Trani. “Magistratura Corrotta”. La Procura: “Imprenditore D’Introno è attendibile”

ROMA – Le dichiarazioni dell ’imprenditore Flavio D’Introno, ritenuto il grande corruttore nell’inchiesta sulla magistratura corrotta nel Palazzo di Giustizia di Trani tra il 2014 e il 2018, secondo la Procura di Lecce sono attendibili. Lo hanno affermato con convinzione  i pm Roberta Licci e Alessandro Prontera nella loro ampia requisitoria del processo con rito abbreviato.

I magistrati della Procura leccese  hanno ritenuto invece le dichiarazioni fornite dall’ex pm Antonio Savasta “utilitaristiche” motivo per cui  non è meritevole dell’attenuante per la collaborazione fornita agli inquirenti con le sue confessioni ed ammissioni.  Savasta venne arrestato insieme all’ex magistrato tranese Michele Nardi (sino all’arresto distaccato come pm presso la Procura di Roma) , con le accuse di “associazione per delinquere”, “corruzione in atti giudiziari”, “falso ideologico e materiale”. I due ex magistrati rispondono delle accuse di aver venduto degli esiti processuali favorevoli in favore degli imprenditori coinvolti in occasione di svariati procedimenti giudiziari e tributari . In cambio, avrebbero ottenuto soldi, gioielli e diamanti.

La requisitoria dei pm Licci e Prontera si è svolta nell’intera giornata dedicata principalmente ad illustrare al Gup Cinzia Vergine i riscontri delle dichiarazioni fornite nel corso dell’inchiesta da D’Introno. Le richieste di condanna invece verranno formulate nell’udienza fissata per il prossimo 31 gennaio.

L’ex-magistrato Antonio Savasta

Hanno optato per il rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, attualmente ristretto ai domiciliari; il giudice Luigi Scimè, l’immobiliarista Luigi D’Agostino, ed i legali Giacomo Ragno e Ruggero Sfrecola. Hanno preferito invece scegliere al rito ordinario davanti al Tribunale in composizione collegiale,  l’ex gip Michele Nardi (tuttora detenuto in carcere), l’avvocatessa barese Simona Cuomo; il titolare di una palestra Gianluigi Patruno; l’ex cognato di Savasta Savino Zagaria  e l’ispettore della Polizia di Stato Vincenzo Di Chiaro, anch’egli attualmente detenuto in carcere.

L’ex-magistrato Michele Nardi

Sono 137 i testimoni citati a deporre dalle parti al processo all’ex pm di Roma, Michele Nardi, arrestato nel gennaio scorso assieme al collega Antonio Savasta – ex giudice presso il Tribunale di Roma (il suo ultimo incarico n.d.r.) . Al momento dell’arresto, sia Savasta – che successivamente si è dimesso dalla magistratura – che Nardi erano in servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Tra i testimoni che deporranno dinanzi al Tribunale di Lecce però non ci saranno il premier Giuseppe Conte, il pm Luca Palamara – indagato per corruzione -, ed i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti, ce erano stati citati a testimoniare dalla difesa di Nardi.

L’ex- magistrato tranese avrebbe voluto che Conte smentisse in aula i rapporti che, secondo Savasta, avrebbe avuto con servizi di intelligence al fine di intimorirlo. Vi saranno, invece, l’ex procuratore di Trani Carlo Capristo, l’ex procuratore aggiunto Francesco Giannella e l’attuale procuratore Antonino Di Maio, ed esponenti della massoneria italiana.

La decisione è stata adottata dai giudici delle seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Pietro Baffa, che hanno anche autorizzato l’acquisizione dei tabulati telefonici del cellulare in uso all’ex pm Savasta e il tracciato Gps, che serviranno alla difesa di Nardi per riscontrare i presunti incontri e telefonate intercorsi tra i due tra il 15 novembre e il 30 dicembre 2018, periodo in cui Savasta sostiene di aver visto e sentito Nardi.

Lo scorso 6 dicembre 2019 la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’ex gip di Trani, Michele Nardi. Il ricorso era stato inoltrato dalla difesa di Nardi, sostenuta dall’avvocato Domenico Mariani, dopo che il gip di Lecce e poi il Tribunale del riesame avevano rigettato l’istanza di scarcerazione, discussa dopo la notifica della chiusura delle indagini.

Il Tribunale del riesame di Lecce, alla luce dell’annullamento disposto, dovrà adesso riesaminare la posizione cautelare di Nardi. Per il Tribunale del riesame, infatti, sussistevano le esigenze cautelari per il rischio di inquinamento delle prove e per il pericolo di fuga. Elementi questi che secondo la difesa di Nardi non sussistono, poichè l’ex Gip è stato sospeso dal suo incarico.




“Toghe Sporche” a Trani. Fra i cento testimoni anche il premier Conte e l’ex ministro Lotti

Michele Nardi

ROMA – Per provare a difendersi dalle accuse che potrebbero costargli vent’anni di carcere, l’ex gip di Trani Michele Nardi successivamente pm a Roma, attraverso il suo difensore ha richiesto al Tribunale di Lecce di poter ascoltare 104 testimoni tra cui compaiono numerosi nomi eccellenti a partire dal premier Giuseppe Conte ma anche oltre numerosi magistrati, Luca Lotti, Luca Palamara e Cosimo Ferri,  i protagonisti dello scandalo sulle nomine del Csm,  per finire con i parenti dei suoi principali accusatori.

Spetterà quindi al Tribunale di Lecce stabilire nel processo a carico delle toghe sporche degli uffici giudiziari di Trani che riprende domani davanti alla Seconda sezione,  chi dovrà rispondere nei prossimi mesi alle domande del difensore del magistrato sospeso dalle sue funzioni, che da gennaio è rinchiuso in carcere a Matera e che finora non ha mai voluto parlare o collaborare con gli inquirenti.

Ma anche l’accusa della Procura di Lecce, rappresentata dai pm Roberta Licci, Giovanni Gallone e Alessandro Prontera,  vuole ascoltare le testimonianze degli ex vertici della Procura di Trani. Per questo ha deciso di citare come testi il procuratore capo a Taranto Carlo Capristo ed il procuratore aggiunto a Bari Francesco Giannella, a suo tempo procuratore capo ed aggiunto a Trani. L’accusa intende chiedere al procuratore Capristo  chiarimenti in merito ai rapporti tra Nardi ed un altro degli imputati l’avvocato Giacomo Ragno (che ha optato per il rito abbreviato), mentre vuole sapere da Giannella  dei controlli fatti nel periodo di reggenza della Procura di Trani sui fascicoli dell’ex pm Antonio Savasta che dopo aver collaborato, anche lui, ha scelto il giudizio abbreviato.
Dopodichè saranno degli imprenditori a salire sul banco dei testimoni . I magistrati dell’accusa  ascolteranno due dei fratelli Ferri, Filippo e Francesco gli ex re dei grandi magazzini , ed il re degli outlet Francesco Casillo i quali dopo che lo scandalo è esploso, hanno confessato di aver pagato mazzette per evitare l’arresto, fatti però ormai troppo risalenti nel tempo e quindi prescritti.

Michele Nardi è ritenuto dall’accusa di essere al centro del giro di “mazzette” e corrutele,  emerso a seguito delle accuse a verbale rese dall’imprenditore coratino Flavio D’Introno, che ha detto di aver pagato 2 milioni di euro (oltre a gioielli,  la ristrutturazione degli immobili dell’ex gip e viaggi) per cercare inutilmente di sfuggire una condanna per usura, per la quale sta sconta una pena in carcere a Trani.

L’obiettivo di Nardi è smontare queste accuse. E quindi  l’ex gip vorrebbe chiedere riscontro a Ferri, Lotti e Palamara, sulle cene che ci sarebbero state a Roma con l’imprenditore coratino. Al gran maestro del Gran Oriente, Nicola Tucci, ed Antonio Binni, della Gran Loggia d’Italia, vorrebbe chiedere di confermare la sua estraneità agli ambienti massonici, così come vorrebbe chiedere a Conte se risultino suoi rapporti con i servizi segreti. Infatti  D’Introno ha raccontato di essere stato minacciato da Nardi che, gli avrebbe prospettato per convincerlo a pagare, gli interventi della massoneria, dei servizi segreti e di Gladio , motivo per cui la difesa di Nardi ha chiesto di ascoltare anche l’ex generale Paolo Inzerillo.

Ma l’ex gip del Tribunale di Trani vorrebbe portare sul banco dei testimoni anche suoi molti ex colleghi. Non soltanto Capristo e Giannella, ma persino l’attuale procuratore di Trani, Antonino Di Maio, e tutti i sostituti che negli ultimi anni prestato servizio presso la Procura di Trani . Nell’elenco dei testi di Nardi, compaiono  anche l’ex capo degli ispettori del ministero della Giustizia, Arcibaldo Miller, il procuratore generale di Bari, Annamaria Tosto, il presidente della Corte d’appello di Bari Franco Cassano, il presidente del Tribunale di Trani  Antonio De Luce. Ma anche l’ex rettore del’Università di Bari, Antonio Uricchio, ritenuto “amico di vecchia data del dottor Nardi”, l’ex sindaco di Bisceglie, Francesco Spina e l’attuale Angelantonio Angarano, decine di avvocati del foro di Trani, due psichiatri, due medici ed i famigliari di D’Introno , il padre Vincenzo, il fratello Domenico, la sorella Lorenza Lara e quelli dell’ex pm Savasta  a partire dalla la sorella Emilia.

Nardi vuole imbastire una sorta di contro-processo per cercare di dimostrare la falsità dei racconti fatti da D’Introno durante le oltre 100 ore di incidente probatorio, confutandoli. Oggi il collegio del Tribunale di Lecce dovrà sciogliere anche la riserva sulle costituzioni di parte civile: fra i quali compaiono due giudici, Loredana Colella e Ornella Gozzo, componenti del collegio della Corte di Appello che si è occupato di D’Introno e per il quale secondo l’accusa, millantando,   l’ex gip Nardi chiese un Rolex e due diamanti. A processo ci sono anche l’ex ispettore Vincenzo Di Chiaro (anch’egli in carcere a Matera), l’avvocato barese Simona Cuomo, il falso testimone Gianluigi Patruno e Savino Zagaria, l’ex cognato di Savasta.




“Toghe sporche”. A processo tutti e 10 gli indagati per il caso Trani

Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris, e condotte dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone. I magistrati coinvolti nell’inchiesta sono Michele Nardi, Luigi Scimè ed Antonio Savasta che successivamente ha lasciato la magistratura.
Conclusasi questa prima parte dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Lecce sono già al lavoro  per un secondo filone delle indagini, scaturito dalle dichiarazioni dell’imprenditore Flavio D’Introno ( in una prima fase coindagato ed adesso parte offesa) ma anche grazie alle deposizioni di altre presunte vittime della “cupola” dei magistrati di Trani, i quali dopo che, a gennaio, è scoppiato lo scandalo della “malagiustizia” nel Palazzo  di Giustizia di  Trani, si sono presentati a denunciare ulteriori fatti oggetto di reato.

il Tribunale di Lecce

    



Toghe sporche: Nardi pronto a parlare sul “Sistema Trani”

LECCE –   Anche l’ex gip Michele Nardi , attuale pm presso la Procura di Roma (e sospeso dal Csm) ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità sull’inchiesta della Procura di Lecce, condotta dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone sul cosiddetto “sistema Trani” per il quale è sottoposto a detenzione cautelare in carcere dal gennaio scorso con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari oltre che, a vario titolo, di minacce, millantato credito, estorsione e truffa aggravata insieme all’ex pm di Trani Antonio Savasta, il quale oltre ad essersi dimesso dalla magistratura ha confessato la propria corruzione ai pm della procura salentina.

Michele Nardi

É stato lo stesso Nardi ad annunciarlo dopo mesi di silenzio, nel corso dell’udienza preliminare a carico di 10 indagati davanti al Gup del Tribunale di Lecce dr.ssa Cinzia Vergine . Insieme a Nardi e Savasta è imputato anche il giudice Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari. Le dichiarazioni di Nardi dovrebbe avvenire nell’udienza che si terrà domani 13 settembre. Nardi e Savasta furono arrestati nel gennaio scorso insieme con l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. L’accusa è di avere pilotato sentenze e inchieste in cambio di mazzette quando erano in servizio a Trani.

Hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, (a lato nella foto) che ha ammesso le proprie responsabilità, il giudice Luigi Scimé,  gli avvocati Ruggiero Sfrecola e Giacomo Ragno, e l’immobiliarista Luigi D’Agostino. L’avvocatessa barese Simona Cuomo (attualmente sospesa dalla professione), “pupilla dello studio dell’ Avv. Francesco Paolo Sisto di Bari (estraneo alla vicenda) , ha invece preferito attendere di essere esaminata domani in udienza preliminare,  per poter quindi poi decidere se ricorrere al rito abbreviato. Fra gli imputati compare anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, l’ ispettore di polizia di Corato Vincenzo Di Chiaro (anch’egli ancora detenuto cautelarmente in carcere) e l’ ex cognato di Savasta, Savino Zagaria .

Sono state presentate 14 richieste di costituzioni di parte civile, tra le quali compare anche  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il Ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Trani, gli imprenditori coratini Paolo Tarantini e Flavio D’Introno (esclusivamente per le posizioni di Michele Nardi e Gianluigi Patruno).

L’imprenditore D’Introno è colui che ha dato il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta giudiziaria, rimane indagato, ma la sua posizione é stata stralciata in altro procedimento dalla Procura di Lecce, così come quella del carabiniere Martino Marangia.

 




“Toghe sporche”. Continua il rimpallo di versioni strumentali fra i magistrati di Trani

ROMA – L’ex gip del Tribunale di Trani Michele Nardi , successivamente passato a fare il pm a Roma prima di essere sospeso dal Csm, il Consiglio Superiore della Magistratura, al contrario di Antonio Savasta, che non solo si è dimesso dalla magistratura ma ha collaborato con la Procura di Lecce nel corso delle indagini ammettendo le sue malefatte, ha aperto bocca una sola volta, in occasione dell’interrogatorio di garanzia relativo al suo arresto avvenuto il 17 gennaio scorso, con le accuse di “associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari ” .

Antonio Savasta e Michele Nardi

Dopodichè l’ex gip di Trani si è trincerato dietro un silenzio assordante, restando detenuto in carcere da sette mesi in quanto la Procura di Lecce non ha mai dato credibilità alle sue dichiarazioni. Nardi ha sostenuto da subito  di non aver ricevuto soldi o regali da Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che ha denunciato di aver consegnato 2 milioni di euro al duo  NardiSavasta. Con sfacciataggine Nardi è arrivato a sostenere persino che era D’Introno a pretendere soldi da lui.

L’imprenditore Flavio D’Introno nei suoi racconti ai Carabinieri, coordinati dalla Procura di Lecce, ha riferito di essersi dovuto recare spesso a Roma per portare le somme di denaro in contanti a Nardi che nel frattempo era stato trasferito a Roma, dove faceva il sostituto procuratore della repubblica . Ma Nardi ha negato dicendo “Perché doveva venire a Roma a portarmi i soldi? Prendere l’aereo, quando il fine settimana io tornavo a Trani, veniva a casa e mi lasciava i soldi se mi doveva lascare i soldi, doveva venire fino a Roma a portarmeli, che senso ha una cosa del genere?” sostenendo che quei viaggi a Roma erano “una copertura”  creata ad hoc da D’Introno, che a suo dire “gestiva due o tre amichette contemporaneamente, allora doveva giustificare perché andava a Roma“.

Secondo l’accusa, Michele Nardi avrebbe preteso da D’Introno un sorta di tangente del 10% di tutto quello che pagava agli altri magistrati coinvolti nell’inchiesta. Ma Nardi per difendersi accusa Savasta: “È una cosa studiata ad arte per un motivo molto semplice: coinvolgermi in tutte le porcate che ha fatto con Savasta“.  e per difendersi dalle accuse di D’Introno di aver preteso 500 euro al giorno che gli sarebbero serviti per il suo “tenore di vita” costellato di viaggi e donne. “Le sembra un tenore di vita da 500 euro al giorno? Ho fatto la doppia cessione del quinto dello stipendio l’anno scorso quando mi sono separato da mia moglie e in banca ho 21 mila euro” si è difeso Nardi.

Nardi ha negato di essere intervenuto per aggiustare processi: “L’aiuto che io ho dato a D’Introno è stato questo, mi sono letto le sue carte, gli ho detto quello che pensavo della sua situazione processuale“. Ed accusato Antonio Savasta, l’ex pm con cui è accusato di aver creato la cricca delle inchieste truccate,  di aver fatto  il “doppiogiochista”, dichiarando  “Sì, purtroppo sì. Io quando ho letto queste intercettazioni sono rimasto scioccato, perché lui faceva l’amicone con me e faceva l’amicone con lui, diceva una casa a me e diceva una cosa a lui, è stato un doppiogiochista“. Nardi nel suo interrogatorio ha ammesso tre incontri a Roma, avvenuti a suo dire tutti in chiesa durante cerimonie mistiche, sostenendo che i rapporti si erano rotti per via della gestione dell’inchiesta Casillo (il re del grano, che venne arrestato e successivamente assolto, il quale ha dichiarato di aver dovuto pagare per poter uscire dal carcere.

L’unica volta che ci siamo incontrati per caso  è stato il giorno prima che ci hanno arrestati alla stazione perché tutt’e due abbiamo preso casualmente il treno” ha detto  Nardi riferendosi a Savasta. L’indomani mattina Nardi doveva recarsi a Firenze. Ma non è mai arrivato a destinazione.

Su Michele Nardi , il CORRIERE DEL GIORNO ha scoperto anche un episodio a dir poco imbarazzante… In un procedimento giudiziario tuttora in corso a Roma,  di cui il pm Michele Nardi era titolare del fascicolo d’indagine, dispose una perquisizione (infruttifera n.d.r.) nei confronti di una donna tarantina, che gestiva un centro estetico a pochi passi da piazzale Clodio, sede della Procura e del Tribunale Penale di Roma. Piccolo particolare, guarda caso,  una “amichetta” del Nardi era stata da poco licenziata da quel centro in cui faceva la segretaria-estetista . Soltanto coincidenze ?

Ma non sono sole le accuse di D’ Introno ad inchiodare Michele Nardi, in quanto gli vengono contestati i 200mila euro ottenuti dall’imprenditore Paolo Tarantini di Corato, per bloccare una falsa indagine fiscale. Secondo le accuse di D’Introno verbalizzate dalla Polizia Giudiziaria, la percentuale spettante al Nardi sarebbe stata consegnata alla sorella in una stazione di servizio. Circostanza questa che viene negata da Nardi: “Vi invito a chiamare questo Tarantini e a fare un riconoscimento, vedere se riconosce mia sorella, mia sorella non guida la macchina e quindi non so come sarebbe potuta arrivare alla Esso“.

L’ ex Gip di Trani Michele Nardi nel suo interrogatorio di garanzia ha raccontato di aver fatto la conoscenza dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno che gli venne presentato l’avvocato Mimmo Tandoi, che ha rapporti di parentela con la famiglia, raccontando a verbale: “Divenni amico di Domenico D’Introno, che è il fratello di questo Flavio, un imprenditore con cui condividevamo questa passione per gli scacchi. Un giorno questo Domenico, forse era nel 2007, mi disse che suo fratello Flavio era stato arrestato, e una volta che ci eravamo visti per giocare a scacchi se ne venne con questo fratello Flavio, il quale era un uomo distrutto da un anno di custodia cautelare in carcere“.

Nardi ha ammesso  al Gip di aver “sfruttato” D’Introno per nascondere una propria relazione extraconiugale “Per sfuggire all’attenzione di mia moglie quand’ero a Trani usavo questo D’Introno, dicevo “Vienimi a prendere”, mia moglie pensava che stessi con lui a farmi una passeggiata, invece poi insomma stavo in casa di questa mia collega“. Sarebbe stato l’imprenditore  D’Introno (secondo Nardi n.d.r.) a chiedere denaro a lui, raccontando di un incontro avvenuto all’interno di un supermercato. “Sembrava in preda alla cocaina, urlava, gridava, diceva: “Sono nei guai perché io ho speso i soldi di mia moglie, mia moglie vuole i soldi indietro perché altrimenti il 20 agosto mia moglie deve essere sentita dai Carabinieri se non gli restituisco i soldi mia moglie chissà cosa…”, e di avergli detto  detto: “Scusa, da me che cosa vuoi?”. Secondo la versione data al Gip di Lecce, D’Introno gli avrebbe detto “No, ti prego: prestami 60 mila euro perché io devo tamponare mia moglie”. sostenendo che la situazione si sarebbe ripetuta il 18 agosto 2018, a Roma. Dice Nardi  “Sotto il portone trovo una macchina parcheggiata, dalla quale scende improvvisamente con la gamba ingessata il D’Introno e la macchina era guidata a un ceffo che stava avanti. (…) Come faceva a giustificare che era venuto il 18 agosto sotto casa mia? Perché era venuto che voleva i soldi da me, ecco perché io poi ho sporto una denuncia per estorsione a Perugia, che è tuttora pendente“.

Il punto centrale dei rapporti intercorsi tra D’Introno e Nardi verte sulla villa dell’ex gip a Trani, che l’imprenditore di Corato (Bari) sostiene di aver dovuto ristrutturare a proprie spese. Una circostanza che Nardi nega, riferendo di un accordo concordato con D’Introno per venderla  a 600mila euro dopo 10 anni di fitto che, però, non risulterebbero essere mai stati pagati, che di fatto  smentisce la versione dei fatti dell’ ex-Gip di Trani. “Stiamo parlando di una villa di pregio, quindi non un rudere – dice Nardi –  Era previsto che entrambi possedessimo questa villa per dieci anni, è una villa grandissima, quindi ci potevano benissimo stare due famiglie. (…) Mi ricordo che una volta mia moglie e mia suocera andarono alla villa e trovarono qualcosa come una cinquantina di persone sdraiate sul prato in bikini a prendere il sole. (…) Fino a quando, nell’agosto del 2012, tornati dalle vacanze io e mia moglie, andiamo alla villa e D’Introno aveva cambiato le serrature».

A quel punto dell’interrogatorio Nardi ha sostenuto di  essersi accordatocon D’Introno per cedergli in locazione la villa a 10.000 euro all’anno, soldi che andavano scalati dal prezzo di vendita convenuto, accordo questo, che come dicevamo,  non ha mai avuto seguito. Adesso su quel contratto sono in corso i dovuti accertamenti da parte della Procura di Lecce.

 




La Procura di Lecce adesso indaga anche sui giudici di sorveglianza di Bari

BARI – L’ex pm Antonio Savasta ormai accusa tutti i suoi ex colleghi degli uffici giudiziari di Trani. Questa volta accende i riflettori della procura inquirente di Lecce sull’ operato dei magistrati del tribunale di sorveglianza di Bari. A parlare per primo del possibile coinvolgimento di giudici della Sorveglianza nel giro di tangenti degli anni passati , fu Flavio D’Introno il “corrruttore” diventato  in seguito una sorta di “pentito” passando a fare l’accusatore di tutti coloro i quali in passato aveva corrotto o provato a corrompere. E queste dichiarazioni vennero confermate da Savasta in occasione dell’incidente probatorio tenutosi lo scorso 28 giugno

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Antonio Savasta incalzato da domande molto dettagliate della pm Roberta Licci della Procura di Lecce, ha così risposto: “Nardi mi disse che bisognava vedere lì alla Sorveglianza” in pratica presso quei magistrati che avrebbero dovuto vagliare la sua posizione dopo la condanna di D’Introno per usura, ed aggiunse  ” Nardi mi disse che avrebbe provato a intervenire presso la Sorveglianza per aiutarlo “. Resta da capire se il tentativo di corruzione si sia concluso, ma su questa circostanza le indagini sono tuttora in itinere.

Si è conclusa nel frattempo la prima fase dell’inchiesta, con la notifica dell’ avviso di conclusione dell’indagini a 12 persone: oltre a Michele Nardi, Antonio Savasta, il poliziotto Di Chiaro e Flavio D’Introno,  è indagata anche l’avvocato Simona Cuomo per “associazione per delinquere finalizzata alla corruzione” , mentre l’ex pm di Trani Luigi Scimè ora in servizio negli Uffici Giudiziari di Salerno deve rispondere di “corruzione in atti giudiziari e reati connessi”  insieme all’immobiliarista Luigi Dagostino, il carabiniere Martino Marancia; il falso testimone Gianluigi Patruno; l’avvocato Pietro Ragno; l’avvocato Ruggiero Sfrecola e Savino Zagaria, ex cognato di Savasta.
Le accuse nei loro confronti erano erano state per la maggior parte  già contestate in occasione dell’arresto, e nel’ avviso di conclusione delle indagini vengono puntualizzati alcuni capi d’imputazione ed  aggiunti dei nuovi reati,  come quello di truffa addebitato a Savasta. La vittima  sarebbe stata Paolo Tarantini, proprietario di un’agenzia viaggi, dal quale Savasta chiese e ricevette una “tangente” da 60 mila euro per sistemare una falsa indagine nei suoi confronti.  Un’altra vittima, Giovanni Gallo,   nell’incidente probatorio davanti al gip ha dichiarato ” Ero disperato perché Patruno voleva raccontare tutto ai Carabinieri. Ho detto a Tarantini che dovevo fare un intervento a mio figlio e quel denaro l’avrei restituito, lui disse cerco di racimolare quello che posso”. Ho preso 40 mila euro, ho levato 2 mila 800 euro perché avevo alcuni pagamenti e il resto l’ho dato a Patruno.
Il carosello di soldi che giravano nell’intricato “ sistema Trani”  rappresentano una componente dominante delle inchieste. La Procura di Lecce ha contestato che D’Introno avrebbe consegnato circa un milione e mezzo di euro al magistrato (attualmente sospeso dal Csm)  Michele Nardi e 500 mila euro ad Antonio Savasta, che ha però negato nell’incidente probatorio di avere ricevuto denaro contante. Persino lo stesso grande “corruttore” Flavio D’Introno a sua volta avrebbe preso soldi .  Quando Tarantini gli consegnò la busta per  Savasta per l’intervento del figlio, “Tarantini mi disse di avermi mandato 50 mila euro, ma D’Introno me ne consegnò 40mila. Significa che se n’era fregati 10 mila“. Come non dare ragione al povero titolare dell’agenzia viaggi quando si lamentava dicendo: “Mi avete proprio spolpato” ?



“Toghe Sporche”. L’ex rettore Uricchio nei verbali del grande accusatore dei magistrati di Trani

ROMA – Nei verbali dell’inchiesta sulla giustizia svenduta a Trani è uscito fuori anche il nome  di Antonio Felice Uricchio, ormai ex rettore dell’Università di Bari, che momento non è indagato ma compare all’interno delle verbalizzazioni di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che nell’inchiesta di Lecce compare contestualmente indagato e testimone “chiave” delle indagini in corso.
E’ stato infatti  proprio alla collaborazione manifestata alla Procura di Lecce che D’Introno non venne arrestato insieme all’ex gip Michele Nardi, all’ispettore di P.S. Vincenzo Di Chiaro e all’ex pm Antono Savasta (che ha successivamente lasciato la magistratura) per le loro presunte corrutele mentre prestavano servizio presso il Palazzo di Giustizia di Trani.
Soltanto a Savasta sono stati concessi i domiciliari nel marzo scorso, grazie appunto alla confessione sulle tangenti percepite e sulle dichiarazioni rese sui soldi sporchi ricevuti da altri magistrati.
L’ex pm della Procura di Trani  è stato il vero “protagonista” davanti al gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce, nella seconda parte dell’incidente probatorio lo scorso 19 giugno  , facendo il nome del quarto magistrato che sarebbe stato coinvolto nel “sistema” delle tangenti giudiziarie di Trani ( oltre a Nardi e Savasta compare indagato anche il pm Luigi Scimè, attualmente in servizio presso la Procura di Salerno). Il quarto è Domenico Seccia, attualmente sostituto procuratore generale in Cassazione, in passato componente della Commissione Tributaria di Bari.

il sostituto pg in Cassazione, Domenico Seccia

Infatti fu proprio Commissione tributaria di Bari ad accogliere i ricorsi di D’Introno contro cartelle esattoriali per 8 milioni di euro. Sono in corso le necessarie verifiche per riscontare la circostanza riferita secondo la quale Seccia avrebbe percepito una tangente dall’imprenditore di Corato a fronte di una pronuncia in suo favore.
Un fatto questo affermato a verbale da D’Introno che ha trovato conferma anche nelle dichiarazioni ai magistrati rese da Savasta, il quale ha aggiunto che secondo lui “Seccia era una persona pericolosa” . In quella stessa vicenda della commissione tributaria compare il nome di Uricchio, il quale da qualche giorno non è più rettore dell’Università di Bari,  in qualità di componente del direttivo dell’ Anvur , l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca.

A coinvolgere Uricchio nell’inchiesta della Procura di Lecce in ballo è stato proprio lo stesso D’Introno in occasione dell’incidente probatorio davanti al gip leccese Giovanni Gallo,  per il quale sono stati depositati i verbali. I fatti raccontati si riferiscono  all’autunno 2011: ” Insieme con il dottor Nardi stavamo andando a casa del professore Uricchio, che era magistrato della commissione tributaria, ma non si sapeva se il ricorso andava a lui o a un altro magistrato — ha raccontato l’imprenditore — E quindi noi andammo a parlare con lui“. Una circostanza sulla quale finora gli inquirenti non si erano soffermati, ma la circostanza e le modalità con cui il nome dell’ ex-rettore dell’ Univa, è stato coinvolto dal D’Introno potrebbe lasciar ipotizzare secondo la Procura della Repubblica di Lecce che Nardi si sia rivolto ad Uricchio per chiedergli un favore.

Nessun favore, ma soltanto un consiglio”: dice Antonio Felice Uricchio, ex rettore dell’Università di Bari, che così giustifica l’incontro avuto nel 2015 con Michele Nardi, l’ex giudice di Trani accusato di essere stato il capo di un’associazione per delinquere che svendeva indagini e processi.
Uricchio tramite il suo legale, professore Vito Mormando fa sapere che l’incontro avuto non era per la richiesta di un favore, ma di un semplice consiglio. Nardi e Uricchio si conoscevano molto bene, avendo frequentato nello stesso periodo l’istituto di Scienze delle finanze dell’Ateneo barese , ed erano rimasti in buoni rapporti. Nardi avrebbe chiesto – secondo la tesi difensiva-  un appuntamento ad Uricchio che a quel tempo non era ancora rettore, ma professore di diritto tributario , senza però anticiparne il motivo né tantomeno avrebbe riferito che sarebbe stato accompagnato dal D’Introno.

Antonio Felice Uricchio

“L’incontro avvenne in un bar” — secondo la versione di Uricchio al vaglio degli inquirenti — “e durò cinque minuti“. Michele Nardi e Flavio D’Introno gli parlarono del ricorso dell’imprenditore in commissione tributaria per l’annullamento di cartelle esattoriali da 8 milioni (poi avvenuto) e chiesero un consiglio.

“Non mi domandarono alcun favore né avrei potuto farne — ha spiegato l’ex rettore — perché non ero giudice tributario e quindi componente della commissione che si occupò del caso” . I rapporti con la commissione si limitavano a “pareri” , che avrebbe firmato relativamente ad altri casi, in quanto specialista della materia tributaria. “Nulla che abbia mai riguardato D’Introno” , chiarisce Uricchio.
La questione della commissione tributaria resta comunque uno dei punti più importanti dell’inchiesta, perché — secondo la Procura della Repubblica di Lecce — è proprio lì che sarebbero state pagate altre tangenti.
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Gallo aveva già evidenziato che “Nardi aveva intessuto insieme con l’avvocato Vito Dettole una rete di rapporti nel contesto dell’Università degli Studi di Bari, dove tutto viene gestito come un favore“. Dettole, che nell’ordinanza viene definito come “un faccendiere“nell’attività professionale è un avvocato tributarista  e sempre secondo gli investigatori negli anni scorsi molto vicino all’ex sindaco biscegliese Francesco Spina, del quale fu assessore al bilancio due volte (prima in quota UDC, poi nel 2012 in quota Italia Futura) e successivamente nello staff di Spina alla Provincia con contratto a tempo parziale e determinato.
L’ avvocato Dettole si occupa prevalentemente di contenzioso tributario ma che “non trascura la possibilità di condurre affari di vario genere sfruttando e utilizzando le proprie conoscenze, che ricambia ponendosi anch’egli a disposizione degli amici“. Come dicono i magistrati di Lecce: “un faccendiere“.



Toghe corrotte a Trani: per il Gip “gli indagati ancora in grado di influenzare»

pm Roberta Licci

ROMA – Emergono nuove denunce presentate da imprenditori e avvocati,  che riguardano il presunto sistema di corruzione della giustizia che avrebbe avuto corso nel Tribunale di Trani. Secondo quanto riportato dal giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo nella sua ordinanza con cui ha confermato le ipotesi accusatorie del pm Roberta Licci, nonostante l’incidente probatorio sia ancora in corso , non sono cessate le esigenze cautelari. A causa della complessità delle indagini che investono tre magistrati, un ispettore di polizia, vi sarebbe ancora il pericolo di reiterazione del reato e di inquinamento delle prove, motivi per cui la Procura di Lecce ha ottenuto dal gip Gallo la proroga di tre mesi degli arresti del magistrato Michele Nardi, dell’ex magistrato Antonio Savasta  che in virtù della collaborazione fornita è stato posto ai domiciliari  e del poliziotto Vincenzo Di Chiaro.

La Procura di Lecce  ha evidenziato nella propria richiesta, che a seguito del sequestro di numerosi documenti, e materiale informatico, in occasione degli arresti eseguiti lo scorso gennaio, sono attualmente in corso le analisi dei dati ricavabili dalle agende sequestrate a Nardi, da leggere in correlazione con le dichiarazioni rese nell’esame dell’imprenditore Flavio D’Introno  che in questa inchiesta riveste il ruolo di principale “corruttore“, ma anche quello del grande “accusatore“) e di Savasta, anche in relazione al coinvolgimento del magistrato Luigi Scimè, la cui partecipazione nelle vicende che interessano D’Introno si è rivelato ovviamente di immediato rilievo ed incidenza per i reati ai quali si riferisce il titolo custodiale.

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Sono ancora in corso infatti le operazioni di effettuazione della consulenza tecnica forense che comprende 48 supporti tra cui computer, chiavette usb, telefoni cellulari. Inoltre vi sono ulteriori denunce sopravvenute durante il corso delle indagini  da altre persone, avvocati ed imprenditori, delle quali da conto la procura. I nuovi denuncianti hanno portato alla luce delle vicende specifiche corruttive che coinvolgono gli indagati per le quali sono in corso riscontri particolarmente complessi anche in considerazione dell’epoca remota di avvenimenti dei fatti emersi a  posteriori

L’accertamento di queste ulteriori circostanze che hanno portato alla luce ancora di più la svendita e il mercimonio della funzione giudiziaria, come scrive la Procura di Lecce, potrebbe essere un riscontro dell’accusa sostenuta dalla pm Roberta Linci, sempre più convinta che da parte di Nardi vi fosse un potere di pressione sui comportamenti dei magistrati operanti sul territorio di Trani e della effettiva esistenza e operatività tra gli indagati del vincolo associativo .

Il gip Giovanni Gallo nella sua ordinanza ha accolto totalmente le ipotesi investigative della procura, e quindi sussiste giusta causa in relazione alle complesse attività dell’incidente probatorio in corso, che ha già occupato quattro udienze, protrattesi per molte ore.  Sono inoltre gravi e ancora attuali le esigenze cautelari, ritiene il Gip , sia per i magistrati Michele Nardi (attualmente sospeso dal Csm a seguito di un procedimento disciplinare avviato nei suoi confronti) e di Antonio Savasta, dimessosi dalla magistratura e che ha ottenuto i domiciliari dopo aver avviato al fianco dell’avvocato Massimo Manfreda un percorso di collaborazione con gli inquirenti, e per l’ispettore Vincenzo Di Chiaro.

Dal corso delle indagini e dall’incidente probatorio in corso, emerge la trama – scrive il gip  Gallo – di rapporti intercorsi a più livelli, sia locale che nazionale, legati alle professioni svolte ma anche esterni al mondo lavorativo. È questa la ragione principale per cui viene considerato ancora attuale il pericolo di inquinamento probatorio, collegato alla capacità di influenza che gli indagati possono vantare al di fuori del processo fino alla chiusura delle indagini preliminari . L ‘incidente probatorio proseguirà il 19 giugno prossimo.




Inchiesta sulla corruzione della giustizia a Trani. L’ex pm Savasta ammette: “Tutto vero commesse irregolarità”.

LECCE –  L’ex pm di Trani Antonio Savasta, recentemente dimessosi dalla magistratura, sottoposto ieri all’esame dell’accusa nel corso della seconda udienza a seguito dell’incidente probatorio in corso al Tribunale di Lecce, ha cominciato a parlare ammettendo le proprie responsabilità e colpe, e facendo qualche precisazione utile al prosieguo dell’inchiesta.

l’ex magistrato Antonio Savasta ed il pm Michele Nardi incarcerato

I magistrati Nardi e Savasta coinvolti nell’inchiesta sono chiamati a rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso per i fatti contestati che fanno riferimento al periodo tra il 2014 e il 2018. Gli inquirenti hanno effettuato accertamenti su numerose cessioni di denaro, alcune milionarie, finalizzate a modificare l’esito dei processi o a pilotare delle inchieste in corso.

Si parla anche di costosi regali pretesi ed ottenuti da Nardi all’imprenditore D’Introno : un orologio Rolex Daytona del valore  34.500 euro,  due diamanti del valore di 27mila, un viaggio a Dubai costato 10mila euro , la ristrutturazione della casa romana di Nardi per 130mila euro e la costruzione della villa di Trani per 600mila euro. Poi ancora mazzette da 600mila euro versate a Savasta, oltre a cene, e regali di vario genere.

Savasta assistito dall’avvocato Massimo Manfreda,  ha confermato di aver commesso delle irregolarità, confermando la veridicità delle accuse a proprio carico , anche rispetto alle accuse rivolte al collega Michele Nardi, gip del tribunale di Trani all’epoca dei fatti, successivamente pm presso la Procura di Roma, ed attualmente detenuto in carcere. L’esame dell’ magistrato è iniziato nel tardo pomeriggio di ieri, e conseguentemente non è stato possibile per l’accusa contestare tutte le accuse, da quelle iniziali, a quelle emerse successivamente,  a seguito dei diversi interrogatori a cui è stato sottoposto.

E’ stato ascoltato anche l’ispettore di Polizia Di Chiaro, che ha sostanzialmente ribadito e confermato quanto già dichiarato. Precedentemente era già stato ascoltato a lungo  il principale accusatore dei magistrati, e cioè Flavio D’Introno l’imprenditore di Corato , che ha depositato una memoria di 65 pagine in cui sono contenuti anche dei nuovi fatti.

D’Introno rispondendo alle domande del pm Roberta Licci che  insieme al procuratore capo della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone De Castris ha coordinato le indagini,  ha dichiarato durante il suo esame che il magistrato Michele Nardiera già a conoscenza che dovevo avere questa custodia cautelare e per evitarla, in pratica, mi chiese 200mila euro , in riferimento a un’altra inchiesta che lo aveva riguardato”, aggiungendo che invece in relazione al fascicolo d’indagine della procura di Lecce che si è trasformato in una vera e propria bufera giudiziaria,  che  Nardi era a conoscenza che “l’indagine di Lecce era partita da un audio per un altro procedimento della procura di Trani  e che lui aveva interessato i servizi segreti, quindi era a conoscenza di qualsiasi cosa“.

D’Introno  ha aggiunto:Il dottor Nardi mi disse che nelle sue funzioni svolte presso la procura di Roma (dove era stato trasferito ed in servizio come pm all’atto  dell’arresto, ndr), gli era stata affidata questa indagine grossa dove aveva anche ascoltato come teste o come indagato, non lo so, questo signor Inzerillo che io non conosco e che lui disse che era, che faceva parte del sistema Gladio, di questi servizi segreti, quindi se io mai sia avrei detto qualcosa ai Carabinieri di Barletta, lui aveva la mia foto e quindi mi faceva sparire. Questa fu per me come una minaccia di morte“.

L’imprenditore di Corato ha fatto dichiarazioni anche sull’ormai ex-magistrato Savasta: ” Nardi, prima del primo incontro, mi aveva detto che per quanto riguarda tutti questi sequestri probatori, il dottor Savasta aveva preteso 100mila euro. Io in pratica avevo consegnato questi 100mila euro al dottor Nardi. A detta di Nardi erano per il dottor Savasta. Quando io lo chiesi, nell’incontro che abbiamo fatto personalmente con il dottor Savasta, mi ha detto che in pratica non era così “. Cioè che lui non aveva ricevuto nulla? Ha domandato il pm Licci. “No, non li aveva ricevuti. – ha precisato D’Introno  –  Quindi se l’era tenuti Nardi“.

Il gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce ha sciolto la riserva sulla richiesta di proroga dei termini di custodia cautelare, confermando  che NardiSavasta e l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, dovranno restare per altri tre mesi agli arresti cautelari,  essendo stati tradotti in carcere lo scorso gennaio.  Savasta grazie al suo comportamento collaborativo suggellato dall’uscita dalla magistratura, è stato l’unico a ottenere la detenzione domiciliare.

L’incidente probatorio proseguirà il prossimo 19 giugno, in cui si proseguirà con l’esame di Savasta, il quale dovrà sottoporsi  dopo per il controesame alle domande degli avvocati .




Per la Procura di Lecce Nardi e Savasta devono restare agli arresti

 LECCE –  Il procuratore Leonardo Leone de Castris e la pm Roberta Licci della Procura di Lecce che hanno coordinato le indagini dei Carabinieri, hanno chiesto la proroga della custodia cautelare in carcere per l’ex gip di Trani Michele Nardi  successivamente passato a vare il pm a Roma prima dell’arresto, e per il sovrintendente di Polizia del commissariato di Corato (Bari)  Vincenzo Di Chiaro, mentre per l’ex pm Antonio Savasta  è stata sollecitata la proroga degli arresti domiciliari.

l’ex gip di Trani Michele Nardi  e l’ex pm Antonio Savasta

Il procedimento è quello che ruota attorno all’ormai ribattezzato “caso Trani”, dove cospicue tangenti allungate a magistrati e giudici avrebbero consentito di «pilotare» ed «addomesticare» l’esito di inchieste e procedimenti giudiziari a favore di imprenditori . Uno dei quali, il  coratese D’Introno (in passato condannato per usura) come da egli stesso confessato  avrebbe consegnato nelle mani di giudici e pubblici ministeri oltre due milioni di euro, ma anche Rolex Daytona e diamanti.
Tutti e tre gli indagati rispondono delle accuse di avere organizzato e gestito un sistema corruttivo che aveva la sua base negli uffici giudiziari di Trani. Il gip di Lecce Giovanni Gallo renderà nota oggi la sua decisione sulla prosecuzione per altri tre mesi della custodia a cui i due magistrati e il poliziotto erano stati sottoposti a gennaio, quando erano stati tradotti in carcere. Successivamente la misura è stata alleggerito per Savasta, grazie alle sue dimissioni dalla magistratura ma sopratutto per le ammissioni e la collaborazione fornita alle indagini.
Dopo quattro udienze ieri  si è concluso l’incidente probatorio di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che per primo ha rivelato la “tangentopoli” degli uffici giudiziari di Trani. D’Introno ha confermato nuovamente di avere versato tangenti per oltre due milioni di euro a Nardi e Savasta ma anche al pm Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari, attualmente in servizio a Salerno e coindagato nell’inchiesta del procura di Lecce. L’incidente probatorio è stato infatti richiesto dalla Procura della Repubblica di Lecce per cristallizzare le dichiarazioni degli indagati fornite in undici differenti interrogatori, in vista di un eventuale rinvio a giudizio, e giungere quindi a una conclusione rapida della prima tranche dell’inchiesta.
Nella giornata di ieri sono iniziati i controesami del magistrato Luigi Scimè, che avrebbe incontrato D’Introno a Milano, e dell’avvocata Simona Cuomo. L’imprenditore D’Introno ha risposto alle domande, – secondo quanto dichiarato del suo legale Vera Guelfi – consentendo  di fare luci su alcuni punti poco chiari nella vicenda.
E’ stata la la pm Roberta Licci oggi a concludere con il controesame che si sta svolgendo da settimane al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Lecce, a cui farà seguito l’incidente probatorio di Di Chiaro, a cui seguirà quello di Savasta.

 




Aumentano le toghe “corrotte” nel Palazzo di Giustizia di Trani: indagato un altro magistrato

pm Roberta Licci

ROMA– La vicenda giudiziaria che ha travolto la procura ed il Tribunale di Trani sembra ampliarsi a macchia d’olio, grazie all’inchiesta condotta dal pubblico ministero Roberta Licci della Procura di Lecce, con l’iscrizione nel registro degli indagati di un altro magistrato. Infatti, nell’elenco dei 12 indagati indicati nella richiesta di incidente probatorio depositata dalla Procura leccese per “blindare” le confessioni di Antonio Savasta, dimessosi dalla magistratura, ma anche del poliziotto Vincenzo Di Chiaro e dell’imprenditore Flavio D’Introno, è stato inserito anche il nome dell’ ex pubblico ministero della Procura di Trani Luigi Scimè  (ora in servizio  presso la Corte d’appello di  Salerno)   indagato per corruzioni in atti giudiziari, e di altri tre altri nuovi indagati: l’avvocato Giacomo Ragno, 62 anni, di Molfetta,  il cognato di Savasta, il barlettano Savino Zagaria, 55 anni,  ed il molfettese  Martino Marancia, 54 anni.

Il magistrato Scimè viene incluso e coinvolto in episodi di corruzione ed elargizioni di tangenti messo in piedi e gestito da Michele Nardi  suo ex- collega a Trani, che è venuto alla luce a seguito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Lecce con l’ausilio investigativo dei Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Barletta.

Scimè risponde delle accuse a suo carico di avere ricevuto 75mila euro: 30mila per i procedimenti penali che riguardavano  D’Introno , 30mila per aver richiesto al Gip l’archiviazione degli attentati incendiari alle due ville della moglie di D’Introno ed infine  15mila euro per il “processo Frualdo“. Per questo la Procura di Lecce ha contesta al magistrato il reato di “corruzione in concorso” con i suoi colleghi Antonio Savasta che dopo l’arresto si è dimesso alla magistratura e Michele Nardi attualmente detenuto, con l’imprenditore D’Introno, con il poliziotto Vincenzo Di Chiaro e con l’avvocato Simona Cuomo.

All’interno delle 25 pagine di richiesta di incidente probatorio depositata dal pubblico ministero Roberta Licci al giudice per le indagini preliminari, Giovanni Gallo, si sostiene che il magistrato Scimè si sarebbe prestato a favorire l’imprenditore Flavio D’Introno, che  nelle intercettazione viene definito “la gallina dalle uova d’ora“, in processo a suo carico di primo grado chiamato “Fenerator” , in cui rispondeva del reato di usura, processo del quale il magistrato indagato era titolare del fascicolo.

Secondo il capo di imputazione Scimè  avrebbe preparato  la requisitoria insieme a  Savasta  su richiesta del Nardi per chiedere poi l’assoluzione parziale in quanto per le accuse restanti a carico di D’Introno, si sarebbero avvalsi , per non destare sospetti, della successiva prescrizione che sarebbe intervenuta nei successivi gradi di giudizio. Sempre Scimè si sarebbe attivato a chiedere il rinvio a giudizio di due persone, in realtà risultate vittime nel processo Fenerator, per fare poi confluire tutti gli atti nel dibattimento in corso con il fine preordinato di agevolare la posizione processuale a carico di D’Introno.

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Scimè avrebbe chiesto l’archiviazione di due procedimenti relativi all’incendio di due ville di proprietà della moglie dell’imprenditore D’Introno e al danneggiamento di una delle due ville (in cambio di 30 mila euro complessivi) scrive la pm Licci  “sì da favorire D’Introno il quale aveva interesse ad una rapida liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicurazione” , sarebbero state chieste ed ottenute le archiviazioni  in quanto i procedimenti restarono contro ignoti, non venendo accolte e prese in considerazione le richieste della polizia giudiziaria di intercettare i telefoni di D’Introno e di installare una microspia nella sua autovettura.

Sempre a Scimé inoltre viene contestato di avere apposto la sua firma al posto di quella del procuratore capo Capristo , su una richiesta di sequestro presentata da Savasta di circa 9 milioni e 200mila euro, allo scopo di favorire D’Introno. Tutto ciò per evitare il controllo del procuratore aggiunto Giannella.

il palazzo di giustizia di Trani

Nella richiesta di incidente probatorio vi sono anche altre nuove contestazioni , come l’accusa di millantato credito contestata a Michele Nardi che voleva far credere di potere incidere sulle decisioni dei giudici della Corte d’Appello e della Cassazione nel processo Fenerator, contestata nello stesso ed in altri procedimenti.

Tutto ciò ha indotto il pm Roberta Licci titolare dell’inchiesta sulla giustizia “corrotta” di Trani  a garantirsi le confessioni di Savasta, Di Chiaro e D’Introno, che hanno consentito l’applicazione di quanto previsto  dal codice di procedura penale, sui requisiti di Legge necessari per poter richiedere l’incidente probatorio e cioè che la persona sia esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non deponga o deponga il falso.

Condizioni queste che nella vicenda in questione sono presenti e concrete, come scrive il pubblico ministero Licci: “Che peraltro nel caso di specie appare fuori di dubbio la sussistenza proprio di quest’ultima condizione, alla luce di quanto ampiamente documentato nella fase delle indagini circa le plurime condotte poste in essere dagli indagati, finalizzate all’inquinamento delle fonti dichiarative. Tra cui, offerte e dazioni di denaro come anche pressioni e minacce volte ad assicurarsi il silenzio di Flavio D’Introno. Sino a fornirgli i mezzi economici per riparare all’estero“.




Savasta ottiene i domiciliari: adesso in molti tremano per le sue confessioni

ROMA – L’ormai ex pm Antonio Savasta arrestato lo scorso 14 gennaio insieme con il collega Michele Nardi , ultimamente pm in Procura a Roma, per corruzione in atti giudiziari,  lascia il carcere dopo oltre due mesi  ottenendo i domiciliari nella sua abitazione di Barletta, mentre è partita  la verifica della Procura di Lecce per accertare l’eventuale coinvolgimento di altri magistrati. Grazie alle confessioni di Savasta sul “caso Trani” e l’ammissione sulle  “mazzette” richieste e ricevute per aggiustare i processi, per molte altre persone è l’inizio di un vero e proprio incubo.
Nei tre interrogatori resi alla pm leccese Roberta Licci , Savasta si è deciso a fare nomi e cognomi e sopratutto raccontato fatti. Ha parzialmente ammesso le sue responsabilità, assistito dagli avvocati Massimo Manfreda e Guido Calvi, e dopodichè ha inviato al Consiglio Superiore della Magistratura  la richiesta delle proprie dimissioni della magistratura. Proprio in virtù di questi due elementi, cioè le sue dimissioni dalla magistratura e la collaborazione con l’indagine, hanno indotto il gip Giovanni Gallo  che lo scorso gennaio l’aveva mandato in carcere con l’accusa di associazione per delinquere, corruzione e falso, a concedergli gli arresti domiciliari senza la possibilità di entrare in contatto con alcuna persona esterna al nucleo familiare, quindi senza poter telefonare né avere contatti via web, per  tutelare le esigenze cautelari.
Le sue dichiarazioni ai magistrati salentini  consentono adesso ai Carabinieri di proseguire le proprie indagini ed allargarle a fronte alle sue numerose dichiarazioni  che coinvolgono anche altri rappresentanti  della magistratura, i cui nomi peraltro erano già stati fatti dall’ imprenditore di Corato (Bari)  Flavio D’Introno, la  prima vera “gola profonda” dell’inchiesta sul “sistema Trani”. D’Introno ha verbalizzato di avere pagato tangenti per circa 2 milioni di euro a Nardi e Savasta ed altrettanto,  secondo le dichiarazioni rese , avrebbero fatto altri imprenditori della zona, che sarebbero stati “agevolati” dai magistrati dietro compenso  a ottenere risultati di favore in indagini e processi di cui erano indagati o imputati.
La conferma alle dichiarazioni di D’Introno è venuta dall’imprenditore del grano Francesco Casillo, il quale ha confessato di pagato una mazzetta a Savasta per essere scarcerato. Una vicenda che  ormai non è perseguibile in quanto completamente prescritta, ma ve ne sono sono altre più recenti che potrebbero riservare importanti sviluppi, in quanto lo stesso Savasta ha reso testimonianze decisive e deposizioni anche su altre questioni delle quali non è stato direttamente parte attiva, di cui era a conoscenza proprio in virtù del suo ruolo di primo piano nel gruppo di magistrati infedeli che avrebbe aggiustato i processi.
Anche le dichiarazioni di Savasta rese su Michele Nardi, con il quale inizialmente aveva un rapporto molto “stretto” e successivamente una serie di frizioni e tensioni, per poi ritornare nuovamente a collaborare nei mesi in cui si avevano che l’inchiesta avviata dalla Procura di Lecce era pericolosa per loro e di fatto e ormai inarrestabile. Michele Nardi si trova attualmente ristretto nel carcere di Taranto, dopo delle “soste”  nelle case circondariali di Lecce e di Matera,  ha scritto molte lettere al gip Gallo , contestato dei presunti errori a sua discolpa commessi nella ricostruzione dei fatti e presunte lacune nell’ordinanza. Senza produrre alcun risultato.
Infatti  il gip Giovanni Gallo  non ha mai ritenuto di alleggerire la posizione processuale di Nardi e tantomeno di revocare o trasformare misura cautelare,  in quanto l’atteggiamento di Michele Nardi (al contrario di Savasta ) non è mai stato collaborativo. Al momento i suoi difensori Domenico Mariani e Carlo Di Casola, sono in attesa che il Tribunale del Riesame depositi le motivazioni dell’ordinanza che ha rigettato la richiesta di scarcerazione, per ricorrere dinnanzi alla Cassazione.



L’ex pm Savasta interrogato a Lecce per 8 ore

ROMA – L’interrogatorio in carcere a Lecce dell’ex pm di Trani Antonio Savasta arrestato per corruzione il 14 gennaio scorso dalla magistratura salentina assieme al collega ex gip tranese Michele Nardi, è durato otto ore alla presenza del suo legale Massimo Manfreda, e del pm di Lecce Roberta Licci, titolare del fascicolo d’indagine insieme al procuratore capo Leonardo Leone De Castris.

L’interrogatorio ha riguardato nuovamente la mole delle accuse contenute nelle oltre 800 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare del giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo. Ma si è discusso anche di un nuovo evento corruttivo, una tangente di 400mila euro di cui ha riferito l’imprenditore di Trani titolare dell’agenzia di viaggi dove erano stati emesse i biglietti delle vacanze di lusso  pagate dalla vittima principale, cioè l’imprenditore edile di Corato Flavio D’Introno,  delle quali avrebbero goduto i due magistrati, cioè Savasta e Nardi.

Ma vi è anche qualcosa di cui non si è parlato, e cioè  uno degli ultimi episodi emersi dall’inchiesta dei  Carabinieri della Compagnia di Barletta e dei finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziario della Guardia di Finanza di Lecce: un episodio legato ai 550mila euro che l’imprenditore Francesco Casillo avrebbe versato nel 2006 a Savasta e Nardi che all’epoca dei fatti erano rispettivamente pm e gip di Trani,  per ottenere la revoca degli arresti suoi e dei tre fratelli.

La Procura di Lecce ha ricostruito il “tesoretto” del giudice, che risulta essere proprietario di 22 unità immobiliari e di 12 terreni nella provincia di Bari, cui si aggiungono altre 8 unità immobiliari (più un terreno) intestati alla moglie dell’ex magistrato della Procura di Trani che però non risulta indagata.

L’avvocato Manfreda all’uscita del carcere si è detto soddisfatto dell’esito dell’interrogatorio. “Una lunghezza necessaria per fornire i dovuti chiarimenti. La durata dell’interrogatorio è sintomatica dell’atteggiamento processuale che non è di chiusura. Ci sono delle cose sulle quali abbiamo lealmente fornito la nostra versione, ci sono altri aspetti su cui ci siamo confrontanti altrettanto lealmente e chiaramente“.

È stato il terzo interrogatorio e probabilmente l’ultimo almeno in questa fase.”  ha aggiunto l’ Avv. ManfredaNel corso dell’interrogatorio la difesa ha anche prodotto una sintetica memoria  difensiva .  Sette pagine inerenti questioni oggetto di imputazione e contestazioni provvisoria e sui risultati delle indagini“, ed ha concluso annunciando che “in settimana depositeremo istanza di sostituzione della misura cautelare con la concessione degli arresti domiciliari“.

 




I “furbetti della toga” di Trani : gli avvocati dettavano gli atti ed il magistrato Savasta firmava

BARI – L’ ex-pm della procura di Trani,  Antonio Savasta che è ristretto in carcere per l’accusa di corruzione in atti giudiziari in concorso con il collega Michele Nardi (all’epoca dei fatti Gip del Tribunale di Trani) e il sovrintendente di polizia Vincenzo Di Chiaro,  da otto giorni in carcere sta leggendo l’imponente ordinanza di custodia cautelare disposta dal Gip di Lecce Giovanni Gallo, e soltanto questa mattina valuterà insieme ai suoi legali, gli avvocati Guido Calvi e Massimo Manfreda,  se richiedere o meno  l’interrogatorio di garanzia al sostituto procuratore Roberta Licci della procura di Lecce, che ha condotto l’inchiesta su un presunto giro di tangenti per dirottare indagini e processi a Trani.

Ieri l’avvocatessa Simona Cuomo del foro di Bari, a cui sono stati sequestrati bene per oltre 400mila euro, assistita dal suo mentore l’ avvocato Francesco Paolo Sisto  (a cui la Cuomo è particolarmente legata professionalmente avendo lavorato per 10 anni nel suo studio legale)  insieme all’avvocato Andrea Sambati, è stata ascoltata dal pm inquirente presso il Tribunale di Lecce,  in un’interrogatorio durato oltre tre ore ammettendo di essere stata un pò troppo superficiale nella sua attività in questione, sostenendo di non avere ricevuto soldi, e tantomeno alcuna consapevolezza o conoscenza di accordi illegali eventualmente raggiunti tra l’imprenditore D’Introno ed il pm  Savasta .

Per la Procura di Lecce in realtà dall’analisi dei fascicoli processuali in cui la Cuomo è presente come avvocato difensore di D’Introno, emerge ben  altro. Alcuni magistrati che hanno prestato servizio a Trani, come Michele Ruggiero, il quale ereditò il processo sull’Agenzia delle Entrate evidenziando  e  segnalando “’incongruenza probatoria” rispetto ai reati contestati, in merito agli atti giudiziari effettuati da Savasta. In tale occasione, i “furbetti della toga” , avrebbero messo nei guai due incolpevoli messi dell’Agenzia,  i quali dovevano notificare gli atti ingiuntivi a D’Introno e vennero incastrati da “false accuse” , architettate e messe in piede grazie alla collaborazione dell’avvocatessa e da una serie di conseguenti provvedimenti più che sospetti del pm Savasta, il quale dispose il sequestro delle cartelle esattoriali, in conseguenza del quale,  l’ Agenzia delle Entratefu privata dei titoli necessari per far valere le azioni risarcitorie” che riguardavano la bellezza di circa 30 milioni di euro.

dal profilo Linkedin dell’ Avv. Simona Cuomo

L’ avvocatessa Cuomo inoltre non ha fornito alcuna spiegazione credibile in merito alle sue affermazioni “Uno se le inventa le denunce, appunto come me le sono inventate io” contenute in in una telefonata intercettata nel 2016 proprio con Flavio D’Introno , durante la quale parlavano del “golpe” affaristico effettuato nei confronti delle Ceramiche San Nicola (della famiglia D’Introno). Infatti quelle parole per il Gip Gallo costituiscono un’involontaria ammissione di aver commesso degli atti illeciti, peraltro ripetuti in occasione di numerose vicende giudiziarie delle quali il suo cliente è stato protagonista .
La Cuomo viene definita non a caso nell’ordinanza dal giudice, “costantemente coinvolta in molte delle iniziative criminose contestate”. “Attraverso l’abuso della professione di avvocato ha collaborato in maniera attiva al raggiungimento delle finalità illecite del gruppo, costruendo false denunce e creando ad arte false testimonianze – prosegue il giudice Gallo  – La ripetitività delle azioni dimostra la non occasionalità delle condotte e la personalità, incline a commettere reati nell’esercizio della professione .

Sulla vicenda dell’Agenzia delle entrate, il procuratore Francesco Giannella (a lato nella foto, facente funzioni di capo Trani, a seguito della nomina del dr. Capristo a procuratore capo della Procura di Taranto)  chiese delle spiegazioni al pm Savasta, il quale scrisse le proprie note difensive insieme all’avvocato Giacomo Ragno. Dalle microcamere installate dai Carabinieri nell’ufficio dell’ex-pm di Trani vengono registrate delle immagini più imbarazzanti, ed abbastanza eloquenti, che mostrano l’ avvocato Ragno  che il Gip evidenzia essere “noto a causa dei numerosi esposti sui suoi rapporti anomali in Procura” e il magistrato intenti a dettare un atto al segretario di Savasta, con un comportamento a dir poco illegale in quanto l’avvocato Ragno aveva assistito ed assisteva numerose persone indagate proprio dalla Procura di Trani e quindi conseguentemente in numerosi procedimenti era stato la controparte  del pubblico ministero .

Le registrazioni video effettuate dai Carabinieri evidenziano una consuetudine di frequentazione dell’avvocato Ragno ( a lato nella foto) dell’ufficio del pm Savasta, ed una certa familiarità manifestata nel dettare quanto da scrivere nel provvedimento al segretario del magistrato e anche l’accortezza di sussurrargli di tanto in tanto alcune frasi nell’orecchio,  comportamento questo, dice il gip “indice di una particolare prudenza nelle comunicazioni” .
Nelle oltre 800 pagine dell’ordinanza cautelare, fra le indagini evidenziate che l’ex pm Antonio Savasta avrebbe falsato per favorire l’imprenditore Flavio D’Introno, è presente anche un’indagine sull’istituto bancario Unicredit . Ed a rivolgersi alla procura di Lecce in tale circostanza fu l’ex procuratore aggiunto Francesco Giannella facente funzioni di capo Trani , a cui arrivarono nel periodo della sua reggenza della procura,  una serie di esposti contro il pm Savasta. Secondo quanto emerso dall’”inchiesta Fenerator”  (dal latino “usuraio” ) l’imprenditore D’Introno aveva rilevato a Corato da una persona a cui avrebbe prestato soldi con interessi usurai alcuni immobili, e successivamente nel 2014 aveva stipulato un contratto di leasing con il gruppo Unicredit.
L’operazione “Fenerator” era partita dalle denunce di alcune vittime strozzate, mentre la seconda trance di provvedimenti (nel 2007) ebbe origine dalle approfondite indagini del G.I.C.O. della Guardia di Finanza che, nonostante la mancata collaborazione di molte delle vittime usurate, è riuscito a risalire alle radici di quello che è ormai definito un fenomeno diffuso. In tale circostanza, a conferma dell’ abitudine del D’ Introno di circondarsi di legali disposti a tutto, venne indagato a piede libero per il reato di riciclaggio anche l’avvocato Cristoforo Diaferia, per il quale la Procura di Trani aveva richiesto l’arresto, legato a D’Introno in quella vicenda giudiziaria.
Flavio D’Introno, l’imprenditore coratino delle ceramiche arrestato nel 2007 per usura ai danni di commercianti del Nord Barese è stato condannato con sentenza definiva dalla Corte di Cassazione che ha annullato, senza rinvio, la sentenza di Appello che aveva condannato D’Introno a 5 anni e 9 mesi nel dicembre 2016, in quanto estinto per prescrizione uno dei capi di imputazione di usura, e rideterminata la pena in 5 anni e 6 mesi di reclusione (per la quale è previsto l’arresto) e 16.500 euro di multa. La Corte di Cassazione ha annullato, senza rinvio, la sentenza di Appello che aveva condannato D’Introno a 5 anni e 9 mesi nel dicembre 2016, in quanto estinto per prescrizione uno dei capi di imputazione di usura, e rideterminato la pena in 5 anni e 6 mesi di reclusione (per la quale è previsto l’arresto) e 16.500 euro di multa.
La società di leasing di Unicredit a causa dal ritardato pagamento di tre canoni di locazione previsti dal contratto di locazione finanziaria,  aveva sollecitato D’Introno venendo denunciata per usura, attraverso gli atti intrapresi dall’avvocatessa Cuomo che assisteva l’imprenditore di Corato. Non a caso raccogliere la querela-denuncia era stato il sovrintendente della Polizia Di Chiaro,  mentre il pm  Savasta da parte sua aveva disposto il sequestro immediato del contratto di leasing. Tutto ciò secondo il Gip del Tribunale di Lecce “in modo tale da consentire a D’Introno di sottrarsi al pagamento“. E non solo. A Di Chiaro venne depositata una successiva denuncia della moglie dell’imprenditore D’Introno nei confronti del direttore dell’istituto il aveva bloccato richiesto la restituzione della carta di credito, iniziativa legale a dir poco anomala che venne inoltrata dal poliziotto  direttamente a  Savasta, tutto ciò “a dimostrazione dell’esistenza di una corsia preferenziale” .
Il “triangolo” D’Introno-Savasta-Di Chiaro è emerso in maniera ancora più palese a seguito di un irrituale (e quindi illegittimo) accompagnamento del direttore della filiale di Unicredit,  presso la Procura per essere ascoltato, e tutto ciò senza alcuna necessaria (prevista dalla Legge) formale convocazione, che Savasta avrebbe di fatto fatto predisporre solo successivamente,  seguito da un ulteriore decreto di acquisizione di documenti presso Unicredit,  coinvolgendo anche ad altri funzionari  (Raffaele Ruffo e Michele Patella) della banca  nell’indagine per presunta usura, con il chiaro probabile obbiettivo di indurli ad un atteggiamento timoroso.

il pm Michele Nardi ed il giudice Antonio Savasta arrestati dalla Procura di Lecce

Dopo il trasferimento del pm Savasta con allontanamento dalla Procura di Trani, assegnandolo tribunale del Lavoro di Roma, avvenuto per decisione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura,  l’inchiesta sul Gruppo Unicredit passò al pm Alessandro Pesce, al quale si rivolse D’Introno – per sua stessa ammissione — tentando e sperando di poter ricevere lo stesso trattamento di favore collusivo. “Sono stato da Pesce – ha verbalizzato l’imprenditore – per sollecitare la definizione del procedimento su pressione di Nardi,   ma mi trattò in malo modo. Da lui non ho mai ricevuto richieste di soldi” .
Si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al gip Gallo l’immobiliarista barlettano Luigi D’Agostino  arrivato ieri a Lecce da Firenze, dove risiede e svolge la sua attività (è stato interdetto per un anno dall’esercizio di attività d’impresa). D’Agostino fu arrestato, nel maggio scorso, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Firenze, dalla quale sarebbero emersi i suoi legami di amicizia e affari con Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo. Grazie a Renzi senior, D’Agostino, secondo quanto ha dichiarato in un interrogatorio, sarebbe riuscito ad ottenere un incontro a Palazzo Chigi tra l’ex pm Savasta e l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti, che non risulta indagato.

Luca Lotti, ex sottosegretario alla Presidenza del  Consiglio – Governo Renzi

Proprio oggi per D’Agostino potrebbe arrivare il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta di Firenze, che a maggio lo portò in carcere a causa di presunte fatture false emesse da ditte pugliesi per aiutarlo. Giovedì invece la sezione disciplinare del Csm si pronuncerà sulla richiesta di sospensione di Nardi e Savasta dallo stipendio, dalle funzioni e dalla magistratura, avanzata dal procuratore della Cassazione, Riccardo Fuzio, e dal ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Il gip di Lecce, intanto, sta valutando la richiesta di Nardi di poter lasciare il carcere, in cui si trova detenuto dal 14 gennaio.
L’ avvocato Simona  Cuomo del Foro di Bari ed il suo collega Ruggiero Sfrecola del foro di Trani sono stati interdetti per un anno dalla professione.



Mazzette ai magistrati: ecco come funzionava il “sistema Nardi-Savasta”

ROMA – Si estende l’inchiesta sul sistema di corruzione giudiziaria messo in piedi dai magistrati Nardi e Savasta arrestati lunedì’ mattina per decisione della Procura di Lecce. Anche altri imprenditori, oltre a Flavio D’Introno e Luigi D’Agostino, avrebbero oliato il “sistema” che vigeva negli uffici giudiziari di Trani.

i magistrati arrestati Savasta e Nardi

E nel palazzo di giustizia di Trani che l’ex giudice per le indagini preliminari Michele Nardi e l’ex pubblico ministero Antonio Savasta, entrambi incredibilmente trasferiti dal Consiglio Superiore della Magistratura in servizio presso il Tribunale e la Procura di  Roma, avevano impianto il loro “sistema” di corruzione.
Nell’ordinanza del gip leccese Giovanni Gallo che lunedì ha fatto finire in carcere Nardi, Savasta e il poliziotto Vincenzo Di Chiaro è venuto alla luce la struttura di un sistema di corruzione che imperversava da tempo, grazie ad omissioni, se non proprie e vere collusioni, presenti all’interno degli uffici giudiziari di Trani.
L’ ordinanza del Gip è pieno di “omissis”, cioè di evidenze coperte dalla Procura di Lecce per tutelare lo sviluppo di ulteriori filoni d’indagine, e non poche novità potrebbero arrivare per i magistrati inquirenti della procura di Lecce, dagli interrogatori dei principali indagati, che cominceranno domani a Lecce.
Oltre ai tre soggetti colpiti dalle misure cautelari  verranno interrogati anche gli avvocati Simona Cuomo del Foro di Bari , “enfant prodige” dello Studio legale Sisto,  e di Ruggiero Sfregola colpiti da un provvedimento giudiziario di interdizione dall’esercizio della professione per un anno,  e l’imprenditore Luigi D’Agostino il quale è stato colpito dal divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.
Le persone indagate nell’inchiesta coordinata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Licci e condotta dai Carabinieri, in totale sono 18.
Il sistema Nardi viene così definito dal Gip di Lecce: “È un soggetto sempre alla ricerca di imprenditori facoltosi in difficoltà, ai quali dispensare i propri consigli giuridici, che rapidamente si trasformano nell’offerta di scorciatoie giudiziarie, ovviamente dietro lauti compensi“. Un sistema di corruzione che viene illustrato con chiarezza dall’imprenditore D’Introno, con il forte sospetto degli inquirenti che sia stato applicato nella stessa misura anche con altri imprenditori.
La prima azione Nardi fu l’impegno a condizionare i giudici del processo per usura a carico di D’Introno, ad aggiustarlo dopo la condanna, ma chiaramente in cambio di cospicue “mazzette” o regali importanti, fino ad arrivare alla pesante richiesta di 2 milioni di euro.
Il giudice Gallo scrive nella sua ordinanza che il magistrato Nardi voleva “spremere D’Introno”, reputandolo una  “gallina dalle uova d’oro”.  “È venuto come un avvoltoio— diceva D’IntronoSavasta durante un incontro registrandolo o di nascosto — diceva di conoscere tutti e io che dovevo fare. Ora me ne sto andando, ma ho perso 2 milioni di euro che lui mi ha estorto: mi ha fatto vivere nella paura”. Sempre nell’ordinanza per questi motivi si legge su Nardi : “È una persona senza scrupoli  con personalità spregiudicata e pericolosa e particolare propensione al crimine”.
Il sistema Savasta è stato ricostruito grazie alle indagini sulla false fatturazioni di alcune aziende di Barletta dalla Procura di Trani, a quella di Firenze e poi a Lecce. I primi Ad accorgersi per primi che qualcosa non funzionava correttamente furono i finanzieri del Gruppo Barletta, come ha spiegato l’ex comandante, il maggiore Carmelo Salomone, ascoltato a verbale nel corso dell’inchiesta che a giugno 2018 portò all’arresto di D’Agostino disposto dai pm di Firenze.
L’ex pubblico ministero Savasta all’epoca dei fatti in servizio presso la Procura di Trani aveva indagato sul giro di false fatture per agevolare l’immobiliarista, senza iscrivere nel registro degli indagatigli amministratori delle società compiacenti . L’ ufficiale della Guardia di Finanza raccontà ai pm che “Savasta mi disse prima che voleva iscriverli e poi che non intendeva più farlo né che avrebbe mandato la notizia di reato a Firenze”. Secondo quanto ha ricostruito la Procura di Lecce, l’imprenditore  D’Agostino già versava mazzette al pm Savasta per aggiustare le indagini nei suoi confronti. E così applicando il suo sistema di corruzione di evitava il carcere a quanti erano amici dell’imprenditore.
Il verbale di interrogatorio dell’ ufficiale delle Fiamme Gialle così continua: “Chiedemmo al pm di valutare l’opportunità di chiedere misure cautelari ma non ha mai chiesto le misure né ci ha fatto effettuare altre indagini o ci ha mai dato altre deleghe“. Savasta per sviare le indagini avrebbe anche escluso la polizia giudiziaria dagli interrogatori di alcune persone .
Addirittura “uno dei quali sintetizzato in appena 15 righe, scrive il Gip Gallo , ed “un altro privo delle domande essenziali”  e impedendo agli investigatori persino di analizzare il materiale sequestrato in casa di Dario Dimonte, imprenditore complice e vicino a D’Agostino. Il maggiore Salomone continuava : Dissi al pm che avrei ritenuto utile interrogare gli indagati ma lui lo fece da solo. Inoltre decise di restituire denaro e documentazione a Dimonte senza che l’avessimo analizzata”.
Gli avvocati “complici”.  Ruggiero Sfrecola risultava difensore d’ufficio di molti indagati nelle inchieste del pubblico ministero Savasta a Trani . Secondo a quanto raccontato dal legale, i due erano amici di lunga data ma non si facevano alcun problema ad occuparsi degli stessi casi. Il magistrato Savasta  utilizzando false attestazioni, secondo la Procura di Lecce , quando doveva far contattare un avvocato d’ufficio riusciva a far comparire sempre lo Sfrecola come avvocato di turno.
Dai controlli effettuati sui numeri telefonici contattati dalla Procura di Trani è emerso che si trattava di utenze chiuse e non attive dagli anni 2005-2006. ed il nome e l’indirizzo di Sfrecola in molti fascicoli comparivano indicati scritti addirittura a mano dallo stesso pm Savasta.
L’avvocato Sfercola era il tramite fra il pm Savasta e D’Agostino , e secondo le ipotesi accusatorie  dalle sue mani passarono parecchie “mazzette”, una parte delle quali finì nelle sue tasche. Gli incontri in cui sarebbero avvenuti i pagamenti delle corruzioni giudiziarie sono stati tutti documentati, così come ad esempio un soggiorno romano nella primavera 2015  in cui il passaggio di soldi fra Savasta e Sfrecola, accadde nella stessa camera dell’hotel,  nello stesso periodo in cui uno erano l’inquirente e l’altro il difensore di alcuni indagati.
Dopo l’arresto disposto a giugno dalla Procura di Firenze, il sequestro dell’agenda di D’Agostino preoccupò non poco politici ed esponenti delle istituzioni in quanto  l’imprenditore come ha verbalizzato durante l’interrogatorio, annotava tutto. E’ stato grazie alle pagine della sua agenda, al cui interno oltre agli appuntamenti, erano riportate le tangenti con cifre e nomi dei destinatari, che i Carabinieri di Barletta hanno trovato conferma della visita del dicembre 2015 a palazzo Chigi avvenuta grazie all’intervento di Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  per consentire l’incontro avvenuto fra il pm Antonio Savasta e l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca LottiL’obiettivo del pm di Trani, scrive il gip nella sua ordinanza , “era costruirsi soluzioni per la sua già compromessa (da procedimenti disciplinari e penali) situazione professionale“.



Arrestati in Puglia gli ex pm pugliesi Nardi e Savasta ed un poliziotto

ROMA – “Pilotavano” processi e indagini in cambio di denaro. Tanto denaro. E tra le inchieste “sistemate” c’era anche quella a carico di Luigi D’Agostino, imprenditore che per un periodo fu vicino a Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo Renzi.

L’inchiesta condotta dai Carabinieri  è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Lucci  L’ordinanza  è stata firmata dal gip del Tribunale di Lecce dr. Giovanni Gallo.

I fatti contestati vanno dal 2014 al 2018, ma per i pm ce ne sono altri documentati fino a dieci anni fa, ormai prescritti. I due magistrati erano in servizio a Trani in quel periodo. Ora Savasta è giudice del Tribunale di Roma, mentre Nardi è pm a Roma ed in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia.

Sulla base di queste accuse sono finiti in carcere su disposizione della magistratura salentina Antonio Savasta e Michele Nardi, magistrati che sono stati in sevizio  (il primo come pm ed il secondo come Gip) alla Procura di Trani eddd attualmente lavorano a Roma, il primo come giudice e il secondo come sostituto procuratore, ma anche un ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro,  in servizio al commissariato di P.S. di Corato in provincia di Bari

Secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare il magistrato Nardi , ha ricevuto un viaggio a Dubai da 10mila euro dall’imprenditore indagato Flavio D’Introno , quindi la ristrutturazione di una casa a Roma costata  circa 120/130mila euro tra pavimentazione e pitturazione.

Il tutto, ricostruiscono i pm, “sia quale prezzo della propria mediazione che con il pretesto di dover comprare il favore dei giudici” in un processo presso il Tribunale di Trani in cui D’Introno era imputato e al termine del quale venne comunque condannato. Nardi ricevette successivamente da D’Introno anche somme di denaro e un orologio Rolex Daytona, per cercare di aggiustare il successivo processo d’Appello.

Consegnati anche due diamanti da un carato ciascuno dal valore di 27mila euro per intervenire sul giudizio di Cassazione dopo che la Corte di secondo grado di Bari aveva comunque condannato D’Introno a cinque anni e nove mesi.

Per gli avvocati Simona Cuomo (Foro di Bari) e Ruggiero Sfrecola (rispettivamente del Foro di  Trani) è stata disposta l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno mentre all’imprenditore barlettano D’Agostino è stato notificato un divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.

Di Chiaro l’ispettore di polizia arrestato, secondo le accusa si sarebbe messo “al servizio dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno (tra gli indagati) – a quanto viene riferito – quale momento indispensabile di collegamento con il magistrato Savasta per il complessivo inquinamento dell’attività investigativa e processuale da quest’ultimo posta in essere“.

La Procura di Lecce ha anche chiesto e ottenuto il sequestro di beni e conti corrente per un valore proporzionale a quello oggetto della corruzione. Nello specifico 489mila euro per Savasta; 672mila per Nardi, a cui sono stati posti sotto sequestro anche diamanti e un Daytona d’oro; 436mila per Di Chiaro ed analoga  cifra per Cuomo e  Di Chiaro; 53mila per D’Agostino e Sfrecola.  Il valore dei beni sequestrati supera complessivamente i due milioni di euro.

Nell’inchiesta con un ruolo seppure più marginale, è coinvolto anche l’imprenditore Dagostino, socio di Tiziano Renzi e della moglie nella società Party Srl, chiusa dopo due anni a causa – secondo quanto affermato in una nota dai diretti interessati – “di una campagna di stampa avversa”. Dagostino era stato arrestato nel giugno scorso a Firenze e la Procura toscana ha poi trasferito una parte del fascicolo a Lecce, competente sui magistrati del distretto di Corte d’Appello di Bari.

L’imprenditore, di origini barlettane, era stato indagato a Trani da Savasta per false fatturazioni relative alle sue imprese.. L’allora pm, secondo l’accusa dei magistrati salentini, lo avrebbe favorito evitando di fare “i dovuti approfondimenti sul suo conto” in cambio di denaro: tangenti, scrive il gip nell’ordinanza, da 20mila 25mila euro. Per Dagostino, per cui i pm avevano chiesto i domiciliari, è stato disposto il divieto temporaneo di esercizio dell’attività imprenditoriale e di esercizio degli uffici direttivi per un anno.

nella foto la Presidenza del Consiglio

Per far ottenere un incarico a Roma al magistrato tranese Antonio Savasta, all’epoca dei fatti sottoposto a diversi procedimenti penali e alla richiesta di trasferimento d’ufficio, l’imprenditore fiorentino Luigi D’Agostino – secondo la Procura di Lecce – procurò a Savasta un incontro a Palazzo Chigi, con l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. Questo incontro, che Savasta sollecitò a Dagostino tramite l’avvocato Ruggiero Sfrecola, avvenne il 17 giugno 2015.

È quanto scritto nel provvedimento cautelare che ha portato all’arresto dei magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi. All’epoca Savasta indagava su Dagostino per un giro di presunte fatture false. Per questo fatto, Savasta , Sfrecola e D’Agostino sono indagati per corruzione in atti giudiziari. Tutti e tre parteciparono all’incontro con Lotti.

Secondo l’accusa i magistrati avrebbero garantito esiti processuali positivi in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore degli imprenditori coinvolti in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli e diamanti. Gli imprenditori avrebbero pagato per i favori ricevuti e gli avvocati avrebbero svolto il ruolo di intermediari e facilitatori.

In una nota il procuratore di Lecce Leone de Castris ha spiegato che “Il ricorso alla misura cautelare si è reso indispensabile tenuto conto del concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose e del gravissimo, documentato e attuale rischio di inquinamento probatorio“. La Procura salentina ha indagato sulla vicenda in base all’articolo 11 del Codice di procedura penale poiché si tratta di reati commessi da magistrati in servizio nel distretto della Corte d’appello di Bari, su cui è competente la magistratura salentina.