Ilva. E’ nata la cordata tutta italiana: AcciaiItalia

 Il passo indietro fatto nei giorni scorsi dal gruppo turco Erdemir, ha generato una reazione immediata di orgoglio nazionale con la la nascita di una cordata italiana per il salvataggio dell’ILVA da sempre vista con uno occhio favorevole e sponsorizzata dal Governo Renzi . Oggi pomeriggio si è tenuto infatti  in via straordinaria il consiglio di amministrazione della Cassa Depositi Prestiti presieduto da Claudio Costamagna per decidere il nuovo piano d’azione il vista della scadenza, fra meno di 36 ore, del termine ultimo per la presentazione delle offerte vincolanti. Secondo quanto si è appreso dopo il board, sarebbe stata formalizzata la decisione di dar vita ad una nuova società che si chiamerà AcciaiItalia Spa. 

nella foto, Giovanni Arvedi

nella foto, Giovanni Arvedi

Capofila della cordata sarà il Gruppo Arvedi, con una partecipazione finanziaria della Delfin di Leonardo Del Vecchio patron di Luxottica , che al momento hanno come partner Cdp. La nuova società, come anticipato dallo stesso Giovanni Arvedi nei giorni scorsi, è aperta ad altri partner fra cui lo stesso gruppo Erdemir che si è lasciato aperto la possibilità (concessa peraltro dal bando di gara) di rientrare nella procedura dopo che il nucleo di esperti nominati dal Governo avranno espresso il loro parere sui piani ambientali presentati dai concorrenti, ovvero verso novembre.

Una fonte a conoscenza del “dossier” ha illustrato all’agenzia Reuters le decisioni assunte dal cda della Cdp che  “È una decisione coerente con il ruolo di promozione nazionale di Cdp“, spiega la fonte. Una seconda fonte spiega che la cordata ha messo sul piatto un impegno finanziario complessivo “compreso tra 500 milioni e meno di un miliardo”.

Secondo quanto si apprende la cordata sarà formalizzata il 30 giugno termine per la presentazione delle offerte vincolanti. Tutte le quote si manterranno sotto il 50%. La gestione aziendale dei complessi siderurgici sarà del gruppo Arvedi che si occuperà  della gestione operativa degli stabilimenti siderurgici del Gruppo ILVA, cioè Taranto, Genova e Novi Ligure che opereranno in sinergia con le acciaierie del gruppo Arvedi di Cremona e Trieste, come era stato peraltro anticipato nei giorni scorsi personalmente dall’ingegnere Arvedi. La quota di Cdp dovrebbe aggirarsi intorno al 45%, quella di Delfin fra il 30-35% e Arvedi dovrebbe restare sotto il 20%. Per finanziare il progetto è prevista un’emissione di bond da parte delle banche creditrici dell’ILVA, a partire, secondo quanto risulta da Intesa San Paolo.

Il progetto di questa cordata italiana al 100% dovrà ora contendersi la decisione finale con l’altra cordata in campo costituita dalla joint-venture  fra la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal ed il Gruppo Marcegaglia con una quota di minoranza). Attualmente  i due schieramento ma nel mondo degli affari tutto è  sempre possibile. Non a caso nei giorni scorsi Giovanni Arvedi ha voluto pubblicamente ribadire la sua consolidata amicizia e stima per la famiglia Marcegaglia, anche se Antonio Marcegaglia dopo aver ricambiato le espressioni di stima ha ricordato che il gruppo di famiglia  è attualmente legato da una joint venture con ArcelorMittal.

 




Ilva: Arvedi “andiamo avanti anche senza Erdemir “

Audizione al Senato ieri in commissione Industria, convocati chiaramente in audizioni separate i  rappresentanti del Gruppo Arvedi e dei turchi di Erdemir, che stanno presentando le loro progettualità e proposte per l’ acquisizione dell’ Ilva .  Dopo che nei giorni precedenti la multinazionale franco-indiana  Arcelor Mittal, alleato con Marcegaglia, a reso noto che intende attuare per la fase iniziale ad una produzione di 6 milioni di tonnellate e di tenere in attività soltanto 3 dei 4 altiforni presenti nello stabilimento siderurgico di Taranto, l’industriale cremonese Giovanni Arvedi  capo dell’omonimo gruppo, parlando con i giornalisti a latere dell’audizione in Senato, sull’accordo controfirmato con i turchi di Erdemir per la gara di acquisizione dell’Ilva indetta dal Governo italiano. ha ribadito che  “noi andiamo avanti anche senza Erdemir, non c’e’ più spazio per guerre fra poveri ma c’e’ spazio per accordi intelligenti per un futuro migliore” confermando ancora una volta la sua disponibilità verso il gruppo Marcegaglia.

nella foto, Giovanni Arvedi

nella foto, Giovanni Arvedi

Arvedi che fa parte di una cordata a 4 insieme ai turchi di Erdemir, la Cassa Depositi e Prestiti e la holding finanziaria  Delfin  di Leonardo Del Vecchio (che controlla il gruppo Luxottica) ha illustrato al Senato  delle prospettive di un futuro ambientalmente più compatibile per l’Ilva di Taranto, concentrato sull’uso del gas e della possibile realizzazione di un grande gruppo siderurgico, attraverso la costituzione di una nuova società destinata essere quotata in Borsa, ma ha precisato una necessità, cioè quelllo di un prezzo del gas a “livelli americani e attorno ai 10 centesimi di euro al metro cubo, rispetto egli attuali 20 cent/m3 che si pagano in Europa“.

Il gruppo Erdemir, secondo quanto ha riportato Giovanni Arvedi in commissione industria al Senato, ha sottoscritto con il gruppo Arvedi un accordo che doveva essere ratificato dal consiglio di amministrazione del gruppo turco entro settembre. Ma il consiglio di amministrazione è stato convocato per i prossimi giorni, ed adesso si attende di conoscerne le decisioni . “In ogni modo – ha detto Arvedinon è un dramma perchè l’Italia è in grado di far fronte ai suoi impegni”.

Il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, affiancato dal vice ministro Teresa Bellanova ha incontrato martedì al Mise i vertici dei sindacati metalmeccanici, ha spiegato che “Il piano ambientale è una funzione del piano industriale ma è di importanza fondamentale”  giustificando le ragioni del nuovo decreto del Governo Renzi, posto all’esame ed approvazione delle commissioni della Camera per la successiva conversione in legge, ha deciso di assegnare una nuova centralità all’aspetto del risanamento posticipando anche i tempi della cessione.




La difficile quadratura per una cessione dai tempi lunghi

di Paolo Bricco *

nella foto la Presidenza del Consiglio

nella foto la Presidenza del Consiglio

La scelta del Governo di affidare a un comitato di esperti la prima valutazione dei piani ambientali elaborati dalle cordate in corsa per l’Ilva allunga i tempi dell’operazione, con ricadute sulla già compromessa finanza di impresa e sulla ormai sfibrata tenuta emotiva e sociale di Taranto. È l’ennesimo rinvio in un “affaire” che soffre di due problemi strutturali: non riesce a trovare una vera quadratura del cerchio finanziaria e non sa come uscire dal vicolo cieco.

Questo ennesimo rinvio – in una vicenda che ormai dura da quattro anni – contiene degli elementi di criticabilità, anche perché mostra alle dieci imprese straniere in lizza per l’Ilva (o per una parte di essa) quanto ogni percorso – regolamentare e giuridico, perfino quello di un’asta pubblica – sia da noi rinegoziabile e modificabile in ogni momento.

Questa criticabilità verrebbe mitigata se invece l’intera operazione fosse in realtà un cassetto a doppio fondo: in apparenza un ulteriore impulso a garantire l’aspetto green del turn-around, in realtà una tecnica politico- amministrativa per dare più tempo alle varie cordate che si stanno organizzando, così da avere un maggior numero di offerte fra cui scegliere.Restiamo però a quello che si vede a occhio nudo e che si legge nei documenti del Governo: la priorità a una attenta e approfondita analisi del piano ambientale dei concorrenti. A questo proposito, nessuno mette in dubbio la legittimità di ogni scelta che miri a porre in primo piano la risoluzione della questione della salute pubblica, che rappresenta il vulnus principale – per i lavoratori dell’acciaieria e gli abitanti di Taranto – da cui tutto ha avuto origine. Tuttavia, in una vicenda che ha visto il tema ambientale assumere le fisionomie più diverse, a questo punto non si possono sottovalutare le conseguenze pratiche dell’attuale procrastinazione. Allungando in prima battuta di quattro mesi i tempi per consentire le deduzioni degli “esperti” e le controdeduzioni delle aziende, si rischia di spostare alla fine del 2016 la scelta del miglior offerente.

Non male, per una impresa commissariata che, negli anni scorsi, ha perso fra i 15 e i 50 milioni di euro al mese. Per fortuna che, negli ultimi tempi, il mercato italiano ha ripreso un poco di vigore e la marginalità sulle singole unità di prodotto – per Taranto come per il resto della siderurgia italiana – è tornata a crescere. In ogni caso, altri soldi si perderanno: ma queste nuove perdite semplicemente si inseriranno in un contesto strutturale che ha avuto nei sequestri e nel commissariamento, con l’uscita dal mercato dell’Ilva, i peccati originali. Nuove perdite, su una montagna di erosione del valore.

C’è, poi, un tema di credibilità internazionale dell’Italia. ArcelorMittal, i turchi di Erdemir, il gruppo Bolloré, i cinesi del P&C Shenzen Fund, il fondo americano Erp Compliant Fund e i brasiliani di Csn Steel sono alcune delle imprese straniere che hanno manifestato interesse per l’Ilva in amministrazione straordinaria, nella sua totalità o in una qualche sua parte. Senza stare a sindacare a chi, fra questi gruppi, potrebbe andare bene un allungamento dei tempi, appare evidente che il messaggio espresso – in una gara a connotazione volutamente internazionale – è quello di una rinegoziabilità continua dei termini delle questioni. Resta, sullo sfondo, la domanda sul perché il Governo abbia scelto, a un mese dalla conclusione di un iter avviatosi alla fine dell’anno scorso, di buttare la palla – temporalmente parlando – in avanti.

Se avesse consistenza l’ipotesi che tutto questo servirebbe ad aumentare il numero di cordate dando il tempo necessario a tutte di organizzarsi con una fisionomia finanziaria adeguata, non scaricando così su un sistema bancario provato dalla crisi la necessità di finanziare in toto il circolante, sarebbe poi auspicabile che il Governo fosse fino in fondo super-partes, valutando nel merito tutte le offerte, senza decisioni pregiudiziali o scelte con il pilota automatico. Anche se, davvero, in questa vicenda il profilo strutturale – formato da sequestri, commissariamenti e perdite enormi – ha creato un triangolo nero da cui sarà molto difficile uscire. Per l’Ilva, per l’economia italiana, per il Paese

*giornalista del Sole24Ore




ArcelorMittal: “Ilva strategica ma va risanata”

In un  colloquio con i giornalisti Paolo Bricco e Matteo Meneghello del quotidiano Sole 24 Ore,  Ondra Otradovec, responsabile dell’area fusioni e acquisizioni della multinazionale franco-indiana ArcelorMittal, ha esposto per la prima volta i piani della multinazionale sull’Ilva. La decisione del Governo Italiano sulla migliore offerta era inizialmente prevista per il 30 giugno secondo quanto indicato nel bando internazionale. Ma il Consiglio dei ministri martedì scorso ha varato un nuovo decreto per spostare di altri quattro mesi la scadenza, al fine di consentire una nuova analisi degli investimenti ambientali, e quindi così i tempi scadranno alla fine dell’anno.

Seguiamo il processo di vendita così come strutturato dal Governo – ha detto Ondra Otradovec – Data la situazione estremamente complicata, un processo di vendita rapido sarebbe negli interessi della società e degli stakeholders, così da potere iniziare a lavorare per stabilizzare l’assetto e garantire un futuro sostenibile.  Il lavoro a Taranto sarà duro. Ci vorranno due o tre anni per riportare l’Ilva al break even (cioè al punto di pareggio economico della gestione ndr CdG) . Ma siamo convinti di riuscirci perché abbiamo una forte esperienza nel turnaround delle aziende. Per questa ragione –ha aggiunto Otradovec – partecipiamo con convinzione all’asta organizzata dal Governo italiano. L’Ilva, per noi, è strategica, ma anche noi, come grande gruppo internazionale in grado di valorizzare ogni nostra controllata, possiamo essere strategici per l’azienda. L’Ilva va risanata e va riposizionata, trasformando il suo acciaio da commodity a prodotto con più valore aggiunto. Questo è quello che permetterà un futuro sostenibile all’azienda e solo ArcelorMittal ha il know how per raggiungere questo traguardo“.

Schermata 2016-06-04 alle 15.16.19

Questa l’intervista integrale rilasciata al Sole24Ore:

Per l’Ilva, avete stretto una alleanza con Marcegaglia. È stato detto che nella joint venture voi avrete l’85% e l’impresa italiana il 15%. Sono proporzioni corrette?

Sì, sono corrette. Gli ordini di grandezza sono quelli. Anche se stiamo continuando il dialogo con la Cassa Depositi e Prestiti. Qualora la Cdp aderisse al nostro progetto, le quote azionarie cambierebbero. Siamo molto contenti dell’alleanza con Marcegaglia, che consideriamo un partner strategico. Non soltanto perché è una impresa italiana con una solida reputazione e un management stabile. Ma anche perché ha una specializzazione, di trasformazione e non di produzione, complementare a quella dell’Ilva, di cui è peraltro la prima cliente. Ci farebbe piacere anche una presenza nell’azionariato di Cdp, in quanto espressione del Governo e come socio finanziario.

Quali sono gli elementi principali del vostro piano industriale?

Per iniziare immaginiamo una acciaieria di Taranto che produca 6 milioni di tonnellate all’anno, con tre altoforni. Poi, se le cose dovessero funzionare e se la domanda lo richiederà, potremmo aumentare i livelli produttivi. Naturalmente serviranno investimenti in tecnologia e interventi di manutenzione che, negli ultimi anni, hanno scarseggiato. Per l’impatto ambientale realizzeremo investimenti in linea con le “best practice” europee internazionali che renderanno l’impianto di Taranto assimilabile ai migliori standard dell’Ue. Il turnaround di Taranto deve essere allo stesso tempo ambientale, industriale e commerciale. Il successo di Ilva non è garantito solo dalla vendita, ma da un partner solido, capace di fornire know how tecnologico, nuovi prodotti e mercati.

L’ex commissario Enrico Bondi aveva previsto la possibilità di alimentare la produzione con il preridotto, magari realizzando un impianto in loco. Cosa ne pensa?

Non siamo convinti possa funzionare. Non ne vediamo la logica: una scelta del genere ha senso solo nei mercati dove lo spread tra il prezzo del rottame e il prodotto finale è maggiore che in Europa e dove c’è un prezzo dell’elettricità inferiore. Condizioni presenti, ad esempio, negli Stati Uniti, ma non in Europa. È un investimento importante e le condizioni non giustificano questa opzione. Sono altre, e numerose, le sfide legate all’impianto di Taranto.

A Taranto c’è molta preoccupazione per l’occupazione. Oggi ci sono 11.500 addetti diretti, che salgono a 16mila in tutta Italia. Che cosa contiene il vostro piano industriale a questo proposito?

Il livello occupazionale dovrà essere proporzionato ai livelli produttivi che gradualmente realizzeremo sulla base di parametri utilizzati anche dalle altre aziende europee del settore. Ci candidiamo a comperare l’Ilva anche in virtù della complessità e del livello di specializzazione del nostro gruppo multinazionale. Investiamo ogni anno 259 milioni di dollari in R&S. Nei nostri 12 centri di ricerca lavorano 1.300 specialisti. Il 60% della nostra ricerca è concentrato sull’automotive industry. Pensate a quello che possiamo fare per il miglioramento qualitativo dell’acciaio di Taranto destinato agli stabilimenti di FCA, di cui siamo già fornitori, e alle aziende della componentistica italiana che lavorano con le case automobilistiche tedesche. Lo stesso vale per l’ambiente. Abbiamo ridotto dal 2007 le emissioni di CO2 del 4,5% e quelle di polveri, dal 2010, del 21 per cento. Siamo fiduciosi che l’integrazione di Taranto nel nostro contesto tecnologico e industriale porterà beneficio allo stabilimento e alla città.

Un anno e mezzo fa avete studiato il dossier Ilva. Allora l’operazione non andò in porto. Che cosa è cambiato?

Rispetto ad allora, esiste una maggiore distinzione fra le responsabilità di chi viene accusato di avere inquinato Taranto e le responsabilità di chi oggi sarà chiamato a gestire il risanamento ambientale e il turnaround industriale. Per noi Ilva è strategica. In un passaggio storico sancito dal consolidamento industriale di molti big player, ArcelorMittal scommette sull’Europa. Fra il 2015 e il 2016 il nostro debito netto è sceso da 16 a 12 miliardi di dollari. Il che indica uno stato patrimoniale sano con un rapporto di 2,2 tra debito netto e Ebitda. Disponiamo di 14 miliardi di dollari di liquidità. Miriamo a poche selezionate acquisizioni. Ilva è una di queste in quanto complementare alle nostre aree di business e perché crediamo di poter fare la differenza positiva per l’azienda e i suoi stakeholders.

In caso di successo dell’operazione Ilva, non rischiate problemi con l’Antitrust comunitaria?

Certamente l’Antitrust controlla ogni acquisizione. Genericamente parlando non credo che ci saranno grossi problemi. Nella maggior parte delle linee di prodotto resteremo comunque sotto il 40% del mercato. In alcune linee potremmo superare questa soglia, ma abbiamo studiato a fondo la questione sul piano legale e non abbiamo individuato rischi concreti.

L’altra cordata in lizza è incentrata sui turchi di Erdemir. Se dovesse aggiudicarsi Ilva, ci sarebbero conseguenze per il mercato italiano e per l’operatività di ArcelorMittal nell’Europa del sud? Il vostro interesse per Ilva ha ragioni difensive?

Non facciamo operazioni difensive, fino a poco tempo fa eravamo gli unici in lizza per Ilva, ben prima di Erdemir che è una buona azienda, della quale tra l’altro possediamo una quota residuale del 12,5%. Si tratta comunque di un gruppo molto concentrato sul mercato turco, delle stesse dimensioni di Ilva: è la prima volta che compie un’operazione al di fuori dei confini del Paese. Per questo è difficile giudicare che strategia adotterà, eventualmente, in Italia. La questione Ilva è molto complessa e costituisce un turnaround difficile: per questo crediamo che il suo futuro possa essere sostenuto da un gruppo che produce acciao, che sia forte e articolato, con una consolidata presenza in Europa che possa integrare Ilva nel suo modello di business, aprendo possibilità per nuovi prodotti e mercati. Non vediamo alcuna altra azienda del settore che possa portare gli stessi vantaggi.

Signor Otradovec, quando è stata l’ultima volta in cui è andato a Taranto?

Io personalmente sono stato a Taranto un anno e mezzo fa, quando abbiamo compiuto una due diligence molto dettagliata. Questa volta abbiamo mandato il team delle operations per fare un aggiornamento dello stato dell’arte dell’acciaieria. L’acciaieria di Taranto deve tornare a vivere. E, perché questo accada, serve un grande gruppo siderurgico presente in tutto il mondo, un management di primo livello che opera da anni nel settore e nuovi mercati di sbocco. Non si può affidare l’impianto a una dirigenza priva di competenze nell’acciaio. Noi abbiamo il tipo di management giusto: specializzato, abituato a gestire turnaround complessi e con una vasta esperienza internazionale. E lo metteremo a disposizione dell’Ilva, dove abbiamo incontrato lavoratori seri e qualificati.




Ilva: Cassa Depositi e Prestiti al lavoro sui progetti e le proposte di due cordate

ROMA – I vertici della Cassa Depositi Prestiti con in testa il presidente Claudio Costamagna e all’amministratore delegato Fabio Gallia hanno incontrato e stanno incontrando in questi giorni “diversi attori industriali interessati al salvataggio dell’Ilva“. L’obiettivo è di “valutare l’interesse manifestato dai possibili futuri soci, il loro progetto di turnaround e sviluppo dell’azienda” in vista di una cordata che avrebbe la Cdp come “socio finanziario con una partecipazione di minoranza“. Lo ha dichiarato all’ANSA una fonte vicina all’operazione. “Conditio sine qua dell’ingresso di Cdp è la presenza di almeno un socio industriale” ha aggiunto la fonte.

CdG panoramica ILVASecondo le recenti indiscrezioni delle ultime settimane si assisterà probabilmente ad una sorta di “challenge” finale fra i  due dei principali gruppi italiani dell’acciaio che si sfideranno facendo parte di rispettive “cordate” con due multinazionali internazionali del settore. Da una parte ci sarà, il gruppo mantovano Marcegaglia che da tempo è l’alleato italiano alleato dei franco-indiani di Arcelor Mittal; l’imprenditore cremonese Arvedi si contrappone grazie ad un accordo in via di definizione con il gruppo turco Erdemir. Nella partita sarà un ruolo importante lo avrà la Cassa Depositi Prestiti: sia come garanzia politica, sia come investitore finanziario. E, a sorpresa, nonostante delle smentite “strategiche” sarebbe della partita anche Leonardo Del Vecchio, il fondatore del gruppo Luxottica nonché uno degli uomini più “liquidi” d’Italia, che è di origini pugliesi, con un patrimonio che la rivista d0’affari americana  Fortune ha classificato in quasi 22 miliardi di euro.  Il padre di Del Vecchio era originario di Barletta, da dove è emigrato alla volta di Milano negli anni Venti. Inoltre, Luigi Francavilla il suo storico braccio destro,  entrato in Luxottica nel 1968 fino a diventarne direttore generale, è nato in un comune in provincia di Taranto.

La presenza di due cordate manifestamente interessate pronte a battersi per rilevare lo stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto è sicuramente un buon segnale per l’acciaieria italiana. I punti ancora da chiarire non mancano, così come sono ancora aperte alcune incertezze legate alle cause legali precedenti e ai ricorsi intentati nei confronti del commissariamento dell’ ILVA, come per esempio, è importante da capire come finirà l’iniziativa della Ue attivatasi dopo gli esposti dei “competitors” stranieri sui possibili aiuti di Stato nei confronti dell’ILVA, oltre ai puntuali ricorsi della famiglia Riva (ex proprietaria dell’ILVA) nei confronti del commissariamento, pur avendo la famiglia rinunciato all’eredità dopo la scomparsa del patron Emilio Riva




ILVA. Del Vecchio “Io avrei partecipato a una cordata, ma condotta da una grande azienda che ha esperienza”

 

CdG ilva_ingressoL’agenzia di stampa internazionale Reuters ha rivelato nei giorni scorsi che al momento sono due le possibili alleanze per l’acquisizione di ILVA: una che fa riferimento all’italiana Arvedi, dell’omonima famiglia, l’altra ai turchi di Erdemir. Una fonte citata dall’agenzia ha detto che Arvedi “è affiancata da Delfin, la holding della famiglia Del Vecchio, a cui fa capo Luxottica“. Ma Leonardo Del Vecchio, azionista di riferimento di Luxottica rispondendo a proposito delle indiscrezioni sulla sua possibile partecipazione a una cordata con Arvedi per il salvataggio dell’ILVA. ha spiegato che “Io avrei partecipato a una cordata, ha spiegato, facendo anche riferimento alle origini pugliesi della sua famiglia, ma deve essere condotta da una grande azienda che ha esperienza“.

 Del Vecchio Luxottica

nella foto, Del Vecchio proprietario di Luxottica

C’è bisogno di un grande gruppo internazionale del settore come capofila“, ha sottolineato l’imprenditore a margine dell’assemblea di Luxottica, e Arvedi non basta perchè l’ ILVA “era un’azienda che viveva quando faceva 9 milioni di tonnellate, ora ne fa la metà non sarà facile riportarla a 9 milioni. La può prendere solamente una grande azienda che fa quel tipo di lavoro, ha ribadito, sempre che riesca a gestirla, perchè l’Italia è diversa dalla Germania. In Italia purtroppo comandano i politici ed è difficile per un investitore“.

Del Vecchio ha quindi ricordato che “lo Stato non può nazionalizzarla perchè l’Europa non glielo permetterebbe: le persone che dovrebbero essere interessate a salvare questa azienda sono i politici, ma gli stessi amministratori, ha concluso, sono i primi che sarebbero contro se dovesse arrivare una grande azienda“.

Fabio Riva e Alberti a processo per frode fiscale

Fabio Riva, ex vicepresidente dell’ILVA spa , attualmente agli arresti domiciliari per problemi di salute dopo la detenzione nel carcere di Taranto, è stato mandato a processo davanti alla prima sezione del Tribunale di Milano per un presunto omesso versamento delle imposte sui redditi 2007-2012 in relazione alla “ILVA sa”, una società svizzera partecipata dal gruppo siderurgico proprietario dell’altoforno di Taranto. Con lui è stato rinviato a giudizio, per citazione diretta, anche Agostino Alberti, l’ex consigliere delegato di ILVA spa fino al 2012 e amministratore di fatto della società svizzera, di cui sarebbe stato l’ideatore.

La scorsa settimana  ha preso il via il dibattimento a carico dei due dinnanzi al Tribunale di Milano. Dibattimento che è subito stato rinviato al prossimo 14 settembre per un difetto di notifica. Secondo il capo d’imputazione, ILVA spa commercializzava i tubi metallici attraverso “ILVA sa”, una società in realtà solo “fittizia”, che si interponeva tra l’azienda italiana e i clienti finali e che tratteneva quindi i redditi prodotti dall’attività commerciale in Svizzera. In altri termini “ILVA sa” sarebbe una società “esterovestita” e per questo motivo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia.

ILVA sa” avrebbe prodotto utili pari a circa 39 milioni di euro negli anni oggetto dell’indagine, su cui ha pagato tasse in Svizzera per l’equivalente di 9,3 milioni di euro circa. Soldi che sarebbero spettati, secondo la procura di Milano, all’ Erario italiano. “ILVA sa” era entrata anche in un altro processo, sempre davanti al Tribunale di Milano, a carico di Fabio Riva ed Agostino Alberti. I manager erano accusati, in quel caso, di associazione per delinquere finalizzata truffa ai danni dello Stato per i finanziamenti ex legge Ossola della società pubblica Simest . Riva era stato condannato a 6 anni e mezzo di carcere in primo grado, con la pena confermata anche in Corte d’Appello. Ad Alberti furono inflitti 3 anni di reclusione, confermati anche in secondo grado. Era stata disposta anche la confisca di 91 milioni di euro e la provvisionale da 15 milioni di euro a favore del Ministero dello Sviluppo economico




ILVA. Sono 25 le aziende ammesse all’acquisto

CdG camera deputatiNella  fase iniziale le aziende ammesse erano state solo 19 a fronte di 29 domande, ma  adesso le aziende ammesse sono diventate 25 , delle quali  soltanto 12 le aziende interessate all’acquisto dell’intero gruppo ILVA,  mentre altre 13 puntano alle società controllate, ed avranno accesso alla fase di “due diligence” . Le prime 12 aziende che hanno manifestato il proprio interesse all’intero gruppo, avranno la precedenza in quanto come ha spiegato Enrico Laghi uno dei tre commissari straordinari dell’acciaieria, alla Commissione Attività Produttive della Camera dei Deputati, “l’obiettivo e’ cedere il compendio unitario con limitate eccezioni” a asset non-core.  Conclusasi la procedura delle manifestazioni di interesse che ha visto escluse tre aziende perchè avevano presentato la domanda su singoli beni , adesso il procedimento entra nel vivo con l’accesso alle “data room“, che consentirà di conoscere il reale andamento gestionale-economico-finanziario, con delle presentazioni personalizzate e la visita degli stabilimenti  di Taranto, Genova e Novi Ligure.

In questa fase della gara si potrebbero arrivare ad un’ulteriore riduzione del numero dei partecipanti in quanto, come ha spiegato il commissario Laghi, che si è detto “soddisfatto per qualita’ e interesse delle manifestazioni“,  illustrando ai parlamentari che “dato l’impegno economico e l’importanza del gruppo le cordate avranno maggiori possibilita’ di trovare un risultato positivo“, aggiungendo che “i soggetti che hanno manifestato interesse per singoli compendi o amplieranno l’oggetto o non parteciperanno alle fasi successive, solo in limitati casi si potrebbe immaginare di avviare la vendita di singole attivita’ non core che non facciano perdere valore“.

Tra i 25 possibili acquirenti i nomi principali, ricordati dal commisario straordinario  Laghi, sono di fatto alcuni tra i maggiori operatori del settore, italiani ed esteri, come  la Cassa Depositi e Prestiti per una quota di minoranza, la Eusider, Finarvedi, Gruppo Marcegaglia, la multinazionale franco-indiana ArcelorMittal e la turca Erdemir. Il termine della “due diligence” è prevista per il 15 aprile, data in cui si raccoglieranno le offerte vincolanti,  e come ha spiegato Laghi  “se saranno piu’ di una, ci sarà una fase di rilanci e poi si contrattera’ con una solo azienda per decidere le modalita’ di vendita“.

Per la valutazione delle offerte di acquisto pervenute si terrà conto del “piano industriale, della sua sostenibilita’ finanziaria, del mantenimento dei livelli occupazionali, del piano ambientale e del minor utilizzo di risorse pubbliche“. Al momento il termine delle operazioni di valutazione , e’ previsto entro il 30 giugno 2016. Laghi ha quindi illustrato ai parlamentari la situazione dell’azienda che ha aumentato le perdite alla fine del 2015 per 380 milioni di euro complessivi, annunciando pero’ iniziative per recuperare la marginalita’ con un potenziale stimato in 320 milioni.

In questa periodo, nonostante la “peggiore crisi del mercato dell’acciaio“, l’ ILVA si attende un miglioramento in termini gestionali-economico-finanziari grazie alle misure anti-dumping europee, giudicate pero’ insufficienti e da estendere ai prodotti dell’area a caldo. Il commissario Laghi, concludendo, dopo aver ringraziato il Governo Renzi per come sta seguendo il processo di amministrazione straordinaria  in corso, ha rivendicato i risultati ambientali raggiunti: 200 milioni investiti, la riduzione del 55% delle polveri e il completamento del 93% delle prescrizioni ambientali Aia, con scadenza 31 luglio 2015, rispetto al precedente un obiettivo fissato dell’80%. Laghi ha anche spiegato che “non risultano fenomeni di sloping, c’è molta cura e attenzione utilizzo impianti: ogni rischio sloping l’impianto viene fermato o rallentato, forse non accadeva in passato ma in periodo di commissariamento statale la produzione è sempre ridotta o fermata con conseguenze economiche ma prevalgono la sicurezza e la salute“, ed assicurato che l’azienda intende “continuare a fare investimenti in campo Aia nei prossimi 4 mesi e consegnare a quello che sarà l’investitore un set di investimenti coerenti col piano ambientale“.




ILVA. Ultimata la verifica delle manifestazioni di interesse, 19 gli ammessi alla “data room”

 

di Marco Ginanneschi

Schermata 2016-02-16 alle 03.09.09Con un comunicato stampa l’ ILVA in amministrazione straordinaria ha reso noto che “si è conclusa la fase di verifica della rispondenza delle manifestazioni ricevute ai criteri di ammissione. Come comunicato in data 10 febbraio 2016, le manifestazioni di interesse relative all’operazione di trasferimento dei complessi aziendali facenti capo ad ILVA S.p.A. in Amministrazione Straordinaria e ad altre Società del medesimo Gruppo sono state 29. Dei 29 soggetti che hanno manifestato interesse per l’intero Gruppo ILVA o per singole Società 17 sono italiani e 12 stranieri.”

I soggetti direttamente ammessi alla fase di due diligence, che prevede l’accesso alla data room, ai siti produttivi del Gruppo e alla management presentation organizzata da Rothschild, global advisor dell’operazione, sono 19, mentre a 6 soggetti istanti è stata richiesta l’integrazione della documentazione prodotta. Per i restanti è stato riscontrato che le manifestazioni di interesse non avevano ad oggetto complessi aziendali.

All’esito della due diligence – specifica il comunicato stampa – i soggetti ammessi saranno chiamati a presentare le offerte vincolanti, sulla base delle quali si potrà pervenire al perfezionamento dell’operazione, che potrà essere perfezionata mediante cessione o concessione in affitto, con opzione d’acquisto, dei complessi aziendali facenti capo alle Società in Amministrazione Straordinaria“.

CdG emma marcegaglia

Chi ha presentatole domande? Fra i gruppi italiani il gruppo Marcegaglia di Mantova guidato da Antonio Marcegaglia, presidente e amministratore delegato del gruppo di famiglia che detiene al 50% con la sorella Emma, Il gruppo Arvedi di Cremona, il guppo  Eusider di Lecco guidato da Eufrasio Anghileri. Una manifestazione di interesse (limitata al tubificio di Racconigi) è stata presentata dalla bresciana Tecnotubi che fa capo al gruppo Amenduni guidato da Michele Amenduni, cugino degli Amanduni-Greseli che controllavano una quota dl 10% dell’ ILVA prima del commissariamento , e che hanno recentemente chiesto per questo motivo alla Presidenza del Consiglio un indennizzo di 300 milioni. Un ruolo importante è quello riservato alla  Cassa Depositi Prestiti, attualmente la più grande istituzione finanziaria italiana controllata dallo Stato per oltre l’80%.

È a dir poco ammirevole la manifestazione d’interesse “tarantina” dello Ionian Shipping Consortium a dimostrazione del fatto che quando si ha la capacità e l’umiltà di consorziarsi tra piccole imprese, si può costruire un soggetto giuridico in grado di affrontare e competere su mercati altrimenti preclusi. Esattamente il contrario di quanto gli imprenditori-fornitori dell’indotto tarantino non hanno mai avuto la capacità di fare, preferendo per anni ed anni passare dalla cassa dell’ ILVA.

cdG arcelorMittalDall’estero sono pervenute la domanda del colosso Arcelor Mittal, che già in precedenza  aveva presentato un’offerta per l’ILVA insieme al gruppo Marcegaglia, e il gruppo brasiliano Csn Steel- Compahia siderurgica national  di cui si era ipotizzato una partnership con il gruppo italiano Arvedi per rilevare l’ILVA. ma che oggi procedono separatamente. Pervenuta anche la manifestazione d’interesse del fondo americano Erp Compliant Fuel controllato dal Virginia Conservation Legacy Found un ente no profit : una presenza molto significatica, visto che per statuto ha come obiettivo ridurre l’inquinamento da Co2.

Questo l’elenco dei 19 gruppi ammessi: Dhi-Di Nardi Holding Industriale, Eusider, Fonderia Boccacci, Tecnotubi, Car Segnaletica Stradale, Faser, Finarvedi e Acciaieria Arvedi,  Vesuvius Italia, Marcegaglia Carbon Steel, Lucchini RS, Fonderie Mora Gavardo, Cassa Depositi e Prestiti, Zaklady Magnezytowe Ropczyce, Ionian Shipping Consortium, Csn Steel, Erp Compliant Fuels, Pan Atlantic Shipping Co, Magnesita Refractiories.

Le 6 società a cui è stata richiesta un’integrazione documentale sono Trasteel Internazional, Euroflex, Societé Mosellane de Vente de Fers, Toles et Aciers Enterprise Gans, Etablissement Robert et Compagnie, Erdemir, P&C (Shenzen) Industrye Found Management Partnership Firm.

Paolo Scaroni

nella foto, Paolo Scaroni

Scaroni, Ilva e Rothschild . È invece a dir poco pò anomala e sospetta la circostanza che l’ “advisor” di ILVA società “pubblica” in quanto in amministrazione straordinaria, nella fase della selezione, valutazione e scelta del futuro acquirente della società siderurgica sia la Banca Rothschild il cui “vicepresident”, Paolo Scaroni, ex presidente dell’ ENI, abbia recentemente dichiarato di aver incontrato il premier Matteo Renzi e di essersi dichiarato disponibile quale possibile futuro Amministratore Delegato dell’azienda oggetto della cessione (leggi QUI) . Un classico conflitto di interessi normato all’italiana, su cui la stampa nazionale “tace”…in primis il SOLE24ORE edito dalla Confindustria a cui stanno particolarmente a “cuore” le sorti della famiglia e del gruppo Riva !