di Stefano Esposito
“Domenica si vota sulla Costituzione, che è fatta per durare generazioni, votare pensando alla contingenza politica dell’oggi anziché al testo della riforma sarebbe un errore imperdonabile, anche verso chi verrà dopo di noi”. Potrebbe essere uno spot per il Sì al referendum costituzionale di marzo, invece è Elly Schlein nel dicembre 2016. Ma andiamo con ordine.
Si sta scatenando una vera e propria campagna di pubblica denigrazione nel confronti di alcuni esponenti storici della sinistra (e del Partito democratico in particolare) che hanno deciso di sostenere, in coerenza con la storica e un tempo consolidata cultura garantista del centrosinistra, la riforma per la separazione delle carriere. Non una critica di merito, non un confronto sul testo della riforma; piuttosto un ostracismo volto a delegittimare il dissenso (ma anche solo il dibattito), additando i sostenitori del Sì come una pericolosa via di mezzo tra dei miserabili, dei fascisti e dei fiancheggiatori del presunto neo-autoritarismo meloniano. Addirittura Goffredo Bettini è arrivato a sostenere che, se questa riforma venisse approvata, “Meloni diventerebbe come Trump o peggio come Mussolini”.
Questo dato dice molto sul livello del dibattito interno al Pd e alla sinistra di oggi, che non a caso ha profondamente deluso e disilluso tanti di noi. Un livello bassissimo, che appare ormai ridotto alla scomunica morale dell’avversario interno di turno, alla delegittimazione personale, alla definitiva cancellazione della distinzione tra dissenso e tradimento. Chi non si allinea, prima o poi, riceverà il benservito. I più attenti osservatori sanno bene che questo fenomeno non riguarda solo il dibattito sul prossimo referendum costituzionale. La collocazione internazionale è l’altro grande tema che può facilmente portare al rogo democratico.

Fatta questa premessa, penso valga la pena fare un salto indietro di dieci anni e tornare al referendum costituzionale del 2016. Allora il Pd era il partito di governo e dettava l’agenda della politica italiana. Il Presidente del Consiglio era il segretario del PD. Eppure una parte significativa del gruppo dirigente del Pd scelse consapevolmente di sostenere il No, in aperto dissenso con la linea ufficiale del partito, pur avendo piena contezza di quali sarebbero state le conseguenze di una vittoria del No: l’immediata caduta del governo e l’alta probabilità che quel risultato producesse, alle successive elezioni politiche del 2018, una sonora sconfitta del centrosinistra. L’epilogo è ben noto a tutti.
Quegli esponenti poterono decidere in modo del tutto libero, sereno e consapevole di votare e fare propaganda in aperto dissenso con la linea del partito. Non solo: fecero quella campagna a braccetto con la destra, anche estrema. Ricordiamo tutti la rocambolesca (seppur emblematica) vicenda dei gazebo di ANPI e Casapound, ritrovatisi uno accanto all’altro a fare campagna contro la riforma e contro il governo. Tutti ricordiamo altrettanto bene il brindisi che un pezzo di dirigenza della sinistra fece quando la vittoria del No divenne ufficiale. E oggi chi, come me, in coerenza con un percorso politico, vota Sì a questa riforma si dovrebbe vergognare? Come direbbe Totó: “ma fatemi il piacere !“.

Ripensando a quella stagione, emerge anche una chicca che molti oggi sembrano aver dimenticato (o che forse mai hanno avuto modo di vedere). Dieci anni fa Elly Schlein, in un lungo scritto sul suo blog personale dal titolo “Per votare No, #bastaleggerla”, si scagliò senza mezzi termini contro un governo amico. Un attacco politico molto significativo, che segnò l’inizio di una scalata personale e politica che l’ha portata dov’è oggi. Immagino che allora la segretaria ritenesse che il dissenso interno fosse non solo legittimo, ma da valorizzare come segno di vitalità democratica.
Oggi, invece, il partito plasmato a immagine e somiglianza di Schlein mostra un atteggiamento inspiegabilmente opposto. La linea del Pd, a tutti i livelli, è evitare il confronto con gli esponenti del Sì, sottrarsi alla discussione, impedire che il pluralismo emerga nello spazio pubblico, prima ancora che nel partito. L’ordine impartito è netto: nessun confronto con esponenti del Sì, solo iniziative a sostegno del No, meglio se in compagnia di magistrati.
Il clima che si respira è un clima da caserma. E, come in tutte le caserme, il dissenso è meglio che non ci sia. E se proprio c’è, è bene che sia clandestino. Anche coloro che voteranno Sì nel segreto dell’urna preferiscono dichiarare pubblicamente il No per non essere ostracizzati e magari puniti nella compilazione delle prossime liste. Preferiscono adeguarsi, mimetizzarsi, tacere. Ne conosco molti che “in camera caritatis” ammettono di votare Sì; ma che lo faranno in silenzio, in buon ordine, senza osar contraddire la linea ufficiale. D’altronde, è da qui che nasce il termine ostracismo: nell’antica Atene si condannava all’esilio chi veniva ritenuto una minaccia. Spiace registrare questa mancanza di coraggio. Ma la realtà, molto triste, è questa.
Ci vuole una buona dose di coraggio a chiamare tutto questo “democratico”. Questo non è il partito che tanti di noi hanno contribuito a fondare e a far crescere. Per dirla semplice: Partito democratico, arrivato grillino.






