Elezioni a sorpresa per il Csm : eletto al primo posto D'Amato, secondo Di Matteo

Nino Di Matteo

ROMA Elezioni a sorpresa per i componenti togati del Csm . Hanno votato 6.799 i votanti su oltre 9mila magistrati aventi diritto. Il pm antimafia di Palermo Nino Di Matteo, noto per il processo sulla trattativa tra lo Stato e la mafia, si è piazzato al secondo posto con 1.184, preceduto da Antonio D’Amato per vent’anni a Palmi affianco ad Agostino Cordova e poi sempre con lui alla procura di Napoli,  attuale procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, ha ottenuto 1.460 voti piazzandosi al al primo posto.

La componente di Piercamillo Davigo, con cui Di Matteo è in stretta sintonia, è arrivata seconda rispetto alla destra di Magistratura indipendente.  Candidati 18 pubblici ministeri per sostituire i due magistrati dimissionari, coinvolti nel “caso Palamara” e dell’inchiesta di Perugia per corruzione.

Il terzo pm che ha ottenuto più voti è il napoletano Francesco De Falco, protagonista dell’indagine sulla paranza dei bambini con 950 voti. Seguono in classifica  il pm di Napoli Fabrizio Vanorio con 615 voti, Anna Canepa, della procura nazionale antimafia, con 584 voti , quindi  Tiziana Siciliano procuratore aggiunto di Milano .

Vince politicamente Magistratura indipendente con D’Amato che ha fatto tutta la campagna elettorale all’insegna della battuta “io non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri”, l’ex leader di Mi, divenuto deputato Pd in quota Renzi, che lo ha seguito in Italia Viva.

Sulla candidatura di Antonio D’Amato ( a lato nella foto) sono confluiti anche voti di Unicost, la corrente centrista precedentemente guidata da Luca Palamara, uscita “ammaccata” dall’inchiesta di Perugia. Mariano Sciacca, presidente di Unicost, precisa che “Il gruppo di Unità per la Costituzione non ha sostenuto elettoralmente il collega D’Amato, al quale auguriamo buon lavoro“.

In una nota, Unicost prende atto del risultato, ringraziando De Falco, “che lontano da circuiti massmediatici, indipendente da legami di ogni sorta, rappresenta appieno i valori nei quali ci riconosciamo di professionalità, autonomia e dedizione” e ribadisce “il silenzio  assordante e denso di rabbia e protesta di migliaia di magistrati che non sono andati a votare“.

Di Matteo contrariamente a quanto ci si aspettava però non sfonda . Ma la corrente di DavigoAutonomia e indipendenza, nata proprio da una scissione con Magistratura indipendente in chiave anti Ferri – è arrivata a poter essere rappresentata da 5 consiglieri togati su 16, con une notevole”peso” decisionale nelle dinamiche interne, anche in vista di importanti nomine, come quelle del procuratore generale della Cassazione e del capo della procura di Roma.

Nonché di quelle di Torino e della stessa Perugia. Buono il risultato complessivo di Area, il gruppo di sinistra, né ha presentato molti candidati, come Canepa e Vanorio, disperdendo i voti.

Il voto espresso domenica e lunedì scorso porta alla luce anche la sfida, tutta campana, tra D’Amato, De Falco, Milita e Vanorio. Nato a Torre del Greco, D’Amato muove i primi passi  come pm a Palmi, dove trova come procuratore Agostino Cordova. Quando il magistrato calabrese viene nominato a capo della Procura di Napoli, D’Amato lo segue poco dopo.

Sono gli anni di “Tangentopoli” e il pm entra a far parte del pool che si occupa di uno dei filoni più importanti della “Mani pulite” napoletana, quello sulle tangenti nel settore della sanità che coinvolge fra gli altri anche l’ex direttore generale del ministero Duilio Poggiolini.

D’Amato da sempre esponente della corrente di Magistratura indipendente, appartiene però all’ala del gruppo che da tempo si è allontanata dal potentissimo Cosimo Ferri, che in questa elezione “suppletiva” sosteneva almeno inizialmente un altro candidato. D’Amato in questo anni,  ha avuto esperienze al mistero della Giustizia, al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e come pm anticamorra, prima di essere nominato procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere.

Con il risultato ottenuto a sorpresa di queste elezioni, D’ Amato si aggiudica il “confronto” con l’altro procuratore aggiunto samaritano, Alessandro Milita, già pm del processo sulle presunte collusioni con il clan dei Casalesi dell’ex sottosegretario Nicola Cosentino, che si era candidato come indipendente.

Un altro pm napoletano, Francesco De Falco ha sfiorato l’elezione , venendo superato di poco da Di Matteo. De Falco vicino a Unicost, componente per la quale in passato era stato  anche componente del consiglio giudiziario, venendo ritenuto da tempo uno dei magistrati in prima linea sul fronte dell’anticamorra.

Assieme al pm Henry John Woodcock, si è occupato delle indagini e dei processi sulla “paranza dei bambini”, il gruppo di giovanissimi boss che terrorizzava il centro di Napoli. occupandosi anche delle inchieste sulle ramificazioni del clan dei quartieri Rione Traiano e Pianura, oggi leader nel mercato dello spaccio di stupefacenti.

Non è riuscito a farsi eleggere un altro pm di punta dell’anticamorra, Fabrizio Vanorio, già pm a Palermo, dove è stato anche presidente della giunta Anm, che indaga sul clan dei Casalesi e, con il pm Woodcock, ha sostenuto l’accusa nel processo sulla compravendita di senatori concluso con la prescrizione del reato per l’ex premier Silvio Berlusconi. Esponente di spicco di Md, ha pagato probabilmente la presenza contemporanea di più candidati nella sua corrente.




Sgominata la cosca dei Casalesi che faceva affari con i cartelloni pubblicitari . 11 arresti

NAPOLI – Nelle prime ore della giornata odierna, la D.I.A. di Napoli ha notificato un’ordinanza applicativa di misure cautelari personali, emessa dal Tribunale di Napoli, Ufficio GIP, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia – il cui impianto è stato totalmente accolto dal giudice – che ha coordinato l’intera attività investigativa, nei confronti di undici persone ritenute gravemente indiziate, a vario titolo ed in concorso tra loro, dei delitti previsti dagli articoli 513 bis c.p., 512 bis c.p., 378 c.p. tutti aggravati ai sensi dell’art. 416 bis1 c.p. (concorrenza illecita, trasferimento fraudolento di valori e favoreggiamento personale, fatti aggravati dall’utilizzo del metodo mafioso e per aver favorito la fazione Russo-Schiavone del clan dei Casalesi ).

Con la presente attività si è intervenuti su una importante articolazione imprenditoriale, strutturalmente legata al gruppo Russo-Schiavone, e facente capo ad una storica figura apicale, Mario Iavarazzo. Quest’ultimo, condannato in via definitiva per il delitto di associazione di tipo mafioso, è stato, fino al 2010, il detentore della cassa del clan dei Casalesi, con compiti di distribuzione degli stipendi agli associati e di controllo delle estorsioni e delle attività economiche svolte dal sodalizio.

Le indagini hanno ricostruito che lo Iavarazzo, dopo la sua scarcerazione nel maggio 2015, aveva ripreso ad operare nel settore pubblicitario, facendo ricorso anche alla forza di intimidazione del clan nei confronti dei concorrenti.

Si contesta inoltre che, al fine di eludere le investigazioni delle forze dell’ordine, lo Iavarazzo provvedeva ad intestare fittiziamente al fratello Francesco ed alla moglie di costui, le quote societarie della PUBLIONE s.r.l., società nata dalle ceneri della PUBBLIONE di Solipago Lucia (quest’ultima dipendente di Mario Iavarazzo e già condannata in altro procedimento) e che il medesimo indagato provvedeva, altresì, ad intestare fittiziamente al prestanome Nicola Sabatino le quote societarie della ADV COMUNICATION s.r.l. . Entrambe le società in questione hanno sede in Corso Umberto I a Casal di Principe .

Mario Iavarazzo, nelle quotidiane attività d’impresa, si avvaleva, oltre che del già citato fratello Francesco, anche di un secondo fratello, Michele, e di Gennaro Esposito suo fidato collaboratore.

Le indagini condotte dalla D.I.A  facevano inoltre emergere il ruolo dell’imprenditore Armando Aprile, attivo nel medesimo settore della cartellonistica pubblicitaria, il quale intratteneva con gli Iavarazzo un rapporto societario di fatto, mettendo a disposizione una delle sue società, la SPM s.r.l. con sede nella zona ASI di Carinaro, formalmente intestata all’altro prestanome Giuseppe Freanco.

La società SPM s.r.l. il cui valore è stimabile in circa due milioni di euro, nella circostanza è stata sottoposta a sequestro preventivo in esecuzione di un Decreto d’urgenza emesso dalla D.D.A. al fine di impedire l’aggravamento delle conseguenze dei reati contestati dal GIP.

Il supporto logistico alle attività illecite di  Mario Iavarazzo veniva garantito dalla “ITAL STAMPA” (con sede in Villa Literno), tipografia solo formalmente intestata a Luigi Drappello, ma di proprietà del suocero di quest’ultimo, Domenico Ferraro, il quale metteva a disposizione degli indagati un ufficio ubicato all’interno della citata tipografia ed i beni strumentali ad essa riferibili.

Tra i principali clienti delle imprese facenti riferimento a Mario Iavarazzo, emergeva la CIS MERIDIONALE s.r.l. (società titolare del noto centro commerciale JAMBO di Trentola Ducenta), sottoposta ad amministrazione giudiziaria per pregresse attività investigative svolte dalla D.D.A. di Napoli nei confronti del clan Zagaria, dalla quale lo Iavarazzo  otteneva la proroga dei contratti pubblicitari precedentemente stipulati dalla società PUBLIONE s.r.l., facendoli fraudolentemente intestare alla ADV COMUNICATION s.r.l., con la consapevole complicità di Giuseppe Lista e Lucia Grassia, due dipendenti della CIS MERIDIONALE,  anch’essi sottoposti a misure cautelari non custodiali dal GIP.

I DESTINATARI DELLE MISURE CAUTELARI

Armando Aprile, cl. 69’, residente a San Marcellino, arresti domiciliari;

Luigi Drappello, cl. 73’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Gennaro Esposito, cl. 88’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Napoli);

Domenico Ferraro, cl. 78’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Giuseppe Franco, cl. 84’, residente a Napoli, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e misura interdittiva del divieto di esercitare l’attività imprenditoriale;

Lucia Grassia, cl. 64’, residente a Trentola Ducenta, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria;

Francesco Iavarazzo, cl. 79’, obbligo di dimora nel comune di residenza (Villa Literno);

Mario Iavarazzo, cl. 75’, residente a Villa Literno, custodia cautelare in carcere;

Michele Iavarazzo, cl. 82’, residente a Sant’Arpino, arresti domiciliari;

Giuseppe Lista, cl. 75’, residente a Casapulla, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Nicola Sabatino, cl. 92’, residente a San Marcellino, obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e misura interdittiva del divieto di esercitare l’attività imprenditoriale;




Procura nazionale antimafia. Il CSM all’unanimità ha eletto procuratore capo nazionale Federico Cafiero de Raho

ROMA – E’ il procuratore di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, che dal 2013 è  stato sino ad oggi il capo della procura reggina, uscito sconfitto per la corsa a procuratore capo di Napoli, il nuovo procuratore nazionale antimafia dopo  che il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato ha ritirato la propria candidatura .  de Raho aveva già ottenuto dalla Va Commisione del Consiglio Superiore della Magistratura competente per gli incarichi direttivi, il maggior numero dei voti .

da sinistra Federico Cafiero De Raho e Giovanni Melillo

In Commissione Scarpinato aveva ottenuto solo un voto, nella seduta dello scorso 5 ottobre, quello dell’ex gip di Palermo Piergiorgio Morosini, ed inoltre ancora una volta il gruppo di Area, a cui appartiene il consigliere, era pronto ad appoggiarlo in “plenum” dimostrando la propria spaccatura all’interno già emersa in occasione della nomina di Giovanni Melillo (ex capo di gabinetto del ministro guardasigilli Andrea Orlando ) a procuratore capo di Napoli che prevalse proprio sulla candidatura di  Federico Cafiero De Raho,  che questa volta  invece ha ottenuto  cinque voti dalla Commissione: quello dei consiglieri togati Francesco Cananzi e Massimo Forciniti di Unicost e e Luca Forteleoni  di  Magistratura Indipendente e dai membri laici Paola Balducci (centrosinistra) e Pierantonio Zanettin (centrodestra) ricevendo quindi un consenso anche politico bipartizan.

Un sostegno forte che lo investito la sua candidatura dei favori e consensi del CSM de Raho 65 anni, napoletano ha maturato una consolidata esperienza nella lotta alla criminalità organizzata,  trascorrendo buona parte della sua onorata carriera, nella Procura di Napoli, dove ha ricoperto anche il ruolo di procuratore aggiunto ed ha fatto parte della Direzione Distrettuale Antimafia napoletana. Ha condotto numerose inchieste contro la camorra e, in particolare, contro il clan dei Casalesi. Il suo operato è legato soprattutto al processo `Spartacus´, nato dai riscontri determinanti delle dichiarazioni di Carmine Schiavone, il primo vero collaboratore di giustizia del clan di Casal di Principe, in un processo ritenuto equivalente per importanza dagli addetti ai lavori al primo maxi processo a Cosa Nostra a Palermo. Ancora prima si era occupato del clan Mariano dei Quartieri Spagnoli di Napoli che come i Casalesi sono stati pesantemente colpiti dal suo operato di magistrato antimafie.

Nel 2013 Federico Cafiero De Raho è diventato capo della procura di Reggio Calabria, raggiungendo importanti risultati nella cattura di latitanti di `ndrangheta, che erano ricercati da circa 20 anni, e all’aggressione al patrimonio delle  famiglie calabresi delle varie `ndrine. Nel 2015 sotto la sua gestione della procura reggina , sono stati acquisiti 13 collaboratori di giustizia e 2 testimoni, un risultato molto importante e significativo  in un territorio come la Calabria in cui regna e prospera l’omertà. Cafiero De Raho ha condotto numerose indagini anche contro Cosa Nostra, in particolare quella su Pippo Calo´ il cassiere della mafia,  in relazione all’omicidio del fratello del giudice Imposimato, e quella sui collegamenti ed alleanze  delle cosche con la `ndrangheta.

il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato

La decisione di Scarpinato è arrivata ieri  alla vigilia del voto odierna del plenum, che proprio oggi ha all’ordine del giorno la nomina del successore dell’attuale procuratore, Franco Roberti, che termina il suo mandato per raggiunti limiti di età andando in pensione. Scarpinato pm di innumerevoli storici processi di mafia, è stato tra l’altro pubblico ministero nel processo a Giulio Andreotti ha reso la sua decisione, con una breve comunicazione inviata al Csm, con l’intento di “agevolare l’unanimità” sulla nomina del nuovo procuratore e  consentire una piena legittimazione a chi è chiamato a svolgere “un incarico così importante e delicatissimo nella lotta alla criminalità organizzata”. I numeri non erano comunque dalla parte di Scarpinato, che .

A questo punto quindi il plenum di oggi del Consiglio Superiore della Magistratura ha eletto all’unanimità  l’unico candidato rimasto per la guida della Procura  Nazionale Antimafia : Federico Cafiero de Raho. Un magistrato di sicuro valore e granndi capacità professionali ed operative a cui vanno gli auguri di buon lavoro dalla Direzione e redazione del CORRIERE DEL GIORNO.




Sarà Federico Cafiero De Raho il nuovo procuratore nazionale antimafia ?

ROMA – Potrebbe essere Federico Cafiero De Raho, l’ attuale capo della procura di Reggio Calabria, e recentemente candidato a procuratore capo di Napoli a cui gli venne preferito il collega Giovanni Melillo ex capo di gabinetto del ministro Orlando, il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia. Lo ha infatti proposto a larga maggioranza,  la commissione per gli incarichi direttivi del Csm con cinque voti a suo favore, mentre un solo voto è andato al procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato.

Non appena saranno depositate le motivazioni delle due proposte, di maggioranza e di minoranza, toccherà al ministro della Giustizia Andrea Orlando dare il suo parere  sulla nomina . Quindi spetterò al plenum del Csm discutere le candidature e quindi passare al voto definitivo in plenum, che avverrà probabilmente tra un mese, prima che il prossimo 16 novembre l’attuale titolare dell’incarico Franco Roberti lasci la magistratura per andare in pensione.

 

Federico Cafiero De Raho, 65 anni, napoletano, è un magistrato che vanta una consolidata  lunga esperienza nella lotta alla criminalità organizzata.  A Napoli, dove ha svolto buona parte della sua carriera, ha diretto molte indagini contro la camorra e, in particolare, contro il clan dei Casalesi. Attività che hanno portato all’arresto di molti latitanti e, soprattutto con il processo `Spartacus´, alla condanna di centinaia di camorristi.

Nel marzo 2013 De Raho è stato nominato procuratore di Reggio Calabria e il suo impegno questa volta si è concentrato territorialmente nel contrasto alla `ndrangheta. È recentissima l’ultima operazione di polizia denominata «Metauros» coordinata dal procuratore  De Raho e dai suoi sostituti procuratori. che hanno portato al fermo di sette presunti appartenenti alla cosca Piromalli che aveva messo le mani sul termovalorizzatore e sul depuratore di Gioia Tauro. “Questa operazione – ha affermato il magistrato – certifica, per l’ennesima volta, l’interesse economico e di potere sul territorio della `ndrangheta nel riciclo dei rifiuti”.

Nella  commissione per gli incarichi direttivi del Csm hanno votato in favore della candidatura di De Raho i consiglieri di Unicost Francesco Cananzi e Massimo Forciniti, il togato di Magistratura indipendente Luca Forteleoni, il membro laico di centrosinistra Paola Balducci,  ed il laico di centrodestra Pierantonio Zanettin. In favore della candidatura di Scarpinato si è espresso invece Piergiorgio Morosini, del gruppo di Area.

Come in occasione della nomina di Melillo a procuratore di Napoli, la più grande procura d’ Italia,  anche oggi il gruppo dei togati di Area, che raggruppa le correnti di sinistra della magistratura, ancora una volta si è diviso: il consigliere Morosini, che votò per la nomina di De Raho a procuratore di Napoli in dissenso con la maggioranza del suo gruppo, questa volta non lo ha sostenuto, ma ha proposto la nomina a procuratore antimafia del Pg di Palermo Scarpinato. Mentre un altro componente del gruppo di Area, Antonello Ardituro, che appoggiò Melillo, in commissione ha dichiarato questa volta la sua preferenza per De Raho, anticipando quello che sarà il suo voto al plenum.

Si può quindi valutare che le principali caselle per la gestione del contrasto alla mafia vedono in ribasso a Palazzo dei Marescialli le quotazioni dell’ Antimafia palermitana in netto ribasso , considerando che tre anni fa Francesco Lo Voi, fu preferito dal Csm  alla guida della procura di Palermo al suo collega  Guido Lo Forte che era sostenuto dalla procura antimafia palermitana. Pertanto è legittimo parlare di una crisi di autorevolezza di alcune componenti della magistratura, così come non si può negare che i magistrati  eletti dal Consiglio Superiore della Magistratura come  la nomina di Lo Voi ha peraltro già dimostrato,   abbiano un curriculum del tutto adeguato a svolgere il compito loro affidato .

“Ancora non è fatta, assolutamente e’ tutto da vedere”.  ha dichiarato all’agenzia Dire,  il capo della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, Federico Cafiero de Raho, in merito alla sua possibile designazione da parte del Csm per la guida della Procura nazionale antimafia. “Un incarico di questi – ha aggiunto Cafiero de Rahoconserterebbe di dare impulso a tante attivita’. Soprattutto sotto il profilo della condivisione, ancora una volta, degli uffici nelle direzioni, che auspichiamo siano quelle di un miglioramento della vita nei territori”. “La Calabria e’ uno di quei territori che merita maggiore sostegno, proprio perche’ – ha concluso il procuratore Cafiero de Raho – le condizioni di vita sono tali da non consentire ulteriori protrazioni di controllo da parte della ndrangheta.

Come non dare ragione al procuratore Federico Cafiero De Raho ? Al Csm può accadere di tutto e di più, specialmente in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del consiglio




Sequestro per oltre 3 milioni di euro ad ex consigliere regionale in Campania legato al “clan dei Casalesi”

ROMA – Personale della Polizia di Stato e del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Caserta eseguendo il decreto emesso dalla Seconda Sezione Penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere – ha sottoposto a sequestro, in Campania e nel Lazio, i beni, le partecipazioni societarie, i rapporti finanziari e bancari, per un valore stimato pari a oltre 3 milioni di euro, riconducibili a Nicola Ferraro  già esponente politico di rilievo regionale (ex consigliere UDEUR della Regione Campania) e imprenditore nel settore del trattamento dei rifiuti, attualmente detenuto in quanto condannato, con sentenza passata in giudicato in data 16.04.2015, per concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

L’esecuzione del sequestro dei beni rappresenta l’epilogo della complessa e articolata attività investigativa svolta dalla Divisione Polizia Anticrimine della Questura di Caserta e dal Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Caserta che ha permesso di ricostruire gli asset patrimoniali e finanziari nella disponibilità, diretta e indiretta (tramite i suoi familiari) di  Nicola Ferraro acquisiti con i proventi delle attività illecite commesse nel tempo.

Ferraro è stato riconosciuto dal giudice penale come imprenditore e politico colluso, almeno dal 2000 in poi e comunque già prima della sua elezione al Consiglio della Regione Campania avvenuta nel 2005, con i reggenti del “clan dei casalesi – fazioni Schiavone e Bidognetti”, al raggiungimento dei cui scopi ha asservito sia la propria attività imprenditoriale, anche quale amministratore della ECOCAMPANIA s.r.l., ora fallita, che quella politica, ricevendone in cambio sostegno elettorale ed un appoggio determinante per la sua stessa affermazione imprenditoriale. Il ruolo di “sodale” del Ferraro è emerso chiaramente dal compendio probatorio raccolto in sede penale e costituito da intercettazioni telefoniche, dichiarazioni accusatorie di molteplici collaboratori di giustizia ed indagini di polizia giudiziaria eseguite per trovare riscontri alle predette dichiarazioni.

La pericolosità sociale del Ferraro è stata dimostrata dalla sua continuativa disponibilità a porsi come intermediario tra gli amministratori degli enti locali e le organizzazioni criminali di riferimento, per drenare a favore di queste ultime appalti e contributi pubblici, riuscendo quasi a monopolizzare il redditizio settore economico della raccolta e smaltimento dei rifiuti, e non solo nel territorio casertano. Al fine poi di disvelare l’origine del rilevante patrimonio di Nicola Ferraro  e del suo nucleo familiare è stata acquisita, con riferimento all’ultimo ventennio, copiosa documentazione, tra cui i contratti di compravendita dei beni e delle quote societarie nonché numerosi altri atti pubblici che hanno interessato nel tempo l’intero nucleo familiare investigato, verificando poi, per ogni transazione, le connesse movimentazioni finanziarie sottostanti alla creazione della necessaria provvista economica.

 

 

Il materiale così reperito è stato oggetto di circostanziati approfondimenti che hanno consentito di accertare che gran parte delle attività e dei beni entrati nella disponibilità del proposto e dei propri stretti congiunti è stata acquistata con proventi ottenuti grazie alla stretta contiguità dell’ex consigliere regionale al “clan dei casalesi”.

In esecuzione del decreto emesso dalla Seconda Sezione Penale del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere sono stati, quindi, sottoposti a sequestro in vista della successiva confisca 8 fabbricati, all’interno dei quali sono state ritrovate numerose opere d’arte, un terreno, le quote di maggioranza delle società PROTEK S.r.l. con sede legale, domicilio fiscale e luogo di esercizio a Caserta, esercente l’attività di “servizi di ingegneria integrata” e della FIN. CAP. S.r.l., società con sede legale, domicilio fiscale e luogo di esercizio a Mondragone (CE), esercente l’attività di “compravendita di beni immobili effettuata su beni propri”, un’ autovettura MINI Cooper SD, 2  motociclette e le disponibilità finanziarie presenti in numerosi conti correnti, conti di deposito, buoni fruttiferi e titoli, per un valore stimato pari a oltre 3 milioni di euro.

 




Il carabiniere infedele e la camorra che fabbrica i dossier

di Roberto Saviano

La storia che sto per raccontare vi riguarda perché è storia del nostro Paese e di quei rapporti ambigui tra politica, giornalismo e forze dell’ordine che spesso ci sembra odioso persino descrivere. Figure che operano nell’ombra, che raccolgono informazioni riservate e sanno come manipolarle, amputarle, barattarle. Notizie che servono a ricattare, a disinnescare inchieste giudiziarie e a preparare agguati e che arrivano a favorire le organizzazioni criminali. Sì, perché nella storia che sto per raccontarvi c’entrano anche loro, i clan di camorra. E c’entrano politici sotto processo per presunti legami con le organizzazioni criminali, rappresentanti delle forze dell’ordine infedeli, faccendieri e giornalisti borderline.

È quanto si può leggere nell’ordinanza cautelare emessa nei confronti del maresciallo dei carabinieri Giuseppe Iannini, arrestato qualche giorno fa. Il gip in uno dei passaggi più significativi del provvedimento così descrive l’indagato: “Emerge una personalità forte, arrogante e prevaricatrice con la criminalità da strada (il mondo dei pusher nel quale si impegna, anche oltre il consentito a quanto pare) e accondiscendente, disponibile e, peggio ancora, corruttibile nei confronti della criminalità di un livello superiore (…)”. “Persone come Iannini Giuseppe sono funzionali ad un sistema che si oppone alle forze sane della polizia che ogni giorno si sacrificano per accertare non chi spaccia in strada, ma chi reinveste quei profitti con l’aiuto di imprenditori e amministratori compiacenti“.

Quanto oggi sappiamo su Iannini è frutto del lavoro dei Carabinieri di Caserta, guidati dal colonnello Giancarlo Scafuri, e dell’ex comandante della stazione dei Carabinieri di Castello di Cisterna (dove Iannini ha prestato servizio fino al 2013), Fabio Cagnazzo. L’impressione è che ci sia ancora da scavare per capire se Iannini lavorava per se stesso o se fosse eterodiretto, lui che, secondo quanto ha ricostruito la Dda di Napoli, avrebbe fornito informazioni riservate e file relativi ad atti di indagine secretati a Nicola Cosentino, imputato per essere il referente politico del clan dei Casalesi.

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La personalità di Iannini, come descritta dal giudice, coincide con l’idealtipo dello sbirro, caratteristico di una cultura tradizionalmente di destra che ha trovato espressione politica nel centro-destra di governo, non solo in Campania. Forte con i deboli, debole con i forti e servile con i potenti. Questa politica ha riempito le carceri di tanti piccoli spacciatori e per lungo tempo ha fatto di tutto per rendere penalmente irrilevanti i comportamenti dei colletti bianchi, della politica e della camorra, quando le due non erano la stessa cosa. Questa tipologia di carabiniere corrotto, secondo le accuse dell’antimafia di Napoli, costruisce la propria credibilità negli arresti di pusher, per potersi meglio sedere al tavolo dei politici camorristi, dell’imprenditoria criminale che non sparando e non spacciando assume altro tipo di profilo. L’ordinanza offre uno spaccato desolante della situazione campana, e casertana in particolare, con un ospedale pubblico – che poi sarà di lì a poco oggetto di commissariamento per infiltrazioni camorristiche – che, nelle parole del gip, diviene quasi una “succursale” dello studio di Cosentino.

L’oggetto dello scambio ipotizzato dal gip tra Iannini e Cosentino erano i documenti contenuti in una pen drive ricondotta al primo e trovata in possesso del secondo; Iannini e Cosentino, nel corso degli interrogatori, hanno poi confessato la consegna della pen drive. L’ex uomo forte di Berlusconi in Campania ha sostenuto di essere stato truffato dal carabiniere, poiché tra gli atti che gli erano stati consegnati ce n’era uno oggetto di contraffazione. Proprio così: nella memoria gli inquirenti hanno trovato un verbale che riportava dichiarazioni apparentemente riconducibili a un collaboratore di giustizia, Tommaso Prestieri, ma che in realtà era stato modificato, utilizzando il contenuto del verbale di un altro collaboratore. Ma il documento (questa volta) originale più importante tra quelli presenti nella memoria è un’informativa, al tempo del sequestro secretata, riguardante i rapporti tra la famiglia Cesaro e il clan Puca, secondo la quale “il clan Puca aveva stretto accordi con il clan dei casalesi che si manifestavano nei rapporti altalenanti tra Cosentino Nicola, ritenuto referente dei casalesi, e Cesaro Luigi, ritenuto referente del clan Puca“.

Luigi Cesaro è un deputato di Forza Italia, dal 2009 al 2012 presidente della Provincia di Napoli, prima fedele a Nicola Cosentino, poi suo acerrimo rivale. Cosentino, prima di confessare, era stato più volte sentito dagli inquirenti perché chiarisse l’accaduto e, secondo il gip, aveva fornito versioni ogni volta diverse e fantasiose, allo scopo evidente di proteggere Iannini. Perché esporsi tanto per un soggetto del quale secondo la prima versione di Cosentino, riportata dal giudice, gli era ignoto anche il nome?

Il profilo personale del maresciallo Iannini è assai complesso e aiuta ad aggiungere un ulteriore tassello alla comprensione di quel sottobosco che trama contro la democrazia, attraverso il meccanismo tristemente noto con il nome di macchina del fango. Non è la prima volta che il carabiniere finisce nei guai negli ultimi anni, poiché da poco è stato assolto in una vicenda analoga, che lo ha riguardato assieme a un altro politico casertano in ascesa fino a qualche anno fa: Angelo Brancaccio, ex sindaco di Orta di Atella, con trascorsi nell’ Udeur di Mastella e nel Partito Democratico. Anche quella volta Iannini era stato indagato e poi processato in relazione a un illecito traffico di notizie riservate, poiché avrebbe avvertito Brancaccio delle indagini a suo carico. Dalla sentenza di assoluzione si comprende che gli indizi in possesso della procura non sono stati sufficienti a provare i fatti contestati, anche grazie al silenzio di Brancaccio, che, prima e come Cosentino, ha preferito proteggere il maresciallo.

Viene il dubbio che Iannini possa essere il terminale di una struttura più grande, anche se non ci sono, per adesso, elementi sufficienti per giungere a questa conclusione.

E ciò che sempre conta di più per chi ha a che fare con ambienti mafiosi è darsi un’immagine antimafiosa. Questa è la prima regola. Come fare? Semplice: scrivere libri apparentemente antimafia, organizzare convegni sulla legalità, ridurre tutto il fenomeno criminale a un affare di strada, porsi in prima linea contro questi affari e poi essere referente invece della borghesia criminale. L’ordinanza cautelare dedica attenzione anche a un professore francese, Bertrand Monnet (totalmente estraneo e verosimilmente del tutto inconsapevole della reale identità dei soggetti con cui è entrato in contatto), che sarebbe stato presentato a Cosentino come esperto di dinamiche criminali. Effettivamente il nome di Monnet, insieme a quelli di Brancaccio e Iannini, si trova nel panel di un convegno (La giornata della legalità) organizzato ad Orta di Atella dalla giunta guidata dall’allora sindaco Brancaccio. La presenza del professor Monnet in questa vicenda mostra come l’intenzione di chi costruisce dossier sia quella di cercare costantemente sponde all’estero. Mancando in Italia gli anticorpi per distinguere una critica legittima da un attacco su commissione, è chiaro che un j’accuse che arrivi da lontano ha una efficacia maggiore.

Quel giorno del 2012, Monnet era a Orta di Atella per la presentazione di un libro, Napoli in cronaca nera , scritto a quattro mani proprio da Iannini e da un giornalista di cronaca giudiziaria, Simone Di Meo. Insieme al carabiniere arrestato, Di Meo ha scritto due libri ed è stato in passato molto vicino a Sergio De Gregorio, senatore condannato con Valter Lavitola e Silvio Berlusconi nel processo per la compravendita dei voti che determinò la caduta del governo Prodi.

Il tema dei giornalisti che si occupano di cronaca giudiziaria è assai rilevante nella comprensione della dinamica esemplificata da questa indagine. Ci sono diversi modi di fare cronaca giudiziaria e uno è chiaramente quello di sondare l’universo degli informatori, appartenenti alle forze dell’ordine e in qualche caso alla criminalità, comune o anche organizzata. L’equilibrio e la deontologia, su questo crinale, sono essenziali, poiché la possibilità di entrare in possesso di dati sensibili o di atti coperti dal segreto d’ufficio è alta: se mancano equilibrio e deontologia, si aprono le praterie del dossieraggio e del traffico di informazioni riservate; si apre il varco all’affermarsi di figure di confine, tra servitori infedeli dello stato e giornalisti pronti a costruirsi una identità parallela: informatori al soldo del migliore offerente, anche a rischio di favorire la criminalità organizzata.

La procura della Repubblica di Napoli, prima che la Dda si interessasse a Giuseppe Iannini, aveva focalizzato la sua attenzione e in alcuni casi ha indagato e poi ottenuto importanti risultati su una serie di figure chiave, che in parte ritornano anche in quest’ultima indagine. I nomi sono tutti accomunati dalla raccolta illecita di informazioni, finalizzata a un utilizzo di queste nella lotta politica e in ambito economico-finanziario.

Qualche settimana fa, in un’intervista rilasciata a Dario Del Porto per questo giornale (La Repubblica – n.d.r.) , il procuratore aggiunto Vincenzo Piscitelli, uno dei pilastri della procura partenopea, nel commentare l’esito di un processo su una fuga di notizie che ha visto condannati un avvocato e un cancelliere dell’ufficio Gip di Napoli, ha parlato chiaramente di una “operazione di spionaggio”. Quell’intervista riguardava non una fuga di notizie qualsiasi, ma quella che aveva favorito la latitanza di Valter Lavitola: le informazioni riservate furono pubblicate da Panorama , settimanale di proprietà di Silvio Berlusconi (che personalmente aveva consigliato a Lavitola, sulla base di quell’informazione, di stare alla larga dall’Italia), e furono acquisite da un giornalista, Giacomo Amadori, inizialmente indagato insieme al direttore del settimanale, Giorgio Mulè; le due posizioni sono state poi archiviate.

Il nome di Amadori ritorna anche in un’altra vicenda napoletana, quella relativa alle minacce contenute nell’istanza di rimessione letta dall’avvocato Michele Santonastaso, nel corso del processo di appello “Spartacus“. All’esito dell’istruttoria di quel processo, infatti, è emerso un rapporto assai stretto tra Santonastaso e Giacomo Amadori, finalizzato secondo quanto sostenuto da Santonastaso alla acquisizione, da parte del giornalista, di un’intercettazione telefonica tra due collaboratori di giustizia, nella quale si parlava di ipotetiche pressioni – mai accertate – perché gli stessi formulassero accuse dirette al premier in carica Berlusconi. Quell’intercettazione fu effettivamente pubblicata da Panorama , pochi giorni dopo l’istanza di rimessione, mentre il giorno successivo la lettura in aula, Santonastaso, nelle parole del tribunale che lo ha condannato per le minacce nei miei confronti, “sfruttava la propria conoscenza con il giornalista Amadori per rendere proprie dichiarazioni su quanto avvenuto il giorno prima in udienza e per aumentare il clamore mediatico della notizia“.

Questa conclusione è impressionante se letta insieme a un altro passaggio di quella sentenza, che chiarisce come quel clamore mediatico fosse stato appositamente cercato per pubblicizzare alla platea degli affiliati casalesi e “nel linguaggio della camorra“, un “perentorio invito ai magistrati e ai giornalisti a non cooperare più tra loro e a rientrare nell’ambito delle rispettive competenze, mantenendo un profilo più basso e smettendo di operare con clamore“. Anche nell’indagine che riguarda Iannini tornano nomi noti: quello di Valter Lavitola, la cui abitazione è stata perquisita, come quella di un altro carabiniere a suo tempo coinvolto nell’indagine sulla cosiddetta P4 (una struttura finalizzata alla acquisizione di informazioni riservate per aggredire politici e imprenditori), Enrico La Monica. In relazione a quella vicenda è stato condannato Luigi Bisignani (ha patteggiato una pena a un anno e sette mesi di reclusione, senza la condizionale, a causa di una precedente condanna), la figura più eminente di giornalista borderline attualmente attiva in Italia.

Bisignani, fino a quella indagine, era un uomo di grande potere nel sistema berlusconiano, dopo aver mosso i primi passi all’ombra di Andreotti. Nonostante la pena, Bisignani continua a camminare per le stesse strade di sempre e il 5 maggio scorso, in un editoriale su Il Tempo , passato inosservato ai più, ma ancora disponibile online, ha mandato un messaggio durissimo a un fedelissimo di Matteo Renzi, Marco Carrai. Bisignani ha scritto: “Ora che da pochi mesi ha tra le braccia la sua bimba, Florence, chi glielo fa fare di mettersi in un “affaire” del quale sa poco quando invece ha dimostrato di essere un imprenditore di successo”. Carrai era in procinto di assumere un ruolo di primo piano, di nomina governativa, nell’ambito della cyber security, incarico che ad oggi pare essere tramontato.

Quell’editoriale è il modello fedele del lavoro che Bisignani ha svolto nell’ombra per molti anni. E mi viene in mente un paragone, per le allusioni utilizzate, per i riferimenti più o meno metaforici e il linguaggio criptico, tra lo scritto di Bisignani e la lettera inviata in carcere al boss Michele Zagaria. In quella lettera, secondo una mia interpretazione pubblicata su questo giornale (La Repubblica – n.d.r.) , si faceva probabilmente riferimento a Nicola Cosentino (che mi ha citato in giudizio, ma ha perso). Anche in quel caso bisognava sapere leggere tra le righe. Le informazioni ridotte a minaccia, a dossier, manipolate sono il più grande pericolo per il giornalismo italiano.

Questa inchiesta della Dda di Napoli, coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e seguita dai pm Alessandro D’Alessio, Fabrizio Vanorio e Antonello Ardituro (da due anni al Csm), ha una assoluta rilevanza, poiché sta disvelando l’esistenza di un sistema di dossieraggio, realizzato attraverso il furto di atti riservati e la manipolazione delle informazioni, il cui fine era la distruzione degli avversari politici.

Le indagini delineano un quadro allarmante, ai limiti dell’eversione dell’ordine democratico, popolato di personaggi inquietanti, spesso millantatori o peggio estorsori travestiti da giornalisti, e purtroppo anche da molti che dovrebbero servire lo Stato e che invece, come scrive il gip nell’ordinanza di arresto di Iannini, “sono funzionali ad un sistema che si oppone alle forze sane della polizia che ogni giorno si sacrificano per accertare non chi spaccia in strada, ma chi reinveste quei profitti con l’aiuto di imprenditori e amministratori compiacenti“.




Giustizia, il ministro Orlando sospende il pm Ceglie

CdG Andrea orlandoIl ministro guardasigilli, Andrea Orlando ha firmato la sospensione cautelare dalle funzioni del pm Donato Ceglie. La decisione adottata è strettamente collegata all’indagine che la Procura di Roma ha aperto sul magistrato per abuso d’ufficio e per una presunta violazione fiscale. Finora sostituto procuratore generale a Bari, Ceglie in passato ha indagato sulla Terra dei fuochi e sui reati ambientali.

In gennaio, sempre in relazione all’indagine penale a suo carico, il Csm aveva deciso di aprire nei suoi confronti la procedura per il trasferimento d’ufficio. Sul pm Ceglie pende anche un’indagine per concussione e violenza sessuale per aver preteso prestazioni sessuali da una moglie di un arrestato.

CdG pm CeglieLa firma apposta dal ministro della Giustizia è in esecuzione alla decisione presa dal collegio della Sezione disciplinare del Csm presieduto dal vice presidente Giovanni Legnini,  che  ascoltato Ceglie ed è stata quindi emessa e depositata l’ordinanza, con un provvedimento d’urgenza che dispone in via cautelare la sospensione del pm dalla funzione e dallo stipendio e il suo collocamento fuori dall’organico della magistratura.

Dall’inchiesta, condotta dal pm Barbara Sargenti e dal procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone, emergerebbero però anche contatti con un imprenditore legato al clan dei Casalesi. Il consigliere di Area, Antonello Ardituro, quando sollecitò il Csm ad aprire una pratica,  fece riferimento non a caso anche a quanto segnalato da organi di stampa, in cui si citavano, disse, “fatti molto gravi, tra cui quello già prescritto di corruzione in atti giudiziari con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa, in concorso con Sergio Orsi, l’imprenditore nel ramo dello smaltimento dei rifiuti, noto per il suo stabile collegamento con il clan dei Casalesi“.

CdG targa csm

In sostanza, pur venendo considerato un “paladino” nella lotta alle ecomafie, il pm Ceglie in realtà avrebbe invece agevolato imprenditori legati ai clan camorristici. Dalle intercettazioni acquisite, ed agli atti del procedimento,  inoltre, sono emerse frasi choc ed offensive contro diverse persone, dal procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone al presidente dell’Autorità Anticorruzione Raffaele Cantone, ai magistrati di Napoli Alessandro Milita, pubblica accusa nel processo Cosentino, e Antonello Ardituro, oggi al Csm.

Ah se qualcuno scoprisse cosa accade (ed è accaduto) anche nella Procura di  Taranto…




Camorra. Blitz contro i Casalesi. Uno degli arrestati era già detenuto in carcere a Taranto

L’operazione, denominata «Spartacus Reset» condotta dai Carabinieri della Compagnia di Casal di Principe, è stata coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e dai sostituti Luigi Landolfi e Giovanni Conzo, ed ha visto impiegati circa 200 militari, elicotteri e unità cinofile, vede fra i destinatari dei 40 provvedimenti eseguiti oggi dai militari dell’ Arma, nei confronti di persone ritenute affiliate alla “fazione Schiavone” del clan dei Casalesi fra i quali figurano anche Carmine e Nicola Schiavone, figli dell’ex boss Francesco, soprannominato Sandokan, che sono tutti e  tre sono già in carcere.

CdG carcere tarantoLe misure cautelari sono state emesse dal Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. Le accuse ipotizzate, a vario titolo, sono di associazione per delinquere di stampo mafioso, estorsioni, detenzioni di armi e ricettazione, reati tutti aggravati dal metodo mafioso.  Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Caserta, Napoli, Avellino, Benevento, Terni, L’Aquila, Lecce, Cosenza, Cuneo, Prato, Frosinone, Trapani, ed a Taranto nei confronti del pregiudicato Franco Bianco del ’73, nato a Casal di Principe, il quale  si trovava già  rinchiuso in carcere nel capoluogo jonico.

Schermata 2015-03-10 alle 14.21.32E’ stato sequestrato dai Carabinieri nel corso delle indagini che si sono concluse con la notifica di 42 ordinanze di custodia cautelare anche il libro paga della “fazione Schiavone” prevedeva 1.500 euro al mese ai “soldati semplici”, 2500 euro  ai “sottufficiali”. Somme queste, ha sottolineato amaramente il procuratore di Napoli, Giovani Colangelo, “sono superiori al guadagno di un maestro e anche di un insegnante di scuola superiore“. I nomi e gli importi come ha accertato una perizia calligrafica, venivano trascritti da Carmine Schiavone, 32 anni, figlio di «Sandokan», che è tra i destinatari del provvedimento. Successivamente all’arresto del fratello Nicola, era lui a gestire gli enormi affari del gruppo: affari che, secondo i calcoli dei carabinieri, gli garantivano fino a 300.000 euro al mese. Carmine Schiavone attingeva alla cassa del clan, per pagare il “mensile” agli affiliati, liberi o detenuti che fossero.