Il pg della Cassazione: “Rimuovere Palamara dalla magistratura”. La difesa: “Prosciogliere Luca Palamara da tutti gli addebiti contestati”

di ANTONELLO de GENNARO

Per i magistrati della procura generale della Cassazione, che ha sottolineato l’assoluta “gravità degli illeciti’’, l’ex presidente dell’ ANM Luca Palamara ha messo in atto ‘’condotte molteplici e plurioffensive’’quale ‘’organizzatore regista e sceneggiatore della strategia’’ messa in atto, per la quale ha avuto un ‘’ruolo primario“.

L’accusa ha chiesto di espellere Luca Palamara dalla magistratura. La Procura Generale della Cassazione puntando alla sanzione massima nel processo in corso davanti alla Sezione disciplinare del Csm in cui l’ex presidente dell’Anm, già sospeso dalle funzioni e dallo stipendio e sotto inchiesta per corruzione a Perugia, deve rispondere dei suoi comportamenti nei confronti dei colleghi che concorrevano per un posto in diverse procure.

L’avvocato generale ha sostenuto che Palamara inoltre ‘’non ha fornito elementi idonei ad attenuare la gravità delle accuse’’ e “non ha interloquito con il suo giudice naturale’’. ‘’Almeno tre soggetti estranei alla funzione istituzionale, per interessi personali hanno pilotato e promosso la nomina del procuratore di Roma, dell’aggiunto e programmato quella di un atto ufficio giudiziario “, ha detto Pietro Gaeta nella sua requisitoria, ricostruendo quanto accaduto all’hotel Champagne di Roma (che ha cessato la sua attività ! n.d.r. ) adiacente al Csm, nel corso dell’udienza al processo disciplinare Luca Palamara che discusse in quella riunione di nomine con Cosimo Ferri e Luca Lotti e 5 magistrati del Csm, che si sono dimessi dal Consiglio Superiore della Magistratura a seguito dell’esplosione del caso.

Un incontro  in cui il pm romano e i parlamentari Luca Lotti e Cosimo Ferri per differenti ma cospicui interessi personali hanno pilotato e promosso la nomina” del procuratore capitolino e di un aggiunto, oltre che “programmato la nomina del direttivo di un altro ufficio giudiziario, quello di Perugia.

’’Non si è trattato di una interlocuzione fisiologica né di una interlocuzione istituzionale tra magistrati e politici, né dell’interlocuzione tra componente togata e laica, prevista nel Csm’’, ha sottolineato Gaeta. ‘’Proprio perché esiste un perimetro previsto dalla Costituzione, questa riunione esorbita in maniera evidente da questo perimetro’’

Si tratta dunque a giudizio dell’avvocato generale della Cassazione, di ‘un modello totalmente alterato’’ e l’incontro ‘’si colloca fuori da qualsiasi schema legale’’.

Nel corso della sua requisitoria a Palazzo dei Marescialli, il sostituto Pg della Cassazione Simone Perelli ha dichiarato che sui vertici della procura di Roma e di Perugia c’era un “disegno occulto e inconfessabile” e l’ obiettivo era “selezionare candidati che avrebbero dovuto sovvertire le regole dello stato di diritto

 A concludere la requisitoria dell’accusa è stato il sostituto Pg della Cassazione Perelli, che aumenta il carico delle accuse: Palamara mirava ad un “procuratore di Perugia addomesticato, che doveva assecondare il sentimento di rivalsa suo e di Lotti nei confronti di Paolo Ielo (attuale procuratore aggiunto a Roma, ndr). Condotta di una gravità inaudita“, respingendo le argomentazioni della difesa: “Non vale invocare il mantra della spartizione correntizia“.

Sui vertici della Procura di Roma dove secondo l’accusa si mirava a garantire “discontinuità” con la gestione di Giuseppe Pignatone, e di Perugia si era in presenza un “disegno occulto e inconfessabile” e l’ obiettivo era “selezionare candidati che avrebbero dovuto sovvertire le regole dello stato di diritto”.

Durante l’udienza si è discusso anche dei tempi adottati per il procedimento disciplinare, ritenuti dalla difesa e da una parte della stampa troppo brevi . Secondo il rappresentante della procura di Cassazione Gaeta, non c’è invece alcuna forzatura dei tempi, nessuna compressione dei suoi diritti di difesa,  e quindi nessuna volontà di far diventare il pm romano, un “capro espiatorio” ed il suo processo la “tacitazione della cattiva coscienza della magistratura”, al fine “sacrificarne uno per salvarne mille”.

Gaeta ha respinto tutto ciò che ha definitobolle mediatiche” e che rappresentano per il lavoro svolto dal suo ufficio accuse “insostenibili”. In particolare ha respinto l’accusa di aver compresso i diritti di Luca Palamara opponendosi alla lista dei 130 testimoni, presentata dalla difesa, giudicandola “avventata e strumentale per non far emergere posizioni involgenti altri magistrati” rivendicando il rigoroso rispetto delle regole anche sull’utilizzazione delle intercettazioni della riunione all’ Hotel Champagne. Quella conversazione fu captata in modo “assolutamente casuale”, non si sapeva della presenza dei due parlamentari. Intercettazioni che però sono state utilizzate.

Luca Palamara e Stefano Giaime Guizzi

Nella precedente udienza il magistrato Stefano Giaime Guizzi difensore di Luca Palamara, uno dei magistrati più qualificati ed esperti di questioni disciplinari al Csm, aveva ricordato e contestato le fughe di notizie apparse sul quotidiano La Repubblica a firma di Carlo Bonini, contestando che “Non c’è serenità per affrontare il giudizio. Questi dubbi non sono stati ritenuti fondati” aggiungendo “Il vulnus è che non ci sia consigliere del Csm che non si sia espresso pubblicamente su questa vicenda. C’è chi ha paragonato il metodo Palamara al metodo mafioso, chi ha stabilito parallelismo con la P2. Tutte queste circostanze unite al fatto che i componenti del Csm sono indicati come persone offese. Io non conosco caso in cui il giudice sia anche persona offesa di quella vicenda. Non c’è serenità per affrontare giudizio”.

Prosciogliere Luca Palamara da tutti gli addebiti contestati. E’ stata la richiesta conclusiva avanzata dalla difesa di Palamara, alla Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura. “Dissento dalla richiesta del pg della sanzione massima” ha spiegato Stefano Giaime Guizzi, chiedendo che “se si dovesse comminare una sanzione sia applicata la sospensione per due anni stante la pendenza del processo penale“.

Guizzi ha anche anticipato che Palamara in merito all’utilizzo delle intercettazioni valuterà se “questo non costituisca materia di un possibile ricorso davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo a Strasburgo” riferendosi alle intercettazioni con i deputati Lotti e Ferri che non dovevano essere utilizzate in quanto c’è la “possibile violazione dell’articolo 68 della Costituzione, visto che è stato intercettato anche il parlamentare Cosimo Ferri, entrato nel perimetro dell’indagine sin dai primi atti”. “Riteniamo quindi che il tema dell’utilizzabilità delle intercettazioni non sia chiuso e questo potrebbe portare Palamara davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo’”, ha aggiunto Guizzi, durante l’arringa.

E’ molto probabile che il magistrato inquisito, dopo aver scelto di non rispondere alle domande del procuratore generale proprio in quanto basate sulle intercettazioni dei dialoghi intercettati nella riunione del 9 maggio, nell’udienza che si svolgerà domattina, faccia delle dichiarazioni spontanee. Poi la sentenza, che a questo punto dovrebbe arrivare anche domani.




La procura di Perugia chiede il processo del magistrato Palamara per corruzione

di REDAZIONE CRONACHE

Con la richiesta di rinvio a giudizio per “corruzione” per l’esercizio della funzione (pena da 3 a 8 anni), la Procura di Perugia ha tracciato una prima linea nello scandalo che un anno fa travolse il Consiglio superiore della magistratura, provocando le dimissioni di sei membri togati su 18.

Secondo il nuovo procuratore capo di Perugia Raffaele Cantone, già a capo dell’ ANAC l’ Authority Anticorruzione, il magistrato Luca Palamara, da componente del Csm, era “a disposizione” dell’imprenditore e lobbista Fabrizio Centofanti, in cambio di regali, viaggi, benefit vari e lavori edilizi di cui usufruivano sia l’ex magistrato e la sua famiglia, ma anche l’amica-amante Adele Attisani.

il procuratore capo di Perugia, Raffaele Cantone

La richiesta di rinvio a giudizio ( art. 415 bis) è stato firmato lo scorso 18 agosto dal procuratore Cantone, arrivato a Perugia a fine giugno, e dai pm Mario Formisano e Gemma Miliani, titolari del fascicolo d’indagine partita nell’autunno 2018 da una segnalazione della Procura di Roma. Le investigazioni hanno fatto cadere l’iniziale e più grave contestazione di corruzione per atti del Csm contrari di doveri d’ufficio (nomine di capi di uffici, procedimenti disciplinari). Una decisione questa che depone sicuramente a favore della difesa di Palamara.

Rimane quindi in piede la generica corruzione funzionale, introdotta nel 2012 dalla legge Severino per punire chi fa «mercimonio della funzione» slegata dal compimento di specifici atti ma connessa al ruolo in sé.

Fu il lobbista Centofanti tra il 2013 e il 2017 a pagare secondo i pm per Palamara e compagnia, circa 70 mila euro. Sette viaggi (Dubai, Ibiza, Londra, Favignana, San Casciano dei bagni ) che Palamara fece con l’amica Adele Attisani e tre vacanze (Madonna di Campiglio, Sardegna e Madrid, dove la Roma giocava in Champions) con la sua famiglia.

la personal trainer Adele Attisani

Sarebbe stato sempre Centofanti a pagare trattamenti per la Attisani nella beautyfarm del Grand Hotel di via Veneto, spostamenti con autisti personali da e per l’aeroporto di Fiumicino e trasporto di mobili da Roma a Locri, ed a farsi carico di ristrutturazioni (23mila euro) , lavori impermeabilizzazione di terrazze e fioriere , manutenzione dell’impianto elettrico e di videosorveglianza (22mila euro), realizzazione di coprivasi in alluminio e di una tapparella (11mila) nella casa della Attisani.

Un cifra incompatibile per i pm con una normale amicizia e sintomatica, come ha argomentato il Gip Lidia Brutti lo scorso marzo motivando il sequestro preventivo, definendolo una relazione «inquinata da interessi non confessabili». Il processo è stato chiesto anche per Centofanti e per la stessa Attisani ( presunto corruttore e istigatrice/beneficiaria della corruzione) oltre che per Giancarlo Manfredonia, titolare di un’agenzia di viaggi, accusato di favoreggiamento per aver manipolato i documenti di una vacanza incriminata. Un punto questo a favore dell’accusa.

Gli avvocati, Mariano e Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, della difesa di Palamara, respingono le accuse: “Nessun pagamento da Centofanti”. Dovranno però adesso provarlo in giudizio ed annunciano fuochi d’artificio sulle indagini difensive, in l’udienza preliminare per “chiarire anche la questione dei lavori edilizi“.

Palamara è sospeso un anno fa dalle funzioni e stipendio, ed è sottoposto anche a processo disciplinare dinanzi al Csm. La grave accusa rivoltagli dalla Procura generale della Cassazione è l’interferenza nell’attività del Csm, per le trame sulle nomine captate dal trojan inoculato nel suo cellulare dalla stessa Procura di Perugia. La difesa di Palamara ha chiesto di convocare 133 testimoni. In attesa del secondo round perugino, le udienze del Csm riprenderanno a settembre.

L’inchiesta che ha rivoluzionato gli equilibri correntizi interni del Csm, portando alle dimissioni di diversi consiglieri, per le intercettazioni di colloqui in cui con esponenti politici discutevano delle nomine al vertice delle procure, a cominciare da quella di Roma. Intercettazioni telefoniche e telematiche (con il trojan) in merito alle quali il gip di Perugia, in un’apposita udienza, si è riservato di decidere quale far trascrivere. La sua decisione verrà comunicata il prossimo 21 settembre quando si tornerà in aula per la nomina del perito per le trascrizioni.

Una scelta a sorpresa invece quella fatta dal magistrato Luigi Spina, ed ex membro del Csm, “sodale” di Palamara, accusato di avergli rivelato notizie riservate sull’indagine perugina. Spina per evitare un imbarazzante processo, ha chiesto la messa alla prova ai servizi sociali, una maniera per espiare le condanne nata per i minori e talvolta usata dai magistrati condannati, come ad esempio l’ex pm Matteo Di Giorgio della Procura di Potenza (9 anni e mezzo di carcere) per espiare la colpa in modo soft lasciando estinguere il reato.

Saranno invece le Sezioni Unite della Cassazione a decidere se due giudici disciplinari potranno processare Cosimo Ferri e intanto al Csm il giudizio è sospeso. Il magistrato prestato alla politica e deputato di Italia viva, coinvolto nel caso Palamara, ha ricusato i laici di Palazzo de’ Marescialli Stefano Cavanna (Lega) e Michele Cerabona (Forza Italia) e il tribunale delle toghe ha disposto la trasmissione degli atti alla Suprema corte.

Ferri, in realtà, intendeva ricusare tutti i componenti della sezione disciplinare in carica fino al 9 maggio del 2019 e, in subordine, voleva l’invio degli atti alla Consulta sulla legge sull’ordinamento giudiziario del 2006. La sospensione del giudizio al Csm non riguarda Palamara, finito con altri 5 e ex togati di fronte alla disciplinare e sotto processo per corruzione a Perugia. Anche lui aveva ricusato Piercamillo Davigo, suo giudice al Csm, citandolo come testimone ma senza successo, malgrado dalla corrente di Md un esponente storico come Nello Rossi avesse sostenuto che l’ex pm di Mani pulite non poteva rimanere nel suo ruolo visto che a ottobre va in pensione.

La sinistra ha una forte capacità di orientamento della magistratura e a volte ti viene anche da pensare che la stampa non sia libera“, ha detto Palamara alla sua prima uscita in pubblico, in una serata a Sabaudia. L’ex presidente dell’Anm ha aggiunto: “Mi sono pentito, se tornassi indietro non rifarei le stesse cose“.




Roma, sospeso il pg della Cassazione Mario Fresa:  accusato di violenze sulla moglie

ROMA – L’inchiesta si basa sulla denuncia della moglie, una trentaduenne con cui il magistrato Mario Fresa, 59 anni,  era sposato dal 2019 dopo una convivenza di tre anni, che lo ha accusato di “averla colpita con un pugno alla tempia in casa al termine di una lite” (prognosi di sette giorni ) minacciandola “di portarle via il figlio se avesse sporto denuncia“.

La donna portata in ospedale a seguito di un pugno ricevuto alla tempia è stata dimessa con sette giorni di prognosi dopo la lite col marito per questioni di gelosia , si trova adesso fuori Roma a casa della madre insieme al figlio di due anni.

Il giorno prima tra i due era nata una forte discussione nella loro casa nel centro storico della Capitale, causata da motivi di gelosia del magistrato, che si è conclusa appunto con un fortissimo pugno alla tempia ricevuto davanti alla tata del figlioletto dei due coniugi. Erano le 15.30 dello scorso martedì. La donna nonostante le minacce,  ha chiamato il 112. Quando gli agenti intervenuti hanno trovato la donna in quelle condizioni hanno richiesto l’intervento sul posto di un’ambulanza.

La denuncia penale sporta mercoledì della  scorsa settimana  dalla moglie trentenne del magistrato  è adesso in mano ai magistrati del pool della Procura di Roma, che si occupano dei reati sulla violenza di genere.
La procura generale della Cassazione a seguito della denuncia raccontata dalla moglie del pg Mario Fresa alla collega Federica Angeli  del quotidiano La Repubblica ha affidato a una nota diramata ieri pomeriggio la notizia della sua sospensione dall’incarico”Impregiudicata ogni valutazione circa il merito della vicenda, rimessa in primo luogo all’Autorità giudiziaria, si è immediatamente provveduto a sostituire il dottore Fresa, che ha fatto richiesta in tal senso, nella trattazione dei procedimenti, sospendendolo integralmente dalla partecipazione al Servizio disciplinare”. .

 




Cassazione: niente domiciliari per il mafioso Brusca

ROMA – ll mafioso Giovanni Brusca rimane in carcere. La prima sezione penale della Corte di Cassazione ha respinto la richiesta presentata dai suoi legali per ottenere la detenzione domiciliare. Quindi Brusca dovrà dunque scontare sino alla fine la sua pena nel carcere di Rebibbia.

Giovanni Brusca, condannato per la strage di Capaci, difeso dagli avvocati Antonella Cassandro e Manfredo Fiormonti aveva presentato ricorso in Cassazione per chiedere gli arresti domiciliari, avverso la decisione dell’ ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Roma che lo scorso 12 marzo aveva respinto la sua domanda di ottenere la detenzione domiciliare.

La Cassazione non ha quindi concesso alcuno sconto di pena anche se Brusca è diventato un collaboratore di giustizia, nonostante il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho si era pronunciato a favore dei domiciliari  facendo levare alta la protesta dei familiari delle vittime contro la tesi, sostenuta dagli operatori penitenziari, che il boss abbia dato prova di ravvedimento e di “affidabilità esterna“, mentre la Procura generale della Cassazione aveva ribattuto che Brusca doveva restare in cella.

La notizia è stata anticipata dal Corriere della Sera nella tarda serata di ieri . L’udienza si è svolta a porte chiuse, senza la presenza dei difensori che hanno mandato memorie scritte.

Maria Falcone, sorella del giudice Giovanni Falcone e presidente della Fondazione che porta il nome del magistrato assassinato dalla mafia, ha dichiarato: “Fermo restando l’assoluto rispetto per le decisioni che prenderà la Cassazione, voglio ricordare che i magistrati si sono già espressi negativamente due volte sulla richiesta di domiciliari presentata dai legali di Giovanni Brusca. Il tribunale di sorveglianza di Roma, solo ad aprile scorso, negandogli la scarcerazione, ha avanzato pesantissimi dubbi sul suo reale ravvedimento.

La sorella di Falcone aveva avvertito: “Brusca è ambiguo e spietato, merita solo il carcere”, mentre Nicola Di Matteo, fratello del bimbo ammazzato, aveva denunciato “Non ci ha mai chiesto scusa“.

L’ 11 gennaio del 1996 Brusca, detto “scannacristiani”, dopo aver saputo della sua condanna aveva ordinato: “Uccidete il canuzzo“. Il piccolo bambini venne messo faccia al muro,  il mafioso Chiodo gli mise una corda al collo e tirò e poi raccontò:”Non ha capito niente. Dopo averlo spogliato ho preso il bambino per i piedi, Monticciolo e Brusca per le braccia e l’abbiamo messo nell’acido. Poi siamo andati tutti a dormire“.

“Ricordo ancora che Giovanni Brusca proprio grazie alla collaborazione con la giustizia – continua Maria Falcone –  ha potuto beneficiare di premialità importanti: oltre a evitare l’ergastolo per le decine di omicidi che ha commesso, e tra questi cito solo quello del piccolo Giuseppe Di Matteo, strangolato e sciolto nell’acido a 15 anni,  ha usufruito di 80 permessi. Il suo passato criminale, l’efferatezza e la spietatezza delle sue condotte e il controverso percorso nel collaborare con la giustizia che ha avuto luci e ombre, come è stato sottolineato nel tempo da più autorità giudiziarie, lo rendono un personaggio ancora ambiguo e non meritevole di ulteriori benefici“.

Giovanni Montinaro, figlio del caposcorta di Falcone alla notizia della richiesta dei domiciliari, ha commentato: “Mio padre non sarebbe d’accordo con questo regalo. Ha ucciso più di 140 persone“, e criticato il superprocuratore antimafia: “Dà l’ok ai domiciliari per Brusca? È indegno della sua carica”. Sua madre, Tina, aveva confessato: “Mi sento presa in giro. Non conta il nostro dolore?“.

Il procuratore Cafiero De Raho si difende: la sua non era solo una valutazione discrezionale, ma in linea con il Codice e la Costituzione: “A seguito del contributo che ha dato e il ravvedimento evidenziato — spiega —  le condanne si sono mantenute sotto il tetto dei 30 anni, e con le riduzioni che ogni anno ci sono finirà di scontare la pena nel novembre 2021″

L’ ex ministro dell’ Interno Matteo Salvini leader della Lega,  in un suo intervento su Facebook, ha fatto un commento molto duro: “Un assassino, il killer della strage di Capaci, un mafioso libero di tornare a casa? Ma stiamo scherzando? In galera fino alla fine dei suoi giorni, non facciamo rivoltare nelle loro povere tombe i troppi morti per mano della mafia. Fare uscire Brusca dal carcere sarebbe disumano. Chi toglie una persona al padre, alla madre, alla moglie, ai figli, merita di tornare a casa? No. In galera fino all’ultimo giorno, lavorando




“Toghe pulite” il procuratore generale della Cassazione Fuzio anticipa le sue dimissioni

ROMA – Il  Pg della Corte di Cassazione Riccardo Fuzio indagato a Perugia per rivelazione del segreto d’ufficio,  dopo le polemiche successive alla pubblicazione dell’intercettazione di un suo colloquio con il pm romano Luca Palamara, anch’ egli indagato a Perugia ma per “corruzione”, ha deciso di anticipare la sua uscita dalla magistratura. Doveva restare sino al 20 novembre e invece lascerà tra una settimana, il 21 luglio. Una decisione presa con “rammarico“, dopo aver verificato che “non sussistono le condizioni interne per garantire la piena funzionalità della Procura generale  della Cassazione“.

Riccardo Fuzio

Il 4 luglio scorso Fuzio aveva comunicato al Capo dello Stato la sua decisione di andare in collocamento a riposo anticipato. Un passo indietro, apprezzato da Sergio Mattarella. Il Comitato di presidenza del Csm, di cui Fuzio è componente di diritto, gli aveva chiesto però di restare il tempo necessario alla nomina del suo successore. La nuova decisione è stata comunicata due giorni fa al Csm, al Ministero della Giustizia e ai colleghi della Procura generale.

Le ragioni per cui tutto questo non è più possibile sono illustrate in un comunicato diffuso dall’avvocato Grazia Volo, che assiste Fuzio nel procedimento che, come detto, gli è stato intanto aperto a Perugia.

Il Procuratore generale Fuzio aveva aderito all’invito di garantire la continuità delle attribuzioni assegnate all’ufficio della Procura Generale fino alla data del 20 novembre 2019, ma nella giornata dell’11 luglio 2019, avendo constatato che, nonostante la vicinanza della gran parte dei magistrati dell’Ufficio, non sussistono le condizioni interne per garantire la piena funzionalità dell’Ufficio della Procura Generale nel rispetto dei criteri organizzativi, ha modificato la precedente decorrenza e, con rammarico, ha chiesto di essere collocato a riposo anticipatamente dal 21 luglio 2019” si legge nel comunicato.

L’uscita anticipata di Fuzio dal vertice della Procura Generale della Cassazione non dovrebbe bloccare l’attività del Comitato di presidenza del Csm, di cui il Pg è uno dei componenti di diritto: l’organo di vertice di Palazzo dei Marescialli infatti può operare anche con soli due componenti. Da lunedì si verificherà l’ operatività possibile  per anticipare i tempi del concorso per la successione del Pg, bandito qualche giorno fa ma “tarato” sulla sua uscita a novembre. Le candidature si sono aperte il 12 luglio e si chiudono il 9 agosto. Dopodichè i capi degli uffici avranno 30 giorni per esprimersi sui candidati e altri 30 giorni a disposizione dei Consigli giudiziari per fornire i loro pareri. L’unico margine per accelerare è di utilizzare, con un limitato aggiornamento, i pareri più recenti già espressi sui magistrati che concorrono.

Tra i possibili aspiranti candidati alla sostituzione di Fuzio  il procuratore generale di Roma Giovanni Salvi  e quello di Napoli Luigi Riello, che vennero entrambi sconfitti la scorsa volta nel confronto con Fuzio, e quello di Venezia Antonello Mura.




“Toghe sporche”: il procuratore generale della Cassazione Fuzio chiede la sospensione di Palamara da funzioni e stipendio

ROMA – Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio ha richiesto al Consiglio Superiore della Magistratura la sospensione facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio del pubblico ministero Luca Palamara, l’ex presidente della Associazione Nazionale Magistrati  indagato a Perugia.

Il provvedimento è stato richiesto il 12 giugno scorso alla vigilia del vertice sulla Giustizia tenutosi a Palazzo Chigi dal premier Giuseppe Conte mentre nel frattempo il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha accelerato la riforma delle intercettazioni organizzando per venerdì prossimo una riunione del tavolo “tecnico” allargato a giornalisti e avvocati.  Non sarà facile riuscire a trovare posizioni di compromesso tra queste due categorie, come sul piano politico sarà ancora più difficile una comunione di intenti tra il M5S e la Lega, che sull’argomento hanno posizioni diametralmente opposte. Il segretario del Pd Nicola Zingaretti si è detto favorevole a “correggere il procedimento elettorale per gli eleggibili” nel Csm.

Il provvedimento richiesto  è di natura cautelare cioè destinato a intervenire prima che si celebri il processo disciplinare. La sezione disciplinare del Csm si pronuncerà a porte chiuse sulla richiesta il 2 luglio prossimo. Forse più trasparenza sarebbe stata opportuna…

Ecco l’intervento sulla giustizia del Ministro Guardasigilli Bonafede ieri sera a “Porta a Porta” (RAIUNO) , intervistato da Bruno Vespa :

 

La richiesta di avviare un procedimento disciplinare non può considerarsi un atto di semplice routine anche perché oltre alla gravità delle accuse contestate al Pm Palamara si intravede un potenziale coinvolgimento dello stesso procuratore generale Fuzio il quale, in parte indirettamente, avrebbe fatto arrivare un messaggio (divenuto di pubblico dominio due giorni fa) al collega messo sotto intercettazione dalla Procura di Perugia, e come risulta dagli atti inviati da Perugia al consiglio di presidenza del Csm, incontrandolo successivamente il 27 maggio scorso . Il procuratore generale Fuzio peraltro è componente dell’ufficio di presidenza del Csm e, quindi, per lui si prevede quanto meno un obbligo di astensione.

Si tratta di un vero e proprio clima da resa dei conti ,  la cui pericolosità ma sopratutto gravità verrà sicuramente evidenziata venerdì prossimo al plenum straordinario del Csm a cui presenzierà il Presidente, cioè il capo dello Stato,  per l’insediamento dei nuovi togati , in attesa delle elezioni suppletive tra i pm previste in autunno.

il premier Giuseppe Conte

La linea del Governo  che verrà illustrata stasera del premier Giuseppe Conte al vertice convocato con i ministri Giulia Bongiorno ed Alfonso Bonafede (peraltro entrambi avvocati) e con l’annunciata partecipazione dei vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio,  è quella di coinvolgere il Parlamento e, dunque, quanto più possibile anche l’opposizione. È necessario,  ha detto il premier Conte a Napoli “recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni: serve una coesione sociale e fiducia nelle istituzioni, dunque serve intervenire per dare un segnale di grande attenzione“. sostenendo l’urgenza di procedere ad una revisione del “meccanismo di elezione dei componenti del Csm in modo da recidere la possibilità di contaminazione tra politica e magistratura“.

Il premier ha voluto anche però sottolineare di non averapprezzato lo spirito corporativo con cui con cui hanno reagito alcuni magistrati…“, una posizione questa condivisa anche  dal Guardasigilli Alfonso Bonafede: “I nostri magistrati, tra i migliori al mondo, sono gli eredi di Falcone e di Borsellino e non permetterò a nessuno di macchiare la giustizia in maniera indelebile”. Bonafede ha parlato di “muro invalicabile” tra la politica e la magistratura sostenendo che “Non è possibile che un magistrato che va fare politica possa tornare a fare il magistrato“.

Stavolta una mano decisiva potrebbe arrivare anche dall’Anm (l’ Associazione Nazionale dei Magistrati) il cui neo presidente Luca Poniz, ha parlato in un’intervista rilasciata al Sole 24Ore di “questione morale e carrierismo esasperato che affligge i magistrati“.




Il Capo dello Stato: “mai intervenuto sulle nomine della magistratura”. Il consigliere del Csm Morlini di dimette.

ROMA – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha mai parlato con nessuno di nomine di magistrati né è mai intervenuto per esse. Gli unici interventi – fanno sapere al Quirinale interpellato sulla vicenda – sono stati di carattere generale, per richiamare il rispetto rigoroso dei criteri e delle regole preposte alle funzioni del Csm. Inoltre l’ultimo incontro di Mattarella avuto con Luca Lotti risale a  quando è cessato dalla carica di ministro, ed  è avvenuto il 6 agosto del 2018 attraverso una visita di congedo, come avvenuto anche per altri ministri.

 Nel frattempo al  Csm si è spaccato il fronte dei quattro consiglieri autosospesi coinvolti nell’indagine di Perugia. A sorpresa si è dimesso dimette dal Consiglio Superiore della Magistratura  Gianluigi Morlini, ex presidente della quinta commissione (quella che indica i capi delle procure e gli aggiunti, ed i presidenti dei tribunali), che aveva incontrato anche il deputato Pd Luca Lotti, in una cena con l’ex pm di Roma Luca Palamara, uno degli indiziati dalla stessa procura di Roma per l ‘inchiesta Consip

Gianluigi Morlini

Morlini che ieri aveva già dato le dimissioni dalla sua corrente di Unicost,  ha rotto il fronte con le proprie dimissioni dal Csm  dei quattro consiglieri coinvolti, mentre gli altri tre  – Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli , eletti nelle liste di Magistratura Indipendente preferiscono restare sulle loro poltrone di Palazzo dei Marescialli. Tutti e quattro i membri togati del Csm, come prevedibile hanno ricevuto ieri dalla Procura Generale della Cassazione la notifica dell’avvio di un’indagine disciplinare nei loro confronti. Posizione che conseguentemente li rende incompatibili con la permanenza nello stesso Csm. L’avvio dell’azione disciplinare non comporta automaticamente la sospensione dal Csm, che in questi casi è facoltativa.

Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, ha promosso l’azione disciplinare nei confronti dei quattro consiglieri togati del Csm che si erano autosospesi (atto peraltro ufficioso e di facciata in quanto non previsto nè dalle leggi che per regolamento)  per la vicenda degli incontri notturni avuti con Luca Palamara ex presidente dell’Anm  e i deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti, per concordare una strategia comune sulle votazioni del plenum per la nomina del nuovo procuratore di Roma. I quattro consiglieri togati inizialmente si erano impegnati a decidere, entro la fine della settimana, se restare al Csm, come vorrebbero e come gli ha chiesto di fare la propria corrente di Magistratura Indipendente, o se invece dimettersi, come invece sollecitato più seriamente  dall’Anm.

Per quanto riguarda invece Luca Palamara e Stefano Rocco Fava, i due pm di Roma rischiano il trasferimento d’ufficio, pressochè scontato,  per incompatibilità ambientale e funzionale. La Prima Commissione (Disciplinare) del Csm già domani potrebbe avviare la procedura nei confronti dei due magistrati coinvolti nell’inchiesta di Perugia. Al vaglio della commissione  presieduta dal consigliere Alessio Lanzi membro “laico” indicato da Forza Italia,  anche la posizione dell’ex consigliere del Csm Luigi Spina già dimessosi.

Nell’ interrogatorio reso da Palamara a Perugia a seguito della perquisizione subita conseguente all’avviso di garanzia per corruzione, il magistrato ha raccontato che, pochi giorni prima delle perquisizioni, una persona a lui vicina , peraltro già identificata dai magistrati inquirenti della Procura di Perugia,  gli avrebbe riferito di aver appreso da una misteriosa “talpa” al Quirinale che nel suo telefono era stato installato un trojan. Dunque, che ogni suo sussurro era ascoltato.

Al momento non è ancora accertato se chi informò Palamara gli abbia riferito o meno il vero sulla fonte originaria di quell’informazione. E, quindi sono in corso accertamenti, sulla presenza di una “talpa”  al Quirinale che abbia svelato sulle attività di indagine coperte da segreto. Una certezza è che  quella notizia Palamara la ricevette, ed è tuttavia anche una certezza che la “soffiata” non sembrò indurlo ad adottare maggiori cautele, in quanto fino al giorno delle perquisizioni, il suo smartphone ha continuato a registrare conversazioni e circostanze che Palamara avrebbe avuto altrimenti  interesse a nascondere.

Che la “guerriglia” iniziata a maggio al Csm sulle nomine non prevedesse alcun tipo di fair play è confermato anche da nuovi dettagli emersi dalle conversazioni intercettate tra Palamara ed il suo collega-amico Cesare Sirignano  magistrato in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia Dna . I due vengono sentiti discutere sul nuovo procuratore di Perugia- Una nomina questa nomina che sta particolarmente a cuore a Palamara, considerato che lui stesso è  indaga per corruzione proprio dalla Procura di Perugia. Il magistrato della DNA gli indica come candidato “amico”  l’attuale procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli. E non si limita.

Infatti, di fronte ai dubbi di Palamara che evidentemente non si fidava del collega napoletano , Sirignano sostiene che Borrelli farà quello che dice lui e sopratutto che dicono “loro”, praticamente come se fosse  fosse una marionetta di un teatrino. Ma in realtà è solo una millanteria in quanto Giuseppe Borrelli non soltanto  non è telecomandato, ma lo stesso Borrelli – come spiegato in una nota fatta avere ieri sera al quotidiano La Repubblica – ha denunciato alla Procura di Perugia proprio Sirignanoproducendo una documentazione che comprova la più totale estraneità ai fatti” e, soprattutto comprovando  che Sirignano ha millantato consapevolmente. Come le nuove intercettazioni documentano  la “cupola Palamara” era indirizzata su un piano alternativo, cioè quello di  portare a capo della procura di Perugia  Francesco Prete  attuale procuratore di Velletri, (che nei giorni scorsi ha scritto a Repubblica per dirsi estraneo a ogni gioco correntizio) e come procuratore aggiunto Erminio Amelio.

Giuseppe Pignatone

A questo punto potrebbe ripartire da zero anche il lavoro ( o trattativa ?)  riguardo la nomina del nuovo procuratore capo di Roma che dovrà prendere il posto di Giuseppe Pignatone, andato in pensione dallo scorso 9 giugno. La commissione stessa, quella competente gli incarichi di vertice, precedentemente guidata dal dimissionario Gianluigi Morlini , dopo l’avvio dell’inchiesta di Perugia è cambiata ed è presieduta adesso da Mario Suriano e quindi potrebbe decidere di riprendere in mano le valutazioni sui candidati sopratutto alla luce delle polemiche esplose.

Secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, in questa nuova esondazione di carte che riguarda un arco di tempo di venti giorni di maggio e non di una settimana, come la prima informativa trasmessa la scorsa settimana a Palazzo dei Marescialli poteva far credere.  Vi sono i nomi di altri consiglieri togati “coinvolti” nel mercato delle nomine. Alcuni di loro sono stati già identificati, altri in via di identificazione, tutti protagonisti delle “notti carbonare” in cui, alla presenza di Luca Palamara, si voleva decidere del nuovo procuratore di Roma e di quello di Perugia.

Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini quanto emerso sul Csm e sulle nomine dei magistrati dimostra che “la riforma della giustizia è urgente perché è evidente che nessuno è al di sopra della legge o di ogni sospetto, a giudicare dalle vicende delle ultime settimane che coinvolgono alcuni giudici dei massimi vertici della magistratura“.




Emiliano atto finale. Per il CSM è colpevole

ROMA – Nell’udienza odierna dinnanzi alla Sezione Disciplinare del Consiglio Superiore  della Magistratura il governatore della Regione Puglia Michele Emiliano, alla quale è arrivato in ritardo in quanto impegnato con il Ministro dell’ Agricoltura Gian Marco Centinaio ed oltre 4000 agricoltori che manifestavano a causa dei danni subiti per la xylella, giusto in tempo per presenziare alla lettura della decisione della sezione disciplinare che lo ha ritenuto colpevole delle accuse a suo carico.

Il suo difensore Armando Spataro ex procuratore capo di Torino, ha richiesto di avere visione dei provvedimenti di archiviazione adottati dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, in casi analoghi nei confronti di altri magistrati, le cui decisione sono citate nella memoria depositata dal sostituto procuratore generale della Cassazione dr. Carmelo Sgroi. Il difensore ha insistito nella sua richiesta di non punibilità per la scarsa rilevanza del fatto, ricordando che Emiliano è stato autorizzato da oltre un decennio a candidarsi e rivestire le cariche pubbliche sinora ricoperte. L’altro difensore del governatore pugliese, l’ avvocato Loiodice ha continuato  a sostenere la necessità di Emiliano di essere iscritto al Pd per poter esercitare il suo ruolo e funzione di Sindaco prima e Governatore dopo.

L’ accusa rappresentata dal dr. Sgroi ha spiegato che i vari procedimenti citati dalla Procura Generale della Cassazione sono relativi ad altri magistrati che hanno ricoperto analoghe cariche elettive istituzionali, ricordando che una cosa è la partecipazione ad una competizione elettorale, ben altra cosa è l’iscrizione ed attività organica interna ad un partito. E quindi Emiliano ha violato la Legge a partire dal 2007. Emiliano, secondo il pg, “ha violato  la norma  attuativa della prescrizione posta nell’articolo 98, terzo comma, della Costituzione“, garanzia si legge ancora nell’atto di incolpazione  “dell’esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria e valevole anche in relazione ai magistrati che non svolgano temporaneamente detta funzione, per essere collocati fuori del ruolo organico della magistratura“.

Le richieste della difesa, dopo una lunga camera di consiglio durata circa 45 minuti, sono state rigettate dal collegio disciplinare che ha ritenuto Michele Emiliano colpevole infliggendogli la sanzione dell’ ammonimento per aver violato la norma che vieta ai magistrati di essere iscritti e far politica attiva all’interno dei partiti. Emiliano infatti ha ricoperto ruoli dirigenziali nel Pd pugliese e si era anche candidato alla segreteria nazionale del partito in contrapposizione  a Matteo Renzi. Partito dal quale nelle settimane scorse, non ha rinnovato l’iscrizione. “Il mio ruolo da magistrato lo impone” spiegò. Peccato per lui che se ne sia accorto un pò troppo tardi.

“Accetto la meno grave delle sanzioni disciplinari previste per i magistrati con serenità e con rinnovata determinazione nello svolgimento del mio incarico di Presidente della Regione Puglia. La sanzione è la più tenue e non ha alcun effetto pratico sull’esercizio delle mie funzioni, ma ciononostante ritengo di non averla meritata“. è quanto afferma in una nota Michele Emiliano dopo la condanna che gli ha inflitto la Sezione disciplinare del Csm ed aggiunge: “Valuterò la motivazione della sentenza ai fini della impugnazione nei successivi gradi, nella speranza che questa vicenda sia occasione per il legislatore di intervenire per evitare gli equivoci sin qui verificatisi“.

“Essere il primo ed unico magistrato italiano al quale si è contestata nel pieno dello svolgimento di un mandato politico ad elezione diretta l’appartenenza ad un partito politico, mi fa sentire un caso da laboratorio ancora da approfondire” continua Emiliano nella sua nota   evidenziando come la complessità teorica della vicenda abbia “costretto il Csm a rimettere la questione alla Corte Costituzionale dopo undici anni dalla mia iscrizione al partito“.

Sono sempre stato convinto, come tutti gli altri numerosi magistrati eletti, come me iscritti a un partito, che l’aspettativa – che mi è sempre stata regolarmente concessa per l’espletamento del mio mandato di sindaco e di presidente della Regione – mi rendesse a questi fini un cittadino eletto come tutti gli altri, abilitato a partecipare alla formazione dell’indirizzo politico degli enti da me governati all’interno dei partiti. Scopro oggi che ciò che vale per altri sindaci e Presidenti, secondo il Csm, non vale per me e, quindi, per tutti i Magistrati eletti in incarichi politici. Questi dovranno costruire l’indirizzo politico con metodo innovativo rispetto alle previsioni della Costituzione, seguendo l’indirizzo della Corte Costituzionale che ha rimesso al CSM il compito di precisare fino a che punto si possa avere a che fare con i partiti da parte di un eletto magistrato” .

Sulla vicenda è intervenuto l’eurodeputato Raffaele Fitto:Solo un cartellino giallo? Per anni  Michele Emiliano ha violato un chiaro dispositivo di legge che vieta ai magistrati di prendere la tessera di un partito e oggi il Csm gli dà uno scappellotto. Lo ammonisce con la più blanda delle sanzione previste. La storia politica della Puglia è stata ed è costellata di questi episodi: magistrati che il giorno prima indossavano la toga e il giorno dopo erano militanti e candidati. E  – conclude – sarebbero serviti molti più cartellini rossi per evitare una degenerazione che in diversi casi ha rischiato di compromettere la credibilità della magistratura ed ha visto condizionare in modo grave ed imbarazzante la storia della politica pugliese“.




ESCLUSIVO. I documenti e le fotografie del processo disciplinare del Csm a Michele Emiliano

di Antonello de Gennaro

La Procura generale della Cassazione ha formulato una nuova, ulteriore, incolpazione disciplinare per Michele Emiliano, magistrato attualmente fuori ruolo, presidente della Regione Puglia e candidato alla segreteria Pd. Secondo il pg della Suprema Corte, titolare dell’azione disciplinare, Emiliano ha violato le norme dell’ordinamento giudiziario anche candidandosi alle prossime primarie del partito.

L’annuncio della nuova iniziativa a carico del governatore pugliese è stato dato in apertura del procedimento dal sostituto Pg della Cassazione Carmelo Sgroi ed relativa al fatto che  Emiliano candidandosi alla segreteria del Pd,  avrebbe di nuovo violato il divieto per i magistrati di iscriversi ai partiti politici. L’udienza odierna veniva da un rinvio precedente dovuto al cambio di difensore da parte dello sfidante di Matteo Renzi alla guida del Pd. Infatti in un primo momento Emiliano aveva nominato  l’avvocato Aldo Loiodice. Successivamente ha affidato il mandato difensivo a un noto magistrato, il procuratore capo di Torino Armando Spataro, che in passato è stato anche consigliere del Csm.

La nuova contestazione è quella che il Procuratore Generale ha depositato qualche giorno fa e che va a integrare quelle per cui Emiliano è sotto procedimento davanti alla disciplinare del Csm:  essere iscritto a un partito politico e svolgervi attività in modo sistematico e continuativo.

 

 


La contestazione suppletiva è stata illustrata in udienza
a Palazzo dei Marescialli dal sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione Carmelo Sgroi.

E’ stata fatta a garanzia dell’incolpato – ha detto Sgroj  – e riguarda sia il tempo successivo alle precedenti incolpazioni, quindi fino ad oggi, sia la presentazione della candidatura a segretario nazionale del Pd, che per statuto presuppone l’iscrizione al partito” e che quindi candidandosi alla segreteria del Pd, Emiliano avrebbe di nuovo violato il divieto per i magistrati di iscriversi ai partiti politici. Si tratta della stessa accusa di cui Emiliano deve già rispondere per essere stato segretario e presidente del Pd della Puglia. “L’iniziativa è a garanzia dell’incolpato” ha detto Sgroi, mentre il procuratore capo di Torino Armando Spataro nuovo difensore di Michele Emiliano  ha chiesto  nel prenderne atto, il rinvio al termine previsto dalla legge. Rinvio all’ 8 maggio che consente ad Emiliano di continuare la sua corsa (inutile) alla segreteria del Pd.

Emiliano_CSM 2017

Come avevamo promesso ed anticipato anche noi del  Corriere del Giorno eravamo presenti questa mattina al Csm e come altri giornalisti e fotografi abbiamo effettuato delle fotografie avvalendoci del diritto di cronaca, che come sancito dal Consiglio di Stato, prevale sul diritto di privacy, ancor prima che Emiliano si opponesse alle riprese video e fotografiche, ed ottenesse il divieto di effettuarle, richiesto ed arrivato quindi tardivamente.

nella foto, Spataro ed Emiliano prima di richiedere al Csm di non essere fotografati e filmati

La difesa.  Il procuratore di Torino Armando Spataro, che difende Emiliano, ha chiesto di poter convocare a deporre come testimoni nove magistrati che hanno scelto la politica (in gran parte con il Pd) e cioè i parlamentari Felice Casson, Doris Lo Moro, Stefano Dambruoso e Donatella Ferranti, presidente della Commissione Giustizia della Camera, l’ eurodeputata Caterina Chinnici, il ministro per i rapporti con il Parlamento Anna Finocchiaro, i sottosegretari Cosimo Ferri e Domenico Manzione e l’assessore della Regione Sicilia Vania Contrafatto, che hanno scelto la politica e che sono “in una posizione assimilabile a quella di Michele Emiliano“.

CdG emiliano disciplinare

Opposizione dell’ accusa. Alla richiesta della difesa, si era opposto il sostituto pg della Cassazione Carmelo Sgroi, il quale ha contromotivato  e replicato che l’oggetto del procedimento a Emiliano rientra in un “perimetro preciso”, mentre “su altre posizioni sono in corso accertamenti preliminari che hanno incidenza sulla posizione di Emiliano”. Dopo una breve camera di consiglio presieduta dal Vice Presidente del Csm, Giovanni Legnini la Sezione disciplinare ha respinto l’istanza della difesa per la convocazione di 9 testimoni tra magistrati che svolgono incarichi politici, giudicando “irrilevanti” le loro eventuali deposizioni.

 Il processo disciplinare a carico di Michele Emiliano è stato quindi rinviato all’ 8 maggio prossimo , cioè subito dopo le primarie del Partito Democratico  che si svolgeranno il prossimo 30 aprile.
Questa la registrazione dell’udienza. Attraverso questo LINK è possibile ascoltare senza “filtri” ed interpretazioni giornalistiche e/o politiche tutta l’udienza.

 




ILVA. Per la Commissione Industria del Senato “la situazione è migliorata”

 “L’impressione che abbiamo avuto con questa seconda visita dello stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto  –  ha dichiarato il senatore Massimo Mucchetti, presidente della Commissione Industria del Senato – è quella di  aver constatato al termine della missione di due giorni a Taranto un complessivo miglioramento, anche se non non ancora della fine del percorso, ma è stato fatto un pezzo di strada rispetto alla situazione che avevamo trovato quando eravamo stati in visita due anni e mezzo fa sia allo stabilimento che in prefettura, incontrando i rappresentanti della politica, delle istituzioni e della società civile di Taranto“.

Durante la visita allo stabilimento dell’ ILVA di Taranto , gli ingegneri, i tecnici ed i responsabili delle diverse aree dello stabilimento hanno illustrato il processo produttivo e di trasformazione dell’acciaio, gli interventi di ambientalizzazione e bonifica  finora realizzati  e quelli attualmente  in corso di realizzazione. Il  percorso della visita è stato organizzato rispettando tutte le richieste che erano pervenute dai partecipanti, con delle soste di approfondimento presso l’ Acciaieria 2, l’ Altoforno 1,l’ Agglomerazione,  la Colata Continua, le Cokerie,  i Parchi Minerali ed il  Treno Nastri, attraversato anche altre aree dello stabilimento, tra le quali Acciaieria 1, Altoforno 4 e Reparto Rottami Ferrosi.

Abbiamo ascoltato – ha spiegato Mucchetti il procuratore capo dr. Capristo con i pm che si sono occupati in questi anni dell’ Ilva , il sindaco di Taranto , l’Arpa, i custodi giudiziari, il presidente della Provincia di Taranto, le organizzazioni sindacali, le associazioni ambientaliste, il direttore generale dell’Asl Taranto e Confindustria e abbiamo fatto un sopralluogo nello stabilimento al quale ha partecipato anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, con il quale abbiamo fatto un audizione in loco, dentro la fabbrica. Abbiamo registrato dei miglioramenti perché, a partire dallo stabilimento, c’è tutta una serie di opere di ambientalizzazione che è stata fatta. Naturalmente, avremmo anche noi preferito, come tutti, a partire dagli stessi commissari e le organizzazioni sindacali, che fosse stato possibile fare di più e tuttavia abbiamo constatato come parecchio sia stato fatto”.

Il senatore Mucchetti ha spiegato inoltre che “Il ritardo rispetto ai cronoprogrammi della prima ora  è dovuto da una parte alla scarsità dei mezzi finanziari che in questi anni ha accompagnato il salvataggio di questa grande unità produttiva, e dall’altra parte l’oggettiva difficoltà di aggredire le fonti di inquinamento con lo stabilimento in marcia”. Naturalmente – ha aggiunto Mucchhetti  –  avremmo anche noi preferito, come tutti, a partire dagli stessi commissari e le organizzazioni sindacali, che fosse stato possibile fare di più e tuttavia abbiamo constatato come parecchio sia stato fatto“.

Mucchetti nell’incontro con la stampa in  Prefettura (trasmesso integralmente in diretta Facebook dal Corriere del Giornovedi QUI)  ha inoltre fatto presente “Grazie al lavoro convergente della procura di Taranto, della procura di Milano e dei governi e delle commissioni parlamentari, in particolare della Commissione industria che ho l’onore di presiedere, è stato possibile recuperare ai fini delle bonifiche e degli interventi di ambientalizzazione la somma di 1,3 miliardi che derivano dall’accordo e dai patteggiamenti fatti con la famiglia Riva“ aggiungendo che . “come ha spiegato il procuratore capo di Taranto Capristo i patteggiamenti diventeranno operativi e arriveranno ad essere presentati ai giudici per la deliberazione conclusiva nel momento in cui la Corte di Jersey, come ormai si prevede, libererà questi fondi dai vincoli che fino adesso li rendevano inattingibili“.

Tutto questo  ha aggiunto il Sen. Mucchetti ci induce a guardare il futuro con un pò più di ottimismo rispetto al passato è la procedura di gara che ormai andrà ad aprirsi a partire da febbraio per concludersi, riteniamo, entro marzo fra due cordate. Sono in competizione la cordata Arcelor Mittal-Marcegaglia, che in realtà più di una cordata è Arcelor Mittal più un pochetto di investitore italiano (gruppo Marcegaglia n.d.r.) , e la cordata più composita del gruppo Acciai Italia promossa dalla Cassa depositi e prestiti con l’apporto finanziario di Leonardo Del Vecchio tramite la sua società  di investimenti finanziari e con l’intervento di due importanti operatori industriali, il Gruppo Jindal ed il gruppo Arvedi di Cremona“.

Al momento possiamo dire che nelle audizioni in Senato il gruppo Arcelor Mittal aveva assunto una triplice posizione: la richiesta di una riforma dell’Aia, perché così com’era non andava bene secondo loro; l’idea di produrre non più di 6 milioni di tonnellate d’acciaio perché, a loro dire, questo era in grado di assorbire il mercato, ma noi aggiungiamo che si riducono anche le emissioni inquinanti; e che non sarebbe di loro competenza il colossale taglio occupazionale che sarebbe necessario per tenere in equilibrio lo stabilimento con questi livelli produttivi“, ha proseguito ancora Mucchetti nel suo intervento . “Il gruppo Acciai Italia pur partendo anch’esso dai livelli produttivi attuali, che sono determinati dal fatto che l’altoforno principale è fermo e poi bisognerà vedere come sviluppare la produzione, ha sempre indicato come obiettivo quello di arrivare almeno a 8 milioni di tonnellate di produzione e quindi una gestione dei livelli occupazionali certamente meno pesante di quella dell’altra proposta. Un giudizio definitivo lo si potrà dare solo quando tutte le carte saranno sul tavolo“.

Punto qualificante ha spiegato Mucchetti  “è l’impegno a ottemperare alle prescrizioni dell’Aia  ricorrendo a soluzioni tecnologiche che non sono ancora state messe nero su bianco, ma che possono far ottenere i livelli richiesti dall’Aia non solo seguendo le prescrizioni ma adottando tecnologie ibride di produzione piuttosto che soluzioni alternative che, per esempio, prevedono certi interventi sulle cokerie“.


Alla fine dell’intervento del sen. Mucchetti
è piombato alle spalle dei giornalisti il governatore pugliese Michele Emiliano, come sempre alla ricerca di protagonismo mediatico, che ha voluto ringraziare l’intervento della Commissione, chiedendo loro (senza peraltro alcuna competenza) di fare pressione sul Governo per rivedere le posizioni del Governo, nel vano tentativo di imporre le sue idee. Da ricordare e segnalare che Emiliano ha deciso di occuparsi….di ILVA soltanto negli ultimi tempi, e cioè da allorquando ha dichiarato la sua guerra personale politica a Matteo Renzi in Puglia, mentre negli anni precedenti allorquando era segretario regionale pugliese del Partito Democratico, gli archivi delle agenzie di stampa non riportano alcun suo interesse o intervento sulla vicenda del siderurgico pugliese.

Non a caso uno dei senatori della Commissione Industria  presenti in Prefettura al termine della pagliacciata mediatica di Emiliano, soffermandosi a parlare a latere con noi, ha detto in presenza di funzionari della Prefettura “Emiliano cerca solo visibilità mediatica. Non capisco dove trovi il coraggio di fare certi show e certe figure in un contesto istituzionale. Io al suo posto sarei arrossito dalla vergogna“. Ma Emiliano pur di avere le telecamere su di sè, prima di salire in Prefettura aveva consegnato nelle mani di un’inviata del programma Le Iene, la somma di 100 euro (due banconote da 50 euro ben visibili nei nostri filmati) per una maglietta di beneficenza di un’organizzazione tarantina, che ci risulta peraltro priva di alcuna autorizzazione fiscale. Salvo  non rispondere alle nostre domande, che evidentemente devono dargli molto fastidio. Vorrà dire che gliele faremo al Csm a Roma al termine dell’udienza relativa al procedimento intrapreso nei suoi confronti dalla Procura Generale della Cassazione ed arrivata dinnanzi al Consiglio Superiore della Magistratura, dove le sue “boutade” dovrà risparmiarsele….

 




Il Csm processa Emiliano, ancora magistrato: giudizio disciplinare il 6 febbraio per il governatore pugliese

E’ iscritto al Partito Democratico , partecipa alla vita di quel partito in “forma sistematica e continuativa”; ma, comportandosi in questo modo, visto che è ancora un magistrato, ha compiuto un illecito disciplinare, perchè ha violato la norma che vieta alle toghe di fare vita attiva nelle formazioni partitiche. E’  questa l’accusa da cui dovrà difendersi il presidente della Regione Puglia,  auto-candidato sfidante di Matteo Renzi a giorni alterni   alla guida del Pd, Michele Emiliano davanti alla Sezione disciplinare del Csm. Il processo, di cui lo stesso governatore ha parlato in una recentissima intervista, è stato fissato per il 6 febbraio prossimo. Nell’atto di accusa che lo ha mandato a giudizio si evidenzia che Emiliano durante i mandati prima di sindaco di Bari (dal 2004 al 2014), poi di presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015 a ad oggi) ha ricoperto contemporaneamente gli incarichi di segretario (dall’ottobre 2007 all’ottobre 2009 e poi dal 2014 ad oggi) e di presidente (dal novembre 2009 al gennaio 2014) del Pd in Puglia.

Michele Emiliano nonostante si sia affacciato alla politica nel 2004, con la prima elezione a sindaco di Bari, è ancora a tutti gli effetti un magistrato.   E chi indossa la toga, anche se come lui è in aspettativa o fuori ruolo, non può essere iscritto né fare vita di partito attiva, almeno secondo quanto ha sostenuto la Procura generale della Cassazione. che ha richiesto ed ottenuto per lui un processo disciplinare dinnanzi al Consiglio Superiore della Magistratura.

Il processo disciplinare si svolgerà  fra due settimane, esattamente il 6 febbraio prossimo dinnanzi alla sezione Disciplinare del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, e a difendere il probabile avversario di Renzi alla segreteria nazionale del Pd sarà – come accade quasi sempre in questi casi – un suo collega magistrato. In un primo momento era circolato il nome dell’avvocato e costituzionalista Aldo LoiodiceEmiliano però sembra non avere timori, ed intervistato appena 48ore fa da Giovanni Minoli  a La7 ha dichiarato: “Non temo una condanna, l’accusa non regge” perché fondata sull’idea sbagliata che ci siano due categorie di politici”: i magistrati che devono far politica “da soli e gli altri che possono farla nei partiti“.

Il governatore ha affidato la propria replica ad una nota scritta recapitata esclusivamente alle agenzie ed ai giornali “amici” (fra i quali evidentemente non compare il Corriere del Giorno che Emiliano ha “bloccato”persino sulla sua pagina ufficiale Facebook ) evitando così le nostre puntuali domande scomode : “Sono l’unico magistrato nella storia della Repubblica italiana eletto democraticamente dal popolo come presidente della Regione al quale la Procura generale della Cassazione contesta l’iscrizione a un partito politico, nonostante non svolga le funzioni di magistrato da 13 anni causa l’espletamento di mandato elettorale” aggiungendo “In questi 13 anni ho sempre fatto politica all’interno di formazioni politiche assimilabili a partiti politici, prima liste civiche e poi nel Pd a partire dal 2007. L’ho fatto fin dall’inizio richiedendo l’aspettativa, anche se la legge non mi obbligava a farlo. L’aspettativa serviva a far cessare l’esercizio delle funzioni ed a rispettare il divieto di iscrizione ai partiti per i magistrati. Ho avuto per questo un blocco di carriera che avrei evitato se avessi scelto di rimanere in servizio come la legge mi consentiva“.

La Procura generale della Cassazione  invece sembra non avere alcun dubbio. Infatti nell’atto di incolpazione ricorda che Emiliano durante i mandati politici prima di sindaco di Bari (dal 2004 al 2014), poi di assessore al Comune di San Severo ed ancora oltre di presidente della Regione Puglia (dal giugno 2015a oggi) ha ricoperto contemporaneamente gli incarichi di segretario e presidente del Partito Democratico della Puglia. Cariche politiche dirigenziali che “presuppongono per statuto l’iscrizione al partito politico di riferimento“.

Pertanto  secondo la Procura Emiliano  ha violato la disposizione del decreto legislativo 109 del 2006, che prevede come illecito disciplinare questi comportamenti.  “iscrivendosi a un partito e svolgendovi attività partecipativa e direttiva in forma sistematica e continuativa, norma che a propria a volta dà attuazione a una prescrizione della Costituzione, posta a garanzia – rimarca ancora la Procura generale della Cassazionedell’esercizio indipendente e imparziale della funzione giudiziaria e che vale anche per i magistrati collocati fuori del ruolo organico”.

Emiliano nella sua nota arrogante presunzione ribatte: “Secondo la teoria accusatoria esisterebbero dunque due tipi di politici in Italia. Quelli che una volta eletti dal popolo hanno il diritto di costruire la politica nazionale dentro i partiti, ai sensi dell’articolo 49 della Costituzione, e quelli che possono essere eletti, ma devono rimanere da soli, senza la possibilità di fare politica in partiti o gruppi parlamentari di partito“. “Tra questi ultimi – continua nella sua rabbiosa contestazione – ci sono solo i magistrati. Che dovrebbero dunque farsi eleggere senza candidarsi in liste di partito o iscriversi a gruppi parlamentari. Che differenza vi sarebbe tra una tessera di partito e la candidatura in un partito o l’iscrizione a un gruppo parlamentare?” e conclude la sua arringa mediatica difensiva: “Non temo dunque il giudizio del Csm, al quale mi rimetto con fiducia“.

Questo giornale, nella persona del suo direttore Antonello de Gennaro, in occasione della conferenza stampa di presentazione delle Liste per Emiliano a Taranto in occasione delle regionali del 2015,  fu l’unico organo d’informazione in Puglia a ricordare ad Emiliano le contestazioni della Procura generale della Cassazione per le quali sarà chiamato a rispondere davanti al Csm. Emiliano cercò di sviare le domande venendo incalzato dal nostro Direttore, senza mai dare una risposta seria e corretta, limitandosi a dire “Ma a lei ha dormito bene la scorsa notte ? Si è svegliato storto questa mattina ?” . Ma questa volta saremo noi il prossimo 6 febbraio al Csm a rivolgere le stessa domande ad Emiliano a Palazzo dei Marescialli.  Chissà se quella mattina Emiliano avrà ancora la voglia  di prenderci in giro.

Il tempo è galantuomo. Ed ancora una volta possiamo dire con orgoglio, “giornalisticamente” parlando che avevamo ragione noi. Insieme alla Procura Generale della Cassazione.

Gli altri giornali e televisioni pugliesi che tacevano…ora parlano perchè obbligati di fatto a dare la notizia. Per loro questo è giornalismo….




Azione disciplinare della Cassazione contro Emiliano: “Fa politica ma è ancora magistrato”. Ed ha la memoria corta….

Gianfranco Ciani procuratore generale della Cassazione ha dato corso all’azione disciplinare nei confronti di Michele Emiliano, candidato per il centrosinistra alle elezioni regionali in Puglia del marzo del 2015. La motivazione  è che Emiliano dallo scorso febbraio ricopre il ruolo di segretario de Pd in Puglia e quindi svolge attività politica, nonostante sia ancora un magistrato.  L’azione disciplinare avviata dal pg, fa riferimento alla legge sull’ordinamento giudiziario secondo cui “l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici di un magistrato costituisce illecito disciplinare“.

Il vincitore della primarie del centrosinistra di domenica scorsa  ha così commentato “La campagna elettorale in corso prosegue serenamente e senza alcun problema non esiste alcun impedimento alla mia elezione a Presidente della Regione Puglia Rassicuro il Pd, l’intero centrosinistra e tutti i pugliesi”  aggiungendo  “come esponente politico nulla mi viene contestato e dunque nessuna mancanza mi viene addebitata verso il Pd o verso il mio impegno politico che rimane specchiato e privo di qualunque censura”. 

CdG corte cassazione“La Procura Generale della Cassazione mi muove censure con riferimento al mio rapporto di lavoro di magistrato ritenendo, per la prima volta nella storia repubblicana, che l’attività politica sia preclusa anche ai magistrati in aspettativa per ragioni politiche“. “E’ legittimo che la procura generale cambi orientamento dopo 11 anni di mia attività politica – aggiunge ancora  Emiliano ma questo non corrisponde a un accertamento della violazione, che spetta solo al Csm dopo un regolare procedimento in contraddittorio delle parti. All’esito della procedura, se la procura generale non archivierà il caso ed il Consiglio Superiore della Magistratura riterrà che effettivamente sussista una violazione disciplinare  non esiterò a prendere le decisioni necessarie, optando a quel tempo tra le dimissioni dalla magistratura ovvero le dimissioni dal partito – prosegue –  a seconda di ciò che riterrò più opportuno alla luce dell’eventuale verdetto“.

Ma Emiliano ha dimenticato qualcosa, e cioè delle sue precedenti dichiarazioni dello scorso 8 giugno 2013, che siamo in gradi di mostrarvi, pubblicate persino sul sito del quotidiano La Repubblica, che oggi però stranamente, o le ha dimenticate…o fa finta di non conoscerle. Eccole:

 

 

 

Per 11 anni nessuno mi ha mai contestato alcunché  e per tale motivo ho ritenuto di non aver mai violato alcuna norma di legge: altrimenti- sostiene l’ex sindaco di Bari –  avrebbero rilevato molto prima eventuali violazioni. Se la mia condotta dovesse essere considerata quale violazione dei miei doveri di magistrato, sono pronto a rimuovere immediatamente le cause di tali violazioni“.  Emiliano così conclude: “Ho appreso dalle agenzie di stampa dell’avvio dell’azione disciplinare nonostante io sia magistrato in aspettativa per incarichi politici sin dal 2003. La comunicazione alla stampa precede la notifica di qualunque provvedimento. Resta il fatto che io sono effettivamente iscritto al Pd sin dal 2007, avendo svolto funzioni di segretario dal 2007 al 2009, di Presidente del partito dal 2009 al 2014, e da sei mesi ancora funzioni di segretario regionale della Puglia.  E che sin dal 2004 sono stato leader di una formazione politica denominata Lista Emiliano per Bari non diversa da un partito politico“.  La parola finale però spetta adesso alla Corte di Cassazione ed al Csm.