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30 Giugno 2022 15:50
30 Giugno 2022 15:50

Reddito di Cittadinanza, tempo di valutazioni

Per contrastare il disincentivo al lavoro, invece, la Legge di Bilancio 2022 ha stabilito la decadenza del sussidio dopo due (e non più tre) offerte di lavoro respinte, nonché la riduzione di 5 euro mensili a partire dal mese successivo al rifiuto di un’offerta di lavoro congrua.

di Michela Rivellino

Il reddito di cittadinanza ha lasciato un’impronta positiva come misura di contrasto alla povertà, ma si è rivelato insufficiente in qualità di politica attiva del lavoro. Se da una parte ha favorito l’aumento dell’adeguatezza del reddito minimo dal 21,9% della soglia di povertà nel 2018 al 90,7% nel 2019, dall’altra ha manifestato una serie di difficoltà di carattere oggettivo, innestandosi in un mercato del lavoro fragile ed una dimensione occupazionale vacillante.

Basti pensare al destino dei “navigator, le figure di alta formazione professionale istituite congiuntamente al RdC, a supporto dei centri per l’impiego (Cpi) al fine di favorire il percorso di reinserimento lavorativo dei beneficiari. Trovatisi essi stessi nel vortice della precarietà e delle proroghe difficoltose, i 1800 navigator sono stati temporaneamente ri-contrattualizzati da Anpal Servizi per un periodo di soli due mesi, ma restano in balia di un futuro piuttosto incerto.

È dalla natura volutamente ibrida del RdC che derivano gli scontri e le critiche più aspre al sussidio, polarizzando il panorama politico tra chi lo difende, chi ne chiede la riforma, o addirittura l’abolizione, come nel caso di Italia Viva che il 15 giugno avvierà la raccolta firme per revocare la misura. A far alzare i toni sono soprattutto le controversie in merito al disincentivo al lavoro regolare e alle frodi derivate dal regime stesso.

Contro i “furbetti” della burocrazia si è reso operativo il Protocollo d’intesa tra INPS e Ministero della Giustizia, in vigore dallo scorso 1° giugno, al fine di rafforzare il meccanismo dei controlli su beneficiari e nuovi richiedenti. Per contrastare il disincentivo al lavoro, invece, la Legge di Bilancio 2022 ha stabilito la decadenza del sussidio dopo due (e non più tre) offerte di lavoro respinte, nonché la riduzione di 5 euro mensili a partire dal mese successivo al rifiuto di un’offerta di lavoro congrua.

Appare dunque poco plausibile anche la formula imprenditore avvilito a fronte di beneficiario fannullone, considerando che quest’ultimo, se sottoscritto il Patto per il lavoro e dunque impegnatosi ad accettare offerte di lavoro congrue, finirebbe diversamente per perdere il proprio sussidio. La versione più auspicabile resta quella dei numerosi datori di lavoro che ricercano il personale senza passare dai centri per l’impiego, presso i quali sarebbero tenuti a dichiarare una serie di requisiti, tra cui orari, stipendio, mansioni e contratti collettivi conformi alle norme vigenti.

A smentire la teoria del disincentivo sono anche i dati riportati dall’ ANPAL, l’ Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro, che fanbo luce sul reale problema, ben più profondo e strutturato di quello che trapela dal dibattito politico: il mercato del lavoro.

L’analisi, con dati aggiornati al 31.12.2021, ha dimostrato che tra i beneficiari non esonerati dalla sottoscrizione del Patto per il lavoro (PPL), meno della metà è stato effettivamente preso in carico, vale a dire ha intrapreso il percorso di accompagnamento al lavoro. Inoltre, soltanto il 20,1% dei percettori presi in carico è in stato occupazionale, contro il 79,9% non occupato.

Il primo paradosso riguarda la natura contrattuale dei beneficiari occupati, prevalentemente basata su contratti a breve e brevissimo termine ma anche indeterminati e di apprendistato, che lascia ad essi il diritto di percepire il reddito di cittadinanza poiché tale occupazione non incide sul reddito familiare in maniera tale da “emanciparli” dalla misura, rendendoli a tutti gli effetti “working poor”, o lavoratori poveri.

Il quadro si aggrava ulteriormente se si volge lo sguardo agli 843.402 beneficiari non occupati e sottoposti alla sottoscrizione del PPL. Quasi l’80% di essi è considerato lontano dal mercato del lavoro, ovvero senza alcuna esperienza professionale nel triennio precedente (2019-2021) e, oltre la metà, presenta competenze medio basse o basse.

Le analisi confermano che la “falla” del RdC non risiede nella sua incapacità di raggiungere gli obiettivi prefissati, ma piuttosto, nel panorama all’interno del quale opera, ovvero un mercato del lavoro privo di qualità. Per quanto ambizioso, il piano del reddito di cittadinanza non è sufficiente a colmare le lacune fin troppo radicate che dominano il mercato del lavoro italiano. Pertanto, il regime dovrebbe perseguire ed attenersi a parte della sua funzione originaria, quella del contrasto alla povertà e di inclusione degli individui più fragili all’interno della società. Infatti, se da una parte il RdC ha costituito un’àncora di salvezza per milioni di cittadini, tanto che il 77% di essi ha considerato tale sostegno una risorsa indispensabile, l’ancora troppo ampio spettro di vulnerabilità ed esclusione sociale potrebbe fortemente compromettere l’impatto del regime negli anni a venire, come ha evidenziato il Country Report della Commissione Europea.

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