Scoppia il "Caso Moby": 840mila euro a Grillo e Casaleggio. Il M5S tace....

ROMA – “Un’azienda dà 60mila euro a Open: perquisizioni, accuse, aperture dei Tg. La stessa azienda ne dà poi 600mila a Casaleggio e 240mila al blog di Grillo. Tutti zitti: media proni, giudici silenti“. Lo scrive su Twitter Luciano Nobili, deputato romano di Italia Viva, in relazione delle notizie emerse sui finanziamenti della società Moby alla Casaleggio & Associati e al blog di Beppe Grillo.

 

nella foto l’armatore Vincenzo Onorato

L’inchiesta della Procura di Firenze puntava  a verificare i reali rapporti tra la Fondazione Open di Matteo Renzi e le centinaia di finanziatori tra il 2012 e il 2018 con un’attenzione particolare agli ultimi anni, quando Renzi è diventato presidente del Consiglio. A fine novembre sono scattate le perquisizioni negli uffici e nelle abitazioni di imprenditori e manager proprio alla ricerca di documenti per ricostruire il percorso dei soldi e nell’elenco c’era anche Onorato.

Sotto osservazione, i 50 mila euro versati dall’armatore “a titolo personale” e i 100 mila elargiti dalla società Moby spa. “Credo e crederò sempre negli ideali sociali di Renzi ed ho sostenuto la sua fondazione con un contributo pubblico perché chiaro, visibile e trasparente“, ha spiegato l’armatore. Il sospetto è però che quei soldi fossero in realtà una contropartita per interventi normativi. Infatti, nelle informative redatte dalla Guardia Finanza viene evidenziata l’approvazione della legge proposta dal deputato renziano Roberto Cociancich per disciplinare il regime fiscale che gli era valso il ringraziamento pubblico proprio di Vincenzo Onorato.

Ma la vicenda non coinvolge solo Renzi, ma anche il M5S . In un articolo pubblicato ieri dal Corriere della Sera si parla di contratti pubblicitari da parte della società di navigazione Moby spa di Vincenzo Onorato con Bello Grillo e “lobbistici” con  Davide Casaleggio, il reale “padrone-controllore” del M5S,   che avrebbe cercato appoggi non solo appoggiando Matteo Renzi e finanziando la Fondazione Open ma anche versando denaro per sostenere il blog dell’ex comico e la Casaleggio Associati. “Noi siamo garantisti: speriamo non perquisiscano Beppe e Casaleggio il giorno di Natale” aggiunge con ironia il deputato Nobili.

Nell’articolo pubblicato sul Corriere a firma della solita brava collega Fiorenza Sarzanini si legge che Onorato “Ha finanziato la Fondazione Open di Matteo Renzi, ma non solo. Perché la «Moby spa» di Vincenzo Onorato avrebbe cercato sponde politiche versando denaro per sostenere pure il blog di Beppe Grillo e la Casaleggio Associati. Bonifici che però sono stati segnalati come «operazioni sospette» dall’Uif, l’Unità antiriciclaggio di Bankitalia. E adesso sono in corso accertamenti per verificare gli accordi economici presi tra il 2018 e il 2019. Ma anche per stabilire se questi contributi abbiano portato vantaggi alla compagnia di navigazione che ha ereditato la Tirrenia ed è titolare di una convenzione con lo Stato da 72 milioni di euro l’anno il monopolio di alcune rotte marittime. Sull’accordo l’Unione Europea ha avviato un’istruttoria per verificare se si tratti di un «aiuto di Stato». E proprio questo avvalora l’ipotesi che Onorato abbia sovvenzionato fondazioni e società per ottenere appoggi per le attività delle sue aziende in Italia e all’estero e che si sia adoperato per ottenere la «modifica delle norme sull’imbarco dei marittimi sulle navi italiane“.

Il «contratto di partnership» segnalato dall’Uif è quello siglato per due anni — 2018/2019 — con l’azienda che gestisce il blog di Grillo e prevede un esborso annuo di 120 mila euro l’anno. In cambio la società garantisce sia l’inserimento di messaggi pubblicitari, sia «”contenuti redazionali” con interviste a testimonial della Moby da pubblicare anche su Facebook, Twitter e Instagram». Il patto prevede «la pubblicazione di uno “spot” al mese» e tutto ciò ha alimentato il sospetto che la cifra pattuita fosse in realtà un finanziamento politico mascherato.

E’ stato questo il motivo che ha attivato  le verifiche che prevedono controlli sui prezzi offerti ad altre aziende proprio per accertare la congruità della somma, ma anche accertamenti per stabilire se i soldi siano in realtà la contropartita versata dall’armatore per ottenere interventi di tipo normativo. Grillo e Onorato sono amici da tempo. Nel settembre 2018, quando il Movimento 5 Stelle in Sardegna si schierò contro la convenzione siglata con la Moby, guarda caso fu proprio il fondatore del M5S a difenderla attaccando le altre compagnie e rilanciando su Twitter gli articoli del suo blog, esattamente come previsto dal contratto pubblicitario.

Un accordo, quello con Grillo che evidentemente Onorato non riteneva sufficiente a tutelare i propri interessi e quindi ha deciso di rivolgersi anche alla Casaleggio Associati. L’accordo con la società specializzata nelle strategie digitali di Davide Casaleggio — il figlio di Gianroberto,  fondatore del Movimento 5 Stelle — è stato sottoscritto il 7 giugno 2018 e prevedeva la «stesura di un piano strategico e la gestione di iniziative volte a sensibilizzare l’opinione pubblica e gli stakeolder del settore marittimo sulla limitazione dei benefici fiscali del Registro Internazionale alle sole navi che imbarcano equipaggi italiani o comunitari».

Il mandato di Onorato aveva un duplice scopo, e cioè quello: di “Sensibilizzare le istituzioni e raggiungere una community di un milione di persone“. In questo caso la cifra pattuita era di 600 mila euro ma con ulteriori clausole legate al raggiungimento del risultato. È stato infatti deciso il versamento di 250 mila euro ad obiettivo entro 12 mesi e 150mila euro ad obiettivo tra i 12 e i 24 mesi. Cioè un milione di euro !

Dello stesso “peso” di Nobili,  l’intervento di Maurizio Gasparri di Forza Italia.Vogliamo la verità, tutta la verità. I grillini hanno fatto della loro diversità l’unico codice identificativo. Poi abbiamo visto i casi Trenta, Di Battista, Di Maio, Taverna, con piccole e grandi vicende che hanno dimostrato quali fossero i difetti di questa galassia. Ora sui soldi di Onorato vogliamo tutta la verità. Non li molleremo per un secondo. Non si illudano di farla franca. Grillo deve spiegare anche molte cose della sua vita personale e familiare. Ma intanto spieghino tutto quello che è avvenuto con i soldi della Moby di Onorato“.

Gasparri aggiunge:Quali sono stati i rapporti tra Onorato e il mondo grillino? Onorato ha disonorato Grillo? Hanno preso soldi? Per quali prestazioni? Per quali spazi pubblicitari? Quali posizioni hanno preso i parlamentari grillini in merito alle normative riguardanti le società di navigazione? Vogliamo sapere se Onorato con i soldi ha condizionato o meno quella galassia. È tutto trasparente? Uno vale uno, e Onorato quanto vale?” aggiunge il senatore che dice: “la questione non può finire qui

Nel frattempo il M5S, che gridava “Onestà, onestà” tace . Avranno perso la voce, dopo la faccia ?




Non è avvertimento, è giornalismo

di Marco Damilano*

Un articolo, un servizio, un’inchiesta giornalistica in democrazia non sono un avvertimento, ma l’opposto. Sono un contributo che si porta alla conoscenza dei fatti, per mettere i cittadini e gli elettori di scegliere i loro rappresentanti nelle condizioni migliori.

Ha sbagliato, dunque, il senatore Matteo Renzi a definire così, come ha fatto ieri mattina  dai microfoni di Radio Capital,  la storia di copertina firmata da Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian che i lettori dell’Espresso potranno leggere finalmente domenica primo dicembre nella sua interezza, dopo tante anticipazioni, discussioni, polemiche. Se, dopo aver minacciato querele e dopo essersela presa con il collega Gigi Riva che ha fatto un errore e si è subito scusato, il senatore Renzi avrà la pazienza di leggere la nostra inchiesta, vedrà che non di avvertimenti o di veline o di pizzini si tratta, ma di un accurato e paziente lavoro di ricostruzione di dati, nomi, cifre, contesti. Il miglior giornalismo di inchiesta, di cui Fittipaldi e Tizian sono firme riconosciute. Che non arriva a conclusioni, ma pone domande.

Sull’acquisto della villa, e sull’ormai famoso prestito  che ha consentito alla coppia Renzi di traslocare nell’estate 2018, sono da chiarire almeno due questioni.

La prima: perché l’amico di Renzi, l’imprenditore Riccardo Maestrelli, appartenente a una famiglia che figura con le sue società tra i finanziatori della Fondazione Open , nominato nel consiglio di amministrazione della Cdp Immobiliare il 5 maggio 2015, mentre a Palazzo Chigi governava l’ex sindaco di Firenze, non ha elargito il prestito da 700mila euro destinato all’acquisto della casa, ma tramite la madre, signora Anna Picchioni?

La seconda questione: la coppia Renzi ha trasferito 400mila euro per la caparra dell’acquisto della casa, restano altri 300mila euro, sono stati restituiti tutti, o soltanto in parte?

Queste domande prescindono dall’inchiesta della magistratura, nessuno dei protagonisti risulta sotto indagine, per esempio, ma richiamano un profilo di trasparenza e di distinzione tra sfera privata e sfera pubblica che dovrebbe rappresentare la strada maestra per chi fa politica ad altissimi livelli come l’ex premier in questi anni.

Ricordate Anna Maria Cancellieri, Maurizio Lupi, Federica Guidi? Cosa hanno in comune questi tre ex ministri? Di tutti e tre Renzi chiese le dimissioni, eppure nessuno di loro era indagato. Di due di loro (Lupi e Guidi) le ottenne in pochi giorni, o addirittura in poche ore, perché erano ministri che facevano parte del suo governo e non potevano godere di una difesa politica, non avevano alle spalle né un partito potente né una corrente di appoggio dell’opinione pubblica. “Le dimissioni si danno per una motivazione politica o morale, non per un avviso di garanzia”, disse Renzi in un’intervista a Goffredo De Marchis (Repubblica, 22 marzo 2015). D’accordo: ma chi stabilisce cos’è morale e cosa non lo è, i criteri di inopportunità politica che sono più esigenti perfino di quelli di un’indagine giudiziaria che muove da ipotesi di reato?

Il giornalismo può aiutare a formare un’opinione pubblica, non giustizialista, come si usa dire, ma sensibile, attenta, reattiva. Questo è il giornalismo in cui crediamo noi dell’Espresso. Abbiamo svelato di recente l’esistenza dell’associazione Più voci, appartenente alla galassia leghista , per cui il tesoriere della Lega,  Giulio Centemero è oggi sotto inchiesta, abbiamo raccontato il viaggio di Salvini e di Gianluca Savoini a Mosca dell’ottobre 2018 , su cui ora indaga la procura di Milano con l’ipotesi di corruzione internazionale, ci siamo interessati delle frequentazioni di Davide Casaleggio con le lobby e con le aziende di Stato. Nelle prossime settimane ci occuperemo di altri partiti e di altri finanziamenti, perché pensiamo sia un tema cruciale per la qualità della nostra democrazia.

Sui finanziatori della fondazione Open, su cui è aperta un’inchiesta della procura di Firenzei lettori dell’Espresso potranno trovare domenica in edicola nuove informazioni: nomi e cifre. Tra loro, spicca il caso di Gianfranco Librandi , imprenditore, già deputato e tesoriere di Scelta civica, passato al Pd nel 2017, inserito nella lista bloccata in Lombardia per la Camera, rieletto, oggi traslocato in Italia Viva. Abbiamo scoperto che ha finanziato la Open con 800mila euro. Un’elargizione fuori misura che forse spiega il suo tortuoso percorso politico.

Anche in questo caso, c’è una domanda aperta, di carattere generale. Quando nel 2014 fu abolito il finanziamento pubblico dei partiti mascherato da rimborsi elettorali, dopo i casi Lusi e Belsito, i tesorieri di Margherita e Lega che avevano rubato a se stessi, truccato i bilanci, truffato lo Stato, si parlò giustamente di canali di finanziamento privati trasparenti, tracciabili, pubblici. Oggi siamo molto lontani da questo obiettivo. Nel frattempo, però, le oligarchie si sono fatte ancora più ristrette, la politica da più di venti anni è diventata una cosa per pochi e i rinnovatori non hanno migliorato la situazione, anzi.

Si moltiplicano i partiti personali, di proprietà del leader, non contendibili, come si dice, o i partiti azienda, con le piattaforme affidate a società private che decidono vita e morte dei governi, com’è accaduto questa estate con il voto della piattaforma Rousseau sul via libera da dare al Conte due. Intanto i partiti storici si sono impoveriti: il Pd ha 174 dipendenti in cassa integrazione, ma la fondazione Open ha moltiplicato i finanziamenti, negli stessi anni in cui Renzi era segretario del Pd e punto di riferimento della fondazione.

La commistione tra politica e affari è diventata più stretta. Il mix tra finanziamenti privati opachi, liste bloccate con la scelta delle candidature per il Parlamento nazionale affidate a cerchie ristrettissime, nomi spuntati dal nulla ma forti del potere dei soldi, hanno spezzato il circuito tra consenso, responsabilità e possibilità di scelta dell’elettore che sta alla base della rappresentanza democratica e ha spalancato le porte ai populismi di ogni genere. Oggi un bravo amministratore non ha nessuna possibilità di essere inserito in una lista, rischia di essere scavalcato da un signor nessuno che ha alle spalle ingenti risorse economiche e che si è comprato il seggio.

È questo il vero vulnus democratico, noi vorremmo parlare di questo. Con lo strumento parziale ma tenace di cui disponiamo. Si chiama giornalismo.

*editoriale tratto dal settimanale L’ESPRESSO




Fondazione Open: ecco le intercettazioni dello scandalo Csm

ROMA – La retromarcia di Matteo Renzi, il giorno dopo l’attacco frontale contro i magistrati della Procura di Firenze, ha origine dalle pagine dell’inchiesta della Procura di Perugia sul pubblico ministero Luca Palamara, all’epoca dei fatti membro del Consiglio Superiore della Magistratura, spiato da un virus informatico mentre manovrava uomini e voti attorno alla nomina del prossimo procuratore di Roma

 

I resoconti stenografici dell’indagine per corruzione (ancora in corso) sull’ex presidente dell’ Anm evidenziavano sin dallo scorso  maggio un clima di insofferenza di due deputati del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri entrambi di stretta vicinanza “renziana” nei confronti del capo della Procura di Firenze, Giuseppe Creazzo cioè lo stesso che è stato accusato dall’ ex premier di “protagonismo“, a seguito dell’ esplosione dell’ inchiesta sulla Fondazione Open, controllata da Matteo Renzi.

Renzi mercoledì scorso aveva attaccato a testa bassaUn tempo i magistrati della Procura di Firenze erano famosi perché davano la caccia al mostro di Scandicci, oggi l’ attenzione è più sul senatore di Scandicci…” salvo poi 24 ore dopo correggere il tiro “Credo nella giustizia e nei magistrati di Firenze” annunciando un bel po’ di querele.

Di fatto restano però catturati dal virus Trojan utilizzato per intercettare, i giudizi e i tentativi di destabilizzare il lavoro del capo dei pm della Procura di Firenze durante le sedute “carbonare” tra il magistrato Palamara, l’ ex manovratore del Csm, ed i due parlamentari del Partito Democratico. “Gli va messa paura” diceva Palamara in una riunione notturna tra l’ 8 e il 9 maggio scorsi, qualche giorno prima che le notizie del procedimento nei suoi confronti iniziassero a riempire le pagine dei giornali cartacei ed online.

Il pubblico ministero romano Luca Palamara che è stato trasferito in via precauzionale al Tribunale dell’ Aquila, si riferiva con tutta probabilità  all’ esposto che un pm fiorentino aveva presentato, circa  un anno prima prima, a Genova contro i suoi superiori, Creazzo ed il procuratore aggiunto Luca Turco che coordina i diversi filoni d’ indagine sulla vicenda fiorentina. L’  attenzione di Palamara e dei congiurati con la toga ha origine nella speranza che quella contestazione potesse contribuire ad valutazione negativa del procuratore Creazzo, in vista delle grandi manovre per eleggere il nuovo procuratore capo della Procura di Roma, a cui era candidato.

 

il pm Luca Palamara ed il magistrato-deputato Cosimo Ferri (ex Pd, ora Italia Viva)

La realtà è che Creazzo non è mai stato indagato a Genova sede competente per procedimenti penali che riguardano magistrati del distretto giudiziario di Firenze, a differenza di un pm fiorentino accusato di aver giustificato un diniego a una richiesta di intercettazioni adducendo motivazioni troppo personali e di tre finanzieri. Tutto questo emerge dai verbali che conferma l’interesse dei “renziani” ad ogni tipo di notizia in arrivo dal capoluogo ligure. Ma non sono stati molto fortunati in quanto non soltanto non vi sono state fughe di notizie, ed il procuratore capo della Procura di Genova Francesco Cozzi ha  letteralmente “blindato” il fascicolo inviando poche e generiche informazioni persino al Consiglio Superiore della Magistratura che aveva chiesto informazioni sull’ esposto.

Luca Lotti da sempre braccio destro di Renzi a causa di un’evidente difficoltà a potersi muovere senza lasciare tracce, così si confidava con Palamara:”…Però, roba di Firenze, Luca… davvero…per me è importante capì che succede… perché… se è seria… ovviamente io (inc.) cioè non si parla di Roma… si parla che se è serio va via da… Firenze… se non è serio, non va via da Firenze, a me guarda… nessuno cerca (inc) nulla… però bisogna fa’ almeno la guerra…“.

Luca Lotti

Dalle intercettazioni sul Csm emergeva chiaramente l’ intenzione dei renziani non solo di cavalcare politicamente l’ esposto con l’appoggio di giornali e giornalisti “amici” ma anche di impedire che Creazzo potesse candidarsi a guidare la Procura di Roma dove si trova sotto processo per l’ affare Consip, guarda le coincidenze…proprio Luca Lotti.  I “congiurati” del Csm avrebbero preferito “piazzare” al posto del procuratore Giuseppe Pignatone, andato in pensione,  Marcello Viola attuale procuratore generale di Firenze,  che era a sua volta assolutamente ignaro delle macchinazioni “architettate” dai suoi sostenitori.

“L’ ha detto Creazzo mai…“, si lasciava andare ad uno sfogo Luca Lotti in un’ altra intercettazione ambientale. A chi si riferiva l’ex-braccio destro di Matteo Renzi  aggiungendo ed alludendo al relatore che avrebbe firmato la motivazione a favore di Viola: “Occhio a come (la) scrive… eh…quindi si vede che qualcuno gli ha detto che se scrive in un certo modo, Lo Voi fa appello” parlando del procuratore capo di Palermo ed altro candidato alla carica di procuratore a Roma .

Era questo il vero obiettivo dei “renziani” : dichiarare battaglia alle toghe , quattro mesi prima che esplodessero i casi della Fondazione Open e dell’ acquisto della lussuosa villa, grazie ad un prestito di un amico-finanziatore . Ma il procuratore Creazzo non è un  magistrato qualsiasi. Infatti essendo arrivato alla guida della Procura di Firenze nel 2014, cioè allorquando a Palazzo Chigi il premier era proprio Matteo Renzi, si è dimostrato immediatamente assai attento alle molteplici attività della famiglia Renzi. e stata la sua procura suo ufficio, ad aver chiesto ed ottenuto il 18 febbraio scorso l’ arresto di Tiziano Renzi e Laura Bovoli, genitori di Matteo, e ad aver messo sott’ inchiesta anche il cognato, Andrea Conticini e i fratelli nel fascicolo sui milioni di beneficenza raccolti dall’ Unicef da destinare ai bambini dell’ Africa ed invece dirottati su conti correnti personali.

Sempre a Firenze è aperta l’ inchiesta sulla fondazione Open ed il procedimento penale numero 13966/2017 che raccoglie due segnalazioni dell’ Unità Antiriciclaggio della Banca d’ Italia in relazione al prestito di 700.000 euro ricevuto dalla famiglia Maestrelli  e restituito da Renzi ha per l’ acquisto della sua villa da 1,4 milioni di euro , ubicata a pochi passi da piazzale Michelangelo nel capoluogo toscano.

La villa che Renzi ha comprato vanta una metratura complessiva di 276 metri quadri, divisi in 11,5 vani. Senza contare poi il parco da 1.580 metri quadri che completano il salotto open space, la cucina grande, tre camere con bagno, studio e una terrazza. Come scriveva il quotidiano La Nazione, “a vendere l’abitazione  è Giusto Puccini, docente di diritto pubblico all’Università di Firenze, (padre dell’attrice Vittoria) e sua sorella Oretta“. .

Quando la notizia dell’acquisto della villa divenne pubblicaRenzi preferì mantenere un certo riserbo e fece diramare una nota: “Matteo Renzi e la sua famiglia stanno da tempo cercando un’abitazione a Firenze. Al momento non ha concluso l’acquisto di un’abitazione a Firenze” . Dopo aver firmato un preliminare da 400mila euro (versato con 4 assegni da 100mila euro ciascuno), Renzi dovrebbe essere riuscito a coprire i 900mila euro con un mutuo.

La polemica scoppiò perché Renzi alcuni mesi fa si era presentato negli studi di Matrix, su Canale 5, mostrando il suo estratto conto con 15.000 euro o poco più. Questo paragone fece infuriare l’ex premier: “Oggi posso avere ulteriori entrate, tutte pubbliche, tutte trasparenti. Queste entrate mi permettono persino di prendere un mutuo“, disse scatenando ulteriori polemiche. Ma ora dovrà chiarire più di qualcosa a quei magistrati che non gli garbano molto.

 




Si allarga l'inchiesta sulla Fondazione Open: finanziamento illecito

ROMA – Si allarga l’inchiesta sulla Fondazione Open di Firenze, che era stata costituita per sostenere le iniziative politiche di Renzi. Tra i reati contestati anche iL finanziamento illecito ai partiti, oltre a riciclaggio e traffico di influenze. Il finanziamento illecito è contestato ad Fondazione Open di Firenze ex presidente della “Open“, che è tra le persone perquisite oggi, insieme ai finanziatori della Fondazione che, secondo la Procura, avrebbe agito come articolazione di partito politico. La Guardia di Finanza cerca anche carte di credito e bancomat messi a disposizione di parlamentari, oltre a rimborsi riconosciuti a deputati o senatori. “Tutto alla luce del sole’” la replica di Bianchi. “Massacro mediatico, fondi regolari“, dice Renzi.

“La decisione  è stata presa dai pubblici ministeri di Firenze, Creazzo e Turco, titolari anche di altre inchieste: sono loro, ad esempio, ad aver firmato l’arresto per i miei genitori, provvedimento – giova ricordarlo – che è stato annullato dopo qualche giorno dai magistrati del Tribunale del Riesame. Ma il danno mediatico, e psicologico, ormai era già stato fatto”  dice il leader di Italia Viva .




Ecco chi ha finanziato la scissione premeditata di Matteo Renzi dal Pd

ROMA – Dopo la chiusura della Fondazione Open avvenuta nell’aprile 2018 sei anni dopo la costituzione nel 2012 sotto il nome di “Big Bang” della cassaforte realizzata per avere a disposizione una “cassaforte” che potesse ricevere giuridicamente le donazioni dei finanziatori privati, presieduta dall’avvocato fiorentino Alberto Bianchi, indagato dalla procura di Firenze nell’ambito di un’inchiesta che ipotizza il reato di traffico di influenze, questa volta sono stati attivati i comitati civici lanciati a ottobre dello scorso anno per reperire i soldi necessari a preparare la scalata bis dell’ex segretario nazionale del Pd.

E’ stato questo il nuovo asse portante del partito Italia Viva in fase di preparazione e volano delle attività fund rising del “giglio magico”, che ha iniziato a correre a pieni giri solo nel giugno scorso, a conferma che il divorzio e la fuoriuscita dal Pd, era stato “studiata “a tavolino e preparata nei dettagli organizzativi e finanziari come minimo tre mesi prima che sia stata resa pubblica ufficialmente, grazie sopratutto all’impennata dei bonifici ricevuti, nonostante  tutto ciò fosse stato ripetutamente smentito con determinazione e sfacciataggine per tutta l’estate,

Il nuovo partito di Matteo Renzi, almeno a giudicare dal nome di alcuni sponsor, sembra essere sostenuto da un gruppi di fedelissimi, a cominciare da Lupo Rattazzi , nipote dell’avvocato Agnelli, per passare poi al proprietario della cioccolata Venchi Daniele Ferrero, cominciando a riscuotere attenzione anche nel mondo della cultura. Infatti, per averne conferma, basta dare uno sguardo a una delle ultime arrivate nella lista dei finanziatori di Italia Viva, fra cui spicca la regista Andrée Ruth Shammah, personaggio di rilievo del jet-set milanese , storica direttrice ed anima trainante del teatro Franco Parenti, che ha versato 25mila euro ai comitati di azione civile ad a una settimana esatta dalla scissione annuncia.

A rendere publiche la sezione “trasparenza” dei comitati di azione civile  a svelare chi sono i finanziatori del partito di Renzi e quanto hanno versato, rispettando la norma previsto dalla Legge 9 gennaio 2019, n. 3  meglio nota come “Spazzacorrotti“, che dalla fine del gennaio 2019 costringe a pubblicare sul web tutti i contributi superiori ai 500 euro destinati a partiti e movimenti politici.  Il sito è stato preso d’assalto dai curiosi come noi,  proprio in concomitanza con la nascita di Italia Viva avvenuta in occasione della decima edizione della Leopolda 10. A partire dal gennaio sino a maggio non risulta che alcun versamento ricevuto haabbiaoltrepassato la soglia che ne conseguiva la pubblicità, a seguito delle micro-donazioni ricevute anche di alcune decine di euro, che non andavano sottoposte a dichiarazione: negli ultimi cinque mesi infatti si parte dal versamento più basso di 603 euro ricevuto a febbraio 2019,  a quello più alto di 3.134 ricevuto il successivo mese di maggio, per i quali l’indicazione del “soggetto erogatore” rimane in bianco.

I nominativi appaiono solo a partire dallo scorso mese di giugno quando Lupo Rattazzi, figlio di Susanna Agnelli, presidente dell’Italian Hospital Group, e della compagnia aerea Neos effettua un versamento di 10 mila euro, che diventano 40mila a luglio , per poi stabilizzarsi a 10mila, erogati ad agosto, ed a settembre. A contribuire con 1.000 euro è persino il suo giovane braccio destro, Piergiorgio Medori. Il contributo complessivo di Rattazzi raggiunge 70mila euro, ma non è il versamento più cospicuo ricevuto. Il primato al momento  spetta, è assegnato a Daniele Ferrero, presidente ed amministratore delegato della Venchi, nota fabbrica del cioccolato, che a luglio ha versato a mezzo bonifico la somma di 100mila euro. Un contributo modesto per una società che conta su un giro d’affari di 90 milioni l’anno in virtù dei suoi 100 punti vendita a gestione diretta distribuiti in 70 Paesi. Il record della contribuzione vede piazzarsi al secondo posto  con 90 mila euro bonificati il finanziere Davide Serra, amministratore delegato del fondo Algebris, uno degli storici “sostenitori” di Matteo Renzi, già presente fra i “benefettori” della Fondazione Open.

Da segnalare i contributi seppure più contenuti ma comunque sempre consistenti, di altri imprenditori come  Giancarlo Aliberti direttore generale di Apax Partners, uno dei maggiori gruppi internazionali di investimento, che ha donato lo scorso agosto 25mila euro.  Ventimila ne ha versati lo stilista Bruno Tommassini, presidente di Federmoda Toscana (Cna) e noto anche per essere  dei fondatori dell’Arcigay, seguito con 15 mila euro devoluti da Alessandro Fracassi, amministratore delegato di Mutuionline e consigliere di amministrazione di A2a. A 12.500 euro si è limitato il contributo di Nicoletta Ligabue, direttore artistico del tour operator Grandi Viaggi , che ha superato, seppure di poco  i 10mila euro versati da Andrée Ruth Shammah, come la  Energas Spa, azienda che si occupa di distribuzione e vendita del Gpl .

La stessa cifra di 12.500è stata versata anche dal tributarista italiano Tommaso Di Tanno, professore dell’ Università Bocconi di Milano ed in passato presidente del collegio sindacale del Monte dei Paschi ed della Walter Tosto spa, società che vende di attrezzature per prodotti petroliferi. Fra i benefattori e sostenitori delle iniziative politiche di Matteo Renzi, sono presenti non poche diverse aziende,  come la  Angelo De Cesaris Srl, azienda abruzzese che si occupa di costruzioni e ambiente, come lo smaltimento rifiuti che ha versato 3.000 euro,   la Eco Iniziative srl (2mila euro),  la Acqua Sole (3mila) ,  la  Tci-Telecomunicazioni Italia del deputato-imprenditore Gianfranco Librandi un girovago della politica con trascorsi in Forza Italia  poi  Ala di Denis Verdini, ed infine Scelta Civica con Mario Monti,  prima di confluire nel Pd e adesso in Italia Viva che ha devoluto 11.710 euro con due versamenti, per arrivare alla Quintessential Concierge srl della famiglia Zamberletti, un “servizio concierge -si legge nel sito- ideato per supportare i suoi soci 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno, dalla soluzione dei piccoli problemi della vita quotidiana alla prenotazione di un viaggio, dalla ricerca di un appartamento al semplice pagamento di una multa, all’accesso ad un evento esclusivo. In poche parole, tutto ciò che può essere utile a semplificarvi la vita” che ne ha bonificati e devoluti 10mila, mentre la Ciemme Hospital srl impresa attiva nel commercio all’ingrosso di prodotti farmaceutici, si è fermata a 4mila euro.

Un vero e proprio pentolone di contributi che contiene anche il contributo dei parlamentari fuoriusciti dal base per l’ importo di base 1000 euro, anche se va detto che Matteo Renzi nonostante un mutuo  sulle spalle contratto per l’acquisto della sua nuova villa ove risiede,  ne ha bonificati 10mila,  Ettore Rosato 2mila e Maria Luisa Boschi che versa 1500 euro in due tranche  – ma anche qualcuno rimasto nel Pd come il senatore di Potenza Salvatore Margiotta, oggi sottosegretario alle Infrastrutture, che il 30 luglio ne ha sborsati 1.500, e la viceministra all’istruzione Anna Ascani. Totale ?

Tra i senatori sostenitori ci sono: Andrea Ferrazza, Eugenio Comincini, Laura Garavini, Nadia Ginetti, Ernesto Magorno, Mauro Maria Marino, il ministro Teresa Bellanova, Davide Faraone, Giuseppe Cucca, Caterina Biti, Alan Ferrari, Salvatore Margiotta, Leonardo Grimani.

Tra i deputati sostenitori compaiono: Maria Elena Boschi , Ettore Rosato, Marco Di Maio, Anna Ascani, Mauro Del Barba, Martina Nardi, Lisa Noja, Maria Chiara Gadda, Andrea Rossi, Vito De Filippo, Luciano Nobili, Gennaro Migliore, Ivan Scalfarotto.

Al momento tra piccole e grandi contributi Italia Viva ha sinora incassato oltre 210.000 euro a luglio , 27.000 ad agosto, 167.000 a settembre, cioè  allorquando il nuovo partito non era ancora nato, essendo stato annunciato per la cronaca un mese fa.




Eni, Enel, Leonardo, Poste, servizi segreti e altre 400 poltrone: tutti i nomi in ballo nell'abbuffata delle nomine

di Emiliano Fittipaldi*

La pazza estate della politica italiana, conclusasi con un clamoroso ribaltone e la nascita del Conte 2 a trazione giallorossa, ha mandato in ambasce mezzo Paese. Dai parlamentari di ogni partito all’opinione pubblica, dalle cancellerie internazionali ai media, i colpi di scena a catena e le capriole dei leader (ultima quella di Matteo Renzi, uscito dal Pd) hanno logorato per un mese protagonisti e osservatori più o meno interessati.

Ma tra le vittime che hanno subito più danni dallo “stress da crisi” vanno annoverati, senza dubbio, gli inquilini dei palazzi del potere. Amministratori delegati delle partecipate di Stato, dirigenti influenti delle authority, boiardi in cerca di riconferma e civil servant smaniosi di un posto al sole, tutti concentrati da mesi sulla grande stagione delle nomine 2019-2020. Un deep state che – dopo essersi dovuto riposizionare sulla Lega dopo il trionfo di Salvini alle elezioni europee di maggio – è stato costretto, all’improvviso, a fare un doppio carpiato con repentina marcia indietro.

Così da due settimane manager e funzionari che affollavano l’anticamera della sede leghista di via Bellerio hanno mollato i leghisti per precipitarsi (di nuovo) in direzione del Nazareno e della Casaleggio Associati, i quartier generali del Pd e del M5S. E chiedere udienza e raccomandazioni ai referenti dei partiti di maggioranza che si spartiranno gran parte delle 400 poltrone da assegnare nei prossimi mesi, contando multinazionali, spa controllate dai ministeri, organismi indipendenti enti economici vari.

Per vincere la partita delle nomine pubbliche i vari candidati dovranno sudare sette camicie. Perché i pretendenti e le ambizioni sono sterminati. E perché a banchetto parteciperanno, oltre ai plenipotenziari di Luigi Di Maio e di Nicola Zingaretti, altri due pezzi da Novanta della Terza Repubblica. Cioè Giuseppe Conte, che da Palazzo Chigi ha già fatto intendere di volere gestire un pacchetto considerevole da intestarsi personalmente. E il redivivo Matteo Renzi, che con il suo nuovo partito Italia Viva farà contare, anche sulla battaglia delle nomine, la golden share sul governo che lui stesso a contribuito a far nascere.

 

LE PARTITE ENI ED ENEL

Partiamo dalla polpa. Cioè dalle nomine delle grandi utilities dai fatturati miliardari e dal poderoso peso politico e strategico, come Eni, Enel, Leonardo-Finmeccanica e Poste, tutte previste per la primavera del prossimo anno. Renzi, in un passaggio dell’intervista a Repubblica con cui annunciava l’uscita dal Pd, ha già fatto capire indirettamente che farà le barricate se qualcuno pensa di toccare l’amministratore delegato del colosso elettrico, Francesco Starace.

Il manager è stato nominato a capo dell’Enel proprio dal governo del rignanese, e riconfermato nel 2017 da quello retto da Gentiloni. Ottimi rapporti con il Giglio Magico (conosce bene Marco Carrai dai tempi in cui era ad di Enel Green Power, mentre nel cda siede l’avvocato Alberto Bianchi, amico di Matteo ed ex presidente della Fondazione Open: con Salvini era considerato sicuro uscente, con il ribaltone una sua riconferma nel board è più che probabile, al lordo degli sviluppi dell’inchiesta della procura di Firenze che l’ha indagato qualche giorno fa per traffico di influenze), Starace è tra i registi dell’operazione Open Fiber, e da anni gira allo Stato dividendi monstre.

Non solo: investendo in tempi non sospetti sulle energie rinnovabili, sembra l’uomo giusto per quel “green new deal” annunciato prima dalla neonata Commissione Europea di Ursula von der Leyden e poi dal premier Conte nel suo discorso di fiducia alle Camere. Salvo sorprese, il manager (che ha buone entrature anche con Conte, che sul dossier delle partecipate chiederà più di un consiglio al suo mentore Guido Alpa) dovrebbe rimanere inchiodato alla sua poltrona.

“Starace? Lascerà l’Enel solo in caso di una sua promozione all’Eni”, dicono i ben informati da Palazzo Chigi. I manager del colosso petrolifero, in effetti, appaiono assai più traballanti dei cugini dell’elettrico. Claudio Descalzi, pur considerato da tutti un oilman più che capace, in primavera rischia di scontare gli scandali che hanno costellato il suo regno, iniziato nel 2014 grazie all’esecutivo Renzi.

Già imputato per corruzione internazionale dalla Procura di Milano per alcune presunte tangenti in Nigeria, il manager è finito nella bufera anche per i denari (oltre 310 milioni di dollari) che il gruppo Eni ha girato a una cordata di aziende africane che un’inchiesta dell’Espresso ha dimostrato essere state costituite, attraverso una società anonima di Cipro, dalla moglie (di cittadinanza congolese) di Descalzi stesso .

Non solo. I grillini imputano all’ad di essersi avvicinato troppo a Salvini, (secondo alcuni anche favorendo l’assunzione di giovani nel gruppo al fine di evidenziare la bontà del decreto Quota 100, fortemente voluto dal leghista), mentre gli uomini di Zingaretti non dimenticano le altre inchieste che hanno inguaiato alcuni fedelissimi su cui Descalzi cui aveva puntato moltissimo. Come Massimo Mantovani, coinvolto nell’indagine sui tentati depistaggi dell’indagine milanese portati avanti dal gruppo di faccendieri capitanati dall’ex legale dell’Eni Piero Amara.

Il manager e l’azienda hanno sempre respinto ogni addebito e ogni accusa, compresa qualsiasi partecipazione al Russiagate di Gianluca Savoini o alle trame di Lotti e Palamara contro il pm Paolo Ielo. Eppure – al netto dell’esito giudiziario dei procedimenti – una riconferma di Descalzi, come pure quella del presidente Emma Marcegaglia, sembra in salita.

Se la promozione di Starace appare un’ipotesi percorribile (per la poltrona di ad dell’Enel, a quel punto, potrebbe avere qualche chance il numero uno della multi utility bresciana A2A, Luca Valerio Camerano), altri decisori di peso stanno invece pensando a una soluzione “interna” all’azienda.

Esattamente come accaduto con Descalzi, che fu promosso amministratore delegato dopo essere stato capo della divisione Exploration & Production, i cacciatori di teste della maggioranza hanno cerchiato in rosso i nomi di alcuni profili che vengono dalla “scuola” dell’Eni. In particolare, quelli di Alessandro Puliti e di Luca Bertelli. Il primo, geologo con natali fiorentini, è da poco a capo della fondamentale divisione “Upstream”, ed ha ereditato deleghe importanti un tempo appannaggio dell’ex braccio destro di Descalzi Roberto Casula, anche lui imputato per l’affaire nigeriano, e di Antonio Vella, in uscita per pensionamento.

Pure Bertelli, numero uno dell’Exploration Officier, è nato in Toscana ed è laureato in geologia. E, come Puliti, ha scalato posizioni in azienda tenendosi lontano da scandali e polemiche. Ma Bertelli è anche l’uomo che è stato capace di individuare, grazie all’aiuto del suo team e di un super-software sviluppato dal colosso petrolifero, alcuni tra i più grandi giacimenti di gas del mondo scoperti degli ultimi decenni. Ultimo successo di Bertelli è arrivato nel 2015 quando nello specchio d’acqua di fronte a Zohr, in Egitto, è spuntato fuori – in un’area studiata per anni dalle multinazionali rivali – il più grosso giacimento del Mediterraneo.

“Manager come Starace o come Marco Alverà di Snam, pur bravissimi, di petrolio non sanno nulla. Meglio continuare con uno dei nostri“, sostiene chi all’Eni vuole continuità in azienda. Vedremo. Se la scelta cadesse su un interno, però, è probabile che il presidente sia un garante della nuova maggioranza politica. E tutti indicano Franco Bernabé, già all’Eni negli anni ’80 e ’90, come l’uomo che potrebbe tutelare al meglio sia la nuova cosa renziana Italia Viva (Bernabè è stato socio di Carrai), sia il Pd, sia il M5S.

Già: da sempre considerato vicino ai democratici, Bernabé è uno dei pochi finanzieri a cui Davide Casaleggio chiede consigli spesso e volentieri. I rapporti tra i due sono di antica data: “Bebè”, come lo chiamano i nemici, ha conosciuto bene il padre Gianroberto ai tempi in cui guidava Telecom, e la stima reciproca si è cementata nel tempo. Ospite di Sum, la kermesse che Davide organizza per ricordare il padre, Bernabé era addirittura dato qualche settimana fa in pole position come possibile presidente del Consiglio “terzo”, in caso non si fosse trovata la quadra su Conte.

LA GRANDE ABBUFFATA

Oltre alle utility dell’energia, la grande abbuffata interesserà altre big di peso. Fabrizio Palermo, ad della potentissima Cassa depositi e prestiti, non è in scadenza. Anche se non è amato dal Pd, difficilmente il M5S, suo grande sponsor, a partire da Stefano Buffagni, ne permetterà un defenestramento. Potrebbe però restare anche il suo competitor, il presidente Massimo Tononi, l’uomo delle fondazioni bancarie che qualcuno dava in uscita per gli scontri continui (in tema di spoil system sulle controllate) con Palermo.

Tononi spera adesso di poter fare proficuamente sponda con il nuovo inquilino del Mef, lo zingarettiano Roberto Gualtieri, che da ministro politico avrà un peso specifico assai maggiore rispetto a quello che aveva il suo predecessore Giovanni Tria. Presto – giurano dal governo e dal Pd, dove il deputato Claudio Mancini ha confessato a qualche suo amico di avere già la fila fuori di lobbisti che vogliono accreditarsi con il partito – potremmo così assistere alla fumata bianca su Sace. Una spa di Cdp attiva nell’assicurazione dell’export, i cui vertici sono scaduti da mesi, e il cui rinnovo (che era voluto da Tria senza se e senza ma) è stato bloccato per mesi da Palermo, che chiedeva invece un rinnovamento totale in salsa gialloverde.

A marzo vanno certamente rinnovati i vertici di Leonardo. L’ad Alessandro Profumo era considerato debole prima del ribaltone, ma non sembra che il cambio di maggioranza gli gioverà più di tanto. Mentre un nuovo rinnovo del presidente Gianni De Gennaro, ex poliziotto e nemico giurato dei grillini, dimostrerebbe in maniera plastica la metamorfosi del Movimento da partito di lotta a movimento pronto a collaborare con i poteri forti del Paese. A Fincantieri (che Renzi ha detto di sognare di “fondere” con Leonardo) rischia invece di continuare l’epopea di Giuseppe Bono, da ben 17 anni in sella al gigante della cantieristica che costruisce navi da crociera e militari.

Presidente dell’azienda è (e dovrebbe essere ancora) Giampiero Massolo, proveniente – come De Gennaro – dagli apparati di sicurezza dello Stato. Un altro settore che il nuovo governo potrebbe terremotare prima del previsto.

Al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, non tutti sono infatti contenti del comando del generale Gennaro Vecchione, scelto solo un anno fa da Conte in persona. Finito qualche giorno fa (per fortuna senza conseguenze gravi) con la sua auto di servizio contro i dissuasori in acciaio che proteggono l’ingresso della nuova sede dei servizi a Piazza Dante a Roma, l’operato di Vecchione ormai è messo in discussione anche dal premier, che – è cosa nota – ha mantenuto le deleghe sulle nostre barbe finte. L’ipotesi più accreditata è quella di un suo spostamento a Palazzo Chigi in veste di consigliere personale dell’ex avvocato del popolo, con la conseguente promozione di un interno (come Bruno Valensise, da poco nominato vicedirettore vicario) a nuovo numero uno.

Ma c’è un’altra opzione che non dispiacerebbe né a Conte né al Quirinale: lo spostamento del capo dell’Aise Luciano Carta (generale stimato dall’intero arco costituzionale) al Dis, e il contestuale avanzamento, come nuovo padrone della nostra sicurezza esterna, di Giovanni Caravelli. L’uomo che da anni gestisce le deleghe del complicatissimo dossier libico.

All’Aisi, il nostro servizio interno, si lavora invece da tempo al successore di Mario Parente. Qualcuno dava in vantaggio l’attuale vicedirettore (ed ex cacciatore di boss casalesi latitanti) Vittorio Pisani, ma il suicidio politico di Matteo Salvini – che lo stimava molto – potrebbe indebolire la sua candidatura.

Il ritorno di Renzi come protagonista assoluto della politica nazionale rafforza invece quella di Valerio Blengini: dato solo qualche settimana fa verso il pensionamento, lo storico dirigente del servizio potrebbe giocarsi ora più di una fiches per la poltrona che coronerebbe la sua carriera. Su ogni nomina dei servizi, come quella degli apparati di sicurezza dello Stato, Polizia in primis, i partiti e il premier dovranno sempre fare i conti con Sergio Mattarella e i suoi consiglieri, che intendono esercitare tutta la loro moral suasion in caso di candidati considerati dal Quirinale non all’altezza del compito.

Tornando alle partecipate, Invitalia potrebbe essere ancora casa del potente Domenico Arcuri, l’amministratore delegato in scadenza ma molto amato da Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio ha apprezzato anche il modo con cui il manager ha gestito, ad inizio anno, la partita del Contratto istituzionale di sviluppo della Capitanata: grazie al Cipe e all’abilità di Arcuri, per la provincia di Foggia così cara al premier sono arrivati ben 280 milioni di euro, tutti a favore di Comuni e imprese locali.

Anche Matteo Del Fante, ex renziano di ferro convertitosi al salvinismo, sta tentando di convincere il nuovo governo giallorosso a confermarlo ad di Poste spa. Un lavoro di persuasione affidato anche a Giuseppe Lasco, ex Guardia di Finanza che segue come un’ombra Del Fante dai tempi in cui i due erano insieme a Terna: già direttore delle relazioni istituzionali e del personale, Lasco è da qualche mese pure vicedirettore generale del gruppo. Per qualche osservatore malizioso, è lui il vero uomo “forte” di Poste.

Lust but not least, tra le nomine da sbrogliare con urgenza c’è quella dell’Anac (improbabile che a Raffaele Cantone succeda il numero due della procura di Roma Paolo Ielo, che non sembra disponibile) e quelle dei nuovi vertici del Garante della Privacy e dell’Agcom. Qui, all’authority per le Comunicazioni, si parla con insistenza del piddino Antonello Giacomelli, ma in lizza per la presidenza resta anche Vincenzo Zeno-Zencovich, che tanto piace al centrodestra. Il grillino Emilio Carelli – l’ex direttore di Sky che ha perso la battaglia dei sottosegretari – potrebbe invece sedersi nel board come consigliere. A quel punto, difficile ce la facciano altri due candidati forti della vecchia maggioranza gialloverde. Ossia la dirigente del Mise Laura Ria, che comunque vanta un curriculum più che adeguato, e l’avvocato Tommaso Paparo. Un outsider che ha buoni rapporti con il Movimento, qualche entrature nella Chiesa e pure nella comunità ebraica: siede infatti nel collegio sindacale della Fondazione Museo della Shoah.

La grande abbuffata è solo all’inizio. Ma i piatti in tavola sono così golosi che in tanti scommettono che il Conte bis, nato debole e già terremotato dalla mossa di Renzi, sopravviverà. Almeno finché tutti i territori del risiko delle nomine non saranno stati spartiti tra i nuovi padroni dell’esecutivo.

*articolo tratto dal settimanale L’ESPRESSO