La chiamano “legge”: ma furti e rapine restano impuniti e pochi vanno in carcere se è il primo reato

La chiamano “legge”: ma furti e rapine restano impuniti e pochi vanno in carcere se è il primo reato

Si riapre la polemica dopo il caso delle sorelle rom bruciate a Roma: solo il 4,6 per cento dei ladri viene scoperto.

ROMA – Un orribile caso di cronaca nera, quello della morte delle tre sorelle di etnia rom Elisabeth, Francesca e Angelica Halilovic  bruciate vive in un camper  dove dormiva la famiglia composta da 13 persone,  in sosta a in piazza Mario Ugo Guatteri nel quartiere periferico di Centocelle, all’interno del parcheggio del centro commerciale Primavera, che il 10 maggio scorso non fecero in tempo ad uscire dal camper in fiamme, torna a far discutere sul sistema giudiziario italiano.

Uno dei presunti autori della strage, il 20enne bosniaco Serif Seferovic che è stato arrestato a Torino giovedì,  era stato condannato lo scorso febbraio  a due anni di carcere per lo scippo avvenuto a Roma ai danni della studentessa cinese Yao Zhang, che si era concluso con la povera ragazza investita da un treno mentre  inseguiva i suoi scippatori cercando di recuperare la borsetta. mentre. Per quell’episodio furono arrestati tre nomadi con l’accusa di furto con strappo.  Serif Seferovic si è fatto soltanto  ventuno giorni di carcere, poi è tornato in libertà. Perché? In quale Paese civile succedono fatti del genere ?

Tutto ciò sembra l’immagine “perfetta” del fallimento di un intero sistema, che prima arresta il ladro e subito dopo lo libera, ma tutto ciò avviene perche in realtà per chi è incensurato è quanto prevede la legge . Il bosniaco ha la fedina penale pulita quando il 5 dicembre dello scorso annò quando strappò la borsa della studentessa cinese lungo la ferrovia romana. Non ha nessun precedente di polizia. E dopo che si sparge la notizia della morte dì Yao Zhang,    quando era apparso il suo nome su alcuni quotidiani in riferimento al triplice omicidio delle sorelle di etnia rom,  Seferovic avrebbe detto al suo legale, Gianluca Nicolini: “Io non c’entro niente con questa storia, in quei giorni non mi trovavo neanche a Roma. Non so perché mi vogliano tirare in ballo nella vicenda – avrebbe aggiunto – ma non ho nulla a che fare con questa tragedia“. E l’avvocato Nicolini lo convince a consegnarsi ai magistrati di Roma.

Il padre di Seferovic invece racconta un’altra storia: “Quella notte abbiamo dormito in un’area di parcheggio nella zona di Prati Fiscali, eravamo una quarantina di persone. Mio figlio era con me, non è stato lui“. e lo dice all’avvocato del figlio. “Sicuramente in quella zona ci saranno state delle telecamere – sostiene il penalista – che potrebbero confermare la presenza della famiglia Seferovic“. Ma il giovane bosniaco sarebbe stato incastrato proprio dalle telecamere e da alcune testimonianze.

Secondo gli investigatori sarebbe lui l’uomo ripreso mentre lancia una bottiglia incendiaria contro il camper in cui dormiva la famiglia Halilovic. Secondo chi indaga il movente è legato a liti tra le due famiglie nomadi maturate all’interno del campo nomadi di via Salviati. Alcuni giorni prima del rogo del 10 maggio scorso c’erano stati infatti alcuni litigi e danneggiamenti tanto che alla fine la famiglia Seferovic aveva abbandonato il campo nomadi di via Salviati proprio per i rapporti degenerati con gli Halilovic. In più il fermato avrebbe un furgone con le caratteristiche di quello presente sulla scena del delitto.

Ma nessuno si chiede:  come mai se  Serif Seferovic era incensurato,  ha un avvocato che lo convince a costituirsi ?

Tutto avviene lo scorso 23 dicembre 2016, di pomeriggio quando Seferovic è ancora un uomo libero, e viene portato nel carcere di Regina Coeli dopo l’interrogatorio, dove resterà fino al 13 gennaio, giorno in cui viene liberato dal Tribunale del Riesame perché il suo legale e il pm si sono accordati sul patteggiamento. “Due anni di prigione – dice l’avvocato Nicolinisono una pena alta per uno scippo. Il giudice poi ci ha concesso la sospensione della pena perché non c’erano pericoli di fuga e Serif era incensurato“.

Ma l’avvocato Nicolini dimentica che quello scippo è costato una vita umana. A febbraio, quindi  Seferovic è tornato in libertà. La cella l’ha vista solo per ventuno giorni. Chiedetevi: secondo voi in Francia, Germania, America i giudici sarebbero stati cosi “morbidi” ?

Sostenere però che in Italia i ladri non pagano mai può anche costituire una grossolana semplificazione spessa contraddetta dai fatti. Infatti,  attualmente in carcere per furto vi sono 11.585 detenuti (di cui 606 donne) e  16.242 detenuti per rapina (tra cui 523 donne). Ma invece è vero,che se si è al primo borseggio è praticamente impossibile finire dietro le sbarre, ecco perchè spesso gli scippatori rom forniscono false generalità ed a volte documenti falsi. La pena base per il furto aggravato prevede da uno a sei anni (ed arriva a dieci anni solo se commesso in appartamento), ma qualsiasi bravo avvocato col minimo sforzo riesce sempre a far evitare all’imputato la prigione grazie alla “leggerezza” di giudizio della magistratura. E’ facile ascoltare gli sfoghi delle forze dell’ordine che sostengono “noi li arrestiamo ed i giudici li rimettono in libertà“.

Quando si va al processo per direttissima, tra attenuanti generiche come per esempio, la confessione e la riconsegna del bottino, e la scelta del rito abbreviato (che riduce di un terzo la pena), i giudice raramente emettono condanne superiori a un anno, si arriva a due anni, solo nei casi particolari come quello di Seferovic. “Del resto la sospensione condizionale della pena per due anni è un diritto“, ricorda l’ avv. Roberto Trinchero presidente delle Camere penali del Piemonte occidentale e Valle D’Aosta. intervistato dal quotidiano La Repubblica. “Quando invece si è recidivi, il discorso cambia“.

Sarebbe più corretto dire  “dovrebbe cambiare“. Infatti se poi si analizza la storia di “mamma borseggio“, come è stata chiamata la 36enne nomade arrestata dai Carabinieri della Compagnia Centro di Roma, a febbraio. L’avevano notata mentre sbirciava dentro gli zaini di alcuni turisti sulla linea metropolitana  Termini-Vaticano e l’avevano fermata ed identificata, ma quando hanno inserito nel terminale le sue impronte digitali , i carabinieri sono rimasti senza parole: la donna di origini serbe aveva alle spalle 25 sentenze di condanna in Italia per furto e borseggio, una vera e propria carriera criminale cominciata ancora minorenne tra Milano e Firenze  e proseguita per vent’anni grazie ai suoi dieci figli. Ogni volta che veniva catturata, la donna veniva rimessa in libertà dal il tribunale che era costretto a liberarla perché costantemente in stato di gravidanza. “Donne incinte e minorenni non finiscono in carcere neanche quando sono ladri conclamati – racconta un alto magistrato della Corte di Cassazione – anche nei casi di recidiva, non è così scontato che si vada in cella: perché a un imputato di furto si possa contestare la recidiva che aumenta la pena, infatti, bisogna che ci sia stata una sentenza definitiva per l’altro reato e spesso ci si mette anni“.

Ladri e borseggiatori spesso sfuggono alle maglie delle forze dell’ordine, a causa della carenza di personale in servizio: secondo i dati ISTAT  gli autori vengono scoperti solo nel 4,6 per cento dei casi , soltanto due volte su cento per i furti negli appartamenti. Una cosa è certa, di ladri ce ne sarebbero meno in giro, se il sistema carcerario svolgesse il compito affidatogli dalla Costituzione: la riabilitazione del detenuto . Infatti uno studio commissionato dal ministero della Giustizia ha dimostrato che un percorso di riabilitazione corretto riduce del 10-15 per cento la possibilità della recidiva del reato. Ma nonostante lo “svuota carceri”  causa eccessivo affollamento, che viene applicato con il complice silenzio dai magistrati che nelle loro sentenze per furto tendono ad infliggere il minimo delle pene tali per non mandarli dietro le sbarre.

Ma c’è anche chi giustamente secondo noi contesta la mancanza della certezza della pena, perché  i detenuti difficilmente scontano l’intero periodo stabilito dalla condanna.

E la chiamano giustizia…

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