Le "fake news" di Marco Travaglio sull’Ilva, smentite dal sindacalista Bentivogli

di Antonello de Gennaro

E’ stato un grande spettacolo televisivo quello trasmesso  due sere fa nel programma  televisivo Otto e Mezzo condotto da Lilli Gruber su La7 . Intorno al tavolo a confrontarsi c’erano il giornalista Massimo Giannini, e Marco Bentivogli il Segretario Generale dei Metalmeccanici FIM CISL . Collegato dalla sua redazione Marco Travaglio  Direttore del Fatto Quotidiano. Tema della puntata,  l’enorme disastro politico che gli ultimi due governi guidati entrambi da Giuseppe Conte  hanno causato sull’ex Ilva. Secondo Travaglio , che come sempre difende a spada tratta l’indifendibile M5S Arcelor Mittal racconta balle e pretende la licenza di uccidere

il Fatto Quotidiano però scriveva che lo scudo penale è nel contratto

Nel contratto che ha firmato non era previsto alcuno scudo penale ha esordito subito Travaglio che ieri ha voluto difendere Conte e soprattutto Luigi Di Maio l’ex ministro “duplex” (del Lavoro e dello Sviluppo Economico, nel 1° governo Conte, cioè quello insieme alla Lega . “Per quanto incauti i nostri governi che hanno ceduto l’Ilva a questa cordata franco indiana non siano arrivati a tale punto di improntitudine dallo scrivere dentro a un contratto che avrebbero garantito l’impunità per i reati che sarebbero stati intenzionati o costretti a commettere“, ha affermato il direttore del Fatto ignorando che Arcelor Mittal non è una cordata, ma bensi una società leader mondiale nella produzione dell’acciaio. Travaglio voleva fare passare l’idea che il cosiddetto “scudo penale” fosse propedeutico  a coprire tutte le fattispecie di reato nella gestione dell’ex-Ilva , e che quindi Arcelor Mittal avesse campo libero.

In realtà non è così come poco dopo ha spiegato  Bentivogli , perchè “lo scudo penale riguarda solo il perimetro dell’azione che si svolge per realizzare il piano ambientale”, e conseguentemente ha un’area  di applicazione ben precisa. Ma la “fake news” più grossa di Travaglio rimane quella circa il fatto che il Governo Conte 1 non avesse concesso alcuno “scudo” ad Arcelor-Mittal. Perché come ha documentato il CORRIERE DEL GIORNO e riportato anche dal SOLE24ORE a luglio (e come pubblicato lo stesso Fatto Quotidiano) nel contratto quello scudo c’era eccome !

Circostanza confermata in trasmissione del Segretario della FIM-CISL il quale ha detto che “l’addendum al piano ambientale proprio all’articolo 27 che qualora ci sia qualsiasi modifica del quadro normativo con cui è stata fatta la gara ad evidenza pubblica e qualora ci sia l’impossibilità di realizzare il piano ambientale, entrambe le violazioni sono causa di scioglimento e rescissione del contratto. Addendum che era stato sottoscritto il 14 settembre 2018,  quando sulla poltrona di ministro dello Sviluppo economico c’era il suo “protetto” Luigi Di Maio. Dopodichè è successo che il Governo Conte 1 con la firma di Di Maio, ha revocato le esimenti penali, poi le ha rimesse, ed il Governo Conte 2 qualche settimana fa le ha cancellate di nuovo. Questa è la realtà che Travaglio ignora o fa finta di non conoscere

Le “fake news” di Travaglio sull’ex Ilva di Taranto

E’ molto strano che Travaglio abbia affermato che quella norma non c’era smentendo di fatto quanto il suo stesso giornale non più tardi di quattro mesi fa aveva pubblicato scrivendo che quella clausola esisteva e che era motivo si scioglimento del contratto. Più che legittimo chiedersi oggi per quale motivo oggi Travaglio avverta un così grande desiderio di difendere Di Maio, ma è ben noto che la sua è l’ennesimo attacco contro i cosiddetti “giornaloni” e il mondo dell’editoria, scrivendo ieri sul Fatto: “Bei tempi quando i Riva si compravano i giornalisti. Oggi vengono via gratis”. Come se il suo quotidiano che dirige sia il “Vangelo” dell’informazione, che in realtà non è, venendo invece definito da molti come “il Falso Quotidiano” o “il Fango Quotidiano” e subissato di querele e citazioni per danni.

Travaglio peraltro voleva lasciare passare il teorema-interpretazione che il cosiddetto “scudo” fosse specualre  a garantire un’impunità pressoché totale ai vertici dell’Ilva. Il segretario generale della FIM-CISL  Marco Bentivogli lo ha smentito ricordando che a prendere le decisioni operative non è certo l’Amministratore Delegato o i poteri forti della multinazionale: “in questo periodo questo scudo ha protetto impiegati di settimo livello, quadri“.

Ma Travaglio non contento ed irritato, ha replicato: “è incredibile che si dia la colpa a quelli che hanno tolto lo scudo penale” sostenendo in maniera ridicola che in realtà Arcelor Mittal non hai mai voluto acquistare l’acciaieria, ma che il suo vero intento era quello di “sottrarla a concorrenti e per prendersi il portafoglio clienti“. Ma il sindacalista Bentivogli lo ha smentito nuovamente ricordando che Arcelor Mittal, avrebbe potuto farlo senza impegnarsi all’acquisto nel momento in cui ha avanzato la manifestazione d’interesse, prendendo conoscenza dal “dossier” l’elenco dei clienti dello stabilimento siderurgico di Taranto.

Quello che  Travaglio ignora o fa finta di non sapere è che alla gara internazionale per acquisire l’ Ilva non avevano partecipati concorrenti degni di nota (come come i principali gruppi siderurgici mondiali) ma solo una cordata di “volenterosi” messa in piedi dietro le quinte dai “renziani” guidata dal gruppo indiano Jindal, a cui partecipavano il gruppo italiano Arvedi, la finanziaria  di Leonardo del Vecchio, che era sostenuta finanziariamente da Cassa Depositi e Prestiti, vale a dire lo Stato italiano.

“Non hanno comprato niente” ha detto Travaglio ricordando che al momento Arcelor-Mittal ha in affitto il Gruppo ILVA. Ed anche in questo caso Bentivogli ha dovuto precisare e spiegargli che nel famoso addendum contrattuale (quello che per Travaglio non esiste) che porta la firma anche di Luigi Di Maio  in assenza di modifiche sostanziali al piano ambientale “l’azienda alla fine del 2020 è obbligata a comprare lo stabilimento“.

Cioè avrebbe dovuto e voluto farlo se il ministro Di Maio non avesse cambiato le carte in tavola. “Nessuno scudo potrà mai tenere acceso l’altoforno numero 2″, urlava Travaglio sostenendo che l’altoforno “deve essere spento perché è una struttura killer” collegandolo alla drammatica e complicata vicenda dell’altoforno 2 dell’ex-Ilva di Taranto che l’8 giugno 2015 vide la drammatica morte dell’operaio Alessandro Morricella.

In verità, Travaglio ignora o finge di non sapere che su quell’incidente ad oggi non c’è nessuna sentenza della magistratura, mentre Arcelor Mittal, che non ha avuto alcuna responsabilità nell’incidente, per  quell’indeterminato malfunzionamento subisce conseguenze tanto gravi da indurla a “lasciare Taranto”, ancor più che per la mancanza di “protezione legale”.

Infatti spegnere l’altoforno Afo 2 significa di fatto dover spegnere anche gli altri altoforni che operano con la stessa tecnologia e quindi di conseguenza dover chiudere l’azienda. Secondo i “tuttologi” come Marco Travaglio, Michelano Emiliano non sarebbe possibile poter produrre acciaio senza inquinare  garantendo nello stesso  tempo la sicurezza dei lavoratori. Ma in realtà non è così: perché è stato fatto a pochi chilometri dall’Italia, a Linz. E lì la bonifica non è stata fatta chiudendo l’azienda (come a Bagnoli, dove non c’è stata) ma grazie ad un’impresa che ha investito in sicurezza e in buone pratiche ambientali.

La follia giudiziaria di spegnere l’ altoforno 2

Purtroppo in questi talk-show televisivi vengono invitati giornalisti privi di alcuna conoscenza delle problematiche, che vengono riferite loro da pennivendoli e scribacchini locali, ben noti, le cui ideologie posizioni anti-Ilva sono ben note e che vengono riprese incredibilmente senza alcuna verifica da giornalisti che lavorano 8e parlano) da Milano e Roma. Molti dei quali non hanno mai messo piede nello stabilimento ILVA di Taranto

Secondo l’ing. Biagio De Marzo già dirigente siderurgico a Taranto, Terni e Sesto S. Giovanni, già presidente di “AltaMarea contro l’inquinamento – Coordinamento di cittadini, associazioni e comitati di volontariato sanitario, ecologista, civico e sociale della provincia di Taranto”, che sulla questione AFO 2 ha prodotto numerosi interventi “chiarificatori” pubblici, e persino degli esposti alla Procura della Repubblica di Taranto, anche recentemente.

In una lettera aperta l’ingegnere De Marzo che si ritiene abbia più competenze di Travaglio ed Emiliano messi insieme, scrive : AM InvestCo Italy (cioè Arcelor Mittal n.d.r.) ha motivato la richiesta di recesso dal contratto o risoluzione dello stesso anche perché “il Tribunale penale di Taranto ha imposto lo spegnimento dell’altoforno numero 2 se non si completano talune prescrizioni entro il 13 dicembre 2019, mentre gli specialisti, e gli stessi Commissari di Ilva in amministrazione straordinaria, hanno ritenuto impossibile rispettare tale termine.” Riassumendo brevemente, il sequestro di AFO 2 fu assunto “in attesa di conoscere le cause dell’evento anomalo a base dell’infortunio, nonché di quelli successivi di minore entità seguiti nei giorni successivi, nel dubbio di un malfunzionamento degli apparati di segnalazione di anomalie, che possa costituire fonte di pericolo di eventi e reati analoghi”. Stante il sequestro con facoltà di uso, a metà 2019, a quattro anni dall’incidente mortale, la magistratura dispone lo “spegnimento di AFO 2”, con motivazioni connesse a valutazioni del solo impianto accusatorio, basate su aspetti tecnici non ancora  accertati giuridicamente.

Secondo l’accusa ci sarebbe una (indeterminata) mancanza di condizioni di sicurezza dell’altoforno per i lavoratori; secondo la difesa ci sarebbe stata una causa del tutto “esterna al forno propriamente detto”, innescata da un “evento umano”. Trattasi chiaramente di una contrapposizione di non poco conto per le responsabilità giuridiche e soprattutto per l’individuazione delle conseguenti prescrizioni impiantistiche ed organizzative. “Ritengo – aggiunge l’ ing. De Marzo – doveroso manifestare, ancora una volta, il convincimento che la morte del povero Morricella è avvenuta non per un indeterminato malfunzionamento dell’impianto ma in conseguenza di unevento umano: per “sbloccare la colata di ghisa, il personale del campo di colata ha applicato maldestramente la procedura “confidenziale”, non ufficiale, popolarmente chiamata NAKADOME”.

Tale procedura, pur essendo praticata in vario modo in tutto il mondo, non è standardizzata, nè tantomeno scritta, ma è tramandata “alla voce” tra gli addetti. Negli anni ’70 altofornisti giapponesi “ammaestrarono” gli italsiderini tarantini sulla NAKADOME’, operazione assolutamente eccezionale, che verrebbe decisa da un responsabile di altoforno, nel caso in cui con la “macchina a forare” non si riuscisse in alcun modo a “pescare” la ghisa liquida nell’altoforno. Si adopererebbe, con tutte le cautele del caso, la “macchina a tappare” iniettando nel foro di colaggio pochi chilogrammi di “massa a tappare” impastata con catrame che, a contatto con l’altissima temperatura interna all’altoforno, provocherebbe un’esplosione cui seguirebbe il deflusso regolare della ghisa liquida.

Il tutto avverrebbe in pochissimi secondi senza nessun infortunio per il personale.Siamo convinti – scrive l’ ing. De Marzoche quella sera su AFO 2 fu eseguita maldestramente una NAKADOME’. I lavoratori presenti sul campo di colata al momento dell’incidente dovrebbero testimoniare in tal senso. Conseguentemente la magistratura potrebbe rinviare al primo rifacimento dell’altoforno le prescrizioni ritenute tecnicamente non eseguibili attualmente. Ove mai non si riuscisse ad acquisire le suddette certezze testimoniali, si potrebbe effettuare, con tutte le precauzioni necessarie, la prova di una NAKADOME’ dimostrativa che riprodurrà, in qualche modo, quanto Lenzi ed io riteniamo che sia accaduto quella disgraziata notte su AFO 2: noi siamo a totale disposizione dell’Autorità Giudiziaria. La suindicata prova concreta favorirebbe l’emergere della verità fattuale, senza dover aspettare i tempi indeterminati dell’ipotizzato “approfondimento processuale”, e consentirebbe di riqualificare subito le prescrizioni per il riavvio dell’altoforno 2 ferme restando le rispettive responsabilità giudiziarie”.

“In conclusione, è auspicabile il ripensamento sia del personale del campo di colata, sia dei periti/consulenti e dei magistrati che dovrebbero modificare l’accusa per gli indagati e conseguentemente le prescrizioni tecniche per l’altoforno. Stabilire subito cosa è successo veramente su AFO 2, aiuterebbe ad assodare se il Siderurgico di Taranto debba essere chiuso nel dubbio di malfunzionamento di tutto quanto avviene lì dentro oppure se possa continuare a funzionare, ovviamente operando correttamente e realizzando i necessari lavori di sicurezza e antinquinamento, attesi i risultati e relativi provvedimenti del riesame dell’AIA e dell’effettuazione della VIIAS, anche preventiva, con il concorso “agevolato” di Arcelor Mittal, non contro Arcelor Mittal, sempre che “resti a Taranto”.

il governatore pugliese Emiliano, e la sua dirigente regionale Barbara Valenzano

Alla fine della lettera aperta che nessun giornale locale o nazionale ha voluto pubblicare, l’ing. De Marzo coglie infine, l’occasione per porre una domanda: “solo a me viene il dubbio di un conflitto di interesse dell’attuale custode giudiziario dell’ex Ilva e consulente tecnico della magistratura di Taranto ( cioè l’ing. Barbara Valenzano – n.d.a.) nel frattempo divenuto dirigente della Regione Puglia al massimo livello, in presa diretta con il presidente Emiliano notoriamente e fortemente critico nei confronti dell’ex Ilva e di Arcelor Mittal ?




Una giornata contro i poteri che non amano l'informazione

di Mario Calabresi*

Cosa hanno in comune il presidente filippino Duterte e il rivoluzionario a 5 Stelle Di Battista? L’idea che i giornalisti vendano la loro penna: siamo “puttane” nella versione grillina, “presstitute” in quella asiatica. E cosa tiene insieme Matteo Salvini e Donald Trump? Un uso spregiudicato dei social per sfuggire alle domande e per mettere all’indice oppositori, disturbatori e “nemici del popolo”.

Il potere non ha mai amato le domande, le intrusioni, lo svelamento. Ha sempre attaccato chi le faceva e provato a buttarlo fuori strada, ma mai prima d’ora aveva cercato di costruire un fronte comune con i cittadini per squalificare l’informazione. Si rivolge al popolo per convincerlo che è la stampa a tradirlo, perché asservita a interessi diversi e menzognera. E così facendo il potere si presenta come una sorgente di verità indiscutibili.

Se ciò è possibile è evidente che i giornalisti hanno molte colpe, la prima delle quali è di essere apparsi troppo legati allo status quo e troppo poco critici con l’esistente. La stessa accusa che si muove alla sinistra a ogni latitudine: aver perso la capacità di ascoltare.  Non voglio qui difendere la categoria o fare un elenco di meriti per bilanciare gli errori ma denunciare la grande truffa che stanno cercando di venderci.

È una truffa presentare come meravigliosa l’idea che il futuro dell’informazione sia il rapporto diretto tra il potere e i cittadini, senza più bisogno di media e di giornali: è ancora e solo propaganda, da cui diventa sempre più difficile difendersi.

È una truffa che chi governa si presenti come vittima mentre occupa ogni spazio di potere possibile e squalifichi chi osa criticarlo, indicandolo al servizio di presunti contro poteri.  È una truffa essere il potere ma pretendere di avere i caratteri dell’opposizione o delle persone comuni. È solo un modo per non rispondere dei propri atti.
È una truffa chiedere al giornalismo di essere asettico e senza opinioni: è solo un tentativo per trasformarlo in un megafono e svuotarlo di senso critico. La partita è appena cominciata, sarà lunga e difficile e la nostra società ne uscirà profondamente mutata, ma è indispensabile giocarla indicando ogni giorno manipolazioni e falsità. Proprio per raccontare questa mutazione del nostro discorso pubblico e i pericoli che corre quel sistema di valori che chiamiamo democrazia, vi invitiamo a stare con noi domenica mattina. Per chi sarà a Roma appuntamento al teatro Brancaccio, tutti gli altri potranno seguire la diretta sul sito di Repubblica
*editoriale del direttore del quotidiano La Repubblica

Informazione per i lettori

 Il 25 novembre al teatro Brancaccio di Roma in via Merulana 244,(ingresso libero, ore 10,30), una mattinata di incontri con Mario Calabresi, Ezio Mauro, Lucia Annunziata, Massimo Giannini, Marco Damilano. Con i contributi video di Roberto Saviano e Vittorio Zucconi
Aprirà la giornata il direttore di Repubblica Mario Calabresi, che racconterà la tentazione del potere globale, dall’Italia agli Stati Uniti, passando per l’Ungheria e la Turchia, di piegare i social e la tecnologia al servizio della disintermediazione e della fascinazione, per screditare il controllo della stampa libera. Per i giornalisti e i lettori potrebbe risultare utile un pratico “manuale di sopravvivenza nell’era del dileggio”: è quanto proverà a fornire Lucia Annunziata, direttore di HuffPost Italia.

Gli epigoni stranieri del sovranismo gialloverde saranno raccontati da Marco Ansaldo, che dialogherà con il giornalista turco e attivista per la libertà di stampa, Yavuz Baydar, e da Vittorio Zucconi, che in un video commenterà le sortite di Donald Trump contro gli organi di informazione.

Dietro gli attacchi alla stampa, da Roma a Washington, si nasconde un più generale attacco alla liberaldemocrazia i cui valori, come spiegherà Ezio Mauro, sono in crisi in tutto l’Occidente. È un percorso che parte da lontanto: non solo geograficamente (sarà Roberto Saviano a raccontare in un video la vita sotto minaccia di blogger e giornalisti sudamericani). Ma anche dal punto di vista temporale: chi ricorda le aggressioni di Berlusconi e le battaglie di Repubblica contro i bavagli progettati dai governi di centrodestra negli anni Duemila? Saranno Massimo Giannini e Marco Damilano a rinfrescarci la memoria.

Sarà quindi la volta del dialogo tra Sebastiano Messina e Luca Bottura, che si concentreranno in particolare sulla strategia del M5S di delegittimazione della stampa. Massimo Russo, con Sara Bertuccioli e Marianna Bruschi, descriveranno il lavoro della redazione sulla frontiera dei social. Mario Calabresi tornerà sul palco con Federica Angeli e Conchita Sannino, croniste che su Repubblica seguono le zone calde di mafia capitale e della camorra e Paolo Berizzi, che descrive il fenomeno dell’estrema destra neofascista in Italia. Infine Michela Murgia racconterà in un video le parole che il potere usa per chiudere la bocca al dissenso.

Gli interventi sul palco sono intervallati dai contributi dei ragazzi del progetto Repubblica@Scuola, che in questi giorni sono stati chiamati a discutere le notizie pubblicate sulla prima pagina del giornale. L’appuntamento è a Roma al Teatro Brancaccio, in via Merulana 244.  Ci sarà anche il CORRIERE DEL GIORNO

Ecco la diretta live:

 

 




In difesa della libertà di stampa

ROMA – Nel mondo cresce l’insofferenza dei governi verso il giornalismo. Per capire come stanno cercando di sfuggire alle domande e mettere nell’angolo chi le fa, Repubblica organizza l’incontro “Liberateci dalla stampa, la tentazione del nuovo potere globale“: una domenica mattina con giornalisti, scrittori, ospiti internazionali e personalità della cultura per parlare di libertà di stampa delle tattiche dei nuovi potenti contro l’informazione. Quali rischi? Come difendersi? Cosa diventano i ruoli di giornalista e di lettore/cittadino nell’era dello sprezzo e della disinformazione elevati a sistema di potere? L’appuntamento è il 25 novembre alle 10,30 al teatro Brancaccio di Roma.

Aprirà la giornata il direttore di Repubblica Mario Calabresi, che racconterà la tentazione del potere globale, dall’Italia agli Stati Uniti, passando per l’Ungheria e la Turchia, di piegare i social e la tecnologia al servizio della disintermediazione e della fascinazione, per screditare il controllo della stampa libera. Per i giornalisti e i lettori potrebbe risultare utile un pratico “manuale di sopravvivenza nell’era del dileggio“: è quanto proverà a fornire Lucia Annunziata, direttore di HuffPost Italia.

Gli epigoni stranieri del sovranismo gialloverde saranno raccontati da Marco Ansaldo, che dialogherà con il giornalista turco e attivista per la libertà di stampa, Yavuz Baydar, e da Vittorio Zucconi, che in un video commenterà le sortite di Donald Trump contro gli organi di informazione.

Dietro gli attacchi alla stampa, da Roma a Washington, si nasconde un più generale attacco alla liberaldemocrazia i cui valori, come spiegherà Ezio Mauro, sono in crisi in tutto l’Occidente. È un percorso che parte da lontano: non solo geograficamente (sarà Roberto Saviano a raccontare in un video la vita sotto minaccia di blogger e giornalisti sudamericani). Ma anche dal punto di vista temporale: chi ricorda le aggressioni di Berlusconi e le battaglie di Repubblica contro i bavagli progettati dai governi di centrodestra negli anni Duemila? Saranno Massimo Giannini e Marco Damilano a rinfrescarci la memoria.

Sarà quindi la volta del dialogo tra Sebastiano Messina e Luca Bottura, che si concentreranno in particolare sulla strategia del M5S di delegittimazione della stampa. Massimo Russo, con Sara Bertuccioli e Marianna Bruschi, descriveranno il lavoro della redazione sulla frontiera dei social. Mario Calabresi tornerà sul palco con Federica Angeli e Conchita Sannino, croniste che su Repubblica seguono le zone calde di mafia capitale e della camorra. Infine Michela Murgia racconterà in un video le parole che il potere usa per chiudere la bocca al dissenso.

Gli interventi sul palco saranno intervallati dai contributi dei ragazzi del progetto Repubblica@Scuola, che in questi giorni sono stati chiamati a discutere le notizie pubblicate sulla prima pagina del giornale. L’appuntamento è a Roma in via Merulana 244. L’ingresso è libero e l’evento sarà trasmesso in streaming sul sito di Repubblica ed anche dal CORRIERE DEL GIORNO




Il grande abbraccio della gente per Fabrizio Frizzi : "Uno di noi. Portava allegria nelle case"

di Federica Gagliardi 

Il profondo cordoglio della gente comune, dei suoi amici, colleghi per la morte di Fabrizio Frizzi, nella triste giornata di ieri, si è manifestato  oggi nella camera ardente allestito presso la sede Rai di viale Mazzini scelta per ospitare l’ ultimo omaggio al presentatore, scomparso all’età di 60 anni. Dalle 10 di questa mattina, nella sala hanno sfilato amici e colleghi, ma è stato impressionante soprattutto il tributo della gente comune, del popolo, a un personaggio televisivo presente e radicato nei  loro cuori.

Una triste sensazione generale di sconforto per aver perso un “vero” amico, una persona semplice ed umile comune, dai modi educati,  sempre sorridente, che emanava un allegria spontanea e contagiosa. Uno stile di vita, dei comportamenti  semplici in linea  a quella umana simpatia ed allegria che lo aveva fatto conoscere ed apprezzare dal grande pubblico sin dal proprio esordii nei programmi pomeridiani televisivi per ragazzi.

le condoglianze del Premier

Un vero fiume umano di “amici” dalle 10 del mattino, tutti in coda per Fabrizio, circa 900 ogni ora , che viene calcolato in circa diecimila persone passate nella camera ardente, , tanto da prolungare l’orario di chiusura. Nella sala ad accogliere le persone più care di Fabrizio Frizzi , sua moglie Carlotta Mantovan  ed il fratello Fabio. Fabrizio non avrebbe potuto riconoscere i volti di tutte quelle persone, molte non le conosceva , ma era consapevole dell’affetto del pubblico televisivo nei suoi confronti  grazie allo schermo televisivo.

Quanto abbiamo visto in queste ore in viale Mazzini  non era un atto di presenza ma bensì un un vero e proprio reciproco saluto sincero  . Dai commenti della gente semplice che si è messa in coda per salutare Fabrizio le frasi più significative: “Era una persona semplice e lo è sempre stato. Ci mancherà la sua semplicità“, “Sorridiamo anche oggi, perché Fabrizio sorrideva sempre e portava così l’allegria nelle nostre case“. 

Significativa ed emozionate  la testimonianza di una grande foto nelle mani di Vincenzo Pellegrini, 48 anni, uno dei 1666 licenziati di Almaviva.  Si è presentato questa mattina alle 6 davanti alla sede Rai di viale Mazzini tenendo fra le mani una grande foto in cui si vedeva lui da bambino accanto a un giovanissimo Fabrizio Frizzi.Era il 1983 – ricorda Vincenzo ai giornalisti  – e Fabrizio era all’inizio della sua carriera. In questa occasione stava premiando noi ragazzini al termine di una manifestazione sportiva svoltasi al San Giuseppe Calasanzio, la stessa scuola che lui aveva frequentato”.

 Sono cresciuto a pane e Frizzi, tra Il barattolo e Tandem – racconta Vincenzo – e non l’ho mai considerato un personaggio famoso, era uno di noi. Oggi qui ci sono tutte queste persone perché lui era esattamente come loro e il testamento che ci ha lasciato è la sua semplicità, la sua spontaneità. In seguito l’ho incrociato più volte, ho partecipato ad alcune sue trasmissioni anche come pubblico e, avendo seguito tutta la sua carriera, posso dire che era rimasto quella che già era nella foto che conservo gelosamente. Una persona semplice e sorridente. Ho iniziato a seguirlo che ero bambino e ho finito oggi che sono un uomo“.

Luca Cordero di Montezemolo

Numerose le personalità che hanno reso omaggio nella camera ardente di Fabrizio Frizzi ,  da Luca Cordero di Montezemolo, presidente della Fondazione Telethon della quale il conduttore tv scomparso è stato sempre un protagonista di primo piano, se non l'”anima” della campagna,  il Presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, il comandante generale della Guardia di Finanza Gen. Giorgio Toschi,  il presidente del Coni Giovanni Malagò, il direttore di Repubblica, Mario Calabresi,  i fratelli Beppe e Rosario Fiorello, Flavio Insinna,  Luca Giurato, il direttore del Tg5 Clemente Mimun, il direttore del TgLa7 Enrico Mentana, il sindaco di Bergamo (ex direttore di Canale5) Giorgio Gori, la sindaca di Roma Capitale Virginia Raggi, visibilmente commosso anche il direttore generale della Rai, Mario Orfeo, Roberto Giacchetti, Gianni Letta, Enrico Brignano, Amadeus,  Cristina Parodi, Bruno Vespa, Stefano D’Orazio dei Pooh, Emilio Carelli, Andy Luotto, Riccardo Rossi, Giulio Scarpati, Federico Moccia, Neri Marcorè, Gigi Marzullo, Luca Zingaretti, Veronica Pivetti, Massimo Giletti, Marisa Laurito, Roberto Giachetti, Carla Ruocco, Walter Veltroni, Massimo Giannini, Emanuela Aureli, Alba Parietti, Amedeo Minghi. .




Ilva: Calenda “‘nessuna guerra con Emiliano, sgombrare campo ricorsi”

ROMA – “L’Ilva entro il 2020 può diventare l’acciaieria dal punto di vista ambientale migliore d’Europa, quello che è importante è che si sgomberi il campo dai ricorsi e lo si faccia rapidamente, e ragionando sul merito“. Lo ha detto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda intervenendo a “Circo Massimo” il programma radiofonico condotto dai giornalisti  Massimo Giannini e Edoardo Buffoni  su Radio Capital.

Il ministro, commentando i passi fatti del Governatore della Regione Puglia ha precisato di non aver “mai fatto guerra a Emiliano“, ha sottolineato che Emiliano e il sindaco di Taranto hanno sempre avuto porte aperte al Ministero: “l’importante è chiedere cose che si possono fare, stare sul merito delle cose, se si sta sul merito non c’è nessuna preclusione. Siamo istituzioni che si parlano, le questioni personali sono fuori dal tavolo sempre”.

il senatore Pietro Grasso

Calenda ha criticato Pietro Grasso, leader di Liberi e uguali, che ieri ha proposto l’abolizione delle tasse universitarie: “È una proposta trumpiana – ha detto il Ministro dello Sviluppo economico –  si caratterizza come un supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese, credo che l’abbia costruita in modo erroneo. Oggi sono già esentati di fatto gli studenti con redditi bassi dalle tasse universitarie, se le metti a carico della fiscalità generale stai dicendo che anche i redditi bassi che non hanno figli a scuola devono pagare per mandare in molti casi persone che hanno reddito medio a scuola. È l’opposto di quello che Liberi e Uguali vuole fare, è una cosa trumpiana. Immagino che in queste ore la stia riguardando e vedendone bene le contraddizioni”

In merito al destino della travagliata compagnia aerea Alitalia, Calenda annuncia: “Oggi abbiamo sul piatto tre offerte. Quello che faranno i commissari, già immagino alla fine di questa settimana o all’inizio della prossima, è dire quale di queste offerte è la migliore, quindi con chi si può iniziare a fare la negoziazione in esclusiva“. E aggiunge “Io non ho preferenze, per me la questione è molto oggettiva e la valutazione sarà fatta sui numeri“.

Il ministro si è detto preoccupato dalle proposte politiche del centrodestra e del M5S, che ritiene “pericolose” per il Paese, perché “tendono a promettere tutto a tutti, dalle pensioni minime all’abolizione del bollo auto, cose forse giuste ma che non ci possiamo permettere“.  “Se non avremo una politica economica seria e un governo in grado di esercitarla dopo le elezioni andremo incontro a seri problemi”, ha affermato Calenda, perché l’emergenza non è stata del tutto superata., aggiungendo “Bisogna fare pochissimo trionfalismo e si deve stare “con i piedi per terra“. Per Calenda il centrodestra con le sue promesse “mette a rischio i conti del Paese” mentre M5s propone “una fuga dalla realtà dove si sostituisce il lavoro con redditi inventati”. Mentre il centrosinistra,  secondo lui “ha invece portato l’Italia fuori dalla recessione e ha ridotto il deficit“.

Carlo Calenda e Matteo Renzi

Dopo le polemiche nei giorni scorsi sulla polemica sul canone Rai con il segretario del Pd Matteo Renzi, il ministro Calenda è ritornato sul tema e commenta: “Mi pare che lo stesso Renzi si sia poi corretto dicendo che la sua intenzione è continuare ad abbassarlo e io penso che questo sia giusto. Ma abolirlo per poi farlo pagare con le tasse della fiscalità generale è un errore. Uno dei problemi principali dell’Italia è considerare i soldi dello Stato come una cosa altra rispetto ai soldi dei cittadini. Non è così, sono gli stessi soldi. I problemi che abbiamo, debito incluso, nascono da questo”. Ha spiegato poi di essere “intervenuto pubblicamente su Twitter sulla questione Rai perché non sono riuscito a farlo privatamente: sono molto duro quando vedo cedimenti al Truman show anche nella mia compagine politica” giudicando Twitter uno strumento “interessante se lo si usa per spiegare le cose” ed  aggiunge: “Inutile promettere ogni giorno l’abolizione di una tassa, questo non porterà a nulla, gli italiani sanno che in campagna elettorale sono tutte fesserie“.

il ministro Pier Carlo Padoan

Calenda si è rallegrato della disponibilità alla candidatura con il Pd del ministro Pier Carlo Padoan.   riconfermando la propria intenzione di non candidarsi: “Fare il parlamentare non credo sia il mio lavoro. Mi piace gestire, anche farlo secondo una visione politica, ma vorrei mettere al riparo queste crisi aziendali dalla campagna elettorale, se me ne sto fuori diventa più semplice per tutti”. Il ministro ha ribadito l’intenzione di dare comunque “una mano al centrosinistra, lì mi colloco, non ho nessuna velleità di fare la riserva della Repubblica, che non ci credo e poi sono troppo giovane“.

Il ministro ha escluso anche una sua possibile corsa da premier in caso di larghe intese: “Paolo Gentiloni è un premier molto migliore di come io potrei mai essere, così mi auguro che se il centrosinistra vinca lo faccia Renzi. E si è detto scettico su un patto Pd- Forza Italia: “È molto complicato, dovrebbero essere larghe intese alla tedesca”.




Scandalo carrozze d’oro Sud-Est. Delrio: “attendo soluzioni da Emiliano”

CdG ferrovie sud-estNon ha usato mezzi termini ed i soliti giri di parole in “politichese”,  il Ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Graziano Delrio, nel corso della trasmissione televisiva “Ballarò” andata in onda martedì sera su Rai3, intervenendo sulla vicenda delle Ferrovie Sud-Est, la società pubblica operante in Puglia perchè si trova  al centro di un’indagine della Procura della repubblica di Bari e della Corte dei Conti pugliese,  per una presunta frode – secondo gli inquirenti –  collegata all’acquisto di 25 vagoni che sono stati ristrutturati. a un prezzo doppio a quello di mercato. “Non ho mai confermato Fiorillo, anzi ho chiesto al governatore Emiliano di risolvere questa situazione: a giorni lo vedrò e ascolterò le sue proposte”.

Il sequestro

Luigi Fiorillo

nella foto, Luigi Fiorillo

Nei giorni scorsi la Corte dei Conti regionale di Puglia ha convalidato il sequestro conservativo di beni per circa sei milioni di euro nei confronti dell’amministratore unico della società,  il tarantino Luigi Fiorillo (un ex-esponente del Movimento Giovanile della Democrazia Cristiana), e dell’ex dirigente, Nicola Alfonso.

  Durante il programma televisivo condotto dal giornalista Massimo Giannini, ex-vice direttore del quotidiano La Repubblica, sono state ricostruite e raccontate le fasi salienti della vicenda: secondo quanto emerso dalle indagini, l’operazione si sarebbe articolata in tre passaggi: le Ferrovie Sud Est avrebbero acquistato da due società 25 carrozze passeggeri dismesse al prezzo di 37.500 euro ciascuna spendendo 912mila euro; successivamente i vagoni sarebbero stati venduti a una società polacca per la ristrutturazione al prezzo di 280mila euro ciascuno per un ricavo di 7 milioni; infine le Ferrovie Sud-Est avrebbero riacquistato successivamente dalla stessa società polacca le 25 carrozze ristrutturate al prezzo di 900mila euro ciascuna pagando complessivamente 22 milioni e mezzo.

 La perizia

Nel corso delle indagini svolte dalla Guardia di Finanza di Bari ed avvalendosi anche di una CTU (consulenza tecnica d’ ufficio) effettuata da un professionista esperto del settore, si è evinto che il prezzo congruo e reale per il riacquisto sul mercato sarebbe stato di 11 milioni e 206mila euro, cioè la metà di quanto versato.