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14 Giugno 2026 04:25

Def, sciatteria più che congiura, ma il baco è nel sistema

La storia repubblicana è stata fitta -fin troppo, si dirà- di governi caduti in imboscate parlamentari, di candidati presidenziali impallinati a pochi metri dal traguardo quirinalizio, e anche di nobili contese in nome di quella che un tempo si chiamava la centralità delle Camere
di Marco Follini

Laddove c’era una volta la congiura ora sembra piuttosto esserci la sciatteria. Non più gli agguati dei parlamentari scontenti, le grandi manovre delle correnti di maggioranza, i segnali di oscure trame politiche destinate a cambiare gli equilibri di governo. Semmai la neghittosa e svogliata partecipazione a una disciplina parlamentare sempre meno sentita e sempre più sofferta. La sciatteria, per l’appunto.

L’’innocenza’ degli assenti suona come una colpa di tutto il sistema politico. E autorizza perfino qualche nostalgia per le grandi e discutibili spregiudicatezze del tempo che fu. Le cronache del passato rimandano a stagioni parlamentari assai più vivaci. Non prive di qualche tratto più torbido, peraltro. Era la stagione dei cosiddetti franchi tiratori, deputati e senatori a cui i capi delle fazioni dell’epoca suggerivano voti difformi dalla disciplina di partito e di governo. Segnalando così la necessità di rinegoziare i patti politici. Pratica tutt’altro che commendevole, si dirà. Dato appunto che tutto avveniva nell’ombra, senza mai assumere la responsabilità di un esplicito dissenso.

E poi, di tanto in tanto, c’era la rivolta dei “peones”, quei deputati e senatori di quarta fila che si mettevano apertamente di traverso disobbedendo ai loro capi in nome della loro funzione di liberi rappresentanti del popolo. Una ribellione alla luce del sole che segnalava la necessità di aggiornare l’agenda del potere e finiva per costringere i leader dell’epoca ad allargare la platea dei decisori destinati a contare qualcosa.

La storia repubblicana è stata fitta -fin troppo, si dirà– di governi caduti in imboscate parlamentari, di candidati presidenziali impallinati a pochi metri dal traguardo quirinalizio, e anche di nobili contese in nome di quella che un tempo si chiamava la centralità delle Camere. Nei lontani anni settanta Gerardo Bianco, il mitico e assai mite capo della pattuglia dei più anonimi parlamentari democristiani, tenne in scacco il suo stesso partito facendo saltare l’elezione del capogruppo che era stato designato dalle potentissime correnti dell’epoca.

Storie vecchie, consumate dal tempo che è passato. Storie che però rimandano a un’epoca nella quale deputati e senatori erano rappresentativi, curavano il loro elettorato, sapevano di contare anche a dispetto del loro apparente anonimato. Anche allora ci si lamentava dello strapotere delle elite partitocratiche. Ma c’era poi una sorta di consapevolezza diffusa del valore di quell’equilibrio di poteri che regolava tutto il meccanismo della nostra complicata sfera pubblica.

Da allora sono successe due cose che hanno inceppato quel meccanismo. La prima è stata il varo di una legge elettorale (il Porcellum, nel 2006) che espropria i cittadini di ogni voce in capitolo sulla scelta dei loro rappresentanti. La seconda è stata la riduzione del numero dei parlamentari, come a significare la loro progressiva irrilevanza. L’intero equilibrio dei poteri è stato così sconvolto. E quei deputati e senatori che già contavano meno in virtù dell’accentramento di potere indotto dalla globalizzazione dell’economia si sono trovati per due volte di più ai margini del sistema. Troppo deboli per farsi ascoltare dai ministri, troppo lontani per farsi riconoscere dagli elettori

Serve a poco invitare i singoli parlamentari, nel loro stesso interesse, ad essere appena più diligenti e appropriati nello svolgimento di quei compiti che dovrebbero svolgere “con onore e disciplina” come si usa dire. Il baco è nel sistema, ed è da lì che andrà stanato, prima o poi.

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