Cosa sceglierà il Pd: il recinto, la stampella o la sfida ?

di Stefano Semplici*

Da due mezzi vincitori ed uno sconfitto che li segue a grande distanza non esce automaticamente una maggioranza e il Pd sembra così trovarsi di fronte a un’alternativa secca. È possibile immaginare una terza opzione? O chiudersi nel recinto di un’opposizione tanto rispettosa delle istituzioni quanto intransigente e inespugnabile, lasciando agli altri la scelta fra una “grande coalizione” e un rapido ritorno alle urne, o accettare il ruolo – ovviamente sforzandosi di declinarlo nel modo più “esterno” possibile – di “socio di minoranza” (che molti definirebbero, semplicemente, “stampella“) di una coalizione.

 

il cortile di Palazzo Chigi

La probabilità che entrambe le strade conducano alla fine o comunque a un’ulteriore marginalizzazione del Pd è elevata. Appare davvero arduo immaginare un accordo fra coalizione di centrodestra (o anche solo Lega) e M5S.

 
Sarebbe Di Maio o Salvini a fare un passo indietro? Si sceglierebbe il reddito di cittadinanza o la flat tax, che sottendono prospettive e priorità lontanissime fra loro? Non può certo sorprendere che il Pd indichi e auspichi questa soluzione, che gli consentirebbe di curare le profonde ferite interne attendendo dall’opposizione che l’alleanza dei “populismi”, mettendoli alla prova insieme, smascheri una volta per tutte la loro inconsistenza. Non si può ovviamente sostenere che sia questa l’indicazione fornita dagli elettori. Ed è molto più facile che al posto di questa grande coalizione nasca infine un “governo del Presidente “(della Repubblica), con lo  scopo  di qualche ritocco alla legge elettorale per rafforzarne la componente maggioritaria e nuove elezioni.

In quelle che si sono appena svolte l’appello al voto “utile” non ha premiato il Pd. E ci vorrebbe un sistema il più vicino possibile a quello francese, in un paese le cui fratture e disuguaglianze hanno ormai l’evidenza di una linea tracciata sulla carta geografica, per essere sicuri di non ripetere lo stesso risultato… L’ipotesi di uscire dal recinto, tornando a chiamare negoziato e compromesso ciò che tutti hanno definito fino a ieri “inciucio” per consentire a uno dei due mezzi vincitori di formare un governo, non appare meno rischiosa. È comprensibile, inoltre, la posizione di quanti sostengono che questo è davvero “pretendere troppo”.

Anche la sola apertura di una trattativa con avversari che si sono proposti e sono stati trattati come radicalmente alternativi sarebbe contestata come l’ennesima prova che davvero si è pronti a tutto per la “poltrona”, perfino dopo essere stati il bersaglio di un uso sistematico del linguaggio dell’offesa e del disprezzo. Si regalerebbe al socio di maggioranza di questo accordo la più comoda delle giustificazioni per la mancata realizzazione delle promesse fatte e a chi resterebbe all’opposizione la possibilità di rilanciare le proprie mentre si consumano i fallimenti altrui, dei quali si sarebbe accettato di diventare “complici”.

La vera posta in gioco potrebbe poi diventare rapidamente un’altra. Intorno a questa ipotesi si sta già aprendo l’ennesima lacerazione interna al Pd, con esiti che potrebbero questa volta essere fatali. Hanno parlato finora coloro che vorrebbero aprire ai 5 Stelle. Ma ne basterebbero poco più della metà (magari nella forma di una semplice astensione, senza l’impegno di un esplicito “appoggio” anche solo esterno) per consentire al centrodestra (dal quale già arrivano i primi segnali) di varare un suo governo. Gli altri sarebbero liberi di ricongiungersi a Leu e si realizzerebbe finalmente l’agognato bipolarismo: senza il Pd

È possibile immaginare una terza opzione? Forse sì, a condizione che i tre “poli” presenti in Parlamento offrano tutti al Capo dello Stato la loro disponibilità a sperimentare una versione inusitata e che a molti apparirà certamente temeraria e stravagante della logica della sfida. E può essere proprio il Pd a fare la prima mossa, perché è sul Pd che si stanno esercitando le pressioni più insistenti e perché è il Pd l’unica forza in campo che non può evidentemente chiedere che le venga affidato l’onere del governo. Sia il Quirinale – se tutti confermeranno la loro posizione e non ci sarà una vera maggioranza – a decidere se contano di più i seggi della coalizione o quelli del singolo partito per stabilire chi ha il diritto di provare per primo. Ma perché dovrebbe essere solo lo “sconfitto” a farsi carico di un gesto di responsabilità nei confronti del Paese?

È sfida quella di chi è convinto di poter raggiungere un traguardo difficile, contando con coraggio sulle sue forze. Ed è sfida quella di chi chiede a chi se ne ritiene capace di dimostrare davvero di saper fare qualcosa che si considera impossibile o azzardato, come le mirabolanti promesse della campagna elettorale. Il Pd si dichiari dunque pronto a garantire, attraverso lo strumento dell’astensione, la possibilità di formare un governo e metterlo alla prova, ma solo se il mezzo vincitore rimasto escluso farà altrettanto. Senza nessuna trattativa e ribadendo di essere alternativi per programmi e metodo.

Rifiutando qualsiasi offerta di posti e ministeri. Continuando a spiegare perché si consideravano e si considerano gli impegni assunti con gli elettori non condivisibili o irrealizzabili. Ma anche – e questa potrebbe essere una differenza fondamentale rispetto a un tradizionale governo di minoranza – senza concedere facili varchi alla giustificazione che l’azione di rinnovamento non può dispiegarsi pienamente perché si è costretti ad annacquare e indebolire i provvedimenti per farli passare.

Questa opposizione, in altri termini, potrebbe accettare un onere aggiuntivo, cioè quello di garantire, sempre con la propria astensione, anche l’approvazione di provvedimenti che non dovesse condividere. Ovviamente con limiti precisi. Nel caso del Pd, coerentemente con la sua campagna elettorale e analogamente a quanto potrà fare chi dovesse condividere questa scelta di un’opposizione di sfida, si tratterà della libertà di non votare provvedimenti che mettano seriamente in questione l’ancoraggio e gli impegni europei dell’Italia o per i quali manchino coperture compatibili con questa cornice di riferimento.

La stessa libertà potrà e dovrà essere conservata, a titolo di esempio, sulle questioni che riguardano le grandi scelte di politica estera, i fondamentali diritti civili, gli immigrati. Per il resto, tutti dovrebbero presentare con chiarezza le proprie proposte, rivendicando il merito di ogni cambiamento che dovesse essere accolto ma senza impedire al governo, se decidesse di ignorarle, di realizzare le proprie. Un governo di minoranza non può evidentemente essere il governo dell’ Italicum. Ma si può tentare di verificare senza alibi se una squadra e un programma che si promettono compatti e coerenti, oltre che estremamente ambiziosi, sono davvero in grado di ridare slancio e fiducia al Paese.Senza confusione di ruoli e senza fare sconti sul risultato, affinché gli elettori possano poi giudicarlo.

Può anche darsi che questo aiuti la circolazione di parole e di uno stile diversi. E anche questo farebbe bene a tutti.

*Docente di Etica sociale all’Università di Roma “Tor Vergata”




Per avere la maggioranza l’unica soluzione possibile sono le “larghissime intese” tra Renzi, Alfano e Berlusconi

La sera delle elezioni sapremo chi governerà per i successivi cinque anni“.  In questa frase del leader del Pd  Matteo Renzi si può riassumere  l’impianto dell ‘Italicum, la legge elettorale che è stata bocciata per buona parte dalla Corte Costituzionale ed il cui impianto impianto è di fatto saltato a seguito della decisione della Corte Costituzionale che ha “cassato” il ballottaggio previsto .

Quindi  la soglia del 40% ipotizzatta da Renzi ed i suoi per far scattare il premio di maggioranza di fatto , allo stato attuale, altro non è che un  vero e proprio “miraggio” per tutte le forze politiche in campo.Se si andasse al voto, per avere una maggioranza sia alla Camera che al Senato, in queste condizioni,  persino le larghe intese non basterebbero. Ci vorrebbero delle ”  larghissime intese“, ma anche in questa ipotesi non sarebbe certo assicuratala governabilità . Un’ ipotesi che però non è da scartare: infatti il presidente del Pd Matteo Orfini, in un’intervista rilasciata all’ Huffington Post,dopo una riunione con Renzi al Nazareno,  ha fissato il termine ultimo per trovare un’intesa tra i gruppi parlamentari sulla legge elettorale: dieci giorni, al massimo. Senza raggiungere un accordo, non vi sono  spazio per eventuali  dubbi: si andrà alle elezioni con le leggi che ci sono.

 

La Camera dei Deputati, Per quanto riguarda  il Parlamento si andrebbe al voto con un sistema proporzionale con premio che scatta soltanto se raggiunta la soglia del 40% ( che il  M5S  ha ribattezzato come Legalicum). Invece come facilmente pronosticabile nel caso  che non venisse raggiunta, la ripartizione dei seggi verrebbe effettuata su base proporzionale. Quindi determinata la soglia di maggioranza a 316 seggi, ci sarebbe un solo sistema per poter assicurare la fiducia a un governo: raggiungere, come dicevamo delle larghissime intese. Ovvero una maggioranza parlamentare composta da Partito Democratico, Forza Italia, Alleanza Popolare e Südtiroler Volkspartei. Nello specifico : 201 deputati per il Pd, 91 per Forza Italia, 20 per Alleanza Popolare e 5 per la Südtiroler Volkspartei. Soltanto con questa alleanza che raggiungerebbe 317 seggi si potrebb assicurare, almeno sui numeri, la stabilità di un possibile Governo. Ma è altrettanto evidente agli analisti politici che governare con un equilibrio così precario, di fatto costituirebbe un grosso rischio per un Governo ed una maggioranza politica  esecutivo pronta a cadere alla prima discussione.

Se invece il Partito Democratico si alleasse con la sinistra raggiungendo un accordo si fermerebbero a 232 seggi a Montecitorio, mentre se il Centrodestra unito che vede insieme Silvio Berlusconi, Angelino Alfano, Matteo Salvini e Giorgia Meloni , in pratica un ritorno a come era composto il Popolo della Libertà, non supererebbe la soglia di 224 eletti. L’unica soluzione per governare sarebbe un accordo da Prima Repubblica delle larghissime intese tra Renzi, Berlusconi e Alfano  che di fatto tenga fuori dalla maggioranza delle larghissime intese i partiti di opposizione come M5S, Lega Nord e Fratelli d’ Italia.  E probabilmente tutto questo neanche basterebbe.

Situazione grosso modo simile al Senato .  Anche in questo caso, per eleggere i membri di Palazzo Madama si andrebbe al voto,  con un sistema proporzionale su base regionale, frutto dell’ex legge Calderoli (definita giustamente… Porcellum) da cui si escluderebbe il premio di maggioranza che è stato bocciato nel dicembre 2013 dalla Corte Costituzionale, legge che ha poi cambiato nome in Consultellum. 

 

Mettendo da parte per un momento le differenze tra le leggi elettorali che regolano l’elezione per le due Camere, quindi la differenza sulle soglie di sbarramento,  la presenza di coalizioni ammesse al Senato ma non alla Camera, anche in questa ipotesi, analizzando alle simulazioni di Scenari Politici, l’unica compagine in grado di votare la fiducia a un governo dovrebbe essere  composta da Partito Democratico (112), Forza Italia (44), Alleanza Popolare (5), Südtiroler Volkspartei. (3), per un totale di 164 seggi con la soglia di maggioranza fissata a 158 scranni. Al Senato di fatto, le larghissime intese garantirebbero un margine di sicurezza ben più ampio e stabile rispetto alla Camera dei Deputati.

 

Non vi sono soluzioni,  anche un’ipotetica alleanza post-elettorale tra tutte le forze antisistema, con Movimento 5 Stelle (96), Lega Nord (36), Fratelli d’Italia (9) e altri di centrodestra raggiungerebbe la soglia di 146 seggi al Senato. Che non bastano. E se il Partito Democratico ha intenzione di tener fede alle condizioni che ha posto, non resta molto tempo alle forze politiche per raggiungere un accordo. In caso contrario sono a portata di mano solo le larghissime, intese .

 

 

 

 




La Corte Costituzionale : Italicum bocciato il ballottaggio e salvo il premio di maggioranza. “Legge già applicabile”

Conclusa la Camera di Consiglio i giudici della Corte Costituzionale hanno finalmente preso la  decisione sull’ Italicum . I lavori si  sono aperti  questa mattina alle 9:30  .I 13 giudici (assente Alessandro Criscuolo, mentre Giuseppe Frigo si è dimesso lo scorso novembre) avevano già iniziato ieri pomeriggio il loro esame, subito dopo aver chiuso l’udienza pubblica, poi si sono aggiornati a questa mattina. Relatore della causa è stato il giudice Nicolò Zanon.

La Consulta ha bocciato il ballottaggio e salvato il premio di maggioranza. No anche ai capilista bloccati e alle pluricandidature. Sul premio di maggioranza, dunque, la Corte ha dichiarato non fondata la questione di legittimità. Sono le attese decisioni dei giudici della Corte Costituzionale. Che, aggiungono, con questa sentenza “la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione“. Si potrebbe, quindi anche votare subito. Quindi il premio di maggioranza per il partito che ottiene il 40% dei voti è legittimo.

La Corte – riferisce una nota della Consulta ha respinto le eccezioni di inammissibilità proposte dall’Avvocatura generale dello Stato. Ha inoltre ritenuto inammissibile la richiesta delle parti di sollevare di fronte a se stessa la questione sulla costituzionalità del procedimento di formazione della legge elettorale, ed è quindi passata all’esame delle singole questioni sollevate dai giudici”.

Nel merito, “ha rigettato la questione di costituzionalità relativa alla previsione del premio di maggioranza al primo turno e ha invece accolto le questioni relative al turno di ballottaggio, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che lo prevedono”  Inoltre, “ha accolto la questione relativa alla disposizione che consentiva al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione. A seguito di questa dichiarazione di incostituzionalità, sopravvive comunque, allo stato, il criterio residuale del sorteggio». Infine, ha dichiarato «inammissibili o non fondate tutte le altre questioni”.

Dunque, in base alla decisione della Consulta “all’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione“.

Questo il comunicato integrale della Corte Costituzionale dopo l’esame dell’Italicum:

“Oggi, 25 gennaio 2017, la Corte costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale della legge elettorale n. 52 del 2015 (c.d. Italicum), sollevate da cinque diversi Tribunali ordinari. La Corte ha respinto le eccezioni di inammissibilità proposte dall’Avvocatura generale dello Stato. Ha inoltre ritenuto inammissibile la richiesta delle parti di sollevare di fronte a se stessa la questione sulla costituzionalità del procedimento di formazione della legge elettorale, ed è quindi passata all’esame delle singole questioni sollevate dai giudici.

 Nel merito – prosegue la Corte – ha rigettato la questione di costituzionalità relativa alla previsione del premio di maggioranza al primo turno, sollevata dal Tribunale di Genova, e ha invece accolto le questioni, sollevate dai Tribunali di Torino, Perugia, Trieste e Genova, relative al turno di ballottaggio, dichiarando l’illegittimità costituzionale delle disposizioni che lo prevedono.

Ha inoltre accolto la questione, sollevata dagli stessi Tribunali, relativa alla disposizione che consentiva al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione. A seguito di questa dichiarazione di incostituzionalità, sopravvive comunque, allo stato, il criterio residuale del sorteggio previsto dall’ultimo periodo, non censurato nelle ordinanze di rimessione, dell’art. 85 del d.p.r n. 361 del 1957. Ha dichiarato inammissibili o non fondate tutte le altre questioni.

All’esito della sentenza – conclude la Consulta – la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione”.

Questi i punti sui quali si è pronunciata la Consulta:

Stop al ballottaggio, ok a premio di maggioranza – La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo il ballottaggio previsto dall’Italicum, la legge elettorale in vigore dal luglio 2016 ‘impugnata’ da un pool di legali in qualità di cittadini elettori. E’ stato invece giudicato legittimo il premio di maggioranza che la legge attribuisce al partito che supera il 40% dei voti.

Non opzione ma sorteggio per capolista eletto in più collegi La Corte Costituzionale ha dichiarato illegittima la disposizione dell’Italicum che consentiva al capolista eletto in più collegi di scegliere a sua discrezione il proprio collegio d’elezione.

Bocciata la possibilità di opzione per il capolista eletto in più collegi, residua il criterio del sorteggio. E’ quanto ha deciso la Corte Costituzionale sull’Italicum.A seguito di questa dichiarazione di incostituzionalità, sopravvive comunque, allo stato, il criterio residuale del sorteggio previsto dall’ultimo periodo, non censurato nelle ordinanze di rimessione”.

A promuovere i ricorsi era stato un pool di avvocati: tra loro Felice Besostri, che fu già al centro dell’azione contro il “Porcellum“, successivamente dichiarato incostituzionale.H anno parlato gli avvocati anti-Italicum ed a seguire l’avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri, che ha il compito di difendere l’Italicum per conto della Presidenza del Consiglio. La decisione sarà presa dopo la camera di consiglio a porte chiuse dei giudici.

Il ballottaggio era l’aspetto più esposto dell’Italicum. L’avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri, nella sua difesa della legge, ha dichiarato che “la Costituzione non lo vieta” ed è uno strumento adottato in altri Paesi e anche da noi per i sindaci. Ma in realtà resta un meccanismo tarato su sistemi presidenziali e semi-presidenziali che scelgono direttamente il capo del governo, mentre in quelli parlamentari puri non si giustifica ed è disallineato. Proprio questa potrebbe essere l’argomentazione che condurrà la Corte per dichiararlo incostituzionale in rapporto all’Italicum. Non dovrebbe invece essere toccato il premio di maggioranza, che i ricorrenti chiedono di eliminare. La sentenza con cui nel 2014 la Consulta bocciò il Porcellum, lo eliminò perché non era agganciato a una soglia di voti: nell’Italicum la soglia c’è ed è del 40%. Del resto uno dei legali-ricorrenti afferma che un mantenimento del premio lo lascerebbe del tutto insoddisfatto, ma poi si lascia sfuggire che dalla Corte “spera il meglio, ma teme il peggio“.

L’ Italicum prevedeva inizialmente un sistema proporzionale a doppio turno a correzione maggioritaria, con premio di maggioranza, una soglia di sbarramento al 3% e 100 collegi plurinominali con capilista bloccati. Quattro i punti cruciali dei quali dovrà occuparsi la Consulta, che nella seconda metà di febbraio dovrebbe depositare le motivazioni. E’ probabile che la Corte si rimetta al Parlamento, che potrebbe impiegare almeno due mesi per varare una nuova legge elettorale.

Questi di seguito erano i quattro nodi su cui la Consulta è stata chiamata a decidere:

IL PREMIO DI MAGGIORANZA – La lista (e non più la coalizione) in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno ottiene il premio di maggioranza di 340 seggi.

IL DOPPIO TURNO – Il premio viene assegnato al primo turno se una lista ottiene almeno il 40% dei voti. In caso contrario, le prime due vanno al ballottaggio.

LE CANDIDATURE MULTIPLE – Un aspirante candidato può essere contemporaneamente capolista in più collegi, fino a un massimo di 10. Se un candidato vince in più collegi può optare per un collegio piuttosto che per un altro.

I CAPILISTA BLOCCATI – Il Paese è diviso in 100 collegi, che eleggono ciascuno da 3 a 9 deputati. In ogni collegio i partiti presentano le liste: per ciascuna formazione il capolista è bloccato, gli altri sono eletti con le preferenze.

I commenti a caldo.

Gi avvocati

“Un buon risultato anche se si poteva fare di più”. Questo, da Torino, il commento ‘a caldo’ di Roberto Lamacchia, uno degli avvocati del comitato che ha convinto il tribunale del capoluogo piemontese a rivolgersi alla Corte Costituzionale per un vaglio dell’ Italicum. “Ha prevalso – spiega Lamacchia – il concetto del valore della rappresentanza dei cittadini e l’importanza del loro voto. Forse si è persa l’occasione per affossare definitivamente una legge che a nostro avviso era antidemocratica. Ma tutto sommato è un risultato positivo“.

La sentenza della Consulta ha adottato la soluzione del minimo indispensabile piuttosto che quella del massimo possibile”. Questo il commento a caldo dell’avvocato Enzo Palumbo, uno dei legali ‘anti Italicum‘, sulla decisione della Corte costituzionale sulle questioni di legittimità della legge elettorale.

La politica

Meloni: “Non ci sono più scuse. Al voto subito”

Ora che abbiamo anche una legge elettorale non ci sono più scuse: sabato 28 gennaio tutti in piazza a Roma per chiedere elezioni subito”.  ha dichiarato Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia.

Grillo: “Voto subito. Non faremo alleanze con nessuno”

Non ci sono più scuse. La Corte Costituzionale ha tolto il ballottaggio, ma ha lasciato il premio di maggioranza alla lista al 40%. Questo è il nostro obbiettivo per poter governare. Ci presenteremo agli elettori come sempre senza fare alleanze con nessuno. Voto subito“. Il commento di Beppe Grillo, leader del Movimento 5 Stelle

Letta: « Fatto bene a votare contro mio partito, doloroso atto»

Ho avuto conferma di aver fatto bene,contro il mio partito,a votare contro #Italicum. Ultimo doloroso atto prima di dimettermi dalla Camera”.  ha commentato Enrico Letta , ex presidente del Consiglio

Rosato: “Si può andare a votare subito”

Si sono create le condizioni per andare a votare subito. Noi rilanciamo con forza la possibilità di convergere sul Mattarellum. Non è una questione di tempo, serve una disponibilità politica vera. Noi restiamo sul Mattarellum, altrimenti c’è il `Consultellum´. Non c’è stata una bocciatura dell’Italicum, l’impianto resta“. ha dichiarato Ettore Rosato, capogruppo del Pd alla Camera.

Gasparri: “Ora legge analoga per Senato”

La Consulta si è espressa, ora è necessario fare una legge elettorale per il Senato analoga a quella della Camera” . ha detto Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia




Diretta dal Quirinale. Il presidente Mattarella inizia le consultazioni

Come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella intenda creare le condizioni politiche per la formazione di un nuovo Governo  è ancora tutto da stabilire.  E’ necessario infatti, formare un governo entro il 15 dicembre, che sia  quindi pronto per poter affrontare il Consiglio europeo che si terrà a Bruxelles lo  stesso giorno.  La prima scelta di Mattarella, sarebbe quella di un reincarico un governo istituzionale a Renzi e quello delle larghe intese. Da non escludere anche la possibilità del rinvio alle Camere di Matteo Renzi. Ma per tutte queste ipotesi rapide e veloci  la decisione finale spetta proprio al premier  dimissionario Renzi .

 

 

Cambio dell’ultima ora con la Lega Nord che salirà al Colle venerdì alle 19  invece di sabato alle 10.30 come precedentemente previsto insieme alla delegazione dei gruppi parlamentari minori. Annunciata l’assenza del segretario del Carroccio Matteo Salvini  che conferma la distanza del leghista dal capo dello Stato. Sabato invece si entrerà nel vivo con gli incontri con le forze politiche maggiori e più rappresentative.

I tempi sono quindi strettissimi e viene assolutamente  esclusa l’ipotesi del solo passaggio parlamentare per confermare o meno la fiducia, il futuro o rigenerato premier di fatto si recherebbe  al Consiglio europeo dopo aver giurato al Quirinale, ma senza la verifica dinnanzi alla  Camera ed al  Senato.Oltre al Presidente del consiglioRenzi , gli altri nomi accreditati per poter affrontare da “premier” il tavolo dei  27 premier a Bruxelles sarebbero l’attuale ministro dell’ economia Pier Carlo Padoan ed il ministro degli esteri Paolo Gentiloni.  Il presidente Mattarella dovrebbe comunque decidere entro la giornata di  lunedì, e non è esclusa al cento per cento anche la giornata di domenica secondo quanto riferiscono fonti accreditate dal Colle . Oggi  le consultazioni del presidente della Repubblica nello studio alla Vetrata si sono aperte ufficialmente con i colloqui con le alte cariche dello Stato a cui hanno fatto seguito il presidente del Senato Pietro Grasso e  quello Camera,  Laura Boldrini, e per concludere l’ex presidente emerito della Republica Giorgio Napolitano il quale all’uscita non ha fatto nessuna dichiarazione limitandosi ad un “buona sera e buon lavoro” rivolto ai giornalisti e fotografi presenti.

Renzi deve tenere presente che il Capo dello Stato intende svolgere senza interferenze il suo ruolo. Renzi lo ha capito molto bene ed infatti, da Pontassieve, ieri ha tenuto a far sapere che “Col Quirinale c’è un patto di ferro”. Ma il premier dimissionario deve fare i conti soprattutto con una novità delle ultime ore, che temeva e della quale lui stesso non ha ancora tutto molto chiaro. Infatti all’interno del Pd è in atto un autentico e vero maremoto . Una tempesta interna che per effetto di una doppia novità va a ridisegnare la geografia e gli equilibri nelle correnti del partito.

La prima novità è che una parte della maggioranzarenziana”  cioè la corrente che fa a capo a Dario Franceschini e quella del Guardasigilli Andrea Orlando – si sono “smarcate” rompendo politicamente con il segretario-presidente Renzi. Si tratta di una rottura significativa in quanto entrambe le due componenti hanno una massiccia presenza nei gruppi parlamentari, al punto tale  che  entrambi i capigruppo, quello dei deputati Ettore Rosato e quello dei senatori Luigi Zanda sono “franceschiniani”.

La seconda novità è la più pericolosa per Renzi: secondo fonti bene informate sulle manovre in corso  l’accoppiata Franceschini-Orlando in queste ore avrebbe stabilito  con la minoranza che fa capo a Pier Luigi Bersani un patto di consultazione ed anche, questa la vera “sorpresa”, con Massimo D’Alema, molto attivo nella cucitura degli accordi in corso. Una vera e propria sorpresa perché le due maggiori personalità della sinistra Pd, Bersani e D’Alema, da anni ormai  avevano rotto politicamente. E’ quindi ancora presto per capire se il nuovo asse di centro-sinistra abbia realmente i numeri per mettere in minoranza Renzi. anche perchè per il momento tutto si decide all’interno della Direzione del Pd, che  Renzi infatti durante la crisi di governo ha voluto in seduta permanente, indicandola quindi a “organo deliberante” .

Il Ministro della Cultura Dario Franceschini, ormai tagliato fuori dalla corsa per Palazzo Chigi, con un tweet ironico ha commentato le voci circolanti su un suo presunto accordo con Forza Italia.

Più in movimento gli equilibri nei gruppi parlamentari. La componente di Franceschini  che riunisce in prevalenza gli ex-popolari, ma anche esponenti ex DS come Piero Fassino e la ministra Roberta Pinotti al momento conta su circa una novantina di deputati sui 301 del gruppo alla Camera, ai quali vanno aggiunti i deputati vicino ad Orlando , in tutto una una quindicina, e quelli delle minoranza che arrivano a venticinque. Quindi facendo quattro conti si arriva a stento a a 140 deputati, quindi ne mancherebbero ancora una decina per poter superare la quota non soltanto simbolica del 50%. Al Senato gli equilibri sono pressochè identici in quanto Matteo Orfini e il ministro Maurizio Martina sono ancora schierati con Renzi  .

La vera partita per il nuovo Governo si giocherà  nel pomeriggio a partire dalle 16 quando a varcare il portone del Quirinale sarà Silvio Berlusconi che porta con se la promessa fatta proprio a Mattarella che il suo partito sarà “responsabile”, su quanto però ancora non è stata sciolta la riserva. La linea di Forza Italia rimane immutata, salvo stravolgimenti dell’ultima ora, che però con Berlusconi non sono mai escludere: il Pd faccia una proposta, basta che non ci sia Renzi. Sempre sabato 10 dicembre alle ore 17  sarà il turno  del Movimento 5 Stelle, che senza avere i voti necessari si candida ancora una volta al governo del Paese e che vuole andare al voto subito con l’Italicum “rivisitato” dopo averlo in realtà a lungo contestato ed osteggiato. Poi alle 18 il turno del  Partito democratico. È da questo incontro che Mattarella si aspetta una proposta oltre che una linea attorno alla quale si posa trovare la massima convergenza per una maggioranza parlamentare solida e duratura sino al termine del mandato elettorale.

Il presidente del Consiglio dimissionario Matteo Renzi è rientrato oggi a Roma dopo aver passato qualche ora con la sua famiglia a Pontassieve in Toscana.  A metà mattinata è arrivato a Palazzo Chigi  il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

In due giorni sfileranno al Quirinale in tutto ben 26 gruppi per un totale di 12 ore effettive di colloqui: ogni formazione ha un tempo medio a disposizione venti minuti, al massimo mezz’ora per quelli più importanti. Oggi è il turno dei “peones, cioè i rappresentanti dei partiti minori compresi nella grande famiglia dei Gruppi misti di Camera e Senato. Una vera e propria processione di sigle, alcune molte fantasiose e “creative”…., come Civici e innovatori  che ha riunito superstiti montiani di Scelta civica che si sono opposti alla fusione con il gruppo  Ala di Denis Verdini),  quindi Fare! il movimento guidato dall’ex leghista Flavio Tosi, che ha riunito quel che resta del semi-clandestino Partito repubblicano italiano di Matteo Bragantini,  quindi Democrazia solidale-Centro democratico il gruppo guidato da Bruno Tabacci.

Fra i gruppi a colloquio con Mattarella anche  anche Alternativa Libera-Possibile guidato da Pippo Civati (ex Pd)  e l’ex grillino Massimo Artini ed  il Movimento partito pensiero e azione (Ppa Moderati), guidato da pressochè semisconosciuto Antonio Piarulli. Convocato anche anche il gruppo di Renata Bueno, la prima deputata brasiliana eletta nel Parlamento italiano, a capo di Usei (Unione sudamericana emigrati), formazione che si è presentata anche in Sudamerica ed in cui militano anche altre personalità come Eugenia Roccella la pasionaria del “Family day” , che fa parte di Idea, componente del gruppo Gal (Grandi autonomie e libertà) al Senato guidato da Carlo Giovanardi e Gaetano Quagliariello ed alleato con Usei.

Presenza storica, poi, quella della Südtiroler Volkspartei (SVp) guidata da Karl Zeller, che rappresenta i tedeschi della Provincia autonoma di Bolzano. Dal tedesco si passa poi al francese della Minoranza linguistica della Val d’Aosta, divisi in varie sigle e guidati dal deputato Rudi Marguerettaz e il senatore Albert Laniece. Unico volto più noto della giornata di oggi è quello di Giorgia Meloni, che questo pomeriggio salirà al Colle guidando la rappresentanza di Fratelli d’Italia assieme a Ignazio La Russa e al capogruppo alla Camera Fabio Rampelli.

Questo l’ elenco degli incontri in agenda per oggi, venerdì 12 dicembre

Ore 10,00 – Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica;

CdG Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica

Gruppo parlamentare Misto del Senato della Repubblica

Ore 10,25 – Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

CdG Pino Pisicchio, Gruppo Misto della Camera

Pino Pisicchio, Gruppo Misto della Camera

 

Gruppo Misto, Pisicchio: “Governo subito, proposta venga da Pd”

Il governo sia fatto presto e cominci da subito a operare per il bene del Paese”. Pino Pisicchio, capogruppo del Gruppo misto della Camera, al termine delle consultazioni al Quirinale spiega che i deputati da lui rappresentati e che non fanno parte di componenti ricevute distintamente ritengono che serva un governo “presto, che non abbia qualificazioni ‘a termine’ o ‘di scopo’ ma sia un governo impegnato a risolvere i problemi concreti del Paese, e la proposta la deve fare il Pd“.

 

Ore 10,45 – Rappresentanza parlamentare della Suedtiroler Volkspartei;

CdG Minoranza linguistica della Valle d'Aosta

Franco Marguerettaz e Albert Laniece, Minoranza linguistica della Valle d’Aosta

Ore 11,05 – Rappresentanza parlamentare della minoranza linguistica della Valle d’Aosta;

Daniel Alfreider e Hans Berger

Ore 11,25 – Esponente della componente Alternativa Libera Possibile (AL-P) del Gruppo Misto della Camera dei Deputati;

Giuseppe Civati e Massimo Artini, Alternativa Libera Possibile

Civati: “No al Renzi bis, su legge elettorale discuta Parlamento”

No a un nuovo Governo Renzi, la pausa di riflessione mi sembra durata troppo poco. Questo Paese, dopo tre anni di riforme bocciate, deve avere una legge elettorale che dia il potere ai cittadini.“. Lo ha detto Giuseppe Civati, deputato di Alternativa libera – Possibile, lasciando il Quirinale. “Non vogliamo – ha ribadito – un Governo che imponga una legge elettorale, come quello precedente, mettendo la fiducia. Vogliamo un Parlamento che sia messo in condizione di discutere. Sul nome che guiderà questo Governo deciderà Mattarella. La  maggioranza è la stessa, è chiaro che senza Pd non si può fare nulla. Sarà responsabilità del Pd indicare una strada”.

Ore 11,45 – Esponente della componente UDC del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

 

Rocco Buttiglione, componente Udc Gruppo Misto della Camera

Buttiglione: “Ora grande coalizione, ok Governo decantazione”

Per la seconda volta il popolo ha bocciato la grande riforma e contemporaneamente il sistema maggioritario: ora serve una legge proporzionale, la prossima legislatura deve essere quella della grande coalizione tra la sinistra democratica e i partiti che fanno riferimento al Ppe in Italia. Su questo lancio un appello a Silvio Berlusconi“. Lo afferma l’ex ministro Rocco Buttiglione, come rappresentante dell’Udc, al termine dell’incontro con Sergio Mattarella al Quirinale che aggiunge: “Siamo disponibili a sostenere un governo che abbia una funzione di decantazione: completi le riforme e faccia la riforma elettorale“.

Ore 12,05 – Esponente della componente Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI-IDEA) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Renata Bueno, esponente della componente Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI-IDEA) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Bueno (Usei): “Pronti a un governo ampio

L’Unione sudamericana emigrati italiani è pronta a sostenere “un governo ampio e composto da tutti” e ritiene “essenziale la riforma della legge elettorale”. Lo ha affermato la deputata Renata Bueno al termine del colloquio al Quirinale con il Presidente della Repubblica.

Ore 12,25 – Esponente della componente FARE!-PRI del Gruppo Misto della Camera dei Deputati;

Flavio Tosi, esponente del FARE!-PRI del Gruppo Misto della Camera

Tosi: “Ok reincarico, serve figura caratura internazionale”

Va fatta una legge eletttorale al più presto con un governo breve. Quindi legge elettorale subito: si può fare anche prima del pronunciamento della Consulta. Il reincarico va in questo senso, serve però  una figura di caratura internazionale“. Così Flavio Tosi, sindaco di Verona e leader del movimento Fare!, dopo le consultazioni al Quirinale.

 

Ore 12,45 – Esponente della componente Movimento Partito Pensiero e azione (PPA-Moderati) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Aniello Formisano e Michelino Davico, del Movimento Partito Pensiero e azione (PPA-Moderati) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Formisano: “Volontà di Mattarella è soluzione rapida”

Il presidente Mattarella “ci ha confermato che ha volontà di risolvere in tempi rapidi questa crisi“.Lo ha riferito Nello Formisano, al termine delle consultazioni al Quirinale. L’esponente di Ppa alla Camera ha anche riferito che Mattarella “ha confermato che sta lavorando per trovare una maggioranza quanto più ampia possibile”.

Ore 13,05 – Esponente della componente Partito Socialista Italiano (PSI)-Liberali per l’Italia (PLI) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati;

Pia Elda Locatelli e Riccardo Nencini,  Partito Socialista Italiano (PSI)-Liberali per l’Italia (PLI) del Gruppo parlamentare Misto della Camera

Psi: “Governo di responsabilità, non escludere Renzi bis

Noi abbiamo prospettato al presidente della Repubblica più soluzioni, prediligendo un Governo di scopo e di responsabilità, corale“. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario nazionale del Psi, dopo le consultazioni con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Ore 16,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale (FDI) della Camera dei Deputati;

Giorgia Meloni a nome di Fratelli d’Italia ha chiesto subito una «nuova legge elettorale e voto al più tardi entro marzo» ribadendo l’indisponibilità «a sostenere il quarto governo consecutivo senza elezioni».

Ore 16,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Democrazia Solidale – Centro Democratico (DeS-CD) della Camera dei Deputati;

Lucio Romano, del Gruppo parlamentare Democrazia Solidale – Centro Democratico (DeS-CD) della Camera dei Deputati

Dellai: “Serve governo con pienezza funzioni”

Chiediamo un governo nella pienezza delle sue funzioni che accompagni il lavoro del Parlamento per la stesura della nuova legge elettorale” e “che si faccia carico dei prossimi appuntamenti internazionali“. Lo ha detto Lorenzo Dellai, presidente del gruppo parlamentare di Democrazia solidale – Centro democratico, al termine dell’incontro con il Presidente della Repubblica. “Credo che la maggioranza che ha sostenuto Renzi – ha aggiunto – non possa esimersi dall’assumersi tutte le sue responsabilità“.

Ore 17,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Grandi Autonomie e Libertà (Grande Sud, Popolari per l’Italia, Moderati, Idea, Alternativa per l’Italia, Euro-Exit, M.P.L.-Movimento Politico Libertas) del Senato della Repubblica;

Mario Ferrara, Grande Sud

Ore 17,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Civici e Innovatori (CI) della Camera dei Deputati;

Giovanni Monchiero, Giovanni Palladino, Bruno Molea e Alberto Bombasse, Gruppo parlamentare Civici e Innovatori (CI) della Camera dei Deputati

Civici e innovatori: “Serve legge elettorale con ampio consenso”

Serve una “legge elettorale frutto dell’intervento del Parlamento, che dovrà tenere conto delle decisioni della Consulta, elaborando una proposta che raccolga il più ampio consenso possibile. Per fare questo serve dare vita a un governo, per il quale i confini siano più larghi rispetto alla maggioranza che lo ha sostenuto finora”. Lo ha detto Giovanni Monchiero, presidente del gruppo Civici e innovatori alla Camera, al termine delle consultazioni con il capo dello Stato. “E’ auspicabile che il governo lavori, nei pochi mesi che ci separano dal ritorno alle elezioni, con una concordia superiore a quella degli ultimi mesi – ha aggiunto –. Serve una guida autorevole e seria, per ritrovare un rapporto più trasparente con la cittadinanza”.

Ore 18,00 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Per le Autonomie (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE del Senato della Repubblica;

Karl Zeller, Vittorio Fravezzi, Franco Panizza. Gruppo parlamentare (SVP-UV-PATT-UPT)-PSI-MAIE del Senato della Repubblica

Ore 18,30 – Rappresentanza del Gruppo parlamentare Conservatori e Riformisti (CR) del Senato della Repubblica ed esponente della componente Conservatori e Riformisti (CR) del Gruppo parlamentare Misto della Camera dei Deputati.

Ore 19 – Rappresentanza del gruppo parlamentare Lega Nord e Autonomie del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati.

Giancarlo Giorgetti, Rappresentanza del Gruppo Lega Nord e Autonomie (LNA)

Lega, al voto il prima possibile

 Suggerisco a Berlusconi di non compiere passi del genere“. Così Giancarlo Giorgetti della Lega risponde a chi, al Quirinale gli ha chiesto se pensi che Silvio Berlusconi possa aprire un governo Gentiloni. Abbiamo parlato con Berlusconi e Meloni e altri. Non mi sembra sia questo l’orientamento. Pensiamo che il popolo sia sovrano e debba potersi esprimere con il voto. Suggerisco a Berlusconi di non compiere passi del genere“, ha detto l’esponente del Carroccio. “Il popolo vuole votare e non gradisce Renzi presidente del Consiglio. Si deve andare al voto il prima possibile“. Giorgetti della Lega al termine delle consultazioni al Quirinale ha sottolineato che “questa è la posizione che emerge dal referendum”. “Non ci interessa la legge elettorale. Basta che si voti il prima possibile. Ci sono leggi già usate che in un sol giorno possono essere reinserite nell’ordinamento“, conclude Giorgetti.

 

(in fase di aggiornamento)




Buon voto a tutti !

di Michele Santoro

Non smetterò di ragionare. Né mi fermeranno gli insulti. Ho parlato al telefono con Massimo Bottura, lo chef italiano al primo posto nel mondo. Era terrorizzato dalla violenza che si è scatenata sul Web dopo la sua dichiarazione di voto per il . Oltre ai soliti riferimenti ai soldi, ha ricevuto minacce tipo “ti veniamo a prendere sotto casa”. È ignobile.

A me tocca l’accusa di essermi “venduto”, naturalmente senza indicare quando, come e perché. Ho invitato Grillo e Carla Ruocco a venire a controllare di persona i nostri conti. Non lo hanno fatto. Quindi non saprete mai la verità su di me. Ma sappiamo di sicuro che loro sono dei vigliacchi, peraltro coinvolti in quella cloaca massima delle accuse che è il sito TzeTze. Insultare gratuitamente chi non la pensa come te è, fra l’altro, un’offesa alla Costituzione che considera sacra la libertà d’opinione. Julie Conegliaro parla di “presidenzialismo” a proposito della riforma Boschi che, a suo dire, avrebbe portato a termine l’opera di Gelli e di Berlusconi. E mi rinfaccia, dopo aver avversato la P2, di aver cambiato radicalmente idea.

schermata-2016-12-04-alle-12-34-41Purtroppo per lui, anche i più accaniti critici della riforma evitano di definirla presidenzialista. Il Presidente del Consiglio, nel caso la riforma venisse approvata, riceverà la fiducia dalla Camera dei Deputati, e non per elezione diretta; e la Camera dei Deputati potrà togliergliela quando lo riterrà necessario, come avviene in una democrazia parlamentare. In realtà a difendere la Costituzione così com’è, oltre a una schiera di prestigiosi costituzionalisti, di artisti e giornalisti, c’è un mare di gente che nei valori fondamentali che professa non ci crede. Il ripudio del razzismo, l’avversione per il fascismo e la fiducia nella democrazia rappresentativa non mi sembrano cavalli di battaglia di Salvini, della Meloni e di Grillo. Saranno loro determinanti quando si tratterà di tradurre in politica l’esito del referendum.

Liberi di pensare che basterà togliere di mezzo Renzi per aprire la strada a un futuro radioso. Io non lo penso. E aspetto che i Cinque Stelle ci dicano cosa faranno dopo l’eventuale vittoria del No. Alcuni di voi non lo ritengono necessario e giustificano il loro silenzio, insulti e calunnie a parte. Ho sentito Di Maio dichiarare che loro una proposta di legge elettorale ce l’hanno e sono pronti a presentarla. Ma se gli altri non fossero disponibili a votarla, loro si siederanno con gli altri partiti per trovare una soluzione?

Poi ci sono i pentiti di aver votato a sinistra che mi considerano un nostalgico, come se mi fossi innamorato di Sofia Loren 50 anni fa e non mi facessi una ragione del fatto che la sua bellezza è sfiorita, mentre, sottinteso, apparivano sulla scena i grandi seduttori Di Battista, Di Maio, Meloni e Salvini. Io non ne subisco il fascino ma li aspetto alla prova dei fatti. Li trovo preparatissimi a parlare di scrofe ferite ma incapaci di farci comprendere quali bestie si propongono di allevare in alternativa. A meno che la Raggi, oltre a sfoggiare un inglese perfetto, stia rivoltando Roma come un calzino senza che me ne sia accorto. Intanto non capisco di quale incoerenza sarei colpevole. Berlusconi vota NO, ma chiunque conosca veramente la mia storia sa che sono stato sempre favorevole a cambiare la seconda parte della Costituzione, che non nei principi fondamentali ma nella parte attuativa risente di essere nata quando c’era ancora l’Unione Sovietica e la principale forza d’opposizione non era legittimata a governare. Quindi la necessità di percorsi più tortuosi per legiferare serviva anche a tener conto del Partito Comunista Italiano. Il bicameralismo perfetto oggi indebolisce i governi in carica, li costringe a defatiganti negoziazioni e alla decretazione d’urgenza, che non è il modo migliore per tener conto del Parlamento.

Le mie trasmissioni in passato raramente hanno potuto contare sulla sinistra, dalla quale non sono mai stato premiato. Invece hanno dato voce al movimento referendario di Mario Segni e Marco Pannella che imposero il superamento del perverso sistema delle preferenze a cui era molto affezionata la mafia. Riguardo alle regole fondamentali su cui si basa una società e alla lotta alla criminalità non ho mai distinto tra destra e sinistra ma tra battaglie giuste e sbagliate. Dunque distinguere i poteri del Senato da quelli della Camera non è sbagliato, non è sbagliato avere un Senato che non sia eletto alla stessa esatta maniera della Camera. Se avessero la stessa fonte di legittimazione non si potrebbe lasciare soltanto ai deputati il potere di dare e togliere la fiducia al governo. Ma ho sempre avversato l’Italicum perché pretendo di essere io a scegliere chi mi deve rappresentare.

Renzi ha compiuto errori abissali, ha personalizzato questa campagna oltre ogni limite, ma si è impegnato a cambiare la legge elettorale con un consenso ampio. Mi auguro che si scelga la strada dei collegi uninominali dove si possa scegliere il candidato migliore per rappresentare un territorio. Se Renzi dovesse vincere non ci saranno dittature ma libere elezioni. Il Movimento Cinque Stelle, Berlusconi e Salvini potranno batterlo con un programma credibile. Se invece perderà non sappiamo cosa accadrà perché nessuno ha voluto dircelo. Si tratta di scegliere, non tra l’abisso o il fallimento delle banche, e la continuità senza scosse, ma di decidere per quale strada la nostra democrazia possa uscire più forte e autorevole. Grillo vuole che votiate con la pancia, con la rabbia, col disprezzo per i vostri avversari, io vi auguro di votare con la testa. Come farò io. In modo da poter controllare successivamente l’esito del vostro voto e comprendere se avete sbagliato o avete visto giusto.

In alternativa sarebbe meglio votare col culo, lanciando in aria una monetina, così almeno potremo prendercela con la cattiva sorte. Buon voto a tutti!




Referendum costituzionale: una guida “giornalistica” al voto

Quando si voterà?

Si voterà il 4 dicembre 2016, in un giorno solo, dalle 7 alle 23. A differenza dei referendum abrogativi (come quello recentemente,fallito, sulle Trivelle) per il referendum costituzionale non è previsto un quorum. Possono votare tutti i cittadini maggiorenni. In ogni caso, quindi, sia se andiate o meno a votare il prossimo 4 dicembre, una decisione verrà comunque presa: il risultato sarà valido qualunque sia la partecipazione al voto.

 

Su quale quesito?

CdG quesito referendumIl quesito del referendum del 4 dicembre ha già superato un ricorso presentato dal Movimento 5 stelle e da Sinistra Italiana ed anche quello di Valerio Onida l’ex presidente della Corte Costituzionale . Il testo, dunque, sarà anche favorevole al governo, ma è corretto. È stato cioè scritto rispettando la legge 352 del 25 maggio 1970  che, all’articolo 16, prevede e stabilisce che il quesito, in caso di referendum costituzionale, debba citare l’elenco degli articoli modificati (che in questo caso sono molti) oppure il nome della legge.
Se la maggioranza è quindi stata furba, lo è stata al momento di presentazione della legge, quando ha scelto un titolo ammiccante, puntato sulle “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, formulazione riportata esattamente parola per parola  sulla scheda .

Chi ha votato la riforma?

I gruppi politici che hanno sostenuto la “riforma Boschi” sono il Partito Democratico, Area popolare, Centro democratico (il partito di Bruno Tabacci) e Civici e innovatori, che è l’ultima trasformazione di Scelta Civica. Hanno votato a favore anche 23 parlamentari del Gruppo misto, tra cui i deputati di Ala, il gruppo scissionista di Forza Italia guidata da Denis Verdini.Questo, almeno, è stato al momento dell’ultimo voto dato dalla Camera, per la seconda lettura conforme. Il 12 aprile 2016,  a due anni esatti dalla sua presentazione in Senato, 15 aprile 2014 – la Camera ha infatti approvato la riforma con 361 sì, 7 no mentre il resto dei contrari sono usciti dall’aula.

CdG patto nazareno

Non è però sempre stato così, cosa che dal comitato del Sì non smettono di ricordare, accusando di incoerenza e calcolo politico chi ha cambiato idea nel corso delle votazioni. Forza Italia, ad esempio, votava compatta le prime versioni della legge, frutto – successivamente modificato – del “Patto del Nazareno“: alla prima votazione in Senato infatti furono 40 i SI dei senatori del partito di Silvio Berlusconi.

Ma il Parlamento era legittimato a modificare la Carta?

È uno degli argomenti più virali del comitato del No: secondo i quali il Parlamento italiano è un parlamento illegittimo perché incostituzionale è la legge con cui è stato eletto. In realtà Non è così. Se infatti è vero che il “Porcellum” è stato dichiarato incostituzionale (tant’è che, insieme alla riforma costituzionale il Parlamento ha approvato anche una nuova legge elettorale: l’Italicum) è vero anche che la sentenza n. 1 del 2014 della Corte ha dichiarato legittimo il Parlamento. Scrive la Corte: “Le elezioni che si sono svolte in applicazione anche delle norme elettorali dichiarate costituzionalmente illegittime costituiscono, in definitiva, e con ogni evidenza, un fatto concluso, posto che il processo di composizione delle Camere si compie con la proclamazione degli eletti”. Quindi elezioni valide, e Camere legittimate a legiferare: “Le Camere sono organi costituzionalmente necessari ed indefettibili e non possono in alcun momento cessare di esistere o perdere la capacità di deliberare“.
CdG consulta
Si può tranquillamente ovviamente discutere e dissentire eventualmente, dell’opportunità di non limitarsi all’approvazione di leggi ordinarie e di una nuova legge elettorale, lasciando le riforme costituzionali ad un prossimo Parlamento, magari eletto, questa volta, rispettando – come invita la sentenza della Corte – i principi costituzionali, senza cioè “una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica”.

Ma quali sono le principali novità?

La riforma modifica le competenze e la composizione del Senato, non abolendolo, ma superando, almeno formalmente, il modello del bicameralismo paritario. Sono però moltissimi gli articoli modificati con questa riforma, che tocca quindi aspetti diversi, non tutti citati nel quesito che finirà sulla scheda. Oltre all’abolizione del Cnel e alla revisione del Titolo V (con una nuova divisione dei poteri tra Stato e regioni e l’eliminazione del riferimento alle province) si cambiano, ad esempio, anche gli istituti referendari, le leggi di iniziativa popolare, l’elezione del presidente della Repubblica e dei giudici della Corte costituzionale.
CdG aula senato repubblica

Sarà un “Senato di nominati” il nuovo Senato oppure  la “camera delle autonomie” di cui parla Renzi ?

Membri del nuovo Senato saranno 21 sindaci (uno per regione, due per il Trentino) e 74 consiglieri regionali. Ci sono poi i senatori di nomina “presidenziale”, che quindi non saranno più a vita ma dureranno in carica soltanto 7 anni. Quindi, i nuovi senatori in tutto saranno 100 e non percepiranno indennità, anche se ci sarà un rimborso spese di cui ancora non si può calcolare il costo.Non esiste, però, una legge elettorale per l’elezione del nuovo Senato. Ed è questo il motivo di tante discussioni soprattutto tra i democratici, minoranza e maggioranza del Pd. Quello che è certo è che sarà una camera eletta indirettamente. Saranno infatti i consigli regionali – dice la costituzione riscritta – a decidere chi dovrà fare avanti e indietro con Roma, “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”.

Essendo solo due gli eletti per regione, comunque, è facile prevedere che uno sarà della maggioranza e uno dell’opposizione regionale: sistema che però difficilmente si sposa con l’assetto (almeno) tripolare della politica italiana.

I consiglieri e i sindaci, diventati senatori, resteranno in carica per la durata del loro mandato locale e, pur rappresentando il loro territorio, non hanno alcun vincolo con l’istituzione d’appartenenza. Il Senato, così, cambierà spesso la sua composizione e fino al 2022 sarà formato da consiglieri e sindaci eletti senza che nessun elettore potesse immaginare di ritrovarseli – part-time – a Roma e con l’immunità.

I nuovi senatori avranno l’immunità parlamentare?

Sì. I membri del Senato non potranno esser intercettati né arrestati senza l’autorizzazione del Senato.

È vero che  il bicameralismo paritario finirà ?

Formalmente sì. Approvata la riforma, ad esempio, sarà solo la Camera ad accordare la fiducia ai Governi e palazzo Madama non avrà più voce in capitolo né sullo stato di guerra (lo decide la Camera a maggioranza assoluta) né sui trattati internazionali né sulla approvazione di provvedimenti come l’amnistia o l’indulto. Al Senato, però, restano molte competenze i cui confini, nonostante un lunghissimo e complicato articolo 70, si potranno comprendere solo una volta in vigore. Restano infatti di competenza bicamerale le leggi costituzionali, le leggi sull’elezione del senato e quelle che incidono sull’ordinamento di regioni, comuni e città metropolitane, definizione questa abbastanza larga. Il Senato, peraltro su richiesta di un terzo dei senatori, può  sempre comunque avanzare proposte di modifiche alle leggi approvate alla Camera.

Ma la “navetta” costituiva veramente un ostacolo ?

Il meccanismo della lettura conferme, che innesca la “navetta”, cioè l’andirivieni della legge tra Camera e Senato, non è certo un problema, e quando c’è un accordo politico all’origine,  non rallenta l’approvazione di una legge . Almeno questo è quanto dicono i dati. Il Parlamento ha infatti approvato molto rapidamente leggi anche controverse. Noti sono gli esempi della riforma pensionistica di Elsa Fornero, approvata in sedici giorni; del Lodo Alfano, per cui ne servirono 20; o del jobs act, con Renzi che a dicembre 2014, da marzo, aveva già superato quello che si credeva un tabù: l’articolo 18. Tutto questo è stato possibile e realizzabile con estrema velocità parlamentare in quanto  la maggioranza parlamentare – che chiaramente spesso coincidente con quella di Governo – si è mostrata compatta, anche se spesso forzata dai frequenti voti di fiducia.

La navetta è invece, sicuramente, uno strumento molto efficace nelle mani di chi vuole fermare una legge, quando si fatica già in partenza a trovare i numeri o quando la legge mette in difficoltà la maggioranza di Governo. Sapete, ad esempio, che la legge sul cognome materno non è mai stata definitivamente approvata e che il Senato la tiene ferma da più di un anno? Ecco.

Quando una maggioranza non c’è o quando il governo non si impone, dunque, tutto si complica. Ma avere una sola Camera parlamentare, non è certamente una garanzia sul fronte delle liti e dei veti. Le leggi – come già accade peraltro – potranno fermarsi o incagliarsi nelle commissioni parlamentari e quindi non arrivare mai al voto. La legge sulla Cannabis, ad esempio, – per attenersi alla recente cronaca  – è stato portata in aula, alla Camera dove i numeri sarebbero in teoria più comodi, ma subito rispedita in Commissione per non aprire fratture nella maggioranza.

Per le leggi quindi che hanno un consenso, insomma, la navetta non è un problema: nella XVII legislatura, secondo quanto certifica Openpolis, su 252 sono 50 le leggi (cioè il 19,84% del totale) per cui sono state necessarie più di due approvazioni, rallentando di conseguenza i tempi di approvazione. Le altre, banalmente, non avevano i numeri.

Come cambiano referendum e legge di iniziativa popolare?

Come detto, il referendum costituzionale è senza quorum e così rimane con la riforma. Quello abrogativo, invece, cambia. Oggi la consultazione è valida se partecipa almeno il 50 per cento dell’elettorato, cosa ormai difficile anche per le elezioni. Dopo il 4 dicembre, se vinceranno i sì, sarà uguale se il comitato promotore ha raccolto 500mila firme. Se arriva a 800mila firme, invece, il quorum scende: serve a in questo caso la maggioranza degli elettori dell’ultima tornata elettorale.

La riforma cita poi i referendum propositivi, rimandando i dettagli a una successiva legge. Sarà però più complicato presentare proposte di legge di iniziativa popolare. Oggi servono 50mila firme, ne serviranno 150mila. In cambio si promettono regolamenti parlamentari più vincolanti che portino cioè effettivamente in discussione le leggi, che generalmente finiscono in un cassetto.

Chi eleggerà il presidente della Repubblica ?

Attualmente ad oggi il presidente della Repubblica viene eletto in seduta comune da Deputati, Senatori ed i  58 delegati delle Regioni. Con la riforma, se la vedranno solo Deputati e Senatori. E se fino a all’elezione di Sergio Mattarella a capo dello Stato, per i primi tre scrutini sono serviti i due terzi, dopodichè la maggioranza assoluta degli aventi diritto, con la riforma serviranno i due terzi degli aventi diritto fino al quarto scrutinio, poi i tre quinti. Dal settimo, invece, la sfida si fa più semplice: sempre i tre quinti, ma dei votanti.

A proposito di organi di garanzia, con la riforma cambia anche l’articolo 135, quello sull’elezione della Corte Costituzionale. Mentre sino ad oggi Camera e Senato hanno eletto in seduta comune un terzo dei 15 membri, se dovesse passare il referendum tre saranno eletti dalla Camera e due dal nuovo Senato, separatamente.

Cosa si intende quando si parla di “Combinato disposto”?

È l’effetto della riforma costituzionale e dell’Italicum che, per chi ci si appella, avrebbe effetti troppo maggioritari, che preoccupano proprio pensando ai nuovi meccanismi di elezione del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale.

Ma il Governo avrà più poteri?

La riforma non tocca poteri, definizioni o competenze del governo. Ma il Governo oltre ai voti di fiducia, ormai frequentissimi, avrà un nuovo strumento, questo sì, per imporre un provvedimento al Parlamento. È stata infatti introdotta la novità del “voto a data certa”, che il Governo può richiedere su disegni di legge che reputa “essenziali” per l’attuazione del suo programma. In quel caso Camera e Senato hanno in tutto 70 giorni per approvare o respingere un provvedimento.



Referendum, Speranza ed Emiliano per il No al referendum: prove di congresso Pd

CdG emiliano_leopoldaFino a un po’ di tempo fa Michele Emiliano era ospite fisso alla Leopolda di Firenze ( vedi foto a destra) e grande sostenitore di Renzi che gli consentì ed appoggiò la candidatura ed elezione alla Presidenza della Regione Puglia. Oggi, invece, il governatore della Puglia dal palco di Foggia, ha cambiato sponda interna al Partito Democratico e dal palco dice: “sapete come voto, cioè no e che giudizio ho dato di questa riforma pessima, e stare nel Pd per me vuol dire non avere timore di dire ciò che si pensa“.

L’immagine sbiadita e’ quella di una “contro-Leopolda”, nella città simbolo della più forte depressione socio-economica del Mezzogiorno d’Italia. Emiliano, sale sul palco e corre ad abbracciare Roberto Speranza: “Ho affetto e stima per Roberto, sono venuto da Bari per lui“. E da grande venditore di parole aggiunge, davanti ad una platea preoccupata per la  profonda spaccatura presente ed evidente all’interno del Partito Democratico: “Comunque vada, sia in caso di vittoria del si sia in caso di vittoria del no, dal giorno dopo si deve ripartire assieme, non dobbiamo uscire spaccati e non dobbiamo lacerare la nostra comunità. C’è chi voterà , c’è chi voterà No, ma non dobbiamo dividerci in guelfi e ghibellini. Non considerate chi la pensa diversamente da voi dei nemici”.  Della serie: la mia poltrona non si tocca !

CdG dalema_emilianoRoberto Speranza, leader di quella risicata opposizione interna che fa riferimento al giaguaro rottamato Bersani,  parla di “un no di sinistra“, citando l’ Anpi e la Cgil. “La riforma e la legge elettorale – ha detto l’ex presidente dei deputati Pd – sono due pezzi della stessa riforma. È sempre più chiaro, giorno dopo giorno, che l’unico modo per cambiare l’ Italicum è votare No al referendum di dicembre”.

Nello stesso teatro di Foggia, alcune settimane fa ad ascoltare il ministro delle riforme Maria Elena Boschi ed appoggiare il Si referendario, a lodare la riforma costituzionale c’era la Confindustria . Due posizioni, diversi. Come il  ed il No. Esattamente come il “peso” politico fra la Leopolda di Firenze e gli oppositori interni al Pd riunitisi a Foggia .




Semaforo verde della Corte Cassazione: ok al referendum costituzionale

La Cassazione ha  dato il via libera seppure formalmente al referendum costituzionale sulla riforma costituzionale avanzata  dal Ministro delle Riforme Maria Elena Boschi . Adesso il Governo Renzi ha sessanta giorni per decidere la data del referendum. Attualmente per questo passaggio politico molto delicato per l’esecutivo si fanno le date del  13 o del 20 novembre, anche se non viene escluso il successivo fine settimana, cioè quello del 27.  Nella decisione adottata dalla Corte di  Cassazione si legge che l’Ufficio Centrale per il Referendum “ha dichiarato conforme all’art. 138 Cost. e alla Legge n. 352 del 1970 la richiesta di referendum depositata il 14 luglio 2016 alle ore 18.45 sul testo di legge costituzionale avente ad oggetto il seguente quesito referendario: approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione“.

La Suprema Corte di Cassazione ha quindi convalidato le oltre cinquecentomila firme raccolte e depositate secondo quanto previsto dalle vigenti Leggi per richiedere la consultazione sulla riforma. Si profila un voto “pericoloso” e fondamentale per la tenuta della leadership Renzi, che mentre il Partito Democratico si è spaccato e la minoranza interna che chiede al segretario-premier di cambiare la legge elettorale dell’ Italicum, per votare a favore del quesito posto dal Governo, che in caso di sconfitta potrebbe verosimilmente esaurire il proprio mandato. Il presidente del Consiglio ha rilanciato sui socialnetwork  un tweet  del Comitato per il sì nel quale si legge: “Adesso possiamo dirlo, questo è il referendum degli italiani”. Ribadendo nella sua newletter che, : “Il referendum non è la sfida di Matteo Renzi, ma di milioni di persone che vogliono ridurre gli sprechi della politica, rendere più semplici le istituzioni, evitare enti inutili e mantenere tutte le garanzie di pesi e contrappesi già presenti nella nostra Costituzione”. Il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi  su Twitter gioisce ricorrendo all’ashtag #bastaunsi.

Ma se il SI al referendum dovesse vincere,  come cambierebbe l’Italia dopo quasi 70 anni di Carta repubblicana? Ecco le novità.

ADDIO AL BICAMERALISMO PERFETTO

La fine della parità tra le due Camere, che accompagna l’Italia repubblicana fin dalla sua nascita, è sancita dal nuovo articolo 55 della Costituzione. Solo la Camera dei deputati voterà la fiducia al governo. Inoltre solo “la Camera dei deputati (…) esercita la funzione di indirizzo politico, la funzione legislativa e quella di controllo dell’operato del Governo“. Di regola, quindi le leggi saranno approvate dalla sola Camera dei deputati.

Più complesso invece il profilo del nuovo Senato. Per prima cosa “il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali” e sarà composto da 100 membri, 95 scelti dalle Regioni (21 devono essere sindaci) e 5 dal Presidente della Repubblica. Mantiene poteri sulle nomine di competenza del Governo, nei casi previsti dalla Carta. Mantiene la funzione legislativa (insieme alla Camera) sui rapporti tra Stato, Unione Europea e enti territoriali.

Inoltre il Senato mantiene la funzione legislativa anche:

  • per le leggi di revisione della Costituzione, le altre leggi costituzionali
  • per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche
  • per le leggi sui referendum popolari
  • e per le leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni.

Il Senato può decidere – su richiesta di un terzo dei Senatori – di proporre modifiche su una legge approvata dalla Camera. Solo nel caso di leggi che riguardano le competenze regionali, il voto del Senato è obbligatorio. In tutti gli altri casi, se il Senato non agisce entro il termine di 10 o 15 giorni (a seconda delle materie), le leggi entrano in vigore.

La Camera potrà ignorare le modifiche approvate dal Senato, riapprovando la legge così com’è, o accettare le modifiche. Ma con un’eccezione: se si tratta di leggi che riguardano le competenze legislative esclusive delle Regioni o leggi di bilancio, la Camera può ‘superare’ le modifiche volute del Senato solo a maggioranza assoluta dei suoi componenti.

Il nuovo Senato non avrà più competenze sullo stato di guerra, che dovrà essere deliberato dalla sola Camera dei deputati “a maggioranza assoluta“. Inoltre solo la Camera approverà le leggi di amnistia e indulto, e le leggi che recepiscono i trattati internazionali (a meno che non riguardino l’appartenenza dell’Italia all’Unione Europea, e in quel caso anche il Senato deve approvarle). Sulle leggi elettorali di Camera e Senato, è previsto che una minoranza di parlamentari possa chiedere un giudizio preventivo di Costituzionalità.

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LE ‘ELEZIONI’ DEL NUOVO SENATO

E’ stato uno dei punti più dibattuti della riforma. Per il governo l’eleggibilità diretta andava esclusa. Per la minoranza Pd, i cittadini dovevano avere voce in capitolo. Il compromesso è stato raggiunto usando queste parole: i consiglieri sono eletti dai Consigli regionali “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”Come nello specifico saranno eletti i senatori è quindi rinviato a una legge elettorale che Camera e Senato dovranno approvare in un secondo momento.

E ALTRE NOVITÀ NEL NUOVO SENATO

Scompare la limitazione dell’età nell’elezione del Senato. E da Palazzo Madama scompariranno anche i senatori eletti nella circoscrizione Estero. Indennità solo per i deputati. Scompare dalla Costituzione la possibilità per i senatori di ottenere un’indennità per il ruolo. Insomma i consiglieri regionali che sono anche senatori non saranno pagati in più. Il disegno di legge però tace su eventuali rimborsi-spese, che saranno regolati da fonti interne di ciascuna Camera.

SENATORI A VITA

Saranno senatori a vita solo gli ex presidenti della Repubblica. I senatori a vita nominati sono sostituiti dai SENATORI DI NOMINA PRESIDENZIALE: il presidente può nominare senatori che durano in carica 7 anni e non possono essere nuovamente nominati. Non possono esserci più di 5 senatori di nomina presidenziale contemporaneamente. I senatori a vita nominati prima della riforma Boschi (Mario Monti, Elena Cattaneo, Renzo Piano e Carlo Rubbia) manterranno il loro posto.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Cambia l’elezione del Presidente della Repubblica. Rispetto ad oggi:

  • partecipano al voto solo deputati e senatori (scompaiono quindi i 59 delegati regionali)
  • rimane uguale il quorum delle prime tre votazioni: maggioranza qualificata dei due terzi (ovvero il 66%)
  • sale il quorum dal quarto scrutinio al sesto scrutinio: servirà la maggioranza di tre quinti (60%) contro l’attuale maggioranza assoluta (50%).
  • cambia il quorum dal sesto scrutinio in poi: servirà la maggioranza di tre quinti dei votanti invece della maggioranza degli aventi diritto.

Il presidente della Repubblica potrà sciogliere solo la Camera dei Deputati, e non più anche il Senato.

Il presidente della Camera diventa la seconda carica dello Stato. E in quanto tale sarà il Presidente della Camera a fare le veci del Presidente della Repubblica se quest’ultimo non può.

IL VOTO A DATA CERTA

La nuova Costituzione (all’articolo 72) prevede che il governo possa richiedere una via preferenziale per l’approvazione di un disegno di legge “essenziale per l’attuazione del programma di governo“. La Camera vota sulla richiesta del governo entro 5 giorni, e se accoglie la richiesta poi dovrà concludere discussione e votazione entro 70 giorni (rinviabili al massimo di 15 giorni). Il ‘voto a data certa‘ è escluso per le leggi di competenza del Senato, le leggi in materia elettorale, la ratifica dei trattati internazionali e le leggi di amnistia, indulto e le leggi di bilancio

ABOLITE LE PROVINCE E IL CNEL

La riforma Boschi abolisce definitivamente le Province. La Repubblica sarà quindi costituita solo “dai Comuni, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato“. L’articolo 99 della Costituzione viene abolito, e quindi scompare il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro.

LE LEGGI DELLO STATO E LE LEGGI DELLE REGIONI

Il ddl di riforma costituzionale riscrive sostanzialmente l’articolo 117, quello che divide le competenze legislative tra Stato e Regioni. La riforma abolisce la definizione di legislazione concorrente e trasferisce allo Stato alcune competenze finora divise con le Regioni. Ad esempio mercati assicurativi, promozione della concorrenza, previdenza complementare e integrativa, tutela e sicurezza del lavoro, protezione civile, beni culturali e turismo. Ma rimane il principio che lo Stato si occupi della legislazione di principio, lasciando alle Regioni quella specifica, su alcune materie, tra cui: tutela della salute, politiche sociali e sicurezza alimentare, istruzione, ordinamento scolastico

LEGGI DI INIZIATIVA POPOLARE
Cambia anche l’articolo 71 della Costituzione: sale a 150.000 il numero di firme necessarie per le leggi di iniziativa popolare. E nella Carta fa la sua comparsa la garanzia che queste proposte saranno discusse e votate.

REFERENDUM
Cambia in parte il quorum dei referendum abrogativi: il voto è valido se partecipa il 50% degli aventi diritto (come oggi) ma se il referendum era stato richiesto da almeno 800mila elettori, il quorum scende al 50% dei votanti delle ultime elezioni.

Nascono due nuovi tipi di referendum: quello propositivo e quello di indirizzo. Per decidere modalità ed effetti di queste consultazioni, serviranno prima una legge costituzionale e poi una legge ordinaria.

QUOTE ROSA
Nell’articolo 55 entra un nuovo comma: “Le leggi che stabiliscono le modalità di elezione delle Camere promuovono l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza”. Simili norme sono previste anche per le leggi elettorali dei Consigli Regionali.

LA CONSULTA
I 5 giudici della Corte Costituzionale che oggi sono eletti dalle Camere in seduta comune saranno eletti separatamente: 3 dalla Camera e 2 dal Senato.




Comunali, per un italiano su due il centrodestra unito farà bene

di Nando Pagnoncelli

La manifestazione di Bologna promossa tre settimane fa dalla Lega, e a cui hanno partecipato Forza Italia e Fratelli d’Italia, rappresenta il primo passo per la costruzione di un’alleanza in grado di competere con Pd e Movimento 5 Stelle alle prossime Politiche. Dopo il tracollo elettorale di Pdl e Lega nel 2013 e le successive vicende politiche – il ritorno a Forza Italia, la leadership di Salvini, il consolidamento di Fratelli d’Italia – sembrava giunto il momento di dare una risposta a un elettorato di centrodestra disorientato e demoralizzato.
La nuova alleanza è giudicata competitiva e potenzialmente in grado di tornare a vincere da poco più di un italiano su tre (36%), mentre il 55% non le assegna alcuna chance. Gli elettori dei tre partiti coalizzati guardano con fiducia al futuro, sebbene una quota non trascurabile si mostri piuttosto scettica (dal 20% tra gli elettori di FI al 28% tra quelli di FdI).

Le prospettive dell’alleanza appaiono condizionate da due questioni: il ruolo di Berlusconi e la capacità di superare le divisioni. Sulla prima le opinioni sono variegate. Riguardo alla decisione dell’ex premier di partecipare alla manifestazione organizzata da Salvini a Bologna il campione si divide: per il 45% è un segno di debolezza che relega Berlusconi a un inedito ruolo di secondo piano, mentre per il 41% Berlusconi ha mostrato grande intuito politico, cogliendo l’occasione per rilanciare le sue parole d’ordine. Il dato più interessante riguarda le opinioni dei leghisti: la metà (51%) considera la scelta del leader di FI una dimostrazione di debolezza.

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È proprio il ruolo futuro di Berlusconi a determinare le maggiori perplessità: solo un italiano su tre ritiene che possa fare da traino alla coalizione mentre la maggioranza (54%) lo considera un elemento di freno. Anche in questo caso le risposte nel centrodestra non sono univoche: la maggioranza degli elettori di Meloni (52%), un terzo di quelli di Salvini (32%) e persino il 18% di quelli di FI crede che Berlusconi rappresenti più un problema che un’opportunità.

Quanto al superamento delle divisioni interne su molte questioni – dall’unità del Paese, al rapporto con l’Europa, alla priorità da assegnare alla questione settentrionale o meridionale – il 56% nutre dubbi mentre il 35% pensa sarà trovato un punto d’intesa. L’ottimismo prevale nelle file del centrodestra ma non in misura univoca: permangono perplessità in una significativa quota di elettori (dal 22% di FI, al 30% della Lega e al 35% di FdI).  In previsione delle Amministrative, in primavera, il 47% prefigura un buon risultato (il 46% è di parere opposto). Gli elettori dei partiti della coalizione appaiono galvanizzati, mostrano un elevato ottimismo e si aspettano l’affermazione in diverse città.

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Lo scenario che si prospetta per la nuova alleanza di centrodestra a trazione leghista appare influenzato da tre questioni. La prima riguarda la leadership. Da un lato infatti appare evidente l’appannamento di immagine di Berlusconi: al di là dei suoi meriti o demeriti, l’avvento sulla scena politica di Renzi ha impresso un’accelerazione al rinnovamento delle leadership dei partiti, con l’eccezione di Forza Italia che continua a essere identificata con il fondatore. Dall’altro Salvini, dopo una costante crescita di consenso personale, da qualche mese fa segnare un ridimensionamento e permangono forti difficoltà a conquistare la fiducia dell’elettorato moderato.

La seconda questione riguarda le proposte politiche della coalizione: dopo vent’anni di protagonismo del centrodestra e del suo leader che hanno saputo dettare l’agenda del Paese (con l’eccezione della stagione prodiana), oggi quest’area politica appare in forte difficoltà nell’individuare temi e possibili soluzioni attorno a cui aggregare il consenso e ampliare il bacino elettorale. Alcuni dei temi e delle proposte del governo Renzi (l’eliminazione della tassa sulla prima casa in primis) assumono un elevato valore simbolico perché hanno fatto segnare la fine del «muro contro muro» e hanno depotenziato il centrodestra (non a caso Berlusconi rinfaccia spesso a Renzi di aver copiato le sue proposte). E, d’altra parte, un’opposizione radicale, in assenza di proposte originali, rappresenta un limite all’espansione del consenso, anche perché deve fare i conti con il M5S, in forte crescita.

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Da ultimo la legge elettorale: stando ai più recenti sondaggi sugli orientamenti di voto, la somma dei consensi dei tre partiti di centrodestra si avvicina al 30%. L’Italicum prevede il passaggio al secondo turno alle prime due liste (non coalizioni): per accedervi i tre partiti alleati sarebbero costretti a confluire in un’unica lista, che non è detto raggiunga lo stesso livello di consenso (l’aggregazione di partiti in un unico soggetto, determina di solito un risultato inferiore alla somma dei voti di partenza). Insomma, il potenziale è elevato ma la strada appare piuttosto tortuosa.




Nuovo sistema elettorale. L’Italicum è legge e le opposizioni lasciano l’aula

Schermata 2015-05-04 alle 19.21.09(Agenzia | ADGNEWS24 ) – Via libera  anche dall’Aula della Camera dei Deputati all’ “Italicum” la nuova legge elettorale voluta da Renzi che è stata approvata con 334 voti favorevoli e 61 contrari. Si tratta di un voto definitivo, e quindi  l’Italicum è  legge. Al voto avvenuto a scrutinio segreto non hanno preso parte le opposizioni: Forza Italia, Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Fratelli d’ Italia e Sel hanno infatti abbandonato in segno di protesta al momento del voto l’aula di Montecitorio . Il premier Renzi era certo che la legge sarebbe passata ed in mattinata aveva detto “penso e spero che sarà approvata dal Parlamento italiano stasera” e subito dopo l’ok ha così commentato, come al solito su Twitter : “Impegno mantenuto, promessa rispettata. L’Italia ha bisogno di chi non dice sempre no. Avanti, con umiltà e coraggio. È #lavoltabuona”. Esulta anche il ministro Boschi  che ha scritto: “Ci hanno detto “non ce la farete mai”. Si erano sbagliati, ce l’abbiamo fatta! Coraggio Italia, è #lavoltabuona“.

 

 

Schermata 2015-05-04 alle 19.21.17Sono stati 399 i presenti a Montecitorio, con 395 votanti ,  4 astenuti, mentre la maggioranza richiesta era di 198. La risposta delle opposizioni è stata concordata nel pomeriggio. Forza Italia  alla fine ha chiesto il voto segreto e non ha partecipato al voto (decisione priva di logica) . Anche il M5s, ha deciso di uscire dall’Aula dopo la decisione di voto segreto . La minoranza Pd ha scelto di dire no al “Porcellum con le ali”. “Resterò in aula e voterò no” aveva dichiarato Pippo Civati, della minoranza Pd, ed anche i deputati del Pd Marco Meloni, Enzo Lattuca e Stefano Fassina hanno dichiarato che avrebbero votato contro. Italicum e revisione del Senato sono “un cambiamento regressivo, come lo è stato l’intervento sul lavoro e rischia di esserlo l’intervento sulla scuola” ha detto Fassina prima del voto. Si sono astenuti Marilena Fabbri, che era scoppiata in lacrime dopo aver votato la fiducia, Antonella Incerti eDonata Lenzi. Non hanno invece partecipato al voto i due “prodiani” Sandra Zampa e Franco Monaco e i “bersaniani” Michela Marzano, Giacomo Portas, Davide Zoggia.

L’ Italicum entrerà in vigore dal luglio 2016, premio di maggioranza alla lista che supera il 40% dei voti, o ballottaggio tra i due partiti più votati se nessuno supera quella soglia, sbarramento al 3% e capilista bloccati.

CdG schede elettorali

Come si applica?

Il territorio nazionale viene suddiviso in venti circoscrizioni, corrispondenti alle regioni, che vengono a loro volta ripartite in 100 collegi plurinominali. Ogni collegio si vedrà attribuito un numero di seggi che va da 3 a 9. Si provvederà a disegnare i collegi con un decreto legislativo del governo che dovrà essere emanato entro 90 giorni dall’approvazione della legge. Sono previste inoltre disposizioni speciali per Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, dove vengono costituiti collegi uninominali.

Come si eleggono i candidati?  

Il sistema mescola capilista bloccati e preferenze. I capilista dei 100 collegi sono infatti predeterminati, cioè scelti dalle segreterie dei partiti, mentre gli altri candidati verranno scelti dagli elettori con le preferenze. Solo i capilista possono essere candidati in più collegi, al massimo dieci, e, nell’ottica di favorire la parità di genere, in ogni circoscrizione i capilista dello stesso sesso non possono superare il 60%. L’elettore potrà esprimere fino a due preferenze tra quelli che non sono capolista, di sesso diverso.

Ci sono novità riguardo a chi potrà esprimere il diritto di voto?

Sì: con il cosiddetto “emendamento Erasmus” è stata infatti introdotta la possibilità di votare per corrispondenza nella circoscrizione Estero non solo a chi risiede stabilmente fuori dai confini nazionali, ma anche a chi vi si trovi per almeno tre mesi per motivi di studio, lavoro o cure mediche.

Soglie di sbarramento

Come detto, si è andati incontro ai partiti più piccoli prevedendo una distribuzione dei seggi su base nazionale ma al tempo stesso, per limitare il proliferare di gruppi parlamentari, al riparto potranno accedere solo le liste che supereranno la soglia del 3%. È prevista anche una soglia per le minoranze linguistiche nelle regioni che le prevedono: lo sbarramento è del 20% dei voti validi nella circoscrizione dove si presenta. Nel caso in cui un partito che facesse parte della coalizione che ottiene il premio di maggioranza non superasse la soglia di sbarramento, i suoi voti concorrerebbero al raggiungimento del premio ma sarebbe comunque escluso dal riparto dei seggi, che sarebbero redistribuiti agli altri partiti della coalizione. È invece saltato l’accordo per la norma ‘salva Lega‘, la quale prevedeva che i partiti che ottenessero almeno il 9% in almeno tre regioni rientrassero comunque in Parlamento.

Circoscrizioni più piccole e tornano le prefenze

Invece delle 27 circoscrizioni attuali si passa a circoscrizioni di dimensione minore. Saranno 100 collegi (in media di circa 600mila abitanti ciascuno) e in ognuno verranno presentate mini-liste, in media di 6 candidati. Nella prima stesura le liste erano bloccate, ovvero i candidati venivano eletti nell’ordine con cui erano in lista (se un partito aveva diritto a tre seggi, venivano eletti i primi tre della lista). Il sistema delle liste bloccate è però stato bocciato dalla Corte Costituzionale. Nell’accordo finale è invece previsto che solo i capilista siano bloccati (e sono i primi ad essere eletti), mentre dal secondo eletto in poi intervengono le preferenze (ogni elettore ne potrà esprimere due). Questo sistema avrà come conseguenza che i partiti più piccoli, che difficilmente eleggeranno più di un parlamentare in una circoscrizione, vedranno eletti i capilista, mentre i partiti più grandi avranno anche una quota di parlamentari scelti con le preferenze.

Eccezione per Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta

La legge prevede che la regione Val d’Aosta e le province di Trento e Bolzano siano escluse dal sistema proporzionale. Qui si voterà in nove collegi uninominali (8 per T.A.A. e 1 per la Val d’Aosta), come già avveniva con il precedente sistema elettorale. Se alla regione Trentino-Alto Adige sono assegnati più di 8 seggi, questi verranno assegnati con il sistema proporzionale.

Premio di maggioranza o doppio turno

Sono due i sistemi ideati per garantire la governabilità. Se la lista più votata dovesse ottenere almeno il 40% dei voti (soglia alzata dal 35% al 37% e poi al finale 40%), otterrà un premio di maggioranza. Il premio assegnerà alla lista più votata 340 seggi su 617 (sono esclusi dal calcolo il seggio della Valle d’Aosta e i 12 deputati eletti all’estero): si tratta del 55% dei seggi. Se invece nessun partito o coalizione arrivasse al 40% scatterebbe un secondo turno elettorale per assegnare il premio di maggioranza. Accederebbero al secondo turno le due liste più votate al primo turno, e il vincente otterrà un premio di maggioranza tale da arrivare al 53% dei seggi (327 deputati).

Fra il primo e il secondo turno non sono possibili apparentamenti, a differenza del modello elettorale per i sindaci.

Candidature multiple. I capolista potranno essere inseriti nelle liste in più di un collegio elettorale, come già succedeva nel Porcellum, ma fino a un massimo di 10. Nella prima bozza questa possibilità era esclusa.

Polemiche sulle “quote rosa”

Il tema delle quote rosa è stato a lungo dibattuto. Nell’ultima formulazione, nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore al 50% (con arrotondamento all’unità inferiore) e nella successione interna alle liste nessun genere potrà essere presente per più di due volte consecutive. Inoltre ciascuno dei due sessi può essere rappresentato massimo nel 40% dei capilista e se l’elettore esprimerà due preferenze, dovranno essere relative a due candidati di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza. Nessuna di queste ipotesi garantisce che a essere elette sarà un numero consistente di donne, tutto dipenderà chiaramente da come saranno preparate le liste e sopratutto dalle preferenze che le donne otterranno dagli elettori.

Abbiamo deciso di non partecipare a questa giornata infausta per la democrazia parlamentare: non parteciperemo al voto finale” ha dichiarato  Renato Brunetta il capogruppo di Forza Italia alla Camera,  che dopo il voto ha commentato: “Quella sull’Italicum è una vittoria di Pirro, una violenza al Parlamento, una bruttissima giornata per la democrazia nel nostro Paese”. E anche Sel parla di “giornata drammatica per la democrazia” . Il segretario leghista Matteo Salvini. “La Lega è schifata perché mentre il paese soffre per la disoccupazione e continuano gli sbarchi di 6mila immigrati, il Pd si occupa di una legge elettorale per salvare il fondoschiena del signor Renzi”  aggiungendo “È una legge che fa schifo, che allontana i cittadini e dà ancora più potere a partiti e alla casta. Noi diciamo il nostro no e speriamo, domani, di tornare a parlare di cose serie“.

L’approvazione in legge dell’Italicum apre anche una ennesima crepa  dopo lo strappo dei 38 della settimana scorsa sulla fiducia nel dissenso interno al Pd. I “dissidenti” del Partito Democratico hanno infatti decido di restare in aula e votare contro la riforma. Alla fine i no sono stati 61 . “Un dissenso abbastanza ampio, mi sembra di capire. Adesso, cosa fatta capo ha. C’è un dato politico, l’approvazione con i sessanta contrari”, è stato il commento a caldo di Pierluigi Bersani.




Lospinuso (Forza Italia) “In ballo migliaia posti di lavoro, ma Renzi pensa a Italicum”

 

CdG Lospinuso newAnziché puntare a velocizzare l’iter per immettere in ruolo 100.700 insegnanti precari, Renzi pensa all’Italicum e a mettere la fiducia su una materia pacificamente di competenza del Parlamento, svuotandolo delle sue prerogative. E, così, mentre continua il braccio di ferro all’interno del Partito Democratico, i precari della scuola assistono sconfortati al provvedimento arenato in Commissione parlamentare. Anche su questo, Renzi ci ha bombardati di slogan e di promesse evidentemente non mantenute”. Lo dichiara Pietro Lospinuso consigliere regionale di Forza Italia, . “Il provvedimento sulle assunzioni –prosegue- ha tempi ristrettissimi, entro settembre 2015, ma… il Pd è impegnato sulla legge elettorale, mentre sono in ballo le vite di migliaia di cittadini. La questione dei poteri dei presidi, poi, fa riflettere, sebbene pare che si stia rivedendo: i presidi sono delle guide della scuola, ma è più che discutibile la scelta di affidare loro dei ‘super poteri’ sugli insegnanti. Insomma – conclude Lospinuso è il risultato di un governo di chiacchiere e slogan, twitt e annunci. Tutti senza seguito, lasciando i cittadini in un mare di delusioni”i




La Sen. Finocchiaro al Quirinale? Meglio a “Chi l’ha visto?” !!!

L’aula di Palazzo Madama , al Senato della Repubblica ha approvato i due emendamenti a prima firma della senatrice Pd Anna Finocchiaro e dei capigruppo della maggioranza. Si tratta del cuore stesso della nuova legge elettorale che tornerà poi in terza lettura alla Camera, ossia le modifiche che recepiscono i punti del “Patto del Nazareno” (tra cui premio di maggioranza, con l’attribuzione di 340 seggi alla Camera, alla lista che vince e non alla coalizione e soglia di sbarramento in ingresso al 3% per i partiti). Il via libera è al primo dei due emendamenti è arrivato con 177 sì, 64 no e 2 astenuti.

L'”Italicum” è ormai ad un passo dal varo finale al Senato, previsto per martedì 27 alle 17 dopo un imprevisto che ha ritardato l’inizio dei lavori dell’aula, per un paio d’ore, a causa della chiusura dell’aeroporto milanese di Linate, che ha impedito la partenza dei senatori che arrivavano a Roma da Milano.

Qualcuno a Taranto dirà giustamente : ma che ce ne frega  a noi dell’ “Italicum“, quando la città è sull’orlo del crack economico-imprenditoriale-occupazionale ? E come non dare loro ragione ??? Sarebbero in molti a voler chiedere alla senatrice Finocchiaro, se la gentile signora si ricorda qualche volta che è stata eletta al Senato a Taranto nelle liste del Partito Democratico. La senatrice siciliana dopo aver “scippato” il suo seggio senatoriale, e fatto delle fugaci apparizioni in campagna elettorali è letteralmente scomparsa, incassando il suo bello stipendio da senatore della repubblica. E qualcuno si meravigliava e lamentava dell’uso vergognoso della sua scorta all’ IKEA….

Per non parlare poi della sua famiglia. Melchiorre Fidelbo, di professione ginecologo, marito della senatrice del Pd Anna Finocchiaro, imputato dal 2012 davanti la terza sezione penale di Catania. Il consorte della Finocchiaro è accusato di truffa e abuso d’ufficio insieme a tre ex manager dell’Asp di Catania, tutti fedelissimi dell’ex governatore Raffaele Lombardo, che nel 2008 aveva sconfitto proprio la senatrice del Pd alle elezioni regionali: sono Giuseppe Calaciura, Giovanni Puglisi e Antonio Scavone, eletto a sua volta senatore dal Movimento per l’Autonomia alle ultime politiche. Una situazione che  potrebbero sollevare una  vera e propria questione di opportunità, considerato che in caso di elezione al Colle la Finocchiaro si troverebbe automaticamente anche a capo del CSM il Consiglio superiore della magistratura, l’organo di autogoverno dei giudici.

E’ questo il nuovo partito democratico “pensato” da Matteo Renzi ?