L’altro inquinamento di Taranto: colletti sporchi e potere

L’altro inquinamento di Taranto: colletti sporchi e potere

Cosa è successo dopo i 53 arresti dell’operazione antimafia di lunedì 6 ottobre?

di Gaetano De Monte

Sono passati dieci giorni da quando l’operazione “Alias” della Direzione distrettuale antimafia di Lecce ha rivelato l’esistenza nella città di Taranto di un cartello criminale di primo livello, erede in grossa parte dei tanti clan del passato, ma con all’attivo anche decine di nuove leve.  Un sistema, una piovra che aveva allungato i suoi tentacoli su parte dell’imprenditoria e del commercio locale, in molti casi sostituendosi ad essi. E agganciando – o tentando di agganciare, questo lo dirà soltanto l’evoluzione delle indagini (ancora in corso) – anche alcuni consiglieri comunali di Taranto. Questo è quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza del Gip del Tribunale di Lecce, Alcide Maritati, che lunedì scorso ha portato in carcere 53 persone, tra cui il noto imprenditore, esponente del partito-cartello “La Puglia per Vendola”, Fabrizio Pomes. D’altra parte, lo stesso Procuratore capo della Dda, Cataldo Motta, durante la conferenza stampa seguita agli arresti, ha censurato pesantemente l’operato della Giunta comunale sul “Magna Grecia” (la struttura sportiva già gestita da una cooperativa di cui era presidente Pomes, la Corda Frates, poi sostituita nella gestione, attraverso una proroga del vecchio appalto, da un’altra società presieduta direttamente dal figlio del “boss” D’Oronzo, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Magna Grecia).

Ormai noti sono alcuni dettagli dell’inchiesta, in parte già rivelati dalla Gazzetta del Mezzogiorno, che chiamerebbero in causa direttamente alcuni politici. Fra questi, intercettazioni di conversazioni tra Pomes e D’Oronzo, in cui Giovanni Guttagliere – ex presidente della Commissione assetto del territorio, appena ieri eletto presidente della Commissione urbanistica del Comune di Taranto – viene definito “uomo nostro”. Così come note sono le parentele strette di qualche consigliere comunale con esponenti dei clan locali. Eclatante, per vicinanza, quella della neo-consigliere provinciale Giuseppina Castellaneta, eletta in Consiglio comunale con At6-lista Cito, e poi passata al Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano. Il marito della Castellaneta infatti è accusato di un’estorsione al presidente dell’ Amiu, l’azienda municipalizzata di gestione dei rifiuti, e il cognato è attualmente in carcere, accusato di essere uno dei capi della malavita tarantina da venticinque anni a questa parte. D’altra parte, i destini politici di Castellaneta e Guttagliere si sono già incrociati: con l’ingresso dello stesso Guttagliere nel partito del Ministro degli Interni – esattamente una settimana prima delle elezioni provinciali del 28 settembre -, i due (insieme a Rosa Perelli) hanno costituito il gruppo consiliare del NCD. E anche su questo ha puntato i riflettori l’Antimafia di Lecce.

Nelle carte giudiziarie, inoltre, vi sono numerosi riferimenti alla necessità dei clan di accaparrarsi, indirettamente, attraverso le estorsioni o, più direttamente, mascherando le dazioni di pagamenti con subappalti e false fatturazioni, alcune importanti commesse pubbliche. Attraverso, ad esempio, il nolo dei mezzi per la movimentazione terra che erano nelle disponibilità di imprese direttamente riconducibili ai clan. Si scopre così che l’associazione temporanea di imprese (Ati) Alpin Srlper lavorare” al primo lotto della Taranto–Avetrana (meglio nota come Strada regionale 8) ha dovuto pagare a clan diversi (appalto approvato con delibera della Giunta provinciale n 48 del 19 Marzo 2009) alcune centinaia di migliaia di euro. Per un’opera che il consorzio in questione si era aggiudicata per cinquanta milioni di euro. Il cantiere, che doveva essere pronto per marzo 2012, ha subito invece notevoli ritardi nel suo completamento – tra l’altro, per una serie di problemi finanziari che aveva lamentato proprio il consorzio di imprese vincitore dell’appalto. Così l’Alpin aveva chiesto una proroga, concessa, per permettere l’esecuzione dei lavori.

Non è andata molto meglio all’impresa Fratelli Viola Srl, aggiudicataria di alcuni lavori per la realizzazione di parcheggi comunali, che ha subito pesanti taglieggiamenti negli anni. Si può dire, direttamente da alcuni concorrenti – e cioè dalle imprese riconducibili a Calogero Bonsignore (cognato del boss Claudio Modeo, capo storico della malavita tarantina) e a Rosario D’Oronzo, detto “Cesare” (fratello del boss Orlando, ritenuto attualmente dagli investigatori uno dei referenti pugliesi della Nuova camorra organizzata): grossi imprenditori edili e boss, entrambi arrestati nell’operazione “Alias”. Aziende in grado, nonostante i “notevoli” precedenti penali dei loro rappresentanti, di partecipare – e in qualche caso anche di aggiudicarsi direttamente, senza passare attraverso il meccanismo dei sub-appalti – le commesse pubbliche. Basta sfogliare velocemente i database di alcuni comuni della provincia di Taranto per accorgersene.

La tempesta giudiziaria innescata dalla Dda di Lecce e l’allarme lanciato dal Procuratore Motta “sui possibili condizionamenti esercitati dalla malavita nei confronti della classe politica” hanno avuto immediate ripercussioni politiche. Nel Consiglio comunale di venerdì l0 ottobre, Angelo Bonelli, portavoce nazionale dei Verdi, insieme ad altri consiglieri “indipendenti” di sinistra – Dante Capriulo, Gianni Liviano e Francesco Venere -, ha chiesto al Sindaco, Ippazio Stefàno, di fare chiarezza sulle connivenze politiche emerse dall’ordinanza del Gip. Ma l’ordine del giorno presentato dall’opposizione non è mai stato discusso. Bonelli e gli altri consiglieri si sono quindi rivolti al Prefetto per chiedere lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del Consiglio stesso.

Il rapporto mafia-politica è stato affrontato dal primo cittadino sulle pagine dei giornali: è stato in quella sede che Stefano si è difeso dalle accuse mosse dall’opposizione. Ma da parte di alcuni – si pensi al Partito Democratico locale – si è registrata una sorta di “omertà mediatica” in merito alla vicenda. Nessuna dichiarazione di plauso all’operato delle forze dell’ordine – come i protocolli istituzionali in questi casi richiedono – da parte di suoi esponenti. Nessuna presa di posizione pubblica; nessuna dichiarazione da parte dei suoi dirigenti più autorevoli. Chi invece è intervenuto nel dibattito pubblico è stato l’ex sindaco e parlamentare Giancarlo Cito, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, che nel 2012 è riuscito a far eleggere per la “sua” lista (At6) ben sei consiglieri (fra cui la stessa Castellaneta), oggi quasi tutti confluiti in Forza Italia (compreso il figlio Mario). In un’intervista apparsa domenica scorsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia, Cito ha dichiarato: “dico al sindaco della città, alla luce di ciò che è successo, di indire il Consiglio comunale. Se lui si nasconde non va da nessun parte.” E ha concluso: “mo avast, ho detto pure troppo”. Mo avast, tradotto dal dialetto tarantino: “ora basta”.

Già, basta davvero con una classe dirigente che da trent’anni a questa parte si è resa complice, a più livelli, di un gigantesco disastro ambientale, economico, sociale. Perché il colletto della camicia  “verosimilmente sporco” dell’imprenditore Fabrizio Pomes è nient’altro che la punta dell’iceberg di un sistema che tiene insieme – a Taranto come in tante altre città italiane – famiglie malavitose e pezzi del mondo politico imprenditoriale. E’ null’altro che una roba da colletti sporchi.

* commento tratto dal sito SIDERLANDIA 

(La pubblicazione è stata autorizzata direttamente dall’ autore)

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