Acciaio, lo strano matrimonio Stato-Mittal per salvare Taranto (forse) nel 2040

Acciaio, lo strano matrimonio Stato-Mittal per salvare Taranto (forse) nel 2040

Il governo Conte riscopre lo Stato nell’economia. Come prima di lui aveva fatto Dini, il presidente del consiglio che ha privatizzato l’Ilva nel 1995…

di TONIO ATTINO

Dal 26 luglio 2012, giorno in cui la magistratura mise sotto sequestro gli altiforni e arrestò dirigenti dell’azienda e rappresentanti della famiglia Riva, un fronte molto ampio (governo, sindacati, economisti) immagina una soluzione definitiva per rendere lo stabilimento siderurgico Ilva di Taranto efficiente e compatibile con l’ambiente. Nonostante gli sforzi e gli otto anni trascorsi, l’operazione non sembra ancora riuscita. Con iniziative di emergenza e un dibattito infinito, sei diversi governi hanno approvato una dozzina di decreti legge e il settimo attualmente in carica – il Governo Conte 2 – si accinge a varare un’operazione che riporterà sostanzialmente il calendario venticinque anni indietro.

Il presidente del consiglio Conte vuole rimettere lo Stato nell’industria, come un tempo. Sembrava impossibile, però la storia a volte segue percorsi strani.  Se proviamo un po’ a riepilogare quanto è accaduto ma non partendo da troppo lontano (quindi non dal 1960, periodo d’oro dell’Iri, che promosse la costruzione dell’Italsider, cioè il quarto centro siderurgico italiano dopo Bagnoli, Genova e Piombino), troviamo nel 1995 un momento chiave. E’ l’anno in cui l’Italia si liberò dell’acciaio segnando una tappa importante nelle privatizzazioni, ossia nella fine dello Stato nell’economia. Ma il confine che sembrava avere diviso il passato statalista dal futuro liberista non è più così netto. La storia è questa, all’ingrosso.

LO STATO E IL MERCATO

Nel 1995 l’Italia si sbarazza dell’acciaio pubblico cedendolo al Gruppo Riva, che lo acquista per 1649 miliardi di lire, riuscendo a pagarlo comodamente con i profitti aziendali. Pagando l’Ilva con i soldi dell’Ilva, Riva fa un affarone e seguita a gestire una fabbrica distesa su quindici chilometri quadrati, rimasta esattamente come era stata progettata a metà Novecento: cinque altiforni, due acciaierie, tre tubifici e una imponente capacità di inquinare. Ma vent’anni dopo (e in conseguenza dell’inchiesta della procura di Taranto per disastro ambientale) lo Stato si riprende l’Ilva, la vecchia Italsider: la espropria ai Riva per trasferirla nelle mani di ArcelorMittal.

Emilio Riva, patron del Gruppo Riva

Dopo l’aggiudicazione avvenuta nel 2017 (fitto di due anni con obbligo di acquisto, 1,8 miliardi il prezzo), ora lo Stato progetta di diventare socio di ArcelorMittal per evitare che si svincoli dagli accordi contrattuali lasciando Taranto e le sua vecchia, sterminata fabbrica. Chi potrebbe davvero gestire un simile gigante? 

Il governo Conte, tornando un po’ al passato, vuole impegnare nell’iniziativa le risorse di Invitalia, agenzia per lo sviluppo che fa capo al Ministero dell’ Economia, come peraltro, recentemente, ha messo la Cassa depositi e prestiti nella società Autostrade. Quindi lo Stato nuovamente nella siderurgia. Per rilanciarla. Renderla più moderna. Trasformarla in un’azienda rispettosa dell’ambiente e della salute delle persone. L’obiettivo dichiarato del governo Pd-Cinquestelle è questo: non è esattamente la linea del governo di centrosinistra guidato da Paolo Gentiloni (Pd) appena tre anni fa. 

Curiosamente, ma neanche troppo vista la piega che hanno poi preso gli eventi, il primo a parlare di nazionalizzazione dell’Ilva di Taranto fu nel 2014 colui che l’aveva privatizzata nel 1995 vendendola a Emilio Riva: Lamberto Dini. Il presidente del consiglio cui era toccato il compito di ratificare la cessione dell’azienda siderurgica di Stato con un governo tecnico appoggiato da centrosinistra e Lega Nord, sostenne pubblicamente, nel pieno della bufera giudiziaria, che qualora non si fosse trovato sul pianeta qualcuno disponibile ad acquisire l’Ilva dopo l’uscita di scena dei Riva, l’Italia avrebbe dovuto nazionalizzarla per garantire la prosecuzione di una produzione strategica per l’economia.

Si può eccepire che la produzione siderurgica fosse strategica anche vent’anni prima, quando l’Ilva venne privatizzata, ma a questo punto la considerazione è superflua. Fatto sta che la strada indicata da Dini nel 2014 torna attuale oggi, benché la faccenda, nel nome del mercato, sembrava essersi risolta con l’arrivo di ArcelorMittal. Evidentemente ogni cosa definitiva si rileva alla fine piuttosto provvisoria.

MITTAL PROMOSSO E BOCCIATO

In effetti nel 2017 il governo Gentiloni e il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda fanno una scelta di mercato: preferiscono puntare, anziché su AcciaItalia guidata dalla manager Lucia Morselli (ne fanno parte il gruppo indiano Jindal, Arvedi, la finanziaria Delfin di Leonardo Del Vecchio), sulla Am Investco, in cui inizialmente figura anche Marcegaglia. In cima ad Am Investco c’è la famiglia Mittal. L’impero industriale indiano dell’acciaio che nel 2007, con un’offerta pubblica di acquisto, ha conquistato la francese Arcelor dando vita ad ArcelorMittal, è il primo gruppo siderurgico al mondo, una garanzia.

Al governo italiano pare la scelta migliore, sebbene già in Francia la famiglia Mittal abbia dato prova della risolutezza con cui tratta le sue questioni industriali. Appena arrivata, ha chiuso l’area a caldo dello stabilimento di Florange, affrontato una rivolta popolare e le ire del governo francese riuscendo a imporre la sua linea. L’Italia decide che è quello il cavallo su cui puntare per salvare l’Ilva e dare continuità a una produzione strategica. 

Il Comune di Taranto avalla la scelta e il sindaco Rinaldo Melucci, incontrando Lakshmi e Aditya Mittal, padre e figlio, si mostra fiducioso e sorridente per la foto ricordo. “L’obiettivo – dice – è rendere quello di Taranto lo stabilimento pilota per innovazione e ricerca che coniughi l’ambizioso progetto di ArcelorMittal con il coinvolgimento delle migliori energie della città, dell’Università, delle forze sociali e delle categorie produttive”.

Manifesta dissenso Lucia Morselli. Sconfitta con il suo schieramento, sottolinea come Jindalavrebbe fatto dell’Ilva il suo unico centro di sviluppo in Europa, non una delle tante filiali di un impero che ha il suo centro altrove”. Ma nell’ottobre 2019 passa dall’altra parte, ingaggiata come amministratore da ArcelorMittal al posto di  Matthieu Jehl. Nel momento in cui la società siderurgica annuncia di voler sciogliere il contratto di acquisto con un’iniziativa giudiziaria, si mette nelle mani di un manager avvezza alle vertenze, celebre per il suo scontro con i sindacati nel 2014 per la ristrutturazione di Acciai Speciali Terni, controllata dalla ThyssenKrupp

La risoluzione del contratto chiesta da Mittal al tribunale di Milano è giustificata inizialmente dalla decisione del governo italiano di togliere lo “scudo penale”, ovvero quella norma costruita per evitare che i commissari straordinari mandati a gestire l’Ilva nella fase post Riva potessero incappare in qualche procedimento penale.

Uno dei più convinti della necessità di lasciare intatto lo “scudo” è Marco Bentivogli, segretario generale della Fim, il sindacato metalmeccanici della Cisl. A suo giudizio il governo, cambiando le carte in tavola, si assume la responsabilità di legittimare il disimpegno di Mittal. In realtà un mese dopo Lucia Morselli lo smentisce dicendo che, con o senza lo scudo, Mittal andrà comunque via da Taranto.

Marco Bentivogli ex segretario generale FIM CISL

Impegnato a spiegare al mondo ciò che il mondo non capisce, Bentivogli sostiene la linea secondo cui le aziende hanno bisogno della certezza del diritto. Perciò si è battuto affinché i lavoratori metalmeccanici della grande fabbrica approvassero, a settembre 2018, la scelta di Mittal. Con una percentuale del 94% a favore, i dipendenti del centro siderurgico sostengono Cgil, Cisl e Uil. E danno il benvenuto a Mittal. Ci credono. Oppure temono che l’alternativa sia il nulla.

LA STRATEGIA DI MITTAL

Quello sulla certezza del diritto (nel mondo e anche a Taranto) è un apprezzabile discorso di civiltà. Ciascun individuo avrebbe bisogno della certezza del diritto. E in effetti se in Italia vi fosse un diritto certo, Taranto non potrebbe avere in funzione un’area a caldo (gli altiforni) dieci volte più grande di quella smantellata a Genova nel 2005 perché incompatibile con la salute dei genovesi. Ma nonostante la magistratura l’abbia messa sotto sequestro otto anni fa (il processo di primo grado non è ancora concluso), sei governi l’hanno tenuta in funzione e il settimo – il Conte 2 –  sta meditando una soluzione per mettere i soldi dello Stato in una società della famiglia Mittal per gestire una fabbrica mostruosamente grande, addossata all’abitato e i cui effetti nefasti sulla salute sono dimostrati ormai da studi dell’istituto superiore di sanità e perfino, 24 anni anni fa, cioè nel 1996, dall’organizzazione mondiale della sanità. 

Il risultato è che le carte in tavola le cambia Mittal, con uno stile già sperimentato in Francia. Minacciando di lasciare Taranto, la società franco-indiana riesce a modificare a suo vantaggio le condizioni contrattuali per ritrovarsi uno stabilimento grande quanto cinquant’anni fa ma con un quinto dei dipendenti e per di più con l’aiuto finanziario dello Stato. Cosicché quel centro siderurgico che aveva 21mila dipendenti negli anni settanta (trentamila con l’indotto) e quasi dodicimila con Riva, oggi con ArcelorMittal ne ha 8.200, su una forza lavoro complessiva di 10.700. Ma sono troppi.

Perciò Mittal ha messo nel suo nuovo piano industriale uno sfoltimento degli organici (scendendo a 7500 unità) e ora il governo vuole che Invitalia entri nel capitale della società, alleandosi con Mittal. Probabilmente perché non ha alternative. Probabilmente perché vuole evitare che Mittal rimescoli ancora le carte conquistando altro terreno. Probabilmente perché, se Mittal lascia portandosi dietro il portafoglio-clienti, la vecchia Italsider-Ilva è finita.

Ecco, la geniale operazione Stato-Mittal dovrebbe essere più o meno questa. Il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci, che pure aveva accolto con fiducia la società indiana entrando in rotta con Michele Emiliano (come lui del Pd ma sostenitore di uno stabilimento alimentato a gas e non più a carbone), ora va in direzione opposta. Come già accaduto a Genova, vorrebbe un accordo di programma per chiudere l’area a caldo.

Michele Emiliano presidente Regione Puglia

Per fare cosa? Non si sa. E non può chiederlo neppure a Bentivogli, che nel frattempo ha lasciato il sindacato. Taranto è un laboratorio di un mondo al contrario. Dove il diritto può conformarsi alle esigenze di una fabbrica e la logica svanisce dietro l’orizzonte inafferrabile del futuro. 

CONDANNATI ALL’INQUINAMENTO

Poi però un giorno accade un imprevisto abbastanza prevedibileMentre si continua a discutere sui destini della fabbrica, il maltempo incrina equilibri già precari. Una tempesta di vento trascina in un enorme vortice i minerali stoccati nei “parchi” Ilva sull’area più vicina della città, il quartiere Tamburi, facendolo scomparire in una nebbia fittissima. E’ il 4 luglio 2020. Nonostante il dibattito, tutto pare fermo al 1960, cioè all’anno – era il 9 luglio, sono passati sessant’anni esatti – in cui fu posata la prima pietra dello stabilimento di Taranto.

Prima che venissero ideate  le collinette ecologiche come barriera tra la fabbrica e la città, costruite (la magistratura le ha messe sotto sequestro nel febbraio 2019) con sostanze pericolose: cosicché hanno inquinato più dell’inquinamento che avrebbero dovuto evitare. Prima che la fantastica “ingegneria industriale” inventasse le barriere antipolvere, grandi teli issati intorno alla fabbrica ma incapaci di fermare le polveri minerali e di impedirne la diffusione sulla città.

Prima che la politica para-ambientalistica proponesse i wind days, ossia la chiusura delle scuole nei giorni di vento, quando le polveri inquinanti finiscono dovunque. Prima, infine, che un altro attacco acuto di gigantismo partorisse due capannoni enormi (ciascuno grande 700 per 254 metri, con un’altezza di 77 metri, costo totale 300 milioni) per coprire una parte dei “parchi minerali”, dove vengono stoccate le materie prime destinate ad alimentare il ciclo siderurgico. Un altro intervento non risolutivo. Perché il 4 luglio, anno di scarsa grazia 2020, una nube rossa densa di minerali sollevatasi dai “parchi” non coperti dell’Ilva oscura il quartiere Tamburi e le case oltre le collinette ecologiche. 

Gli ambientalisti e il variegato fronte cui sente di appartenere chi vuole tutelare la salute (soprattutto la salute dei bambini) ha costituito un comitato per sollecitare il ministro dell’ambiente a non concedere altre proroghe all’azienda sugli adempimenti di legge e a fare rispettare la sentenza con la quale la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto (gennaio 2019) che lo Stato italiano non ha difeso la salute dei cittadini di Taranto.

Così ora il sindaco Melucci vuole che si chiuda l’area a caldo, come a Genova. E si indigna perfino Stefano Patuanelli, il ministro allo sviluppo economico. Come fossero appena sbarcati da un’astronave, i politici di prima linea si sorprendono di ciò che è noto da sempre. Ma la soluzione c’è ovviamente. Il gas? No. L’idrogeno. Via l’area a caldo. Via gli altiforni. Ci saranno i forni elettrici. Lo stabilimento siderurgico di Taranto verrà successivamente alimentato con l’idrogeno. Lo Stato entrerà nuovamente nella siderurgia e renderà quello pugliese il più grande impianto non inquinante. Sostenibile. Green. 

Carlo Calenda

L’ex ministro Calenda la fa breve:Sono cazzate. La produzione a idrogeno non esiste”. Ha ragione. Esisterà, un giorno, forse. Ma non sappiamo quando. E non sappiamo quanti governi si succederanno. E quanti Mittal – tanti o nessuno – metteranno le mani sull’acciaio. E quante scelte definitive e provvisorie faranno di Taranto un laboratorio in cui si decide tutto e non si decide mai.

Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo della commissione europea, conferma che “questa trasformazione richiederà molto tempo”, ma con un “piano per i prossimi 20 anni potremo dare un futuro veramente sostenibile utilizzando le risorse del Just Transition Fund per dare a Taranto la possibilità di mantenere un’industria dell’acciaio”. 

Duemilaventi più venti. L’addizione è semplice, così la soluzione ha una data: 2040. Chi ha creduto a tutto, può credere anche a questo.

*tratto dal blog https://tonioattinoblog.wordpress.com

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