Mentre gli avvocati della coppia Minetti-Cipriani minacciano azioni legali milionarie ai media e la procura generale di Milano fa intervenire l’ Interpol in Uruguay, ancora una volta sono dei giornalisti a scoprire i presunti testimoni, le cui parole se verificate dalla Magistratura farebbero decadere immediatamente la “grazia” concessa dal Quirinale a Nicole Minetti.
E’ stato l’inviato del Fatto Quotidiano, il collega Thomas Mackinson, a scoprire in uruguay l’esistenza ed il ruolo di Graciela Mabel De Los Santos Torres che per vent’anni ha lavorato facendo massaggi nel ranch Gin Tonic di Giuseppe Cipriani e Nicole Minetti a Punta dell’ Est. La donna non sembra essersi arricchita granché vivendo nascosta in un piccolo appartamento, descritto così: “un tinello spoglio, la foto d’una vacanza felice a Rio de Janeiro, un po’ di documenti affastellati su un piccolo mobile” che dice al Corriere “ ”Sono io la testimone dei festini con le escort a Punta del Este”. E no, “Nicole Minetti non ha mai cambiato vita, ha continuato a fare quello per cui era stata condannata in Italia, il favoreggiamento della prostituzione, vivo quasi nascosta da un anno e ho paura, sì, perché capisco bene che le mie parole sono fragili. E là dentro (cioè nel ranch Gin Tonic n.d.r.) , invece, ho visto di tutto“.
Graciela dichiara di aver conservato tutto: “Le chat, la busta paga, i messaggi. Ho imparato a conservare tutto nella vita. In passato ho avuto problemi di violenza domestica con il mio ex marito, anche se oggi ci parliamo ancora. So quanto sia importante tenere prove e documenti, perché quando una donna parla la prima cosa che fanno è cercare di screditarla. Io però non bevo, non mi drogo, cerco di vivere con equilibrio. Nicole non era una presenza occasionale. Viveva lì per lunghi periodi. Tutti la conoscevano. Era lei a scegliere le ragazze: “esta chica me gusta, esta no”. Pensava al loro aspetto, dall’abbigliamento da indossare al parrucchiere. Loro la chiamavano ‘la deputata’, oppure ‘la Madama’. Tutti la temevano. Era molto fredda, calcolatrice. Quando arrivava lei cambiava il clima anche tra le ragazze era di paura“.

La donna riferisce di aver cominciato a lavorare per Cipriani a 23 anni. “Facevo massaggi anche a casa sua. All’inizio era un ambiente diverso: feste, modelle, gente ricca. Poi, col tempo, tutto è diventato altro. Un sistema. Un posto dove arrivavano continuamente ragazze da Brasile, Argentina, Italia per ricchi imprenditori, politici e ospiti importanti. Prima c’erano le presentazioni, gli imprenditori, il jet set argentino, brasiliano ed europeo. Poi restavano gli ‘amici di casa’. E lì iniziavano alcool, droga e sesso.” Un ambiente frequentato da “imprenditori molto importanti e politici, sia uruguaiani che italiani”. La donna sostiene di avere subito molestie: “Giuseppe pretendeva massaggi sempre più intimi. A un certo punto mi chiese apertamente massaggi erotici. Quando mi rifiutai iniziarono i problemi. E Nicole Minetti era lì, presente e indifferente. Una sera Nicole mi accompagnò nella camera di Giuseppe per fargli un massaggio. Lei entrò in bagno a fare la doccia e lui, appena rimasti soli, iniziò a chiedermi cose che io non avrei mai fatto: voleva sesso orale e che andassi a letto con lui. Mi rifiutai e da quel momento cambiarono atteggiamento nei miei confronti. Fu lì che iniziarono i problemi. Semplicemente smisero di chiamarmi. Da un giorno all’altro mi sostituirono con un’altra massaggiatrice disposta a fare quello che io non volevo fare“.
“Mi sono decisa dopo il suo articolo di venerdì scorso, quello sull’accusa di molestie sessuali rivolta a Cipriani negli Stati Uniti da una sua dipendente che per questo fu subito licenziata, e si chiuse con accordi transattivi riservati. Mi sono riconosciuta perché è successo anche a me. Quella ragazza poteva essere figlia mia e ritrovarsi nella stessa situazione. Mi si stringeva il cuore anche per le ragazze che arrivavano qui a Punta del Este nel vederle finire tra le braccia di quegli uomini, anche molto anziani, ma tutti forti del loro potere e della loro ricchezza“, dice la massaggiatrice a Thomas Mackinson. Il Fatto Quotidiano ha visionato chat, screenshot, fotografie, audio, mappe della tenuta e documenti forniti dalla donna. In diversi punti il suo racconto coincide con quanto riferito da altre fonti ascoltate dal giornale. E sulle escort dice: “Una ragazza mi raccontò piangendo di essere arrivata lì quando aveva solo quindici anni, portata dalla madre. Mi parlò di droga, depressione, anni molto difficili. Ho ancora chat e screenshot. Una modella brasiliana mi scriveva messaggi molto affettuosi ringraziandomi perché cercavo di prendermi cura di lei. Io vedevo quelle ragazze come figlie“.
Secondo Graziela nella tenuta si svolgevano “anche cene con figure ai massimi livelli istituzionali uruguaiani. Per noi dipendenti era chiaro che quello fosse un ambiente protetto e intoccabile”. A organizzare tutto “erano intermediari argentini e brasiliani che chiamavano direttamente chiedendo tre, quattro, cinque ragazze. Alcune venivano mandate in giro per il mondo: Dubai, New York, Europa».

La casa di Graciela è a una decina di chilometri dal “Gin Tonic” di Giuseppe Cipriani ma è come fosse sull’altra faccia della terra. Da marzo 2025, da quando s’è licenziata perché “volevo solo andarmene il prima possibile da quell’ambiente tossico”, la massaggiatrice di Punta del Este non s’è mai più avvicinata alla finca di Cipriani e Minetti. Non ha conservato nemmeno una copia dell’accordo concluso attraverso due avvocati di Maldonado, lo studio Aldecoa, per farsi pagare in due tranche i 6mila dollari di “servicios domésticos” in nero che aveva svolto negli ultimi mesi alGin Tonic: “Dietro quelle due parole c’erano ben altre richieste, che ho rifiutato”, dice Graciela ma “la giustizia in Uruguay è una mafia”. Alla fine del breve negoziato col braccio destro di Cipriani, tale Anna, la massaggiatrice “era molto spaventata e s’è accontentata di quei soldi — spiega il suo legale, Bruno Aldecoa —, anche se in questi casi puoi chiederne almeno il doppio“. Graciela racconta di avere visto passare nella finca “Gin Tonic” (nome della magione) modelle, imprenditori, politici e ragazze, anche minorenni, arrivate da Brasile, Argentina, Italia e Uruguay.
Da quand’è esploso il caso della grazia, Graciela ha parlato con i media italiani e uruguagi chiedendo fino a ieri — quand’è uscita con un’intervista pubblica sul Fatto Quotidiano — l’anonimato. La polizia di Punta del Este sa chi è e dov’è: le auto con i lampeggianti passano spesso davanti al suo portone. I carabinieri però sostengono d’aver avuto difficoltà a rintracciarla: “È gestita da un giornalista con cui bisogna prendere contatto”, dicono. “È tutto molto strano”, commenta Eduardo Preve, il periodista investigativo di Montevideo tirato in ballo: Graciela parla e si muove in libertà, è appena stata all’estero, dice d’essere pronta a “testimoniare a sostegno dell’inchiesta” milanese sulla grazia e comunque “nessun investigatore italiano – precisa Preve – mi ha mai contattato“.
Che ruolo aveva Nicole Minetti dentro questo ambiente? “Nicole non era una presenza occasionale. Viveva lì per lunghi periodi. Tutti la conoscevano. Era lei a scegliere le ragazze. Pensava al loro aspetto, dall’abbigliamento da indossare al parrucchiere. Tutti la temevano. Quando arrivava lei cambiava il clima anche tra le ragazze era di paura”. Quanto al figlio di Minetti e Cipriani “la persona che lo seguiva davvero era Fátima, la tata uruguaiana. Viveva praticamente ventiquattr’ore su ventiquattro con lui. Nicole Minetti spesso era altrove per lavoro”. Chissà che lavoro….

Parole fragili, dice Graciela alla stampa. Qualche foto, qualche video e la speranza che altre donne si facciano avanti per sostenere quel che lei è disposta a raccontare ai magistrati della Procura generale di Milano: “Nessuno poteva riprendere nulla, durante le feste. Una volta Nicole Minetti, che in quel momento non era in Uruguay, vide su un social un’immagine pubblicata da una ragazza cinese e diede ordine di non invitarla più“. affermazione questa che conferma l’ipotesi che la Minetti pur avendo oscurato il suo profilo personale sui socialnetwork, probabilmente continua ad accederci anonimamente con un’identità falsa.
E’ pronta a parlare con i magistrati “ma con protezione. – dice – Io non sono una giornalista o un’investigatrice. Sono solo una donna come tante, che ha lavorato lì per vent’anni e che a un certo punto non è più riuscita a sopportate quello che vedeva e a tacere. Non so adesso cosa succederà di me, è chiaro che ho paura. Ma penso che se parlo io per prima, altre donne troveranno il coraggio di farlo. E tutto questo finirà“.
Sulle accuse sottoscritte dalla massaggiatrice, sono scesi in campo gli avvocati della Minetti che già nei giorni scorsi, dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano, avevano annunciato una richiesta di danni per 250 milioni di euro: “Il Fatto Quotidiano invece di prendere atto della realtà, come sarebbe stato lecito attendersi vista la documentazione indiscutibile che ha messo a nudo le innumerevoli falsità che sono state scritte sul procedimento di adozione dei signori Minetti e Cipriani e sulle condizioni cliniche del minore, con danno incommensurabile soprattutto per quest’ultimo, rilancia a suo modo diffondendo ulteriori notizie che nulla hanno a che vedere con la verità”. Per i legali di Cipriani e Minetti “ora, dopo diverse settimane, salta fuori una testimonianza che punta l’indice sullo stile di vita della coppia. Si tratta di circostanze del tutto inveritiere ed anche queste facilmente smentibili, documenti alla mano”. Qualcuno spieghi ai due avvocati che la verità la accertano i Tribunali e non certamente degli avvocati di parte profumatamente retribuiti dai loro clienti.
“La difesa Minetti questa sera ha messo a disposizione dell’autorità giudiziaria competente elementi documentali che dimostrano la oggettiva falsità delle dichiarazioni diffuse dal Fatto Quotidiano sullo stile di vita della propria assistita”. In una nota diffusa martedì sera, gli avvocati dell’ex igienista dentale annunciano di aver consegnato alla Procura generale di Milano carte per smentire il racconto fatto al nostro giornale da Graciela Torres, l’ex dipendente della villa in Uruguay di Giuseppe Cipriani, imprenditore compagno di Minetti. “Si tratta di circostanze di fatto inconciliabili con la testimonianza raccolta e avallata dal giornale, che risulta quindi del tutto inveritiera. La difesa rimetterà alla magistratura ulteriori prove che confermeranno che sono state spacciate come verità affermazioni non verificate e delle quali al contrario era agevole accertare la implausibilità”, affermano i legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi.

La brutta notizia per loro è che nei prossimi giorni, Graciela Mabel De Los Santos Torres sarà identificata dalla Procura generale di Milano. a cui dovrà raccontare gli ipotetici party a luci rosse e un giro di prostituzione all’interno del ranch di Giuseppe Cipriani in Uruguay . Le verifiche stanno proseguendo e i magistrati milanesi attendono ancora degli approfondimenti per i prossimi giorni. Ma forse la Procura di Milano farebbero bene ad indagare anche su quello che accade a Casa Cipriani a Milano, dove secondo alcune frequentatrici le offerte sessuali a pagamento non mancano. Il passaggio dal ristorante alle camere dell’hotel interno è dietro l’angolo. E se a qualcuno dei gestori facessero l’esame dei capelli, quanta polvere… uscirebbe.
L’ Interpol starebbe verificando anche i viaggi internazionali della coppia Cipriani-Minetti per verificare di fatto, quanto tempo passi la coppia realmente con il bambino .

Nel novembre 2020, a diecimila chilometri di distanza, la giustizia percorreva infatti due strade parallele. In Uruguay, un giudice concedeva a Giuseppe Cipriani, come lui ha fatto sapere, e Nicole Minetti l’affidamento temporaneo di un bambino presso la loro tenuta “Gin Tonic”, preferendoli a una coppia uruguaiana incensurata. Nello stesso periodo, a New York, Giuseppe Cipriani veniva citato personalmente nella causa federale numero 20-cv-09802 intentata da María Sol Larrea contro Cipriani Usa Inc. e lo stesso imprenditore. Nell’atto d’accusa della donna (scarica l’atto di citazione) si legge che i suoi locali erano diventati “terreno di caccia” del suo amico Harvey Weinstein. La causa si è chiusa il 30 luglio 2021 con un accordo economico transattivo riservato. Per la legge americana, la transazione non costituisce un’ammissione di colpa né un patteggiamento penale: significa soltanto che le parti hanno raggiunto un accordo rinunciando a proseguire il contenzioso. Resta però un atto giudiziario pubblico rilevante, se pure di parte, perché collide frontalmente con l’immagine di Cipriani restituita nell’istanza di grazia. Assunta nel settembre 2017 come addetta al servizio bottiglie al “Cipriani Downtown Socialista”, con obbligo di tacchi alti, minigonna nera e camicia bianca, María Sol Larrea denuncia di aver subito per due anni molestie sistematiche dal titolare.

Nel fascicolo di causa americana si legge che Cipriani, durante le visite al locale, la fissava con sguardi insistenti al seno e all’inguine. Insisteva perché bevesse shot di alcol durante il turno: ai rifiuti della donna rispondeva “I am your boss”, obbligandola a bere. Più volte, a fine serata, l’avrebbe invitata nel suo appartamento privato. Lei avrebbe sempre rifiutato. L’escalation fisica avviene a metà maggio 2019, un mese dopo che la condanna di Minetti per favoreggiamento della prostituzione era diventata irrevocabile. Cipriani invita la dipendente al nightclub “1Oak” dopo il lavoro. Lei accetta solo portando con sé la supervisora Silvia Porcu e una collega. Nel taxi, sostiene la denuncia, Cipriani “mette la mano sulla gamba della querelante, la fa scivolare sotto la minigonna e cerca di toccarle la vagina”. Racconta di averlo respinto più volte nel tragitto. Alla riapertura estiva del locale, la dipendente viene esclusa dai turni: secondo la causa, una ritorsione per aver respinto le avance.
Dall’atto d’accusa emerge poi un capitolo che collega i locali di Cipriani ad Harvey Weinstein, l’ex produttore oggi detenuto per aggressioni sessuali e stupro. I legali della dipendente scrivono che i due erano “close friends”, circostanza di cui parlavano anche i giornali americani. Secondo la causa, nel maggio 2019 – con il #MeToo esploso da quasi due anni – la direzione avrebbe permesso a Weinstein di usare il locale come “terreno di caccia per la sua devianza sessuale”. Per gli avvocati i convenuti avevano esposto le dipendenti alle sue avance e lui perseguitava la cameriera: “Vuoi diventare famosa?”. Lei chiede di non essere più assegnata al suo tavolo, ma la supervisora: “You have to serve him, it is your job”. Parole che ricompaiono anche in una mail del 2012 contenuta negli Epstein Files. Jeffrey Epstein, altro amico di Cipriani e frequentatore dei suoi locali a New York, scrive a un interlocutore: “Tutte le ragazze stanno andando da Cipriani, stasera dovresti andare a caccia”.

La difesa di Cipriani non ottiene l’archiviazione della causa e deposita una Answer to Complaint contestando integralmente le accuse. Il procedimento si chiude poi con un accordo riservato. Quando la Procura generale della Corte d’Appello di Milano viene chiamata a dar un parere sulla domanda di grazia, ritiene sufficienti gli elementi raccolti in Italia ed esprime parere favorevole. Il 18 febbraio il capo dello Stato firma il decreto. Solo il 27 aprile, dopo le inchieste del Fatto Quotidiano sulle omissioni e incongruenze dell’istanza, chiede verifiche urgenti e la Procura attiva nuovi approfondimenti. Eppure molte di quelle informazioni erano da anni nei registri pubblici della giustizia americana, accessibili a chiunque avesse deciso di cercarle nel luogo più ovvio: New York, il centro degli affari di Giuseppe Cipriani.





