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15 Marzo 2026 13:43

Biennale Arte. Il destino europeo si gioca in Ucraina, Venezia val bene un divieto

"Diciamo la verità. La causa dell’Ucraina e le proteste contro l’aggressione russa non incontrano più un gran favore presso la nostra opinione pubblica. Altre urgenze, altre priorità, si sono fatte largo"
di Marco Follini

Quello della presenza russa alla Biennale di Venezia appare il classico caso in cui due buone ragioni si combattono l’un l’altra. Da un lato c’è il principio della libertà della cultura, laddove si vorrebbe separare l’opera d’arte dal retroterra politico e nazionale che la racchiude. Dall’altro c’è il principio quasi opposto -quasi- secondo cui la libertà delle persone e la causa dei popoli aggrediti richiedono una tutela che va molto oltre le convenzioni della diplomazia e quelle della consuetudine.

Si aggiunga che a incarnare questi due principi sono due figure politico-culturali – il presidente Buttafuoco e il ministro Giuli – che sono entrambe figure di principio, di lettura e di scrittura. E dunque assai portati, tutti e due, a tener fermi i propri punti di vista. Come si sta largamente vedendo in questi giorni. Nel caso della Biennale temo vi sia una sfumatura in più che complica le cose. E cioè l’illusione che un gesto di diplomazia culturale (o magari sportiva) possa aprire la strada alla diplomazia tout court. Come quella volta che un incontro tra le due squadre di ping pong degli Stati Uniti e della Cina, disputata a Pechino negli anni della guerra fredda, aprirono la strada al dialogo tra due potenze che non si erano mai neppure diplomaticamente riconosciute a vicenda.

Così intorno alla questione finisce per addensarsi un principio politico e diplomatico globale. Che è poi il nodo che avvolge tutto quello che una volta si chiamava ‘Occidente’. Quel luogo che prima sembrava essere il ponte di comando del mondo e che ora appare piuttosto il bersaglio del vituperio altrui e delle incertezze proprie. Ed è qui, proprio qui, che passa la contraddizione che ci attraversa. Infatti siamo il continente più dedicato alla tessitura della diplomazia, ma anche a questo punto quello più attraversato dalle dispute che dividono il pianeta. E la ‘questione’ russa, chiamiamola così, ai confini stessi dell’Europa, metà fuori e metà dentro, è il cuore dell’ansia che ci attanaglia. Una doppia ansia, se vogliamo, Di chi vorrebbe redimere la Russia nel nome di Dostojevski e di Tolstoi. E di chi vorrebbe piuttosto difendersi dallo spettro delle sue molte forme di autocrazia -da Stalin a Putin. Ed è quasi vano dirsi e ripetersi che le due cose sono giuste entrambe, e che tra loro andrebbe trovato un miracoloso punto di sintesi.

La realtà è che la sintesi non c’è. E che il dilemma russo ci costringe a una scelta estrema, per quanto essa non sia nella nostra natura. O normalizziamo i rapporti con la Russia, finendo per considerare l’aggressione all’Ucraina come una pagina brutta ma non troppo e secondo alcuni perfino giustificata da qualche eccesso altrui. Oppure invece teniamo il punto sul fatto che l’aggressione putiniana rappresenta la prima violazione dei confini internazionali che avviene dalle nostre parti dopo quelle delle armate tedesche agli ordini di Hitler. E se si segue il filo di questa seconda interpretazione non c’è Biennale che tenga. Ogni gesto che appare di pura cortesia, ogni concessione al bon ton, ogni illusione di separatezza tra cultura e geopolitica, ci porta senza accorgercene verso i minacciosi lidi dell’appeasement.

Il punto è che l’appeasement, purtroppo, ha sempre un suo fascino. Evoca fantasia e buona volontà, illudendo che le soluzioni non siano troppo lontane. O almeno non così irraggiungibili come ammoniscono le rigorose prediche altrui. E però quella flessibilità che pure ci appartiene e ci risulta quasi sempre più simpatica ha dentro di sè, accanto alla virtù della buona volontà, il vizio dell’illusione. Cioè l’idea che le buone prediche a furia di essere recitate sortiscano qualche effetto anche nell’animo dei leader politici più efferati e dei sistemi dittatoriali più ferrei e determinati.

Diciamo la verità. La causa dell’Ucraina e le proteste contro l’aggressione russa non incontrano più un gran favore presso la nostra opinione pubblica. Altre urgenze, altre priorità, si sono fatte largo. Ma non va mai dimenticato che il destino europeo continua a giocarsi da quelle parti. E che laggiù quel destino si gioca appunto con una drammaticità che noi tendiamo un po’ troppo a rimuovere, infastiditi da quel suo protrarsi oltre ogni limite di tempo e di ferocia. Per questo io credo che -al bivio tra la cortesia e la resilienza- per una volta Venezia valga bene un divieto.

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