Operazione anti-'ndrangheta in Calabria, Arrestato consigliere regionale FdI. Indagato il sen. Siclari

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione denominata “Eyphemos” che vede impiegati circa 600 agenti della della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 65 ordinanze di custodia cautelare, di cui 53 in carcere e 12 agli arresti domiciliari.

Oltre che in provincia di Reggio Calabria, infatti, numerosi arresti e perquisizioni sono stati eseguiti in Lombardia e in altre regioni. In particolare il blitz ha riguardato pure le zone di Milano, Bergamo, Novara, Lodi, Pavia, Ancona, Pesaro Urbino e Perugia.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio Calabria e del Commissariato di P.S. di Palmi (RC), con il coordinamento dello S.C.O. Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, coadiuvati dagli operatori dei Reparti Prevenzione Crimine e di diverse Squadre Mobili del Centro e Nord Italia, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni.

 

Dal focus delle indagini incentrate sul territorio di Sant’Eufemia d’Aspromonte è emerso che in seno al locale eufemiese in cui coesistono almeno tre diverse fazioni – quello dei Cannizzaro, quello riferibile a “u diavulu”  e quello riconducibile ai Laurendi– alla fine del 2017 e nel 2018 si registrò una spaccatura interna. Due articolazioni mafiose, l’una facente capo ai Laurendi e l’altra a Ida, erano sostanzialmente entrate “in guerra fredda” tra loro, nel tentativo di prendere l’una il sopravvento sull’altra, ricorrendo a continue affiliazioni (soprattutto irregolari, alle quali aveva proceduto la frangia contrapposta a quella del Laurendi ) che miravano ad implementare l’organico, con la finalità ultima di imporre ciascuna la propria linea strategica criminale ed acquisire, pertanto, maggiore peso criminale nell’ambito dello stesso locale.

La corsa sfrenata ad affiliare nuovi ‘ndranghetisti, oltre a consentire nei fatti l’ingresso nel locale di ‘ndrangheta di soggetti non sempre ritenuti idonei sotto il profilo criminale o, comunque, non dotati dei requisiti di affidabilità necessari, creò non pochi disordini interni e l’insorgere di malumore, soprattutto all’interno dello schieramento capeggiato da Laurendi che non tollerava non solo l’irregolarità delle affiliazioni effettuate dall’altro gruppo, ma anche il fatto che queste fossero state poi sostanzialmente convalidate dal boss Luppino.

Il gruppo laurendiano esercitò non poche pressioni affinché i vertici del locale, custodi delle regole inviolabili dell’onorata società  prendessero una posizione ferma e rifiutassero di ratificare gli irregolari riti di affiliazione operati dalla frangia opposta.

Contrariamente agli intendimenti dei laurendiani, all’interno del locale fu piuttosto effettuata una scelta di compromesso che prevedeva, da una parte, la regolarizzazione dei riti già eseguiti, ma nel contempo il divieto di effettuarne di ulteriori, attraverso la fissazione di una sorta di periodo di sospensione. La decisione adottata dagli anziani del locale circa le irrituali affiliazioni determinò la reazione furibonda dei Laurendi che, sostenuto dai suoi più vicini sodali, officiò alcuni “battezzi” e ne programmò altri, pretendendo l’assenso anche successivo da parte degli altri primari del locale, al fine di restituire equilibrio tra le due frange mafiose, fino agiungere a meditare una scelta ancora più dirompente, come la creazione di un banco nuovo e il rimescolamento delle cariche con equa ripartizione tra le due anime interne della cosca.

L’idea era anche quella di creare un nuovo locale di ‘ndrangheta indipendente dagli Alvaro imperanti a Sinopoli, che potesse ottenere il riconoscimento del Crimine di Polsi. Il locale di ndrangheta eufemiese dipende funzionalmente, come detto, dalla vicina cosca degli Alvaro, alla quale tributa onori e riconoscimento oltreché sottomissione gerarchica; ha instaurato forme di utilitaristica interazione con consorterie di diversa matrice mafiosa; ha infiltrato con propri uomini anche la cosa pubblica, ossia il Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, sul quale esercita influenza e governa le attività economiche imprenditoriali.

L’inchiesta ha confermato anche come la cosca ‘ndranghettista di Sinopoli da tempo abbia allungato  i propri tentacoli e diramazioni in Lombardia, nel pavese, nonché in Australia dove è presente un locale di ‘ndrangheta, dipendente direttamente dalla casa-madre calabrese degli Alvaro.

Dalle indagini della Squadra Mobile è emerso che gli esponenti di vertice del locale di Sant’Eufemia d’Aspromonte sedevano ai tavoli in cui venivano prese decisioni importanti che riguardavano il locale australiano. Alcuni ‘ndranghettisti in passato si erano perfino recati in Australia per risolvere delle controversie legate alla spoliazione di un sodale che venne sanzionato per una trascuranza ma non espulso dai ranghi della ‘ndrangheta.

Le ordinanze sono state emesse nei confronti dei capi storici, elementi di vertice e affiliati di una pericolosa locale di ‘ndrangheta operante a Sant’Eufemia d’Aspromonte [RC] – funzionalmente dipendente dalla potente cosca Alvaro imperante a Sinopoli, San Procopio, Cosoleto, Delianuova località in provincia di Reggio Calabria e zone limitrofe – ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, diversi reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta, nonché di scambio elettorale politico mafioso.

Le ordinanze di custodia cautelare riguardano capi storici, elementi di vertice e affiliati di un “locale” di ‘ndrangheta dipendente dalla cosca Alvaro, considerata tra le più attive e potenti dell’organizzazione criminale. Per 53 delle persone coinvolte é stata disposta la custodia cautelare in carcere, mentre le restanti 12 sono ai domiciliari. Sono accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, vari reati in materia di armi e di droga, estorsioni, favoreggiamento reale, violenza privata, violazioni in materia elettorale, reati aggravati dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta e di scambio elettorale politico mafioso.

Arrestati  capi storici della ‘ndrangheta, luogotenenti e giovani leve che condizionavano totalmente la vita di Sant’Eufemia e di tutto il comprensorio aspromontano. Fra loro ci sono Domenico “Micu” Alvaro (cl.77), Salvatore “Turi Pajeco” Alvaro, Cosimo “Spagnoletta” Cannizzaro (cl.44), l’imprenditore Domenico “Rocchellina” Laurendi e Francesco Cannizzaro alias “Cannedda” (cl.  1930) uno dei patriarchi della ‘ndrangheta, fra i partecipanti allo storico summit di Montalto del 1969 che ha sancito l’unitarietà della ‘ndrangheta. Nuove accuse hanno raggiunto in carcere anche il boss Cosimo Alvaro “Pelliccia”, già detenuto per altra causa.

Domenico Creazzo consigliere regionale di Fratelli d’Italia , eletto nella consultazione elettorale del 26 gennaio scorso , con 8mila voti,  sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte, è tra le 65 persone arrestate dalla Polizia di Stato nell’ambito di un’operazione contro la ‘ndrangheta coordinata dalla Dda di Reggio Calabria.  Fino a poco tempo fa Creazzo era attiguo al centrosinistra (che lo ha sostenuto per la vicepresidenza dell’Ente Parco Nazionale d’Aspromonte) e alle ultime regionali candidato con il partito di Giorgia Meloni.

Per Creazzo l’accusa è di scambio elettorale politico-mafioso.Secondo quanto emerso dalle indagini sarebbe stato aiutato e sostenuto in campagna elettorale dal boss ‘ndranghettista  Domenico Laurendi esponente della cosca dell’ Aspromonte attraverso il fratello Antonino Creazzo (ed in seguito direttamente), in grado secondo gli inquirenti “di procacciare voti, in cambio di favori e utilità, grazie alle sue aderenze con figure apicali della cosca Alvaro e poi direttamente, al fine di sbaragliare gli avversari politici”

Creazzo non è l’unico politico calabrese ad essere coinvolto nell’indagine antimafia. Secondo la Dda, la ‘ndrangheta è riuscita a collocare propri membri ai vertici del governo, dell’assemblea elettiva e all’interno degli apparati dell’amministrazione comunale di Sant’Eufemia d’Aspromonte. Con il ruolo di capo, promotore ed organizzatore dell’associazione mafiosa è stato arrestato il vicesindaco Cosimo Idà, artefice di diverse affiliazioni che avevano determinato un forte attrito con le altri componenti del locale di ‘ndrangheta eufemiese e l’alterazione degli equilibri nei rapporti di forza tra le varie fazioni interne allo stesso.

Con la contestazione di partecipazione all’associazione mafiosa sono stati arrestati in esecuzione della misura cautelare della custodia in carcere anche il presidente del consiglio comunale Angelo Alati, ritenuto “mastro di giornata” della cosca, il responsabile dell’ufficio tecnico ingegnere Domenico Luppino ritenuto referente della cosca in relazione agli appalti pubblici del Comune, e il consigliere di minoranza Dominique Forgione che aveva il compito di monitorare gli appalti del comune per consentire l’infiltrazione da parte delle imprese riconducibili alla cosca eufemiese.

Coinvolto nell’indagine ed indagato anche Marco Siclari, senatore di Forza Italia  fratello del sindaco di Villa San Giovanni a dicembre coinvolto in un’altra indagine della Procura di Reggio Calabria. Nei confronti del senatore Siclari, la Dda  ha chiesto al Parlamento l’autorizzazione a procedere.

Secondo la Dda, la ‘ndrangheta eufemiese appare antica e moderna ed ancorata a vecchi rituali ma fortemente proiettata ad infiltrarsi con sempre più decisione nel settore socio-economico ed imprenditoriale, anche attraverso un’oculata attività di infiltrazione negli apparati della pubblica amministrafzione.

Nel corso delle indagini della Squadra Mobile guidata dal dirigente  Francesco Rattà, sono state rintracciate e sequestrate numerose pistole e fucili. Dalle intercettazioni, inoltre, gli indagati facevano riferimento a un bazooka e alla fabbricazione di un ordigno esplosivo commissionato dai boss Gallico. Una bomba ad alto potenziale che sarebbe servita a distruggere o danneggiare gravemente l’abitazione storica della famiglia mafiosa di Palmi, confiscata e destinata ad ospitare la nuova sede del commissariato di Polizia.

I particolari dell’operazione sono stati resi noti nel corso della conferenza stampa che si è tenuta questa mattina in Questura, alla presenza del Procuratore della Repubblica Giovanni Bombardieri e del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano Paci, del Direttore Centrale Anticrimine Francesco Messina, del Questore di Reggio Calabria Maurizio Vallone e del Direttore del Servizio Centrale Operativo Fausto Lamparelli.

Nell’inchiesta si innestano anche  altri inquietanti episodi, e questo denota la particolare pericolosità del sodalizio criminoso,  che comprovano il totale asservimento di alcuni esponenti politici alla ‘ndrangheta eufemiesee degli Alvaro. Il Sindaco del Comune di Sant’Eufemia d’Aspromonte, nel coltivare e realizzare il progetto di candidarsi e vincere le ultime elezioni regionali (gennaio 2020), si era rivolto alla ‘ndrangheta, ovvero ai Laurendi i quali si erano subito dichiarati disponibile a sposarne l’iniziativa politica che avrebbe portato il candidato ad essere eletto Consigliere Regionale.

Ciò che è emerso chiaramente dalle indagini è che per motivi di strategia e di opportunità, si era quindi statuito che il Sindaco evitasse frequentazioni o anche il semplice accompagnamento con soggetti notoriamente inseriti nell’ambiente della criminalità organizzata e portasse avanti una campagna elettorale sobria.

L’intendimento però non era quello di chiudere le porte alla ‘ndrangheta, il cui bacino di voti avrebbe potuto fare la differenza con gli altri candidati, tanto che si era pensato non di rinunciare a quel tipo di sostegno, quanto di delegarne la richiesta ad intermediari che, in quanto meno esposti pubblicamente, avrebbero potuto relazionarsi, dando meno nell’occhio, con gli ambienti mafiosi.




'Ndrangheta: Operazione della Polizia di Stato e della Direzione Distrettuale Antimafia

ROMA – È in corso dalle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, guidata dal procuratore Giovanni Bombardieri,  finalizzata all’esecuzione di 14 ordinanze di custodia cautelare – 12 in carcere e 2 agli arresti domiciliari – emesse nei confronti di capi, luogotenenti ed affiliati alla temibile cosca Labate intesa “Ti Mangiu” di Reggio Calabria, ritenuti responsabili di associazione mafiosa e diverse estorsioni aggravate dal ricorso al metodo mafioso e dalla finalità di aver agevolato la ‘ndrangheta.

Gli investigatori della Squadra Mobile di Reggio Calabria, con il coordinamento dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo e il  Reparto Prevenzione Crimine, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e sequestri di imprese e società. Impiegati circa 100 uomini e donne della Polizia di Stato.

Le indagini da cui nasce l’operazione Helianthus, sono iniziate nel 2012, portarono a distanza di oltre un anno, il 12 luglio 2013, alla cattura del latitante Pietro Labate , leader carismatico e capo storico della cosca che porta il suo nome. Labate si era sottratto nel mese di aprile 2011 all’esecuzione del fermo di indiziato di delitto emesso dalla D.D.A. di Reggio Calabria ed eseguito dalla Squadra Mobile nei confronti di capi e gregari delle cosche Tegano e Labate nell’ambito dell’operazione “Archi”.

L’arresto del boss Pietro Labate

“Helianthus” è il nome che gli investigatori della Polizia di Stato hanno dato all’operazione nel corso della quale, dalle prime ore di questa mattina, a Reggio Calabria, Roma, e Cosenza sono stati eseguiti numerosi arresti e perquisizioni  e sequestri di imprese e società nella disponibilità dei capi e dei luogotenenti : si tratta di una stazione di carburanti, di un esercizio commerciale di prodotti surgelati, di un’azienda operante nel settore dei prodotti di carta e plastica per gli alimenti e la ristorazione, di un negozio di vendita al dettaglio di pitture e vernici. Il valore dei beni e di circa un milione di euro.

Fra gli arrestati figurano il boss Pietro Labate a cui il provvedimento restrittivo è stato notificato in carcere essendo detenuto per altra causa, il fratello Antonino Labate reggente della cosca durante il periodo di latitanza di suo fratello Pietro, il cognato di entrambi Rocco Cassone, nonché luogotenenti e nuove leve della consorteria.

In manette sono finiti: Pietro Labate, 69 anni (già detenuto); Rocco Cassone, 63 anni; Santo Gambello, 44 anni; Paolo Labate, 38 anni; Paolo Labate, 35 anni; Antonio Galante, 43 anni; Caterina Cinzia Candido, 54 anni; Francesco Marcellino, 69 anni; Fabio Morabito, 48 anni; Orazio Assumma, 60 anni; Domenico Foti, 58 anni; Domenico Pratesi, 49 anni. Domiciliari per Antonino Labate, 69 anni; Santo Antonio Minuto, 44 anni.

L’inchiesta della D.D.A. sviluppata con un’articolata indagine condotta dalla Squadra Mobile di Reggio Calabria, ha consentito di ricostruire gli assetti e le dinamiche criminali del “clan Labate“, una delle più temibili e potenti articolazioni della ‘ndrangheta unitaria, che controlla nella città di Reggio Calabria il popoloso quartiere Gebbione, svelando un certo dinamismo in alcuni settori illeciti come quello delle scommesse on line, delle slot machines e dello sfruttamento delle corse clandestine di cavalli, mantenendo un elevato interesse per quello che rappresenta gli affari principali delle attività criminali da sempre espressione dello strapotere mafioso dei “Ti Mangiu”, rappresentati dal ricorso ad attività estorsive nei confronti  di operatori economici, commercianti e titolari di piccole, medie e grandi imprese, specialmente di quelli impegnati nell’esecuzione di appalti nel settore dell’edilizia privata nell’area ricadente sotto il dominio della consorteria mafiosa.

 

 

Estorsioni per alcune centinaia di migliaia di euro venivano imposte, con pesanti minacce, agli imprenditori durante i lavori di esecuzione di complessi immobiliari nel quartiere Gebbione controllato dai Labate. Ad alcuni titolari di imprese veniva anche imposto con la forza dell’intimidazione l’acquisto di prodotti dell’edilizia presso aziende nella disponibilità del clan. Ad un commerciante è stato impedito di aprire una pescheria nel citato quartiere perché dava fastidio al titolare di un analogo esercizio commerciale, affiliato alla cosca.

Per la prima volta, alcuni affermati imprenditori reggini del settore edile ed immobiliare, dopo un’iniziale ritrosia dovuta al timore di subire dure rappresaglie, hanno deciso di collaborare denunciando di essere vittime di ripetute estorsioni consistenti nel pagamento di ingenti somme di denaro, anche nell’ordine di 200 mila euro, ad esponenti di rilievo e luogotenenti del clan Labate o nell’imposizione dell’acquisto di prodotti dell’edilizia presso attività commerciali nella disponibilità del clan.




Importavano ecstasy dall' Olanda. La Polizia arresta tre baresi

ROMA – La Polizia di Stato di Bari, nell’ambito di una articolata indagine su un traffico di sostanze stupefacenti del tipo ecstasy, ha arrestato tre cittadini baresi poiché ritenuti responsabili, in concorso tra loro, di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Il monitoraggio dei traffici di queste sostanze stupefacenti è assai difficile sia perché, come dimostra il caso odierno, la droga viene sempre più spesso acquistata direttamente dall’estero, sia perché le successive cessioni ed i consumi avvengono in ristretti ambiti associativi, non facilmente individuabili o comunque penetrabili.

L’ indagine si inquadra nell’ambito delle costanti attività di vigilanza e controllo che i poliziotti della Sezione Antidroga della Squadra Mobile barese svolgono sul fenomeno delle droghe sintetiche da sballo, quali anfetamine, ketamina, ecc, che sempre più frequentemente vengono immesse nei circuiti giovanili per essere consumate nei luoghi della movida o nelle discoteche. L’input all’operazione in esame è stato fornito da una segnalazione pervenuta a metà dello scorso ottobre dal Servizio di Cooperazione Internazionale di Polizia, il quale ha avvertito che presso la Dogana di Dresda (in Germania) era fermo un pacco contente bottiglie di birra che in realtà celavano, all’interno, sostanza stupefacente del tipo ecstasy in forma liquida, destinato ad un individuo dimorante in Bari.

 

 

La Squadra Mobile previa preliminare autorizzazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari ha preso contatti con gli uffici investigativi tedeschi e grazie al canale di cooperazione ed alla supervisione dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, che ha dato autorizzazione all’avvio di attività sotto copertura, personale di Polizia della Dogana di Dresda ha trasportato a Bari le bottiglie consegnandole a personale della Sezione Antidroga della Squadra Mobile di Bari. Le 4 bottiglie di birra contenevano, come effettivamente confermato dalle analisi del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica, altrettanti litri di ecstasy, nello specifico 707.455 milligrammi di sostanza liquida connotati dal principio attivo di MDMA, che avrebbero consentito di ricavare n. 4.716 dosi, che a loro volta immesse sul mercato avrebbero fruttato un illecito guadagno intorno ai  150mila euro.

A seguito della disposizione dell’Autorità Giudiziaria sono stati attivati servizi tecnici articolati al fine di monitorare costantemente il pacco una volta organizzata consegna attraverso un agente undercover. E’ stato possibile capire che il soggetto barese non era il reale destinatario della merce ma un semplice intermediario che si era offerto a prestare il suo nome ed indirizzo per la consegna, in cambio di poche centinaia di euro. Recapitato il pacco questi, non arrestato nell’immediatezza per non pregiudicare gli esiti dell’operazione in corso, si è compreso che le bottiglie erano destinate al nipote. Proprio nel momento in cui gli investigatori hanno colto il passaggio del pacco sono intervenuti ed hanno arrestato quest’ultimo per detenzione e traffico di sostanze stupefacenti.

L’intervento della Polizia è stato necessario per evitare che il pacco contenente le bottiglie di ecstasy potesse disperdersi in ulteriori canali non più monitorabili e che, la sostanza stupefacente venisse immessa sul mercato. Successivamente le indagini della Sezione Antidroga della Squadra Mobile sono riuscite comunque a mettere in evidenza che il destinatario finale della droga era un terzo soggetto già noto alle Forze di Polizia per vecchi precedenti per detenzione illecita di sostanze stupefacenti.

Nel corso delle perquisizioni presso l’abitazione di questo ultimo, al momento dell’esecuzione, sono stati rinvenuti ulteriori 500 grammi di marijuana oltre ad alambicchi e misurini graduati per la trasformazione ed il confezionamento della sostanza stupefacente finita; ad oggi questo soggetto quale organizzatore del traffico internazionale di sostanze stupefacenti si trova recluso nel carcere di Bari, mentre i complici devono scontare la misura cautelare presso i rispettivi domicili.




Blitz della Polizia con 52 arresti in tutta Italia: arrestati i boss della Mafia foggiana di San Severo

FOGGIA – Documentata per la prima volta l’esistenza di una mafia autonoma a San Severo, indipendente da quella di Foggia, a seguito  dell’ “operazione Ares” della Polizia di Stato, che ha spedito in carcere 46 persone e 6 ai domiciliari fra la Puglia e le province di Milano, Rimini, Fermo, Ascoli Piceno, Campobasso, Pescara, Teramo, Napoli e Salerno. Annientati i “clan” La Piccirella e Nardino, entrambi dediti al traffico di droga dall’Olanda e dalla Campania, alle estorsioni, ai danneggiamenti, grazie ad un controllo del territorio che passava attraverso l’intimidazione ai cittadini e l’omertà delle vittime. L’ operazione di questa mattina, supportata con 30 equipaggi dei Reparti Prevenzione Crimine, ha visto l’ impiego di oltre 200 poliziotti in provincia di Foggia e altri nelle province di Napoli, Milano, Salerno, Rimini, Campobasso, Pescara, Chieti, Teramo, Ascoli Piceno e Fermo.

Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Bari, in particolare, accogliendo l´impianto accusatorio formulato dai magistrati Procura Distrettuale Antimafia di Bari , ha emesso un’ ordinanza cautelare a carico nei confronti di 50 persone, ritenuti  esponenti di primo piano delle famiglie mafiose “LA PICCIRELLA” e “NARDINO“, egemoni nel territorio di San Severo (FG), dei quali  sono stati ricostruiti organigrammi ed interessi criminali, ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, estorsione, tentata estorsione, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, spaccio di droga, danneggiamento, reati in materia di armi, lesioni personali e tentato omicidio, aggravati dalle finalità mafiose.

È la prima volta che viene contestata l’ associazione di tipo mafioso, di cui all´articolo 416 bis c.p., alla criminalità organizzata sanseverese, riconosciuta come autonoma ed indipendente rispetto alle organizzazioni mafiose operanti a Foggia.  L’ inchiesta ha evidenziato il ruolo egemonico dei clan di San Severo nel traffico di droga in Capitanata e che la spartizione dei relativi, ingenti profitti costituisce un fattore di continue tensioni tra i diversi gruppi malavitosi che operano in quell´area.

Le indagini, inoltre, hanno documentato il sistematico ricorso alla violenza per l’affermazione malavitosa ed il conseguimento della leadership territoriale , nell´ambito di una cruenta contrapposizione fondata anche sull’ eliminazione fisica dei rivali. In tale contesto, sono stati anche accertati diversi episodi a chiaro sfondo intimidatorio, testimonianza del metodo mafioso usato dagli indagati, come nel caso del tentativo di estorsione in pregiudizio di un commerciante locale, la cui abitazione oltre che l’ autovettura ed i locali dell’ attività commerciale, sono stati danneggiati in più momenti con colpi d’ arma da fuoco.

Le indagini – che hanno visto la stretta collaborazione della Direzione Distrettuale Antimafia di Bari e la Procura di Foggia (con i sostituti procuratori Renato Nitti, Lidia Giorgio e Ileana Ramundo) – erano state avviate nel 2015,a seguito dell’omicidio di Severino Palumbo e sono state condotte prima dal Commissariato di San Severo, e successivamente da una task force composta da investigatori delle Squadre mobili di Foggia e Bari avvalendosi della collaborazione dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo e della Divisione centrale anticrimine della Polizia di Stato. I successivi approfondimenti hanno consentito di ampliare il fronte investigativo, documentando il fiorente traffico di stupefacenti gestito dai sodalizi locali (nonché i relativi canali di approvvigionamento estero, tra cui l´Olanda) e valorizzando la mafiosità di quelle organizzazioni.

Tra i destinatari del provvedimento restrittivo figurano elementi di primo piano delle predette famiglie mafiose, tra cui Giuseppe Vincenzo La Piccirella e Severino Testa, ritenuti ai vertici del “clan La Piccirella“, nonché Franco e Roberto Nardino, a capo dell´omonimo clan, in passato vicini alla “Società foggiana”. Dall’inchiesta è stato possibile documentare come , avessero creato dei clan “autonomi” e si fossero suddivisi il territorio di San Severo, come diceva il Nardino, intercettato, ordinando un pestaggio: “Il paese è nostro” .

Gli esponenti delle due associazioni mafiose individuate usavano i metodi più violenti per realizzare le proprie attività illecite, , come dimostrano i colpi di mitra sparati contro l’auto di una vittima di estorsione, le minacce fatte recapitare ai parenti dei commercianti, il tentato omicidio (mai denunciato) dei coniugi Adriano Marchitto e Anna Gualano, commesso in S. Severo il 4 marzo 2019, reato aggravato dal metodo mafioso, per il quale la Polizia di Stato ha eseguito una seconda ordinanza cautelare emessa sempre dal GIP di Bari, su richiesta della DDA, con cui è stata applicata la custodia carceraria nei confronti di due soggetti indagati del tentato omicidio .

Il tentato duplice omicidio di cui tratta l´ordinanza si colloca nell´ambito delle dinamiche violente dei gruppi contrapposti per il controllo dello spaccio di stupefacenti (oltre che dell´usura, delle estorsioni e della ricettazione) in quell´area.  La vicenda infatti trae origine dalle indagini seguite all´omicidio di Michele Russi detto “Coccione“, avvenuto in S. Severo il 24.11.18, ucciso da due ignoti sicari nella sala da barba denominata “Li Quadri“, in cui furono anche ferite altre due persone.

Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Rhao ha lanciato un appello alla collaborazione: “Denunciate, credete nello Stato, perché la legalità sta riconquistando il territorio“.  I colpi di arma da fuoco sparati contro le auto della Polizia di Stato, parcheggiate davanti a un albergo di San Severo nell’estate 2017,  sono stati “Una sfida allo stato di incredibile sfrontatezza“, come ha dichiarato il procuratore capo di Bari e della Dda Giuseppe Volpe. Una sfida a cui però lo Stato “ha risposto facendo squadra“, ha aggiunto il procuratore di Foggia, Ludovico Vaccaro, che ha definito uno “spiraglio” le prime collaborazioni dei cittadini con le forze dell’ordine.

“Decine di arresti contro la mafia pugliese, sequestri per più un milione di euro nel reggino perché in odore di ‘ndrangheta, blitz contro i clan in provincia di Palermo. Grazie a forze dell’ordine e inquirenti. Lo Stato c’è, fa pulizia e non molla la presa: per i criminali tolleranza zero“. così il ministro dell’Interno Matteo Salvini, ha commentato le operazioni delle forze dell’ordine nella mattinata.

Il provvedimento cautelare ha inflitto la misura cautelare in carcere nei confronti delle seguenti persone, tutte gravate da pregiudizi:

  1. AUGENTI Leonardo, nato a San Severo  1986
  2. BELFONTE Oreste, nato a San Severo  1985
  3. BEVILACQUA Carmine, nato a San Severo 1988
  4. BOZZO Carmine Antonio, nato a Lucera 1956
  5. BRUNO Vincenzo, nato a Foggia 1985
  6. CAPOBIANCO Giacomo, nato a Lucera 1979
  7. CIOCIOLA Libero, detto “Liberino” e/o “il sindaco” e/o “il nonno” nato a San Severo (FG) 1959
  8. COLIO Luigi Donato, detto “Dino” nato a San Severo 1975
  9. DE COTIIS Daniele, detto “don ciccio” nato a San Severo 1979 (capo imputazione n. 0.70 – 0.71 – 0.72 – 0.73 – 0.105 – 0.106);
  10. DE STASIO Luciano Michele, nato a San Severo 1990
  11. DELLI CALICI Carmine, detto “Carminuccio” e/o  “‘u sgumbr” e/o “ninja”, nato a San Severo 1974.
  12. DELL’OGLIO Armando, “Dino”, nato a Milano il 1971
  13. D’ONOFRIO Vincenzo Leonardo, nato a San Paolo di Civitate (FG) il 1975
  14. IRMICI Pasquale, detto “Lino” e/o “cipolla”, nato a San Severo (FG) il 1978
  15. LA PICCIRELLA Giuseppe Vincenzo, detto “Pinuccio” e/o “il ragioniere” nato a San Severo 1958
  16. MASTROMATTEO Mario Luigi, detto “il milanese” nato a  Milano il 1983
  17. MAZZEO Raffaele, detto “il ciotto” nato a San Severo (FG) 1968
  18. MINISCHETTI Giovanni, detto “Gianni” nato a San Severo 1971.
  19. NARDINO Franco, alias “Kojac”, nato a San Severo 1963
  20. NARDINO Roberto, detto “patapuff” nato a San Severo il 24.05.1977,
  21. NARDINO Vincenzo Pietro, “Enzo”,  nato  a San Severo  (FG)  1987
  22. NARDINO Matteo Nazario, nato a San Severo 1991
  23. PISTILLO Ivano, nato a San Severo 1988
  24. ROMANO Stefano, nato a  San Severo 1989
  25. RONCADE Lucio, nato a San Severo 1979
  26. RUSSI Antonio, nato a San Severo 1983
  27. RUSSI Loredana, a San Severo 1965
  28. SARDELLA Arnaldo, detto “cinese” nato a San Severo 1985
  29. TESTA Severino, detto “Rino” e/o “il puffo” e/o “il mastro” nato a San Severo (FG) 1960
  30. TUMOLO Gennaro, nato a San Severo 1976
  31. VISTOLA Giuseppe, detto “fa fumo” nato a San Severo il 1979

Alcuni  indagati, sono stati ristretti in regime di arresti domiciliari presso le rispettive abitazioni :

  1. ASTUTI Vincenzo, nato a Napoli  1979
  2. D’AGRUMA Roberto, detto “Tup Tup”,  nato a San Severo 1981

Contestualmente, con il supporto delle Squadre Mobili di Torino, Asti, Milano, Rimini, Ascoli Piceno, Fermo, Chieti, Teramo, Campobasso, Napoli e Salerno, in esecuzione del medesimo provvedimento coercitivo, sono stati tratti in arresto:

  1. BALDASSI Giacomo, nato a Castellammare di Stabia 1972
  2. CAROLLA Francesco, nato a Santa Maria Capua Vetere 1978
  3. CONSALVO Nicola, nato a Termoli (CB) 1974
  4. DE CATO Giuseppe, nato a San Severo 1975
  5. DI GENNARO Luigi, nato a Torremaggiore (FG) 1961
  6. DI LORENZO Lorenzo, nato a San Giovanni Rotondo il 1977
  7. D’UVA Giuseppina, nata a Termoli il 1978
  8. FORTUZI Bledar, detto “Eddy”, nato in Albania il 1976
  9. FRATELLO Diego, nato a Termoli (CB) 1981
  10. IMMOBILE Gennaro, nato a Torre Annunziata il 1953
  11. LA PORTA Enza Valentina, nata a Torremaggiore (FG) 1995, destinataria della misura degli arresti domiciliari;
  12. LEO Giuseppe, nato a Torre Annunziata 1963
  13. PARISI Michele Luciano, detto “coccett” nato a San Severo (FG)1980
  14. SPIRITOSO Giuseppe, nato a Foggia 1956, alias “Papanonno”;
  15. VOLPE Antonio, nato a San Severo 1985, destinatario della misura degli arresti domiciliari.

Nel medesimo contesto operativo, è stata eseguita ulteriore ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa in data 03 c.m. dal GIP presso il Tribunale di Bari, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia presso la Procura di Bari, a carico di:

  1. DE FILIPPO Michele Valentino, nato a San Severo il 1991
  2. DE FILIPPO Luigi Nazario, nato a San Severo 1993



Coltivavano e vendevano marijuana a Catania: arrestati anche due poliziotti e un carabiniere

CATANIA – Nella notte è stato effettuato un “blitz” antidroga condotto dagli agenti della sezione antidroga della Squadra mobile di Catania , coordinati dal Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, su richiesta della Procura Distrettuale di Catania e su disposizione del Gip, 21 arrestati di un’operazione della Mobile di Catania che ha ricostruito gli affari di un’organizzazione la quale, piuttosto che rifornirsi dai trafficanti, si era messa in proprio gestendo con la complicità di due poliziotti e un carabiniere, delle vere e proprie piantagioni di marijuana nelle campagne di Scordia, nella parte sud della provincia di Catania.

 

I servizi di intercettazione hanno consentito di ricostruire l’intera filiera della produzione di cannabis ed accertato comegli indagati abbiano dimostrato un’elevata competenza e conoscenza nelle tecniche della coltivazione su larga scala della marijuana e sul sistema di controllo delle piantagioni“.

Durante le indagini, coordinate dalla Procura distrettuale di Catania, la squadra mobile aveva sequestrato il 23 settembre del 2017,  una piantagione con 2.500 piante di marijuana “skunk” e accertato che gli indagati avevano già predisposto un terreno che sarebbe stato destinato alla coltivazione di arbusti per la produzione di droga. Nelle intercettazioni agli atti dell’inchiesta, le piante venivano definite “ibridi belli” per evidenziarne la particolare qualità, un particolare che ha dato il nome all’operazione denominata “Beautiful hybrid’”

La droga prodotta era destinata in buona parte al mercato del Catanese ma l’organizzazione riforniva anche altri comuni e località della Sicilia.  Uno dei due poliziotti arrestati, Matteo Oliva (a lato nella foto) 46 anni, assistente capo, è considerato tra i “capi” dell’organizzazione ed è finito in carcere assieme al carabiniere Stefano Cianfarani, 51, in servizio nella caserma di Palagonia nella provincia catanese,  ritenuto un complice. I due, indagati anche per corruzione per un atto contrario ai propri doveri, sono stati tradotti in carcere.

L’altro poliziotto, Giuseppe Bernardo, 50 anni, (di fianco nella foto) assistente capo, è stato posto agli arresti domiciliari  per “favoreggiamento personale” in quanto avrebbe cercato di eludere le investigazioni sui due colleghi. I due poliziotti prestavano servizio presso la Questura di Catania, mentre il carabiniere prestava servizio presso la Stazione dei Carabinieri  di Palagonia nella provincia catanese.

L’indagine è partita nel marzo dello scorso anno grazie alle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia, ex appartenente al clan Nardo di Lentini, che hanno trovato riscontro quelle di un pentito del clan Cappello-Bonaccorsi di Catania rese nel giugno successivo ed infine, sette mesi fa, quelle di un collaboratore, ex componente del clan catanese dei Mazzei.

La Polizia di Stato ha ricostruito nel corso delle indagini che l’organizzazione, impiantava coltivazioni di marijuana nelle campagne di Scordia, nelle cui zona era in servizio il carabiniere Cianfarani, per vendere poi la droga, potendo contare sulla sua “protezione” su eventuali controlli investigativi.

Le accuse per i 21 arrestati, la maggior parte dei quali pregiudicati, sono, a vario titolo, di associazione per delinquere, coltivazione, produzione, trasporto, detenzione e cessione di sostanze stupefacenti; reati in materia di armi, corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e favoreggiamento personale. Uno degli indagati è attualmente ancora ricercato.

I nomi degli arrestati

1. BENINATO Umberto (cl.1977), pregiudicato;

3. CALCO’ Giuseppe (cl.1967), pregiudicato;

4. CANNIZZARO Alessandro (cl.1985), per il quale il Gip ha disposto gli arresti domiciliari;

5. CIANFARANI Stefano (cl.1967);

6. COSENTINO Antonino (cl.1979), pregiudicato;

7. D’ANTONA Fabio Gaetano (cl.1976), pregiudicato;

8. FERRANTE Nello Nico (cl.1972), per il quale il Gip ha disposto gli arresti domiciliari;

9. GUZZONE Salvatore (cl.1973), pregiudicato, in atto agli arresti domiciliari;

10. MAGGIORE Rita (cl.1973);

11. MAGGIORE Santo (cl.1971), pregiudicato;

12. MUSARRA Santo (cl.1991), pregiudicato, per il quale il Gip ha disposto gli arresti domiciliari;

13. OLIVA Matteo (cl.1972);

14. PRIVITERA Carmelo (cl.1966), pregiudicato, per il quale il Gip ha disposto gli arresti domiciliari;

15. RAGUSA Rocco (cl.1973);

16. ROSSITTO Gabriella, (cl.1968), per la quale il Gip  ha disposto gli arresti domiciliari;

17. STRANIERO Andrea (cl.1996);

18. STRANIERO Carmelo (cl.1971), pregiudicato, in atto sottoposto all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria;

19. STRANIERO Giovanni Nicolò, (cl.1991), pregiudicato, in atto agli arresti domiciliari;

20. BENNARDO Giuseppe, (cl.1968), per il quale il Gip ha disposto gli arresti domiciliari,

 




Operazione della Polizia di Stato a Foggia. Sgominata banda che rubava autocarri nelle aziende agricole

FOGGIA – La Polizia di Stato di Foggia ha sgominato un´associazione a delinquere che rubava autocarri all´interno di aziende agricole del Barese. Nove le misure di custodia cautelare in carcere eseguite dalla Squadra Mobile coadiuvata dallo S.C.O. il Servizio Centrale Operativo. Le indagini prendevano l´avvio lo scorso gennaio con il monitoraggio di numerosi pregiudicati dell´area di Cerignola (Foggia)  dediti agli assalti ai portavalori. Una delle macchine monitorate è risultata appartenere a un pregiudicato barese vicino a personaggi dell´area cerignolana che si è scoperto fare parte di una banda di pregiudicati del barese che rubava all´interno di aziende agricole della provincia di Bari. Gli indagati non utilizzavano i cellulari ma delle ricetrasmittenti per comunicare tra di loro durante i furti.

 

 

Dalle intercettazioni ambientali all´interno delle autovetture utilizzate per commettere i furti, gli investigatori hanno ricostruito il programma criminoso della banda che utilizzava un vero e proprio protocollo operativo con una precisa suddivisione dei ruoli. Una vera e propria associazione a delinquere, con il capo e i vari complici: c´era chi trasportava e recuperava dal luogo del reato gli esecutori materiali, chi ne copriva l´attività durante la commissione dei furti, chi trasportava nel luogo sicuro i mezzi rubati e chi eseguiva materialmente i reati.

Oltre una decina i furti commessi dalla banda tra marzo e giugno di quest´anno nei comuni della provincia di Bari: Gioia del Colle, Adelfia, Turi e Rutigliano. Sono stati rubati   autocarri, alcuni contenenti pedane in acciaio, vari litri di gasolio, carrelli elevatori, transpallet, pedane di concime, muletti elettrici, carica batterie, idro pulitrici e lavapavimenti. All’ esecuzione delle misure hanno attivamente collaborato equipaggi della Squadra Mobile di Bari e del Reparto Prevenzione Crimine.

La Polizia di Stato ha da tempo intensificato al massimo la propria azione di contrasto ai reati predatori, in tutta la provincia, sia attraverso le pattuglie deputate all´esecuzione del piano straordinario di controllo del territorio in atto, attraverso l’ Ordinanza Questore denominata 2.0, che attraverso specifici servizi dedicati alle aree rurali, unitamente alle altre Forze di Polizia, con i Reparti Prevenzione Crimine. Questi ultimi, utilizzando fuoristrada, pattugliano anche le strade provinciali del Tavoliere per prevenire reati in danno delle aziende agricole e delle colture. Oltre che alle attività presidiali di pattugliamento, la Polizia di Stato ha fornito massimo impulso anche alle investigazioni sulla specifica materia.

Gli arresti di oggi si inseriscono proprio in questa logica, quale azione di repressione, affianco a quella di prevenzione, attraverso interventi chirurgici diretti a disarticolare gruppi criminali dediti a tali reati predatori, il tutto nel´ambito del rafforzamento generale disposto dal Questore a causa della recente recrudescenza dei reati predatori nei cui confronti è massima l´attenzione riservata dalla Polizia di Stato. Il lavoro d´indagine da parte della Squadra Mobile continua incessante, per assicurare alla giustizia coloro che si sono resi responsabili di reati predatori, come scippi e rapine, anche nella città di Foggia.




Operazione della Polizia di Stato contro i fiancheggiatori del latitante Matteo Messina Denaro

ROMA – La Polizia di Stato di Trapani ha eseguendo dalle prime luci dell’alba di questa mattina una  serie di perquisizioni a Castelvetrano, Mazara del Vallo, Partanna, Santa Ninfa, Salaparuta e Campobello di Mazara, finalizzate a colpire la rete di fiancheggiatori del latitante Matteo Messina Denaro e a raccogliere ulteriori elementi utili alla sua cattura. Sono 17 gli indagati dell’operazione condotta dalla Polizia di Stato e coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo.

 

Si tratta di soggetti che  nel corso degli anni, sono stati arrestati per associazione mafiosa e che hanno avuto collegamenti e frequentazioni con appartenenti a “Cosa nostra”. Fra loro vi sono anche alcuni soggetti che, storicamente, sono stati in stretti rapporti con il latitante Matteo Messina Denaro. Adesso la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, su segnalazione della Polizia di Stato, li ha sottoposti a una nuova indagine perché sospettati di agevolare la latitanza del capomafia della provincia di Trapani.

150 uomini dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo, delle Squadre Mobili di Palermo e di Trapani e del Reparto Prevenzione Crimine di Palermo hanno perquisito edifici, abitazioni, attività commerciali e imprenditoriali di persone legate al boss latitante.  Gli investigatori della Polizia stanno utilizzando anche attrezzature speciali per verificare l’esistenza di cavità o nascondigli all’interno degli edifici.

L´attività investigativa di oggi dà un altro duro colpo alle famiglie mafiose del trapanese, dopo i 21 arresti di boss e gregari di Cosa nostra finiti in cella ad aprile, su ordine della Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo, nel corso dell´operazione “Anno Zero” contro i clan di Castelvetrano, Partanna e Mazara del Vallo. Lo scorso mese di dicembre altri trenta mafiosi erano stati iscritti nel registro degli indagati dalla D.D.A. di Palermo quali fiancheggiatori della latitanza del boss Matteo Messina Denaro ed erano stati sottoposti a perquisizione dagli investigatori della Polizia di Stato di Palermo e di Trapani.




Operazione “Outset”: la Polizia di Stato arresta i responsabili di due omicidi di mafia

ROMA – La Polizia di Stato, a conclusione di complesse attività d´indagine condotte dalle Squadre Mobili di Catanzaro e Vibo Valentia e dal Servizio Centrale Operativo di Roma, sotto il coordinamento della DDA, la Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro, dalle prime ore della mattinata odierna, ha dato esecuzione ad un´ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 8 soggetti ritenuti responsabili a vario titolo dell´omicidio di Mario Franzoni, avvenuto nell´anno 2002 a Porto Salvo (VV), dell´omicidio di Giuseppe Salvatore Pugliese Carchedi e del tentato omicidio di Francesco Macrì´, avvenuti nell´anno 2006 sulla SS 522 tra Vibo Marina e Pizzo Calabro, tutte vittime di agguati mafiosi.

 

 

Le attività d´indagine coordinate dal Procuratore Distrettuale dr. Nicola Gratteri, dal Procuratore Aggiunto dr. Giovanni Bombardieri e dal Sostituto Procuratore dott. Camillo Falvo, supportate anche dalle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, Giuseppe Giampà, Raffaele Moscato, Pasquale Giampà, Andrea Mantella , hanno permesso di fare luce sui moventi degli omicidi e sui relativi mandanti oltreché sugli esecutori materiali dei gravi fatti di sangue, tutti riconducibili ad appartenenti alle cosche Lo Bianco e Piscopisani di Vibo Valentia oltre che ai Giampà´ di Lamezia.

In particolare è stato accertato che l´omicidio di Franzoni  era stato commissionato dal costruttore Francesco Barba ad esponenti della cosca Lo Bianco, tra cui Andrea Mantella, al fine di vendicare un episodio in cui i suoi figli erano stati minacciati con l´uso di una pistola da Mario Franzoni. La vittima il 21 agosto del 2002 si trovava a Porto Salvo a bordo di uno scooter quando è stata affiancata dai sicari del clan Giampà di Lamezia Terme e ferita mortalmente. Come corrispettivo l´imprenditore edile vibonese Barba si era impegnato a costruire due villette a Vibo Valentia, cedendole in favore degli esecutori materiali dell´omicidio.

Francesco (per tutti Franco) Barba, 55 anni, di Vibo Valentia, ( sinistra nella foto)  imprenditore edile già condannato in via definitiva a 6 anni per associazione mafiosa al termine dell’operazione “Nuova Alba” contro il clan Lo Bianco risalente al febbraio del 2007, è stato colto da malore al momento dell’arresto quando i poliziotti della Squadra Mobile di Vibo Valentia hanno bussato alla sua abitazione per notificargli un’ordinanza di custodia cautelare in carcere con l’accusa di concorso nell’omicidio di Mario Franzoni.   Barba si trova al momento piantonato dalla polizia in ospedale a Vibo Valentia in attesa di essere dimesso per essere tradotto in carcere.

In merito al tentato omicidio e successivo omicidio di Pugliese Carchedi è stato accertato che il movente immediato di tale gesto era da individuarsi in una relazione clandestina da lui intrattenuta con la figlia minorenne di Felice Nazzareno, esponente di vertice dei Piscopisani; relazione che non aveva troncato nonostante i vari avvertimenti a lui pervenuti. Tuttavia, al di là dell´ apparente movente riconducibile all´antico schema del “delitto d´onore“, la reale causale del fatto è emersa essere quella dei contrasti in seno alla criminalità organizzata vibonese ed in particolare il fatto che la vittima non riconoscesse l´autorità criminale dei maggiorenti delle cosche perpetrando in assoluta autonomia delitti, anche di natura estorsiva.




Operazione Freedom. La Polizia contrasta il “caporalato” e lo sfruttamento di migranti irregolari

ROMA –  Si è conclusa questa mattina Freedom, la prima di una serie di operazioni ad alto impatto della Polizia di Stato contro il “caporalato”, che ha visto impegnate le Squadre Mobili di Caserta, Foggia, Latina, Potenza, Ragusa e Reggio Calabria, coordinate dallo S.C.O. il  Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine.

Nel corso dei servizi di controllo, rilevamento e contrasto svolti nelle province citate, che hanno coinvolto anche altre amministrazioni ed altri uffici della Polizia di Stato, sono state identificate 235 persone (tra datori di lavoro e dipendenti) e controllate 26 aziende.

L’obiettivo è il contrasto dello sfruttamento di migranti irregolari costretti per pochi euro a lavorare con orari pesantissimi, in condizioni anche igieniche disumane, senza alcun giorno di riposo o altro diritto garantito. Fenomeno criminale diffuso soprattutto in Basilicata, Calabria, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia e tipico prevalentemente del settore agricolo, anche se con il tempo si è diffuso a quelli dell’edilizia, manifatturiero, della ristorazione e del turismo.

 

 

Si tratta di assunzioni “in nero”, con la completa inosservanza delle norme contributivo-previdenziali e di sicurezza sui luoghi di lavoro, che realizzano vere e proprie forme di riduzione in schiavitù perpetrate da cosiddetti “caporali”, autori dell’attività illecita d’intermediazione tra domanda e offerta.

La storia si ripete molto spesso. I lavoratori sfruttati nel ragusano, ad esempio, provenivano dalla Nigeria e dalla Romania e hanno raccontato di aver raggiunto l’Italia alla ricerca di migliori condizioni di vita, trovandosi però a lavorare dalle 6 del mattino fino alle 19 di sera, percependo un compenso di 25 euro giornalieri, appena sufficienti per “comprare da mangiare e acquistare qualche vestito”. Molti di loro riferiscono che il caldo insopportabile delle serre provoca loro un costante mal di testa ed un perenne stato di confusione, di cui non si lamentano per la continua minaccia di licenziamento.

In provincia di Foggia, con l’ausilio dell’Ispettorato del Lavoro è stato anche notificato un provvedimento di sospensione dell’attività agricola per inosservanza delle normative sul lavoro. In provincia di Reggio Calabria sono state eseguite 46 perquisizioni finalizzate ad accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi e strumenti di effrazione ed elevate 4 sanzioni amministrative per irregolarità nei trattamenti retributivi, previdenziali e fiscali. Infine, in provincia di Ragusa, sono state arrestate 3 persone e altre 11 sono state indagate in stato di libertà per reati inerenti lo sfruttamento della manodopera clandestina ed extracomunitaria.

 




Operazione “In Dauna Venenum” della Guardia di Finanza e Polizia di Stato nel foggiano

ROMA – E’ in corso dalle prime ore dell’alba in Puglia, nel foggiano, una vasta operazione della Polizia di Stato e della Guardia di Finanza che ha portato a disarticolare un’associazione dedita al traffico illegale di rifiuti, alla corruzione ed al falso, che ha coinvolto 46 indagati (42 persone fisiche e 4 società)

I poliziotti del Commissariato di P.S. di Manfredonia, con la collaborazione degli agenti della Squadra Mobile di Foggia e dello S.C.O. il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato, ed i finanzieri del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Bari stanno eseguendo, infatti, un’ordinanza di custodia cautelare del GIP presso il Tribunale di Bari, dr.ssa Chiara Mastrorilli, nei confronti di 19 persone (5 in carcere, 9 ai domiciliari, 2 obblighi di dimora, 2 divieti di dimora e 1 divieto di esercizio dell’attività d’impresa) ed un sequestro preventivo di beni per un valore di oltre 9 Milioni di Euro, emesso dal GIP del Tribunale di Bari su richiesta dei  Sostituti Procuratori dr.ssa Lidia Giorgio, dr. Renato Nitti e dr. Giuseppe Gatti della D.D.A. Direzione Distrettuale Antimafia di Bari

Sono oltre 130  gli uomini della  Polizia di Stato e Guardia di Finanza che stanno operando per l’esecuzione delle ordinanze le città di Bari, San Severo (FG), Cerignola (FG), Zapponeta (FG), Casalnuovo di Napoli (NA), Pozzuoli (NA), Pollena Trocchia (NA), Mariglianella (NA), Napoli, Barletta (BT), Mola di Bari (BA), Gravina in Puglia (BA) e Modugno (BA). In particolare i sequestri, disposti anche ai sensi della legge 231/2001, hanno per oggetto numerosi conti di due delle società indagate e di alcune delle persone fisiche coinvolte, le quote societarie e l’intero compendio aziendale di una delle società stesse ed, infine, 20 particelle di terreno situate nelle zone di Manfredonia, San Severo, Zapponeta e San Paolo Civitate, oggetto di sversamenti illeciti di rifiuti pericolosi. Contemporaneamente, è stata data esecuzione a 9 decreti di perquisizione locale nei confronti di alcuni degli indagati.

 

 

L’indagine durata due anni, ha portato alla luce il sistematico sversamento illegale di rifiuti provenienti dalla Campania tra Manfredonia e di San Severo. Si stima che negli ultimi due anni siano stati sversati in provincia di Foggia oltre 100mila tonnellate di rifiuti. Sequestrate decine di ettari di terreno che verranno sottoposti a esami tecnici per accertare il possibile inquinamento del suolo e delle falde acquifere.

Il traffico dei rifiuti oggetto delle indagini, condotte anche con indagini tecniche, ha avuto come direttrice, l’asse Campania -Provincia di Foggia e ha disvelato l’esistenza di una organizzazione criminale, che ha riversato, illecitamente, rifiuti nell’agro di Manfredonia e di altre zone della provincia dauna, con la complicità di una ditta di servizi ambientali  , la LUFA SERVICE srl di San Severo (FG), attraverso automezzi dell’impresa denominata  PULITEM srl di Casalnuovo di Napoli.

Con riferimento alle modalità del traffico è stato accertato che la LUFA accoglieva rifiuti provenienti dalla Regione Campania, in quantità assolutamente sproporzionate alla sua capacità ricettiva e di lavorazione, provvedendo semplicemente, dopo una parvenza di lavorazione, a sversare il materiale sui terreni agricoli nelle propria disponibilitdal 2010 al 2014, è stato quantificato in un range compreso tra un minimo di 25.000 tonnellate   ed un massimo di circa 100.000 tonnellate. In connessione con questi illeciti, sono state accertate altresì altre condotte delittuose, tra cui alcuni reati di falso ideologico nonché alcuni episodi di corruzione di un pubblico ufficiale, dirigente di una Unità Operativa Complessa dell’ARPA PUGLIA.

Custodia in carcere:

MUNDI Fabrizio nato a Popoli (Pescara )  il 17.01.1981,amministratore della LUFA SERVICE

ALIPERTI Diego nato a Napoli il 22.08.1984, socio della LUFA SERVICE

ALIPERTI Angelo nato a Napoli il 30.07.1959,amministratore dell’impresa PULITEM

BONACERA Remo nato a San Severo il 13.07.1956 ,titolare dell’impresa DAUNIA 2009

CONIGLIO Giacinto nato a Manfredonia il 12.06.1954,proprietario dei terreni

 

Arresti domiciliari

DE FILIPPO Giuseppe nato a Mattinata (FG) il 06.06.1964,dipendente LUFA SERVICE

FORMATO Domenico nato a Casalnuovo di Napoli il 23.05.1970,autista della PULITEM

GELO Domenico nato a Napoli il 09.08.1979,autista della PULITEM

PASSARIELLO Salvatore nato a Pollena Trocchia (NA) il 21.09.1959,autista della PULITEM

MINISCHETTI Ranieri Pio nato a San Giovanni Rotondo (FG) 28.02.1975,proprietario terreni

GRAMEGNA Domenico nato a Brescia il 15.05.1958, dirigente ARPA Puglia

CALVO Primiano nato a San Severo (FG) 30.10.1970,politico

COMITANGELO Antonio nato a Torino il 20.05.1966,politico

DEL PRETE Paolo Antonio nato a Barletta il 30.05.1971,politico

 

Obbligo di dimora

PASTENA Antonio nato a Avellino il 27.01.1957, direttore tecnico della LUFA SERVICE

DAMATO Sebastiano nato a Margherita di Savoia (FG) 10.02.1953, dipendente LUFA SERVICE

 

Divieto di dimora in San Severo

SPERINTEO Antonella nata a San Severo (FG) 16.01.1980, dipendente LUFA SERVICE

SPERINTEO  Rita nata a San Severo (FG) il 24.06.1989, dipendente LUFA SERVICE

 

Divieto temporaneo di esercitare attività imprenditoriale

NUOVO Gaetano nato a Bari il 13.04.1935,chimico,socio ed amministratore della ALLKEMA SERVICE, tecnico della srl IMMORBERDAN società proprietaria del sito corrente a Bari via Caldarola nr.1 oggetto di attività ispettiva ARPA Puglia.

 




La Polizia di Stato smantella a Bari il clan Parisi

CdG Savino ParisiLa Polizia di Stato di Bari sta eseguendo dalle prime ore dell’alba sotto una pioggia torrenziale , una vasta operazione antimafia, per l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti di 23 persone che farebbero parte del clan che fa capo al boss ‘Savinuccio’ Parisi, (anche lui tra i destinatari del provvedimento) ritenute responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto di arma comune da sparo aggravata dal fine di agevolare un’associazione di tipo mafioso, lesioni personali, violazione di domicilio, invasione di terreni ed edifici, furto e furto in abitazione, illecita concorrenza con minaccia e violenza in concorso ed aggravata dal metodo mafioso, favoreggiamento, minaccia.

Schermata 2016-03-15 alle 11.18.46Le indagini condotte dai poliziotti della Squadra Mobile hanno consentito di documentare l’attività criminale del sodalizio mafioso denominato  “clan Parisi”, operativo a Bari e in alcuni comuni della provincia, che, attraverso il capillare e sistematico controllo  del territorio, gestiva in situazione di monopolio numerose attività illecite. Nell’operazione sono stati impegnati circa 350 poliziotti, unità cinofile ed aeree,  in collaborazione con personale dello S.C.O. Servizio Centrale Operativo e delle Squadra Mobili di Brindisi, Foggia, Lecce, Matera e Taranto, con l’ausilio di equipaggi del Reparto Prevenzione Crimine e del Gabinetto Interregionale Polizia Scientifica, nonché di Nuclei del IX Reparto Mobile, di unità cinofile ed aeree.

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Il boss Savinuccio Parisi era stato arrestato la scorsa settimana dai carabinieri per estorsione. Il provvedimento cautelare nei confronti di Parisi venne emesso dalla al termine del processo di secondo grado nel quale il Parisi era stato condannato a quattro anni e otto mesi di reclusione per essersi fatto consegnare orologi e preziosi per un valore di circa 100mila euro da due imprenditori vessati dagli usurai. Parisi era tornato in libertà nel gennaio scorso perché assolto in secondo grado da un’altra accusa di estorsione ai danni di un imprenditore.

Durante l’operazione della Polizia di Stato sono stati sequestrati 3 immobili, 1 terreno agricolo, 15 autovetture, 13 motoveicoli, 3 imprese individuali, 5 società di capitali per un valore totale di 4.750.000 Euro, nonché, 79 rapporti bancari e finanziari, il cui valore è da quantificare.




Calcioscommesse: 17 arresti tra Lega Pro, D e Eccellenza

L’inchiesta della magistratura calabrese sul fenomeno del “calcioscommesse” non è ancora finita . La Polizia di Stato ha infatti eseguito 17 arresti, tra carcere e domiciliari, eseguendo delle ordinanze di custodia cautelare disposte dal gip di Catanzaro nell’ambito dell’operazione “Dirty Soccer” relativa al calcioscommesse. I provvedimenti riguardano anche persone già sottoposte a fermo il 19 maggio scorso. Il Gip ha così confermato il quadro che aveva portato la Dda catanzarese ad emettere i provvedimenti.

I fermi avevano riguardano i presunti componenti di due distinte organizzazioni attive nelle combine di partite e di cui, secondo l’accusa, facevano parte, a vario titolo, dirigenti, allenatori e calciatori di Serie D e Lega Pro.

La Polizia di Stato di Catanzaro ha notificato altri 5 avvisi di garanzia ed eseguito altrettante perquisizioni domiciliari a carico dei responsabili dell’alterazione dell’incontro di calcio SAVONA-TERAMO del 2 maggio 2015, valevole per il campionato di LEGA PRO – Girone B.

CdG pallone

L’attenzione della Squadra Mobile di Catanzaro e dello S.C.O. il  Servizio Centrale Operativo si è concentrata sull’incontro tra il SAVONA e il TERAMO, valevole per il campionato di Lega Pro, che lo scorso 2 maggio ha visto il TERAMO vittorioso sul campo del SAVONA. La gara non è stata una partita come le altre, assegnando la vittoria del campionato al TERAMO, con una giornata di anticipo rispetto alla chiusura del calendario. La squadra abbruzzese ha festeggiato sul campo ligure la promozione nel campionato nazionale di serie B, tagliandone il traguardo per la prima volta nella sua storia.

Le indagini hanno portato alla luce come la dirigenza del TERAMO calcio abbia raggiunto tanto risultato dando mandato all’esperto di frodi sportive, DI NICOLA Ercole, direttore sportivo de L’AQUILA e già indagato nell’operazione DIRTY SOCCER, affinché combinasse il risultato dell’incontro procurando la vittoria al TERAMO. Il DI NICOLA non era solo nel favorire il patto di combine tra le due squadre ma si avvaleva della collaborazione di altri professionisti del calcio, perché la proposta di combine giungesse a destinazione: Ninni CORDA, allenatore del BARLETTA, anche lui già indagato nell’operazione DIRTY SOCCER, e  Giuliano PESCE, collaboratore tecnico del PARMA.

Il prezzo della combine era fissato in 30.000,00 euro che il presidente e il d.s. del TERAMO, avevano versato per remunerare l’opera prestata dagli indagati ricompensandoli dell’alterazione della partita in favore del TERAMO, con il conseguente ottenimento della promozione della compagine abruzzese nel campionato cadetto, con una giornata di anticipo.

Nel corso dell’attività sono stati sequestrati ad alcuni indagati supporti informatici sui quali saranno svolti approfondimenti investigativi.