LA VERITA’, NUMERI ALLA MANO SULLA CRISI DELL’ INPGI. E LA COLPE DEL SINDACATO

LA VERITA’, NUMERI ALLA MANO SULLA CRISI DELL’ INPGI. E LA COLPE DEL SINDACATO

C’è una spesa che l’istituto continua a sostenere, incomprimibile, nonostante la crisi e nonostante le denunce di Inpgi Futuro: anche per il 2021 è prevista l’erogazione di 2,47 milioni per “servizi resi” alla Fnsi e alle associazioni regionali di stampa. Quali siano questi “servizi resi” in molti casi non lo sappiamo. In larga parte si tratta di un onere improprio, perché è un finanziamento a organismi sindacali, sostenuto da tutti i giornalisti iscritti all’Inpgi, mentre gli iscritti al sindacato sono solo una minoranza della categoria.

di GIANNI DRAGONI

Se una famiglia spende 576,6 e incassa 372 come fa ad arrivare alla fine del mese? C’è una perdita di 204,6 che deve essere coperta o prelevando soldi dal conto in banca, se ci sono disponibilità, oppure facendo un debito. Ma non può durare, non può andare avanti così ogni mese. E infatti un buon padre o una buona madre di famiglia cercherebbero di fare qualcosa prima di prosciugare il conto in banca o di indebitarsi fino al collo.

Lo squilibrio del bilancio Inpgi 

Immaginiamo che questa famiglia sia l’Inpgi, o meglio la previdenza dei giornalisti, perché in futuro i due soggetti potrebbero anche non stare sempre sotto lo stesso tetto, come è adesso. E poi moltiplichiamo queste cifre per un milione di euro.

La spesa per pagare le pensioni di un anno è 576,6 milioni di euro, mentre i contributi che entrano e che dovrebbero servire a pagare le pensioni e le altre prestazioni ammontano a 372 milioni. La differenza è -204,6 milioni di euro. Questo è il “buco” nella previdenza dei giornalisti, è il disavanzo della gestione previdenziale e assistenziale dell’Inpgi previsto per il 2021.

Per quest’anno, secondo il recente bilancio di assestamento, sono previste una spesa di 568 milioni ed entrate per 370,9 milioni. Risultato: nel 2020 è attesa una perdita di -197 milioni.

Nel 2019 la spesa è stata 558 milioni e le entrate 403,9 milioni, pertanto c’è stata una perdita di -154 milioni. Nel 2018 la spesa è stata 555,6 milioni e le entrate 407,9 milioni, con una perdita di -147,6 milioni.

Le perdite sono cominciate nel 2011

Potremmo andare avanti, anzi indietro, così fino al 2011, il primo anno in cui la gestione previdenziale e assistenziale dell’Inpgi ha presentato un risultato negativo. All’inizio piccolo, -1,3 milioni, poi è stata una sequenza crescente e inarrestabile di paurosi risultati negativi. Lo squilibrio è aumentato sempre di più, fino a diventare una voragine.

I segni di cedimento erano visibili già dal 2008, quando la gestione previdenziale aveva un saldo attivo di 97 milioni ma le proiezioni per gli anni successivi indicavano il tracollo.

L’inerzia della maggioranza.

Bisognava intervenire allora, immediatamente. Ma la maggioranza che governava l’Inpgi – la stessa di oggi, sono solo cambiate alcune facce – non ha fatto nulla per invertire il declino, che è causato da ragioni demografiche e dal calo dell’occupazione nell’editoria, favorito anche dalla liberalizzazione degli stati di crisi, troppi, regalati agli editori da un sindacato imbelle e da una norma, il tristemente noto decreto Sacconi, che ha consentito perfino gli stati di crisi “prospettiche”.

Qualche anno dopo è stata messa in atto la finzione di rivalutare il patrimonio immobiliare e usare le plusvalenze, fittizie, perché esistenti solo sulla carta, per coprire le perdite della gestione previdenziale. Pura cosmesi contabile. Dal 2017 questo artificio non riesce più e da allora anche il risultato ufficiale del bilancio Inpgi, quello che si legge all’ultima riga, è in profondo rosso.

In parallelo è cominciata la vendita del patrimonio immobiliare, nell’illusione di coprire il disavanzo di una gestione che ogni anno è sempre più accentuato. Un altro errore, perché il patrimonio immobiliare dovrebbe essere mantenuto come una riserva, a garanzia delle pensioni future, e non venduto (o svenduto, oppure tenuto sfitto, come accade a molti appartamenti dell’Inpgi) nel disperato tentativo di coprire le perdite della gestione corrente.

L’emendamento approvato in commissione Bilancio

 Pochi giorni fa la commissione Bilancio della Camera ha approvato un emendamento alla legge di bilancio del 2021, articolo 5-bis, che proroga di sei mesi lo scudo anti-commissariamento, fino al 30 giugno 2021. La nuova norma dice che, entro lo stesso termine, “l’Inpgi (…) adotta le ulteriori misure necessarie per il riequilibrio della gestione sostitutiva dell’assicurazione generale obbligatoria da sottoporre alla vigilanza statale (…)”.

Prima di esaminare che cosa può realisticamente fare l’Inpgi nei prossimi sei mesi per raddrizzare i conti, bisogna chiedersi che cosa ha fatto l’Inpgi negli ultimi 18 mesi.

Già a fine giugno 2019 il Governo aveva sollecitato l’istituto ad adottare misure di riforma per il riequilibrio della gestione entro 12 mesi (entro il 30 giugno 2020) e a inviare ai ministeri vigilanti entro 18 mesi (entro il 31 dicembre 2020) un bilancio tecnico-attuariale, che è la proiezione pluridecennale dei conti per verificarne la sostenibilità.

Allora era stato introdotto il primo scudo anti-commissariamento, inizialmente fissato al 31 ottobre 2019, quindi prorogato fino al 30 giugno 2020. Quella norma, inserita nella legge di conversione del decreto Crescita, legge n. 58 del 28 giugno 2019 (articolo 16-quinquies, comma 2) stabilisce quanto segue: “L’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti italiani «Giovanni Amendola» (Inpgi), nell’esercizio dell’autonomia di cui al decreto legislativo 30 giugno 1994, n. 509, con provvedimenti soggetti ad approvazione ministeriale (…), è tenuto ad adottare, entro dodici mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, misure di riforma del proprio regime previdenziale volte al riequilibrio finanziario della gestione sostitutiva dell’assicurazione generale obbligatoria che intervengano in via prioritaria sul contenimento della spesa e, in subordine, sull’incremento delle entrate contributive, finalizzate ad assicurare la sostenibilità economico-finanziaria nel medio e lungo periodo. Entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, l’Inpgi trasmette ai Ministeri vigilanti un bilancio tecnico attuariale, (…), che tenga conto degli effetti derivanti dall’attuazione delle disposizioni del primo periodo del presente comma”.

Dobbiamo chiederci cosa ha fatto l’Inpgi fino al 30 giugno 2020? La risposta è semplice come un foglio bianco: nulla.

Consiglio di amministrazione immobile.

Il consiglio di amministrazione, presieduto da Marina Macelloni, non ha deliberato alcuna riforma o modifica previdenziale, né ha messo sul tavolo delle proposte di discussione. L’unica iniziativa è stata l’avvio di un “tavolo tecnico” con il governo presso la Presidenza del Consiglio. Uno dei tanti “tavoli” a cui quando c’è un problema ci si siede e non si decide nulla. Il tavolo si è riunito la prima volta in febbraio, guarda caso in piena campagna elettorale per il rinnovo degli organi collegiali dell’Inpgi. Evento ampiamente pubblicizzato dai vertici dell’istituto come l’avvio di un percorso per trovare una soluzione. La maggioranza che governa l’istituto, omogenea alla stessa maggioranza che guida la Fnsi, è uscita vincitrice anche da queste elezioni. E il nulla è proseguito fino alla scadenza del 30 giugno 2020.

La proroga per il Coronavirus

Nel frattempo, con l’esplosione del Coronavirus, il governo ha prorogato di sei mesi, fino al 31 dicembre 2020, il termine assegnato all’Inpgi per l’adozione di misure di riforma “volte al riequilibrio finanziario della gestione”. E lo scudo anti-commissariamento è stato prorogato fino alla fine di quest’anno.

Ripetiamo la domanda: cosa ha fatto l’Inpgi dal primo luglio scorso ad oggi? La risposta è semplice come un foglio bianco: nulla.

Il “tavolo tecnico” con il governo.

Sono solo ripresi, dopo lunga interruzione, alcuni incontri al “tavolo tecnico”. Ma nessuna proposta di riforma è stata prodotta, né risulta neppure sottoposta al consiglio di amministrazione dell’Inpgi, l’organo cui compete deliberare prima di inviarle ai ministeri vigilanti.

Stop ai comunicatori.

La struttura di vertice dell’Inpgi e la maggioranza del CdA insistono per allargare la platea degli iscritti ai comunicatori, in totale sarebbero crica 14.000, per aumentare le entrate contributive. Questa misura è stata prevista dal decreto legge Crescita, ma solo a partire dal 2023, e non sarebbe automatica: il decreto rinvia a regolamenti che il governo dovrà adottare. Ma i comunicatori privati, i più organizzati (e i più ricchi), si sono opposti al passaggio all’Inpgi.

Di recente il governo ha spazzato via ogni illusione, per chi crede nell’efficacia di questa misura, di poterla anticipare al 2021. Come ha spiegato Paola Cascella nell’articolo del 16 dicembre (“Inpgi, tramonta l’opzione comunicatori privati. Il governo presenta il conto ai giornalisti”), “i comunicatori che potranno transitare dall’Inps a via Nizza sono in ipotesi soltanto quelli pubblici (circa 5500) e soltanto nel 2023, essendo ancora in ballo il rinnovo del contratto della Funzione pubblica – ha detto la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo – portando nelle nostre casse 56 milioni, una cifra evidentemente insufficiente a mettere in sicurezza i conti”.

Cosa può fare l’Inpgi entro sei mesi? 

Adesso con la legge di bilancio il termine viene prorogato di altri sei mesi e slitta alla stessa data lo scudo anti-commissariamento. Cosa può realisticamente fare l’Inpgi per raddrizzare i conti? Visti i precedenti di totale inerzia, la prima risposta è che difficilmente l’Inpgi potrà fare qualcosa di significativo. In via ufficiosa il Governo ha chiesto all’istituto di rivedere le pensioni di anzianità, di retrodatare il sistema contributivo per il calcolo delle future pensioni (probabilmente al 2007), che si applica pienamente dal 2017, di introdurre un nuovo prelievo di solidarietà sulle pensioni dopo quello applicato nel triennio marzo 2017-febbraio 2020. Con il controverso prelievo l’istituto ha incassato 20 milioni complessivi in tre anni. Una goccia nel mare del deficit.

i risultati in discesa di INPGI2

Cosa dice l’aritmetica. 

Al di là della buona o cattiva volontà (fate voi) di chi gestisce le leve della previdenza dei giornalisti, va detto che, con la situazione così deteriorata, in cui a ogni pensione corrispondono solo 1,5 lavoratori attivi (mentre un rapporto sano sarebbe di 3 attivi per ogni pensionato), gli spazi di manovra sono ristrettissimi.

Dal punto di vista puramente aritmetico, con le cifre di previsione per il 2021 l’equilibrio tra spese ed entrate previdenziali si potrebbe ottenere solo tagliando le spese del 35,5 per cento, oppure aumentando le entrate del 55 per cento. O con una combinazione di queste misure. E’ evidente che non è proponibile, né sostenibile, un taglio del 35,5 per cento del volume di spesa per le pensioni in essere, che significherebbe o un taglio lineare del 35,5 per cento di tutte le pensioni o dei tagli differenziati, ma sempre pesantissimi, in modo da raggiungere un risparmio sulla spesa pensionistica del 35,5 per cento. Nè è immaginabile di aumentare del 55 per cento i contributi versati dalle aziende editoriali e dai giornalisti in servizio.

i numeri della gestione Separata INPGI2

Gli ammortizzatori sociali

La legge di bilancio prevede che dal 2021 lo Stato si accolli il costo degli ammortizzatori sociali. Questo può essere un lieve alleggerimento del disavanzo, ma non significativo. Piuttosto lo Stato dovrebbe riconoscere alla previdenza dei giornalisti il costo degli ammortizzatori sostenuto nel tempo. Abbiamo calcolato una spesa di almeno 250 milioni negli ultimi dieci anni per cassa integrazione, contratti di solidarietà, indennità di disoccupazione. In più c’è il costo dei contributi figurativi che, secondo alcune stime (non ci sono dati ufficiali), potrebbe portare al raddoppio a 500 milioni dell’onere sostenuto in soli dieci anni.

Secondo la relazione della presidente Macelloni al bilancio preventivo Inpgi 2021 “negli ultimi venti anni l’Inpgi ha sostenuto una spesa pari a 500 milioni di euro per ammortizzatori sociali a cui va aggiunto il costo, altrettanto consistente, dei contributi figurativi”.

Poi c’è l’enorme costo dei prepensionamenti inflitto ai bilanci dell’Inpgi. Purtroppo sono stati reintrodotti per legge a fine 2019 dal governo (per mano del sottosegretario Andrea Martella, del Pd, che piace tanto agli editori), su pressione degli editori e nel silenzio della Fnsi e dell’Inpgi. Con quelli previsti nel 2021 i prepensionamenti che gravano sull’Inpgi potrebbero avvicinarsi a un totale di 1.500.

Quanto costa la struttura dell’Inpgi 

Queste sono richieste che nella riforma della previdenza dei giornalisti andrebbero legittimamente avanzate, anche per recuperare il costo sopportato per gestire le crisi dell’editoria (anche quelle dichiarate da editori con i bilanci in attivo). Ma non incidono nella riduzione dello squilibrio che si profila per il 2021 e per gli anni successivi. Qualche margine di manovra l’Inpgi però ce l’ha. Con misure più di qualità che di quantità. Che potrebbero rendere più credibile la posizione dell’istituto rispetto all’inerzia totale che riscontriamo. Per esempio si potrebbero ridurre le spese di struttura, il costo previsto è di 24,4 milioni nel 2021. Questa somma è composta da 17,3 milioni di costo del personale, quasi 200 dipendenti; 1,2 milioni per compensi e rimborsi spese per gli organi collegiali e collegio sindacale, compreso il compenso della presidente, pari a 234.576 euro lordi nel 2019; 2,28 milioni per acquisto di beni e servizi (tra cui 574.000 per bollette e spese di funzionamento sedi e 500.000 per manutenzione e assistenza attrezzature informatiche); 810.000 per spese legali.

I soldi al sindacato 

E poi c’è una spesa che l’istituto continua a sostenere, incomprimibile, nonostante la crisi e nonostante le denunce di Inpgi Futuro: anche per il 2021 è prevista l’erogazione di 2,47 milioni per “servizi resi” alla Fnsi e alle associazioni regionali di stampa. Quali siano questi “servizi resi” in molti casi non lo sappiamo. In larga parte si tratta di un onere improprio, perché è un finanziamento a organismi sindacali, sostenuto da tutti i giornalisti iscritti all’Inpgi, mentre gli iscritti al sindacato sono solo una minoranza della categoria.

Il recupero di contributi.

Ma ci sarebbe molto da fare sul lato delle entrate, con il lavoro degli ispettori e di tutti gli uffici Inpgi. Bisognerebbe dare maggior impulso alla ricerca di occupazione abusiva e dell’evasione contributiva. Quanti dei giornalisti per esempio che lavorano soprattutto in nuove iniziative editoriali e in molti siti di informazione sono effettivamente regolarizzati con un contratto giornalistico e per quanti di loro le aziende versano i contributi all’Inpgi? Questa è una direzione importante da intraprendere, innanzitutto per tutelare un’occupazione sana, poi per gli effetti sul bilancio previdenziale, prima di andare alla ricerca di un’estensione della platea degli iscritti a figure professionali diverse dai giornalisti.

Il-documento-tecnico-di-stima-degli-interventi-elaborato-dalla-Direzione-Generale-Inpgi

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