Perquisizioni e sequestri nelle sedi di ArcelorMittal. Tra le accuse anche la "omessa dichiarazione dei redditi"

ROMA – Perquisizioni e sequestri documentali sono in corso negli uffici di Taranto di Arcelor Mittal Italia da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, guidati dal tenente colonnello Marco Antonucci, a seguito della disposizione emanata dalla Procura della repubblica di Taranto,  nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dall’ Avv. Angelo Loreto su delega dei commissari dell’ex Ilva in Amministrazione Straordinaria  . A Milano le Fiamme Gialle stanno effettuando acquisizioni documentali negli uffici milanesi della società controllata dal gruppo franco indiano quotato alla Borsa di Amsterdam. E nella lista dei reati contestati ne spunta un altro: omessa dichiarazione dei redditi.

Il fascicolo d’indagine è gestito direttamente dal procuratore capo Carlo Maria Capristo affiancato dall’aggiunto Maurizio Carbone e dal pm Mariano Buccoliero,  indagano per appropriazione indebita e distruzione dei mezzi di produzione. Un altro filone delle indagini è invece nelle mani della procura di Milano, che indaga invece per “false comunicazioni al mercato“, “distrazione di beni da fallimento” e sta valutando anche l’ipotesi di eventuali reati tributari.

Tra i documenti contabili che la Guardia di Finanza di Taranto sta acquisendo  anche in forma digitale, vi sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale.

Il filone della Procura di Taranto

L’indagine della Procura di Taranto in cui si ipotizzano i reati di “Distruzione di mezzi di produzione” e “Appropriazione indebita”, sfociata oggi in una ispezione della Guardia di Finanza (con acquisizione di documenti) negli uffici dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, punta ad appurare se sia in corso o meno un “depauperamento” del ramo d’azienda che la multinazionale franco-indiana vuole retrocedere.

Nel ricorso presentato dai commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria si evidenzia che la situazione di impianti, magazzini e portafoglio clienti non è più uguale a quella di quando il polo siderurgico è stato consegnato ad ArcelorMittal Italia. Le modalità affrettate di restituzione rischiano di causare danni irreparabili al ciclo produttivo e di distruggere l’azienda, anche se proprio ieri sera la multinazionale ha comunicato la sospensione della procedura di fermata degli impianti in attesa della sentenza del Tribunale di Milano. Le verifiche degli inquirenti riguardano anche le comunicazioni date dall’azienda a partire dallo scorso 4 novembre e l’impatto che possono aver avuto sull’andamento del mercato internazionale dell’acciaio.

L’indagine della Procura di Milano

C’è anche la contestazione di omessa dichiarazione dei redditi tra quelle contestate dalla Procura di Milano nell’ambito dell’indagine aperta venerdì scorso su ArcelorMittal e il suo tentativo di sciogliere il contratto di affitto dell’ex Ilva.  Finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, si sono presentanti oggi a metà mattinata in via Brenta, negli uffici di AmInvestco, la società utilizzata dal gruppo ArcelorMittal per l’affitto di Ilva, con un decreto di sequestro e stanno effettuando non solo acquisizioni ma anche perquisizioni con i sequestri di documenti e supporti informatici. Acquisizioni sono in corso anche nella sede di Ilva in A.S. in viale Certosa nel capoluogo lombardo.

Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, nel fascicolo aperto nei giorni scorsi, contestano presunte false comunicazioni al mercato, ossia l’aggiotaggio informativo, e anche il reato previsto dall’articolo 232 della legge fallimentare, ossia la distrazione di beni e risorse senza il concorso del fallito e dopo un fallimento, quello in questo caso che ha riguardato l’ILVA negli anni scorsi.  La legge, infatti, punisce “con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, dopo la dichiarazione di fallimento, fuori dei casi di concorso in bancarotta o di favoreggiamento, sottrae, distrae, ricetta ovvero in pubbliche o private dichiarazioni dissimula beni del fallito”. In sostanza, gli inquirenti puntano a verificare se dirigenti e manager del gruppo con le loro condotte abbiano sottratto e distratto beni e risorse dall’ILVA fallita, dopo che hanno iniziato a gestirla col contratto d’affitto, contratto da cui hanno chiesto di recedere dando anche l’avvio alla causa civile.

La contestazione di aggiotaggio informativo, invece, si concentra su alcuni comunicati stampa diffusi da ArcelorMittal e che avrebbe comprato degli effetti sul mercato azionario, ed anche in questo caso sui mercati esteri essendo la capogruppo dell’azienda franco indiana quotata Borsa di Amsterdam. Intanto, nell’ufficio del pm Civardi gli inquirenti stanno ascoltando persone informate sui fatti, proseguendo l’attività già iniziata ieri con l’ascolto di dirigenti dell’amministrazione straordinaria dell’ex ILVA.

La notizia delle perquisizioni è stata confermata da ArcelorMittal. “L’azienda – si legge in una nota – conferma la presenza della Guardia di Finanza negli uffici di Milano e nello stabilimento di Taranto di ArcelorMittal Italia e sta collaborando fornendo le informazioni richieste“.

Tutto quanto adesso è al vaglio degli investigatori della Guardia di Finanza e già nelle prossime ore potrebbero arrivare dei clamorosi risvolti. A partire dal far chiarezza sull’eventuale rapporto intercorso di consulenza-collaborazione fra l’attuale Ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli ed il leader del M5S Luigi Di Maio quando quest’ultimo ricopriva il triplice incarico di vicepremier, ministro dello Sviluppo Economico e ministro del lavoro nel 1° Governo Conte.

 




Ressa all'arrivo del premier Conte a Taranto. "Cosa volete, la chiusura ?"

ROMA – Dopo lo sciopero unitario di 24 ore indetto da Fim, Fiom e Uilm nello stabilimento siderurgico di Taranto e negli altri siti del Gruppo ArcelorMittal, oggi presso lo stabilimento di Taranto è arrivato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per incontrare i dipendenti accompagnato da alcuni dirigenti del siderurgico. Ressa al suo arrivo:“Parlerò con tutti ma con calma”, ha detto Conte al suo arrivo davanti ai cancelli dell’ex Ilva, dove era atteso da molti cittadini ed operai.

E’ una folla composta da ambientalisti, operai e abitanti del quartiere Tamburi quella che all’arrivo del Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, preme per parlargli. Il premier a molti di loro chiede: “cosa volete, la riconversione?”. Ma il gruppo composto da “movimentisti” locali, esuli o fuoriusciti da partiti e sindacati,  ora sotto mentite spoglie di ambientalisti dell’ultima ora, cercando di imporre la loro parola d’ordine “chiusura” lo hanno assediato all’esterno prima che possa entrare dagli operai  .

Ecco cosa faceva a Palazzo Chigi il sindaco di Taranto Rinaldo Melucci: spiava i messaggi privati dal telefono di di Giovanni Gugliotti presidente della Provincia di Taranto

Da qui è nato un botta e risposta con alcuni cittadini che gli chiedevano di chiudere l’impianto. Il premier Conte è entrato dalla portineria D della fabbrica, quella riservata all’ingresso degli operai. All’ingresso si sono raggruppati operai e rappresentanti di comitati e movimenti con striscioni che chiedono la riconversione economica del territorio. “Dovete conoscere la situazione“, gli ha detto un cittadino.

Sono qui per questo” ha risposto Conte. Solo qualcuno accenna alla possibilità di una riconversione, impiegando per questo gli operai per la bonifica. Conte rivendica attenzione all’ambiente: “stiamo lavorando tanto per l’energia pulita”.

Il premier parteciperà al consiglio di fabbrica permanente indettoda  Fim, Fiom e Uilm.  I metalmeccanici chiedono “all’azienda l’immediato ritiro della procedura di retrocessione dei rami d’azienda e al governo di non concedere nessun alibi alla stessa per disimpegnarsi, ripristinando tutte le condizioni in cui si è firmato l’accordo del 6 settembre 2018 che garantirebbe la possibilità di portare a termine il piano Ambientale nelle scadenze previste”. Le sigle sindacali Fim, Fiom e Uilm sostengono che “la multinazionale ha posto delle condizioni provocatorie e inaccettabili e le più gravi riguardano la modifica del Piano ambientale, il ridimensionamento produttivo a quattro milioni di tonnellate e la richiesta di licenziamento di 5mila lavoratori, oltre alla messa in discussione del ritorno a lavoro dei 2mila attualmente in Amministrazione straordinaria“.

 

Unitaria però è la valutazione che i sindacati danno dei fatti.Le organizzazioni sindacali nazionali di Fim, Fiom e Uil dichiarano intollerabile quanto emerso dall’incontro di mercoledì tra il Presidente del Consiglio e i vertici di ArcelorMittal, programmato per chiedere il ritiro della procedura di disimpegno dagli stabilimenti dell’ex Ilva annunciata il 4 novembre”. La multinazionale ha posto delle condizioni provocatorie e inaccettabili e le più gravi riguardano la modifica del Piano ambientale, il ridimensionamento produttivo a quattro milioni di tonnellate e la richiesta di licenziamento di 5 mila lavoratori, oltre alla messa in discussione del ritorno a lavoro dei 2 mila attualmente in amministrazione straordinaria”, si legge in una nota dei sindacati.

Nel frattempo il gruppo indiano Jindal, ha negato un proprio interesse per gli asset dell’ex Ilva, dopo la decisione annunciata di ArcelorMittal.Smentiamo con forza” si legge in un tweet postato sul canale Twitter del gruppo, le indiscrezioni di stampa secondo cui “Jindal Steel & Power potrebbe rinnovare il suo interesse per l’acciaieria di Taranto”.

L’agenzia internazionale Moody’s ha confermato il rating ‘Baa3’ di ArcelorMittal cambiando però l’outlook da ‘stabile’ a ‘negativo’. La revisione, si legge in una nota, “riflette il rapido declino degli utili quest’anno nel contesto di una domanda calante da parte del mercato finale e di un deterioramento degli spread sull’acciaio”. “Ulteriori pressioni al ribasso” sul rating potrebbero arrivare “dall’incapacità di dare esecuzione senza attriti e in modo tempestivo alla proposta di risoluzione dell’acquisto dell’Ilva“.

Vincenzo Boccia

“Nazionalizzare? il problema è chi paga. Questo governo dovrebbe cominciare a pensare a chi paga e quali sono gli effetti sull’economia reale e sulla società di alcune scelte. Occorre assumersi delle responsabilità, avere senso del limite, con l’auspicio che questa questione da ambientale non diventi anche economica e sociale. Certamente nessuno lo auspica”. Così Vincenzo Boccia presidente di Confindustria: “Penso che questo governo abbia generato la causa e dovrebbe cercare di risolverla, nella logica di mercato e di impresa – prosegue Bocciaci auguriamo che prevalga il buon senso. Il problema è il precedente che stiamo creando. Stiamo dimostrando al mondo intero che quando arriva un investitore cambiamo poi certe regole e lo facciamo scappare. Immaginate poi chi viene più a investire in Italia.“.

I commissari dell’ILVA in amministrazione straordinaria, nominati dal ministro Luigi Di Maio quando era alla guida del MISE hanno annunciato una istanza all’autorità giudiziaria di Taranto con la quale si richiede la proroga del termine del 13 dicembre fissato dal Tribunale per mettere in sicurezza l’Altoforno AFO 2 , sottoposto a sequestro dopo l’incidente del giugno 2015 in cui è morto l’operaio Alessandro Morricella, le cui ragioni sono ancora da accertare e per il quale peraltro non si è arrivati ad alcun grado di giudizio .

Ieri mattina i tre commissari, Francesco Ardito, Alessandro Danovi e Antonio Lupo, hanno incontrato il procuratore di Taranto, Carlo Maria Capristo. Sempre sul fronte giuridico, essendo “sopravvenute” diverse modifiche normative e a fronte di “una tale evoluzione” del quadro delle disposizioni vanno registratele motivazioni della Corte Costituzionale, alla base della scelta di inizio ottobre di rimandare gli atti al Gip dr. Ruberto del Tribunale di Taranto, che l’aveva interpellata sullo scudo penale per l’ex Ilva: , “non può spettare che al giudice rimettente valutare in concreto la loro incidenza sia in ordine alla rilevanza, sia in riferimento alla non manifesta infondatezza delle questioni di legittimità costituzionale sollevate“, dice la Consulta.




Mittal rifiuta lo scudo penale offerto da Conte, e conferma l'addio all' Italia

ROMA – In una conferenza stampa notturna, convocata al termine del Consiglio dei Ministri, tenutosi dopo dodici ore di riunioni e vertici dai toni anche drammatici, dedicati alla situazione dello stabilimento pugliese e alla necessità dell’esecutivo di arginare la volontà di disimpegno del gruppo ArcelorMittal, il premier Giuseppe Conte ha riepilogato quella che è una vera e propria “guerra” tra il governo e la multinazionale dell’acciaio.  Conte ha iniziato così: “E’ una vertenza che sta particolarmente a cuore al governo, riteniamo quel polo industriale di interesse strategico per il Paese. Per il governo rilanciare l’Ilva e Taranto è una priorità” che ha aggiunto “non riteniamo giustificate le preoccupazioni di ArcelorMittal e il governo ha dichiarato, per sgombrare il campo, la sua disponibilità all’immunità“.

Con il premier, in conferenza stampa anche il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, per ribadire un punto in particolare. “ArcelorMittal non è in grado di rispettare il suo piano industriale e non possono essere i lavoratori e Taranto a pagare , a prescindere da ogni altra condizione, la società oggi dice che non riesce a produrre più di 4 milioni di tonnellate e che queste non sono sufficienti a remunerare l’investimento. Ma Mittal ha vinto la gara per Ilva promettendo 6 milioni di tonnellate ed 8 milioni dal 2024“. Nell’esecutivo dell’ alleanza giallo-rossa (M5S-Pd) , emerge anche un’altra considerazione: quanto conviene che l’azienda resti? Per questo, parallelamente, si stanno cercando “strade alternative“.

Un “piano B” che non includerebbe la partecipazione di Cdp ma che potrebbe concretizzarsi con una nuova cordata. E’ un’ipotesi che emerge a tarda notte e che non riguarderebbe necessariamente Jindal o AcciaItalia. Allo stesso tempo nel M5S filtra già una certa irritazione per la scelta di ArcelorMittal – che ha azzerato la concorrenza – e nei confronti di chi ha gestito il dossier, l’ex ministro Carlo Calenda. Sospetti che il titolare del Mise Stefano Patuanelli così sintetizza: “è evidente che ArcelorMittal voleva solo un’acquisizione”. Un teorema quello di Patuanelli che però si scontra con tutte le bonifiche ambientali ed il rispetto dell’ Aia sinora attuato da Arcelor Mittal.

“Il governo si è dimostrato disponibile a introdurre lo scudo penale, che è stato rifiutato – ha affermato il premier -. Dopo un po’ è emerso nella discussione che non era questa la vera causa del disimpegno dell’azienda. Lo scudo penale non è il tema, il tema è che l’azienda ritiene che con i livelli di produzioni non siano sostenibili gli investimenti e di non poter assicurare gli attuali livelli di occupazione. Per assicurare la continuità aziendale ci viene rappresentato l’esubero di 5mila lavoratori. Per noi è inaccettabile“.

Noi Siamo disponibili a forme di accompagnamento (cigs) contingenti. Ma nessuna delle nostre offerte è stata accettata. Nessuna. Non abbiamo nessuno strumento per tenerli, se non la pressione di un intero paese. Faccio appello a governatore regione, sindaco di Taranto, e sindacati per aprire tavolo di crisi. Possiamo solo chiamare a raccolta l’intero paese. E chiamare Mittal alla responsabilità”.

“Qui non è una qualsiasi crisi aziendale. E’ una vertenza che in questo momento prospetta un disimpegno da impegni contrattuali specificamente assunti a seguito da una gara” – ha evidenziato Conte – . Se ci sono criticità non giustificano affatto la riconsegna dell’intero impianto, per noi è scattato un allarme rosso. Ci siamo resi disponibili ad aprire una finestra negoziale, ventiquattro ore su ventiquattro“.

“La produzione è scesa a 4mila tonnellate – ha aggiunto ancora il Presidente del Consiglio  -. Benissimo. A chi spetta il rischio impresa? Chi è che viola il contratto? Vogliamo dire che il Governo non rispetta il contratto? Nessuna responsabilità sulla decisione dell’azienda può essere attribuita al governo. Nessuno ha costretto ArcelorMittal a partecipare a una gara con regole chiare e trasparenti. Chiediamo il rispetto del piano industriale e ambientale. Questa è un’altra preoccupazione: che non garantendo la continuità produttiva non si continui con il risanamento ambientale. L’azienda rimedi alle sue iniziative. Al momento non c’è nessuna soluzione, nessuna richiesta nostra è stata accettata”. Le prossime 48 ore passeranno sul filo della suspense per il Governo e di terrore per un’intera provincia, quella di Taranto che vive sull’attività dello stabilimento siderurgico ed il suo indotto.

Conte ha utilizzato cinque aggettivi per delineare la posizione del Governo nei confronti di Arcelor Mittal. Ha parlato di una “posizione, unitaria, di compattezza e coesione”, e  di un esecutivo “coeso e compatto”. Ma in realtà così non è. Infatti il Pd ed i “renziani” di Italia Viva hanno spinto sull’acceleratore, chiedendo per venerdì in Consiglio dei Ministri subito un decreto per ripristinare lo scudo penale addotto da Mittal come pretesto per la recessione dal contratto, al fine di sgomberare il campo da eventuali alibi sotto mentite spoglie. Una richiesta che tanto per cambiare  ha ricevuto un secco “no” dai grillini del M5S  che pretendono garanzie sul fatto che le altre pesanti richieste di Arcelor Mittal in tal caso vengano ritirare, o altrimenti nessuna concessione.

Barbara Lezzi, Giuseppe Conte e Luigi DiMaio, i tre veri responsabili del disastro Ilva-Arcelor Mittal

Questa la versione ufficiale che Palazzo Chigi ha fatto filtrare in nottata. Quella ufficiosa è che il Movimento 5 Stelle  non ha i numeri al Senato per far passare un provvedimento di questo tipo. La fronda capitanata dall’ex ministra, la salentina Barbara Lezzi che ha già affossato lo scudo penale in sede di conversione del “decreto Salva Imprese”, ed è pronta a rifarlo. Luigi Di Maio schiuma rabbia, ma deve tacere sul punto, non può fare altrimenti pur di restare in sella. Proprio lui che sulla cancellazione dell’immunità aveva fatto una battaglia campata in aria. Se non fosse politica per dilettanti allo sbaraglio, sarebbe una vera e propria reciproca estorsione.

Tra gli elementi del contenzioso incide anche il prossimo spegnimento all’Altoforno 2. Il custode giudiziario dell’area a caldo, Barbara Valenzano (dirigente della Regione Puglia, considerata molto “vicina” al Governatore pugliese Michele Emiliano) , ha dato 90 giorni ad ArcelorMittal per definire una serie di interventi sull’Afo2. Un termine scade il prossimo 13 dicembre, pressochè impossibile da rispettare da cui consegue il prossimo spegnimento dell’altoforno. I Mittal nell’incontro di Palazzo Chigi hanno fatto presente che lo stesso problema potrebbe riproporsi a breve  anche con gli altri due altoforni attualmente in funzione, il numero 1 e il 3.

il governatore pugliese Emiliano, e la sua dirigente regionale Barbara Valenzano

La trattativa con ArcelorMittal non è ancora definitivamente chiusa. “Al momento la via concreta è il richiamo alla loro responsabilità”, spiega Conte che ha chiesto a Lakshmi Mittal e a suo figlio di aggiornarsi tra massimo due giorni per una nuova proposta. “Non lasceremo soli gli operai e le comunità locali. Domani convocheremo i sindacati – ha annunciato il presidente del Consiglio -. C’è l’assoluta determinazione di rilanciare Ilva e Taranto. Non è questione di minoranza o maggioranza, è l’intero Paese che deve reggere l’urto di questa sfida, sono assolutamente inutili le polemiche“.

Il canale di comunicazione tra Palazzo Chigi ed Arcelor Mittal in ogni caso rimane aperto, al punto che le parti si sarebbero lasciate non escludendo un prossimo incontro a breve. Molto si deciderà nel corrente mese di novembre. Infatti, sulla base all’articolo 47 della legge 428 del 1990 sulla “cessione di ramo d’azienda“, l’eventuale annunciata uscita di ArcelorMittal non può effettuarsi prima di 25 giorni dalla data della comunicazione di recesso, e cioè da  ieri, quindi non potrebbero abbandonare la partita prima del primo dicembre.

nella foto il Tribunale di Milano

Una cosa è certa e cioè che per quella data il Tribunale di Milano non si sarà pronunciato. ArcelorMittal può uscire in modo unilaterale ma così facendo si assumerebbe un grande rischio legale. in quanto se il Tribunale milanese le desse torto, in tal caso non soltanto il gruppo franco-indiano sarebbe costretto a mantenere in attività l’ex-Ilva e contestualmente potrebbe vedersi costretto a pagare salate penali. Uno scenario per il quale cruciale ancora una volta il ruolo “centrale” del Tribunale di Milano.

L’ipotesi di reperire una cordata alternativa che subentri in corsa per rilevare lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, sembra soltanto una chimera. Per questo motivo prende quota l’ipotesi di un intervento pubblico che possa farsi carico di un’azienda che dà lavoro a oltre 10 mila persone in una zona del Paese dove il lavoro non abbonda. Una possibilità che però rischierebbe di essere bloccato dall’ Unione Europea, che vieta gli aiuti di Stato all’impresa. La via più naturale sarebbe un nuovo commissariamento, oppure il coinvolgimento della Cassa depositi e prestiti. Dopo la decisione di ieri della Fim-Cisl, anche la Fiom-Cgil e la Uilm hanno indetto uno sciopero di 24 ore proclamato per domani 8 novembre. Oggi saranno i sindacati ad incontrare il Governo. Basterà ?

 




Con la chiusura dell' ILVA l’Italia perderebbe l’1,4% del Pil. Il "conto" in rosso sarebbe di 24 miliardi di euro

ROMA – Da un’analisi econometrica commissionata a giugno scorso dal Sole 24 Ore allo Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, emerge che  lo stabilimento ex Ilva di Taranto venisse chiuso, con il conseguente azzeramento della produzione di acciaio , con la perdita di 6 milioni di tonnellate di produzione a regime, anche se quest’anno non verranno raggiunti i 5 milioni ,  la perdita segnerebbe un passivo di circa 24 miliardi di euro.

Secondo i dati Istat il Pil italiano nel 2017 veniva  stimato intorno ai 1.725 miliardi di euro, come evidenziato nella ricerca dello Svimez, la chiusura dell’ex Ilva ed il blocco della produzione avrebbe un valore pari a circa l’1,4 per cento del Prodotto Interno Lordo, al quale andrebbero aggiunti gli investimenti andati in fumo come quello del gruppo  ArcelorMittal che si era si è impegnato contrattualmente ad effettuare investimenti ambientali per 1,1 miliardi ed investimenti industriali per 1,2 miliardi, oltre al pagamento dell’azienda per 1,8 miliardi, al netto dei canoni di affitto già versati. Ai conteggi effettuato dagli analisti dello Svimez, andrebbe sommata chiaramente  la perdita di occupazione: attualmente in Italia per il gruppo Arcelor Mittal lavorano 10.700 dipendenti, di cui 8.200 a Taranto (dove sono in cassa integrazione ordinaria per 13 settimane, dal 30 settembre, 1.276 dipendenti per crisi di mercato).

Sulla base dell’analisi econometrica dello Svimez, dal sequestro dello stabilimento avvenuto a luglio 2012 per delle folli decisioni della magistratura locale, più che “politicizzata”, sono andati perduti ad oggi la bellezza di “23 miliardi di euro di Pil, l’1,35 per cento cumulato della ricchezza nazionale”. Lo studio economico ha considerato l’impatto della crisi dello stabilimento sull’andamento della produzione reale e fra il 2013 e il 2018, la perdita sarebbe stata tra i 3 e i 4 miliardi di euro ogni anno .

“Siamo la seconda manifattura siderurgica europea — ricorda  Alessandro Banzato presidente di Federacciaie perdere la presenza in Italia di ArcelorMittal significherebbe mettere in guai pesantissimi anche l’intera filiera che è a valle del prodotto finito e di cui si parla purtroppo poco. In Italia si producono 8,5 milioni di tonnellate all’anno di coils, di cui 5 milioni a Taranto, con importazioni pari a un valore di 5,6 milioni di tonnellate. Se Taranto non ci fosse più, si determinerebbe uno squilibrio a favore dell’import di acciaio di proporzioni enormi“.

 Sull’Ilva di Taranto, il governo gioca partite diverse. Ed ancora una volta non le gioca in squadra, mentre il leader della Lega Matteo Salvini si erge a unico difensore di 15mila lavoratori.  Non si possono affidare le sorti di un’intera provincia come quella di Taranto, che è grande quanto la Regione Basilicata,  nel pensiero ed operato dell’ex-ministra del Sud Barbara Lezzi (M5S) , prima firmataria e prima sostenitrice dell’emendamento al decreto imprese che il 22 ottobre ha cancellato l’immunità per i gestori della più grande acciaieria d’Europa.

Uno scudo che pochi mesi con il decreto legge “Crescita” in piena campagna elettorale per le europee, era stato modificato dal Ministro Di Maio che lo aveva  condizionato allo svolgimento delle bonifiche, dopo che  ne aveva tolto uno analogo. Senza alcun consenso degli elettori, che avevano penalizzato il M5S che dopo un anno hanno perso oltre il 20% dei consensi. Con quell’emendamento, che voleva prendere di mira il capo politico M5S e uno dei suoi tanti compromessi, due settimane fa l’ex ministra salentina è riuscita a portarsi dietro tanti senatori da mettere a rischio persino l’approvazione del decreto imprese su cui il Governo ha dovuto porre il voto di fiducia.

“Piuttosto andiamo tutti a casa”, avevano gridato i senatori grillini, in accordo con gli esponenti di Leu-Liberi e Uguali,  in una delle riunioni infinite che hanno segnato la svolta: la capitolazione di Patuanelli, prima. Poi del ministro ai Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà. coinvolgendo il Pd ed Italia Viva : stralciamo lo scudo, vada come vada, era stata questa la decisione unanime che  adesso, l’ex ministro dello sviluppo economico (Governi Renzi e Gentiloni, n.d.r.)  Carlo Calenda rinfaccia a tutto il governo.

I ministri “dem” ripetono: “Patuanelli in consiglio dei ministri ci aveva assicurato che non ci sarebbero state conseguenze sull’impegno di Mittal. Gliel’abbiamo chiesto tutti”. il ministro dello Sviluppo Economico aveva anche detto “Non ho la sfera di cristallo”.

I vertici del governo a trazione M5S-Pd in realtà sapevano molto bene cosa sarebbe accaduto: non tanto per lo scudo quanto per i 2 milioni di perdite al giorno della fabbrica di Taranto, che un colosso mondiale come Arcelor Mittal poteva sopportare, ma sopratutto  per i problemi di sicurezza dell’Altoforno 2. con un’obsolescenza alla quale si rimedia solo con “investimenti giganteschi”. La Lezzi non sapendo cosa dire, a causa delle sue evidenti incompetenze,  ricorda quando, a giugno 2018, Beppe Grillo immaginava per l’Ilva una totale riconversione, un parco sul modello di quanto fatto nel bacino della Ruhr in Germania. Di Maio lo aveva subito sconfessato : “Sono opinioni personali“, abbandonando le promesse dei grillini locali in campagna elettorale (chiusura programmata e riconversione) e concludendo la trattativa avviata da Calenda, che fino a pochi giorni prima aveva tentato di invalidare. E che porta la firma finale proprio di Luigi Di Maio.

La verità come scrive il collega Sergio Rizzo su La Repubblica , è che manca la visione che è sempre mancata. E anche il nuovo potere finisce per ripercorrere le stesse strade del passato, lastricate di clientele e contributi pubblici. Senza riuscire a immaginare modelli di sviluppo diversi da quelli fallimentari di una industrializzazione forzata e sussidiata, priva di industrie a valle, priva di infrastrutture, destinata a produrre sviluppo effimero.

Così come era accaduto nei decenni dell’acciaio di Stato ed era stato replicato nell’epoca dei Riva, neppure negli ultimi sette anni, da quando il bubbone dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto è scoppiato, è stata affacciata una parvenza di soluzione credibile di lungo periodo, un’alternativa di sviluppo e sostenibilità. Che avrebbe certo avuto bisogno di tempo, ma anche di qualcuno che l’avesse pensata, discussa, elaborata. E ora siamo arrivati al dunque. Come già nel Sulcis, in Sardegna. O a Termini Imerese, in Sicilia. E quasi ovunque in tutto il Sud. Dove si continua a mettere pezze sempre più piccole, con progetti che evaporano, investitori che si dileguano, e promesse buone solo per le campagne elettorali che sfociano regolarmente in cassa integrazione. O in alternativa, adesso, nel “famoso” reddito di cittadinanza.

I giovani del Sud continuano a fuggire. Crollano gli investimenti pubblici. Va male l’agricoltura, bene il terziario. L’industria stenta. Scarsi i servizi ai cittadini, a partire dalla sanità e dalla scuola. Sul piano occupazionale, il reddito di cittadinanza ha avuto un impatto nullo. Non solo, secondo lo Svimezinvece di richiamare persone in cerca di occupazione, le sta allontanando dal mercato del lavoro”. Sono questi alcuni elementi che emergono dal Rapporto Svimez 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, presentato ieri a Montecitorio, a Roma, proprio nelle ore in cui  esplodeva la vicenda Arcelor Mittal .

Cosa altro  altro deve accadere in Italia perché questa squalificata sottoclasse politica comprenda che è finito il tempo delle parole e degli slogan di protesta, e che adesso ed è in gioco il futuro stesso del Paese?



Salta nuovamente lo "scudo" penale per l'ex-Ilva: azienda e sindacati allarmati

ROMA – Ancora una volta il M5S mette a rischio l’occupazione dello stabilimento siderurgico ex-Ilva di Taranto, il cui indotto di fatto regge in piedi l’economia di tutta la provincia jonica e genera un punto di PIL nazionale.  17 senatori grillini hanno presentato l’emendamento al decreto salva-imprese per sopprimere la norma sull’immunità penale all’ex Ilva, che sarà eliminata dal testo. Adesso il problema questione verrà riportato sul tavolo del Governo con un ordine del giorno che lo impegna a cercare una soluzione.

La poltrona del ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli  è sempre più bollente, dopo il “fallimento” della trattativa sullo stabilimento campano di Whirlpool , diventa sempre più difficile convincere i franco indiani di ArcelorMittal a continuare la loro attività senza “scudo” penale, e non abbandonare la gestione dello stabilimento siderurgico . La settimana prossima il ministro Patuanelli incontrerà i vertici italiani, con il nuovo Presidente ed Amministratore Delegato Lucia Morselli. Non è un caso se dal dal quartier generale a Londra del gruppo ArcelorMittal, così come anche a Taranto , nessuno parla e tutti tacciono.

La credibilità della leadership del premier Conte vacilla sempre di più all’estero, a seguito della circostanza che in Italia si rimettano in gioco continuamente gli accordi già siglati, che fa perdere ogni autorevolezza e fiducia in questo governo traballante. Il  gruppo ArcelorMittal manifestò senza mezzi termini tutto il proprio dissenso quando venne varato il “decreto Crescita”  che aboliva lo scudo penale a far data dal 6 settembre,  arrivando a minacciando di restituire lo stabilimento ILVA di Taranto (che al momento gestiscono in affitto)  al Governo. Fu questo il vero motivo che indusse l’allora ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, di affidare all’ ufficio legislativo  il compito di rielaborare la tutela nella versione inserita nel salva-imprese che era strettamente legata, come tempi e modalità, all’attuazione del piano ambientale . E che adesso salta per la seconda volta a causa di parlamentari irresponsabili del M5S.

Tutto torna quindi indietro con una nuova problematica in più: la sovraproduzione del acciaio in Europa strettamente connessa alla crisi dell’automotive, ha già portato ArcelorMittal a ridurre propria la produzione in Italia come anche negli altri suoi stabilimenti europei, mettendo in cassa integrazione 1.400 dipendenti. I sindacati sono molto preoccupati, come evidenzia il segretario nazionale della Fiom Cgil, Gianni Venturi : “Mettere in discussione la soluzione trovata nel dl imprese rischia di aprire ad una fase di ulteriore incertezza. Non si tratta di dare immunità né tanto meno di impunità, ma di tutele legali che accompagnano un processo di riconversione ambientale degli impianti“. Altrettanto dura la posizione di Marco Bentivogli, leader Fim-Cisl: “La scelta di modificare nuovamente lo scudo penale per Arcelor Mittal dimostra un atteggiamento schizofrenico del governo, che in modo maldestro cerca di recuperare voti su Taranto ma in realtà fornisce un buon alibi all’azienda per andar via“. Allineato anche Rocco Palombella della Uilm, che ricorda che l’azienda perda “due milioni di euro al giorno” aggiungendo che “di questo passo si continua a giocare sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di Taranto su un tema delicato che invece viene gestito per consenso elettorale“.

 




ArcelorMittal: "Lo stabilimento ex Ilva di Taranto resta aperta grazie al decreto"

ROMA – Grazie alla pubblicazione in Gazzetta di un Decreto Legge che modifica il cosiddetto “Decreto Crescitavoluto dall’ex-ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio che imprudentemente aveva eliminato la tutela legale in attesa dell’attuazione del piano ambientale per lo stabilimento di Taranto, ora di proprietà di ArcelorMittal, è stata evitata la chiusura dello stabilimento dell’ex Ilva. Dopo la sua pubblicazione, il Decreto Legge entra in vigore immediatamente, anche se la sua permanenza nell’ordinamento è soggetta a ratifica da parte del Parlamento entro 60 giorni.

Il decreto “per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali, con le norme per l’ex Ilva di Taranto, adesso porta la firma anche del Presidente della Repubblica . Approvato salvo intese lo scorso 6 agosto era stato bloccato dalla crisi di governo, risolta negli stessi minuti della firma di Mattarella, il testo composto da 16 articoli era stato inviato giovedì scorso dal Ministero dello Sviluppo alla Presidenza del Consiglio che a sua volta l’ha girato agli altri ministeri per il necessario concerto con la richiesta di “comunicare con ogni possibile celerità eventuali osservazioni, comunque non oltre le ore 13 di lunedì 2”. I ministeri destinatari del provvedimento, non hanno rilevato criticità e quindi il testo è andato alla firma al Quirinale.

Nel nuovo decreto è prevista la reintroduzione per il siderurgico di Taranto delle tutele  di immunità penale “a scadenza”  che erano state eliminate del tutto nel decreto Crescita e avrebbero avuto effetti da domani venerdì 6 settembre, lasciando “scoperta” ArcelorMittal, aveva comunicato l’intenzione, di conseguenza  di disimpegnarsi nel caso in cui la situazione non fosse stata risolta e quindi il Governo era tornato sui propri passi, smentendo l’ennesima decisione-farsa di Di Maio, collegando lo ‘scudo’ penale all’attuazione del piano ambientale.

In pratica ArcelorMittal sarà coperta fino alla data prevista per completare l’ammodernamento impianto per impianto, restando senza tutela esclusivamente per eventuali incidenti sul lavoro e per danni alla salute.

Matthieu Jehl

Il Gruppo ArcelorMittal ha accolto favorevolmente il nuovo decreto del governo sull’immunità penale e rende che lo stabilimento di Taranto continuerà ad essere funzionante anche dopo il 6 settembre. Per Matthieu Jehl,  Ceo di di ArcelorMittal Italia,  “il nuovo decreto legge significa che, almeno per il momento, siamo in grado di continuare a gestire lo stabilimento di Taranto oltre il 6 settembre, pur continuando a valutarne l’impatto potenziale. Ora dobbiamo affrontare la questione dello spegnimento che è stato ingiunto per l’altoforno numero due. I commissari straordinari dell’ Ilva AS, hanno presentato al Tribunale di Taranto una nuova istanza. Mi auguro che si trovi una soluzione per continuare a far funzionare i tre altiforni indispensabili per la sostenibilità a lungo termine dello stabilimento di Taranto“.

“Colgo l’occasione per ringraziare – conclude Jehl –  tutti i nostri dipendenti che continuano a gestire l’impianto e a produrre l’acciaio presente in molti aspetti delle nostre vite quotidiane e nelle infrastrutture italiane“.




ArcelorMittal e Marcegaglia spiegano il loro progetto per l’ ILVA

di Marco Ginanneschi

ROMA – “Pensiamo che AM Investco Italy sia La soluzione giusta per Ilva, per gli abitanti di Taranto e per l’economia italiana, basata su scelte sostenibili dal punto di vista ambientale ed economico. Non c’è industria senza rispetto per l’ambiente, noi lo sappiamo perché siamo leader di mercato e siamo presenti nei continenti più avanzati con le nostre best practice ambientali e produttive“. Con queste parole la joint-venture frano-indiana-italiana presenta sul web un filmato con cui spiega come intendono rinnovare lo stabilimento siderurgico di Taranto che non sarà più inquinante produttivo ed attento alla tutela della salute dei cittadini di Taranto, che da troppo tempo subiscono un inquinamento ambientale non più sopportabile

Il gruppo ArcelorMittal  spiega nel video con le voci dirette del top management le ragioni per le quali Am Investco, la joint venture fra il gruppo franco-indiano,  il gruppo Marcegaglia ed il Gruppo INTESA SANPAOLO, è secondo loro  “la scelta giusta” per risanare, rinnovare e gestire lo stabilimento dell’ ILVA di Taranto ed  asset collegati, per i quali è stata presentata un’offerta di circa 1,6 miliardi di euro, superiore di 400 milioni di euro alla cordata concorrente AcciaItalia che vede “alleate” il gruppo Arvedi, la Dalfin di Leonardo Del Vecchio, la Cassa Depositi e Prestiti e gli indiani della Jsw Steel  che hanno offerto 1,2 miliardi.

 

 

Nel video viene spiegata  la tecnologia Lansatech che, senza bisogno di eliminare l’uso del carbone, di fatto ridurrebbe l’inquinamento attraverso un “riciclo” delle sostanze nocive. L’offerta di Am Investco Italy sembra essere sulla carta non solo quella più alta e vantaggiosa, ma sicuramente quella più chiara affiancata da investimenti annunciati e resi noti  all’agenzia di stampa economico-finanziaria Reuters per ulteriori 2,3 miliardi di euro, per un totale complessivo di un investimento previsto di 4 miliardi di euro.

La cordata AcciaItalia ha presentato un’offerta inferiore, ma, sulla base di notizie trapelati da  fonti non ufficiali, a sua volta avrebbe promesso investimenti per circa 3 miliardi.

Gli analisti della Leonardo & Co. società di consulenza finanziaria europea specializzata in fusioni e acquisizioni, operazioni di capital markets e ristrutturazione finanziaria, che è l’ advisor dei commissari straordinari di ILVA, avranno tempo fine al 6 aprile per valutare le due offerte pervenute. La decisione  finale sarà poi decisa con un decreto del Ministero per lo Sviluppo Economico. Dopo la decisione finale vi sarà un termine di 30 giorni per analizzare e constatare la regolarità attuativa del piano ambientale presentato dalla cordata vincente, che dovrà attenersi alle disposizioni ambientali emanate dal Ministero dell’Ambiente, che a sua volta entro il prossimo autunno sarà chiamato ad emettere a sua volta  un proprio decreto.

Dopo queste operazioni si potrà finalmente passare all’esecutività del contratto di acquisizione del Gruppo ILVA che dovrà comunque passare sotto la vigilanza e decisione dell’Antitrust europea, chiamata a pronunciarsi definitivamente a seguito dell’avvenuta l’assegnazione.  Le due cordate peraltro sono già state convocate in via preliminare ed ascoltate dalla Direzione Generale alla Concorrenza, e verranno riconvocate nelle prossime settimane .

Il semaforo verde dell’ Antitrust europea  dovrebbe arrivare entro 25 giorni lavorativi dalla notifica (quindi di fatto un mese) , come prevedono le procedure regolamentari. Qualora l’analisi dovesse essere ritenuta da approfondire ulteriormente, è prevista una seconda fase della procedura, che può arrivare fino a oltre 100 giorni lavorativi (cioè circa 4 mesi).   La joint venture Am Investco, che ha come socio di maggioranza ArcelorMittal, il leader mondiale della siderurgia, potrebbe invece venire costretta ad alcune concessioni non ancora valutate dagli analisti. Secondo gli analisti della banca d’investimenti Jefferies con l’acquisizione di Ilva la cordata Am Investco guidata da ArcelorMittal arriverebbe a controllare circa il 40%  del mercato europeo dell’acciaio. La cordata AcciaItalia invece non dovrebbe avere problemi di sorta sull’eventuale rischio di posizione dominante, dato che Jsw, il partner industriale  prevalente nell’operazione, è di fatto pressochè assente nell’ Unione Europea.

Il gruppo  francoindiano ArcelorMittal ha smentito con una nota questa ipotesi. Smentita, anche l’ammontare dell’esposizione di Marcegaglia nei confronti dell’ Ilva rivelata dal settimanale L’Espresso, che ha parlato di un esposizione debitoria di 150 milioni di euro. La smentita è arrivata  all’agenzia Ansa da fonti interne all’Ilva di Taranto,  in quanto il reale debito del gruppo Marcegaglia nei confronti di Ilva è “congruente con i volumi di fatturato acquistati” . L’  esposizione debitoria del gruppo Marcegaglia che  è il primo cliente di ILVA da molti anni, anche calcolando le fatture non scadute,  che sarebbe di coltre 70milioni di euro, rientrerebbe in esposizioni fisiologiche che sono sempre presenti nei rapporti tra grandi clienti ed i fornitori sopratutto sulla base dei volumi di acquisto e che peraltro risulta essere coperta da specifiche garanzie finanziarie e quindi non costituisce alcun rischio di insolvenza

 




ArcelorMittal conferma la sua offerta per l’acquisizione dello stabilimento ILVA di Taranto

Fonti parigine del gruppo ArcelorMittal , colosso franco-indiano dell’acciaio hanno confermato di aver depositato insieme al gruppo Marcegaglia un’offerta non vincolante per l’acquisizione dell’ILVA di Taranto. “Negli scorsi mesi, ArcelorMittal e il nostro partner Marcegaglia hanno avuto un dialogo costruttivo con il commissario Piero Gnudi a proposito della potenziale acquisizione delle attività di Ilva – spiega la società franco-indiana in una nota diffusa via e-mail -. Avendo avuto l’opportunità di visitare gli impianti in diverse occasioni, crediamo di avere l’expertise e le risorse richieste per risanare l’Ilva, e abbiamo per questo inviato un’offerta non vincolante per acquisire tutte le attività dell’ Ilva».

Il commissario Gnudi ora avrà 30 giorni per accettare o rifiutare la  proposta della cordata guidata dai franco-indiani di Arcelor Mittal, uno dei leader della produzione d’acciaio al mondo e dagli italiani del gruppo Marcegaglia, i quali mirano a rilevare il più grande stabilimento siderurgico europeo insieme gli altri due impianti liguri di Cornigliano e Novi che sono al momento ancora  di proprietà del Gruppo Riva.

Nella proposta ricevuta da Gnudi,  vi sarebbe una condizione molto rigida richiesta dal nuovo gruppo in caso di acquisizione, e cioè  lo la divisione deli assett  con la creazione di due nuove strutture . Una “bad company”  per gestire i contenziosi  ed i risarcimenti ad essi legati, ed un’altra società, una new company con la  quale gestire il personale, gli  impianti e le attività industriali;