Il Sud tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2028

Il Sud tornerà ai livelli pre-crisi solo nel 2028

SVIMEZ, si consolida la crescita del Sud nel 2016 ma il Mezzogiorno, agli attuali ritmi, recupererà i livelli pre crisi del 2008 10 anni dopo il Centro-Nord In frenata Puglia e Sicilia. Nonostante ci sia più lavoro, la povertà resta ed i giovani laureati emigrano. La Campania in testa alla ripresa. Proposta una Zona economica speciale per le sole aree meridionali

ROMA –   Il Presidente della SVIMEZ Adriano Giannola e il Vice Direttore Giuseppe Provenzano hanno presentato ieri nella sede dell’Istituto le Anticipazioni del Rapporto SVIMEZ 2017, alla presenza del Ministro per la Coesione Territoriale e il Mezzogiorno, Claudio De Vincenti.  Nel corso della consueta conferenza stampa sono state altresì presentate le previsioni per il biennio 2017 e 2018 e sono stati illustrati i principali andamenti dell’economia e della società italiana, disaggregati per il Mezzogiorno e il Centro-Nord e per le singole regioni, contenuti nel Rapporto annuale che uscirà in autunno.

Mentre l’anno scorso il Sud era cresciuto più delle regioni del Centro-Nord, alla fine del 2017 secondo  le previsione della Svimez, l’associazione per gli studi del Mezzogiorno, il sorpasso è già finito. Il Pil del Mezzogiorno metterà a segno l’1,1 % di crescita, confermando l’1 % del 2016. mentre le regioni del Settentrione potranno passare dal modesto  +0,8% del 2016 ad un più solido +1,4 per cento. proporzioni che che non cambieranno nel prossimo anno  (previsione: 0,9 contro 1,2). Proseguendo a questi ritmi per il Sud il recupero dei livelli pre crisi arriverà solo nel 2028, mentre per il Centro Nord è previsto per il 2019.

 Il 2016, secondo il rapporto Svimez, è stato positivo. Nell’ultimo biennio il settore manifatturiero è cresciuto del 7 %, con una pecentuale più che doppia rispetto al 3 % del Nord. Chi ha resistito alla crisi è adesso in condizione di agganciarsi alla ripresa, ma resta il problema che il peso del settore sul prodotto dell’area è decisamente ridotto (l’8%) e non si può immaginare che i buoni risultati nell’agricoltura e nel turismo possano essere sufficienti ad invertire la tendenza.  I consumi finali interni del Sud sono aumentati dell’1%, quelli delle famiglie del’1,2 %, pur se nel Mezzogiorno le spese per alimentari e abitazioni restano inferiori a quelle del Centro-Nord.

Rapporto Svimez 2017

In crescita anche gli investimenti privati (+2,9% ma + 5,2 nell’ambito strettamente industriale e +8,7 nell’edilizia), mentre sono in forte calo invece quelli pubblici: conclusa l’accelerazione, al fine di evitare di restituire risorse alla Ue,  legata alla chiusura della programmazione per i Fondi strutturali europei 2007/13,  è crollata l’anno scorso la spesa pubblica in conto capitale : soltanto 13 miliardi, cioè lo 0,8 % del Pil.

Le regioni del Mezzogiorno, tra l’altro, non sono cresciute tutte allo stesso modo. La Campania ha fatto meglio di tutte con il Pil in crescita del 2,4 % , seguita dalla Basilicata. Per la prima volta dopo tre anni, la Sardegna, è tornata in positivo (+0,6). In frenata Puglia (+ 0,9) e Sicilia (+0,3). La Calabria ha temperato un’annata agricola da dimenticare con un andamento dell’industria in crescita oltre l’8%. Molise stabile (+1,6%), Abruzzo in negativo (-0,2).

Nel 2016, avverte la Svimez, il Sud ha contato 101 mila posti di lavoro in più rispetto al 2015, anche se facendo i paragoni con il 2008 ne resta sotto di 380 mila. Sono aumentati lavoratori anziani e part time, ma la struttura complessiva dei redditi resta depressa. Nel Mezzogiorno, avverte il rapporto, circa 10 abitanti su 100 vivono in povertà assoluta, contro i 6 del Centro Nord. Negli ultimi cinque anni sono emigrati dal Sud 1,7 milioni di persone a fronte di un milione di rientri: la perdita secca è stata di 716 unità, il 72,4 % under 34, 198 mila i laureati.

La Svimez avverte che due anni di crescita non sono sufficienti a svicolare il Sud dalla tendenza negativa bassi redditi-bassa produttività-bassa competitività- scarsa cumulazione. Occorre  trasformare il territorio in una opportunità e quindi continuare le politiche di crescita applicate dal governo negli ultimi anni, a cominciare dal prolungamento degli esoneri contributivi per le nuove assunzioni e dal credito d’imposta per gli investimenti. Ma  l’associazione per gli studi del Mezzogiorno ricorda anche che è urgente la definizione di una ZES (Zona Economica Speciale) per le sole aree meridionali, necessaria ad “infittire “il tessuto produttivo. Operazione senza la quale nemmeno l’innovazione tecnologica prevista dal piano nazionale dell’Industria 4.0 potrebbe attecchire e produrre risultati.

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