LE SOCIETA’ “INVISIBILI” DEI COMUNI E DELLE REGIONI CONTINUANO A DILAGARE

LE SOCIETA’ “INVISIBILI” DEI COMUNI E DELLE REGIONI CONTINUANO A DILAGARE

Le società sono circa 5 mila (4.880 per l’esattezza). I Comuni (a cui fa capo il 97% delle quote) sono presenti nelle società e negli enti con un groviglio intricatissimo di partecipazioni sia dirette che indirette. Nei libri sociali la presenza nel capitale dei sindaci e dei governatori è iscritta 101mila e 500 volte. Altro che “tagli”.

di REDAZIONE POLITICA

A quasi sette anni dalla promessa pronunciata dall’allora governo Renzi, il capitalismo municipale è vivo e vegeto. Lotta e, soprattutto, resiste. L’ultima ricognizione delle società e degli altri organismi partecipati e controllati dagli enti territoriali (dovevano essere drasticamente ridotte da 8.000 a a 1.000). Un censimento complesso, fatto dalla Corte dei Conti, realizzato incrociando banche dati e acquisendo le comunicazioni che i sindaci ed i governatori delle regioni italiane sono obbligati a fare ma sui quali, più di qualche volta sorvolano.

La galassia delle società controllate dagli enti pubblici territoriali partecipa e controlla ancora ben 7.154 tra società, enti, consorzi, fondazioni. Di queste per la precisione le società sono circa 5 mila (4.880 per l’esattezza). I Comuni (a cui fa capo il 97% delle quote) sono presenti nelle società e negli enti con un groviglio intricatissimo di partecipazioni sia dirette che indirette. Nei libri sociali la presenza nel capitale dei sindaci e dei governatori è iscritta 101mila e 500 volte. Altro che “tagli”.

Solo per le società che hanno bilanci e note integrative depositate nei pubblici registri (4.656 sulle 4.880 totali), sottolinea la Corte dei Conti, emerge un dato che da solo racconta il fallimento, fino ad ora, del tentativo di razionalizzazione delle società partecipate. Quasi 1.200 (per l’esattezza 1.197) delle 4.656 società esaminate, si trova in una delle “condizioni” che tecnicamente dovrebbero portare alla loro chiusura. I criteri sono definiti ormai da anni nella legge. Che prevede tre regole fondamentali. Il primo: vanno chiuse le società che hanno più amministratori che dipendenti. In pratica i “poltronifici”. Secondo: vanno chiuse le società che fatturano meno di 500 mila euro l’anno. Terzo: vanno chiuse le società che non producono servizi essenziali per l’ente o che hanno gli ultimi quattro bilanci su cinque in perdita. Queste ultime, spiega la relazione della Corte dei Conti, sono 350 ed hanno bruciato dal 2014 al 2018 qualcosa come 2,6 miliardi di euro.

Queste regole, sono state allungate nel tempo di anno in anno e rese meno vincolanti. La revisione straordinaria che doveva portare al taglio, per esempio, è stata prorogata fino alla fine di quest’anno. Ma i sindaci ormai, possono accampare diverse scuse per non dismettere le partecipazioni. Ma in realtà ormai nemmeno si sforzano più di farlo. 
Il MEF (ministero dell’Economia) e la Corte dei Conti, hanno una piattaforma che si chiama “Partecipazioni”. I sindaci e i governatori devono spiegare attraverso questa piattaformaI cosa intendono fare delle loro quote, a cominciare da quelle che andrebbero in qualche modo, come prevede la legge, “razionalizzate”.

Nella Relazione dei magistrati contabili si legge cheDall’analisi è emerso infatti che è stato deliberato il mantenimento (con o senza interventi di razionalizzazione) del 90% delle partecipazioni in società che svolgono servizi pubblici locali e dell’81% delle società strumentali“. Questo comportamento, spiega ancora la Corte dei Conti, si riscontra diffusamente nei Comuni mentre le Province e le Città metropolitane, insieme alle Regioni e alle Province Autonome hanno dimostrato condotte più attive. I Comuni Infatti hanno scelto di mantenere le partecipazioni (con o senza interventi di razionalizzazione) nell’87% dei casi, a fronte di un valore del 59% e del 67%, rispettivamente, delle Regioni e delle Province autonome e delle Province e Città metropolitane. 


Un altro elemento che viene messo in risalto dalla Corte dei Conti è che la forma di affidamento prevalente dei servizi pubblici locali resta quella diretta. Si tratta di un punto centrale, soprattutto in vista dell’approvazione attesa in consiglio dei ministri entro settembre, del disegno di legge sulla concorrenza. Il tema è delicato. Il provvedimento del governo è previsto dal Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato con 191,5 miliardi dall’Europa. Uno dei punti centrali di questo provvedimento riguarderà proprio il capitalismo municipale. Gli affidamenti in house dei Comuni alle loro partecipate, diventeranno sempre più difficili.

I sindaci dovranno spiegare prima dell’affidamento perché affidare il trasporto pubblico o la raccolta rifiuti a una propria partecipata è più vantaggioso per gli utenti che fare una gara. E stavolta, con i fondi europei del Recovery in ballo, sarà molto difficile riuscire a trovare delle scappatoie.

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