“UN CENTRODESTRA DI GOVERNO GUIDATO DA NOI LIBERALI”

di SILVIO BERLUSCONI

Caro direttore, in questi mesi difficili Forza Italia ha assunto un atteggiamento responsabile di fronte alla duplice crisi – sanitaria ed economica – legata alla pandemia da Covid-19. Una scelta dettata non da considerazioni di tattica politica ma dal senso del dovere verso le istituzioni e la collettività. Questo nostro atteggiamento, che ha evidenziato il ruolo essenziale di Forza Italia, è stato da molti apprezzato, da altri criticato, spesso dagli uni e dagli altri sulla base di un equivoco.

Si è pensato che vi fosse qualche disponibilità da parte nostra a sostenere un governo in difficoltà numeriche o addirittura ad entrare in maggioranza. Altri hanno pensato che Forza Italia volesse sfruttare la sua forza parlamentare, che potrebbe renderla determinante, per portare a casa chissà quali risultati. Una sorta di riedizione della «politica dei due forni» di Giulio Andreotti adattata al 2020.

Nulla è più lontano di questo dalle nostre intenzioni, non soltanto perché naturalmente per noi sarebbe impossibile governare il paese con forze politiche incompatibili con la nostra cultura. Il fatto è che è davvero sbagliato leggere i nostri comportamenti in chiave di tattica politica contingente. Per questo credo sia necessario spiegare, o ricordare, qual è la funzione vera di Forza Italia oggi.

Noi siamo certamente determinanti nei numeri per stabilire se il centro-destra possa vincere, a tutti i livelli, ma non siamo davvero una di quelle forze politiche che sfruttano la loro posizione per lucrare spazio politico o posti di potere. Forza Italia è necessaria oggi per l’Italia – e lo sarà sempre più in futuro – ben al di là dei numeri, numeri che oggi sono in ripresa ma che certo non ci soddisfano.

I nostri obbiettivi sono ben altri, vogliamo tornare al ruolo di guida della coalizione di centro-destra. Possiamo e dobbiamo farlo, perché Forza Italia è qualcosa di unico nel panorama politico italiano: è l’unica forza politica che nel dopoguerra ha fatto una sintesi delle idee, dei valori e delle dottrine politiche liberali, cristiane, europeiste, garantiste, traducendole in un progetto politico e di governo credibile. In Italia non era mai esistito prima della nostra nascita – e non ci sarebbe oggi se noi non esistessimo – nulla di simile alla Cdu tedesca, a quello che hanno rappresentato gollisti e giscardiani in Francia, al Partito Conservatore di Margareth Thatcher nel Regno Unito, al Partido Popular in Spagna, ai Repubblicani negli Stati Uniti, almeno quelli dell’era di Reagan e di Bush.

Naturalmente si tratta di esempi molto diversi fra loro, anche per collocazione internazionale, ma sono tutte forze politiche che hanno governato i loro paesi sulla base di una visione liberale ampia, nella quale confluiscono sensibilità diverse, laiche e cristiane.

Forza Italia è nata nel 1994 prima di tutto per realizzare un progetto come questo. Il fatto di avere evitato allora che una sinistra ancora post-comunista e radicalmente giustizialista andasse al potere fu una conseguenza logica di questo, una circostanza storica specifica. Noi non siamo nati contro qualcuno o qualcosa, siamo nati ed esistiamo oggi perché abbiamo un grande sogno, che qualche volta abbiamo chiamato rivoluzione liberale.

Abbiamo fatto molto in questi anni, gli storici del futuro ce ne daranno atto forse più di quanto fanno i cronisti oggi, ma la nostra storia è tutt’altro che conclusa. Anzi, direi che è appena cominciata. L’Italia oggi ha bisogno di noi come non mai. Noi siamo – l’ho detto facendo gli auguri di Natale ai nostri parlamentari e ai nostri dirigenti – «una forza politica saldamente ancorata alla tradizione liberale e cristiana, che crede nell’economia di mercato e negli istituti della democrazia liberale; che pone al centro la persona, le sue libertà, le sue aspirazioni, la sua voglia di intraprendere, il suo desiderio di realizzazione coniugandoli in un contesto organico di diritti e doveri, che sostiene e incentiva il merito quale leva di promozione individuale e collettiva, che guarda al bisogno con la volontà di rimuoverlo senza scadere nell’assistenzialismo. Una forza convintamente europeista, interprete e prodotto del patrimonio ideale occidentale, con una cultura di governo pragmatica aperta al futuro, alla modernità, al progresso. Per queste ragioni Forza Italia è refrattaria ai bagliori del populismo, della demagogia, della retorica antieuropeista e si pone in alternativa rispetto ad una sinistra ambigua, in perenne crisi di identità, distante dalle esperienze di governo delle moderne socialdemocrazie europee».

Esiste oggi in Italia, o si profila per l’avvenire, qualche altra forza politica significativa che possa o voglia svolgere questo ruolo? In grado di rivolgersi al tempo stesso ai liberali, ai cristiani, ai riformatori, ai conservatori, agli europeisti, ai garantisti con una visione comune di che Italia vorremmo per i prossimi decenni? Sinceramente non vedo nessun altro. L’Italia ha bisogno di una forza politica di questo tipo? La mia risposta è certamente sì. Per questo io credo che noi siamo il futuro, anche se oggi i numeri non ci danno lo spazio che vorremmo. Sta a noi ricostruire questi numeri, certamente. Lo faremo nel centro-destra che è la nostra collocazione naturale. Vorrei dire di più.

Noi siamo il centro-destra, se non ci fossimo noi in Italia non esisterebbe un centro-destra di governo, esisterebbe una destra rispettabile, democratica, di successo, ma certamente minoritaria. Una destra non in grado di rappresentare l’Italia alla quale noi ci rivolgiamo. Per questo, caro direttore, ho abusato della sua ospitalità. Forza Italia non è una pagina già scritta nel grande libro della storia, è una pagina del futuro che vogliamo scrivere con i tanti italiani che – forse senza saperlo – condividono i nostri valori e la nostra visione del futuro.

*lettera scritta al Direttore del Corriere della Sera




FARE TESORO DEL DEBITO

di CARLO COTTARELLI*

La ricerca Demos sul Rapporto fra gli italiani e lo Stato, commentata ieri su queste colonne da Ilvo Diamanti, è molto interessante. Il grado di fiducia nello Stato è aumentato balzando dal 22% del 2019 al 33% nel 2020. Diamanti attribuisce questo alla paura che porta a stringerci verso le istituzioni. È una interpretazione plausibile. Ma un fatto rende plausibile anche un’altra interpretazione. Il picco precedente nel grado di popolarità dello Stato risale al 2009. È un caso che dall’anno dopo siano iniziate le politiche di contenimento dei deficit pubblici?Anche se non si è trattato in ogni anno di austerità, dal 2010 le “manovre” sono sempre state caratterizzate da un’attenzione al deficit.

Era il tempo dello “zero virgola” nelle discussioni con la Commissione, del “non si può”, della paura dello spread.Per la prima volta da allora lo Stato è diventato un erogatore di risorse in misura massiccia. Il deficit pubblico, ossia la differenza tra spese ed entrate pubbliche e quindi il netto che lo Stato mette nell’economia, quest’anno raggiunge l’11 per cento del Pil, circa 180 miliardi, contro i 30 del 2019. Per trovare un rapporto tra deficit e Pil di simile dimensione occorre risalire all’inizio degli anni ’90.Ma c’è un’importante differenza. In quegli anni il deficit includeva una spesa per interessi che compensava i detentori di titoli di stato per l’erosione del valore di tali titoli dovuta all’alta inflazione.

Ora l’inflazione è bassa e tutto il deficit è vero deficit. Non ho fatto i calcoli, ma mi azzardo a dire che, probabilmente, il rapporto tra deficit e Pil al netto di questo effetto-inflazione è ora il più alto dalla seconda guerra mondiale.Quindi gli italiani tornano ad apprezzare uno stato mamma, ma una mamma che ti fa ristrutturare la casa gratis, che ti compra la bicicletta, che ti dà il cashback per le spese di Natale, che contribuisce al costo delle tue vacanze, che ti assume, che ti taglia i contributi sociali (al Sud) e che ti aiuta a cambiare i rubinetti.

Certo, i soldi non arrivano a tutti e magari non arrivano proprio a chi ha avuto perdite elevate.Ma i benefici arrivano anche a tanti che di perdite non ne hanno avute (pensiamo ai dipendenti pubblici, ma non solo). Insomma 180 miliardi sono pur sempre 180 miliardi e ti fanno guardare allo Stato con più fiducia.Qualcuno potrebbe obiettare che tutto questo viene pagato a debito, cadendo sulle generazioni future.

Ma all’italiano medio è mai importato molto del debito pubblico? E, poi questo debito costa poco. Abbiamo tassi di interesse ai livelli più bassi dall’unità d’Italia, grazie ai soldi che arrivano dall’Europa. Quindi, per ora, è un debito poco pesante. Se non ci importava del debito quando i tassi di interesse erano alti, figuriamoci ora.E che male c’è allora se lo Stato ci sussidia? Niente di male, nell’immediato. Dal punto di vista macroeconomico, siamo nel mezzo della peggiore crisi dell’ultimo secolo.

Il settore privato ha poche risorse e spende poco quelle che ha. È il momento di un’azione fiscale espansiva, con un deficit elevato. Se poi questo migliora l’opinione del pubblico verso lo Stato, tanto meglio. Eppure … Eppure, qualche preoccupazione dovremmo avercela. Molti tra i maggiori macroeconomisti mondiali (Blanchard, Krugman, Summers) pensano che i tassi di interesse resteranno bassi per decenni e che quindi il debito resterà sostenibile. Visto però la bassa capacità di noi economisti nel fare previsioni a lungo termine, il margine di rischio non è irrilevante.Se, per qualche motivo, l’inflazione aumentasse e le banche centrali fossero indotte, per frenarla, ad aumentare i tassi di interesse il castello di carta del debito potrebbe crollare.

Ma, a parte le preoccupazioni macroeconomiche, c’è il rischio di abituarsi a un mondo in cui mamma stato sussidia famiglie e imprese in modo consistente, attenuando il vincolo di bilancio cui altrimenti sarebbero sottoposte al punto che non valga più la pena mantenere standard di efficienza. Più che di mamma stato si dovrebbe allora parlare di papà stato che alimenta dei “figli di papà”.Niente di questo dovrebbe scoraggiarci dal condurre politiche fiscali espansive, ora necessarie. Ma occorre capire che dobbiamo utilizzare bene le risorse gentilmente fornite dalle istituzioni europee, magari con meno bonus e più spese produttive.

In proposito la lentezza con cui ci stiamo muovendo nel preparare il Recovery Plan dovrebbe preoccuparci. Se siamo lenti nel preparare un documento, figuriamoci quando dovremo implementarlo.Un’ultima annotazione. Nel breve periodo anche il debito “cattivo” spinge l’economia: si spende e si produce di più. Il rischio è quindi che non si capisca per un po’ che stiamo spendendo male. Il rischio è di essere travolti da una euforia da deficit come accadde alla fine degli anni ’80 quando l’economia italiana, grazie a deficit elevati, sembrava aver ritrovato il suo vigore. Sapete come è andata poi a finire.

*opinione tratta dal quotidiano La Repubblica




Lockdown a Natale, due leader annunciano le chiusure. Trovate le differenze…

di FRANCO BECHIS*

Due leader politici annunciano il lockdown per le feste di Natale. Il primo parla con la voce rotta dal pianto, ammette che le misure che aveva preso non hanno funzionato come aveva pensato. Chiede scusa, comunica il numero dei morti che “è inaccettabile”. Ha sbagliato, ma bisogna salvare vite umane.

Annuncia le chiusure per il periodo di Natale, e assicura che chiunque sia chiuso verrà risarciti al 75% di quel che aveva perso. Fin qui con un limite massimo di 200 mila euro, da domani di 500 mila euro. Ha fatto anche un altra scelta: multe salate e addirittura reato penale per chi vende o acquista botti, razzi e fuochi di artificio: “Non possiamo permetterci pronto soccorso pieni di feriti quella notte in queste condizioni”.

Anche il secondo leader parla al Paese. Dice che le misure prese sono state un successo: sta piegando la curva del virus. Non ha sbagliato proprio nulla. Però bisogna chiudere tutto lo stesso. Perché il suo popolo non può rivendicare gli stessi successi: “Sono indignato degli assembramenti visti nelle vie dello shopping. Siete irresponsabili”.

Non una parola sui risarcimenti: Vi abbiamo ristorato già”. Non una parola su fuochi di artificio, razzi e botti. Non una sui morti, che non ha mai citato da inizio pandemia per non sembrare lugubre e perdere qualche virgola nei sondaggi. C’è un leader meraviglioso e un Paese di imbecilli da tenere alle redini.

Il primo leader è Angela Merkel. Il secondo Giuseppe Conte. Trovate le differenze.

*direttore del quotidiano IL TEMPO

 




La pazienza ha un limite

di Claudio Scamardella*

Per favore, smettetela di trattarci come dei sudditi incapaci di intendere e di volere. Di considerarci degli analfabeti che non sanno leggere né capire, dei minus habens da addomesticare iniettando, attraverso interviste e dichiarazioni, dosi di paura alternate a dosi di ottimismo.

Smettetela di dirci mezze verità e mezze bugie, di interpretare i dati e gli indicatori a seconda delle convenienze politiche per costruire carriere e fortune personali, di apparire sugli schermi solo per guadagnare visibilità e popolarità, di far prevalere la logica del consenso anche su una così tragica emergenza. La gestione “elettoralistica” della prima ondata e la gestione confusionaria della seconda, figlia legittima della prima, hanno già creato troppi danni, sofferenze e lutti nella vita delle persone, nonostante i sacrifici imposti. 

Abbiamo capito da molti mesi, ormai, di dover soppesare le parole e interpretare le dichiarazioni di Emiliano e di Lopalco a seconda della situazione in cui si trovano, della tribuna da cui si esibiscono, degli interlocutori – più o meno qualificati – che hanno di fronte. Un continuo stop and go, un’oscillazione perpetua tra lassismo e rigorismo, spesso alimentata dallo stucchevole e irritante gioco a scaricare su altri le proprie responsabilità. Sterminata è la letteratura di detti e contraddetti su scuola, curva dei contagi, alto tasso di positività e alto tasso di mortalità, ricoveri, terapie intensive, tamponi, decessi (ora che sono tanti, ci dicono che sono spalmati su più giorni) e interpretazioni di comodo dell’Rt (quando è alto viene ritenuto un indice inutile e fuorviante, quando è basso invece è preso a conferma della bontà delle proprie azioni).

Tutto ciò sta trascinando sempre più giù la credibilità di chi è chiamato a gestire l’emergenza. Tant’è che anche l’affollato club dei nasi turati al recente voto regionale, nel momento in cui è stato costretto a riaprire le narici, non ha potuto fare a meno di riaprire anche gli occhi. Eloquenti i titoli, le interviste e gli articoli sui giornali regionali negli ultimi giorni, innanzitutto su quelli più apertamente schierati nella recente campagna elettorale per il prolungamento della cosiddetta primavera pugliese(?): chi esaltava appena due mesi fa, alla vigilia del voto, la gestione della prima fase della pandemia, oggi non esita a parlare di incubo, disastro, approssimazione, impreparazione.

E, purtroppo, il problema non è solo pugliese. Se anche a livello nazionale le istituzioni più prestigiose danno indicazioni diverse e contrastanti tra loro a distanza di poche ore, allora diventa davvero una tragica farsa quella che stiamo vivendo. Il caso di ieri, giorno in cui è stato toccato nella nostra regione il più alto numero di decessi dall’inizio della pandemia, è emblematico.

Nel report dell’Istituto superiore di sanità, rilanciato dalle agenzie di stampa, si legge che la Puglia resta (con Calabria e Sardegna) una zona ad alto rischio. Classificazione che prevederebbe per 3 o più settimane consecutive, specifiche misure da adottare a livello provinciale e regionale. Per tutta risposta, qualche ora dopo, il ministro Speranza firma l’ordinanza per il passaggio della Puglia da zona arancione a zona gialla, con l’allentamento delle restrizioni. Vi pare normale? O c’è qualche cosa che non quadra? E se le cose non quadrano, fino a quando si può abusare della pazienza dei sudditi, trascinando le loro sofferenze in una (purtroppo) non improbabile terza ondata?

*direttore de Il Nuovo Quotidiano di Puglia




Caso Palamara:quanta fretta al Csm

di PAOLO MIELI

In principio fu, la sera dell’8 maggio 2019, un incontro malandrino all’Hotel Champagne di Roma. C’erano cinque magistrati che, assieme ai deputati Luca Lotti e Cosimo Ferri, discussero in modo probabilmente improprio di nomine ai vertici di importanti procure. Di lì in poi un curioso trojan — che intercettava con modalità intermittenti — mise agli atti una gran quantità di altrettanto impropri scambi d’opinione, tra Palamara e altri suoi amici togati. Ne nacque una tempesta.

Oltre un terzo dei consiglieri del Csm dovette lasciare l’incarico allorché furono riconosciute le loro voci captate dal trojan. Alcuni, non identificati, tremano tuttora. Ascoltate le registrazioni, il magistrato Nino Di Matteo disse che quel modo di trattare sottobanco l’affidamento di incarichi gli ricordava i «metodi mafiosi». Un suo collega, Giuseppe Cascini, osservò che mercanteggiamenti del genere gli facevano tornare alla mente «i tempi della P2». Sembrava fosse giunta l’ora del giudizio universale.

Ma siamo pur sempre in Italia e, a poco a poco, abbiamo dovuto arrenderci alla costatazione che si è proceduto (e si procederà) alla maniera di sempre. E che a pagare il conto per quei tramestii sarà il solo Luca Palamara, ex potentissimo capo dell’Associazione nazionale magistrati, ora abbandonato da tutti (quantomeno dagli ex colleghi). Per quel che riguarda poi l’annunciata riforma di purificazione della magistratura che, dopo la scoperta di quel verminaio, sembrava improcrastinabile — pulizia che fu sollecitata in più occasioni persino dal Capo dello Stato — se ne sono perse le tracce.

Nel procedere contro Palamara gli ex colleghi del Csm per un bel po’ di tempo se la sono presa comodaPiù che comoda. Adesso invece, all’improvviso, mostrano di aver fretta e di voler giungere rapidissimamente alla sentenza che segnerà la conclusione del procedimento disciplinare contro di lui. Si tratterà quasi sicuramente di un verdetto di condanna che porterà, con identica probabilità, alla espulsione di Palamara all’ordine giudiziario. Allo stesso modo con cui lo stesso Palamara è stato cacciato dall’Associazione nazionale magistrati.

Palamara, per difendersi, avrebbe voluto poter provare che non era il solo a compiere quel genere di manovreIn effetti ancora oggi non è chiaro dove si collochino i confini tra l’operato suo e quello dei suoi colleghi (quantomeno una parte di loro). Possibile che Palamara decidesse da solo gli incarichi delle procure di mezza Italia? E che il suo modo di trattare con i vertici della politica fosse sconosciuto agli altri magistrati? Palamara ritiene di poter dimostrare che tutti (o quasi) sapevano e si comportavano come lui.

Sarebbe stato interessante poter assistere a una pubblica discussione su questi temi, avendo a disposizione il tempo necessario ad ascoltare un consistente numero di testimoni qualificati. Qui però si è fortuitamente inserito il «caso Davigo». Che c’entra Davigo? L’ex pm di Mani pulite, dal 2018 consigliere del Csm, è entrato a far parte del collegio disciplinare che si occupa del caso in questione. Ma il 20 ottobre prossimo Davigo compirà settant’anni e, a norma di legge, quel giorno stesso dovrebbe essere collocato a riposo.

Lasciando anche il Csm? Neanche per idea, è la sua risposta: il posto che si è conquistato al Csm ha una durata di quattro anni, perciò— pensione o non pensione— lui ha intenzione di restare in carica fino al 2022. La corrente di sinistra «Magistratura democratica» — per voce di un suo rappresentante, Nello Rossi — ha criticato la posizione di Davigo. Critiche a cui Davigo ha risposto con un’alzata di spalle: è vero – ha riconosciuto – che il magistrato deve essere «in funzione» nel momento in cui è eletto al Csm, ma – ha poi aggiunto – non è detto da nessuna parte che se, dopo qualche tempo, va in pensione, debba contestualmente rinunciare alla carica conquistata.

Rossi e quelli di Md gli hanno fatto osservare che nel caso «da ex» commettesse scorrettezze, non sarebbe esercitabile nei suoi confronti alcuna azione per violazioni del codice disciplinare. Ma nessuno ai vertici del Csm ha raccolto queste obiezioni.

Certo, è curioso che un caso del genere si affacci – per la prima volta nella storia della magistratura italiana – proprio adesso. Tra l’altro che potesse sorgere questa complicazione non era imprevedibile: il dottor Davigo nel momento in cui è entrato nell’organismo ristretto che si occupa di Palamara era evidentemente a conoscenza del fatto che il prossimo 20 ottobre avrebbe compiuto settant’anni talché, come tutti i suoi colleghi, sarebbe stato collocato a riposo. Considerati i pro e i contro di questo singolare intrico, avrebbe potuto cedere il passo a un collega con meno anni di lui e in questo modo il problema non si sarebbe neanche posto.

Ma, evidentemente, Davigo ha preferito essere presente di persona a Palazzo dei Marescialli in questo delicato frangente della vita della magistratura italiana. Desidera poter assistere direttamente al confronto con Palamara. Ed essere tra coloro che valuteranno le decisioni da assumere contro di lui. Anche a costo di sfidare la «legge dell’età».

A questo punto però si pone un problema. Palamara, che tra l’altro aveva cercato (senza successo) di portare Davigo sul banco dei testimoni, potrebbe approfittare di questo garbuglio per provare a mandare gambe all’aria l’intero procedimento a suo carico sollevando, dopo il 20 ottobre, eccezioni sulla presenza tra i suoi «giudici» dell’ex pm di Mani pulite. Ed ecco che allora si è escogitata una soluzione. L’uomo della cena all’Hotel Champagne – dopo essere rimasto a bagnomaria per un anno e mezzo – verrà adesso giudicato in un lampo. Veloci, veloci, veloci.

Si cercherà di giungere alla sua più che probabile decapitazione prima che sia scoccata l’ora del compleanno di Davigo. Non c’è spazio per i centotrenta testimoni di cui Palamara aveva chiesto la convocazione. Del resto gli erano già stati negati quasi tutti, diciamo pure tutti (almeno per quel che riguarda magistrati). Il processo interno al Csm deve essere rapidissimo. Gli altri magistrati pizzicati dal trojan, verranno «trattati» in tempi successivi quando ormai nessuno presterà più attenzione a questa torbida storia.

Spiace che le cose siano andate in questo modo. Ci sono procedimenti giudiziari in cui il dibattimento vale davvero molto e un’accurata, attenta escussione dei testi conta forse più della sentenza finale. E questo è uno di quei casi. Va detto infine che non è un bene venga emessa una dura sentenza anche contro il peggiore dei presunti malfattori, senza che gli sia stata data la possibilità di difendersi. In particolar modo quando l’imputato appare condannato in partenza. Va infine aggiunto che con questo genere di procedimento, fulmineo e senza testimoni, ci toccherà rinunciare a capire se c’erano – e, nel caso, chi erano – i colleghi di Palamara che, assieme a lui e a qualche parlamentare, decidevano irritualmente gli incarichi apicali della magistratura italiana. Peccato.

Certo, contro Palamara ci saranno altri processi. A cominciare da quello di Perugia. Ma per i modi in cui viene giudicato dal Csm, è difficile immaginare che nel prossimo futuro le cose andranno in modo radicalmente diverso.

*editoriale tratto dal Corriere della Sera




Caro Pd, prima di parlare di legge elettorale ridiamo potere al cittadino

di PIETRO PAGANINI*

Abbiamo promosso il SI alla riduzione dei parlamentari anticipando l’urgenze di elaborare ed implementare rapidamente serie di altre riforme costituzionali. Nelle due settimane dalla schiacciante prevalenza del Sì nel referendum abbiamo presentato una bozza in nove punti. 

Solo il Partito Democratico (Pd) sull’argomento ha tenuto una conferenza stampa e presentato in Senato un disegno di legge per una nuova legge elettorale e altre modifiche costituzionali. 

Nella conferenza stampa propone il proporzionale con la soglia di sbarramento al 5%, ma resta vago su quale specifico sistema scegliere per applicarlo. Nel disegno di legge avanza riforme costituzionali precise, anche se forse  troppo estese e magari contorte in alcuni passaggi. Ora spetta ai partiti discutere questi temi ponendosi l’obiettivo di arrivare ad una riforma elettorale e a qualche modifica costituzionale, in tempi utili per le prossime urne, tempi che, anche se non stretti, non sono lunghissimi di qui al 2023 – fine della legislatura.

Peraltro in ambedue le proposte non è affrontato un tema per noi cittadini molto importante che abbiamo provato a sostenere con i nostri nove punti: come dare più spazio alle scelte dei cittadini.

L’obiettivo della Democrazia rappresentativa quale migliore espressione della Democrazia Liberale e quindi della Società Aperta, è di allargare la partecipazione del cittadino nelle scelte politiche. La Democrazia Diretta invece è un’utopia inapplicabile nella realtà di grandi numeri di conviventi e che, se applicata nella rete informatica, rinverdisce i fasti del centralismo democratico imperniato su qualche organizzazione sovrapposta al cittadino.

Il Pd come tutti gli altri movimenti e partiti in Parlamento, non chiariscono il punto essenziale: se e come affidare al cittadino la scelta, oltre che degli indirizzi politici, dei candidati destinati a rappresentare quei principi e progetti scelti tramite l’elezione. Il Pd non esprime una posizione chiara, lasciando intendere però, che vorrebbe in un modo o nell’altro restare a forme di candidature decise dai capi partito. Noi siamo convinti invece, che siano i cittadini a dover scegliere i propri rappresentanti. 

Per questo esistono solo due vie: o, con il maggioritario, i collegi uninominali piccoli in numero uguale a quello degli eletti, oppure le liste proporzionali con preferenza. In ambo i casi, naturalmente, vietando la pluricandidatura in più territori, che vanifica la volontà degli elettori.

Quanto alla proposta di ulteriori riforme costituzionali, il disegno del Pd tralascia del tutto la modifica dell’art. 71, comma 2, della Costituzione, quello secondo cui “il popolo esercita l’iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli”. Lo tralascia nonostante che al riguardo, la Camera abbia già votato una modifica che introduce una forma di referendum propositivo (previa raccolta di mezzo milione di firme su un testo) e che da mesi è ferma al Senato circondata da molti emendamenti elusivi (Atto 1089). 

Ora, a parte l’atto 1089 da discutere modificandolo come ritenuto opportuno, sono evidenti due aspetti. Il primo è che il referendum propositivo non è contro la democrazia rappresentativa parlamentare ma un suo affinamento per evitarne ogni pericolo di irrigidimento sordo ai cittadini. Il secondo è che introdurre il referendum propositivo, andando nella giusta direzione di accrescere la partecipazione dei cittadini nel formare e nel decidere le norme della convivenza, li  avvicina all’istituto rappresentativo.

In conclusione, al Pd facciamo osservare che non pensiamo possibile affrontare sia la nuova legge elettorale sia l’ulteriore riforma della Costituzione, senza risolvere positivamente l’allargare il potere del cittadino nella vita politica. Per questo abbiamo avanzato i nove punti richiamati all’inizio che risolvono il problema.

*Professor at Temple University of Philadelphia; John Cabot University




Chi onora lo Stato vota “NO”

di ANDREA CANGINI

Cara presidente Meloni, a differenza di altri, più o meno improvvisati, rappresentanti della Destra, tu e il tuo partito avete una cultura. Una cultura politica. E possedere una cultura politica è il presupposto per poi avere anche una politica. A differenza di altri, la vostra cultura politica fa perno da sempre sul concetto di Stato e sul rispetto delle Istituzioni.

Ebbene, presidente Meloni, la forza dello Stato e l’autorevolezza delle Istituzioni sono oggi minacciate dalla demagogia grillina e da quel taglio al numero dei parlamentari che non solo renderà meno funzionante e meno rappresentativo il Parlamento della Repubblica, ma soprattutto lo delegittimerà in radice. Che legittimità, e dunque che forza, potrà mai avere un Parlamento considerato un costo inutile? Che legittimità, e dunque che forza, potrà mai avere una classe politico-parlamentare di cui ci viene detto che più la si taglia meglio è?

Quali riforme istituzionali (il mio primo atto da senatore è stato depositare un disegno di legge costituzionale sul presidenzialismo) potranno mai venire dopo simile devastazione? Come sai, il processo di sistematico svuotamento di sovranità degli Stati nazionali è iniziato trent’anni fa di pari passo, e non è casuale, col processo di delegittimazione della Politica in quanto tale. Due binari paralleli che conducono nella medesima stazione: l’interesse economico delle élite globali e in particolar modo di quelli che oggi rappresentano i “nuovi poteri forti”, i colossi del Web, di cui i grillini sono con tutta evidenza il terminale lobbistico.

Più gli Stati perdono competenze, più la politica è debole; più le Istituzioni e chi le rappresenta vengono delegittimate, più gli Stati si indeboliscono. È un processo trentennale e potente, possiamo arginarlo solo difendendo la Politica dalla demagogia, difendendo il Parlamento dalle trame di chi, come Davide Casaleggio, ne teorizza il “superamento” a beneficio, guarda caso, delle piattaforme web. Cara presidente a Meloni, non so se riuscirò a farti cambiare idea, ma sono certo che rifletterai su queste mie poche, ma accorate righe.

Credo, sinceramente, abbia ragione Guido Crosetto quando scrive che “il referendum si sta caricando di significati superiori al taglio del numero dei parlamentari. Quasi fosse una linea di demarcazione tra due modi diversi di considerare la Politica, le Istituzioni, lo Stato”. È così. E il modo tuo e degli amici di Fratelli d’Italia di considerare la Politica, le Istituzioni e lo Stato (parole che non a caso viene naturale scrivere con la maiuscola) non è né può essere lo stesso modo di una forza politica come il Movimento 5stelle.

Una forza politica nel pieno di una devastante crisi di identità dovuta, a mio avviso, anche e soprattutto alla mancanza di radici e di cultura politica. Votare Sì al referendum sul taglio della rappresentanza parlamentare significa rafforzare il Movimento 5stelle, dunque il governo, e indebolire lo Stato. Sono questi gli obiettivi vostri e dei vostri elettori? Lo dubito.

Non dubito, invece, che abbia ragione Crosetto quando invita chi ha votato a favore di questa scellerata e masochistica legge costituzionale a “ripensarci con calma”.




Camere di Commercio: la questione Taranto-Brindisi

di LUIGI SPORTELLI

Con riguardo all’imminente, probabile accorpamento delle Camere di commercio di Taranto e Brindisi è necessario fare chiarezza. L’articolo 61 del Decreto Agosto, attualmente in trattazione presso la V Commissione Bilancio del Senato, avrebbe lo scopo di imprimere un’accelerazione alle procedure di fusione non ancora completate, anche ricorrendo al Commissariamento degli Enti, subito nel caso di Organi di governo scaduti, entro novembre laddove non siano rispettati i termini previsti. 

Fin qui la lettera del Decreto leggeMisure urgenti per il sostegno e il rilancio dell’economia”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 agosto. Ma già la scelta del contenitore è ambigua: davvero l’accorpamento obbligatorio e imposto delle Camere di commercio, preceduto dall’esautorazione dei loro Consigli, rappresenta una misura urgente da approvare a Ferragosto e, fra l’altro, nell’imminenza delle elezioni regionali?

Luigi Sportelli, imprenditore e presidente della CCIAA di Taranto

Non credo, ma non voglio concentrare la mia riflessione su questa strana circostanza (si pensi al ruolo fondamentale del Presidente della Giunta regionale nei commissariamenti, nella richiesta delle designazioni e nella nomina del nuovo Consiglio, e si pensi se, con le elezioni di fine settembre, sarà possibile rispettare i termini previsti dall’art.61). Piuttosto, invece, intendo ribadire quanto questa riforma, come pensata, condotta e applicata, continui a  rappresentare un danno grave e reale per le economie dei territori. 

Sin dal 2016 la nostra Camera di commercio ha rispettato, obtorto collo, le prescrizioni e i decreti finalizzati a unire i due Enti, ma il percorso si è interrotto per la presenza di legittimi ricorsi. Oggi la situazione ha raggiunto i suoi esiti paradossali, con un intervento dirigistico e immeritato. Bisogna dire chiaramente che l’accorpamento obbligato tradisce la lettera della legge 580, i principi di sussidiarietà e perequazione e finanche l’essenza stessa degli Enti camerali quali fondamentali presidi dei territori.

Ciò è tanto più vero per le aree più piccole, periferiche e in stato di crisi. Come sempre abbiamo affermato, questa riforma è fatta per privilegiare le Camere di commercio più grandi, bloccando di fatto uno sviluppo organico ed equilibrato delle più piccole. Infatti, le aree deboli diventeranno sempre più deboli, le aree forti sempre più forti. Gli squilibri territoriali aumenteranno e le economie più fragili soccomberanno inevitabilmente.

È veramente questo l’obiettivo del Governo e della politica in un periodo in cui le aziende hanno bisogno di un supporto capillare e dedicato in modo esclusivo? Ho il dubbio che l’operazione agostana abbia anche la finalità di ridurre al silenzio le istituzioni che, come la nostra, in uno dei territori più critici del Paese, non esitano ad esporsi a difesa di Taranto.

Oltre a questo, è di tutta evidenza l’anacronistica ostinazione con la quale si vuole raggiungere il numero di 60 Camere previsto dalla legge. La riforma nasce nel momento in cui si lavorava per un sostanziale riordino degli Enti locali e delle altre organizzazioni pubbliche operanti su base provinciale. Oggi, l’accorpamento delle Camere di commercio rappresenta l’unica e residuale esperienza di tale fallimentare riordino. Le Camere accorpate, infatti, continuerebbero a dialogare con due o più Province, Tribunali, Autorità di Sistema Portuale, Prefetture, oltre che con un numero esponenziale di Comuni.

La ratio iniziale è definitivamente persa e superata, dunque l’accorpamento obbligatorio appare completamente fuori tempo e non rispondente né alla volontà delle comunità, né alle esigenze dei territori.

Anche sul risparmio, argomento ‘principe’, parola magica che serve a giustificare ogni taglio verticale e ogni riforma anche parziale ed inutile, c’è molto da dire. L’accorpamento genererà i risparmi solo ipotizzati (alcuni parlano di 50 milioni di euro per l’intero Sistema camerale)? Su questo punto serve un ulteriore esercizio di verità: le effettive riduzioni di spesa, peraltro direttamente versate all’Erario e non riutilizzabili per la promozione delle nostre imprese, sono state già determinate per le Camere di commercio dai diversi provvedimenti susseguitisi dal 2008 in avanti. Il progressivo decremento del personale dipendente a seguito del blocco del turnover, l’eliminazione della spesa per gli Organi, che non percepiscono alcun tipo di emolumento, e il taglio del diritto annuale dovuto dalle imprese hanno già determinato significativi risparmi.

Enormi sacrifici sono stati fatti e i numeri sono reali. Con l’attuazione dell’art.61 e della fusione permarranno tutte le sedi delle Camere accorpate, nonché il personale attuale. Permarrà, inoltre, il divieto di corresponsione di emolumenti a consiglieri e Presidenti. Qualcuno sa spiegarmi quale ulteriore risparmio potrà originarsi dall’accorpamento? 

Ma ho parlato di rischio reale per l’economia. I nostri territori già presentano un serio problema di rappresentanza, da quella politica a quella economica. L’accorpamento acuirà tali problematiche, con l’ovvia e intensa riduzione di rappresentanti delle singole circoscrizioni all’interno del Consiglio della nuova Camera derivante dall’accorpamento: meno consiglieri, senza che ciò, però, comporti automaticamente un incremento nella qualità delle politiche attuate. La gestione delle policy territoriali sarà viepiù complessa, le crisi locali si sommeranno, e non sarà la presenza di vice Presidenti – prevista dall’art.61 – a risolvere tutto.

Nei fatti, la legittima espressione delle rappresentanze economiche locali (associazioni datoriali, particolarmente) sarà frustrata fino alla diluizione delle problematiche tipiche delle singole province o, addirittura, all’azzeramento delle istanze. Si indeboliranno, altresì, i settori e le organizzazioni che li rappresentano in seno ai Consigli. È giusto? È il momento adatto per rendere ancor più fragili tanto l’apparato pubblico, quanto gli organismi intermedi?

Lo chiedo ai parlamentari e ai candidati alle elezioni regionali. Taranto merita questo: Istituzioni labili in un territorio che sta cercando la strada per ripartire? Sono domande semplici e le risposte riveleranno il grado ed il senso di responsabilità di chi vuole governarci.

*presidente della Camera di Commercio di Taranto




Attenti a quei due

di LUIGI BISIGNANI

Attenti a quei due, viene da pensare guardando Sergio Mattarella e Giuseppe Conte per come hanno ricordato i morti di Amatrice, a distanza di ormai quattro anni dal terremoto. Con la popolazione che invoca case e giustizia, i duumviri che hanno in mano il Paese sembrano arrivati al Quirinale e a Palazzo Chigi solo da qualche settimana. E se Mattarella era già Presidente della Repubblica all’epoca del drammatico sisma, “Giuseppi” siede a Palazzo Chigi da più di due anni, spesi per convincerci che è sempre pronto un piano per tutto.

Basterebbe andare negli archivi dei Palazzi per ricordare la foga di Sandro Pertini dopo il terremoto del 1980 in Irpinia o lo straordinario impegno di Silvio Berlusconi, e soprattutto di Gianni Letta, dopo il terremoto de L’Aquila. Ma il convento oggi ci passa un Premier che vive di passerelle e di annunci. L’ultimo, in ordine di tempo, quello sul tunnel sotterraneo di Messina; e meno male che a spegnere subito gli entusiasmi è intervenuto un ingegnere coraggioso come Salvatore Margiotta che, sembrerà incredibile in questi tempi di dilettanti, è anche competente Sottosegretario al Mit, liquidando paro paro l’argomento: “un tunnel sotto lo Stretto è rischioso, costoso e di dubbia fattibilità”.

Intanto si attende un inizio da incubo delle scuole senza avere risposta a domande semplici come: se si dimezzano le classi, si raddoppieranno anche le aule e i professori? E dove si vanno a trovare gli spazi e i docenti a meno di due settimane dal via che travolgerà tutto? Anche per queste ultime ragioni, è ormai communis opinio che, dopo le elezioni regionali ed il referendum, non possa essere questa squadra di governo a gestire i 209 miliardi del Recovery Fund, per di più dopo la bizzarra decisione di attribuirne il coordinamento al Comitato Interministeriale per gli Affari Europei (CIAE).

il ministro Enzo Amendola (PD) e la moglie Karima Moual

A tutt’oggi non è ancora chiaro il valore aggiunto che porterà tale comitato presieduto dal ministro piddino Enzo Amendola, soprannominato scherzosamente il “comunista marocchino” per via della moglie Karima Moual in cerca di gloria in Rai. A Bruxelles sono a dir poco esterrefatti. Entro metà ottobre, tutti i Paesi dovranno presentare una lista di progetti “papabili. Da noi, nessuna definizione di programmi generali o dei criteri di selezione delle proposte finanziabili, con Amendola che spara date a caso sul giorno di consegna del piano italiano all’Europa.

La struttura appare, da un lato, sottodimensionata per lo svolgimento di compiti anche meno complessi, e dall’altro costantemente ridimensionata dall’ingombrante segreteria generale di Palazzo Chigi, in mano a quello che chiamano il “biondino”, Roberto Chieppa, ancora più inconcludente del suo stesso premier e privo di qualsivoglia carisma. Alle riunioni preparatorie non partecipano le figure chiave dei Ministeri, come avviene per esempio per il pre-Consiglio dei Ministri, bensì burocrati di secondo piano.

Non sono in pochi a pensare che sarebbe stato meglio attribuire le competenze sul Recovery Fund al Cipe, abituato da sempre ad approfondimenti tecnici, o alla Cassa Depositi e Prestiti. Al Cipe sono al momento affluiti oltre 500 progetti, provenienti dagli enti e ministeri questuanti più disparati, senza né capo né coda e senza alcun tipo di priorità, né a tutt’oggi risultano presentate schede di presentazione omogenee.

Ma se il criterio sarà questo, la Commissione Ue rispedirà tutto al mittente, chiudendo i cordoni della borsa. Una babele paludosa coordinata da un’abile dirigente, Diana Agosti, capo Dipartimento alle politiche europee con un atout in più: essere la moglie dell’ex potente capo dell’Antitrust Antonio Catricalà.




Referendum. Romano Prodi: “ecco perché voterò NO al taglio dei parlamentari”

di ROMANO PRODI

Sto in questi giorni cercando di capire perché ogni persona con cui mi trovo a parlare mostra un crescente disorientamento nei confronti del referendum per il quale siamo chiamati a votare nel prossimo mese di settembre. Il sentimento del referendum come rivolta contro la classe dirigente si è come assopito, addormentato dal caldo estivo e messo in un angolo dai ben più urgenti problemi legati al Covid e alle sue ancora non misurate conseguenze. La modesta diminuzione dei costi (0,007% della spesa pubblica italiana) come effetto del minore numero dei parlamentari non viene quasi più presa in considerazione: essa rimane sepolta tra le paurose cifre della finanziaria e la nuova dimensione degli interventi europei. 

Il centro dell’attenzione si sta progressivamente spostando nella più ragionevole direzione di quale sia la migliore organizzazione del Parlamento per garantire ad esso efficienza e rispetto della Costituzione. Ed è proprio a questo punto che l’elettore si disorienta di fronte alle raffinate motivazioni dei politici o degli studiosi che sostengono le più svariate tesi. Si tratta di un disorientamento del tutto giustificato, perché il normale cittadino intuisce che il numero dei parlamentari non è il problema principale del crescente distacco fra il Paese e il Parlamento.

Il dimagrimento del Parlamento può essere solo la conclusione di un necessario processo di riesame del funzionamento delle nostre istituzioni. Il vero problema non sta infatti nel numero, ma nel modo in cui i parlamentari vengono eletti. Anche senza elaborare profonde analisi teoriche, l’elettore si è reso progressivamente conto che deputati e senatori non sono stati eletti, ma sostanzialmente nominati dai partiti e, come tali, coerentemente si comportano.

Non avendo alcun necessario rapporto col territorio, non hanno ormai (salvo pochissime eccezioni) alcun legame organico con gli elettori, non mettono più in atto i periodici incontri con le diverse categorie o i diversi quartieri e paesi degli elettori e non hanno nemmeno un ufficio locale. Solo una minima parte degli elettori conosce il nome del parlamentare che, almeno in teoria, rappresenta il suo territorio. Semplicemente perché non lo rappresenta.  Per il cittadino normale diventa quindi del tutto indifferente se sia meglio avere un deputato ogni novantamila o ogni centoquarantamila abitanti, o se sia davvero un danno che una regione sia rappresentata da un numero di senatori molto ridotto. Insomma, più ci si avvicina al referendum più esso viene ritenuto un residuo di impegni presi in passato, di vecchi slogan e di campagne folcloristiche accompagnate da immagini di grandi forbici e di poltrone sfregiate dalle forbici medesime. 

Resta quindi difficile convincerci del fatto che la diminuzione del numero dei parlamentari sia il primo passo per portare i problemi del territorio al Parlamento e dal Parlamento al Governo. Dopo decenni di discussione andati a vuoto, nessuno più crede in una legge elettorale che si ponga questo obiettivo, anche perché il dibattito fra i partiti si orienta, quasi all’unanimità, verso l’adozione di un sistema proporzionale che mantenga sostanzialmente il diritto di nomina, mentre le dispute si concentrano sulla percentuale minima che un partito deve raggiungere per essere rappresentato in Parlamento.  Non è certo facile cambiare questa realtà. Ciò non di meno, almeno fino a che l’Italia rimane una Repubblica parlamentare, la qualità e l’autorevolezza dei membri del Parlamento rappresentano il pilastro fondamentale per il buon funzionamento delle nostre istituzioni.

A questo si dovrebbero ovviamente aggiungere le altre ben note riforme che ridefiniscano, ad esempio, le funzioni delle due Camere, i lavori delle commissioni, i rapporti con le Regioni e il modo di operare delle commissioni e i rapporti fra Parlamento e Governo. Se vogliamo raggiungere l’obiettivo di rendere il Parlamento autorevole e responsabile verso i cittadini, occorre quindi fare ogni sforzo per orientarsi verso un sistema elettorale in cui i partiti, sui quali grava la responsabilità di indicare i candidati alle elezioni, siano spinti a scegliere persone che, per la loro autorevolezza e per la stima di cui godono, abbiano maggiore probabilità di essere votate dagli elettori del collegio con il quale dovranno mantenere rapporti continuativi per tutto il corso della legislatura. 

Nel sistema elettorale in vigore dal 1994 i tre quarti dei parlamentari venivano eletti in questo modo, obbligando i partiti a scegliere persone capaci, per le proprie caratteristiche personali, di attrarre la fiducia degli elettori: una fiducia che doveva essere rinnovata nel tempo con la fatica quotidiana e con i contatti personali che sono il pilastro della democrazia. 

Mi rendo conto di proporre cambiamenti che ben difficilmente potranno essere accettati e mi rendo altrettanto conto che i lettori, anche se la cosa è di scarsa importanza, hanno il diritto di chiedermi quale sarà il mio personale orientamento di voto nei confronti dell’imminente referendum.

Riconfermando la non primaria attenzione che vi attribuisco e pur riconoscendo che, dal punto di vista funzionale, il numero dei parlamentari sia eccessivo, penso che sarebbe più utile al Paese un voto negativo, proprio per evitare che si pensi che la diminuzione del numero dei parlamentari costituisca una riforma così importante per cui non ne debbano seguire le altre, ben più decisive per il futuro del nostro Paese.

*editoriale tratto dal quotidiano IL MESSAGGERO 




Acciaio, lo strano matrimonio Stato-Mittal per salvare Taranto (forse) nel 2040

di TONIO ATTINO

Dal 26 luglio 2012, giorno in cui la magistratura mise sotto sequestro gli altiforni e arrestò dirigenti dell’azienda e rappresentanti della famiglia Riva, un fronte molto ampio (governo, sindacati, economisti) immagina una soluzione definitiva per rendere lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto efficiente e compatibile con l’ambiente. Nonostante gli sforzi e gli otto anni trascorsi, l’operazione non sembra ancora riuscita. Con iniziative di emergenza e un dibattito infinito, sei diversi governi hanno approvato una dozzina di decreti legge e il settimo attualmente in carica – il Governo Conte 2 – si accinge a varare un’operazione che riporterà sostanzialmente il calendario venticinque anni indietro.

Il presidente del consiglio Conte vuole rimettere lo Stato nell’industria, come un tempo. Sembrava impossibile, però la storia a volte segue percorsi strani.  Se proviamo un po’ a riepilogare quanto è accaduto ma non partendo da troppo lontano (quindi non dal 1960, periodo d’oro dell’Iri, che promosse la costruzione dell’Italsider, cioè il quarto centro siderurgico italiano dopo Bagnoli, Genova e Piombino), troviamo nel 1995 un momento chiave. E’ l’anno in cui l’Italia si liberò dell’acciaio segnando una tappa importante nelle privatizzazioni, ossia nella fine dello Stato nell’economia. Ma il confine che sembrava avere diviso il passato statalista dal futuro liberista non è più così netto. La storia è questa, all’ingrosso.

LO STATO E IL MERCATO

Nel 1995 l’Italia si sbarazza dell’acciaio pubblico cedendolo al Gruppo Riva, che lo acquista per 1649 miliardi di lire, riuscendo a pagarlo comodamente con i profitti aziendali. Pagando l’Ilva con i soldi dell’Ilva, Riva fa un affarone e seguita a gestire una fabbrica distesa su quindici chilometri quadrati, rimasta esattamente come era stata progettata a metà Novecento: cinque altiforni, due acciaierie, tre tubifici e una imponente capacità di inquinare. Ma vent’anni dopo (e in conseguenza dell’inchiesta della procura di Taranto per disastro ambientale) lo Stato si riprende l’Ilva, la vecchia Italsider: la espropria ai Riva per trasferirla nelle mani di ArcelorMittal.

Emilio Riva, patron del Gruppo Riva

Dopo l’aggiudicazione avvenuta nel 2017 (fitto di due anni con obbligo di acquisto, 1,8 miliardi il prezzo), ora lo Stato progetta di diventare socio di ArcelorMittal per evitare che si svincoli dagli accordi contrattuali lasciando Taranto e le sua vecchia, sterminata fabbrica. Chi potrebbe davvero gestire un simile gigante? 

Il governo Conte, tornando un po’ al passato, vuole impegnare nell’iniziativa le risorse di Invitalia, agenzia per lo sviluppo che fa capo al Ministero dell’ Economia, come peraltro, recentemente, ha messo la Cassa depositi e prestiti nella società Autostrade. Quindi lo Stato nuovamente nella siderurgia. Per rilanciarla. Renderla più moderna. Trasformarla in un’azienda rispettosa dell’ambiente e della salute delle persone. L’obiettivo dichiarato del governo Pd-Cinquestelle è questo: non è esattamente la linea del governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni (Pd) appena tre anni fa. 

Curiosamente, ma neanche troppo vista la piega che hanno poi preso gli eventi, il primo a parlare di nazionalizzazione dell’Ilva di Taranto fu nel 2014 colui che l’aveva privatizzata nel 1995 vendendola a Emilio Riva: Lamberto Dini. Il presidente del consiglio cui era toccato il compito di ratificare la cessione dell’azienda siderurgica di Stato con un governo tecnico appoggiato da centrosinistra e Lega Nord, sostenne pubblicamente, nel pieno della bufera giudiziaria, che qualora non si fosse trovato sul pianeta qualcuno disponibile ad acquisire l’Ilva dopo l’uscita di scena dei Riva, l’Italia avrebbe dovuto nazionalizzarla per garantire la prosecuzione di una produzione strategica per l’economia.

Si può eccepire che la produzione siderurgica fosse strategica anche vent’anni prima, quando l’Ilva venne privatizzata, ma a questo punto la considerazione è superflua. Fatto sta che la strada indicata da Dini nel 2014 torna attuale oggi, benché la faccenda, nel nome del mercato, sembrava essersi risolta con l’arrivo di ArcelorMittal. Evidentemente ogni cosa definitiva si rileva alla fine piuttosto provvisoria.

MITTAL PROMOSSO E BOCCIATO

In effetti nel 2017 il governo Gentiloni e il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda fanno una scelta di mercato: preferiscono puntare, anziché su AcciaItalia guidata dalla manager Lucia Morselli (ne fanno parte il gruppo indiano Jindal, Arvedi, la finanziaria Delfin di Leonardo Del Vecchio), sulla Am Investco, in cui inizialmente figura anche Marcegaglia. In cima ad Am Investco c’è la famiglia Mittal. L’impero industriale indiano dell’acciaio che nel 2007, con un’offerta pubblica di acquisto, ha conquistato la francese Arcelor dando vita ad ArcelorMittal, è il primo gruppo siderurgico al mondo, una garanzia.

Al governo italiano pare la scelta migliore, sebbene già in Francia la famiglia Mittal abbia dato prova della risolutezza con cui tratta le sue questioni industriali. Appena arrivata, ha chiuso l’area a caldo dello stabilimento di Florange, affrontato una rivolta popolare e le ire del governo francese riuscendo a imporre la sua linea. L’Italia decide che è quello il cavallo su cui puntare per salvare l’Ilva e dare continuità a una produzione strategica. 

Il Comune di Taranto avalla la scelta e il sindaco Rinaldo Melucci, incontrando Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, si mostra fiducioso e sorridente per la foto ricordo. “L’obiettivo – dice – è rendere quello di Taranto lo stabilimento pilota per innovazione e ricerca che coniughi l’ambizioso progetto di ArcelorMittal con il coinvolgimento delle migliori energie della città, dell’Università, delle forze sociali e delle categorie produttive”.

Manifesta dissenso Lucia Morselli. Sconfitta con il suo schieramento, sottolinea come Jindalavrebbe fatto dell’Ilva il suo unico centro di sviluppo in Europa, non una delle tante filiali di un impero che ha il suo centro altrove”. Ma nell’ottobre 2019 passa dall’altra parte, ingaggiata come amministratore da ArcelorMittal al posto di  Matthieu Jehl. Nel momento in cui la società siderurgica annuncia di voler sciogliere il contratto di acquisto con un’iniziativa giudiziaria, si mette nelle mani di un manager avvezza alle vertenze, celebre per il suo scontro con i sindacati nel 2014 per la ristrutturazione di Acciai Speciali Terni, controllata dalla ThyssenKrupp

La risoluzione del contratto chiesta da Mittal al tribunale di Milano è giustificata inizialmente dalla decisione del governo italiano di togliere lo “scudo penale”, ovvero quella norma costruita per evitare che i commissari straordinari mandati a gestire l’Ilva nella fase post Riva potessero incappare in qualche procedimento penale.

Uno dei più convinti della necessità di lasciare intatto lo “scudo” è Marco Bentivogli, segretario generale della Fim, il sindacato metalmeccanici della Cisl. A suo giudizio il governo, cambiando le carte in tavola, si assume la responsabilità di legittimare il disimpegno di Mittal. In realtà un mese dopo Lucia Morselli lo smentisce dicendo che, con o senza lo scudo, Mittal andrà comunque via da Taranto.

Marco Bentivogli ex segretario generale FIM CISL

Impegnato a spiegare al mondo ciò che il mondo non capisce, Bentivogli sostiene la linea secondo cui le aziende hanno bisogno della certezza del diritto. Perciò si è battuto affinché i lavoratori metalmeccanici della grande fabbrica approvassero, a settembre 2018, la scelta di Mittal. Con una percentuale del 94% a favore, i dipendenti del centro siderurgico sostengono Cgil, Cisl e Uil. E danno il benvenuto a Mittal. Ci credono. Oppure temono che l’alternativa sia il nulla.

LA STRATEGIA DI MITTAL

Quello sulla certezza del diritto (nel mondo e anche a Taranto) è un apprezzabile discorso di civiltà. Ciascun individuo avrebbe bisogno della certezza del diritto. E in effetti se in Italia vi fosse un diritto certo, Taranto non potrebbe avere in funzione un’area a caldo (gli altiforni) dieci volte più grande di quella smantellata a Genova nel 2005 perché incompatibile con la salute dei genovesi. Ma nonostante la magistratura l’abbia messa sotto sequestro otto anni fa (il processo di primo grado non è ancora concluso), sei governi l’hanno tenuta in funzione e il settimo – il Conte 2 –  sta meditando una soluzione per mettere i soldi dello Stato in una società della famiglia Mittal per gestire una fabbrica mostruosamente grande, addossata all’abitato e i cui effetti nefasti sulla salute sono dimostrati ormai da studi dell’istituto superiore di sanità e perfino, 24 anni anni fa, cioè nel 1996, dall’organizzazione mondiale della sanità. 

Il risultato è che le carte in tavola le cambia Mittal, con uno stile già sperimentato in Francia. Minacciando di lasciare Taranto, la società franco-indiana riesce a modificare a suo vantaggio le condizioni contrattuali per ritrovarsi uno stabilimento grande quanto cinquant’anni fa ma con un quinto dei dipendenti e per di più con l’aiuto finanziario dello Stato. Cosicché quel centro siderurgico che aveva 21mila dipendenti negli anni settanta (trentamila con l’indotto) e quasi dodicimila con Riva, oggi con ArcelorMittal ne ha 8.200, su una forza lavoro complessiva di 10.700. Ma sono troppi.

Perciò Mittal ha messo nel suo nuovo piano industriale uno sfoltimento degli organici (scendendo a 7500 unità) e ora il governo vuole che Invitalia entri nel capitale della società, alleandosi con Mittal. Probabilmente perché non ha alternative. Probabilmente perché vuole evitare che Mittal rimescoli ancora le carte conquistando altro terreno. Probabilmente perché, se Mittal lascia portandosi dietro il portafoglio-clienti, la vecchia Italsider-Ilva è finita.

Ecco, la geniale operazione Stato-Mittal dovrebbe essere più o meno questa. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che pure aveva accolto con fiducia la società indiana entrando in rotta con Michele Emiliano (come lui del Pd ma sostenitore di uno stabilimento alimentato a gas e non più a carbone), ora va in direzione opposta. Come già accaduto a Genova, vorrebbe un accordo di programma per chiudere l’area a caldo.

Michele Emiliano presidente Regione Puglia

Per fare cosa? Non si sa. E non può chiederlo neppure a Bentivogli, che nel frattempo ha lasciato il sindacato. Taranto è un laboratorio di un mondo al contrario. Dove il diritto può conformarsi alle esigenze di una fabbrica e la logica svanisce dietro l’orizzonte inafferrabile del futuro. 

CONDANNATI ALL’INQUINAMENTO

Poi però un giorno accade un imprevisto abbastanza prevedibileMentre si continua a discutere sui destini della fabbrica, il maltempo incrina equilibri già precari. Una tempesta di vento trascina in un enorme vortice i minerali stoccati nei “parchi” Ilva sull’area più vicina della città, il quartiere Tamburi, facendolo scomparire in una nebbia fittissima. E’ il 4 luglio 2020. Nonostante il dibattito, tutto pare fermo al 1960, cioè all’anno – era il 9 luglio, sono passati sessant’anni esatti – in cui fu posata la prima pietra dello stabilimento di Taranto.

Prima che venissero ideate  le collinette ecologiche come barriera tra la fabbrica e la città, costruite (la magistratura le ha messe sotto sequestro nel febbraio 2019) con sostanze pericolose: cosicché hanno inquinato più dell’inquinamento che avrebbero dovuto evitare. Prima che la fantastica “ingegneria industriale” inventasse le barriere antipolvere, grandi teli issati intorno alla fabbrica ma incapaci di fermare le polveri minerali e di impedirne la diffusione sulla città.

Prima che la politica para-ambientalistica proponesse i wind days, ossia la chiusura delle scuole nei giorni di vento, quando le polveri inquinanti finiscono dovunque. Prima, infine, che un altro attacco acuto di gigantismo partorisse due capannoni enormi (ciascuno grande 700 per 254 metri, con un’altezza di 77 metri, costo totale 300 milioni) per coprire una parte dei “parchi minerali”, dove vengono stoccate le materie prime destinate ad alimentare il ciclo siderurgico. Un altro intervento non risolutivo. Perché il 4 luglio, anno di scarsa grazia 2020, una nube rossa densa di minerali sollevatasi dai “parchi” non coperti dell’Ilva oscura il quartiere Tamburi e le case oltre le collinette ecologiche. 

Gli ambientalisti e il variegato fronte cui sente di appartenere chi vuole tutelare la salute (soprattutto la salute dei bambini) ha costituito un comitato per sollecitare il ministro dell’ambiente a non concedere altre proroghe all’azienda sugli adempimenti di legge e a fare rispettare la sentenza con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto (gennaio 2019) che lo Stato italiano non ha difeso la salute dei cittadini di Taranto.

Così ora il sindaco Melucci vuole che si chiuda l’area a caldo, come a Genova. E si indigna perfino Stefano Patuanelli, il ministro allo sviluppo economico. Come fossero appena sbarcati da un’astronave, i politici di prima linea si sorprendono di ciò che è noto da sempre. Ma la soluzione c’è ovviamente. Il gas? No. L’idrogeno. Via l’area a caldo. Via gli altiforni. Ci saranno i forni elettrici. Lo stabilimento siderurgico di Taranto verrà successivamente alimentato con l’idrogeno. Lo Stato entrerà nuovamente nella siderurgia e renderà quello pugliese il più grande impianto non inquinante. Sostenibile. Green. 

Carlo Calenda

L’ex ministro Calenda la fa breve:Sono cazzate. La produzione a idrogeno non esiste”. Ha ragione. Esisterà, un giorno, forse. Ma non sappiamo quando. E non sappiamo quanti governi si succederanno. E quanti Mittal – tanti o nessuno – metteranno le mani sull’acciaio. E quante scelte definitive e provvisorie faranno di Taranto un laboratorio in cui si decide tutto e non si decide mai.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della commissione europea, conferma che “questa trasformazione richiederà molto tempo”, ma con un “piano per i prossimi 20 anni potremo dare un futuro veramente sostenibile utilizzando le risorse del Just Transition Fund per dare a Taranto la possibilità di mantenere un’industria dell’acciaio”. 

Duemilaventi più venti. L’addizione è semplice, così la soluzione ha una data: 2040. Chi ha creduto a tutto, può credere anche a questo.

*tratto dal blog https://tonioattinoblog.wordpress.com




L’identità smarrita dei magistrati italiani

di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA

Una trasformazione che non è partita dal suo interno ma che ha rispecchiato un cambiamento più generale del Paese. Le donne e gli uomini dell’apparato giudiziario, infatti, sono stati forse le maggiori vittime di quella duplice assenza di etica e di spirito di corpo comune a tutta la struttura socio-statale italiana nel periodo della Repubblica. Un breve salto nel passato farà capire meglio cosa voglio dire.

Ricordo bene quando molti e molti anni fa i magistrati italiani erano dei conservatori. Lo erano innanzi tutto da un punto di vista culturale, in un modo che spesso appariva perfino patetico. E naturalmente lo erano in senso politico. Ma lo erano, dirò così «naturalmente». Cioè non già perché coltivassero personali legami con la politica o con qualche partito di centro o di destra, o perché se ne attendessero qualche vantaggio o magari si sentissero impegnati in una qualche battaglia ideale a sfondo socio-politico. Erano politicamente conservatori soprattutto perché provenivano pressoché totalmente dalla borghesia, la quale allora era conservatrice, spesso e volentieri anche reazionaria. Sicché era normale, ad esempio, che nei processi a sfondo politico — penso a quelli allora frequentissimi riguardanti l’ordine pubblico — sugli imputati di sinistra grandinassero per un nonnulla anni di galera.

Poi le cose cambiarono. Grazie alla mobilità favorita dalla crescente scolarizzazione, la provenienza sociale dei magistrati così come quella di ogni altro gruppo professionale fu in buona parte liberata dagli stretti vincoli classisti precedenti. Da un carattere dominante cetuale di tipo liberal-borghese con forti tratti reazionari la società italiana passò almeno tendenzialmente a una struttura democratico-interclassista. Sebbene con il vincolo in Italia sempre fortissimo della trasmissione ereditaria delle professioni, tutti poterono diventare giudici, medici o notai.

Un fatto indubbiamente positivo ma con una conseguenza inevitabile: il venir meno all’interno delle varie corporazioni professionali di quell’omogeneità/ solidarietà di fondo che in precedenza erano assicurate dalla comune origine socio-culturale. In altri Paesi questo venir meno di valori di tipo classista nei ceti professionali e degli alti uffici pubblici, verificatosi in tutte le democrazie, è stato compensato da un insieme di altri caratteri risalenti: da una diffusa cultura civica, da un’orgogliosa deontologia delle identità professionali, da antiche tradizioni di servizio allo Stato e di spirito di corpo.

Svelamento

Le intercettazioni dal cellulare di Luca Palamara hanno fatto conoscere a tutti il clima di intrallazzo correntizio

Tutte cose che per ragioni storiche da noi erano invece introvabili o solo debolmente esistenti. Sulle quali quindi la Repubblica non ha potuto contare e alle quali tantomeno essa è riuscita a dare vita. Nata dai partiti, infatti, e rimasta sempre dei partiti (anche per effetto di uno sciagurato sistema di governo), la Repubblica ha potuto trovare solo nella politica, nella politica di partito, la sua vera ragion d’essere, in un certo senso la sua ideologia fondativa. Per ragioni storiche ormai consolidate ma abbastanza uniche nel panorama europeo, nel nostro Paese la stessa Costituzione non sfugge al destino di essere oggetto da sempre di continue dispute di segno politico.

Non è dunque per caso se nella democrazia italiana anche l’ideologia strutturante della magistratura è diventata ben presto la politica. Non è per caso se una volta andata in soffitto l’antica unità classista, il ruolo e la funzione dei magistrati, ai loro stessi occhi, nei loro stessi discorsi, si sono andati caricando immediatamente di significato e contenuto politico. Se ben presto per l’identità della grande maggioranza di essi la dimensione della politica e delle relative ideologie è diventata la sola dimensione realmente significativa. Anche perché nel frattempo la politica dei partiti non lesinava certo seduzioni, minacce e allettamenti di ogni tipo avendo scoperto quale ruolo importante potesse avere (o non avere) un procuratore della Repubblica al posto giusto nel momento giusto.

Memoria

La stragrande maggioranza dell’opinione pubblica intuiva l’involuzione ma preferiva non parlarne

Sia chiaro: è evidente che anche per ciò che riguarda la giustizia vale il principio che «tutto è politica». Ma un conto è che tale principio informi di sé la discussione sulle grandi linee generali, sulle opzioni di sistema, un conto ben diverso è che immediatamente, cioè senza alcuna mediazione, la politica diventi di fatto l’unico elemento di autoidentificazione dei singoli, del loro profilo, dei loro atti, del modo di esercitare le proprie funzioni. Secondo una deriva che rende impossibile — non bisogna stancarsi di ripeterlo — qualunque immagine d’imparzialità e che di conseguenza dissolve virtualmente ogni idea di giustizia.

Perché questo è il danno terribile occorso alla magistratura italiana: la perdita dell’immagine dell’imparzialità. Una magistratura, per giunta, apparsa finora, tranne rarissime eccezioni, totalmente ignara del problema, accecata dal suo enorme potere, trincerata in un Consiglio superiore impegnato perennemente nella bassa cucina delle nomine o nella difesa della corporazione, incapace sempre di dire un’alta parola di verità e di autocritica.

*opinione tratta dal CORRIERE DELLA SERA




Vitalizi: i 5 stelle devono incolpare solo la loro ignoranza

di MASSIMO TEODORI

Le proteste dei pentastellati contro la “Commissione contenzioso” del Senato che ha dichiarato nulla la deliberazione della presidenza sui vitalizi dovrebbero essere rivolte contro se stessi. La commissione è un organo giurisdizionale di garanzia che fa le veci del sistema giudiziario incompetente negli affari interni degli organi costituzionali che seguono il regime della cosiddetta “autodichia”. Il deliberato della presidenza del Senato, fotocopiato dalla Camera di Fico, è il risultato dell’ignoranza del diritto costituzionale e parlamentare, dell’arroganza antiparlamentare di chi vuole travolgere qualsiasi regola dello Stato di diritto, e della demagogia di chi intende governare ingannando a suon di slogan l’opinione pubblica

I vitalizi non possono essere reintrodotti perché non esistono più dal 2012, quando le presidenze delle Camere introdussero anche per i parlamentari, come per la pubblica amministrazione, il sistema pensionistico contributivo a posto di quello retributivo. I vitalizi “retributivi” sono relativi al periodo pre-2012, seguiti poi dalle pensioni “contributive”. 

In origine i vitalizi erano legati allo stipendio dei parlamentari che, a sua volta, era parametrato sul primo presidente della Corte di Cassazione. Ho fatto parte negli anni ’80 da deputato radicale del consiglio di presidenza della Camera, e ripetutamente ho proposto di tagliare stipendi e vitalizi parlamentari sganciandoli dal meccanismo che determinava l’importo, quello degli alti magistrati. Ritenevo che fosse al contrario opportuno aumentare il bilancio dei servizi parlamentari benissimo svolti da valenti funzionari con l’obiettivo di tagliare il cordone con i consigliori esterni. Allora, a più riprese i vitalizi furono ridotti nella misura del 10% come consentito dalle norme generali sulla retroattività.

Perché le delibere delle presidenze di Camera e Senato volute dai Cinquestelle e accettate passivamente per conformismo demagogico dai rappresentanti degli altri gruppi, a cominciare dal Partito Democratico, sono state sbagliate e destinate ad essere, prima o poi, annullate

Il contrasto delle delibere con le norme costituzionali e giurisprudenziali ha diversi aspetti : 1) la retroattività; 2) il taglio retroattivo (dal 40 all’80%) ai vitalizi in vigore fino al 2011; 3) l’applicazione di una tabella fantasiosa di cui non si conosce la paternità; 4) l’applicazione del taglio ai soli parlamentari del passato (denominati spregiativamente casta) e non già a tutti i membri degli organi costituzionali in analogo regime di autodichia (Presidenza della repubblica, Corte costituzionale, Consiglio superiore della magistratura, Cnel, Consiglio di Stato ); 5) il contrasto con i principi della Corte europea di giustizia.

L’operazione dei 5 stelle, digerita da quasi tutti gli altri gruppi, è stata compiuta non sulla base di possibili norme di diritto (e ce ne erano) ma facendo leva su una effimera maggioranza nei consigli di presidenza delle Camere, costituiti per la prima volta nella storia non con metodo proporzionale ma a vantaggio in questa legislatura di M5S e Lega.

I grillini, per affermare le loro demagogie, hanno inoltre fatto uso dell’ostruzionismo della maggioranza, del boicottaggio e delle dimissioni nell’organo di garanzia con l’obiettivo di paralizzare il corso della giustizia interna di rango costituzionale. Sarebbe stato possibile incidere significativamente (ma non discrezionalmente) su stipendi e pensioni dei parlamentari presenti e passati con una legge votata dal Parlamento riguardante (in misura ragionevole), oltre a tutti gli organi costituzionali, centinaia di migliaia di pensioni analogamente calcolate con metodo retributivo nella pubblica amministrazione.

La verità è che questa penosa vicenda – penosa per coloro che l’hanno promossa andando in piazza con poltrone e forbicioni di cartapesta che era più opportuno fossero rivolte ai propri comportamenti lottizzatori – non è altro che un capitolo dell’antiparlamentarismo dei seguaci populisti di Grillo e Casaleggio, e della Lega, che non sanno – e non vogliono sapere – che cosa è lo Stato di diritto.




Tutte le ‘fedate’ di Emilio, dal bunga bunga all’arresto

di PAOLO BERIZZI*

Una “fedata”. Un azzardo dei suoi, di quelli che un tempo, quando le cose giravano bene, posava sul tavolo verde: Saint Vincent, Monte-Carlo dove era di casa, ossequiato come i clienti vip che spendono e spandono e lasciano mance più che altro per farsi notare. Celodurismo da roulette. E fa niente se dal passato incombeva qualche ombra, i soliti scandali che non se ne sono andati mai via (ma lì fu assolto): roba da polli da spennare.

Erano gli anni belli della fama e della vita spericolata senza troppe conseguenze. Quando ancora era giovane; quando c’era il giornalismo e le cene eleganti non finivano nelle sentenze giudiziarie. Emilio Fede, il Fido” Emilio. Ottantanove anni e l’ultimo arresto come un Arsenio Lupin in modalità age’, in fuga dagli arresti domiciliari per festeggiare il compleanno con la moglie a Napoli. Perché avrà anche perso il pelo, magari pure qualche vizio (forse), di certo un po’ di soldi.

Ma se c’è una cosa che Fede proprio non ha perso è la passione per le cene. Da quelle a casa Berlusconi che gli sono costate una condanna per favoreggiamento della prostituzione alla “pizza” con degli amici napoletani che “mi avevano gentilente invitato”, adesso sono qui chiuso in hotel che non posso nemmeno affacciarmi alla finestra”: l’antica arte del chiagni e fotti, appunto vernacolo napoletano, come napoletana è la moglie di Emilio, Diana De Feo che, dopo anni passati a sostenere e a difendere anche l’impossibile – non più le gaffe e basta, tutto il pacchetto, il veliname e le meteorine, le Ruby, i Lele Mora – si era decisa a declinare a distanza l’amore per il marito caduto in semidisgrazia o comunque abbandonato dagli dei. Nella vita di Fede c’è un prima e c’è un dopo. Difficile trovare, nel giornalismo diciamo patinato, un’altra parabola così: nel bene e nel male.

Il prima è un giornalista Rai figlio di un brigadiere dell’Arma (a volte il destino: in via Partenope a “accompagnarlo” in caserma sono ancora i carabinieri) che entra nell’emittente pubblica nel 1961 e – grazie anche alla cura maniacale dei rapporti coi potenti di turno – sale velocemente la scala della carriera interna: uno dei potenti, il vicepresidente Rai Italo De Feo (suocero), ce lo aveva in casa. Ma Emilio da Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) vuole dimostrare di essere uno che vale anche sul campo, non solo nei salotti dove politica e giornalismo s’accompagnano e promuovono gli astri nascenti: per otto anni è inviato speciale in Africa. La cronaca è sempre stato il suo forte. Lui aggiungerebbe: anche le donne. 

L’inclinazione naturale per la conquista del gentil sesso lo accomuna all’uomo che diventerà il suo Dio: Silvio Berlusconi. Si conoscono nel 1982. Sette anni dopo il Cavaliere (ormai ex) gli affida la creazione di Videonews, l’informazione del Biscione. Il “prima” si compie: dopo aver diretto il Tg1, Fede guida Videonews, Studio Aperto e Tg4. Il “dopo”, la fase 2, per il direttorissimo Mediaset – per anni l’inamovibile per eccellenza – inizia quanto tutto sembra andare a meraviglia. La ruota della fortuna di Fede è abitata da feste, cene, donne, bulli, pupe e macrò. E’ la corte di Silvio. Di Cui Fede è imbattibile cortigiano. Devoto e felice. Del Capo lui è anche amico e compagno di serate. Uno dei pochi uomini ammessi al ”bunga bunga” (l’altro habitué è Lele Mora che però le donne le portava). 

Lele Mora ed Emilio Fede

Su Berluscolandia a un certo punto si abbatte il fato avverso, prima, e la scure della magistratura, poi. “Ruby io l’ho vista solo due volte”, dirà Fede ai magistrati prima di essere condannato. Che rapporti aveva l’ex inviato di guerra con Nicole MinettiRuby Rubacuori e lo stuolo di olgettine finite nei letti di Arcore, palazzo Grazioli e villa Certosa? Stando all’inchiesta,  consuetudinari. Di “Lelito”, come chiamavano Mora, Fede è stato per anni amico. I due, potentissimi nei rispettivi mestieri, partecipavano attivamente all’agenda del divertimento di Berlusconi: con la differenza che se Mora in quel campo – far conoscere belle donne a imprenditori famosi – era maestro, Fede ci si è trovato un po’ così, a mezz’asta: fruendo del clima e però poi facendosi prendere  entrambe le mani e cadendoci dentro. Uno che non ha mai avuto vergogna di nulla, la faccia come il bronzo si direbbe. E più lo accusavano di essere campione di piaggeria verso il datore di lavoro, più ci prendeva gusto e più lo blandiva. Un talento coltivato. Sempre al “servizio”.

Fino a guadagnarsi un posticino nel mausoleo di Arcore (che può attendere, ovvio, e chissà però se sarà ancora disponibile). La batosta più pesante forse non è la condanna per la storia delle “avventuriere”, delle buste da sette o diecimila euro, degli appartamenti dove sono parcheggiate le olgettine, dei book come quello di Noemi Letizia che passano dalle mani di Fido Emilio. Il colpo più duro è la rottura del rapporto con Berlusconi, che lo ha sempre paracadutato. Colpa della tentata “cresta” da 1 milione e 200 mila euro che il Gatto e la Volpe (Mora-Fede) ordiscono bussando a palazzo Grazioli. “Un malinteso”, secondo Fede. Ma Zio Paperone (Berlusconi n.d.r.) li sgama: e per Emilio inizia il declino definitivo. Si lamenterà che a Mediaset, dopo averlo gentilmente accompagnato alla porta, gli hanno tolto l’autista. 

Lui che cantava con Apicella e poi tutto giù in taverna a vedere le ragazze ballare. I giorni cupi sono segnati da altri incidenti di percorso: la valigetta coi soldi in una banca svizzera (“altra balla”) su tutti. Fede non pensa più a rifarsi l’immagine: si rifà solo la faccia. Punturine che lo fanno sembrare la caricatura di se stesso. Basta vedere le ultime foto: sono dei post senza commento. L’ottantanovesimo compleanno, dopo la “fedata”, è andato indigesto. “Il mio arresto? Terrificante”. Se fosse un film si intitolerebbe “una pizza a Napoli”. The end. 

*tratto dalla sezione Rep: del quotidiano La Repubblica




Da mio padre a Carminati, in 37 anni questo Paese non è cambiato

di GAIA TORTORA*

17 giugno. Apro gli occhi. Oggi ci sono gli esami per tanti ragazzi. Che emozione. Penso ai miei di esami quel 17 giugno 1983. Anche di quella emozione mi hanno privato. Per buttarmi a 13 anni all’inferno.

Biglietto di sola andata.

Quella mattina qualcosa non andava, lo sentivo da qualcosa di strano in casa. Voci basse a sussurrare. Il telefono che squillava interrottamente dalle 6. Andai a scuola. Ero la quarta in ordine di convocazione. Diventai la prima. Strano. Un esame veloce poi fui portata di corsa di nuovo a casa. Nessun festeggiamento.

Fine di un ciclo.

Inizio di un incubo.

Avevo 13 anni oggi ne ho 51, le cicatrici le porto dentro. Trentasette anni sono passati, ma nulla è cambiato. Apro velocemente i giornali e le parole di Massimo Carminati mi colpiscono: “Io trattato come il diavolo”. Mi chiedo… ma allora cosa abbiamo raccontato? Quanto abbiamo sperato che davvero quel “mafioso” fosse la teoria processuale vincente?

Ma noi chi? Beh, noi informazione. Cavolo, Gaia tu ti svegli e passi da tuo padre a Carminati, ma sei scema? Ecco, se lo dico, questo può venir fuori. Ma la riflessione è altra. Arriva un altro flash, quei brevi istanti del momento in cui Carminati lascia il carcere. Pochi passi. Lo sguardo fuori dal cancello dove lo attendevano i cronisti. Pochi attimi di indecisione, quasi a voler trovare un’uscita secondaria.

Ancora un flash, mio padre venne costretto e, lo ripeto con forza, costretto, a sfilare ammanettato davanti a fotografi e Tv.

Appunto, eravamo già all’inferno. Alcuni giornalisti iniziarono a scrivere senza sapere nulla, senza sapere i fatti. Al limite solo quello che gli imbeccava la Procura. In fondo si ammanetta qualcuno nel cuore della notte se ha fatto qualcosa. Sono passati trentasette anni da quel 17 giugno e questo Paese non è cambiato un granché. E mi fa male dirlo perché io combatto, ho combattuto e ci ho creduto. È diventato il Paese dei “derby” (campionato inaugurato proprio con la vicenda di mio padre, di qua gli innocentisti, di là i colpevolisti) delle teorie, di alcuni giornalisti schierati per compiacere il consenso legato al proprio target, Quotidiano magari. 



Ho sentito in questi trenta anni politici garantire una riforma della giustizia che ancora non si è vista. Ma che per una campagna elettorale va bene, fa sempre il suo effetto. L’Italia culla del diritto è stata troppe volte soffocata sul nascere. Mio padre, si sa, è stato ucciso da certa magistratura e da certa stampa. Passano gli anni e alla fine rischi di sentirti solo una rompipalle. Le senti quelle voci bisbigliare alle tue spalle.. “dai basta però con questa storia… Guarda avanti…” 

Qualche anno fa ero in uno studio tv con Ilaria Cucchi. Parlavo con lei che stava per fare un’intervista. A un certo punto un collega le disse “dai, Ilaria, ora però pensa alla tua vita. Fai come lei” indicando me. Io e Ilaria ci guardammo. Già, fai come lei aveva detto… 

Ecco ho messo insieme mio padre, Carminati e Cucchi. Sarà difficile o fin troppo facile oggi posizionarsi nella curva giusta. 

Ma al 17 giugno 2020 io la testa non la abbasso. Parlo. Combatto. Non ho paura delle etichette o di essere estromessa dal “circoletto” di parte della categoria. Io non dimentico. La storia non si dimentica.

Enzo Tortora – Dichiarazioni finali al processo



*Gaia Tortora, giornalista, figlia di Enzo Tortora.




FIGLI (E FIGLIASTRI) DI TROJAN

di Giandomenico Caiazza

Il Direttore Marco Travaglio ha dedicato un suo scoppiettante articolo di fondo ad alcuni inconvenienti occorsi agli inquirenti nell’uso del trojan inoculato nel cellulare del dott. Luca Palamara. I faziosi, si sa, funzionano come gli orologi rotti; un paio di volte al giorno capita anche a loro di segnare l’ora esatta. Ed è questo il caso, perché ciò che Travaglio ha scritto, in sé considerato merita senz’altro attenzione. Racconta, il Nostro, una serie di coincidenze che gli appaiono meritevoli di un serio approfondimento.

il pm Luca Palamara, attualmente sospeso dal Csm

In sostanza, quando il dott. Palamara programma l’incontro a cena con l’allora Procuratore capo di Roma dott. Pignatone, il trojan improvvisamente smette di funzionare un attimo dopo la telefonata di conferma dell’appuntamento, e dunque dalle quattro del pomeriggio fino alla tarda serata (anche se il dott. Palamara viene invece regolarmente intercettato al telefono mentre la spia ambientale risulta in panne). E quando, in altre occasioni, il leader di Unicost fa il suo nome, gli agenti di polizia giudiziaria addetti all’ascolto non sentono o trascrivono fischi per fiaschi. In un caso, siamo alle comiche: Palamara, secondo quegli agenti, avrebbe detto non “Pignatone” ma “carabinierone”, una parola senza senso che non ti verrebbe in mente di pronunciare nemmeno sotto effetto di potenti allucinogeni. Lo stesso, ci racconta Travaglio, sembrerebbe accadere quando le chiacchierate sfiorano il Colle.

Bene, si vedrà dove va a parare questa storia; ma l’incanto di Travaglio che esprime un sennato pensiero critico su una operazione investigativa, come per gli orologi rotti di cui si diceva, svanisce qui. È infatti semplicemente ridicolo che si scoprano i danni del trojan, dopo averne per anni esaltato con un tifo da stadio le virtù poliziesche, civiche e salvifiche, solo quando fa comodo, per esempio quando questo aiuti a sparare a palle incatenate contro il dott. Pignatone (sono le guerre private del Direttore e delle sue milizie: auguri). D’altronde, siamo sicuri, Direttore, che questi improvvisi mancamenti tecnici abbiano riguardato, nella inchiesta perugina, solo il Procuratore capo di Roma?

Verrà un giorno (e mi sa che ci stiamo avvicinando a larghi passi) che anche gli idolàtri delle manette capiranno di quale materia tossica sia fatto il leggendario trojan, cioè un microfono perennemente acceso a registrarti la vita, per settimane o per mesi. L’illusione che in tal modo, ascoltandoti anche nella più inviolabile intimità, si possa apprendere “la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità”, è -appunto- tipica del pensiero rozzo e becero del manettaro, abituato a semplificare il mondo in buoni (categoria alla quale ovviamente si auto-iscrive) e cattivi (gli altri).

Al contrario, questo ascolto ossessivo, voyeuristico, onnivoro della vita altrui restituisce un materiale proteiforme, indistinguibile, tossico, nel quale è più facile che una indagine si strozzi ed affoghi. Nessun essere umano, infatti, colto nella sua totale, incontrollata libertà di dire tutto ciò che gli passi per la mente, resta immancabilmente fedele alla verità. Non siamo i pubblici ufficiali della nostra vita e del nostro pensiero, idioti che altro non siete.

Nel fluire incontrollabile della nostra giornata, raccontiamo, millantiamo, confessiamo, alteriamo, coloriamo, deformiamo la verità ad ogni piè sospinto, per convenienza, per pudore, per vanità, per liberarci da un seccatore, per nascondere un segreto, per provocare una reazione nel nostro interlocutore, per sondare sentimenti ed opinioni, per suscitare stupore, ammirazione, polemica, curiosità. Vai poi a distinguere il grano dal loglio, se sei capace.

Questo già vale nelle conversazioni telefoniche, dove tuttavia siamo istintivamente più sorvegliati, più guardinghi, più attenti. Ma nella libertà ambientale assoluta delle 24 ore, produciamo un materiale affabulatorio che solo una ossessiva ottusità manettara può immaginare sia utilizzabile alla stregua del verbale di un consiglio di amministrazione. E infatti già leggiamo dalle cronache impazzite del soi disant “caso Palamara” che, ohibò, se il magistrato da un certo giorno ha saputo di essere spiato dal trojan, vuoi vedere che sparge veleni e trappole in quelle sue conversazioni? Dice la verità, o depista? Ai posteri l’ardua sentenza.

Se poi un trojan d’improvviso smette di funzionare, beh cosa vuoi? Non pretenderai che funzioni 24 ore su 24, ci sono i cali di corrente, le onde radio, le scie chimiche, vattelapesca perché. Quanto agli errori di trascrizione da parte della Polizia Giudiziaria, suvvia Direttore Travaglio! Se ci dà spazio sulle colonne del suo giornale noi avvocati penalisti gliele riempiamo di aneddoti a migliaia. Ci dovrebbe dedicare almeno due paginoni al giorno. Ordinanze di custodia cautelare e connessi massacri mediatico-giudiziari letteralmente costruiti su frasi mai pronunciate, su parole mai dette, su trascrizione farlocche a fronte delle quali “carabinierone” è un sussurro familiare, un plausibile equivoco. 

Dunque si decida, Direttore; se le piace l’aggeggio, le tocca tenerselo -come si dice a Roma- con tutto il cucuzzaro. O con tutto il “carabinierone”, se preferisce.

*Presidente Unione Nazionale Camere Penali Italiane




Montanelli: “Lo scoop, scorciatoia dei somari”

di INDRO MONTANELLI

So che molti di voi sono interessati al giornalismo e ai mezzi di comunicazione. Io questa passione ho cominciato a coltivarla già dal ginnasio, non ho mai voluto far altro che il giornalista, con gran disperazione di mio padre. Lui, da bravo preside di un liceo, lo considerava con molto disprezzo come un mestiere piuttosto aleatorio. Ma il giornalismo è stato la grande vocazione della mia vita. Vi confesso però che, sebbene abbia amato e continui ad amare questo mestiere, non posso consigliare a nessun giovane di intraprenderlo oggi, perché credo che il giornalismo sia ormai al capolinea.

Dovrebbe trasformarsi completamente, in un senso che non so prevedere. Sono attaccato a ricordi e provengo da una certa scuola, e a quest’età mi è molto difficile pensare a qualcosa di diverso. Spero per voi che abbia luogo una trasformazione completa, che tenga conto dei fatti gravi accaduti nel tempo – tra cui molte colpe e deviazioni dei giornalisti -, dell’ingresso di tecnologie nuove, di tutto un ribaltamento del costume. Il giornalismo classico, dal quale non mi saprei mai distaccare, è impossibile che si possa adeguare.

Quando cominciai, circa 60 anni fa, avevamo come tocco tecnologico la macchina da scrivere Olivetti Lettera 22, sulla quale continuo a scrivere. Non la producono più, per questo ne ho accaparrate presso gli antiquari cinque, che ho dislocato in vari punti. Oltre questo non posso andare. Io il fax non lo so usare, una cara persona se ne occupa per me, altrimenti non saprei neanche infilare il foglio. Noi giornalisti dobbiamo fare i conti con un nemico mortale. Anziché combatterlo, ci siamo messi al suo servizio: è la televisione.

Ho le stesse idee di Popper, la televisione è la più grossa iattura che potesse capitarci, perché è stata utilizzata in modo tale da esserlo. I giornali sono diventati i megafoni della televisione, per questo troviamo titoli a otto o nove colonne su Pippo Baudo o la Parietti. La televisione potrebbe essere un grande strumento di cultura, ma non lo è. Questi però sono affari suoi. Ciò che è affar nostro è di esserci messi a fare i megafoni, copiandone anche i costumi e riconoscendone la supremazia.

L’Italia, oltre ad aver sempre mescolato il serio con il futile, ha sempre preso il futile come l’unica cosa seria. E noi non facciamo che adeguarci, portando agli eccessi questa perversione del nostro costume. Ma c’è di peggio. La televisione insegna ed apre la strada al protagonismo, che portato nel giornalismo ha effetti catastrofici. La televisione aizza quel pessimo incentivo tipico dei cattivi giornalisti, la ricerca a tutti i costi dello scoop. Se qualcuno di voi vorrà fare questo mestiere, sfuggite alla tentazione dello scoop! Ricordate che esso è la scorciatoia dei somari. Consente di arrivare prima, ma male.

Il pubblico è uno strano animale, sembra uno che capisce poco ma si ricorda, e se vi giocate la sua fiducia siete perduti. Questa fiducia bisogna conquistarsela seriamente e faticosamente, giorno per giorno. Questo non ci mette al riparo dall’errore, ma impone l’obbligo di denunziare noi stessi, quando ci accorgiamo dell’errore, e di chiedere scusa al lettore. Se volete fare questo mestiere, ricordatevelo bene. È un mestiere che richiede molta umiltà, molta, e il protagonismo è in contrasto con questa legge fondamentale.

Oggi io vedo i direttori nuovi. Sono bravissimi, intendiamoci, hanno tra i 40 e i 50 anni, potrebbero essere miei figli. Ma non stanno in direzione, li ho sotto gli occhi, stanno nell’ufficio marketing, perché la cosa fondamentale di un giornale è la cosiddetta audience. L’audience procura pubblicità, perché un giornale non deve solo vivere, ma deve anche produrre soldi, soprattutto se vuole essere indipendente. Un giornale che deve chiedere soldi a qualcuno è per forza di cose suo servo.

Io ho perso la Voce perché non riuscii a portarlo in attivo. È l’audience nelle sue forme più volgari che ci obbliga a involgarire il giornale, che per stampare deve battere questa strada. Questa strada però non ci conduce a niente. Noi avremo un giornalismo sempre peggiore perché sempre più in cerca di audience, sempre più in cerca di pubblicità e quindi sempre più portato ad assecondare i peggiori gusti del pubblico, invece di correggerli. Intendiamoci, il pubblico è sempre il nostro padrone, non si può prenderlo di petto ma lo si deve educare. Senza mostrarlo però, perché non c’è niente di peggio degli atteggiamenti da mentori.

Non so se il giornalismo è capace di compiere un’evoluzione in questo senso, ma io non ne vedo i segni. Se io avessi 40 anni di meno, tenterei di nuovo di fare un giornale. Ora qualcuno si meraviglierà, ma seguirei la strada aperta dal mio arcinemico Ferrara con il Foglio. Quel giornale è probabilmente ciò che avrei dovuto fare io con la Voce, che non ebbi la forza e la possibilità di fare. Un giornale che adeguasse immediatamente i suoi mezzi ai costi, con poche pagine, che potesse fare a meno di gran parte della pubblicità, con dei giornalisti – ahimé – pagati poco. Ma noi siamo sempre pagati poco, questo mestiere non si fa per i soldi. Anzi, se incontrate un giornalista ricco, diffidatene.

Il giornalismo non conduce alla ricchezza, può condurre al benessere, per carità. Io non mi lamento affatto, ho quanto mi basta e anche di più per campare bene. Ma il giornalista ricco è un giornalista che puzza perché si è servito del mestiere per raggiungere altri obiettivi. Un giornalista che si asservisce al mestiere – chiedendo scusa al procuratore Maddalena – lo fucilerei.

Come vedete non vi porto buone notizie, però, a questo punto, devo dirvi anche un’altra cosa. Avrò forse fatto un mestiere sbagliato, ma non lo rimpiango. Credo che il giornalismo in Italia abbia svolto una missione, quella di strappare la cultura italiana ai suoi fortilizi, alle sue cosche mafiose. Chiedo scusa di ricambiare così male la vostra ospitalità, ma devo dirvi che il giornalismo questo compito lo ha assolto per decenni, portando la cultura in mezzo al pubblico. La cultura italiana ne aveva un gran bisogno, perché non sa parlare al pubblico. Ha un linguaggio suo, intraducibile nel linguaggio comune. Forse voi sapete che io non ho molto di che compiacermi del ‘68 e di ciò che ho fatto lì, perché porto ancora addosso i segni e le tracce, ma, i moventi lontani di quei ragazzi che mi misero addosso un bel mucchio di pallottole, forse se avessi avuto la loro età li avrei condivisi. Mi sarei certamente allontanato perché il modo in cui volevano rifare le cose era sbagliato, ma qualcosa c’era. Nella ribellione a un certo modo baronale di intendere la cultura, qualcosa di giusto c’è.

Chi di voi vorrà fare questo mestiere, si ricordi di scegliere il proprio padrone, il lettore. Si metta al suo servizio e parli la sua lingua, non quella dell’accademia. Porti la cultura dell’accademia alla comprensione. Badate che questo è stato il più grave dei tradimenti commessi in Italia, e ne sono stati commessi parecchi. Volete le prove? Prendete un qualsiasi scritto di chiunque dell’Italia del ‘700 e mettetelo a confronto con le pagine dell’enciclopedia francese. Le pagine di Voltaire, di D’Alembert, sono chiare e limpide, tutto si capisce. Nelle altre non si capisce nulla: lingua togata, irreale, del principe. Lingua di cultura al servizio del signore, che poi è diventato partito. E quindi è anche peggiorata, perché era meglio servire un duca o un cardinale che un partito. Era meno ignobile, anche se era ignobile anche quello.

Ricordatevi che la cultura in Italia non si è mai diffusa, quel poco che è stato fatto è stato fatto dal giornalismo. Se volete fare questo mestiere, questo è l’impegno che dovete assolvere. Per farlo non c’è sofferenza che ve ne possa sconsigliare, e questo mestiere è bellissimo. Non conduce a niente ma è bellissimo. Il giornalismo si fa per il giornalismo, e per nessun’altra cosa.  




Il caso Palamara e il dovere dei magistrati

di ARMANDO SPATARO

A distanza di più di un anno dal suo “esplodere”, la vicenda-Palamara continua a devastare l’immagine della magistratura e dei suoi organi di rappresentanza (l’Associazione nazionale e le “correnti” che ne fanno parte), oltre che del Consiglio superiore della magistratura.

È ormai regola in questo Paese che la pubblicazione di atti giudiziari contenenti riferimenti a condotte anche solo imbarazzanti – e non necessariamente integranti reato – scateni campagne denigratorie. Anche per la magistratura occorre usare attenzione e misura, non essendo accettabile che quanto sta emergendo dalla documentazione sequestrata nel caso Palamara sia ragione di crisi della Anm.

Non appare in alcun modo condivisibile che si siano dimessi presidente e segretario dell’Anm. In particolare il presidente e i magistrati del suo gruppo di appartenenza lo hanno fatto perché non tutte le componenti dell’organismo direttivo dell’Associazione sarebbero disponibili a mantenere un posizione di fermezza, come quella assunta un anno fa, contro forme di “malcostume diffuso di correntismo degenerato e carrierismo spinto, fino a pratiche di vera e propria clientela“.

Ciò non è servito ad evitare ingiustificati attacchi mediatici all’onorabilità dell’intera Associazione. Anzi, alcuni magistrati che erano stati già designati quali candidati a far parte del futuro Comitato direttivo hanno fatto un passo indietro. Ciò non sembra giusto perché proprio nei momenti difficili, come questo, occorre invece limitarsi a chiedere le dimissioni di chi ha violato regole deontologiche o attivare le valutazioni del “Collegio dei probiviri”. Non si può però negare l’insoddisfazione, ed anzi la forte delusione, dei magistrati per la logica, descritta ormai come imperante, che sembra ridurre l’Anm a mero contenitore di decisioni prese dalle correnti, minando l’effettiva unità associativa e rendendola formale e vuota di contenuti.

L’ Anm non può essere il luogo dove le correnti depositano i propri deliberati interni dettati da interessi particolari, così come il Csm non può essere l’istituzione dove le scelte dei dirigenti o l’attribuzione di altri incarichi avvengono sulla base di accordi e logiche premiali delle correnti. Se ciò è risultato purtroppo spesso innegabile, non si giustifica affatto la logica della rassegnazione, ma deve affermarsi quella della reazione virtuosa.

Palazzo dei Marescialli, sede del CSM

Nella magistratura si assiste troppo spesso all’ingresso massivo del qualunquismo persino al suo interno: c’è chi auspica automatismi nelle nomine a incarichi direttivi e semi-direttivi, la penalizzazione di chi ha svolto attività fuori ruolo e chi continua a sostenere che la auspicata riforma del Csm deve partire da quella del suo sistema elettorale, invocando in varie forme l’ipotesi del sorteggio per designarne i componenti del Csm. Sarebbe lo strumento per contrastare le deviazioni correntizie? No, sarebbe un’offesa enorme all’intera magistratura!

È questo ciò su cui devono interrogarsi gli elettori: la migliore riforma consiste nell’invocare per i magistrati elettori, così come per i cittadini nelle elezioni politiche, una più approfondita conoscenza dei programmi e dei profili dei candidati. Una scelta consapevole che, senza cancellare luoghi di aggregazione ideale e culturale come le correnti devono essere, conferisce autorevolezza ai rappresentanti eletti.




Quanto vale il diritto alla mobilità?

di ANTONIO GAUDIOSO*

Chiedere al Governo di chiarire con una semplice norma che una persona con disabilità non debba pagare la sosta del suo veicolo sulle strisce blu, non è cosa facile nel nostro Paese. Non lo è neppure in un periodo come questo dove l’emergenza CoronaVirus colpisce, ancor di più, le famiglie che hanno persone con disabilità.

Dal 2018 con Cittadinanzattiva, UILDM Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare e VERA “giriamo a vuoto per Palazzi” per chiedere al Parlamento e al governo questo chiarimento.

Vi sono stati infatti numerosi casi nei quali, cittadini con disabilità, non trovando liberi gli stalli a loro deputati e costretti a parcheggiare l’auto sulle strisce blu, sono stati poi oggetto di contravvenzione stradale pur esibendo il regolare contrassegno; oltre il danno la beffa.

Molti Comuni, specie quelli di dimensioni ridotte, hanno infatti emanato delibere nelle quali viene scritto – a chiare lettere – che il veicolo al servizio di un disabile pur se dotato di regolare contrassegno deve comunque pagare la sosta oraria. Alcuni hanno persino installato nei parcheggi il segnale stradale con il disegno della sedia a rotelle e sotto la scritta sosta a pagamento sulle strisce blu. Viva la faccia!

Ma vi è di più, perché le persone con disabilità vivono anche una discriminazione territoriale, perché se un disabile vive a Roma e malauguratamente è costretto a parcheggiare sulle strisce blu non è tenuto al pagamento della sosta, mentre se vive a Orbetello paga. Ora, non che la cosa meravigli in sé, visto che siamo uno dei paesi più arretrati e insensibili alle esigenze di chi ha una mobilità ridotta, basti guardare al tema delle barriere architettoniche.

Tuttavia ingenuamente ci si aspetta che, posto il problema alle istituzioni competenti, la cosa si possa risolvere non diciamo in una settimana e neppure in un mese, ma in un anno magari sì. Soprattutto ce lo si aspetta dagli ultimi due governi nei cui programmi veniva dichiarata la massima attenzione e impegno per risolvere le tante problematiche delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

Nel 2018, oltre 50 deputati di diverse forze politiche (PD, FI, FdI e LeU) prima firmataria l’on. Maria Chiara Gadda (Italia Viva), avevano sottoscritto la richiesta di chiarimento e anche il M5S aveva presentato la sua proposta. Dopodiché non è cambiato nulla. E infatti ne stiamo ancora a parlare. Una differenza però va fatta. Perché mentre la commissione Trasporti della Camera dei Deputati ha almeno provvisoriamente accolto all’unanimità la proposta nel corso dell’iter di riforma del codice della strada, il governo invece latita e in alcuni casi fa ostruzionismo.

Le obiezioni tecnico/burocratiche che sono state sollevate sono le più varie. Tralasciamo quelle meno serie del tipo “ma cosi un’auto che ha il contrassegno parcheggia gratis anche se non c’è la persona con disabilità”, dimenticando che l’utilizzo abusivo del contrassegno è già severamente sanzionato.

Quelle apparentemente più serie hanno sollevato il tema della copertura per le eventuali e non quantificabili mancate entrate comunali. Questa obiezione è politicamente molto pericolosa perché – al di là della sua fondatezza o meno – comporterebbe di fatto che il riconoscimento del diritto alla mobilità della persona con disabilità verrebbe accolto solo in subordine al reperimento di presunte entrate a favore di un Comune o, peggio ancora, per tutelare società che gestiscono i parcheggi a pagamento in concessione.

Seguendo questo ragionamento, se oggi si volesse ridurre l’importo di una contravvenzione stradale, perché la si ritiene eccessiva sotto il profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità della violazione, dovremmo prima individuare la copertura finanziaria, poiché da quella riduzione scaturirebbero meno entrate comunali.

Siamo giunti al paradosso che la “contabilità di Stato prevale su diritti e principi costituzionali della persona. Detto questo, appare evidente che il tema della copertura su questa proposta neppure c’è, per due evidenti ragioni: la prima è che si tratta di chiarire ciò che è già previsto dal nostro ordinamento (a legislazione vigente) sia pure non in maniera puntuale, prova ne è che tanti Comuni non si sono mai sognati di far pagare alcunché.

La seconda è che nel testo approvato e da tempo fermo alla Camera dei Deputati è già prevista una copertura, attraverso l’incremento della contravvenzione per coloro che sostano sugli stalli per disabili senza averne diritto. Ci chiediamo, quindi, perché tanta approssimazione e superficialità. Forse una ragione è che oggi molte questioni vengono lasciate al parere degli uffici tecnici ai quali manca (e d’altronde non è richiesta) una visione sociale e politica dei problemi.

Il risultato è che la classe politica non è in grado di decidere, al massimo promette volentieri senza mantenere. Per esempio, l’ultima obiezione di questi giorni è che il tema delle strisce blu sarebbe di competenza dei Comuni e, quindi, il governo non può intervenire. Altra cosa manifestamente errata perché la norma è relativa al Codice della Strada (art.188) ed è di competenza statale.

Sul tema Comuni vogliamo concludere ricordando che il vice presidente vicario dell’ANCI on. Roberto Pella (Forza Italia ) ha già pubblicamente dichiarato che questo chiarimento normativo è giusto e necessario tanto da avere già presentato un ordine del giorno per chiedere al governo di agire.

Nella stessa direzione si è mossa la Lega con un’iniziativa dell’on. Elena Maccanti. Il governo però non agisce e nel frattempo migliaia di famiglie aspettano di avere un diritto che già gli spetta. Ma è credibile che in questa ridda di decreti legge con tanti articoli, commi, rubriche e con tanti miliardi di euro messi a disposizione, non si trovi il modo di approvare questa piccola norma di civiltà? La risposta è no, non è credibile.




Lo spettro del voto non salva Bonafede

di AUGUSTO MINZOLINI*

L’esponente di governo grillino la buttà lì, quasi sottovoce: «Bonafede di menate ne ha fatte tante, ma il «no» alla nomina di Di Matteo al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap) non è farina del suo sacco. È venuto da molto, molto in alto».

La politica è la sala degli specchi, dove spesso confondi l’immagine riflessa con quella vera. Se poi in Italia la politica si intreccia con la giustizia, rischi di finire in un labirinto dove fatalmente ti perdi. Questa è l’esperienza che ha fatto il ministro Bonafede due anni fa, quando, a digiuno dei meccanismi di governo e di Palazzo, con l’entusiasmo di chi dopo aver fatto il dj, l’avvocato di provincia e il militante grillino, si è ritrovato sulla poltrona del Guardasigilli e ha sognato per 24 ore – di fare la rivoluzione.

Ora il capo della delegazione 5s al governo rischia di pagare a caro prezzo quel sogno repentino, subito interrotto, perché una vicenda si tira dietro l’altra, e come spesso avviene le toppe non riescono a chiudere tutti i buchi. «Il caso osserva uno dei dominus della maggioranza potrebbe essere il sassolino nell’ingranaggio che provoca l’incidente irreparabile per Conte e il suo governo». 

La pensata di Bonafede di allora, quella che doveva dare il segno del cambiamento e che il ministro si rimangiò in 24 ore, fu proprio quella di proporre al magistrato antimafia Di Matteo, eroe 5s, la direzione del Dap. L’idea aveva un suo perché nella liturgia grillina. Solo che il magistrato era stato anche il grande accusatore nel processo sulla trattativa Stato-mafia, quella dei primi anni ’90, che si imperniò proprio sul fatto che nell’estate del ’93 il responsabile del Dap dell’epoca decise di togliere centinaia di mafiosi dal regime di carcere duro.

L’operato del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di allora, quindi, è stato l’elemento centrale delle teorie che stavano alla base delle congetture sulla «trattativa». Una storia che per anni ha messo a dura prova i nervi ai piani più alti delle istituzioni. Addirittura, per fare un esempio, nell’ambito di quella vicenda furono distrutte un unicum nella storia di un Paese come il nostro le intercettazioni di quattro conversazioni telefoniche tra l’allora capo dello Stato, Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino.

Come pure il Nap non esitò a mettere in relazione la morte del suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio con le polemiche su quei fatti: «È stato esposto disse a insinuazioni ed escogitazioni ingiuriose». Senza contare che l’altro pm che lavorò sulla «trattativa» insieme a Di Matteo, Ingroia, finì proprio per questioni legate a quell’inchiesta al centro di tante polemiche che lo hanno emarginato e, poi, spinto fuori dalla magistratura. 

Figurarsi, quindi, se due anni fa dalle parti del Colle che è stato il grande mallevadore dei governi a partecipazione grillina, che ha sempre rivendicato una sorta di «continuità» con il decennio di Napolitano, potesse essere vista di buon occhio l’idea di nominare Di Matteo al Dap: paragonandola con le vicende di oggi è come se proponessero al leader cinese Xi Jinping di mettere il Segretario di Stato Usa, Michael Pompeo, il grande accusatore di Pechino per la pandemia, a capo del laboratorio di Wuhan.

Si chiamano “moral suasion” ed è inutile stare appresso ai nomi di chi le esercita, l’importante è per conto di chi: per cui quella proposta fuggita, quella promessa a Di Matteo durata poco più di un giorno, alla fine il Guardasigilli si rese conto che non era in condizione di mantenerla. I timori dei mafiosi non c’entrano nulla, semmai il grillino Bonafede per la prima volta si immerse nella realpolitik. «La cazzata del ministro – è la diagnosi dell’azzurro Enrico Costa non è quella di non aver nominato Di Matteo, ma di averci pensato. Ora dovrà dirci se ci sono state interferenze, anche istituzionali, su quelle nomine».

il magistrato Nino Di Matteo

«Ho fatto con Di Matteo – confida il leghista Luca Paolini l’accademia della guardia di finanza nell’86-87. Io lo avrei nominato al Dap, è un tipo che non guarda in faccia nessuno… ecco perché penso che nella mancata nomina ci siano state altre varabili…». Siamo al festival del «detto e non detto». Per cui la cartina di tornasole in questa vicenda che ha mille implicazioni, che mette sotto stress le fila del giustizialismo nostrano, sono i comportamenti.

Se si sceglie questa chiave di lettura si capisce perché Di Matteo abbia sputtanato l’espressione è azzeccata un ministro amico come Bonafede: per lui il processo sulla trattativa, il Dap e tutto il resto, sono ferite ancora aperte. Si arguisce perché il primo a scendere in difesa del Guardasigilli sia stato il vicesegretario del Pd, Andrea Orlando, e non un grillino. Si intuisce perché l’intemerata contro Di Matteo l’abbia recitata l’ultimo capo delle toghe rosse, il magistrato Armando Spataro, mentre l’icona grillina tra i giudici, Piercamillo Davigo, sia rimasto in silenzio.

Si desume perché il maître à penser del giustizialismo nostrano, , Piercamillo Davigo,di questi tempi esperto arrampicatore di specchi, con un rocambolesco ragionamento abbia dato ragione a Bonafede senza dare torto a Di Matteo per non mettere nei guai l’amato governo. Si comprende perché proprio ieri dal Quirinale, forse «per riconoscenza», abbiano fatto sapere che in caso di crisi di governo (magari su Bonafede) sarebbero inevitabili le elezioni: in questo strano Paese si rinviano le elezioni a scadenza naturale (le amministrative) e si minaccia di anticipare le politiche. E ancora, si percepisce perché nessuno dei grandi giornali né Il Corriere, né La Repubblica abbia messo la notizia dello scontro tra ministro e magistrato in prima pagina. E, infine, si fiuta il disagio dei deputati grillini che ieri hanno chiesto conto a Bonafede perché abbia detto di no a Di Matteo.

E già, è il tipico incidente che potrebbe innescare una crisi di governo. Se Salvini presenterà al Senato una mozione di sfiducia poco politicizzata, ma tutta orientata sugli errori di Bonafede, che contenga qualche elemento garantista, non è detto che l’altro Matteo non colga la palla al balzo. In fondo Renzi aveva chiesto le dimissioni di Bonafede tre mesi fa, lasciandogli solo spiraglio di rivedere la sua legge sulla prescrizione: sul punto il ministro non ha fatto nulla. In più si sono aggiunte altre defaillance: l’assenza di piani per l’epidemia nelle carceri, le rivolte con 13 morti, la concessione di regimi diversi di detenzione a centinaia di mafiosi.

Dopo tutto ciò, se il leader di Italia Viva non votasse una mozione di sfiducia contro Bonafede, «perderebbe la faccia» (il concetto è suo). Un fatto del genere sarebbe la scintilla per arrivare ad un nuovo governo, a meno che Conte non decida di andare avanti con un altro Guardasigilli. «Se Salvini gioca bene le sue carte confida Faraone il capogruppo dei renziani a Palazzo Madama, i numeri al Senato per mandare a casa Bonafede, potrebbero davvero esserci».

*tratto dal quotidiano IL GIORNALE