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6 Febbraio 2026 15:33

Le vergognose dichiarazioni sul referendum sulla giustizia, del procuratore di Bari Roberto Rossi

Qualcuno ha mai sentito dalle voce di Rossi chiedere scusa ed ammettere di essersi sbagliato ?
di Antonello de Gennaro

Al magistrato Roberto Rossi, procuratore capo di Bari, non è bastata la vergognosa distribuzione di volantini inneggianti al “NO” sul referendum per la riforma della giustizia dinnanzi al Teatro Petruzzelli di Bari, dopo essersi scagliato pubblicamente in un dibattito televisivo contro il viceministro della Giustizia, Francesco Paolo Sisto sul palco di un convegno lo scorso 19 novembre, gli disse “ti devi sciacquare la bocca quando parli di Falcone!” dimenticando che Giovanni falcone è sempre stato favorevole alla separazione delle carriere fra magistrati inquirenti (pubblici ministeri) e giudicanti (i giudici) così calpestando lui la memoria di Falcone ! . Esponente della corrente “sinistrorsa” di Area, Rossi si appresta a candidarsi la guida della Procura di Roma e quella di Milano, i cui vertici sono di prossima scadenza.

L’intervista rilasciata a Klaus Davi per il talk “KlausCondicio” trasmessa su Youtube, è l’ennesima vergognosa strumentale distorsione della verità di una parte della magistratura che teme di perdere i privilegi conquistati grazie alla propria attività di “corrente” nel gestire e pilotare nomine e carriere di magistrati. La dichiarazione di Rossi, “Non ho elementi per poterlo dire in maniera diretta, ma la mia sensazione è che la criminalità organizzata, non amando il controllo e la legalità, non potrà che votare . È una mia sensazione dovuta a quasi 40 anni sul campo“. Una sensazione “drogata” fondata in realtà dalla propria ideologia politica nascosta, e neanche tanto, sotto la toga di magistrato, di presunto servitore dello Stato, che dovrebbe applicare e fare rispettare le leggi, e non condizionarne o giudicarne l’efficienza.

Ha ragione il quotidiano Il Dubbio quando scrive che Il punto è un altro: “il procuratore di Bari risponde così al Corriere quando gli si chiede se la campagna referendaria dei magistrati è un’azione politica: «La battaglia per il No è per i cittadini di fronte al potere politico». In pratica, Rossi vuole descrivere (e spacciare) l’ordine giudiziario come una schiera di “salvatori della patria”, investita di una storica missione: evitare che quei disgraziati dei politici compiano le loro nefandezze. Vi sembra una novità? No, non lo è. È il solito schema.

È lo stesso schema da 34 anni. Dai tempi di Mani pulite. Rossi guarda alla politica con la diffidenza obliqua che si deve agli impostori. E il suo discorso è esattamente una teorizzazione dell’antipolitica. Rivela la profonda motivazione ideologica che anima i magistrati ostili alla separazione delle carriere: tenere in vita l’anomalia istituzionale inaugurata nel 1992. Conservare un’egemonia, tenere la politica sub judice, letteralmente. Sembra una combinazione fra nostalgia e naturale riluttanza a perdere la supremazia acquisita. Rossi dà la netta impressione di essere dentro quello schema: noi magistrati difendiamo il popolo dalle ribalderie dei partiti, per lo più indegni. Ma non sono indegni quei magistrati che mandano in carcere persone innocenti, che distruggono carriere politiche.

Il procuratore Rossi dovrebbe riportare alla propria memoria il caso dell’ex-consigliere regionale pugliese e deputato Tato Greco per il quale aveva chiesto la condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione nell’ambito di un processo sulla gestione della sanità in Puglia, e che i giudici della prima sezione collegiale del Tribunale di Bari (presidente Mattencini) hannp assolto “perchè il fatto non sussiste” al termine di un processo durato oltre due anni. Qualcuno ha mai sentito dalle voce di Rossi chiedere scusa ed ammettere di essersi sbagliato ?

Dissentire dai teoremi sinistrorsi di Rossi dovrebbe essere un passo avanti per chi non esulta di fronte alla carriera di un politico irreversibilmente stroncata, magari, da 17 lunghi processi tutti, come nel caso di Antonio Bassolino, conclusi con una beffarda assoluzione.



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Grazie, Antonello de Gennaro

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