Entra in una fase delicata l’indagine sull’attentato al conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. In settimana verrà fissata l’udienza di fronte al Tribunale del Riesame per Valter Lavitola, attualmente ristretto nel carcere romano di Rebibbia con l’accusa (e confessione) di essere il mandante dell’attentato in danno dell’amico giornalista. Circostanza che l’imprenditore ha già ammesso durante l’interrogatorio di garanzia, offrendo però un movente diverso rispetto a quello ricostruito dalla Procura: ha sostenuto di avere agito per preoccupazione, perché temeva che Ranucci fosse in pericolo a causa delle inchieste svolte e quindi voleva ottenere un innalzamento del suo livello di protezione. Secondo il pm Edoardo De Santis della DNA e i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma, invece, l’obiettivo di Lavitola era quello di aumentare ulteriormente la popolarità del conduttore in vista di un suo ingresso in politica, da lui caldeggiato
Una confessione parziale, il silenzio degli esecutori materiali che sta per essere interrotto, uno dei protagonisti dell’inchiesta che è ancora latitante in Camerun, da dove, comunque, continua a rilasciare interviste.
Gli avvocati Sergio e Arturo Cola difensori del faccendiere-ristoratore, stanno lavorando alla memoria da depositare ai giudici. Insisteranno in particolare su un dato: la mancanza del rischio di fuga, nonostante Lavitola, con un passato di latitanza, fosse in partenza per il Camerun dopo l’arresto, avvenuto il 30 giugno, degli esecutori materiali dell’attentato. Era il 4 luglio, la partenza per Fiumicino dell’imprenditore era stata interrotta dalla perquisizione dei Carabinieri. In quella circostanza Lavitola aveva appreso di essere indagato come “mandante” dell’attentato a Sigfrido Ranucci, ipotesi accusatoria che in un primo momento negava, ed ammetteva successivamente dopo l’arresto. I legali di Lavitola sostengono che da quel giorno gli inquirenti sarebbero stati costantemente informati di eventuali spostamenti del loro assistito, a dimostrazione della sua intenzione di non fuggire per sottrarsi alle indagini.

Dopo l’arresto avvenuto lo scorso al 10 agosto, Lavitola Interrogato dal gip, ha ammesso di avere organizzato l’attentato, ma la motivazione fornita è stata giudicata “inverosimile” e “fumosa“. Per questo motivo adesso ha intenzione di rilasciare nuove dichiarazioni di fronte al Tribunale del Riesame. Ma Lavitola non è l’unico che intende parlare. I quattro avellinesi arrestati con l’accusa di essere gli esecutori materiali dell’attentato, che finora si erano avvalsi della facoltà di non rispondere, hanno chiesto di essere sentiti dal pm. Ad ingaggiarli sarebbe stato Clesio Gomes Tavares, braccio destro di Lavitola, attualmente latitante in Camerun. Gli avellinesi guardando dal carcere un servizio del telegiornale sulla perquisizione a carico di Lavitola, ignari di essere intercettati “mostravano una forte apprensione e curiosità in merito agli sviluppi giudiziari, desiderosi di apprendere la linea difensiva di Lavitola: Io voglio sapere che dice lui!”, si legge negli atti.
Quando era stato ipotizzato il movente, cioè che l’attentato fosse una farsa organizzata per “fare del bene” a Sigfrido Ranucci, “i detenuti esplodevano in una clamorosa manifestazione di giubilo, applaudendo e incitandosi vicendevolmente. Il gruppo attribuiva questa linea difensiva all’astuzia di Lavitola”. E non solo. Infatti un ulteriore e significativo elemento di compiacimento per i tre detenuti risiedeva nella certezza che i progressi investigativi non derivassero da una loro debolezza o collaborazione, bensì da errori o “tradimenti” interni alla fazione dei mandanti, i quali secondo loro avrebbero iniziato a scaricarsi le colpe a vicenda: “Si sono venduti tra di loro, noi siamo stati uomini!”“, dicevano, “auspicando ulteriori e approfondite indagini”. Durante l’interrogatorio, Walter Lavitola ha ribaltato le carte in tavola sostenendo di avere commissionato a Tavares un’azione dimostrativa più lieve, cioè di sparare qualche colpo di pistola contro il muro della casa di Ranucci. La banda, invece, aveva piazzato una bomba fatta con gelatina da cava.





