Mondo di Mezzo, la Corte d’Appello conferma: 6 anni ad Alemanno per corruzione

di REDAZIONE CRONACHE

Anche per la Corte d’appello l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno avrebbe ottenuto soldi e vantaggi per la sua carriera politica dall’associazione a delinquere gestita da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. Pena confermata: sei anni.

La vicenda giudiziaria dell’ ex-sindaco di Roma, Gianni Alemanno prende avvio nei primi giorni di dicembre del 2014, quando gli uomini del Ros dei Carabinieri si presentano alla porta della sua abitazione per una perquisizione domiciliare.

È l’inchiesta “Mondo di mezzo” inizialmente denominata “Roma Capitale che fa tremare tutta Roma. Massimo Carminati detto “Il Nero” viene ritenuto a capo di un’associazione mafiosa (circostanza che sarà esclusa definitivamente dalla Corte di Cassazione) mentre Gianni Alemanno viene accusato di concorso esterno all’organizzazione criminale. La richiesta di archiviazione, da parte della stessa procura, per questa gravissima accusa, arriverà solo nel 2017.

Ma l’ex sindaco di Roma rimane indagato per corruzione e finanziamento illecito ai partiti, e la sua posizione viene stralciata rispetto dal filone principale dell’inchiesta. Secondo la Procura di Roma Alemanno avrebbe ricevuto tra il 2012 e il 2014, oltre 223 mila euro per compiere atti contrari ai doveri del suo ufficio.

Massimo Carminati e Salvatore Buzzi

Sulla base all’impianto accusatorio i soldi sarebbero arrivati con il benestare di Massimo Carminati dai conti bancari di Salvatore Buzzi, e sarebbero stati versati alla Fondazione Nuova Italia, presieduta dallo stesso ex sindaco. A proposito della fondazione, nelle motivazioni della sentenza di primo grado, i giudici affermavano che “ha rappresentato per l’imputato un portamonete, necessario per finanziare la propria attività politica e un salvagente per assicurarsi un sostentamento economico personale una volta terminato il periodo della sua sindacatura“.

Le decisioni della Corte di Appello di Roma sono andate ben oltre la richiesta del procuratore generale Pietro Catalani, che aveva invece richiesto una riduzione di pena a 3 anni e 6 mesi, chiedendo di applicare il solo reato di “corruzione“.

L’impianto accusatorio della Procura di Roma, che contestava all’ex primo cittadino, oltre alla corruzione, anche il finanziamento illecito ai partiti, ha retto. “Sono sconcertato – ha commentato Gianni Alemanno perché questa sentenza smentisce una decisione della Cassazione, secondo cui i miei coimputati sono colpevoli di traffico di influenze. A questo punto io sono un corrotto senza corruttore, evidentemente mi sono corrotto da solo. Proclamo la mia innocenza come ho fatto sin dal primo giorno. Ricorrerò in Cassazione», ha aggiunto l’ex sindaco di Roma Capitale.

I giudici della Corte di Appello di Roma hanno confermato anche le disposizioni civili e la confisca di oltre 298 mila euro, somma ritenuta il frutto della corruzione. Ribadita la provvisionale di 50 mila euro in favore di Roma Capitale e altrettanti per Ama, l’azienda municipalizzata capitolina dei rifiuti. 




Processo “Mondo di mezzo” Massimo Carminati è libero

ROMAMassimo Carminati detto “il Cecato”, uno degli imputati eccellenti del processo “Mondo di Mezzo” ha lasciato il carcere di massima sicurezza torna libero dopo 5 anni e 7 mesi per scadenza dei termini della custodia cautelare. Il protagonista del processo “Mondo di Mezzo” ha lasciato il carcere di Oristano alle 13.30 vestito di blu, con una borsa, Carminati ha trovato all’uscita i giornalisti ad attenderlo all’esterno della casa circondariale, ma ha evitato di rispondere a qualsiasi domanda, andando via con un taxi. 

Massimo Carminati

62 anni, milanese, Carminati venne arrestato dagli uomini del ROS dei Carabinieri poco lontano dalla sua abitazione di Sacrofano, alle porte di Roma. Nell’ambito dell’inchiesta giornalisticamente conosciuta come “Mafia Capitale” gli venne contestata la detenzione di armi, che però non si troveranno mai. Insieme a lui finirono in carcere altre 36 persone.

L’ex Nar dal giorno dell’arresto ad oggi ha sinora trascorso 5 anni e 7 mesi in una cella per questa vicenda. Inizialmente ristretto a Rebibbia, poi a Tolmezzo, e quando viene sottoposto al 41 bis trasferito a Parma ed infine ad Oristano. Il tribunale penale di Roma lo scorso 20 luglio del 2017 lo aveva condannato a 20 anni di reclusione per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e a tanti altri reati.

Successivamente l’ ’11 settembre del 2018 la corte d’appello riconoscendo la sussistenza della mafia aveva inflitto a Carminati una pena di 14 anni e mezzo di detenzione. Quest’ultima sentenza è stata annullata dalla Cassazione il 22 ottobre del 2019 che ha deciso un nuovo processo in Appello solo per la rideterminazione delle pene. Il 26 ottobre 2019 il regime del carcere duro è quindi venuto meno.

Ricevuto il parere positivo della Dda di Roma e della Direzione nazionale antimafia, il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha dovuto firmare il decreto di revoca del 41 bis per Carminati, che oggi è tornato libero.

Accolta l’istanza della difesa, dopo che le 3 precedenti istanze erano state rigettate tre volte. “Siamo soddisfatti che la questione tecnica che avevamo posto alla Corte d’Appello e che tutela un principio di civiltà sia stata correttamente valutata dal Tribunale della libertà” commenta il professor Cesare Placanica legale di Carminati .

Il processo d’Appello bis “Mondo di mezzo” deve ancora essere celebrato e non essendo quindi arrivati a una condanna definitiva Carminati torna libero, nella sua residenza di Sacrofano.

Massimo Carminati all’uscita del carcere di Oristano

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, come riferiscono fonti ministeriali, incaricherà gli ispettori per “svolgere i necessari accertamenti preliminari in merito alla scarcerazione di Massimo Carminati”.

La sentenza della Sesta sezione penale della Corte di Cassazione , che pochi giorni ha pubblicato le motivazioni  ha escluso il reato di associazione mafiosa per l’impianto accusatorio della Procura di Roma che per lungo tempo, forse troppo, è stata definita “Mafia Capitale”.

La Cassazione ha cancellato l’aggravante mafiosa nell’indagine partita nel 2010 dai pm della Procura di Roma sotto la guida di Giuseppe Pignatone e arrivata a una svolta nel 2014, con una serie di arresti. “Appare evidente, dalla sentenza di secondo grado, che non risulta affatto il ruolo di Massimo Carminati quale terminale di relazioni criminali con altri gruppi mafiosi”, evidenzia la Sesta sezione penale. “Nessun ruolo era gestito da Carminati con settori finanziari, servizi segreti o altro; la gestione delle relazioni con gli amministratori era compito quasi esclusivo di Salvatore Buzzi, avendo Carminati relazioni determinanti solo con alcuni ex commilitoni di estrema destra”, quest’ultimi approdati nell’organigramma di Gianni Alemanno, sindaco di Roma

Massimo Carminati e Salvatore Buzzi

L’inchiesta della Procura di Roma, affidata al ROS dei Carabinieri , era culminata nel 2014 con arresti eccellenti aveva fatto luce sulla gestione illecita degli appalti dei servizi del welfare capitolino: dalla gestione dei campi nomadi, ai migranti, alla manutenzione del verde. Tutto era improntato a un “mercimonio” di pubblici funzionari, imprenditori e politici di Roma . Una pletora di collusi e corrotti pronti a dire diceva ‘’ – al “sistema” criminale messo in piedi dal “ras” delle cooperative romane Salvatore Buzzi , un ex-carcerato, e dall’ex esponente dei Nar (i Nuclei Armati Rivoluzionari n.d.r.) Massimo Carminati – incapace di resistere al “vantaggio privato” che ricevevano dalla corruzione delle loro funzioni.

L’ex militante di estrema destra , uno dei criminali romani la cui fama non sembra essere scalfibile, venne arrestato con l’accusa di “mafia” il 2 dicembre del 2014. Fu lo stesso Carminati in una intercettazione captata dalle cimici dei Carabinieri del Ros ad intimorire una povera dipendente della compagnia telefonica Fastweb che non riusciva a risolvere un suo problema di connessione: “Forse non hai capito con chi stai parlando, cerca su internet Massimo Carminati e poi vedi di sbrigarti a risolvere la situazione”.

la sede della Procura di Roma a piazzale Clodio

Il nome di Carminati è strettamente legato alla “banda della Magliana” ma soprattutto allo storico furto al caveau della Banca di Roma (ora Unicredit n.d.r.) piazzale Clodio, sede degli uffici giudiziari penali della Capitale. Un furto messo a segno alle cassette di sicurezza di decine di magistrati, avvocati e notabili romani e che riuscì a portare a compimento potendo contare sulla complicità di dipendenti della banca e di alcuni componenti delle forze dell’ordine.

Secondo la Suprema Corte, Carminati condannato in appello a 14 anni e sei mesi, la pena che dovrà essere rimodulata alla luce della decisione della Cassazione- non avrebbe avuto “contatti significativi” con il clan Casamonica, con quello dei fratelli Senese, con l’ex della banda della Magliana Ernesto Diotallevi.

Buzzi, ai domiciliari da dicembre dopo cinque anni in carcere e una condanna a 18 anni e 4 mesi (anche questa andrà rivista dai giudici della Corte d’Appello) a sua volta tesseva la sua rete nei municipi e nelle giunte a furia di mazzette, cene e promesse di assunzioni. 




Processo Mafia Capitale. Sentenza definitiva: “non era mafia”, carcere per 9 persone

ROMA – Dopo la sentenza della sesta sezione penale  della Suprema Corte di Cassazione sull’inchiesta “Mondo di Mezzo” ribattezzata giornalisticamente “Mafia Capitale ”  è  stato eseguito nella notte di ieri un ordine di esecuzione per la carcerazione emesso dalla Procura Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Roma per 9 persone, dai militari dei Carabinieri del Ros e del Comando provinciale di Roma. A finire in carcere l’ex presidente dell’Assemblea Capitolina Mirko Coratti, per Claudio Turella l’ex dirigente del Comune di Roma Capitale che si occupava della cura del verde, e per Sandro Coltellacci, Franco Figurelli, Guido Magrini, Mario Schina, Andrea Tassone e Giordano Tredicine.

Mondo di mezzo quindi non è Mafia Capitale. come ha deciso la Corte di Cassazione che, ribaltando il verdetto della Corte d’Appello, ha stabilito che l’organizzazione a delinquere capeggiata dall’ex Nar Carminati e dall’ex “ras” delle cooperative romane  Salvatore Buzzi non è stata un’associazione di stampo mafioso ma un “associazione a delinquere semplice“. Quindi di conseguenza, la pena inflitta in secondo grado andrà ricalcolata.

Salvatore Buzzi e Massimo Carminati

Per alcune delle persone arrestate è stata applicata la legge ‘Spazzacorrotti’, approvata il 31 gennaio scorso e che introduce “misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione e in materia di trasparenza dei partiti e movimenti politici”. Legge sulla quale pende al momento un ricorso davanti alla Corte Costituzionale.

“Ci aspettiamo che venga immediatamente revocato il 41bis, ovvero il regime di carcere duro, se ciò non dovesse accadere siamo pronti a fare istanza“. E’ quanto ha dichiarato l’avvocato Cesare Placanica, difensore dell’ex Nar Massimo Carminati, a seguito della decisione della Corte di Cassazione che ha fatto cadere l’accusa di associazione mafiosa. “In queste ore – aggiunge il penalista – stiamo valutando anche di presentare una istanza di scarcerazione nell’attesa che la Corte d’Appello di Roma ridetermini la pena

A questo punto dovrà essere celebrato un nuovo processo in Corte d’appello, dinnanzi ad una sezione diversa da quella che precedentemente aveva ipotizzato l’aggravante del reato di “associazione mafiosa” sostenendo l’esistenza di una ‘piovra’ sulla Capitale. La  Cassazione ha dovuto valutare la posizione di 32 imputati,  17 dei quali erano stati condannati lo scorso anno dalla Corte d’Appello di Roma, a vario titolo per mafia, cioè per associazione a delinquere di stampo mafioso, o con l’aggravante mafiosa ed, anche per alcuni di “concorso esterno”. Oltre a Carminati e a Buzzi che erano stati condannati rispettivamente a 14 anni e 6 mesi ed a 18 anni e 4 mesi, anche  l’ ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio, Luca Gramazio, (8 anni e 8 mesi), e  l’ ex amministratore delegato dell’Ama  Franco Panzironi a 8 anni e 4 mesi. Nei loro confronti si dovrà celebrare un nuovo processo.  La Corte Cassazione ha assolto Salvatore Buzzi da due delle accuse contestategli, e cioè “turbativa d’asta e corruzione“, così come è  caduta l ‘accusa per Carminati di intestazione fittizia di beni.

La Cassazione in conseguenza della stabilita riqualificazione del reato in “associazione a delinquere semplice“,  ha quindi annullato alcuni risarcimenti alle parti civili, tra cui alcune associazioni antimafia. L’ipotesi accusatoria processuale condotta dalla Procura di Roma, ruotava attorno alla costituzione di una “nuova mafia”, con estensioni ed articolazioni nel mondo degli appalti della Capitale. Una organizzazione criminale “collaudata”  che secondo i magistrati della Procura della Capitale aveva le tipiche caratteristiche del 416bis e cioè , “la forza di intimidazione espressa dal vincolo associativo e la condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva”, come avevano scritto nella loro sentenza di condanna i giudici della Corte d’appello. Impostazione condivisa anche dalla Procura generale della Cassazione che ha chiesto la sostanziale conferma della sentenza d’appello.

 “Non era un’associazione mafiosa? E quindi che era, un’associazione di volontariato?“, ha commentato sarcastico il leader della Lega Matteo Salvini, mentre per il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (M5s), “le sentenze si rispettano, ma le perplessità, i dubbi, le ambiguità restano”. Matteo Orfini, ex presidente ed ex commissario del Pd di Roma, mette in guardia dal rischio di una “autoassoluzione della città, perché la mafia a Roma c’è”.

Le difese e gli amici degli imputati chiaramente esultano. “Buzzi aveva ammesso alcune delle contestazioni. A Roma c’era un sistema marcio e corrotto e la sentenza di primo grado l’ha riconosciuto. La procura ha provato a sostenere la mafia. La Cassazione ha detto quello che avevamo sostenuto fin dall’inizio”, ha dichiarato l’avvocato Alessandro Diddi. “La Suprema Corte ha ritenuto la sentenza di appello giuridicamente insostenibile“, ha aggiunto  il difensore di Carminati l’ avvocato Cesare Placanica, mentre Giosuè Naso, il suo ex storico avvocato, ed attuale difensore di altri due imputati, attacca: “Ma vi pare possibile che la mafia sia stata riconosciuta a Roma in questi ultimi 7 anni, cioè da quando c’era Pignatone, e prima nessuno se ne era mai accorto? A Roma non c’è la mafia, ma una cultura mafiosa, che è una cosa completamente diversa“.

Per l’ avvocato Valerio Spigarelli, difensore di Luca Gramazio,siamo di fronte alla sconfessione delle procura di Roma. Il processo era un esperimento giudiziario, un esperimento fallito“, affermazioni queste a cui ha replicato il Procuratore Generale della repubblica di Roma, Giovanni Salvi: “Non trovo giustificate le esultanze di qualcuno visto che la Suprema Corte ha riconosciuto l’esistenza di associazioni, nei termini affermati dalla sentenza di primo grado, che aveva irrogato pene non modeste: due associazioni a delinquere che erano state capaci di infiltrare in profondità la macchina amministrativa e politica di Roma“.




Colpo grosso a Roma Nord: furto in banca, svuotate tutte le cassette di sicurezza

ROMA – L’agenzia della Banca del Fucino di piazza Guido Carli, a Vigna Clara è stata svaligiata nella notte tra domenica e lunedì. O forse, addirittura nel weekend.

I ladri hanno portato via il contenuto di tutte le cassette di sicurezza lasciando completamente intatti sia la cassaforte che il bancomat.

La dinamica su come i rapinatori siano riusciti a entrare ancora non è comprensibile: infatti non solo hanno disattivato l’allarme, ma se lo sono persino portato via insieme a tutto il sistema di video sorveglianza, dopo averlo disinstallato e divelto, impedendo agli investigatori della Polizia Scientifica di capire quale sia stata la modalità di ingresso, come siano state raggiunte le cassette di sicurezza e come siano state aperte.  Particolari che fanno pensare all’aiuto operativo di un “basista”,utilizzo di chiavi false ed anche la conoscenza dei codici di sicurezza necessari per violare il caveau della banca.

 

All’interno delle cassetta c’erano gioielli, altri oggetti di valore, documenti sui quali c’è tuttora il massimo riserbo. Come sugli intestatari: liberi professionisti, imprenditori, ereditieri che vivono nella zona e in tutta Roma Nord. Il furto è stato scoperto nella mattina di lunedì 15 ottobre, all’apertura dell’Agenzia. Subito dopo tutti i clienti coinvolti sono stati avvertiti dal direttore.

Rossella Matarazzo

A indagare il Commissariato della Polizia di Stato di Ponte Milvio, diretto dal vicequestore Rossella Matarazzo, la quale da lunedì mattina insieme ai suoi investigatori sta cercando di ricostruire la dinamica e anche cosa sia stato asportato. Sembrerebbe un furto mirato, su commissione,  e viene subito in mente il famigerato furto del 1999 guidato da Massimo Carminati, al caveau della filiale della Banca di Roma interna del Tribunale di piazzale Clodio,  quando furono svuotate cassette di sicurezza piene di soldi sì, ma anche di documenti riservatissimi.

Erano molti anni che non si assisteva a un furto di questo genere, e la banca rapinata domenica sera si trovava a pochi metri dal benzinaio ENI di corso Francia, che è stato a lungo il quartiere generale di Carminati, che questa volta però non ha alcuna responsabilità trovandosi chiuso in un carcere del nord.

La Polizia Scientifica ha ispezionato a lungo banca e caveau alla ricerca di tracce ed impronte, acquisendo i filmati della videosorveglianza dei negozi ubicati sotto i portici di piazza Carli e nelle strade adiacenti. Non è chiaro ancora come e quando i “cassettari” si siano dileguati.




Depositato ricorso sulla sentenza sul processo “Mafia Capitale”. La Procura di Roma : “Per noi è mafia”

ROMA –  L’ufficio del procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone ha depositato l’atto di appello alla sentenza del processo “Mafia Capitale”. Il ricorso si base sulla tesi  che la costruzione accusatoria mantiene la sua validità. Infatti oggetto dell’impugnazione in appello è l’esistenza di una sola associazione invece che due, l’esclusione del metodo mafioso e la riproposizione del 416 bis.

Lo scorso 20 luglio i giudici della X sezione penale del Tribunale di Roma presieduta dal giudice Rosanna Ianniello, avevano inflitto in primo grado agli imputati oltre 250 anni di carcere, rispetto ai 500 chiesti dai pm, facendo cadere l’accusa di associazione mafiosa che invece contestavano i pm Paolo Ielo, Giuseppe Cascini e Luca Tescaroli, condannando Salvatore Buzzi a 19 anni di reclusione , 20 anni per Massimo Carminati, 11 per Luca Gramazio, l’ ex capogruppo del Pdl al Comune di Roma, facendo cadere  l’accusa di associazione mafiosa per 19 imputati del processo .

La Cassazione aveva riconosciuto nella primavera del 2015 l’impianto accusatorio della Procura di Roma: l’allora ipotizzato “clan” di Massimo Carminati secondo i parametri sanciti dall’articolo 416 bis del Codice Penale costituiva un’associazione mafiosa . Secondo i giudici della sesta sezione penale  della Suprema Corte “la forza intimidatrice” di un’associazione di tipo mafioso non deve essere esclusivamente fondata sulla “violenza” ma anche sulla “contiguità politica ed elettorale” che trova la sua peculiarità nel “metodo corruttivo”» .

 I magistrati della Suprema Corte di Cassazione quindi ebbero una visione più ampia della forza intimidatrice dalla quale derivano “l’assoggettamento e l’omertà” che può trovare conferma in una “sistematica attività corruttiva” che “esercita condizionamenti diffusi nell’assegnazione di appalti, nel rilascio di concessioni, nel controllo di settori di attività di enti pubblici o di aziende pubbliche”.

Una sentenza quella degli ermellini che non coincide con la decisione presa dal giudice Ianniello lo scorso luglio, con la quale escludendo l’esistenza dell’articolo 416 bis è stato di fatto “smontato” parte di quel procedimento.  Ma la “partita” non è finita e la Procura di Roma è convinta di veder prevalere alla fine dell’iter giudiziario le proprie ragioni istruttorie




L’ex viceministro Bubbico (Mdp) e Zingaretti in aula : rischiano un processo per falsa testimonianza

ROMA – La Procura di Roma dopo che nell’aula bunker dove si celebrava il processo al Mondo di mezzo (più noto come “Mafia Capitale”)  lo aveva già anticipato, alcune dichiarazioni rese da alcuni testimoni in aula erano sembrate contraddittorie e le risposte elusive.

Adesso in ventisette che erano stati a deporre in veste di testimoni sono diventati indagati chiamati a rispondere della pesante accusa di falsa testimonianza. Nell’elenco ricevuto dalla procura guidata da Giuseppe Pignatone, compaiono molti nomi illustri; dall’ex viceministro all’Interno, Filippo Bubbico, a quello di Nicola Zingaretti presidente della Regione Lazio, e Daniele Leodori attuale presidente del consiglio regionale del Lazio, ma anche Micaela Campana, responsabile Welfare del Pd,  ex moglie di Daniele Ozzimo, l’ ex assessore comunale alla casa  di Roma Capitale, già condannato a due anni e due mesi per corruzione.

Un atto dovuto quella della Procura romana l’apertura di un fascicolo conseguente alla trasmissione effettuata dei giudici della decima sezione del Tribunale di Roma, dell’elenco dei testi reticenti, sui quali il collegio presieduto da Rosanna Ianniello, che a luglio ha distribuito pene per 250 anni di carcere.

L’ipotesi di reato è molto chiara: falsa testimonianza. Adesso la procura dovrà riesaminare di nuovo quei verbali  d’ interrogatorio e quindi analizzare le singole deposizioni per valutare se archiviare o mandarli a giudizio.  .

Così scrive il Tribunale nel documento trasmesso alla procura: “Sono emersi elementi di reità in ordine al reato di falsa testimonianza” e quindi l’elenco di nomi, tra i quali compare Antonio Lucarelli  l’ex braccio destro dell’ex- sindaco Gianni Alemanno,  il dirigente della Regione Lazio Elisabetta Longo, responsabile della commissione di gara del Cup. Per i giudici, che hanno inserito il provvedimento nel Tiap (trattamento informatico degli atti processuali), nelle parole che i testimoni hanno speso nel corso delle audizioni nell’aula bunker di Rebibbia, sarebbero emersi elementi compatibili con la responsabilità penale della falsa testimonianza.

Con riferimento all’audizione del governatore Zingaretti, ascoltato il 21 marzo scorso su richiesta della difesa di Salvatore Buzzi,  i giudici avevano scritto nelle motivazioni della sentenza depositate nelle scorse settimane, che “diede il sospetto” di essere “falsa e reticente“. Il presidente della Regione aveva parlato dell’appalto Cup ( la centrale unica di prenotazioni delle prestazioni sanitarie n.d.r. ), per il quale era stato indagato per corruzione e turbativa d’asta e successivamente il procedimento a suo carico archiviato.  Il presidente Zingaretti  aveva sostenuto in aula che per quella gara “non aveva incontrato nessuno, che fosse del centrodestra o del centrosinistra”.

L’ex viceministro dell’interno Filippo Bubbico, era stato ascoltato invece  nell’udienza del 22 giugno del 2016. Nell’aula bunker, l’allora numero due del Viminale, aveva dichiarato di “non conoscere Buzzi  e di  non averlo mai incontrato“. Aggiungendo: “Incrocio tante persone ma il suo nome l’ho appurato solo leggendo i giornali dell’indagine sulla mafia a Roma“. Bubbico aveva dichiarato, anche  “di non avere mai conosciuto Luca Odevaine, il componente del Tavolo per i rifugiati del Viminale che faceva affari con Salvatore Buzzi e Massimo Carminati.

Massimo Carminati e Salvatore Buzzi

Bubbico aveva concluso il suo interrogatorio dichiarando “Non ho mai conosciuto queste persone, né ho ricevuto pressioni“. Ma dalle intercettazioni erano venute alla luce della circostanze diverse, così come accaduto per la deputata Micaela Campana.

“I collegamenti di Buzzi  avevano scritto i giudici – con la parlamentare del Pd Micaela Campana ed i contatti, per il suo tramite, più o meno diretti, con il viceministro Bubbico  risultano verosimili anche alla luce della lunga testimonianza, in diversi punti poco credibile resa dalla stessa Campana, sebbene abbia decisamente negato collegamenti diretti di Buzzi con Bubbico e l’interessamento di Bubbico alle vicende in esame“. Il Tribunale aveva ritenuto e considerato “i non ricordo“» della parlamentare, come “del tutto inverosimili in quanto apodittici“.

Nicola Zingaretti  ha dichiarato: “Sono assolutamente sereno sui fatti, ma francamente scosso e amareggiato per quanto affermato dai giudici della decima Sezione del tribunale di Roma . Nella mia testimonianza ho riportato atti e conoscenze relative ad avvenimenti per i quali sono stato sotto indagine per oltre un anno. Ora attendo nuovamente le decisioni che la Procura di Roma riterrà di assumere“.




Le tre vite di Massimo Carminati

di Carlo Bonini

Si dice che nei numeri sia scritto un destino. Ed è il Tre che accompagna quello di Massimo Carminati. Tre vite. Tre maschere. Tre mondi.  “Di Sopra”. “Di Mezzo”. “Di sotto”. Le terzine della Divina Commedia, Canto XXIV dell’Inferno. Quelle con con cui l’avvocato Giosuè Naso apre l’arringa nell’ultima difesa nel processo “Mafia Capitale“. Le stesse, spese nell’agosto del 1999, di fronte alla Corte di Assise di Perugia. Il collegio che avrebbe assolto Carminati dall’accusa di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Mino Pecorelli, il direttore di Op, foglio di ricatti e veline dell’Italia di Giulio Andreotti, di Gladio, dell’eversione armata, del Paese a sovranità limitata. Un altro secolo per davvero.

Ma chi è dunque e davvero Massimo Carminati? Nel 2012, l’aria che Massimo Carminati respira da uomo liberato dalla sua ultima coda giudiziaria, deve apparirgli luminosa, frizzante. È “un bell’incensurato“, dice. Gli hanno restituito il passaporto. Può viaggiare. E andare a Londra “per incontrare vecchi amici che non vedevo da secoli”. Non ha nemmeno sessant’anni ed è pronto per la sua terza vita. Che è la sintesi sublime delle prime due. Con il vantaggio della maturità, del prestigio del Capo, del disincanto. Che oscilla incessantemente tra cinismo e narcisismo. Che gli consente di guardare dritto negli occhi campioni delle nuove e vecchie mafie, come il boss di Camorra Michele Senese, un altro che la galera, dove pure dovrebbe stare, non sa cosa sia. Il ‘900 è finito e ha divorziato dall’Idea, Massimo Carminati. E anche dall’obbligo di sporcarsi le mani. Perché qualcun altro lo fa per lui.

Ma non ha mollato la strada, né deroga dalle sue regole ferree. Coltiva piuttosto l’ambizione canuta di immaginare una vita diversa per suo figlio, e un reimpiego dei soldi che ragionevolmente nasconde in Inghilterra, investiti nel mattone e garantiti da vecchi camerati che da quel Paese non sono più tornati. Ha soprattutto un patrimonio di relazioni, quello dei “vent’anni”, della sua prima vita, da spendere. Perché i camerati di allora non si sono soltanto fatti vecchi come lui. Hanno camminato e rimontato il vento della Storia. Sono usciti dalle “fogne”. E il purgatorio del post-fascismo è stata tutto sommato una passeggiata. Come indossare le grisaglie del Potere. Le porte del governo del Paese si sono aperte presto, molto prima di quanto potesse immaginare. E ora sono lì, con le leve del comando strette tra le mani. Nelle grandi aziende di Stato, come Finmeccanica. Nel governo della Capitale e del Paese.

Quindi ora tocca a lui. Anche a lui. Che ha un vantaggio. Non potranno negargli una sedia al tavolo imbandito. Perché ha diritto a sfamarsi quanto gli altri. E soprattutto perché lui ha afferrato prima degli altri la regola millenaria che governa le cose degli uomini. Sicuramente quelle di Roma. Dalla notte dei tempi. La parabola dei tre Mondi. Non fosse altro perché di uno di quei mondi, il più importante, è padrone. “Ci stanno i vivi sopra, e i morti sotto. E poi ci siamo noi, che stiamo nel mezzo. Un mondo in cui tutti si incontrano. E tu dici: “Cazzo, com’è possibile che quello… Che un domani io posso stare a cena con Berlusconi…. Capito? Il Mondo di Mezzo è quello dove tutto si incontra… Si incontrano tutti là… Allora, nel Mezzo, anche la persona che è nel sovramondo ha interesse che qualcuno del sottomondo gli faccia delle cose che non può fare nessuno… E tutto si mischia“.

L’assunto ha un corollario.Noi dobbiamo intervenire prima. Non si può fare più come una volta. Che noi arriviamo e facciamo i recuperi. A noi non ci interessa più. Cioè, questi devono essere nostri esecutori… Devono lavorare per noi. Deve essere un rapporto paritario. Dall’amicizia deve nascere un discorso che facciamo affari insieme. Perché tanto, nella strada, comandiamo sempre noi. Non comanderà mai uno come loro sulla strada. Avranno sempre bisogno di me“. È un esito, quello di Massimo Carminati, che suggerisce a Otello Lupacchini, magistrato, giudice istruttore del processo alla Banda della Magliana, considerazioni dotte e insieme fulminanti. Che consegna al suo blog sul Fattoquotidiano.it. Scrive Lupacchini: “Werner Sombart, economista e sociologo, capocorrente della nuova scuola storica tedesca e uno tra i maggiori autori europei del primo quarto del XX secolo nel campo delle scienze sociali, a proposito dei “magnati dei grandi trust americani“, diceva: “Sono filibustieri e calcolatori furbissimi. Signorotti feudali e speculatori insieme“.

Questa definizione può valere, mutatis mutandis, anche per Massimo Carminati. Che con i super imprenditori capitalisti sembra condividere l’abito mentale fondato su uno strano spostamento di posizione dell’uomo. Infatti, l’uomo vivo, con il suo bene e il suo male, con le sue esigenze e i suoi bisogni, è stato respinto dal centro dell’interesse e il suo posto è stato preso da un paio di astrazioni: il guadagno e l’affare (…) Per Massimo Carminati, ogni attività viene ridotta a pura e semplice agenzia di servizi, finalizzata a implementare le reti clientelari che sono la vera fonte dell’arricchimento speculativo”. Dall’Agenzia del Crimine a quella di Servizi. In una coerenza che non ha smarrito per strada la forza dell’intimidazione. Piuttosto l’ha messa a reddito.

*pubblicato dal quotidiano LA REPUBBLICA




Roma. “Mafia Capitale”… anzi no ! Adesso bisognerà cambiare nome…?!?

di Antonello de Gennaro

ROMA – La decisione della 10ma sezione penale del Tribunale di Roma è la sconfitta delle etichette della informazione “forcaiola” e serva della pessima politica. Nella sentenza è stata esclusa sia la natura del sodalizio mafioso ex art 416 bis del codice penale, sia la presenza dell’aggravante del “metodo mafioso” prevista dall’art. 7 D.L. 152/1991 convertita con Legge 203/1991. In definitiva si è trattato il processo a due associazioni a delinquere semplici. 

Al termine del processo il Tribunale di Roma ha condannato Salvatore Buzzi a 19 anni di reclusione , 20 anni per Massimo Carminati, 11 per Luca Gramazio, ex capogruppo del Pdl in Comune. Caduta quindi l’accusa di associazione mafiosa a 19 imputati del processo a mafia capitale, tra cui i presunti capi Carminati e Buzzi. Per l’ex presidente dell’assemblea Capitolina Mirko Coratti la corte ha stabilito una pena di 6 anni di reclusione. Luca Odevaine, ex responsabile del tavolo per i migranti, è stato condannato a 6 anni e 6 mesi. Undici anni per  Ricardo Brugia il presunto braccio destro di Carminati,  10 per Franco Panzironi l’ex Ad di Ama . L’ex minisindaco del municipio di Ostia, commissariato per infiltrazione mafiose, Andrea Tassone è stato condannato a 5 anni.

Su 46 imputati tre sono stati assolti. Si tratta di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, per i quali la Procura aveva chiesto 16 anni di carcere, e l’ex dg di Ama Giovanni Fiscon, per il quale erano stati chiesti 5 anni. Secondo l’accusa Rotolo e Ruggiero avrebbero garantito i contatti tra “Mafia Capitale” ed ambienti della ‘ndrangheta.

I giudici della decima Corte presieduta da Rosanna Ianniello hanno inflitto oltre 250 anni di carcere, dimezzando di fatto le pene rispetto alle richieste della Procura che aveva proposto per tutti gli imputati 5 secoli di carcere . I giudici hanno detto che “la mafia a Roma non esiste, come andiamo dicendo da 30 mesi” ha dichiarato soddisfatto l’avvocato Giosuè Naso difensore di Massimo Carminati . “La presa d’atto della inesistenza dell’associazione mafiosa – ha aggiunto – ha provocato una severità assurda e insolita. Mai visto che a nessuno di 46 imputati non venissero date attenuanti. Sono pene date per compensare lo schiaffo morale dato alla procura“.

I giudici della X sezione del Tribunale di Roma sono stati chiamati a giudicare i 46 imputati del processo denominato “Mafia Capitale”, l’associazione che avrebbe condizionato la politica romana, guidata da l’ex Nar Massimo Carminati e dal ras delle cooperative Salvatore Buzzi. Il presidente della Corte Rosanna Ianniello, prima di entrare in camera di consiglio, ha ringraziato il “personale amministrativo” del tribunale, “senza il quale non sarebbe stato possibile portare a compimento il processo” e i tecnici, che hanno “lavorato con competenze e dedizione“. Un ringraziamento, da parte del presidente, anche alla procura, in particolare al pm Luca Tescaroli, che “si è contraddistinto per la professionalità” ed agli avvocati difensori.

Mafia Roma: pm Ielo, sentenze si rispettano  – “Questa sentenza riconosce un’associazione a delinquere semplice, non di tipo mafioso. Sono state date anche condanne alte. Rispettiamo la decisione dei giudici anche se ci danno torto in alcuni punti mentre in altri riconoscono il lavoro svolto in questi anni. Attenderemo le motivazioni“. Lo afferma il procuratore aggiunto Paolo Ielo dopo la sentenza della X sezione penale del Tribunale di Roma.

Carminati a legale, “avevi ragione tu, sono soddisfatto” – “Avevi ragione tu, sono soddisfatto”. Queste le parole pronunciate da Massimo Carminati parlando con la sua legale Ippolita Naso, commentando la sentenza che lo condanna a 20 anni, anziché a 28 anni, non essendo stata riconosciuta l’associazione mafiosa. L’avvocato era convinto che l’associazione mafiosa non sarebbe stata riconosciuta e così è stato. “Avevi ragione tu“, le ha quindi detto Carminati.

“Ora mi devono togliere subito dal 41 bis”. E’ la prima richiesta che Massimo Carminati ha rivolto al suo avvocato subito dopo la lettura delle sentenza della X sezione penale del tribunale di Roma che non ha riconosciuto l’esistenza dell’associazione mafiosa. “Non me lo aspettavo – ha aggiunto l’ex Nar al telefono con l’avvocato – avevi ragione tu ad essere ottimista”. “Carminati temeva – ha detto l’avvocato Nasoche le pressioni mediatiche avessero portato ad un esito negativo per lui“.

Buzzi a legali,ora quando esco da carcere? – “Ora quando esco?“: questo il primo commento di Salvatore Buzzi dopo la lettura della sentenza per i 46 imputati di mafia capitale, esprimendo felicità per l’esito del processo. “Mi auguro – ha aggiunto parlando con il suo avvocato – che alla luce di questa decisione la mia permanenza in carcere stia per finire”.

Condanne esemplari per tutti gli imputati per alcuni anche superiore alle richieste del pm ma non si tratta di un’associazione mafiosa. In 41 sono stati condannati e in 5 assolti.

Ecco tutte le condanne:

Massimo Carminati 20 anni;
Salvatore Buzzi anni 19 anni;
Riccardo Brugia 11 anni
Fabrizio Testa 11 anni;
Luca Gramazio 11 anni;
Franco Panzironi 10  anni;
Cristiano Guarnera 4 anni;
Giuseppe Ietto 4 anni;
Claudio Caldarelli 10 anni;
Agostino Gaglianone 6 anni e 6 mesi;

Carlo Pucci 6 anni;
Roberto Lacopo 8 anni;
Matteo Calvio 9 anni;
Nadia Cerrito 5 anni;
Carlo Maria Guarany 5 anni;
Paolo Di Ninno 12 anni,
Alessandra Garrone 13 anni e 6 mesi;
Claudio Bolla 6 anni;
Emanuela Bugitti  6 anni;
Stefano Bravo 4 anni;
Mirko Coratti 6 anni;
Sandro Coltellacci 7 anni;
Michele Nacamulli 5 anni;
Giovanni De Carlo 2 anni e 6 mesi;
Antonio Esposito 5 anni;
Giovanni Lacopo 6 anni;
Franco Figurelli 5  anni
Claudio Turella 9 anni;
Guido Magrini  5 anni;
Sergio Menichelli 5 anni;
Marco Placidi  5 anni;
Mario Schina  5 anni e 6 mesi;

Mario Cola 5 anni;

Daniele Pulcini 1 anno:
Angelo Scozzafava 3 anni;
Andrea Tassone 5 anni;
Giordano Tredicine 3  anni;
Luca Odevaine  6 anni e  6 mesi;
Pierpaolo Pedetti  7 anni;
Tiziano Zuccolo  3 anni e 3 mesi;
Pierina Chiaravalle  5 anni;

Questi gli assolti: 
Giovanni Fiscon assolto;
Rocco Rotolo assolto;
Salvatore Ruggero assolto;
Giuseppe Mogliani assolto;
Fabio Stefoni assolto.




Mafia Capitale, archiviazione per Alemanno e altri 112 indagati

 

 Il GIP del Tribunale di Roma dott.ssa Flavia Costantini ha accolto oggi le 113 richieste di archiviazione,formulate dalla Procura della repubblica di Roma. Si tratta di archiviazioni “eccellenti” che riguardano fra gli altri il Governatore della Regione Lazio  Nicola Zingaretti, il suo ex-capo di Gabinetto Maurizio Venafro e l’ex sindaco di Roma Alemanno,   ed  ha respinto la richiesta di archiviazione solo per tre delle 116 richieste arrivate dai pm titolari dell’indagine: l’imprenditore Salvatore Forlenza, l’ex consigliere comunale Luca Giansanti (lista civica Marino sindaco) , ed Alfredo Ferrari (Pd) ex presidente della commissione bilancio del Comune di Roma.

Il provvedimento di archiviazione riguarda, tra gli altri, l’ex Nar Massimo Carminati (già sotto processo nell’aula bunker di Rebibbia per il 416 bis) in riferimento al reato di associazione per delinquere finalizzata a rapine e riciclaggio, e poi Ernesto Diotallevi e Giovanni De Carlo, a suo tempo iscritti sul registro degli indagati perché sospettati di essere a Roma i referenti di ‘Cosa Nostra’, circostanza poi non suffragata da alcun riscontro.

Ottengono l’archiviazione anche 
Sabrina Alfonsi (indagata per concorso in corruzione)  la ex presidente del primo municipio della Capitale,  Alessandro Onorato (concorso in corruzione) l’ex consigliere comunale della lista Marchini,  Vincenzo Piso, ex PdL  ed attualmente iscritto al gruppo Misto, indagato per finanziamento illecito; Daniele Leodori (turbativa d’asta) presidente del Consiglio Regionale del Lazio; Alessandro Cochi (turbativa d’asta) ex delegato allo sport della giunta Alemanno , e Riccardo Mancini e Antonio Lucarelli stretti collaboratori dell’ex sindaco di Roma, entrambi indagati per associazione mafiosa. Nell’elenco delle posizioni archiviate figurano anche i nomi degli imprenditori Luca Parnasi (corruzione) e Gennaro Mokbel (riciclaggio), e di Ernesto Diotallevi,  quest’ultimo in passato coinvolto in indagini sulla Banda della Magliana.

Le motivazioni.
Gli elementi acquisiti nel corso delle indagini non risultano idonei a sostenere l’accusa in giudizio nei confronti di Gianni Alemanno con particolare riguardo all’elemento soggettivo del reato (l’articolo 416 bis cp) in merito al ruolo di partecipe nel reato associativo” scrive il gip Flavia Costantini nel suo  provvedimento di archiviazione, in cui il giudice ha spiegato però come dalle “risultanze investigative” fosse evidente che “alla base dell’aggiudicazione degli appalti pubblici alle cooperative riconducibili a Buzzi vi sia stata la diffusa opera corruttiva, elevata a ‘modus operandi’ e che proprio con l’elezione di Alemanno a sindaco di Roma, le stesse avessero moltiplicato il volume d’affari grazie alla ‘ramificazione’ delle ‘conoscenze’ in seno alla pubblica amministrazione” aggiungendo “molti soggetti collegati a Carminati da una comune militanza politica nella destra sociale ed eversiva ed anche in alcuni casi, da rapporti di amicizia, avevano assunto importanti responsabilità di governo e amministrative nella Capitale”.
Dal reato di associazione di stampo mafioso sono stati scagionati anche l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno (attualmente sotto processo  per corruzione e finanziamento illecito),, e gli avvocati Michelangelo Curti, Domenico Leto e Pierpaolo Dell’Anno. Alemanno ha dichiarato “Finalmente, dopo 26 mesi di attesa, è stata definitivamente archiviata dal giudice per le indagini preliminari l’accusa nei miei confronti per il reato assurdo e infamante di associazione a delinquere di stampo mafioso. Ho creduto nella giustizia, attendendo pazientemente questo momento e sopportando tonnellate di fango che sono state lanciate sul mio nome da esponenti politici e giornalisti che non sanno distinguere un avviso di garanzia da una condanna“. Però Alemanno aggiunge ed evidenzia che  “Analogo danno è stato però evitato a Nicola Zingaretti governatore della Regione Lazio “

“Ringrazio la magistratura di cui ho sempre avuto fiducia
conclude Gianni Alemanno – che mi ha ridato la mia onorabilità. Ora attendo che lo stesso facciano tutti quegli esponenti politici e giornalisti che hanno strumentalizzato queste indagini solo per utilità politica, dimenticando il danno che facevano non solo a me e alla mia famiglia ma a tutta la città di Roma“.
Questa la fredda cronaca, ma, fermo il rispetto per le vicende personali, si impongono alcune considerazioni,in linea con lo stile della nostra testata. Da un lato non possiamo che apprezzare l’orientamento della Procura romana, che, in un processo così “mediatico” ha responsabilmente evitato il ricorso a passerelle processuali basate su accuse gracili o inconsistenti. Nella quotidianità giudiziaria assistiamo a ben altro, anche oltre l’evidenza e la ragione. Dall’altro ribadiamo come i processi debbano circoscrivere il “focus” della attenzione mediatica principalmente per la fase processuale,con il relativo corredo di diritti, costituzionalmente garantiti. Abbiamo ancora negli occhi l’indecoroso carosello della prima udienza, ove qualunque associazione pretendeva di costituirsi parte civile, e le dichiarazioni dei soliti fautori del giustizialismo fra cui l’ immancabile Antonio Di  Pietro che dichiaro’ “Mafia Capitale e’ come Mani Pulite,con l’aggravante della mafiosita‘”…
Civiltà giuridica e’ cosa radicalmente diversa dal protagonismo mediatico di certe Procure (e come direbbe Toto‘ i loro “affini e collaterali“) e dei soliti soloni, cari agli estimatori del “tintinnio di manette”



Arrestato per corruzione Raffaele Marra “fedelissimo” della Raggi. Perquisizioni in Campidoglio

Su richiesta della Procura di Roma, i Carabinieri del Nucleo investigativo guidati da Lorenzo D’Aloia del Comando Provinciale di Roma, hanno arrestato questa mattina  con l’accusa di corruzione Raffaele Marra, ritenuto “braccio destro”  fedelissimo della sindaca Virginia Raggi, ex vice capo di Gabinetto del Campidoglio ed al momento alla guida del Dipartimento Personale.

In manette è finito anche il costruttore e palazzinaro romano Sergio Scarpellini. dal quale Marra secondo quanto è emerso dalle indagini, è accusato di aver intascato una tangente per l’acquisto di un appartamento Enasarco.  Secondo gli investigatori, l’imprenditore Scarpellini per trarre benefici per le sue società corrompeva pubblici amministratori attraverso beni immobiliari .

“Vi è il concreto pericolo che Marra e Scarpellini, se lasciati in libertà, commettano altri gravi delitti” ed i fatti contestati “denotano la loro spiccata pericolosità sociale certamente tale da rendere assai probabile la reiterazione di analoghi comportamenti delittuosi ancor più in considerazione del ruolo in concreto attualmente rivestito dal Marra all’interno del Comune di Roma, della indubbia fiducia di cui egli gode, da parte del. Sindaco, Virginia Raggi, quale emerge dall’esposto presentato da Carla Romana Raineri, dopo le dimissioni da Capo di Gabinetto del Comune dì Roma, nonché dalla obiettiva circostanza che il predetto, nonostante la campagna di stampa che pure si è registrata in suo sfavore, non è stato esautorato, ma è stato nominato Direttore del Dipartimento Organizzazione e Risorse Umane del Comune”.   E’ quanto scrive il gip Maria Paola Tomaselli del Tribunale di Roma nell’ordinanza di custodia cautelare di 17 pagine che oggi ha portato in carcere Marra e Scarpellini.

L’arresto di Raffaele Marra come rivela online il quotidiano romano il Messaggero parte dalle indagini su “er Gnappa“. È un incredibile contrappasso quello che ha colpito in queste ore la Giunta pentastellata di Virginia Raggi che amministra da otto mesi la Capitale. Come a dire: chi di Banda della Magliana ferisce, di Banda della Magliana perisce. Il Movimento Cinque Stelle che ha cavalcato politicamente e mediaticamente l’inchiesta di “Mafia Capitale” e i suoi collegamenti tra “er CecatoMassimo Carminati ed il Campidoglio a sua volta si ritrova travolto da un’altra inchiesta collegata proprio alla Banda della Magliana.

Marra all’epoca dei fatti  era il Direttore del Dipartimento  partecipazioni e controllo Gruppo Roma Capitale, sotto la gestione del Sindaco Gianni AlemannoRaffaele Marra è un ex finanziere ma nel 2006 scelse di lasciare la divisa, per l’attrazione per la politica ( o per i soldi ?) . Due mesi dopo il congedo dalla Fiamme Gialle era già già diventato Direttore dell’Area galoppo dell’Unire, l’ente per l’incremento delle razze equine allora guidato da Franco Panzironi braccio destro di Alemanno .

 

 

Le indagini dei Carabinieri del nucleo investigativo di Roma sono partite a giugno del 2016 da delle intercettazioni che inchioderebbero Marra e Scarpellini, tanto da giustificare la misura cautelare degli arresti in carcere richiesta dal procuratore aggiunto Paolo Ielo . L’accusa è quella di “corruzione per l’esercizio della funzione“.   Il costruttore e palazzinaro romano Sergio Scarpellini. è famoso nella Capitale perché affitta alcuni palazzi, con contratti assai onerosi,  alla Camera, al Tar, al Consiglio di Stato e a diverse Authority statali.

L’arresto per corruzione del braccio destro del sindaco Virginia Raggi, Raffaele Marra, è infatti lo sviluppo di un’indagine su Manlio Vitale conosciuto negli ambienti della malavita della Capitale  con il soprannome “er Gnappa” il quale ha gravitato a lungo intorno alla famigerata Banda della Magliana passando  una vita dentro e fuori dal carcere di Rebibbia, e ritenuto “vicinissimo” a boss del calibro di Renatino De pedis e Danilo Abbruciati.

In base a quanto scrivono i magistrati romani nelle richieste di arresto, tutto infatti ha inizio a seguito dalle rivelazioni dell’ex compagna di Manlio Vitale secondo le quali l’immobiliarista romano Sergio Scarpellini ( a sinistra nella foto ) era vittima di un’estorsione da parte proprio d’ er Gnappa. Quindi la Procura di Roma decide di effettuare delle intercettazioni telefoniche su Scarpellini e sulla sua collaboratrice più stretta Ginevra Lavarello. Ed è proprio cercando di incastrare “er Gnappa” che invece gli inquirenti scoprirono gli intrecci, gli scambi e gli accordi tra l’immobiliarista Sergio Scarpellini e  Raffaele Marra  ’attuale braccio destro della sindaca Raggi.

Un’inchiesta de l’Espresso aveva scoperto come Marra e sua moglie fossero riusciti ad acquistare a prezzi stracciati e sconti record case da privati e da enti come, appunto, la Fondazione Enasarco. L’appartamento dell’ente sarebbe stato acquistato da Marra con assegni tratti dal conto corrente dell’immobiliarista.  Secondo l’accusa a seguito delle ultime indagini dei Carabinieri, inoltre per l’acquisto della casa Marra avrebbe beneficiato delle agevolazioni riservate agli inquilini (fino al 40% di sconto) pur non essendo di fatto ancora residente nello stabile di proprietà Enasarco, secondo la ricostruzione dei flussi finanziari fatta dai Carabinieri, dai pm Barbara Zuin e dall’aggiunto Paolo Ielo grazie all’ufficio antiriciclaggio di Banca d’Italia.

nella foto, i Carabinieri conducono Raffaella Marra in carcere

Dopo l’arresto di Marra, menhtre scriviamo, i militari stanno eseguendo nuove perquisizioni proprio nella stanza del dirigente al Campidoglio alla presenza sul posto anche il pm dr.ssa Barbara Zuin della Procura di Roma . Due giorni fa la polizia aveva acquisito tutte le carte relative alle nomine effettuate dalla sindaca Virginia Raggi. Per un analogo episodio, avvenuto nel 2009, l’acquisto di un’altra casa da parte Marra sempre con soldi di Scarpellini la Procura non potrà procedere in quanto si tratta di un caso coperto da prescrizione.

Il rapporto tra Scarpellini e Marra si evince anche da alcune intercettazioni telefoniche presenti nelle carte. A giugno di quest’anno, infatti, Marra chiede al suo amico Scarpellini di intervenire su Caltagirone per mettere fine ai continui attacchi del quotidiano Il Messaggero alla sua persona. Marra al telefono dice al telefono con Ginevra Lavarello (a sinistra nella foto – da Facebook) la segretaria di Scarpellini, : “Se Sergio può intervenire con Gaetano Caltagirone, per farmi dare una mano sui giornali per tutelare la mia posizione. Io sto a disposizione. Diglielo che io sto a disposizione”. Qui secondo gli inquirenti si evidenzia un rapporto tra i due che ad oggi è ancora saldissimo.

La procura di Roma proprio l’altro ieri ha inviato la Guardia di Finanza per effettuare perquisizioni al Campidoglio.  Sono stati recuperati documenti relativi alla nomina di Salvatore Romeo, capo della segreteria politica della sindaca Raggi , e di Raffaele Marra. Il dubbio dei magistrati è che non siano state rispettate tutte le norme di legge e che le nomine nascondano delle “corsie preferenziali” illegali.

Adesso si apre una partita tutta politica. “Se va via Marra, mi dimetto anche io“. Aveva detto la sindaca Raggi nei mesi scorsi quando l’accusavano di tenere Marra accanto a se. Che cosa farà dunque ora la sindaca?  Seguirà il buon esempio dato da Matteo Renzi, di tenere fede ai propri annunci ? La sindaca romana ha sempre difeso il capo del personale – che in un primo momento aveva scelto come “vice capo di gabinetto” -, nonostante il (defunto) direttorio e Beppe Grillo le avessero chiesto di allontanarlo.

Lui non si tocca”, era arrivata a dire la Raggi . La permanenza di Marra nel Comune di Roma è stato uno dei motivi principali che ha portato la deputata Roberta Lombardi, membro di quello che è stato il minidirettorio romano del M5S , alle proprie dimissioni. “Marra è il virus che ha infettato il M5s“, aveva dettola Lombardi , ricordando sempre l’acquisto dell’attico maxiscontato.


Al momento dal Movimento 5 stelle filtrano pochi commenti
: l’ufficio comunicazione sta cercando di inventarsi una  linea difensiva. Pochi i 5 Stelle che commentano l’accaduto: avvicinati dai giornalisti proprio mentre stavano per salire sul pullman che li avrebbe portati a Siena, i parlamentari pentastellati concordano sulla necessità che “la magistratura faccia il suo corso”. “Prima le tardive dimissioni della Muraro, poi le perquisizioni in Campidoglio, oggi l’arresto di Marra: quando dissi che stavano riciclando il peggio, quando raccontai i legami pericolosi di questa gente, Grillo, Di Battista e Di Maio mi insultarono. Oggi non chiederanno scusa. Perchè sono politicamente corresponsabili”.

Parla di “cosa gravissima” Roberto Fico, parlamentare M5S  e presidente della commissione di Vigilanza Rai: “Adesso ci riuniamo tutti quanti e tireremo fuori una linea senza problemi, è giusto che la magistratura faccia il suo corso. Non c’è ombra di dubbio che è una cosa grave, gravissima“.  Anche il senatore grillino Nicola Morra è duro: “Fermo restando che occorrerà verificare” quanto ha portato all’arresto del braccio destro del sindaco di Roma Raggi, “si parte dal presupposto che se vuoi essere severo con gli altri devi essere inflessibile con te stesso. Questo vale per il M5s“. Morra aggiunge: “Noi siamo nati per ripristinare le regole, ora verificheremo, ma se emergeranno quadri politicamente o moralmente scorretti, non potremo difendere certe posizioni“.

Nel più totale silenzio la prima cittadina della Capitale, che forse sta studiando qualche altro video da postare su Facebook…..ed allora parlano le forze di opposizione che chiedono a gran voce le dimissioni di Raggi. Per il Pd i vertici dei 5 Stelle “sono corresponsabili politicamente”, mentre per Lega e Forza Italia l’unico passo da compiere sono le dimissioni di Raggi.  Per Matteo Orfini, presidente del Partito democratico necessarie le “Immediate dimissioni del sindaco Raggi. Se ne vada via oggi stesso”. “Prima la Muraro poi i contratti di consulenza e oggi l’arresto di Marra, ma al di là delle indagini e delle questioni giudiziarie il tema è e resta politico. Noi chiediamo le immediate dimissioni della Raggi perchè ancor più delle inchieste pesa la sua manifesta incapacità di amministrare Roma”, afferma Barbara Saltamartini, ( ex Alleanza Nazionale) attualmente vice presidente dei deputati della Lega.

Alle 14, si è riunita l’assemblea capitolina, per la terza giornata di discussione del bilancio di previsione 2017-2019. E nell’aula Giulio Cesare la seduta è stata pure sospesa: i lavori sono stati interrotti dal presidente Marcello De Vito dopo che le opposizioni hanno protestato a più riprese per la mancata presenza della Sindaca per riferire sull’arresto del dirigente comunale. I consiglieri del Pd hanno quindi occupato i banchi della giunta. Subito dopo, i consiglieri di Fratelli d’Italia hanno esposto cartelli con la scritta “onestà“, “omertà” e “trasparenza“. A quel punto De Vito ha sospeso la seduta e convocato i capigruppo.

Annullato anche il “flash mob” previsto per oggi sotto il Monte dei Paschi a Siena. Che Grillo si sia ricordato di qualcosa….

(notizia in aggiornamento)




La storia di “Mafia Capitale”: dagli arresti dei ROS al maxiprocesso

di Antonello de Gennaro

Migliaia di intercettazioni e centinaia di documenti depositati dalla Procura della repubblica di Roma. Quarantasei imputati, un esercito di circa 100 avvocati, oltre 130 udienze previste fino a luglio. Questi i numeri più significativi del maxiprocesso a Mafia Capitale che confermano l’importanza del procedimento apertosi ieri nell’aula Occorsio della cittadella giudiziaria di piazzale Clodio. L’attenzione politica e mediatica internazionale, è stata rivolta al primo atto del processo che ha letteralmente “terremotato” i palazzi dell’amministrazione capitolina e di riflesso tutta la vita economica della Capitale. Oltre centocinquanta  gli accrediti per telecamere, fotografi e per le le testate giornalistiche accreditate giunte  alla presidenza del Tribunale, fra cui il CORRIERE DEL GIORNO, per seguire le udienze davanti ai giudici della X sezione penale presieduta dal giudice Rosanna Ianniello.

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nella foto il “blitz” dei Ros: la cattura di Massimo Carminati

Il processo a Massimo Carminati e al suo gruppo criminale è arrivato nelle case di mezzo mondo per informare e rendere pubblico il malaffare che ha caratterizzato l’amministrazione pubblica di Roma Capitale negli ultimi anni, e far venire a galla il marcio che si nascondeva dietro le quinte dei palazzi del potere capitolino. Nelle ore precedenti l’udienza sono stati trasferiti gran parte degli imputati, così come disposto dal giudice Rosanna Ianiello presidente della sezione penale che li giudicherà. Una quindicina di persone, detenute in varie parti di Italia, saranno successivamente trasferite nel carcere di Rebibbia in maniera tale da poter essere presenti dalla seconda udienza in poi al processo. Gli imputati compariranno nelle celle dell’aula bunker di Rebibbia dal prossimo 10 novembre in poi mentre ciò che accadrà in aula lo potranno seguire in videoconferenza. Non potranno, invece, mai essere presenti fisicamente al processo i tre “super” imputati eccellenti che avranno solo la videoconferenza per seguire le varie udienze

Schermata 2015-11-06 alle 12.15.40L’ ex terrorista dei Nar e collaboratore dei Servizi “deviati”  Massimo Carminati  ritenuto a capo del “clan” ed attualmente detenuto in regime di 41 bis a Parma, il “boss” delle cooperative rosse Salvatore Buzzi, e braccio operativo dell’organizzazione e Riccardo Brugia, uomo di fiducia e spalla di Carminati ,  presunto custode di armi, che  però non sono mai state trovate dagli inquirenti.

Altro ruolo di spicco nell’organizzazione, sotto processo, è  Luca Odevaine, già capo di gabinetto nel 2006 dell’allora sindaco di Valter Veltroni, che nella sua qualità di appartenente al Tavolo di Coordinamento Nazionale sull’accoglienza per i richiedenti e titolari di protezione internazionale, assicurava il business dei rifugiati, che da martedì scorso è stato messo agli arresti domiciliari. Sono questi i principali protagonisti del maxi processo di Mafia capitale, l’associazione a delinquere di stampo mafioso, scoperchiata da un’inchiesta dei pm Luca Tescaroli, Giuseppe Cascini e Paolo Ielo coordinati dal procuratore capo Giuseppe Pignatone nelle due retate del 2 dicembre 2014 e del 4 giugno 2015.

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Nella prima udienza erano presenti in aula 22 imputati, cioè tutti quelli raggiunti da provvedimenti cautelari ai domiciliari. Tra loro alcuni politici ex amministratori locali tra cui Mirko Coratti, (ex Forza Italia, poi diventato Pd-area Dem) già presidente del Consiglio comunale di Roma, ed il consigliere comunale Giordano Tredicine (Forza Italia) .  La prima udienza di ieri si è limitata alle varie questioni ed eccezioni preliminari sollevate dagli avvocati degli imputati o alle istanze di costituzioni delle parti civili con in prima linea quella di Roma Capitale firmata dal prefetto Francesco Paolo Tronca. E’ stato  l’inizio di un lungo “duello” con le accuse della Procura romana,  che in aula è stata rappresentata dal procuratore aggiunto Michele Prestipino e dai sostituti Ielo, Tescaroli e Cascini.

Questa è la storia di Mafia Capitale

LA PRIMA RETATA. La prima retata dell’operazione “Mondo di Mezzo” è del 2 dicembre 2014: vengono emesse 39 misure cautelari (8 persone finiscono agli arresti domiciliari), con accuse di associazione di tipo mafioso, estorsione, usura, corruzione, turbativa d’asta, false fatturazioni, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio di denaro e altri reati. Perquisizioni vengono effettuate nella Regione Lazio e in Campidoglio. Oltre a Carminati, Buzzi e Odevaine, finiscono destinatari di misure di prevenzione l’ex amministratore delegato dell’Ente Eur, Riccardo Mancini, il braccio “armato” di Carminati, Riccardo Brugia, Agostino Gaglianone, Fabrizio Franco Testa, Franco Panzironi, Giovanni Fiscon, Carlo Guarany, Pierina Chiaravalle,  Emanuela Bugitti, Alessandra Garrone, Pierina Chiaravalle, Emilio Gammuto, collaboratore del  Buzzi.

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nella foto Luca Odevaine e Salvatore Buzzi intercettati e filmati dai Carabinieri del ROS

LA SECONDA RETATA. È il 4 giugno 2015 quando, nell’ambito della stessa inchiesta, vengono arrestate altre 44 persone, di cui 25 ai domiciliari, in gran parte ex manager delle cooperative ed ex assessori e consiglieri. Altri 21 indagati rimangono a piede libero. Tra i destinatari di misure cautelari ci sono Claudio Bolla, Nadia Cerrito, Mirko Coratti, Paolo Di Ninno, Luca Gramazio, Michele Nacamulli, Daniele Ozzimo, Angelo Scozzafava, Franco Figurelli, Salvatore Menolascina, Daniele Pulcini, Andrea Tassone, Giordano Tredicine, Carmelo Parabita.

Luca Gramazio

nella foto, l’arresto del consigliere regionale Luca Gramazio

I POLITICI. Se tra gli indagati ( e rinviato a giudizio) c’è anche l’ex sindaco Gianni Alemanno, questa seconda tranche dell’inchiesta ha lambito anche la Regione Lazio:infatti finisce in carcere  Luca Gramazio, ex consigliere capogruppo Pdl in consiglio comunale e poi in Regione, accusato di avere messo le sue cariche istituzionali al servizio dell’associazione criminosa guidata da Massimo Carminati. I Ros dei Carabinieri nelle carte dell’inchiesta lo descrivono come un soggetto di “straordinaria pericolosità“.

Un altro politico arrestato è Mirko Coratti, ex presidente del consiglio comunale in quota Pd, dimessosi a dicembre dopo la prima ondata di arresti. Insieme a Coratti, ex Dc, ex Udeur, ex Forza Italia, e al momento dell’arresto Pd, finisce in manette anche il suo capo segreteria, Franco Figurelli. In un’intercettazione Buzzi dice: “Me sò comprato Coratti, lui sta con me“.

ASSESSORI & CONSIGLIERI. Altro politico è l’ex assessore alla casa dem Daniele Ozzimo. Ai domiciliari finiscono anche due suoi stretti collaboratori, Angelo Marinelli e Brigidina Paone. Finito in manette anche Angelo Scozzafava, ex capo dipartimento alle Politiche Sociali di Roma, il consigliere comunale pd Pierpaolo Pedetti, presidente della Commissione Patrimonio, e un dipendente del suo dipartimento, Mario Cola. Agli arresti anche Giordano Tredicine, consigliere comunale e vicecoordinatore regionale di Forza Italia, del quale Buzzi e Carminati in una intercettazione dicono: “Giordano s’è sposato con noi e noi semo felici de stà con lui. È un serio e poco chiacchierato nonostante faccia un milione di impicci“. In manette anche Massimo Caprari, capogruppo di Centro Democratico,

IL “COSTRUTTORE” ED I MANAGER. Il costruttore Daniele Pulcini finisce ai domiciliari. E così i manager della cooperativa La Cascina, braccio economico della Compagnia delle Opere-Comunione e Liberazione,  rivale della 29 Giugno. Si tratta di Domenico Cammissa, il barese Salvatore Menolascina, il salentino Carmelo Parabita e Francesco Ferrara (che è finito in carcere). Secondo l’accusa i quattro avrebbero retribuito Luca Odevaine e avrebbero, insieme a Buzzi, “turbato una gara per l’individuazione dei centri in cui accogliere 1278 migranti già presenti a Roma e altri 800 in arrivo“.

CdG pm mafia capitale

da sinistra i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli

I POLITICI “ECCELLENTI”  . La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio dell’ex sindaco Gianni Alemanno nell’ambito dell’inchiesta su Mafia Capitale. Le accuse contestate sono la corruzione e l’illecito finanziamento. Il gup Nicola Di Grazia si pronuncerà sulla richiesta dei pm di piazzale Clodio l’11 dicembre prossimo. All’ex sindaco di Roma si contesta di aver ricevuto somme di denaro, 125mila euro, in gran parte attraverso la Fondazione Nuova Italia da lui presieduta, per il compimento di atti contrari ai doveri del suo ufficio. Secondo l’accusa le somme percepite sarebbero state erogate da Salvatore Buzzi, ras delle cooperative, in accordo con Massimo Carminati. I fatti, secondo la richiesta firmata dal procuratore Giuseppe Pignatone, dall’aggiunto Michele Prestipino e dai pm Paolo Ielo, Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini, risalgono al periodo 2012-2014. Per il tramite l’ex ad di Ama Franco Panzironi, Alemanno , attraverso la fondazione Nuova Italia, avrebbe ricevuto 75mila euro sotto forma di finanziamento per cene elettorali, 40mila euro per finanziamento della sua fondazione e circa 10mila euro cash, questi ultimi nell’ottobre 2014, a due mesi dalla prima tranche di arresti per “Mafia Capitale“.

Nella richiesta di rinvio a giudizio bisogna cogliere la notizia più importante e cioè che ogni accusa e ogni aggravante connessa all’associazione mafiosa nei miei confronti è completamente caduta“. Lo afferma in una nota l’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno. “Spero – aggiunge – che, dopo un anno di massacro mediatico nei miei confronti, questa notizia venga data dai media con tutta la rilevanza che merita e che fino ad ora non è stata garantita. Davanti al gup o, se sarà necessario davanti al Giudice ordinario, dimostrerò tutta la mia totale estraneità alle residue accuse che mi vengono mosse“.

Ne uscirò innocente, se non mi sono accorto che c’era un’associazione criminale in Campidoglio, non se n’è accorto nessuno, Questore, Prefetto, Comandante dei carabinieri, il prefetto Mori che era mio consulente. Mafia Capitale al 70% è una faccenda di sinistra in cui la destra entra marginalmente.Così intervistato da Sky Tg24 si difendeva l’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, prima che la procura ne chiedesse ieri il rinvio a giudizio per corruzione e illecito finanziamento. “I versamenti che mi vengono contestati sono tutti trasparenti, tutti registrati attraverso la fondazione Nuova Italia“, ha detto Alemanno, che ha ribadito di non avere “mai conosciuto Carminati, nemmeno negli anni ’70, quando io ero nel Movimento sociale italiano e lui un extraparlamentare. Eravamo in mondi diversi“. “Con Buzzi ho avuto il normale rapporto che si ha con la cooperazione sociale a Roma – ha aggiunto Alemanno non volevo fare il sindaco di destra che in base al pregiudizio ideologico chiude la porta al principale esponente della cooperazione di sinistra. Forse avrei fatto meglio, ma purtroppo è andata così“.

RITO ABBREVIATO. Ci sono altri processi con rito abbreviato: partiranno il 26 novembre e riguardano l’ex assessore comunale alla Casa Daniele Ozzimo, l’ex consigliere comunale Massimo Caprari, Gerardo e Tommaso Addeo, già collaboratori di Luca Odevaine e Paolo Solvi, collaboratore dell’ex presidente del X Municipio Andrea Tassone, tutti accusati di corruzione. Mentre il 21 dicembre prossimo il giudice dell’udienza preliminare di Roma Alessandra Boffi si pronuncerà sulla richiesta di patteggiamento che quattro ex dirigenti della cooperativa La Cascina.

IL MAXIPROCESSO. In aula, come già detto, non ci sono per motivi di sicurezza Salvatore Buzzi e Massimo Carminati che parteciperanno comunque al processo in videoconferenza. La lista stilata dalla procura comprende una sessantina di persone e, oltre alle forze dell’ordine, ci sono nomi eccellenti, indagati di peso ed ex politici di spicco. Si va da Roberto Grilli, il narcotrafficante che con le sue dichiarazioni al pm Cascini, nel 2012, ha dato il via alla maxi indagine su Carminati e soci, fino a Marco Mario Milanese l’ex ufficiale della Guardia di Finanza  . Quest’ultimo ex deputato di Forza Italia e consigliere politico dell’ex ministro Giulio Tremonti, verrà sentito a processo in “ordine alla provenienza delle pressioni esercitate per la conferma di Fabrizio Franco Testa“, nel cda dell’ Enav,  che è uno tra i principali indagati in “Mafia capitale“,. In merito ad Ama spa i pm ascolteranno ciò che ha da dire in aula Giovanna Giuseppina Anelli. La donna è tra gli indagati della maxi inchiesta, ed è l’ex dg della municipalizzata che si occupa della raccolta dei rifiuti nella capitale. A lei i pm chiederanno di far luce sul ruolo di Franco Panzironi e sulle pressioni esercitate dall’allora sindaco Gianni Alemanno all’interno di Ama. Mancini e Panzironi  erano “pubblici ufficiali a libro paga” che fornivano “all’organizzazione uno stabile contributo per l’aggiudicazione degli appalti“.

Schermata 2015-11-06 alle 11.58.33“MAFIA CAPITALE”. Il processo è iniziato con l’appello dei detenuti collegati in videoconferenza Il presidente della X Sezione, Rosanna Ianniello, ha verificato i collegamenti tv relativi ai detenuti reclusi fuori Roma e tra questi Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, principali imputati del processo. In aula presenti, tra gli altri imputati, Luca Odevaine, da alcuni giorni agli arresti domiciliari, e l’imprenditore Daniele Pulcini. L’udienza si tiene nell’aula Occorsio del Tribunale di Roma stipata all’inverosimile.

Luca Odevaine  a margine del processo ammette di aver “fatto degli errori, ho ammesso le mie responsabilità e ora sto collaborando con i magistrati.  ” Odevaine un pentito? Più che altro una persona che ha commesso degli errori, ha ammesso le sue responsabilità in relazione a delle dazioni di denaro e sta collaborando con i magistrati. Anche questa volta ha scelto di stare dalla parte della giustizia“, ha detto Luca Petrucci, legale di Odevaine, considerato dai Pm di Roma a libro paga di Mafia Capitale. Odevaine proprio alla vigilia del maxiprocesso, dopo 11 mesi di carcere,  ha ottenuto gli arresti domiciliari .

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BUZZI NON POTRA’ ESSERE IN AULA. No del tribunale . I giudici della X sezione penale hanno respinto tutte le istanze di nullità presentate alcuni difensori nella prima udienza del maxiprocesso a Mafia Capitale. Il presidente Rosanna Ienniello ha disposto, in sostanza, che Riccardo Brugia, Franco Testa e Salvatore Buzzi possano seguire il procedimento solamente in collegamento audiovisivo.

Massimo Carminati in questo processo parlerà, è intenzionato a difendersi in modo diverso dal solito perché vuole chiarire un sacco di cose e lo farà“. E’ quanto annuncia l’avvocato Giosue’ Naso, difensore dell’ex terrorista che secondo la Procura di Roma sarebbe a capo del clan di Mafia Capitale. Pochi minuti dall’inizio della prima udienza del maxiprocesso Naso ci ha confermato e detto  che il suo cliente, che dal giorno dell’arresto non ha mai parlato con i pm, quando toccherà a lui sarà pronto a parlare davanti ai giudici della X sezione penale. “Di tutta questa storia a Carminati ha dato particolarmente fastidio – ha aggiunto Naso che  in aula ha sollevato una serie di eccezioni preliminari (tute rigettate)  – il fatto che il suo nome sia stato accostato alle parole ‘mafia‘ e ‘droga‘. Con la mafia non c’entra proprio nulla e la droga gli fa veramente schifo. E non parliamo delle armi che non sono mai state trovate“.

 

 

Il penalista romano ha commentato anche le prime sentenze arrivate in settimana e in particolare il fatto che il gup Anna Criscuolo abbia riconosciuto ad un collaboratore di Buzzi, Gammuto, l’aggravante mafiosa. “Si tratta di una decisione ampiamente attesa, arrivata in forma assolutamente tempestiva. Noi da un anno stiamo aspettando di comparire davanti al tribunale – conclude – e, guarda il caso, gli immediati verranno celebrati proprio alla vigilia di questa sentenza gup e dell’arresto di alcuni giorni fa della dirigente Eur Spa, Clelia Logorelli, per corruzione. Questo per far capire il clima. Secondo me c’e’ una regia facilmente identificabile che vuole tutto questo. In aula lo dirò a chiare lettere”.

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PARTE IL PROCESSO

Tra i cinquanta e più avvocati tutti in fila per depositare la richiesta di potersi costituire parte civile, con l’obiettivo di ottenere il risarcimento danni dai condannati ce n’è uno che va ricordato. Trent’anni fa a Palermo, nel maxi-processo a Cosa nostra fece la stessa cosa nell’aula-bunker dell’Ucciardone .  Stiamo parlando di Alfredo Galasso, oggi settantacinquenne, ex deputato tornato a frequentare i palazzi di giustizia. Era il  1986 quando assisteva i familiari di un morto ammazzato, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. A Roma è per conto di Confindustria, che si costituisce parte civile lamentando la violazione della libertà d’impresa e della libera concorrenza da parte degli imputati di Mafia capitale.

Anche a Palermo – dice Galasso al collega Bianconi del CORRIERE DELLA SERA c’era chi negava l’esistenza di Cosa nostra, proprio come adesso c’è chi afferma che Mafia capitale è solo un’invenzione. La differenza è che allora si processava solo il primo livello, la manovalanza, qui invece compaiono anche il secondo e il terzo: i collusi nella pubblica amministrazione e i politici, tra assessori e consiglieri regionali. Altro che mondo di mezzo, qui c’è il mondo intero!”.

Ieri per il processo a “Mafia Capitale”  c’era la folla delle grandi occasioni: tanti avvocati, pubblico di curiosi, molti giornalisti. Mancano gli imputati nelle gabbie, oggi i detenuti sono tutti collegati in videoconferenza. A cominciare dal presunto capo dell’organizzazione, Massimo Carminati; la sua sagoma appare sfocata nel teleschermo che riprende una saletta del carcere di Parma.

Bruno Naso l’avvocato dell’ex estremista nero Carminati ,  evoca “il cosiddetto terrorismo» quando ricorda che a Roma si sono fatti fior di dibattimenti con centinaia di imputati pericolosi e detenuti, regolarmente presenti, senza ricorrere a questa diavoleria delle videoconferenze. Erano fatti e processi molto, ma molto più seri di questo”, rivendicando il diritto di altri due suoi assistiti (Carminati essendo in carcere ai rigori del «41 bis» non può essere presente per Legge  ) di venire in aula, ma soprattutto per sminuire la costruzione dei pubblici ministeri, sopratutto la loro accusa di mafia. “Questo è un processetto, appositamente dopato, montato da una campagna mediatico-giudiziaria con precise finalità, ma sempre processetto resta!”  dice Naso provocatoriamente ma il pubblico ministero Giuseppe Cascini gli ribatte “Io vorrei discutere di diritto, ma finora non ne ho sentito parlare”. È il centro della “guerriglia” mediatica, molto più che giudiziaria come invece dovrebbe essere che si agita intorno al processo; ci si divide tra sostenitori dell’associazione mafiosa e detrattori dell’accusa  come se fosse una discussione da bar sport. In realtà è un importante processo penale, nonostante la prima udienza assomigli più a un convegno con centinaia di invitati, quelli dove uno parla, pochi ascoltano e in platea tutti a  chiacchierare, commentare, criticare.
Quando sono state affrontate le questioni preliminari, in merito alle riprese televisive l’avvocato Filippo Dinacci, difensore dell’ex presidente del consiglio comunale Mirko Coratti che non era presente in aula, manifesta il suo dissenso: “Non capisco tutta questa attenzione, non vedo nessun interesse sociale in questo dibattimento, è uno dei tanti che si celebrano ogni giorno per reati di criminalità organizzata“. Parole che suonano come un volare ignorare, dimenticare, calpestare le note conseguenze politiche conseguenti all’inchiesta della Procura romana e dei ROS dei Carabinieri,  ancora prima che il processo approdasse in aula. Si tratta di un’evidente chiara strategia di molti difensori: abbassare le luci per cercare di spegnere telecamere e riflettori che fanno luce e clamore sugli arresti di un anno fa. Ma tutto questo nello show mediatico giudiziario della prima udienza è difficile, quasi impossibile.

La prossima udienza ci si trasferisce a Rebibbia, nell’aula costruita accanto al carcere ai tempi dei terrorismo. Un altra conferma, che questo è realmente un “maxi-processo“.




Mafia Capitale Bis, 44 nuovi arresti a Roma. Finiscono in carcere 5 consiglieri comunali

(ADGNEWS24) Mafia Capitale Bis: all’alba di questa mattina la Procura di Roma ed i Carabinieri del Ros hanno effettuato avanti una seconda maxi-retata con 44 arresti dei quali 19 sono finiti in carcere e 25 agli arresti domiciliari .  21 gli indagati a piede libero. Al centro dell’inchiesta giudiziaria sul «Mondo di mezzo» vi è sempre il gruppo di Massimo Carminati, l’ex terrorista dei Nar finito in carcere dallo scorso dicembre a capo dell’organizzazione mafiosa che gestiva il business dei campi di accoglienza per migranti grazie a strette connessioni con la  politica romana  che era già stata sgominata con i 37 arresti dello scorso 2 dicembre. Mazzette una tantum, stipendi mensili, acquisti di case e assunzioni di parenti e amici nelle cooperative di Salvatore Buzzi, gestite all’ombra di  Carminati. Il tutto in cambio di favori nell’assegnazione di appalti e lavori di ogni tipo. C’è mafia ma c’è anche molta corruzione nella seconda ondata di arresti dell’inchiesta.

da sinistra in alto: Giordano Tredicine, Daniele Ozzimo, Luca Gramazio e Mirko Coratti

da sinistra in alto: Giordano Tredicine, Daniele Ozzimo, Luca Gramazio e Mirko Coratti

Il nuovo blitz della procura romana sta facendo tremare sempre di più  il mondo della politica romana, infatti tra i 44 arrestati figurano molti nomi eccellenti, come l’ex presidente del Consiglio comunale di Roma, Mirko Coratti (Pd-Area DEM), e il capogruppo di Forza Italia alla Regione Lazio, Luca Gramazio , ex consigliere capogruppo Pdl in consiglio comunale e poi in Regione: il procuratore aggiunto Michele Prestipino e i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli lo accusano di avere messo le sue cariche istituzionali al servizio dell’associazione guidata da Massimo Carminati. Di avere elaborato con loro “le strategie di penetrazione nella Pubblica Amministrazione e di essere intervenuto direttamente e indirettamente nei diversi settori della pubblica amministrazione di interesse dell’associazione“. Sarebbe  considerato in sostanza il “collegamento” tra il clan e le istituzioni e avrebbe ricevuto, tra le varie cose, migliaia di euro. I Ros, nelle carte dell’indagine, parlano della sua “straordinaria pericolosità“.

In carcere è finito anche anche il presidente della della commissione Patrimonio, Pierpaolo Pedetti, i consiglieri capitolini Massimo Caprari (Centro democratico) e Daniele Ozzimo (ex assessore alla Casa e consigliere del Pd, dimessosi proprio dopo l’avvio delle indagini) ed Angelo Scozzafava l’ex capo dipartimento delle Politiche sociali del Comune . Ai domiciliari, è finito, Giordano Tredicine (vicepresidente del consiglio comunale e vicecoordinatore di Forza Italia per il Lazio); l’ex presidente del X Municipio (Ostia), Andrea Tassone;  il sindaco di Castelnuovo di Porto Fabio Stefoni, il piccolo comune dell’hinterland romano dove ha sede un Cara – Centro di accoglienza per i richiedenti asilo.

IL SISTEMA DELLE TANGENTI

Quello che emerge dall’inchiesta, sottolineano gli investigatori, è una “ struttura mafiosa, cerniera tra ambiti criminali ed esponenti degli ambienti politici, amministrativi e imprenditoriali locali“. Le indagini hanno documentato, tra l’altro, “un ramificato sistema corruttivo per favorire un cartello di imprese interessato alla gestione dei centri di accoglienza e ai consistenti finanziamenti pubblici connessi ai flussi migratori”. Un’organizzazione che, come si era già scoperto nella prima tranche dell’inchiesta, ruota attorno alla figura del boss Massimo Carminati, per cui la Procura romana  ha chiesto ed ottenuto proprio due giorni fa il giudizio immediato.

MANETTE ALLA REGIONE LAZIO

Ai domiciliari sono finiti anche dirigenti e funzionari, come Guido Magrini, responsabile del dipartimento Politiche sociali della Regione Lazio, e Mario Cola, dipendente del dipartimento Patrimonio del Campidoglio. In carcere è finito anche  Franco Figurelli, che faceva parte  della segreteria di Coratti. Ai domiciliari è finito anche il noto costruttore romano Daniele Pulcini.

LE PERQUISIZONI ALLA “CASCINA”

Schermata 2015-06-04 alle 19.35.58Non solo politica. Arrestati anche Domenico Cammissa, Salvatore Menolascina, Carmelo Parabita e Francesco Ferrara, tutti manager della cooperativa “La Cascina” vicina al mondo cattolico, organica alla Compagnia delle Opera organizzazione costola del movimento Cl – Comunione e Liberazione, che è stata perquisita stamattina dai carabinieri. Per Ferrara è stato disposto il carcere, mentre nei confronti degli altri tre sono scattati i domiciliari. Secondo il Gip, Luca Odevaine avrebbe ricevuto dai quattro “la promessa di una retribuzione di 10.000 euro mensili, aumentata a euro 20.000 mensili dopo l’aggiudicazione del bando di gara del 7 aprile 2014“. Inoltre la coop bianca “di concerto” con quelle rosse di Buzzi avrebbe “turbato una gara per l’individuazione dei centri in cui accogliere 1278 migranti già presenti a Roma e altri 800 in arrivo“.

Il gip ha però rigettato la richiesta della procura di emanare un nuovo provvedimento di arresto per Odevaine (che si trova  in carcere a Torino già da sei mesi). Stessa decisione per Giovanni Fiscon, ex dg di Ama, attualmente agli arresti domiciliari a Roma. Salvatore Buzzi già detenuto a Nuoro dallo scorso dicembre, è stato invece colpito da un nuovo provvedimento restrittivo. Proprio 3 giorni fa il gip aveva disposto il giudizio immediato per Carminati e altri 33 imputati coinvolti nella prima ondata di arresti. Il processo inizierà a novembre.

Le perquisizioni sono scattate non solo a Roma ma anche in Sicilia. Le intercettazioni svelerebbero infatti il sistema di corruzione attorno al Cara di Mineo, che potrebbe essere a questo punto commissariato dal presidente dall’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone, e il tariffario delle mazzette sui migranti: “Facciamo un euro a persona” diceva Odevaine. I Ros si sono presentati anche negli uffici della Manutencoop a Zola Predosa (Bologna) per sequestrare della documentazione in un ufficio, un faldone relativo ad una gara del 2014 per la gestione del servizio sanitario Cup della Regione Lazio. Lo stesso appalto per cui è stata perquisita anche l’abitazione di Maurizio Venafro, ex capo di gabinetto di Nicola Zingaretti alla Regione Lazio, già indagato dai pm romani per il reato di tentativo di turbativa d’asta, dimessosi nel marzo scorso. In tutto sono 21 le perquisizioni di oggi.

Nelle carte compare anche il nome di Gabriella Errico, la presidente della cooperativa “Un Sorriso“, finita nell’occhio del ciclone qualche mese fa in seguito alle tensioni nel quartiere romano di Tor Sapienza tra i residenti e gli immigrati del centro di accoglienza di via Morandi. Il gip ha comunque rigettato la richiesta di misura cautelare nei confronti della Errico che viene nominata più volte nell’ordinanza in alcune intercettazioni. Citando una delibera del 29 luglio il gip parla dell'”immediata attivazione di Buzzi, che contattava Errico, la quale lo rassicurava circa l’assenza di una partecipazione alla gara, dichiarandosi a disposizione“.