Giornalisti veri si nasce, e purtroppo a volte si muore

Giornalisti veri si nasce, e purtroppo a volte si muore

di Antonello de Gennaro

Sono passate poche ore dall’ultimo saluto al collega Simone Camilli che adesso riposa per sempre a Pitigliano e, finalmente, si sono spente le voci ipocrite ed inutili di quanti hanno intasato organi di stampa e social network con pensieri e commenti dalla retorica più banale.  Speravo in cuor mio  di poter leggere qualcosa,  che una volta tanto riuscisse ad uscire dal solito “coro”. Inutilmente.  Mi sono imbattuto attraverso i social network  in un post, l’unico che meritava secondo me attenzione ed interesse. E’ di un fotoreporter Marco Stefano Vitiello. Eccolo (testualmente), leggetelo :  ” Sono rifugiato nel suggerimento di un caro amico e ho riletto con molta attenzione le parole di uno dei miei Maestri, Tiziano Terzani. A proposito di giornalismo scriveva: «Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non l’ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità.  Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande.». Aggiunge e conclude Vitiello: “Per quel che può valere, in queste parole mi riconosco e su queste basi ho svolto e tento ancora di svolgere il mio mestiere; il resto è chiacchiericcio da salotto televisivo di bassa lega per decerebrati“. Come non dargli ragione ?

Simone Camilli e la sua famiglia

Simone Camilli e la sua famiglia

In occasione dell’ultimo saluto a Camilli, ho trovato molto significativo il ricordo di sua moglie Ilfa.  «Eravamo felici, soprattutto dopo il nostro trasferimento nella nuova casa a Beirut e ora non so come potrò vivere senza di te». Un ricordo appassionato quello che la moglie olandese di Simone, ha fatto al termine della messa funebre  davanti alle centinaia di persone presenti, parlando  subito dopo il padre di suo marito Simone. La moglie ha raccontato il loro incontro in una strada di Gerusalemme, «proprio 8 anni fa», la gioia per la nascita di Nur, la figlia di 3 anni, che era lì in prima fila, tenuta in braccio dai familiari. «Sentivi la libertà di poter raccontare quello che avevi sempre voluto» ha aggiunto Ilfa, ricordando l’ultima telefonata attraverso Skype con Simone, proprio da Gaza, la sera prima della sua morte, «e come abbiamo chiuso restando in silenzio alcuni istanti». Poi la donna, straziata, ha raccontato questa cosa ricordando come Simone sapesse raccontare la vita, le storie, gli uomini: «Forse non siamo più umani quando consideriamo gli altri oggetti o numeri».

Il padre di Simone, un collega giornalista RAI in pensione,  ai funerali di suo figlio, ha raccontato di quando è andato a Gerusalemme a recuperare la sua salma, e gli si sono avvicinati delle persone che non conosceva per testimoniargli la loro vicinanza. «Arrivavano – ha detto commosso in chiesa Pierluigi  Camilli – e mi dicevano “sono un amico di Simone”, “Simone era una persona speciale” poi sono arrivati i suoi colleghi – ha aggiunto il papà in lacrime – che mi hanno detto ‘era una persona speciale».

«Questo mi ha fatto capire che mio figlio non lo conoscevo – ha aggiunto – non ho avuto il tempo di accorgermi che era speciale» sentendo dalla gente e dai suoi  colleghi che «Simone era un ragazzo speciale – ha aggiunto ancora il padre – ho capito che noi non lo conoscevamo. Avevo anche cercato di fargli fare il concorso in Rai. Qui vedo tanti colleghi… Ma non ci sono riuscito. Mi diceva: “Vengo lì e mi siedo? Se voglio fare il giornalista devo andare dove succedono le cose”». Il papà di Simone, ha confessato che «la perdita di un figlio non ha uguali, ancora non ci rendiamo conto» ma c’è anche da dire che la perdita è anche di «un bravo professionista. È dura ammetterlo. Ma io queste cose che ha fatto Simone – ha concluso suo padre Pier Luigi, giornalista anche lui – nella mia vita professionale non le ho mai fatte. Questi consensi così profondi non li ho mai avuti».

Quando senti certe parole, quando leggi che Simone Camilli da vero giornalista di “razza”, preferiva fare il video-reporter nei territori di guerra , e che non voleva entrare in RAI e sedersi sopra una poltrona ben pagata e con rischi pari allo zero,  perchè “se si vuole fare il giornalista bisogna andare dove succedono le cose“, mi ritornano in mente tanti inutili “giornalisti-personaggi” che amano farsi scortare e raccontarlo a tutti (per ultima proprio ieri sera una cronista della cronaca di Roma del quotidiano La Repubblica), e mi rendo conto della differenza fra chi sono i giornalisti veri, e chi starnazza accanto al potere, chi prega e fa di tutto pur di apparire in video. O di far carriera in RAI.

Non voglio infangare la memoria  di Simone Camilli confrontandolo con dei “pennivendoli” e “primedonne” dell’informazione. Voglio solo rendere l’ultimo omaggio e ricordare un bravo e serio giornalista che non c’è più, lasciando una moglie ed una bambina di 3 anni. Per amore. Solo per amore di un lavoro che purtroppo pochi amano e rispettano. Anche io condivido quello che ha detto suo padre. Anche il  sottoscritto in 30 anni di carriera, nella mia vita professionale, queste cose, queste scelte di vita coraggiose, non le ho potute e volute fare. Ecco perchè dinnanzi a Simone, mi inchino e prego per i suoi cari. Ciao Simone, collega di “razza”.

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