate sul territorio nazionale ed europeo (tra cui la società croata “Nobilis Metallis Doo” e quella slovena “B-Milijon, Trgovina In Storitve Doo”) – ha fornito alla famiglia Bagalà di Gioia Tauro ed a  Giorgio Morabito, collegati alla cosca PIROMALLI. Tali imprenditori erano stati destinatari di ordinanza di custodia cautelare in carcere nell’ambito dell’Operazione “CUMBERTAZIONE”, condotta sempre dal G.I.C.O.  della Guardia di Finanza su delega della DDA di Reggio Calabria, in quanto, quali imprenditori espressione della ‘ndrangheta, avevano agevolato gli interessi di quest’ultima nel settore degli appalti pubblici, costituendo, gestendo e di fatto infiltrandosi in un nucleo di oltre 60 imprese, sostanzialmente consorziate tra di loro, che governavano collusivamente le principali aggiudicazioni dei lavori pubblici nell’area della piana di Gioia Tauro, attraverso insidiose attività di turbativa delle relative aste.

Partendo da tali risultanze, l’attività investigativa delle fiamme gialle reggine si è focalizzata sulla ricostruzione dei flussi finanziari legati all’aggiudicazione di due appalti pubblici – entrambi finanziati con i fondi europei P.I.S.U. (Piani Integrati di Sviluppo Urbano) – che il cartello d’imprese predetto, sotto la regia del Morabito, ha ottenuto con le accennate modalità delittuose. Si fa specifico riferimento, in primis, all’appalto – gestito di fatto dai Bagalà e dal Morabito – relativo al “Centro Polisportivo a servizio della città – porto” (l’ambito portuale interessato ricadeva nel Comune di Rosarno che era l’ente appaltante). A tal riguardo, è stato accertato che la società formalmente aggiudicataria della gara pubblica (Barbieri Costruzioni Srl) aveva ottenuto un’anticipazione dal predetto ente per € 877.557,12. Tale somma, a sua volta, per circa 670 mila euro, era stata fatta confluire dai conti correnti della “Barbieri” sui rapporti finanziari delle società italiane riconducibili allo Scimone e, da qui, successivamente, su quelli delle imprese estere (le predette NOBILIS METALLIS Doo e B-MILIJON). Infine, da tali conti esteri, sono stati disposti bonifici in favore di vari imprenditori coinvolti nel sistema (tra cui il Mordà ed il Canale) nonché prelevate somme in contanti dallo Scimone che sono state poi consegnate al Morabito.

Anche in relazione al secondo appalto, relativo al “Centro Polifunzionale – lato sud del lungomare di Gioia Tauro” (il Comune di Gioia Tauro era l’ente appaltante), è stato accertato che quest’ultimo ente pubblico aveva concesso alla società aggiudicataria dei lavori (“Cittadini Srl”) un anticipo sull’importo del SAL per € 775.966,66 a fronte di fatture emesse, tra le altre, da imprese riconducibili allo stesso Scimone. Tutto ciò a conferma che “il cosidetto Sistema Scimone” – ricorrendo ad un articolato schema di imprese nazionali ed estere nonché ai correlati rapporti economici e finanziari – ha di fatto garantito ad intere filiere criminali riconducibili alle principali cosche di ‘ndrangheta locali, adeguato, sicuro e protetto canale per riciclare i proventi illeciti derivanti, tra gli altri, dei delitti di associazione per delinquere di tipo mafioso e turbata libertà degli incanti.

 

 

 

Le indagini, pertanto, hanno evidenziato la caratura criminale di Antonio Scimone, che spicca come “riciclatore professionista” al servizio non della singola cosca, ma della criminalità organizzata della provincia reggina unitariamente intesa, per conto della quale si è prestato sistematicamente a favorirne gli interessi economici attraverso il suo collaudato sistema di società di comodo italiane e straniere. Oltre ai soggetti fermati, a conclusione della lunga e laboriosa attività d’indagine, sono state denunciate, a vario titolo, 46 persone. In considerazione della tipologia dei reati contestati, che consentono, in massima parte, la confisca, è stato richiesto ed ottenuto il sequestro preventivo di 51 società con sede in varie regioni d’Italia ed anche all’estero, 19 immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di circa €. 100.000.000.

Per l’esecuzione dei provvedimenti, il Centro Operativo DIA di Reggio Calabria ha potuto contare sul fondamentale apporto delle articolazioni periferiche DIA di Milano, Padova, Roma e Catanzaro, nonché di personale di supporto proveniente dalla Sicilia, dalla Puglia e dalla Campania, mentre la Guardia di Finanza è intervenuta mediante l’impiego di 220 militari tratti dai Reparti dipendenti dal Comando Provinciale di Reggio Calabria.

In concomitanza con l’operazione “MARTINGALA”, il G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Firenze, unitamente al Reparto Operativo – Nucleo Investigativo dell’Arma dei Carabinieri del capoluogo toscano, ha fatto luce, sotto la direzione della Procura Distrettuale Antimafia di Firenze,  eseguendo un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal Gip di Firenze nei confronti di numerose persone accusate di essere in affari con la ‘ndrangheta. Anche in questa operazione, che gli investigatori hanno chiamato ‘Vello d’Oro’, sono state sequestrate imprese, beni immobili e disponibilita’ finanziarie,  provenienti dal riciclaggio/reimpiego nel tessuto economico toscano dei proventi illeciti conseguiti dall’associazione capeggiata da Antonio Scimone , Antonio Barbaro e Bruno Nirta, segnatamente nei confronti di imprenditori operanti nel locale distretto conciario.

All’esito delle indagini, la Guardia di Finanza ed i Carabinieri di Firenze hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 14 persone, oltre al sequestro preventivo di 12 società e disponibilità finanziarie. La complessa attività è stata svolta con il coordinamento della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo.

 

 

 




Inchiesta Stige: i rifiuti tossici dell’Ilva gestiti dalla ‘ndrangheta

ROMAFrancesco Tallarico, esponente di spicco del clan Farao-Marincola e referente per il Comune di Casabona, arrestato ieri nel corso dell’”inchiesta Stige” della Procura Distrettuale Antimafia di Catanzaro  , nei confronti di Giovanni Trapasso già in carcere per altre vicende processuali, considerato dagli inquirenti un rappresentante apicale dell’omonima cosca, egemone sul territorio di San Leonardo di Cutro. Da un’intercettazione allegata agli atti, rivelata oggi dal quotidiano “La Stampa” , si evince che Tallarico, attraverso un imprenditore vicino alla cosca, sarebbe venuto in possesso di alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’ Ilva di Taranto.

Sfogliando le  1371 pagine che compongono l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip di Catanzaro Giulio De Gregorio, si apprende che il materiale prelevato dallo stabilimento siderurgico di Taranto sarebbe stato successivamente scaricato sul territorio calabrese. È proprio Tallarico a riferire a Trapasso che, attraverso una delle imprese di proprietà di Giuseppe Clarà, anch’egli finito in carcere, s’è impadronito (e sarà interessante capire grazie a chi) di alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’ILVA di Taranto.  Il Tallarico per questo “affare” aveva favorito un incontro tra Clarà e Giuseppe Sestito, responsabile della cosca per la zona di Cirò superiore (Cosenza).necessario ad ottenere il via libero all’affare.

Non è stato ancora accertato dove l’organizzazione criminale possa essersi disfatta dei rifiuti tossici  né come sia eventualmente avvenuto il trasporto che probabilmente è avvenuto con i camion e non via mare. A conferma del ruolo che alcuni esponenti della cosca ‘ndranghetista avrebbero avuto nel traffico di rifiuti speciali a partire dallo stabilimento siderurgico tarantino, allegata agli atti compare  un’altra intercettazione , in cui il Tallarico dice ad un interlocutore in via di identificazione: “L’Ilva a Taranto la intesto a te“. Le intercettazioni sono chiare, Tallarico afferma: “… noi abbiamo preso, stanno facendo lo smaltimento dell’Ilva (omissis) … a Taranto e abbiamo preso tutto il trasporto del limo, del materiale… con i camion e deve venire qua questo materiale, ci sono dieci, dodici viaggi al giorno e ho chiamato a lui l’ho fatto parlare pure con il compare Pino”.
Dalle intercettazioni emerge anche che Clarà, l’imprenditore attraverso cui il clan sarebbe arrivato a gestire i rifiuti speciali prodotti a Taranto,  è stato vittima negli anni scorsi di più atto intimidatori  con l’incendio di alcuni suoi camion. Un’azione finalizzata a fargli capire per lavorare senza problemi avrebbe dovuto adeguarsi alle regole ì ndranghetiste.”Quando poi le persone le portiamo con le spalle al muro o da una parte o dall’altra devono rompere“, afferma Trapasso rispondendo a Tallarico, il quale ricordava come Clarà si fosse “sempre comportato bene con noi”, nonostante di lui “avevano portato pure brutte parole“. I due interlocutori intercettati sono d’accordo. “Con noi dove è andato non ha mai sgarrato una volta“, dice Trapasso.

Adesso resta da capire anche chi siano i responsabili dell’ ILVA che avevano affidato questi trasporti e smaltimenti alla ‘ndrangheta, e su questo sono al lavoro da tempo gli investigatori del ROS dei Carabinieri. Non è la prima volta che la criminalità organizzata opera nel business dello smaltimento dei rifiuti. Due anni fa  Nunzio Perrella, un “boss” pentito della camorra, fece alcuni rivelazioni ad un giornalista, il collega Nello Trocchia che sembrano tornare di attualità  “C’è un terreno, mai sequestrato, che è una vera e propria discarica abusiva dove sono stati smaltiti i liquidi dell’Italsider (ora ILVA n.d.r.) e altri rifiuti tossico-nocivi. Si trova vicino a centinaia di appartamenti, a Licola, in provincia di Napoli”.  Era pronto a raccontare tutto subito agli inquirenti, ma aveva paura. “Io sono disposto a parlare con i magistrati, ma temo per la mia vita. Mi diano il cambio delle generalità, la protezione e finisca diversamente da come finì 20 anni fa quando raccontai per primo il sistema criminale e molti sono rimasti impuniti. Io denunciai tutto ma ho notato che alcuni soggetti sono stati coinvolti altri non sono stati ‘toccati’”.

Nunzio Perrella è stato un boss di camorra, successivamente pentitosu nel 1992 e dei traffici di rifiuti tossici sa tutto perché ha fatto entrare la camorra nel ciclo. Dalle sue dichiarazioni seguì un’inchiesta, quella Adelphi, finita tra assoluzioni e prescrizioni e pochissime condanne. Per Perrella la spazzatura è ancora ricchezza. Fu lui, nel 1992, a spiegare che la monnezza è oro. “Io guadagnavo 10 lire al chilo, 200 milioni di lire al mese solo con i rifiuti domestici senza considerare quelli speciali. La monnezza allora era oro perché si guadagnava un sacco e si rischiava pochissimo. Oggi c’è una beffa assurda. I produttori sono tornati in sella, i proprietari delle discariche si sono riciclati e alla fine hanno lasciato allo stato la spazzatura, ma i soldi non si trovano più. Sono stati riciclati”.

Per l’ex boss della camorra la Campania non è l’unica area di smaltimento di tonnellate di rifiuti industriali. “Ci sono altre aree contaminate bisogna intervenire subito”. Sarà forse per questo che la Puglia è piena di discariche che fanno affari d’oro ed all’improvviso sono nate ricchezze spropositate ?




Antimafia dispone confisca beni all’ex- onorevole Matacena per 10 milioni di euro

ROMA – La Direzione Investigativa Antimafia di Reggio Calabria ha eseguito un provvedimento di sequestro e confisca di beni, emesso dalla Corte di Assise d’Appello di Reggio Calabria su proposta del Procuratore Generale, dott. Bernardo Petralia e del Sost. Proc. Gen. Dr.
Domenico Galletta, nei confronti, nei confronti dell’ armatore Amedeo Matacena ex parlamentare di Forza Italia, condannato per concorso esterno in associazione mafiosa e attualmente latitante a Dubai. La confisca riguarda 12 società in Italia e all’estero, conti bancari, immobili e un traghetto in servizio nello Stretto di Messina, per un valore complessivo di oltre 10 milioni di euro.

Matacena, già condannato definitivamente, nel 2014, a tre anni di reclusione dalla Corte di Cassazione per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, è stato riconosciuto quale uomo politico di “riferimento” delle cosche reggine a salvaguardia dei loro interessi.

Claudio Scajola

Successivamente, è rimasto coinvolto nelle indagini svolte nel corso dell’ “Operazione Breakfast” dalla Dia di Reggio Calabria che hanno portato all’emissione di diverse ordinanze di custodia cautelare in carcere, oltre che nei suoi riguardi, anche a carico di sua moglie Chiara Rizzo, per intestazione fittizia di beni, e dell’ex Ministro dell’Interno Claudio Scajola, per averlo aiutato a sottrarsi alla cattura.

Nel giugno 2017, la Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria, su proposta della Procura Distrettuale, aveva confermato la “pericolosità sociale” di Matacena, disponendo nei suoi confronti il sequestro di alcune disponibilità finanziarie e di un immobile all’estero.

Con il nuovo provvedimento, la Corte di Assise di Appello, evidenziando che la maggior “parte dei beni che costituiscono il patrimonio del Matacena sono frutto di attività illecite e/o di reimpiego dei loro proventi”, e ravvisando “una oggettiva quanto marcata sproporzione” tra gli investimenti effettuati e i suoi redditi dichiarati, ha disposto il sequestro e la confisca di 12 sue società (per l’intero capitale sociale o in quota parte), di cui 4 con sede nel territorio nazionale (Villa San Giovanni, Reggio Calabria e Roma) e 8 all’estero (Isole Nevis, Portogallo, Panama, Liberia e Florida), nonché di disponibilità finanziarie collocate in conti esteri.

 

 

Le società sono attive prevalentemente nel settore armatoriale, immobiliare e di edilizia. Oggetto di sequestro e confisca sono anche 25 immobili aziendali, oltre ad una grossa motonave di oltre 8.100 tonnellate di stazza, utilizzata per attività di traghettamento veicoli e passeggeri nello Stretto di Messina.

Il valore complessivo del patrimonio oggetto del provvedimento odierno supera i 10 milioni di euro. Le aziende sequestrate proseguiranno la loro attività con amministratori giudiziari designati dalla locale Autorità Giudiziaria.




‘Ndrangheta: Operazione dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina un’operazione congiunta dell’Arma dei Carabinieri, della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza, coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 48 provvedimenti di custodia cautelare [44 in carcere e 4 agli arresti domiciliari] nei confronti di altrettanti soggetti, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, trasferimento fraudolento di valori, procurata inosservanza di pena e porto illegale di armi, commessi con l’aggravante del ricorso al metodo mafioso, ovvero al fine di agevolare la ‘ndrangheta.

 

 

I provvedimenti cautelari personali e reali costituiscono l’esito di 5 separati segmenti investigativi, complementari e convergenti  sviluppati nell’arco temporale 2012–2016 e focalizzati sulle dinamiche delle consorterie di ‘ndrangheta attive mandamento tirrenico della provincia reggina, con specifico riferimento al contesto di Taurianova (RC).

In particolare, le complesse investigazioni condotte dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, congiuntamente al Commissariato P.S. di Cittanova (RC), hanno consentito di individuare sia gli aspetti strutturali sia quelli dinamici del gruppo mafioso “SPOSATO” operante in Taurianova e comuni limitrofi (appartenente alla cosca di ‘ndrangheta ZAGARI-VIOLA-FAZZALARI, così come già emerso nell’ambito della nota operazione “Taurus”) che si interessa e si impone nel mondo imprenditoriale per lo più nell’edilizia ed in quello alimentare, condizionando l’assegnazione degli appalti, insinuandosi e permeando ogni aspetto della vita democratica, essendo state acclarate infiltrazioni nel Comune di Taurianova.

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L’attenzione dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Calabria è stata rivolta alla cosca ZAGARI–FAZZALARI–VIOLA di Taurianova ed alla alleata cosca MAIO-CIANCI operante nella vicina San Martino. Il GICO- Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria  valorizzando le proprie funzioni nella prevenzione e contrasto ad ogni forma di infiltrazione della criminalità nel tessuto economico del Paese e di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati e sotto il coordinamento della Direzione Distrettuale Antimafia, ha svolto articolati approfondimenti economico-patrimoniali attraverso i quali è stata ricostruita ogni singola operazione economica effettuata dai soggetti indagati e dai componenti del rispettivo nucleo familiare Sposato negli ultimi 20 anni.

L’inchiesta denominata “Terramara-Closed”, ha portato all’arresto  dell’ex sindaco di Taurianova (RC), Domenico Romeo, insieme al fratello, entrambi accusati di concorso esterno, e di un ex assessore, Francesco Sposato, cui viene contestata invece l’associazione mafiosa. Romeo, che con svariate autorizzazioni illecite ed ingiustificate secondo gli inquirenti avrebbe agevolato le imprese dei “clan”, e non a caso il suo assessore allo sport, turismo e spettacolo era Francesco Sposato, espressione dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta. Un rapporto ferreo quello fra i due amministratori sino al 2009, allorquando il sindaco Romeo si era opposto alla realizzazione di un affare della famiglia Sposato che  pretendeva di gestire il cimitero di Iatrinoli, ed aveva messo gli occhi in particolare sull’affare delle energie rinnovabili. L’inchiesta ha consentito inoltre ai magistrati di Reggio Calabria di poter ricostruire la rete di protezione del boss Ernesto Fazzalari, latitante per oltre 20 anni e arrestato dai Carabinieri nel giugno 2016

Francesco Sposato

Un affare evidentemente troppo importante per essere gestito in esclusiva, ma gli Sposato lo pretendevano con arroganza criminale. E non a caso da quel momento per il sindaco Romeo sono iniziati i problemi e le intimidazioni mafiose. Nel settembre del 2008, venivano esplosi alcuni colpi di arma da fuoco all’indirizzo dell’autovettura del Sindaco a cui successivamente al Sindaco vennero spediti, in busta chiusa, alcuni proiettili di arma da fuoco ed il 14 febbraio 2012 avvenne la deflagrazione di un ordigno esplosivo ad alto potenziale all’interno di una stalla di proprietà di  Antonio Romeo (fratello del sindaco Domenico Romeo) , sita in contrada Furnà di Taurianova, che causò la morte di un cavallo ed il ferimento di un altro di proprietà del fratello, nonché il danneggiamento del maneggio che li ospitava.

Domenico Romeo

Domenico Romeo dopo il commissariamento del Comune di Taurianova , a seguito di quanto subito, spacciandosi  come “vittima” della minaccia mafiosa, si era ricandidato alle elezioni, escludendo però questa volta dalla coalizione il suo ex braccio destro, Francesco Sposato che era passato conseguentemente con l’opposizione. Ma in realtà tutto ciò secondo gli investigatori altro non era che una finzione, in quanto di fatto dopo che era stato raggiunto l’accordo fra le famiglie di ‘ndrangheta,  Romeo e Sposato  hanno ripreso e continuato a governare di comune accordo.

Il quadro accusatorio della DDA di Reggio Calabria viene confermato da dichiarazioni, intercettazioni e rapporti societari e imprenditoriali intercorrenti accertati dagli investigatori dai quali è emerso come nel comune di  Taurianova tutto fosse direttamente o indirettamente controllato dalle famiglie della ‘ndrangheta, a partire dall’ Amministrazione Comunale grazie ai propri uomini sotto spoglie di “politici”, operando letteralmente da banca gestendo abusivamente il credito e controllando di fatto l’intera economia locale, sia pubblica che privata, in ogni maniera, legale o illegale, in fatti sotto il controllo delle “famiglie” erano finite non solo tutte le opere pubbliche, ma anche l’edilizia privata, il settore alimentare, le intermediazioni immobiliari, le produzioni agricole e le energie rinnovabili. In poche parole  a Taurianova tutto era sotto il controllo della ‘ndrangheta !

 

Assieme a numerose perquisizioni, è in corso di esecuzione anche un imponente sequestro di beni,  da parte della Guardia di Finanza, dei Carabinieri e della Polizia di Stato di Reggio Calabria.  E’ stata infatti acquisita copiosa documentazione (dichiarazioni dei redditi, contratti di compravendita di beni mobili ed immobili, di quote societarie) dalla cui analisi è stata accertata, per ciascuno dei soggetti investigati, una significativa, ingiustificata differenza tra il reddito dichiarato ai fini delle imposte sui redditi e il patrimonio posseduto, anche per interposta persona. All’esito di tali investigazioni patrimoniali, è stata in particolare riscontrata in capo ai medesimi indagati la titolarità di imprese, di immobili (anche di pregio), di autovetture e di rapporti finanziari, a fronte di redditi, dichiarati ai fini delle imposte sul reddito, piuttosto modesti e, comunque, non idonei a giustificare tali acquisizioni patrimoniali.

Alla luce di tali risultanze, con l’odierno provvedimento, il G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria, su richiesta della citata D.D.A., ha disposto il sequestro di preventivo ex art. 321 c.p.p, finalizzato alla confisca (ai sensi dell’art. 12 sexies D.L. 306/1992), delle quote di capitale e patrimoni aziendali di 22 Imprese/Società, operanti nel settore edilizio, della ristorazione, ortofrutticolo e dei trasporti; di 55 fabbricati, anche siti nelle province di Rieti e Pesaro; di 65 terreni, anche siti in provincia di Pesaro e di 15 autoveicoli. Il tutto per un valore complessivo pari a circa 11,8 milioni di euro. La stima complessiva dei beni sequestrati dalle tre Forze di Polizia ammonta a circa 25 milioni di euro.

Custodia cautelare in carcere:

  1. ASCONE Giuseppe, nato a Taurianova (RC) il11.1974;
  2. CANFORA Agostino, nato a Taurianova (RC) il07.1985;
  3. CONDOMITTI Agostino, nato a Taurianova (RC) il 03.08.1978;
  4. FAZZALARI Salvatore, nato a Taurianova (RC) il01.1942;
  5. FAZZALARI Salvatore, nato a Taurianova (RC) il06.1967;
  6. FAZZALARI Salvatore, nato a Taurianova (RC) il02.1986;
  7. FAZZALARI Domenico, nato a Taurianova (RC) il01.1974;
  8. FAZZALARI Domenico Antonio, nato a Taurianova (RC) il04.1984;
  9. FAZZALARI Michele, nato a Rizziconi (RC) il12.1957;
  10. FEDELE Rocco, nato a Taurianova (RC) il11.1973;
  11. HANGANU Elena, nata in Romania il08.1970;
  12. MAIOLO Carmelo, nato a Taurianova (RC) il02.1962;
  13. MILIDONA Leonardo, nato a Taurianova (RC) il09.1982;
  14. MONTEROSSO Giacomo, nato a Taurianova (RC) il11.1973;
  15. ROMEO Domenico, nato a Taurianova (RC) il09.1968;
  16. RETTURA Antonio, nato a Taurianova (RC) il02.1978;
  17. RETTURA Domenico, nato a Taurianova (RC) il03.1972;
  18. RETTURA Domenico, nato a Taurianova (RC) il04.1966;
  19. RETTURA Giuseppe, nato a Taurianova (RC) il03.1974;
  20. SCARIATO Sandro, nato a Taurianova (RC) il09.1986;
  21. STARTARI Agostino, nato a Taurianova (RC) il01.1956;
  22. ZAGARI Carmelo, nato a Taurianova (RC) il09.1969;
  23. ZAGARI Italia, nata a Taurianova (RC) il11.1959;
  24. ZAGARI Rosa, nata a Taurianova (RC) il06.1975;
  25. FAZZALARI Ernesto, nato a Taurianova (RC) il09.1969 (detenuto);
  26. SPOSATO Carmelo, nato a Taurianova (RC) il 09.11.1974;
  27. SPOSATO Giuseppe, detto “Pino”, nato a Taurianova (RC) il 11.02.1965;
  28. SPOSATO Giovanni, detto “Gianni”, nato a Taurianova (RC) il 11.03.1968;
  29. SPOSATO Francesco, nato a Taurianova (RC) il 16.04.1967;
  30. SPOSATO Francesco Domenico, nato aTaurianova (RC) il 01.01.1971;
  31. TALLARIDA Carmelo, detto “Memé”, nato a Taurianova (RC) il 06.07.1944;
  32. TALLARIDA Pietro, nato a Taurianova (RC) il 04.06.1972,;
  33. TAVERNA Antonio, nato a Taurianova (RC) il 18.04.1973;
  34. DEL CONTE Giovanni, nato a Oppido Mamertina (RC) il 29.12.1990;
  35. SPOSATO Vincenza, nata a Oppido Mamertina (RC) il 11.06.1992;
  36. SCARFÒ Giuseppe, nato a Cinquefrondi (RC) il 22.08.1991;
  37. SURACE Giovanni Vincenzo, nato a Taurianova (RC) il 23.03.1983;
  38. CONDELLO Giuseppe, nato a Oppido Mamertina (RC) il 05.08.1989;
  39. SPOSATO Giovanna, nata a Cinquefrondi (RC) il 23.06.1991;
  40. SPOSATO Veronica, nata Cinquefrondi (RC) il 13.10.1988;
  41. FAZZARI Martino, nato a Taurianova (RC) il 11.02.1979;
  42. FUSCO Paolina Maria Assunta,nata a Polistena (RC) il 03.12.1972;
  43. VALENZISI Salvatore,nato Cinquefrondi (RC) il 20.01.1967;
  44. MEZZATESTA Domenico, nato a Taurianova (RC) il 19.11.1971;
  45. ROMEO Antonio, nato a Taurianova (RC) il 02.12.1974;

Arresti domiciliari:

  1. AVATI Francesco, nato a Cinquefrondi (RC) il07.1982;
  2. MOSCATO Domenico, nato a Taurianova (RC) il11.1962;
  3. NASO Giuseppe, nato a Taurianova (RC) il09.1961;



Altro che isola felice: a Taranto era arrivata la ‘ndrangheta. Arrestato dai ROS il boss Caporosso con 10 affiliati

ROMA -I Carabinieri del R.O.S., unitamente a quelli dei Comandi Provinciali di Taranto, Bari e Pavia hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare, emessa dal G.I.P. del Tribunale di Lecce su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di 13 indagati per associazione mafiosa, traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori, detenzione e porto abusivo di armi, danneggiamento e rapina aggravati dal metodo mafioso.

I provvedimenti scaturiscono da un’attività investigativa avviata nell’ottobre 2014 nei confronti di una frangia della Sacra Corona Unita operante in provincia di Taranto, con a capo il pluripregiudicato Cataldo Caporosso la cui caratura criminale era già emersa nel corso di una precedente manovra investigativa del ROS che ne aveva evidenziato i contatti con Umberto Bellocco, esponente di vertice dell’omonima cosca ‘ndranghetista di Rosarno (RC) ma anche uno degli storici fondatori della Sacra Corona Unita. In particolare era stato documentato un incontro tra i due, funzionale al ripristino della collaborazione criminale tra le rispettive consorterie, in particolare nel traffico di armi e nel settore commerciale ittico, al termine del quale il boss calabrese conferiva al Caporosso il “padrino”, una delle doti apicali nella gerarchia ‘ndranghetista, riconoscendogli in tal modo il ruolo di principale referente del clan tarantino con le cosche calabresi.

L’inchiesta proviene dall’operazione “Sant’Anna” avviata nel 2014 del reparto anticrimine dei Carabinieri di Reggio Calabria. Umberto Bellocco “patriarca” della ‘ndrangheta di Rosarno, uno dei i fondatori della Sacra Corona Unita, appena uscito dal carcere dopo 21 anni di detenzione, che dopo aver ricevuto ossequiosa visita da Caporosso, lo aveva innalzato al livello di “padrino” con un rito celebrato in casa propria. Intercettato dai Carabinieri diceva  “il nostro braccio è sempre a vostra disposizione” , così autorizzandolo ad operare nei settori economici più redditizi nel suo territorio, a partire da quello ittico operando nel mercato della cocaina con il sostegno e la “protezione” del sodalizio ndranghettista calabrese. Il clan secondo gli investigatori poteva contare su pressanti opere di intimidazione e vincolo di omertà, aveva disponibilità di armi e trattava imponenti partite di droga che viaggiavano da Andria fino ad una palestra di Massafra dove provvedevano a confezionarla.

Le indagini, supportate dallo svolgimento di attività di intercettazione e di pedinamento, hanno consentito di comprovare la piena operatività del   Caporosso in seno al sodalizio criminale pugliese e la sua pervasiva capacità di infiltrazione nel fiorente settore ittico tarantino, sia attraverso l’estromissione – con tipiche modalità mafiose – di altri operatori commerciali, sia attraverso l’acquisizione di società fittiziamente intestate a prestanome, utilizzate anche per riciclare i proventi delle attività illecite,.

Nel corso delle indagini sono emersi chiari ed inequivocabili elementi  in ordine all’esistenza di un sodalizio criminale avente connotazioni tipiche mafiose, influente sul territorio di Massafra (TA) ed aree limitrofe i cui sodali hanno dimostrato di essere pienamente consapevoli della loro appartenenza ad una consorteria strutturata gerarchicamente al cui vertice era il citato Caporosso.

il gruppo Putignano

 

Significativi, al riguardo, gli elementi raccolti nel corso delle indagini che hanno consentito all’ Autorità Giudiziaria  di ritenere sussistenti tutti gli elementi tipicamente costitutivi dell’associazione mafiosa armata. Di particolare interesse, relativamente alla capacità intimidatrice del sodalizio capeggiato dal Caporosso il tentativo di fornire sostegno elettorale, in occasione del rinnovo del Consiglio Regionale della Puglia nell’ anno 2015, ad Antonio Scalera  un candidato tarantino dell’ Udc , risultato poi non eletto in quelle consultazioni amministrative regionali del maggio 2015, con il chiaro intendimento di poter elevare il livello di pervasività del gruppo attraverso un potenziale referente politico;

Il clan faceva ricorso ad azioni violente di danneggiamento e rapina all’interno del mercato ittico di Taranto, ricorrendo persino ad una motosega di grosse dimensioni per causare danni al magazzino per la vendita di prodotti ittici della Starfish s.r.l. a seguito dei dissidi sorti tra CaporossoMichele Boccuni, altro indagato nei confronti del quale il quale il GIP non ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza dell’appartenenza al medesimo sodalizio criminale necessari all’emissione di misura cautelare  a seguito dell’estromissione del primo dalla citata società; il tentativo di recuperare dei preziosi oggetto di furto, unitamente a Tommaso Putignano , da un esercizio commerciale del luogo, attraverso condotte intimidatorie.

Caporosso era arrivato ad intervenire persino nei confronti di alcuni imprenditori per incidere nel rapporto di lavoro di una conoscente ricorrendo alla propria influenza criminale, ed a recuperare un motociclo rubato ad un suo parente, semplicemente attraverso l’evocazione del proprio cognome  e la minaccia di “dare la caccia” agli autori del furto.

Nel corso dell’attività sono emerse inoltre fonti di prova utili a dimostrare cointeressenze criminali tra il gruppo riconducibile al Caporosso e quello diretto dal Putignano, residente nel vicino comune di Putignano (BA) ove quest’ultimo era, all’epoca delle indagini, sottoposto alla misura di prevenzione della Sorveglianza Speciale di P.S..In particolare è stata documentata l’esistenza di una fiorente attività di traffico e spaccio al dettaglio di ingenti quantitativi di sostanza stupefacente del tipo cocaina, commercializzata da una fitta rete di pusher, grazie a periodici rifornimenti di stupefacente da un altro gruppo criminale del posto capeggiato da Riccardo Sgaramella , detto “Salotto” operante nella vicina città di Andria (BAT).

 

Attraverso le attività investigative dei Carabinieri del ROS  è stata altresì accertata la disponibilità da parte della consorteria di un considerevole patrimonio economico, foraggiato proprio dagli introiti delle attività illecite poste in essere da utilizzare per le quotidiane esigenze organizzative (acquisto di telefonini, schede, ricariche telefoniche, carburante, etc.) e per le eventuali spese legali sostenute degli affiliati. Sulla scorta delle anzidette risultanze investigative e degli accertamenti patrimoniali condotti sul tenore di vita degli indagati e dei soggetti ad essi vicini rispetto ai redditi dichiarati, contestualmente all’esecuzione delle misure personali, il G.I.P. del tribunale di Lecce , accogliendo le richieste degli inquirenti, ha disposto anche il sequestro preventivo di un’attività commerciale di onoranze funebri, quattro veicoli e diversi rapporti finanziari bancari e postali attivi per circa 100mila euri , riconducibili a Cataldo Caporosso ed ai suoi familiari.

Nell’inchiesta sono coinvolte a  vario titolo e responsabilità penale 28 persone. Il gup di Lecce Edoardo D’Ambrosio ha ordinato la custodia in carcere per Ivano Andresini, Cristiano Balsamo, Cataldo Caporosso, Pietro Damaso, Gianvito Gentile, Valentino Antonio Laterza, Massimiliano Lovero, Mario Miolla, Michele Monaco, Tommaso Putignano, Riccardo Sgaramella. Agli arresti domiciliari è finito Emanuele Pignatelli, obbligo di firma alla polizia giudiziaria per Alberto Caporosso.

 

 

 




Il nuovo direttore della DIA, la Direzione Nazionale Antimafia in visita a Reggio Calabria

ROMA – Il nuovo Direttore della Direzione Investigativa Antimafia, Generale di Brigata Giuseppe Governale, continua il suo tour di visita ai centri operativi della DIA in tutt’ Italia, e dopo Palermo, ha visitato ieri il Centro Operativo DIA di Reggio Calabria. Accolto dal Capo Centro, Col. Gaetano Scillia, il neo Direttore, in un incontro con i funzionari ed il personale dell’articolazione reggina della DIA, si è soffermato sulle attività concluse e su quelle in corso nell’ambito delle investigazioni preventive e di quelle giudiziarie, che riguardano la provincia di Reggio Calabria e sulle strategie operative da adottare per prevenire e contrastare, con la massima incisività, i fenomeni di criminalità organizzata presenti sul territorio.

Nella circostanza, sono stati valutati i risultati conseguiti dal Centro Operativo nel primo semestre dell’anno in corso, tra i quali il sequestro e la confisca di beni per oltre 177 milioni di euro, evidenziando, nel contempo, la necessità di proseguire, con crescente impegno e stimolo, sulla strada dell’aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati dalla ‘ndrangheta, fondamentale strumento di lotta nei confronti della criminalità organizzata. Tale dato conferma il trend delle attività della DIA reggina, che, nell’ultimo triennio, ha sottratto beni per oltre un miliardo e 250 milioni di euro alla criminalità organizzata calabrese .

Durante l’incontro è stata, altresì, posta l’attenzione sulla necessità di perseverare nell’azione di contrasto alle infiltrazioni malavitose nel settore degli appalti pubblici: nel primo semestre del 2017 sono state esaminate circa 700 richieste di informazione antimafia, provenienti dalla Prefettura, sono state processate 6680 richieste di informazione antimafia riguardanti imprese impegnate nella ricostruzione delle aree interessate dai recenti eventi sismici e sono state monitorate analiticamente oltre 60 imprese.

Il Direttore della DIA Gen. Governale ha incontrato anche il Prefetto di Reggio Calabria, dott. Michele di Bari ed i vertici delle forze di polizia, nonché il Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte d’Appello dott. Bernardo Petralia ed il Procuratore dott. Federico Cafiero De Raho, con i quali ha affrontato i delicati temi connessi al contrasto della criminalità organizzata nella provincia di Reggio Calabria.




Mafia in Sicilia . 37 arresti fra i quali un avvocato e due carabinieri

ROMA – Trentasette gli arrestati disposti con le operazioni “DRUSO” e “EXTRA FINES” condotte dalle Direzioni distrettuali antimafia di Roma diretta dal procuratore  Giuseppe Pignatone e quella di Caltanissetta diretta dal procuratore Amedeo Bertone , ed effettuati  in Sicilia, Lazio, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Germania oltre al sequestro di beni e società per oltre 11 milioni di euro. Questo il bilancio di una  maxi operazione antimafia coordinata dalla Procura nazionale antimafia ed antiterrorismo guidata dal procuratore nazionale Franco Roberti  che ha colpito nella sua articolazione territoriale il “clan Rinzivillo,  una potente famiglia mafiosa di Gela in Sicilia, alleato con i Madonia di Caltanissetta, e che ha insediamenti ben radicati nel milanese . In particolare il loro referente sarebbe Giuseppe “Piddu” Madonia e tramite questi la parte di Cosa Nostra fedele ai “Corleonesi” di Bernardo Provenzano.

Nel Lazio la famiglia Rinzivillo è stata coinvolta in diverse inchieste della Direzione distrettuale antimafia di Roma, con un coinvolgimento che la DNA definisce la conferma della presenza di Cosa Nostra nella regione.  La complessa ed articolata attività investigativa svolta nell’ambito dei due distinti procedimenti penali alla sede di Caltanissetta e Roma e concentrata su soggetti appartenenti al gruppo Rinzivillo – quest’ultimo operante principalmente nel mandamento di Gela, ma con articolazioni anche nel Lazio, in Lombardia e pure in Germania – ha permesso di acquisire molteplici elementi che consentono di affermare come al vertice dell’associazione mafiosa continuino ad esservi, nonostante la detenzione al regime di cui all’art. 41 bis dell’Ordinamento Penitenziario, i personaggi storici di riferimento del sodalizio, vale a dire i fratelli AntonioCrocifisso Rinzivillo, assumendo  Salvatore Rinzivillo, qualche tempo dopo la sua scarcerazione, avvenuta nel 2013, il ruolo di reggente.

nella foto un momento della maxi operazione contro il clan mafioso Rinzivillo in Italia e Germania

Tra i 37 arrestati vi sono anche un avvocato romano Gianfranco D’ Ambra e di due carabinieri. L’accusa nei confronti dei due militari Marco Lazzari e Cristiano Petrone, è di accesso abusivo alle banche dati delle forze dell’ordine: in pratica i militari infedeli avrebbero passato notizie riservate ai membri del clan, che è alleato da sempre della famiglia Madonia e con i corleonesi. L’avvocato sarebbe invece stato il collegamento tra i mafiosi ed i professionisti utilizzati dalla mafia per riciclare i propri profitti illegali. Tra gli arrestati di oggi c’è anche Salvatore Rinzivillo, 57 anni, scarcerato nel 2013 dopo aver scontato una condanna per mafia, e da tempo residente a Roma.

Ben dieci  delle 37 misure cautelari eseguite dagli 600 operatori di polizia, appartenenti al Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, alla Questura di Caltanissetta, al Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma nonché alla Polizia Criminale di Colonia (Germania),   nei confronti di presunti appartenenti al clan mafioso Rinzivillo a Gela, portano la firma del Gip del tribunale di Roma che, su richiesta della Dda, ha disposto l’arresto, tra gli altri, anche del boss gelese Salvatore Rinzivillo, residente da tempo  nella Capitale, per intestazione fittizia di società al fine di eludere la normativa antimafia in materia di misure di prevenzione patrimoniali, traffici di droga sull’asse Germania – Italia, destinati a rifornire il mercato romano ed un grave episodio estorsivo, aggravato dalle modalità mafiose.

Le numerose fondamentali intercettazioni ambientali e telefoniche hanno consentito agli investigatori di effettuare  una serie di verifiche di natura economico-patrimoniale e quindi  documentare tutte le fasi dell’estorsione compiuta a carico della famiglia Berti, che gestisce il Cafè Veneto, rinomato locale nella centralissima via Veneto. Rinzivillo, sollecitato dal co-mandante gelese Santo Valenti, assistito da un nutrito numero di compartecipi, con il ruolo di “ambasciatori” delle richieste estorsive, aveva posto in essere anche delle chiare minacce di stampo mafioso, con l’intento di a condizionare la gestione di forniture nell’ambito del mercato ortofrutticolo di Roma.

Al centro del “business” dei Rinzivillo vi sarebbe  infatti la commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli. I Rinzivillo sono stati coinvolti nelle indagini sulle presunte infiltrazioni mafiose al mercato ortofrutticolo di Fondi, che ha portato alla richiesta di scioglimento del Comune laziale. Infatti proprio intorno agli affari del mercato ortofrutticolo di Fondi vi sarebbe un collegamento operativo fra Camorra, ‘Ndrangheta e Cosa Nostra, che attraverso la famiglia Rinzivillo permetterebbe la connessione con il mercato ortofrutticolo di Vittoria. E sempre i Rinzivillo sarebbero in affari con i Casalesi e con i Santapaola-Ercolano.

Gli interessi del clan in Germania  .

L’ operatività della famiglia Rinzivillo si era estesa in Germania, dove Salvatore Rinzivillo aveva riattivato una cellula criminale, operante nelle città di Karlsruhe e di Colonia, nei land tedeschi di Baden-Wüttemberg e della Renania Settentrionale-Westfalia, per  l’organizzazione e realizzazione di più traffici di droga ovvero la verifica della possibilità di realizzare articolati investimenti in Germania nei settori storicamente d’interesse della famiglia Rinzivillo, quali le costruzioni e quello alimentare.

Salvatore Rinzivillo ed il clan omonimo non limitava l’attività illecita solamente all’Italia, ma  grazie all’appoggio di Ivano Martorana (nato a Gela, ma radicato in Germania) e di Paolo Rosa anche lui emigrato – aveva esteso le attività criminali anche all’estero. Le attività illecite consistevano non solo nel traffico di droga, ma anche in quello delle costruzioni e dell’alimentare. I contatti del clan in Germania venivano amplificati dalla conoscenza con Antonio Strangio, noto ’ndranghetista e gestore del ristorante Da Bruno” a Duisburg, luogo della strage di Ferragosto (agosto 2007).

Nel maggio 2015, la Direzione Distrettuale Antimafia di Roma ha avviato una complessa attività rogatoriale, dapprima con la Procura di Karlsruhe, assistita dalla locale Polizia Federale, e poi, dal gennaio 2016, con la Procura di Colonia, assistita dalla locale Polizia Criminale – Commissariato nr. 23. Le citate attività investigative, svolte in collaborazione con la Polizia tedesca, consentivano di riscontrare l’illecita operatività della cellula mafiosa, intenta a riattivare importanti traffici di droga direttamente in Germania e sull’asse Germania –Italia

 

 

Approfittando  dei rapporti intercorrenti con due infedeli “uomini di Stato”, come i carabinieri Marco Lazzari e Cristiano Petrone, che venivano utilizzati dal boss per acquisire illecitamente notizie sulla vittima attraverso l’abusivo accesso alle banche dati in uso alle forze di Polizia.  Il carabinieri Lazzari, si prestava anche per l’effettuazione di sopralluoghi presso il Cafè Veneto, dove Rinzivillo e Valenti, spalleggiati da pregiudicati e non come i romani Angelo Golino, deputato alla consegna dei ‘pizzini’ minatori, e Salvatore Iacona, che aveva la disponibilità di armi, ed il siciliano Rosario Cattuto, responsabile di diretti atti intimidatori e minacce verbali, compivano atti diretti ad estorcere alla famiglia Berti, indebitamente, la somma di 180.000 euro.

Aldo Berti la vittima dell’estorsione,  da un lato, aveva presentato una denuncia contro gli estorsori e, dall’altro, per cercare di dirimere la controversia, si era rivolto a sua volta al pregiudicato mafioso palermitano Baldassarre Ruvolo, già appartenente alla famiglia mafiosa di Cosa Nostra dei Galatolo dell’Acquasanta di Palermo, inizialmente diventato “collaboratore di giustizia” e successivamente estromesso dal programma di protezione .

Il ruolo dell’avvocato Giandomenico D’Ambra . La figura del legale del Foro di Roma costituisce il prototipo dell’esponente della cosiddetta “area grigia”:, cioè un professionista che addirittura si serve della criminalità organizzata e di cui quest’ultima, a sua volta, si avvale in un chiaro e diretto rapporto dare-avere . Infatti secondo quanto riporta l’ordinanza di arresto l’ avvocato  D’Ambra su richiesta e per conto di Salvatore Rinzivillo, ha intessuto affari illeciti di interesse comune, ha incontrato altri affiliati del clan operanti in Lombardia, come Rolando Parigi e Alfredo Salvatore Santangelo, nonché, per propri fini, non ha esitato ad avvalersi dei “servizi” che gli appartenenti all’organizzazione criminale risultavano in grado di dispensare con il metodo dell’intimidazione arrivando ad incaricare Rosario Cattuto di effettuare un’aggressione fisica ai danni di una persona per asportagli, con violenza, un orologio “Philip Patek” del valore di circa quarantamila euro.

I commenti dei procuratori Roberti e Pignatone  

È stato assicurato alla giustizia il reggente della famiglia Rinzivillo, Salvatore che aveva due fratelli al 41 bis. Mi preme mettere in luce il collegamento perfetto tra le forze di polizia di Roma e Caltanissetta, ma anche la polizia di Colonia. “, ha spiegato alla stampa il procuratore nazionale antimafia Franco Roberti aggiungendo “Abbiamo assicurato alla giustizia l’intero clan mafioso”

Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone ha affermato: “Rivendichiamo l’importanza di un metodo di indagine. Il lavoro di intesa, lo scambio continuo di informazioni concordate per non rovinare l’uno l’indagine dell’altro” .

nella foto, il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone

Pignanone ha aggiunto: “Vale la pena citare Giovanni Falcone, è importante soprattutto nel mondo di oggi dove le mafie non sparano come una volta, ma bisogna seguire e rintracciare i beni oltre che arrestare le persone. Ringrazio il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Roma“. Pignatone ha poi citato una frase del boss mafioso Salvatore Rinzivillo intercettata tramite un’ambientale: “Il mondo così è. È nato corrotto e corrotto morirà. Nessuno riesce a sistemare il mondo“.

Alle operazioni odierne hanno fornito un rilevante apporto in fase esecutiva anche le Squadre Mobili di Roma, Milano, Monza, Bergamo, Varese, Brescia, Piacenza, Novara, Sassari, L’Aquila, Palermo, Trapani, Ragusa e Catania, nonché i Comandi Provinciali della Guardia di Finanza di Roma, Palermo, Trapani, Catania, Agrigento, Caltanissetta, Enna, Siracusa, Ragusa, Milano, Novara, Sassari e del Reparto Operativo Aeronavale di Civitavecchia.




Arrestato Rocco Morabito boss della “ndrangheta” , si nascondeva in Uruguay

ROMA –  Il boss della ‘Ndrangheta calabrese Rocco Morabito, latitante ormai da 25 anni, e ricercato in vari paesi del sud America dove aveva interessi, e’ stato arrestato la scorsa notte a Montevideo in Uruguay,  dopo mesi di intense attivita’ di cooperazione internazionale ed intelligence svolte dai Carabinieri di Reggio Calabria.

La Polizia ha accertato che Morabito aveva ottenuto documenti uruguaiani presentando documenti brasiliani con il nome di Francisco Antonio Capeletto Souza, nato il 14.10.1967 in Rio de Janeiro (Brasile). Questi documenti sono stati diffusi dallo SCIP – Servizio per la Cooperazione Internazionale di Polizia del Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dalla Polizia brasiliana, e sono stati inseriti nella banca dati Interpol, generando un alert. Dall’emissione della “Red Notice” internazionale nel 1995 e dal conseguente mandato d’arresto originato dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria, il lavoro dello SCIP e è proseguito senza sosta, sino alla cattura avvenuta sabato scorso.

Morabito nel tentativo di sfuggire all’arresto dichiarava di essere cittadino brasiliano presentando il documento di identità sotto falso nome, ma le immediate verifiche nell’ambito di collaborazione fra la polizia locale ed il Comando Provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria attraverso il contributo del 3° Servizio della DCSA e dell’ Interpol, hanno permesso di identificare con certezza il fermato nel ricercato Morabito.

Le ricerche svolte in Italia sotto la costante direzione della Procura Distrettuale di Reggio Calabria, estese in campo internazionale, erano state progressivamente ristrette al Sud America ed in particolare all’ Uruguay, alla cui Polizia sono state fornite dai Carabinieri, tutti gli elementi info-investigativi utili all’identificazione. Morabito nel 2000 era dato dagli investigatori dell’ Arma dei Carabinieri  in circolazione in Brasile, per poi entrare fra il 2008-9 in Uruguay dopo aver assunto una nuova identità.

Nella notte fra sabato e domenica si è arrivati all’individuazione del Morabito in un noto lussuoso albergo del centro di Montevideo, e quindi alle prime luci dell’alba è stata effettuata irruzione nella camera dove dormiva il boss della ndrangheta  (che verrà estradato in Italia), è stata trovata ed arrestata una donna angolana con passaporto portoghese che, precisano le fonti, sarebbe la moglie di Morabito.

 

Nell’ operazione che ha portato all’arresto il boss calabrese la polizia uruguaiana ha confiscato tra l’altro 13 cellulari, una pistola, 12 carte di credito, assegni in dollari e 150 foto carnet con il viso del detenuto.

A coadiuvare sul posto le attività della polizia uruguagia è stato l’Esperto per la Sicurezza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza di stanza a Buenos Aires, con competenza anche per l’Uruguay, avallando un primo riconoscimento del Morabito, attraverso l’interlocuzione diretta con la Sala Operativa Internazionale dello SCIP, e partecipando anche alla perquisizione della casa del latitante.

Rocco Morabito, nato ad Africo, in provincia di Reggio Calabria, nell’ottobre del 1966, viveva in Uruguay da una decina d’anni ed “era uno dei dieci mafiosi più ricercati” . Morabito è stato rintracciato in un hotel annesso ad un Casinò della nota località di Punta del Este frequentata dal jet-set internazionale sudamericano, località in cui il boss della ndrangheta viveva in una lussuosa villa con piscina .

nella foto la villa di di Punta del Este (Uruguay) dove si nascondeva Rocco Morabito

 

Accusato di gestire traffici a Milano  Rocco Morabito  era inserito da tempo nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità, insieme tra gli altri a Matteo Messina Denaro, il 51/enne ‘boss’ della ‘ndrangheta è stato catturato in Uruguay, paese dove viveva da anni. Tramite un provvedimento di cattura ‘rosso’ dell’Interpol, Morabito è accusato di aver fatto parte tra il 1988 e il 1994 di un gruppo del narcotraffico, nella quale organizzava il trasporto della droga in Italia e la distribuzione a Milano. Il Ministero degli Interni dell’ Uruguaiano cita inoltre i casi del traffico “nel 1993 di 32 kg di cocaina in Italia, operazione fallita a causa della cattura in Francia di un trafficante, e di 592 kg nel 1992 dal Brasile all’Italia, droga confiscata in quest’ultimo paese”. Da ultimo, si ricorda un’ operazione l’anno successivo con 630 kg di cocaina.

Con una nota ufficiale il procuratore capo di Reggio Calabria dott. Federico Cafiero deRaho ha reso noto che sono state immediatamente avviate dalla procura calabrese le procedure per la successiva estradizione dell’arrestato in Italia.

intervista con il Col. Vincenzo Franzese Comandante del Reparto Operativo

del Comando provinciale dei Carabinieri di Reggio Calabria

 

Rocco Morabito, che compirà 51 anni il prossimo ottobre, è considerato esponente di spicco della cosca omonima che ha base ad Africo nella Locride, in provincia di Reggio Calabria. È accusato di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti ed altri gravi reati e deve scontare una pena definitiva di 30 anni di reclusione, emessa con sentenza definitiva dalla Corte di Appello di Reggio Calabria, che ha riunito le precedenti condanne delle Corti di Appello di Milano e Palermo.  Morabito è il 16° latitante catturato quest’anno dai Carabinieri di Reggio Calabria. Insieme a Santo Vottari e Giuseppe Giorgi era inserito nell’elenco dei latitanti piu’ pericolosi d’Italia.