Coronavirus in Italia: gli ultimi aggiornamenti

Coronavirus in Italia: gli ultimi aggiornamenti

I casi in Italia sono saliti a 889, oltre 400 sono senza sintomi. 21 le vittime, 46 guariti. Primo caso nel Lazio, la donna era stata a Bergamo. Secondo il Ref Ricerche, società che svolge attività di consulenza e analisi e che affianca aziende e organismi nei processi decisionali, l’emergenza coronavirus costerà all’Italia una diminuzione del Pil tra il -1 e il -3 per cento. Che si traduce in una perdita tra i 9 e i 27 miliardi.

ROMASono 889 i contagiati in Italia per il Coronavirus. Il numero tiene conto anche delle 21 vittime – 4 in più di giovedì – e dei pazienti guariti. “I guariti da coronavirus ad oggi sono 46, mentre i deceduti sono ultraottantenni e un ultrasettantenne ha spiegato Angelo Borrelli commissario per l’emergenza, durante il punto stampa nella sede della Protezione Civile -. Vorrei precisare che non sono decedute per il coronavirus o in conseguenza. Questo è un lavoro che farà l’Istituto Superiore di Sanità, per capire se la causa della morte è il coronavirus o un’altra. Quando avrà i dati ce lo comunicherà“.

“Il dato importante è che la metà dei contagiati (412)  – ha aggiunto – sono persone che sono asintomatiche, o con sintomi lievissimi e che quindi non hanno bisogno di ospedalizzazione. Sono in isolamento domiciliare fiduciario. Altre 345 persone sono ricoverate in ospedali con sintomi e 64 sono ricoverati in terapia intensiva“. “L’assistenza alla popolazione prosegue, lunedì riapriranno le poste in alcuni Comuni per pagare le pensioni. Nelle zone rosse la vita proseguirà regolarmente”.

Il conto dell’emergenza per l’economia italiana. Secondo il Ref Ricerche, società che svolge attività di consulenza e analisi e che affianca aziende e organismi nei processi decisionali, l’emergenza coronavirus costerà all’Italia una diminuzione del Pil tra il -1 e il -3 per cento. Che si traduce in una perdita tra i 9 e i 27 miliardi.

 E’ attesa per oggi una decisione sulla riapertura o meno delle scuole nelle Regioni dove sono state chiuse per il Coronavirus. Salvo sorprese, però, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna dovrebbero tenerle chiuse ancora per una settimana, mentre si va verso la riapertura graduale nelle altre Regioni. Il Governo ha anche introdotto una norma del ministero dell’Istruzione che deroga al limite dei 200 giorni minimi per la validità dell’anno scolastico nelle scuole chiuse per il coronavirus.

E’ stata la Regione Lombardia a chiedere al governo centrale, ieri pomeriggio  una proroga delle misure varate in emergenza una settimana fa, nonostante dal territorio milanese e lombardo arrivassero crescenti appelli, pressioni e proteste da parte di chi voleva una ripresa delle attività. La priorità resta quella di “contenere” il più possibile i rischi di contagio e, come dice il presidente Attilio Fontana, non è il momento di “abbassare la guardia”. Ieri il presidente della Regione Lombardia non era alla conferenza stampa perché è al secondo giorno di autoisolamento dopo che una sua collaboratrice è stata trovata positiva al tampone.

Interviene per un saluto e per sottolineare la necessità di “sgombrare il campo da troppo chiacchiericcio“, alludendo al dibattito partito ventiquattr’ore prima sulla necessità di far ripartire Milano. Quindi è lo stuolo di primari convocati a Palazzo Lombardia a costruire la premessa scientifica alla scelta politica di continuare sulla strada dei sacrifici.

La parola agli esperti.Certamente non è una situazione facile e scordiamoci che possa essere rapidamente risolta. Parole che possono essere scarsamente popolari ma è un dato di fatto“. dice Massimo Galli, infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano, che fa subito capire l’approccio nella battaglia contro il coronavirus: “Abbiamo un numero di infezioni che si sono verificate localmente decisamente alto – chiarisce – e questo è avvenuto in larga misura prima dell’arrivo del paziente 1 a Codogno. Noi dobbiamo riuscire a ridurre la diffusione in modo da passare da 2-2,5 casi per ogni persona infettata a meno di 1″.

E conclude spiegando che uno dei rischi, che più spaventano e che bisogna allontanare, riguarda proprio la tenuta del sistema sanitario lombardo: “Questa cosa non si fa da solaGià adesso, per un’epidemia di questa scala, l’organizzazione di risposta che poteva essere messa in campo da parte della Regione Lombardia è ai limiti di tenuta, soprattutto per la gestione dei pazienti di maggiore gravità“, spiega meglio l’ infettivologo Galli, anche perché l’emergenza “si sovrappone a una routine che è decisamente messa in crisi da una realtà di questo genere. Alcuni ospedali sono veramente in grave crisi, come quelli di Lodi e Cremona che sono sovraccarichi di pazienti“.

Non è quindi una questione che possa essere circoscritta alla sola zona rossa: «L’azione deve articolarsi su alcune misure che portino l’intera grande area metropolitana a rimanere il più possibile fuori dai guai” riassume Antonio Pesenti del Policlinico di Milano “E’ una medicina abbastanza amara da inghiottire, ma personalmente non credo che abbia alternative. Non è la peste, non è una banale influenza, e comunque l’unica strategia è contenere“.

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