La riforma demagogica del Csm

di Armando Spataro

Nel marzo del 2011, il ministro della Giustizia Alfano ed il premier Berlusconi presentarono alla stampa la “riforma epocale” della parte della Costituzione dedicata alla magistratura e, per spiegarne gli effetti previsti, utilizzarono un paio di vignette raffiguranti la bilancia simbolo della Giustizia rispettivamente prima e dopo la ‘cura’, cioè con piatti prima disallineati e poi perfettamente simmetrici. Quel progetto di riforma finì fortunatamente su un binario morto.
Oggi il ministro Bonafede non utilizza vignette, ma ha egualmente presentato come salvifico il disegno di legge sulla riforma del processo civile e penale, nonché dell’ordinamento giudiziario, del Csm e di altro ancora. Il testo contiene certamente alcune scelte condivisibili, ma anche previsioni che – se approvate – potrebbero non solo aggravare i problemi che si intendono risolvere, ma anche scardinare il nostro sistema giudiziario.
Difficile immaginarne di peggiori come, ad esempio, quelle in tema di riforma del Csm. Rispetto al quale, anziché valutare modifiche del sistema elettorale già oggetto di precedenti e autorevoli proposte, si prevede un complicato meccanismo per la scelta dei suoi componenti, che peraltro tornano ad essere 30 (20 togati e 10 laici) ossia sei in più di quelli attuali.
Infatti, aggirando quanto previsto dall’articolo 104 della Costituzione – secondo cui i togati sono eletti da tutti i magistrati ordinari – si prevede la costituzione nel territorio nazionale di venti collegi, in cui ciascun magistrato in possesso dei requisiti può candidarsi con il sostegno di dieci colleghi presentatori, mentre ogni elettore potrà esprimere una sola preferenza. Dopo lo scrutinio vengono dichiarati “eletti” i primi cinque candidati che abbiano ottenuto il maggiore numero di voti in ciascun collegio con almeno il cinque per cento di quelli validi espressi. Ma come fa il disegno di legge a definire ‘eletti’ 100 candidati se i togati membri del Csm sono venti? Semplice, anzi comico: tra questi cento se ne sorteggiano – appunto – venti, uno per collegio. Dunque il sorteggio vietato dalla Carta rientra dalla finestra.
Altra domanda: ma poiché i togati devono essere rappresentativi di tutte le categorie con “almeno” 2 addetti a funzioni di legittimità presso la Cassazione, 4 pubblici ministeri e 10 giudici di merito per un totale di 16 (più altri 4 secondo la sorte), cosa accade se la dea bendata e un po’ distratta, deposta la bilancia, pesca male e non tira fuori i numeri sufficienti per una delle quote di categoria? Semplice, anzi contraddittorio e difficile da spiegare: si ritorna ai voti e viene designato componente del Csm il magistrato appartenente alla categoria esclusa che abbia ricevuto la percentuale più alta di consensi nel collegio di appartenenza, il quale subentra a quello sorteggiato che ha ottenuto la più bassa percentuale di voti nel proprio collegio.
Insomma, si prevede un vero e proprio ‘icocervo’ (efficace definizione di Nello Rossi) attraverso la irragionevole successione dei metodi di “voto – sorteggio – voto percentualizzato“, dimenticando che la rappresentatività dell’intera magistratura che la Costituzione prevede per i componenti del Csm non può in alcun modo essere salvaguardata con l’artificio di definire “eletti” coloro che costituirebbero solo una platea da cui estrarre a sorte i membri del Csm, i quali potrebbero essere persino i meno votati.
Appare meritevole di riflessione anche la previsione secondo cui i componenti laici del Csm non potranno essere coloro che svolgano o nei 5 anni precedenti abbiano svolto ruoli politici o amministrativi di fonte elettiva: forse sarebbe stato sufficiente stabilire l’incompatibilità per chi sia o sia stato membro del Governo nazionale. Eccessivamente penalizzante è invece la prevista impossibilità, pur condivisa da molti magistrati, di chi abbia fatto parte del Csm di proporre domanda per un ufficio direttivo, ad esempio procuratore o presidente di tribunale, nei 4 anni successivi alla cessazione del suo mandato: essere stato componente del Csm, insomma, diventa disonorevole e produce una presunzione di contagio quadriennale.
Così vuole il populismo dominante nell’ottica di depotenziare le tanto vituperate correnti dell’Anm, ritenute origine dei gravi vizi che affliggono la magistratura. Queste sono soltanto alcune delle tremende conseguenze del caso Palamara-Lotti-Ferri e i principali contenuti di un disegno di legge che presenta finalità mortificanti e punitive nei confronti dei magistrati.



Il Capo dello Stato: "mai intervenuto sulle nomine della magistratura". Il consigliere del Csm Morlini di dimette.

ROMA – Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ha mai parlato con nessuno di nomine di magistrati né è mai intervenuto per esse. Gli unici interventi – fanno sapere al Quirinale interpellato sulla vicenda – sono stati di carattere generale, per richiamare il rispetto rigoroso dei criteri e delle regole preposte alle funzioni del Csm. Inoltre l’ultimo incontro di Mattarella avuto con Luca Lotti risale a  quando è cessato dalla carica di ministro, ed  è avvenuto il 6 agosto del 2018 attraverso una visita di congedo, come avvenuto anche per altri ministri.

 Nel frattempo al  Csm si è spaccato il fronte dei quattro consiglieri autosospesi coinvolti nell’indagine di Perugia. A sorpresa si è dimesso dimette dal Consiglio Superiore della Magistratura  Gianluigi Morlini, ex presidente della quinta commissione (quella che indica i capi delle procure e gli aggiunti, ed i presidenti dei tribunali), che aveva incontrato anche il deputato Pd Luca Lotti, in una cena con l’ex pm di Roma Luca Palamara, uno degli indiziati dalla stessa procura di Roma per l ‘inchiesta Consip

Gianluigi Morlini

Morlini che ieri aveva già dato le dimissioni dalla sua corrente di Unicost,  ha rotto il fronte con le proprie dimissioni dal Csm  dei quattro consiglieri coinvolti, mentre gli altri tre  – Corrado Cartoni, Antonio Lepre e Paolo Criscuoli , eletti nelle liste di Magistratura Indipendente preferiscono restare sulle loro poltrone di Palazzo dei Marescialli. Tutti e quattro i membri togati del Csm, come prevedibile hanno ricevuto ieri dalla Procura Generale della Cassazione la notifica dell’avvio di un’indagine disciplinare nei loro confronti. Posizione che conseguentemente li rende incompatibili con la permanenza nello stesso Csm. L’avvio dell’azione disciplinare non comporta automaticamente la sospensione dal Csm, che in questi casi è facoltativa.

Il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, ha promosso l’azione disciplinare nei confronti dei quattro consiglieri togati del Csm che si erano autosospesi (atto peraltro ufficioso e di facciata in quanto non previsto nè dalle leggi che per regolamento)  per la vicenda degli incontri notturni avuti con Luca Palamara ex presidente dell’Anm  e i deputati del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti, per concordare una strategia comune sulle votazioni del plenum per la nomina del nuovo procuratore di Roma. I quattro consiglieri togati inizialmente si erano impegnati a decidere, entro la fine della settimana, se restare al Csm, come vorrebbero e come gli ha chiesto di fare la propria corrente di Magistratura Indipendente, o se invece dimettersi, come invece sollecitato più seriamente  dall’Anm.

Per quanto riguarda invece Luca Palamara e Stefano Rocco Fava, i due pm di Roma rischiano il trasferimento d’ufficio, pressochè scontato,  per incompatibilità ambientale e funzionale. La Prima Commissione (Disciplinare) del Csm già domani potrebbe avviare la procedura nei confronti dei due magistrati coinvolti nell’inchiesta di Perugia. Al vaglio della commissione  presieduta dal consigliere Alessio Lanzi membro “laico” indicato da Forza Italia,  anche la posizione dell’ex consigliere del Csm Luigi Spina già dimessosi.

Nell’ interrogatorio reso da Palamara a Perugia a seguito della perquisizione subita conseguente all’avviso di garanzia per corruzione, il magistrato ha raccontato che, pochi giorni prima delle perquisizioni, una persona a lui vicina , peraltro già identificata dai magistrati inquirenti della Procura di Perugia,  gli avrebbe riferito di aver appreso da una misteriosa “talpa” al Quirinale che nel suo telefono era stato installato un trojan. Dunque, che ogni suo sussurro era ascoltato.

Al momento non è ancora accertato se chi informò Palamara gli abbia riferito o meno il vero sulla fonte originaria di quell’informazione. E, quindi sono in corso accertamenti, sulla presenza di una “talpa”  al Quirinale che abbia svelato sulle attività di indagine coperte da segreto. Una certezza è che  quella notizia Palamara la ricevette, ed è tuttavia anche una certezza che la “soffiata” non sembrò indurlo ad adottare maggiori cautele, in quanto fino al giorno delle perquisizioni, il suo smartphone ha continuato a registrare conversazioni e circostanze che Palamara avrebbe avuto altrimenti  interesse a nascondere.

Che la “guerriglia” iniziata a maggio al Csm sulle nomine non prevedesse alcun tipo di fair play è confermato anche da nuovi dettagli emersi dalle conversazioni intercettate tra Palamara ed il suo collega-amico Cesare Sirignano  magistrato in servizio alla Direzione Nazionale Antimafia Dna . I due vengono sentiti discutere sul nuovo procuratore di Perugia- Una nomina questa nomina che sta particolarmente a cuore a Palamara, considerato che lui stesso è  indaga per corruzione proprio dalla Procura di Perugia. Il magistrato della DNA gli indica come candidato “amico”  l’attuale procuratore aggiunto di Napoli, Giuseppe Borrelli. E non si limita.

Infatti, di fronte ai dubbi di Palamara che evidentemente non si fidava del collega napoletano , Sirignano sostiene che Borrelli farà quello che dice lui e sopratutto che dicono “loro”, praticamente come se fosse  fosse una marionetta di un teatrino. Ma in realtà è solo una millanteria in quanto Giuseppe Borrelli non soltanto  non è telecomandato, ma lo stesso Borrelli – come spiegato in una nota fatta avere ieri sera al quotidiano La Repubblica – ha denunciato alla Procura di Perugia proprio Sirignanoproducendo una documentazione che comprova la più totale estraneità ai fatti” e, soprattutto comprovando  che Sirignano ha millantato consapevolmente. Come le nuove intercettazioni documentano  la “cupola Palamara” era indirizzata su un piano alternativo, cioè quello di  portare a capo della procura di Perugia  Francesco Prete  attuale procuratore di Velletri, (che nei giorni scorsi ha scritto a Repubblica per dirsi estraneo a ogni gioco correntizio) e come procuratore aggiunto Erminio Amelio.

Giuseppe Pignatone

A questo punto potrebbe ripartire da zero anche il lavoro ( o trattativa ?)  riguardo la nomina del nuovo procuratore capo di Roma che dovrà prendere il posto di Giuseppe Pignatone, andato in pensione dallo scorso 9 giugno. La commissione stessa, quella competente gli incarichi di vertice, precedentemente guidata dal dimissionario Gianluigi Morlini , dopo l’avvio dell’inchiesta di Perugia è cambiata ed è presieduta adesso da Mario Suriano e quindi potrebbe decidere di riprendere in mano le valutazioni sui candidati sopratutto alla luce delle polemiche esplose.

Secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, in questa nuova esondazione di carte che riguarda un arco di tempo di venti giorni di maggio e non di una settimana, come la prima informativa trasmessa la scorsa settimana a Palazzo dei Marescialli poteva far credere.  Vi sono i nomi di altri consiglieri togati “coinvolti” nel mercato delle nomine. Alcuni di loro sono stati già identificati, altri in via di identificazione, tutti protagonisti delle “notti carbonare” in cui, alla presenza di Luca Palamara, si voleva decidere del nuovo procuratore di Roma e di quello di Perugia.

Per il ministro dell’Interno Matteo Salvini quanto emerso sul Csm e sulle nomine dei magistrati dimostra che “la riforma della giustizia è urgente perché è evidente che nessuno è al di sopra della legge o di ogni sospetto, a giudicare dalle vicende delle ultime settimane che coinvolgono alcuni giudici dei massimi vertici della magistratura“.




"Toghe sporche" . Altri due togati del Csm coinvolti nelle trattative segrete per controllare le procure

ROMA – All’interno dei faldoni dell’inchiesta della Procura di Perugia sul “mercato” delle nomine al Csm compaiono due altri nomi. Si tratta di due magistrati, consiglieri togati, della corrente Magistratura Indipendente: Corrado Cartoni, attualmente giudice presso il Tribunale di Roma, ed Antonio Lepre, pubblico ministero della Procura di Paola in Calabria. Cartoni è membro della terza commissione del Consiglio, mentre Lepre è membro della quinta commissione , cioè quella che valuta le candidature per gli incarichi direttivi e semidirettivi.

Secondo l’informativa del Gico della Guardia di Finanza  contenente il risultato investigativo pedinamenti e le intercettazioni telefoniche , vengono  documentati  delle riunioni “carbonare” a cui hanno partecipato il pm Luca Palamara, ex presidente della Anm ed ex consigliere del Csm, attualmente indagato per corruzione e “regista” delle grandi operazioni che volevano determinare la geografia negli uffici giudiziari chiave del Paese, e sopratutto i suoi interlocutori nel “Palazzo” : a partire  dal parlamentare del Pd, Cosimo Ferri, magistrato ex sottosegretario alla giustizia e “dominus” della corrente di Magistratura Indipendente della quale è stato segretario), e l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con Matteo Renzi, successivamente ministro Luca Lotti. Incontri avvenuti nel mese di maggio appena terminato, in almeno tre occasioni.

Secondo quanto riferiscono fonti investigative qualificate, le intercettazioni dei finanzieri del Gico “fotografano” infatti i magistrati Cartoni, Lepre e Palamara, con i parlamentari Ferri e Lotti beccati a discutere del “dopo Pignatone“, cioè della nomina del suo successore alla guida della procura di Roma, che sembra essere diventata un’ossessione per Lotti, conseguenziale probabilmente al suo coinvolgimento nell’ “inchiesta Consip“, condotta dal pool dei reati contro la pubblica amministrazione guidata da Paolo Ielo che pochi mesi insieme al pm Mario Palazzi avevano chiesto per lui il rinvio a giudizio e negli incontri delle ultime settimane Lotti avrebbe sostenuto la necessità di un cambio di rotta, patrocinando la candidatura del procuratore aggiunto di Firenze Marcello Viola, invece di quello di Palermo Francesco lo Voi, considerato troppo vicino alla gestione Pignatone.

Un’inchiesta che Lotti ritiene una macchinazione in suo danno. Infatti non a caso l’ex ministro Pd braccio destro da sempre di Matteo Renzi è da tempo alla ricerca di di un editore che gli pubblichi un suo libro sulla vicenda “Consip”. Il tenore ed i modi di questa cricca della malagiustizia,  le loro parole intercettate non devono essere molto “istituzionali” al punto da costringere la Procura di Perugia, a trasmettere a Palazzo dei Marescialli gli atti relativi a questo passaggio dell’inchiesta perché il Consiglio valuti gli aspetti disciplinari del comportamento di Cartoni e Lepre, con riserva di eventuali future valutazioni penali .

Nei prossimi giorni, dopo l’autosospensione da consigliere comunicata ieri al Csm dall’indagato Luigi Spina  magistrato di Magistratura Indipendente, che viene indicato nelle indagini della Procura di Perugia come il “sodale” che assieme a Palamara tramava per la rovina di Paolo Ielo, procuratore aggiunto di Roma ritenuto “uomo di Pignatone“, la corrente di Mi e il Consiglio Superiore della Magistratura  potrebbero perdere altri due consiglieri. Un’inchiesta che si è rivelata un vero e proprio ciclone inarrestabile.

Un “ciclone” giudiziario che ha origine della squallida vicenda professionale e non solo del pm Luca Palamara, sembra ormai non potersi più fermare,  coinvolgendo persino anche gli uffici della Direzione Nazionale Antimafia, dove è bene ricordare, l’ex procuratore capo Roberti è stato appena eletto parlamentare europee nelle liste del Pd. Sono arrivate arrivate alla D.N.A. le telefonate intercettate dell’ex Presidente dell’Anm Palamara, che cercava di coinvolgere Cesare Sirignano  magistrato antimafia di via Giulia per decidere il nome del futuro capo della Procura di Perugia (fino a ieri diretta da Luigi De Ficchy, da oggi in pensione), una sede “fondamentale” per i suoi destini personali ed in generale strategica nei rapporti di forza interni alla magistratura in quanto procura competente sui reati commessi dai magistrati di Roma. Il 7 maggio scorso Palamara incontra il magistrato Sirignano e gli dice che “Fava vuole andare a Perugia“, riferendosi all’esposto che il pm romano Stefano Rocco Fava ha deciso di presentare accusando Pignatone e Ielo di presunte scorrettezze nella gestione delle inchieste.

Paolo Ielo

La Guardia di Finanza delegata alle indagini ha comprovato una vera e propria attività di dossieraggio svolta contro il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo e ha indicato il commercialista Andrea De Giorgio tra i più attivi nella raccolta delle informazioni , motivo per cui mercoledì scorso è stata effettuata una perquisizione nei suoi confronti. De Giorgio è un consulente della Procura di Roma, il quale gli scorsi 25 marzo e l’11 aprile contattava Palamarae lo informa di aver acquisito informazioni sul fratello di Ielo che potrebbero danneggiare quest’ultimo“. Palamara ne parla con Spina, il 16 maggio ed insieme concordano delle nuove mosse contro Ielo. Spina manifesta assoluta sicurezza sull’esito ed anticipa di quanto accadrà al Csm: “C’avrai la rivincita perché si vedrà che chi ti sta fottendo e sarà lui a doversi difendere a Perugia, perché noi Fava lo chiamiamo“.

Il captatore trojan inserito da remoto dagli investigatori del Gico della Guardia di Finanza nello smartphone di Palamara ha consentito agli inquirenti umbri di poter ascoltare e registrare il frenetico impegno del magistrato romano e della sua corrente Unicost nel cercare di raggiungere compromessi ed accordi con le altre componenti della magistratura che, si scopre ora, hanno riguardato, nella passata consiliatura (cioè quella nella quale il pm Palamara è stato consigliere) e in quella presente il destino di quattro uffici giudiziari del Mezzogiorno aventi un “peso” politico per il tipo di procedimenti ed inchieste che gestiscono.

A partire dalla Procura di Gela dove – come raccontato ieri da “Repubblica” – gli “amici” di Palamara, gli avvocati Amara e Calafiore, hanno cercato di imporre ala guida  il pm Giancarlo Longo precedentemente in servizio presso la Procura di di Siracusa, il quale successivamente è stato arrestato per corruzione, ed ha lasciato la magistratura. O la Procura di Trani, dove Antonio Di Maio venne incredibilmente preferito a Renato Nitti, un capace ed eccellente magistrato della Direzione distrettuale Antimafia di Bari. Nonostante il Consiglio di Stato, aveva bloccato nell’ottobre del 2018, la nomina di Di Maio invitando il Csm a riconsiderare quella di Nitti, l’attuale composizione del plenum del  Consiglio Superiore della Magistratura, nel febbraio 2019, ha riconfermato la precedente nomina di Di Maio.

Pietro Argentino

Per finire alla Procura di Matera, dove nel luglio del 2017, il Csm aveva indicato e nominato  Pietro Argentino come Procuratore capo, nonostante lo stesso magistrato fosse stato indicato dal Tribunale di Potenza come testimone falso e reticente nel processo penale che aveva mandato in carte il pm Matteo Di Giorgio che sta scontando una condanna a 8 anni di carcere proprio a Matera.

Alfredo Robledo che da cinque anni non più in magistratura, dopo essere stato procuratore aggiunto presso la Procura di Milano, Robledo nel 2014 da aggiunto, aveva il coordinamento del pool di magistrati della procura milanese che si occupava dei reati nella pubblica amministrazione, ma gli venne contestato dei rapporti non ortodossi cn l’avvocato Domenico Aiello, ritirate le deleghe ed in seguito trasferito a Torino, a suo dire proprio per volontà di Palamara. “E’ lui che ha scritto il provvedimento cautelare con cui sono stato trasferito a Torino, ed è lui, ancora lui a a comporre la sentenza con cui quel trasloco diventa definitivo“. Sentenza contro la quale Robledo si è rivolto alla Corte Europea (CEDU) a Strasburgo presentando un ricorso, che è stato ritenuto ammissibile.

Palamara con una lettera inviata al presidente dell’Anm, Pasquale Grasso ha spiegato i motivi della sua decisione di dimettersi dall’ ANM: “Sono certo di chiarire i fatti che mi vengono contestati – scrive Palamara (a lato nella foto)  – il mio intendimento ora è quello recuperare la dignità e l’onore e di concentrarmi esclusivamente sulla difesa nel processo di fronte a tali infamanti accuse. Per tali ragioni mi assumo la responsabilità di auto sospendermi dal mio ruolo di associato con effetto immediato. Sono però sicuro –  conclude conclude il pm di Roma, che ha guidato l’Anm dal 2007 al 2012 –  che il tempo è galantuomo e riuscirà a ristabilire il reale accadimento dei fatti“.

E proprio l’Anm questa mattina ha chiesto gli atti dell’inchiesta alla Procura di Perugia. L’azione dei magistrati italiani, sottolinea l’Anm, “deve ispirarsi quotidianamente a principi di correttezza, trasparenza, impermeabilità ambientale, assoluta distanza e terzietà dagli interessi economici e personali. Ogni comportamento che si discosta da tali principi compromette e lede l’immagine dell’intera magistratura. Immagine che l’Anm intende tutelare: chiederemo alla Procura di Perugia gli atti ostensibili per poter avere una diretta conoscenza dei fatti e consentire una preliminare istruzione dei probiviri sulle condotte di tutti i colleghi, iscritti alla Anm, che risultassero in essi coinvolti“. È un atto che “riteniamo necessario per salvaguardare il lavoro, l’etica e l’impegno che ogni magistrato – conclude la nota dell’Anm – testimonia ogni giorno col suo lavoro“.

Intanto è stato convocato per mercoledì 5 giugno  il Comitato Direttivo Centrale dell’Anm per prendere alcuni provvedimenti dopo un’analisi di quanto accaduto negli ultimi giorni. In una nota, i consiglieri del Csm Corrado Cartoni e Antonio Lepre, di Magistratura indipendente,che avrebbero partecipato a incontri con esponenti politici per discutere della nomina del Procuratore di Roma, si difendono: “Il nostro comportamento è sempre stato improntato alla massima correttezza. Non siamo mai stati condizionati da nessuno. Marcello Viola è il miglior candidato alla procura di Roma e solo ed esclusivamente per questo lo sosteniamo”.

La corrente della magistratura Unicost, Unità per la Costituzione, alla quale appartiene il pm  Palamara, ha reso noto che se al termine dell’inchiesta di Perugia dovesse aver luogo un processo, “si ritiene parte lesa, sicchè sin da oggi ci riserviamo, in caso di successivo processo, la costituzione di parte civile a tutela dell’immagine del gruppo, gravemente lesa“. Lo dichiara il presidente Mariano Sciacca, ex componente del CSM  “Più leggiamo gli articoli e ancor più ci convinciamo del danno, forse ancora non compiutamente calcolabile, che la vicenda all’attenzione della magistratura perugina porterà alla magistratura italiana“, aggiunge Unicost nella nota firmata oltre che dal presidente Sciacca dal segretario Enrico Infante. “Al di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni, Unità per la Costituzione, ma ancor prima ciascuno dei suoi associati, non possono accettare la perdita di credibilità davanti ai colleghi e ai cittadini”. E questa non è “ vuota retorica, ma sostanza”, affermano ancora i vertici della corrente di magistrati , assicurando che tutto il gruppo è pronto ad “assumere la propria responsabilità politica senza sconto alcuno“. E conclude: “Chiediamo ai colleghi Spina  e Palamara, iscritti a Unità di Costituzione – ai quali auguriamo di potere chiarire tutto tempestivamente –  di assumersi le rispettive responsabilità politiche, adottando le decisioni necessarie delle dimissioni dall’istituzione consiliare e dalla corrente“.

Poco dopo il Comitato di Presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura ha reso noto le dimissioni di Spina, di Unicost, da membro togato, ed annunciato un plenum straordinario convocato per martedì 4 giugno, alle ore 16.30.

Da noi contattato un importante magistrato, già componente del Csm , a Palazzo dei Marescialli,  ci ha dichiarato: “Stiamo attenti a colpevolizzare un’intera categoria, che ha il diritto di essere difesa dalle mele marce. Se questa inchiesta è venuta alla luce è proprio grazie alla indipendenza e determinazione di alcuni magistrati“. Anche se bisogna ricordare che a Perugia da oggi il procuratore capo è in pensione, ed è proprio per quella poltrona, cioè di capo della procura che indaga sulle vicende oggetto dell’inchiesta giudiziaria in corso,  che si è scatenata questa inchiesta sulle toghe sporche .

 

 




Csm, l’inchiesta che sconvolge la magistratura

di Gianluca Di Feo

C’è un senso di vertigine nel leggere le accuse dell’inchiesta di Perugia, come se fosse saltato l’ultimo diaframma di un tunnel aprendo lo sguardo sul baratro. Fino a che punto è arrivata la corruzione in Italia? Mai nella storia patria era stata contestata la vendita delle nomine dei procuratori, macchiando con il sospetto quell’organo di autogoverno che arbitra l’indipendenza delle toghe.

Stiamo parlando del Consiglio Superiore della Magistratura, uno dei pilastri del nostro sistema democratico, presieduto dal capo dello Stato. E al centro di questa vicenda, la cui rilevanza penale verrà accertata nei processi, c’è il pm Luca Palamara che ha guidato per anni l’Anm, rappresentanza unica delle toghe. Certo, il Csm in passato è stato luogo di scontri feroci, in nome del corporativismo correntizio o di visioni diverse dell’ordinamento giudiziario, con l’influenza più  o meno incisiva della politica.

Adesso invece le porte del Csm appaiono spalancate alle scorribande dei faccendieri, che irrompono come mercanti nel tempio della Giustizia per insediare i loro uomini nelle poltrone utili ad azzerare il rischio di indagini o, peggio, ad armarle contro i loro avversari. Il livello forse ultimo della degenerazione delle istituzioni, corrotte nel senso etimologico del termine che indica una rottura dall’interno, come una crepa che finisce per frantumarle.

Bisogna però guardare oltre l’intreccio di tangenti e ricatti emerso finora dall’inchiesta. Allargare il quadro oltre la lista di mazzette, regali e dossier per decifrare la grande manovra che vede interessi enormi scendere in campo in un momento critico per la vita del Paese. Una scacchiera in cui oggi si muovono con altrettanta disinvoltura esponenti di partiti di sinistra, come il Pd, o antichi maestri delle trame di destra. E dove ci sono forze vecchie e nuove accomunate da un unico obiettivo: smantellare l’autonomia degli uffici inquirenti più importanti. Il bersaglio principale è il modello creato da Giuseppe Pignatone nella procura di Roma, che ha trasformato il “porto delle nebbie” in una struttura capace di colpire il tradizionale malaffare dei colletti bianchi e la nuova colonizzazione mafiosa della Capitale, realtà spesso alleate nei loro progetti criminali, arrivando a ipotizzare reti di corruzione altissime.

Pignatone ormai è in pensione ma un blocco di potere profondamente radicato nei palazzi romani si è coalizzato per azzerarne l’eredità. Conta sul consenso di parte della magistratura sempre più dominata, negli organi di rappresentanza ma soprattutto nell’attività quotidiana, da una voglia di normalità scandita secondo canoni conservatori che disprezzano i protagonismi e l’eccesso di zelo. È una cesura netta rispetto alla stagione cominciata negli anni Settanta dai “pretori d’assalto“, tanto cari a Sandro Pertini, proseguita poi con le indagini di Mani Pulite e quelle Antimafia.

Tra i giudici, questa visione del proprio ruolo è sempre stata presente e ha radici nobili. Talvolta però si è tradotta in una maggiore attenzione alle prerogative di corporazione che non all’efficienza dell’azione giudiziaria. E in alcuni casi, l’ambizione personale ha spinto all’intesa con quei potentati in grado di favorire le promozioni. Mai però era arrivata alle bustarelle e ai dossieraggi, alle riunioni notturne di congiurati in toga animati dal rancore e dalla brama di carriera.

Uno scenario allucinante, che segna una vera emergenza democratica e impone una risposta altrettanto forte per restaurare la credibilità della magistratura. Perché l’inchiesta esplode mentre sempre di più nel Paese si mette in discussione la cultura delle regole, invocando la supremazia del fare: un’operazione avviata negli anni berlusconiani che adesso ha trovato in Matteo Salvini l’uomo forte capace di completare il disegno. E il leader leghista sa che anche una parte delle toghe non è insensibile al suo richiamo.

Lo ha dimostrato lo stesso Csm negando per due volte la solidarietà all’allora procuratore Armando Spataro, attaccato dal ministro dell’Interno. Il pessimo segnale di un’inversione di tendenza, che rischia di condizionare il futuro del Paese.

*editoriale tratto dal quotidiano La Repubblica




Sospeso per falso e truffa in concorso il presidente della Commissione Tributaria di Bari

BARI –   I Finanzieri della Sezione anticorruzione del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Bari hanno eseguito una hanno eseguito una misura cautelare personale nella notifica della misura interdittiva della sospensione dall’esercizio della pubblica funzione di Presidente della Commissione Tributaria di Bari, per la durata massima di dodici mesi per tutti i reati contestati (falso e truffa, in concorso), nei confronti di Filippo Bortone, magistrato ordinario in pensione, ex presidente del Tribunale di Trani.

La misura è stata disposta dal GIP dr.ssa Carmen Corvino presso il Tribunale di Foggia su richiesta del pm dr.ssa Anna Landi della Procura della Repubblica di Foggia, nell’ambito di una complessa indagine svolta dalle Fiamme Gialle baresi in con la collaborazione la Sezione di Polizia Giudiziaria presso la Procura del capoluogo dauno.

L’attività investigativa svolta è una parte di quella più estesa, denominata “Giustizia Privata” diretta dalla Procura  di Foggia, che vide coinvolti numerosi pubblici dipendenti e magistrati (togati e non) delle Commissioni Tributarie Provinciale e Regionale, sezione staccata di Foggia, indagati per vari reati quali “corruzione“,” falso” e “truffa“, e culminata con l’arresto di 13 persone nel novembre 2017 .

Ordinanza SMALL Bortone Commiss Tributaria

Insieme al Bortone sono stati indagati anche il suo segretario Vittorio Marinaccio, il quale di fatto ha redatto ben  415 atti falsi, fra i quali 148 sentenze false nel 2013, 226 sentenze false nel 2014, e 41 sentenze false nel 2015, tutte successivamente firmate dal presidente della Commissione tributaria,  ed il commercialista Gaetano Stasi, originario di Castellaneta (TA)  attualmente residente a Foggia, che addirittura aveva redatto una sentenza firmata in seguito come propria dal Bortone.

A stralcio di quell’indagine, fu avviato un secondo filone investigativo che ha visto coinvolti il Bortone Presidente della Commissione Tributaria Provinciale di Bari, insieme ad altri due indagati già coinvolti nella prima tranche.  In particolare, la vicenda penale che li ha visti coinvolti riguarda la circostanza per cui il Presidente, secondo le prospettazioni dell’accusa, negli anni 2013-2016, in quanto Presidente di varie sezioni della Commissione Tributaria Provinciale di Foggia prima e di Bari poi, quale giudice relatore di centinaia di sentenze, sottoscriveva i predetti provvedimenti in realtà redatti materialmente da terzi estranei alla funzione giurisdizionale.

Di conseguenza, limitandosi esclusivamente a sottoscrivere le sentenze redatte da altri, induceva in errore il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Ente erogatore del compenso spettante per la redazione di ciascun provvedimento giurisdizionale), in ordine alla genuinità e alla “paternità” delle stesse.

Per poter capire meglio come funzionava la giustizia a Trani, riportiamo di seguito le dichiarazioni dei magistrati all’ atto del commiato di Filippo Bortone da presidente del Tribunale di Trani, avvenuto nel settembre del 2016.

“Bortone, lascia un segno importante. Le scelte del Presidente sono sempre state condivise da tutti, Trani non è un Tribunale facile. La criminalità in questo territorio è aggressiva ed è per questo che l’impegno della sezione penale è sempre stato rilevante” disse il giudice Giulia Pavese, presidente della Sezione Penale del Tribunale di Trani. Il procuratore facente funzioni, Francesco Giannella, invece esordì con una battuta relativa all’audio nell’aula di Corte d’Assise, che non è riuscito a far sistemare. “In questi anni si sono vissute alcune rivoluzioni e vicende giudiziarie piuttosto complesse, ma le abbiamo potute attraversare anche grazie alla serietà che il presidente ci ha ridato. A nome di tutti noi pubblici ministeri un grandissimo grazie per questo impegno. Un consiglio che mi sento di dare al successore è di continuare con questo percorso che tu hai tracciato

In aula era presente anche l’ex procuratore Carlo Maria Capristo, nel frattempo diventato capo della Procura di Taranto. “Al tuo successore – disse Capristochiedo di continuare il percorso che tu hai tracciato e di continuare a tenere aperte le porte del Tribunale come tu hai fatto. Il Tribunale di Trani deve rimanere un fiore all’occhiello. Trani ha bisogno di persone come te, per questo tu non uscirai mai di scena”. Michele Ruggiero, presidente della sottosezione di Trani dell’ Anm, l’ Associazione nazionale dei magistrati, disse a sua volta  che “tutti i magistrati tranesi vedono nel presidente Bortone un grande maestro”.

In quella occasione il Bortone proferì queste parole:  “All’inizio consideravo questo mio pensionamento come una forma di dispetto giunto in un momento in cui le mie forze sono ancora intatte e ci sono tanti discorsi avviati. Poi sono entrato in un altro ordine di idee. In fondo il pensionamento è un traguardo. Sono i miei primi 50 anni di studio e lavoro perché non ho intenzione di fermarmi”.

i magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi

Tutte queste parole aiutano meglio a capire il disastro della giustizia a Trani (e non solo…) culminato con l’arresto dei magistrati SavastaNardi  accusati di avere creato una vera e propria associazione a delinquere, finalizzata a dirottare processi e indagini in cambio di tangenti. Proprio ieri Il Tribunale del Riesame di Lecce ha rigettato la richiesta di annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Giovanni Gallo, confermando in tal modo l’impianto accusatorio della Procura di Lecce. Resta quindi  in carcere Michele Nardi, l’ex giudice di Trani (oggi in servizio come pubblico ministero a Roma ma sospeso dalle funzioni), arrestato il 14 gennaio con l’accusa di corruzione in atti giudiziari insieme all’ex collega Antonio Savasta.

A seguito della decisione del Tribunale Riesame di Lecce svaniscono per ora le speranze di Nardi di ottenere la libertà e quindi il magistrato è costretto a restare nel carcere di Matera, dove peraltro sta scontando una condanna anche l’ex magistrato della Procura di Taranto Matteo De Giorgio . Il magistrato Antonio Savasta, attualmente detenuto a Lecce, al momento non ha avanzato richieste di scarcerazione e starebbe collaborando con gli inquirenti salentini (il procuratore Leonardo Leone de Castris e la pm Roberta Licci) per cercare di alleggerire la propria posizione processuale.

E poi la chiamano anche “giustizia”….

 




Chi tutela la magistratura?

di Cristina Ornano

Ci lasciamo alle spalle una settimana difficile per la magistratura e per la vita democratica del Paese. La vicenda –ormai nota- che ha coinvolto, suo malgrado, il Procuratore di Torino Armando Spataro, ha segnato i rapporti fra giustizia e politica, generando un confronto molto acceso anche all’interno della magistratura.

Matteo Salvini

Il caso ha visto il ministro dell’Interno diffondere via social informazioni, ricevute dal Capo della Polizia in virtù del ruolo istituzionale ricoperto, su un’importante e delicata misura cautelare, emessa nell’ambito di una complessa indagine per associazione per delinquere di stampo mafioso. Rivelazione avvenuta mentre era ancora in corso l’operazione.

Quella dell’esecuzione delle misure cautelari è una fase molto delicata, nella quale il dovere di riserbo incombe su tutti i soggetti che ne sono per ragioni istituzionali informati, compreso il ministro, perché la prematura diffusione di notizie mette a serio rischio l’efficacia dell’operazione, la quale richiede che i destinatari della stessa non si sottraggano o cerchino di sottrarsi alla sua esecuzione; e richiede anche che l’esecuzione sia fatta con tempi e modi tali da salvaguardare la sicurezza e la tutela della dignità delle persone le quali, a vario titolo, sono coinvolte.

Un tweet di troppo può dare consenso politico, ma di certo nel caso in questione non giovava all’amministrazione giudiziaria e ai suoi operatori, per i quali, anzi, poteva essere fonte di pregiudizio.

E se a fronte del comunicato diffuso da Armando Spataro -che del tutto correttamente si è limitato a far presente al ministro l’impatto negativo che quella sua esternazione avrebbe potuto avere sull’operazione giudiziaria in corso a Torino- era normale attendersi parole di dialogo e di chiarimento, come si confà a chi incarna le Istituzioni, siamo rimasti profondamente feriti da quel “se è stanco vada in pensione” e dalle altre parole di offesa e dileggio che a questa frase si sono accompagnate.

Parole che feriscono non solo perché lontane dalla moderazione istituzionale che ci si aspetterebbe da un ministro della Repubblica, ma anche perché irrispettose della storia professionale del nostro collega. Per i magistrati Spataro è un esempio per il coraggio, il rigore e per l’efficacia del suo lavoro, a cui non solo la magistratura ma tutto il Paese deve moltissimo.

Proprio per questo il Coordinamento di Area Democratica per la Giustizia ha sentito l’esigenza di intervenire subito sia a sostegno del Procuratore sia a difesa dell’autonomia e indipendenza delle toghe. Ed i nostri colleghi di Area che siedono al Csm hanno chiesto l’apertura di una pratica a tutela di Armando, perché le istituzioni non possono essere trascinate nell’agone politico e essere fatte oggetto di dileggio

Ci aspettavamo anche da parte dell’Anm una presa di posizione chiara e unitaria ed i nostri rappresentati di AreaDg nell’Associazione si sono impegnati in questa direzione. Purtroppo abbiamo dovuto registrare lo scarso interesse degli altri gruppi, timidezze e cauti distinguo sulla vicenda, in alcuni casi una vera e propria ostilità verso la nostra iniziativa.

Pur venendo in gioco i temi della difesa dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, della difesa dell’onore e della dignità del magistrato e del suo lavoro, la Giunta esecutiva centrale dell’Anm non ha parlato e si è espresso soltanto a titolo personale e, soltanto a distanza di diverse ore, il presidente dell’associazione, con una presa di posizione che non ci ha soddisfatto, perché diretta a ricercare una equidistanza rispetto a questioni sulle quali la posizione della magistratura non può che essere netta.

Ben altra reazione ci aspettavamo di fronte all’aggressione a quei valori costituzionali irrinunciabili, in primis la separazione fra poteri e l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Anche perché una domanda si pone pressante: se oggi il bersaglio è Armando Spataro, magistrato che per la sua storia e per il suo operato rappresenta per tutti noi un modello, cosa avverrà quando l’obiettivo sarà un giovane giudice o un giovane sostituto? Chi lo tutelerà?

Il primo obiettivo dell’Anm è quello della tutela delle garanzie costituzionali della magistratura, intese non come privilegio dei singoli magistrati o della ‘corporazione’, ma come principi e pilastri sui quali si regge l’assetto democratico. Sono in gioco il dovere del riserbo e del rispetto delle prerogative della magistratura, l’esercizio imparziale e autonomo della giurisdizione, la separazione fra poteri: sono in gioco valori fondamentali della democrazia.

Questo modo di interpretare l’associazionismo non ci appartiene. Per tutte queste ragioni porteremo la questione all’attenzione del prossimo Comitato Direttivo Centrale dell’Anm, che si terrà il 15 dicembre prossimo.

*Magistrato e segretario nazionale di Area Democratica per la Giustizia 




Palagiustizia Bari: per il procuratore Volpe, il decreto legge è uno ” spot forse in malafede” !

ROMA – Per il procuratore capo della Repubblica di Bari, Giuseppe Volpe, il decreto legge che sospende fino al 30 settembre i termini processuali e di prescrizione e i processi penali senza detenuti “è soltanto uno spot“. “Vorrei capire – aggiunge – se siamo di fronte a trascuratezza, incompetenza o forse malafede“. “E’ la Giustizia che fallisce in pieno il suo compito”, ha detto il procuratore partecipando alla riunione straordinaria del Comitato direttivo dell”Anm con all”ordine del giorno la situazione di emergenza a Bari.

Commentando i contenuti del decreto, Volpe sostiene che “per recuperare i tre mesi di sospensione dei processi ci vorranno tre anni. Le cancellerie saranno costrette a fare almeno 60mila notifiche per convocare le nuove udienze e per i costi inutilmente sostenuti”, come consulenze e intercettazioni per processi che non arriveranno a sentenza, “bisognerebbe informare la Procura della Corte dei Conti.

Per ogni giornata di giustizia penale sospesa, le cancellerie del Tribunale di Bari dovranno predisporre almeno mille notifiche. È il calcolo approssimativo fatto dagli addetti ai lavori, avvocati e magistrati, commentando le conseguenze concrete che avrà il decreto legge adottato ieri dal Consiglio dei Ministri per sospendere i processi penali fino al 30 settembre e smantellare la tendopoli.

Calcolando, infatti, che ogni giorno si celebrano circa 200 processi con mediamente cinque parti da convocare (tra imputati, avvocati, parti offese e testimoni), le cancellerie dovranno predisporre circa 5mila notifiche a settimana per comunicare agli interessati le nuove date di udienza. C’è poi la questione delle misure cautelari. I processi con detenuti continueranno a celebrarsi normalmente ma “la bozza di decreto – spiega Rossella Calia Di Pinto, giudice barese e componente della Giunta distrettuale dell’Anm – parla solo di custodia cautelare. Dovrebbero essere sospesi tutti i processi nei confronti di coloro che sono sottoposti a misure non custodiali, come il divieto di avvicinamento, per esempio gli stalker o gli imputati per maltrattamenti e minacce, che rischiano di scadere. Una conseguenza devastante per le parti lese di quei reati“.

“Io ascolto e dialogo con tutti, ma la polemica non mi interessa” . Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede reagisce alle polemiche sollevate dai magistrati e dagli avvocati sul decreto con il quale è stata disposta la sospensione dei processi a Bari. In un post su Facebook Bonafede afferma che tutte le parti in causa sono state informate “passo dopo passo, addirittura fino al momento prima di recarmi a Palazzo Chigi per presentare il decreto legge in Consiglio dei Ministri.E in quelle telefonate nessuno ha sollevato alcuna perplessità sulla sospensione dei processi“. Il decreto “era stato richiesto dalla Commissione permanente, dove siede anche l’Anm e tutte le parti in causa, come primo passo per affrontare l’emergenza, al quale ne sarebbero seguiti altri. Infatti, nei prossimi giorni sarà individuato l’immobile dove saranno trasferiti gli uffici giudiziari di Bari”, afferma ancora Bonafede. “Forse c’è qualcuno a cui sarebbe piaciuto vedere ancora celebrare i processi in un tendone, magari anche in piena estate“.




Giudici di pace: “Il Ministro Bonafede si attenga all’accordo di Governo. Fermare riforma Orlando della magistratura onoraria”

ROMA–  Fra le tante criticità del sistema giudiziario italiano, l’unica alla quale il Ministro della Giustizia Bonafede non abbia sinora fatto neppure cenno è la gravissima questione delle condizioni di lavoro dei giudici di pace e dei magistrati onorari, malgrado sia elencata fra i punti essenziali dell’accordo di Governo. La Giustizia in Italia si fermerebbe senza i giudici di pace ed i magistrati onorari di Tribunale e Procure, magistrati precari che trattano circa il 60% del contenzioso civile e penale di primo grado senza diritti e tutele, con un trattamento giuridico indegno di un Paese civile e democratico.

Tutte le organizzazioni rappresentative di categoria si sono rivolte, con lettera unitaria, al Ministro Bonafede senza ricevere, al momento, riscontro alcuno, neppure semplici parole di solidarietà e impegno. Percepiamo in queste prime settimane al Dicastero della Giustizia una linea di continuità con il Governo uscente e le sue riforme in larga parte inconcludenti, deleterie e incostituzionali, che ci pongono al penultimo posto in Europa in termini di efficienza della Giustizia, continuità che riscontriamo anche nella nuova composizione dei vertici dei dipartimenti e degli uffici di diretta collaborazione del Ministro, che segue apparentemente le solite logiche correntizie dell’ ANM, l’ Associazione Nazionale dei Magistrati.

Il nuovo Governo deve prendere atto che senza la magistratura onoraria e di pace la Giustizia in Italia collasserebbe: occorre arrestare immediatamente l’attuazione della pessima riforma Orlando, che precarizza ancor più le condizioni di lavoro ed il ruolo dei giudici di pace e dei magistrati onorari e rischia di diventare irreversibile, rendendo a quel punto vano ogni proposito di buona riforma in ogni settore della Giustizia. La risoluzione della questione della magistratura onoraria e di pace deve diventare una priorità se davvero il Governo intende uscire dalle sabbie mobili nelle quali si trova impantanata la Giustizia italiana.




A Roma l' ottava edizione del Salone della Giustizia

di Giovanna Rei

ROMA – L’alternanza scuola-lavoro, la domanda di autonomia amministrativa, l’economia tra globalizzazione e nuovi protezionismi, e la minaccia del terrorismo: sono alcuni dei temi che verranno approfonditi al Salone della Giustizia, la cui ottava edizione ha aperto i battenti ieri a Roma al Centro congressi del Parco dei Principi, per una tre giorni di seminari.

Il Salone quest’anno ruota intorno alla domandadove i cittadini vorrebbero ci fosse più giustizia?‘. Assente per la prima volta il governo, sono stati gli esperti chiamati a confronto a dare le risposte. Ha aperto i lavori il presidente della Corte costituzionale Giorgio Lattanzi, il ministro della Giustizia argentino German Garavano e la presidente della Fondazione Gerusalemme Johanna Arbib. Nel primo dibattito si è parlato  di futuro, di giovani e lavoro con, tra gli altri, il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio, il rettore di Tor Vergata Giuseppe Novelli e due sindacalisti di lungo corso come Raffaele Bonanni ed Emilio Miceli. Nel pomeriggio si sono affrontati , dal punto di vista politico e costituzionale, il tema delle autonomie regionali con il presidente della Puglia Michele Emiliano, l’Avvocato generale dello Stato Massimo Massella Ducci Teri, il presidente di Unioncamere,  Ivan Lo Bello.

 

Oggi il Salone si aprirà con un dibattito sullaGlobalizzazione e nuovi protezionismi” . Saranno in particolare messe a fuoco le future strategie di Italia e Regno Unito. Philip Willan, corrispondente dall’Italia del ‘The Times’, porrà la questione ai relatori che partecipano a questo importante incontro. Beniamino Quintieri, presidente della Sace, Donato Iacovone, AD di Ernst e Young, Mauro Moretti, già AD di Ferrovie dello Stato e di Leonardo Spa, Gianni Letta. Sarà presente il Ministro plenipotenziario  Ken O’ Flaherty, vice Capo Missione dell’ Ambasciata Britannica di Roma.

Il tema del pomeriggio è il ricatto del terrorismo: Un argomento, quello del terrorismo, di strettissima attualità. Nel mondo tra la gente è sempre più diffusa una sensazione di pericolo e di forte insicurezza. L’argomento concluderà la seconda giornata dei lavori dell’8° Salone della Giustizia. Ne parlerà Franco Gabrielli, Capo della Polizia di Stato e della Pubblica Sicurezza, Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia e anti terrorismo, Giuseppe Amato, procuratore Capo di Bologna, Ofer Sachs, ambasciatore dello Stato di Israele, Kieran L. Ramsey, attachè legale del FBI dell’Ambasciata americana in Italia. Giovanni Soccodato, vice presidente Strategie e Innovazione di Leonardo Spa illustrerà i progressi della tecnologia italiana per il contrasto alle attività terroristiche. Moderatrice Fiorenza Sarzanini, giornalista del Corriere della Sera.

L’ultimo giorno del Salone sarà dedicato al rapporto tra media e magistratura. Ad introdurre il dibattito Tommaso Marvasi, vice presidente del Comitato scientifico del Salone della Giustizia e presidente del Tribunale delle Imprese. L’incontro sarà moderato dal direttore di Rainews24 Antonio Di Bella, a cui parteciperanno  il direttore del Messaggero Virman Cusenza, il direttore dell’ANSA Luigi Contu, il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Giovanni Legnini, il presidente della Cassazione Giovanni Mammone e il presidente dell’Anm Francesco Minisci.

Il presidente del Salone della Giustizia Carlo Malinconico, (a lato nella foto) concluderà i lavori assieme alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati.

Per quanto riguarda i workshop, l’Unione Camere Penali insieme alle Camere Penali di Roma ha promosso due incontri nel corso della giornata inaugurale. I temi trattati riguarderanno: giudici e pubblici ministeri, due carriere per un giusto processo e il pianeta carcere, la riforma penitenziaria, a cui parteciperà il Capo Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo.

La seconda giornata prevede quattro argomentibanche e imprese, in quanto in questo momento di particolare crisi, le aziende stanno riformulando il modo di fare impresa, dando sempre più evidenza alle reali necessità e rivalutando il rapporto con il mondo bancario, che deve anch’esso mutare il proprio antico rapporto con il mercato; tutela giuridica dell’infanzia, in un mondo in continua evoluzione, dove i “valori” vengono quotidianamente ridefiniti, dove i mali genitoriali si allargano e si comprimono a seguito di ingerenze di aria natura, è necessario ridefinire i confini della tutela dell’infanzia sotto ogni profilo; diritto di famiglia e food law e made in Italy, il “made in Italy” è uno  dei marchi più diffusi al mondo ma anche uno dei meno tutelati. Nel campo del “food and beverage” si sta formando una nuova legislazione che prende spunto proprio dalla eccellenza dei nostri prodotti.

Due i temi che concluderanno la serie di workshop dell’8° Salone della Giustizia. Il primo su stalking e femminicidio: qual è il confine tra la cattiveria e la pazzia? In Italia vengono commessi almeno 130 femminicidi l’anno, un fenomeno che rimbalza sempre più spesso nelle cronache dei giornali e dei telegiornali con dettagli a volte raccapriccianti. Si tratta nella gran parte dei casi di veri e propri delitti annunciati, preceduti da violenza fisica o psicologica, e avvengono spesso in contesti socio-culturali non marginalizzati. Si tratta quindi di un problema con motivazioni, assai complesse e con implicazioni psicologiche che non vanno sottovalutate. L’incontro si propone di approfondire il linguaggio della cronaca, il panorama delle misure di prevenzione e di sanzione di questi reati e gli aspetti più puramente psichiatrici. I relatori: Annelore Homberg, Simonetta Matone, Federica Federici, Paola Guerci, Adriana Pannitteri.

Il secondo incontro riguarda due milioni e mezzo di italiani affetti dalla sindrome della fibromialgia. Questa patologia invalidante, ancora oggi non gode di tutela sanitaria e di riconoscimento da parte del SSN. La malattia è caratterizzata da dolore diffuso, stanchezza profonda e disturbi del sonno che sono quindi determinanti anche ai fini lavorativi e sociali. Presenti all’incontro medici, rappresentanti delle istituzioni e sindacali, le due associazioni principali di pazienti.

 

 




Striscia la Notizia aveva ragione: l’appalto da 6 milioni di euro dell’ ASL Taranto alla Cooperativa Domus era illegittimo

ROMA – Ci sono volute le gole profonde, i “veggenti” di Striscia la Notizia, i servizi divertenti e ficcanti dell’inviato Pinuccio, le nostre contestazioni alla Presidenza della Regione Puglia, con il governatore Michele Emiliano che detiene anche la delega alla sanità, sempre più silente ed assordante… per scoperchiare l’ennesimo conflitto d’interesse che regnava indisturbato ancora una volta nella gestione delle gare d’appalto all’interno dell’ ASL Taranto.

Il  servizio andato in onda la scorsa settimana (vedi il video sopra) in cui l’inviato di Striscia la Notizia aveva rivelato in anticipo la ditta che avrebbe vinto un appalto per conto dell’ASL di Taranto.

 

Al direttore dell’ ASL Taranto Stefano Rossi, peraltro in predicato di essere sostituito,  non è restato altro che confermare la fuga di notizie relativa all’aggiudicazione preannunciata da Striscia la Notizia in favore della Cooperativa DOMUS ed aggiunge: “Grazie a Striscia la notizia abbiamo approfondito e siamo già intervenuti, anche segnalando il caso all’Autorità Giudiziaria” aggiungendo con forte imbarazzo che  “con ogni probabilità quella gara verrà annullata“. Una gara da 6 milioni di euro !

Resta da chiedersi con quali presupposti vengono gestite queste gare, ed infatti il CORRIERE DEL GIORNO e proprio per questo motivo ha cercato ancora una volta di andare sino in fondo, identificare e rivelare i nomi dei tre componenti della commissione aggiudicatrice: Presidente era la dr.ssa Giuseppina Ronzino (direttore del Distretto socio sanitario n.6 , ASL Taranto) e componenti il dr. Oliviero Capparella, (direttore del Distretto socio sanitario n.1 , ASL Taranto ) ed il dr. Vito Giovannetti, (direttore Struttura Complessa Socio-Sanitaria, ASL Taranto) il quale all’improvviso due anni fa è diventato anche giornalista pubblicista  grazie ad un’improvvisa iscrizione all’ Ordine dei Giornalisti di Puglia, titolo grazie al quale ha legittimato la sua posizione di responsabile dell’ufficio stampa che per anni ha esercitato illegittimamente e quindi illegalmente.

Oliviero Capparella

Secondo le dichiarazioni di Rossi a “Striscia la Notizia”, uno dei tre componenti e cioè Oliviero Capparella avrebbe agito in conflitto d’interesse, avendo avuto in un recente passato dei rapporti di lavoro con la Cooperativa DOMUS. Da nostre autorevoli fonti interne ai vertici dirigenziali delll’ ASL Taranto abbiamo appreso in tarda serata, dopo la messa in onda del servizio di Striscia la Notizia, che il direttore generale Stefano Rossi ha trasmesso il fascicolo alla Commissione Disciplinare, la quale per quanto accaduto potrebbe persino licenziare il dirigente Capparella. Inoltre ci è stato riferito  il direttore generale Rossi, che ma egli stesso anticipato in televisione,  si appresta in queste ore a presentare denuncia penale alla Procura della Repubblica per cercare di salvarsi sopratutto dalle proprie responsabilità indirette che sono sotto gli occhi di tutti.

Come poteva il direttore Rossi non conoscere i rapporti non solo di Capparella ma anche della Ronzino con la Cooperativa DOMUS , nominandoli in commissione ? Infatti la Ronzino ( a lato nella foto) era già stata presente in un’altra commissione composta da enti pubblici (Comune di Pulsano, Grottaglie)  in occasione della quale la prosecuzione del servizio di integrazione (mensa) scolastica ed extra scolastica anche per l’anno 2017/2018 era stato affidato in via diretta alla “società Coop.va Domus fino alla data del 31.12.2017 con impegno della spesa necessaria, pari a complessive € 181.475,00 (di cui € 138.119,00 quale quota di compartecipazione degli utenti al servizio d’ambito ed € per 43.356,00 quale quota vincolata per attuazione del Piano Sociale di Zona

E pensare che nel maggio 2016 proprio l’ ASL Taranto aveva organizzato un  “Seminario Formativo su Trasparenza e Anticorruzione nella Pubblica Amministrazione”, svoltosi  presso l’Aula Magna dell’Università degli Studi Bari, sede di Taranto, che aveva come ospite d’eccezione, il Presidente dell’ ANM l’ Associazione Nazionale Magistrati (all’ epoca dei fatti – n.d.r. )  Dott. Piercamillo Davigo che fece il quadro della corruzione in Italia illustrando possibili rimedi.

Per Piercamillo DavigoLa prima caratteristica comune della corruzione è la serialità. Chi compie il reato di corruzione lo farà di nuovo, diventando seriale. Chi decide di fare spregio delle regole imbocca spesso una strada senza ritorno.”  “Ciò che distingue la pubblica amministrazione italiana rispetto a quelle europee – aggiunse Davigo –  è la mancanza di senso di appartenenza il dipendente pubblico, in italia, non è orgoglioso di essere un dipendente pubblico. Bisogna ricostruire un processo di appartenenza. Se uno occupa un posto perchè ha vinto un concorso, sarà orgoglioso di se stesso e questo è uno dei migliori metodi contro la corruzione”.

Altro aspetto su cui intervenire, sottolineava Davigo, “è il contesto, perchè non bisogna tenere conto solo del corrotto e del corruttore, ovvero di chi fa o riceve corruzione attiva, ma anche di quella passiva, cioè di tutti quelli che ricevono benefici e vantaggi da quest’azione. E a questa platea bisogna poi aggiungere un nocciolo di intermediari che a volte sono persone già espulse dalla pubblica amministrazione“. Davigo concluse così: “Non è pensabile fare la concorrenza alle mazzette con lo stipendio, dobbiamo tenere la gente che lavora nella pubblica amministrazione libera dal bisogno”. Ma forse quel giorno Rossi ed il “fido” Giovannetti erano troppi occupati a “scodinzolare” … intorno a Davigo !

Un’imbarazzante coincidenza quella raccontata da Pinuccio il quale si è visto dare sulla sua pagina Facebook dell’ “idiota” ed “infameda una tale  Monica Campolucci di Castellaneta , che guarda caso risulta essere un’attivista del PD di Castellaneta, la quale lavora per l’ ASL Taranto,  ed è considerata anche lei guarda caso…molto “vicina” a Michele Mazzarano, al punto da dedicargli in un recente passato un ampio servizio fotografico sulla sua pagina Facebook , insieme a Massimo D’ Alema

Massimo D’Alema, Ludovico Vico e Michele Mazzarano

 

 




Maurizio Carbone è il nuovo procuratore aggiunto di Taranto

ROMA – Su proposta della 5a Commissione è stata approvata dal plenum del Consiglio Superiore della Magistratura nella seduta di ieri pomeriggio la nomina del dr. Maurizio Carbone a Procuratore Aggiunto della Procura della repubblica presso il Tribunale di Taranto. Carbone è esponente della corrente di Area ed in rappresentanza di questa corrente è stato segretario nazionale dell’ANM (l’ Associazione Nazionale Magistrati).

Napoletano, Maurizio Carbone è arrivato a Taranto nel  1996 è esponente della corrente diArea la componente più di sinistra della magistratura italiana, quando  gli iscritti e i simpatizzanti dei due movimenti “fondatori” di Area si potevano contare sulle dita di una mano, mentre attualmente nel distretto di Lecce – Taranto e Brindisi sono 66 i magistrati aderenti a questa corrente.

Dopo avere svolto per 5 anni il ruolo di Presidente della sottosezione ANM di Taranto, è stato eletto nella lista di AREA al CDC, unico candidato unitamente a Stefania Starace non iscritto ai due gruppi di MD e Movimento per la Giustizia ed ha ricoperto per 4 anni (dal 2012 al 2016) il ruolo di Segretario Generale dell’ ANM che ha ricoperto per un solo mandato non venendo rieletto.  Nello scorso mese di luglio Carbone è stato eletto  dal suoi colleghi a fare parte del coordinamento nazionale di Area.  arrivando terzo con 181 voti.

La nomina di Maurizio Carbone a procuratore aggiunto di Taranto, per la quale ha ricevuto 18 voti, cioè quello tutti i presenti al plenum del CSM di ieri presieduto dal vicepresidente Giovanni Legnini, da quanto abbiamo appurato, parlando con alcuni magistrati del CSM, è strettamente collegata a quella del suo predecessore Pietro Argentino, nominato nei mesi Procuratore Capo di Potenza che ricevette appena 11 voti (solo 1 in più del minimo cioè 10). Infatti in occasione della nomina di Argentino proposta dai membri laici (ex deputati di Forza Italia) del Csm, incredibilmente anche dei togati (cioè magistrati) di Area, appoggiarono la candidatura di Argentino, che fu frutto di una delle tante “lottizzazioni” della magistratura italiana.
Come ci ha raccontato un esponente di Area (che ci disse “ho votato per Argentino per indicazione del mio gruppo”) l’accordo fra le correnti delle magistratura è stato raggiunto con uno scambio di “poltrone”, con il quale i membri laici (quindi non magistrati) del centrodestra hanno piazzato sulla poltrona di procuratore capo di Matera Pietro Argentino (la cui ex-moglie è cugina dell’ex-sottosegretario di Forza Italia, Pietro Franzoso tragicamente scomparso alcuni anni fa), appoggiando a loro volta la nomina unanime di Maurizio Carbone a procuratore aggiunto della procura tarantina dove era in servizio come sostituto procuratore.
Una Procura quella di Taranto, come ha ricordato il vicepresidente del CSM Giovanni Legnini, è sotto organico di ben 6 magistrati, per un semplice motivo: nessun magistrato fa richiesta per prendervi servizio. Lasciamo ai nostri lettori di Taranto, che sono numerosi sopratutto a Palazzo di Giustizia ogni considerazione sulla motivazione, che per quanto ci riguarda è superflua. Ma come ha dichiarato ieri  un magistrato membro del CSM al CORRIERE DEL GIORNO che per ovvi motivi ci ha chiesto di non essere citato, probabilmente “quella di Taranto non è ritenuta una procura che “conta” e che possa spingere i magistrati italiani a chiedere di prendervi servizio” .
La recente condanna definitiva a 8 anni di carcere decretata dalla Suprema Corte di Cassazione  nei confronti dell’ormai ex-magistrato Matteo Di Giorgio che era in servizio a Taranto, prima di essere arrestato, spiega tutto. Comprese le false testimonianze che risultano dalla sentenza del Tribunale di Potenza  dell’ex procuratore capo di Taranto Petrucci e di un magistrato: tale Pietro Argentino. Sentenza quella del tribunale di Potenza che ha retto in appello ed è stata confermata appunto dagli ermellini della Cassazione.
Ma più di qualcuno al Csm evidentemente ha dimenticato le riflessioni del Primo Presidente della Suprema Corte di Cassazione Giovanni Canzio quando auspicava che il Consiglio Superiore della magistratura non diventi “terreno di conquista dell’associazione magistrati”.
Al dottor Carbone gli auguri di buon lavoro dal CORRIERE DEL GIORNO auspicando che il suo nuovo incarico non risenta dei “condizionamenti” lasciati dal suo predecessore Argentino, il cui trasferimento da Taranto a Matera è stato celebrato e festeggiato nel bar di Palazzo di Giustizia da non pochi avvocati tarantini che credono ancora nella giustizia e sopratutto nel rispetto ed applicazioni della Legge.



Eugenio Albamonte è il nuovo presidente dell’Anm

Il sostituto procuratore della repubblica di Roma, Eugenio Albamonte è il nuovo presidente dell’Associazione nazionale magistrati. Il passaggio di consegne con il precedente incaricato  Piercamillo Davigo è stato ufficializzato nella riunione del Comitato direttivo centrale dell’Anm, che contestualmente ha rinnovato anche le altre cariche all’interno della Giunta, poche ore dopo il sì della Camera dei Deputati alle nuove norme su toghe e politica. E per destino proprio lunedì mattina è prevista alla sezione disciplinare del Csm. l’udienza sulla vicenda di Michele Emiliano . Un incastro di concomitanze impegnative se non proprio uno strano scherzo del destino.

Vicepresidente è Antonio Sangermano di Unicostattuale procuratore per i minori di Firenze, precedentemente  pubblico ministero a a Milano, dove ha sostenuto l’accusa nel processo Ruby. L’incarico di segretario generale è andato al consigliere della Corte di Appello a Napoli, Edoardo Cilenti rappresentante di Magistratura Indipendente . La nuova Giunta dell’ ANM rimarrà in carica per un anno. L’incarico di vicesegretario generale sarà di Francesco Valentini di Autonomia e Indipendenza, attualmente giudice del Tribunale di Latina. In Giunta entrano anche Silvia Albano di Area, giudice della prima sezione civile del Tribunale di Roma, Stefano Buccini pm a Venezia, Rossana Giannaccari di Unicost, giudice della prima sezione civile del tribunale di Lecce, Tommasina Cotroneo di Unicost, consigliere della Corte di Appello di Reggio Calabria, e Michele Consiglio di Autonomia e Indipendenza, giudice al Tribunale di Siracusa. Un gruppo equilibrato, ma che sarà chiamato a dover affrontare le  divergenze che l’uscita  di Davigo renderà assai meno tollerabili.

Eugenio Albamonte è del ’67,  veneziano, e in magistratura dal ’95,  appartiene al gruppo di Area, il cartello delle toghe di sinistra di Magistratura Democratica e Movimento per la giustizia. .  Proprio la storica corrente di “sinistra” è assai meno preclusiva sulla partecipazione dei colleghi al dibattito pubblico, tanto da aver sostenuto il No al referendum. Area, edin particolare  Md , sono i soggetti  più disponibili  dell’associazionismo giudiziario, ad aperture agli avvocati nei Consigli giudiziari, e spingono per dialogare con i sindacati degli amministrativi mentre diffidano di certi eccessi polemici nei confronti del Csm.

Da otto anni è pubblico ministero  alla  procura di Roma, specializzato in indagini su crimini informatici e cyberterrorismo, nell’utilizzo a fine investigativo di strumenti informatici e trojan e nella collaborazione internazionale finalizzata al contrasto di questo tipo di reati. Il suo nome è strettamente  legato alla recente inchiesta sui fratelli Occhionero, accusati di una colossale operazione di cyberspionaggio. Albamonte nel  suo intervento al Comitato direttivo centrale dell’ ANM.  si è soffermato sul mondo dell’informatica e del web con tutte le grandi innovazioni ad esse collegate.

Che la presidenza dell’ Associazione Nazionale Magistrati dovesse toccare a tutte e quattro le correnti ( le altre due sono e Unicost e appunto Magistratura indipendente)  un anno ciascuno  è stabilito sin dall’ aprile 2016. Dopo un anno di incessanti incursioni mediatiche di Davigo, e di continui attacchi sferrati alla politica (che “nemmeno si vergogna più di rubare”), dare seguito al programma oggi sicuramente non è impresa facile.

“La politica dia risposte sui grandi temi dei nuovi diritti, dal fine vita alla stepchild adoption, al fenomeno dell’immigrazione” chiede il nuovo leader  dell’Anm sottolineando che “il legislatore è chiamato a dare risposte che però non arrivano. Le domande dei cittadini, invece, ci sono e il giudice non può non rispondere. Si crea quindi un corto circuito perché la politica poi non accetta la soluzione scelta dal giudice. La Magistratura così rischia di essere delegittimata perché la politica non dà risposte”. Il leader del sindacato delle toghe, dunque, sottolinea che “non vogliamo fare supplenza, il legislatore faccia il suo ruolo, vogliamo norme da applicare“.

il neopresidente dell’Anm  rispondendo ad una domanda sul post del pm di Trani Michele Ruggero, affidato al social network Facebook ed amplificato dal blog di Beppe Grillo : Sicuramente tra le varie cose che l’Anm dovrà fare – ha detto  Albamonte – è un po’ di training ai colleghi sull’uso dei social network, nel senso che bisogna stare molto attenti perché sembra a volte una dimensione privata ma in realtà privata non è” ed ha aggiunto “Il costume del magistrato, per quelli che sono i parametri etici e deontologici, e anche dell’Associazione, presuppongono che il magistrato possa dire qualunque cosa purché si esprima con toni corrispondenti alla dimensione professionale e alla serietà. Qualsiasi tesi  può essere liberamente sostenuta dal magistrato e non credo l’Anm o altri organismi possano censurare nel merito. Il problema è come si rappresentano le cose, allora forse un pò più di attenzione bisogna farla. Salvo il fatto che ci sono poi alcune persone che si rivolgono direttamente agli organi di stampa facendo lettere aperte: lì non c’è neanche un problema di educazione all’uso del social network…“.




“Se entri in un partito devi toglierti la toga per sempre! “

di Rocco Vazzana

Piero Tony è un ex magistrato atipico. Ex procuratore capo di Prato, per 45 anni ( dal 1969) anni ha fatto vita associativa “militando” in Magistratura democratica, la corrente di sinistra dell’ Anm, fino a quando non ha deciso di andare in pensione e denunciare le storture della sua corporazione. “Ho deciso che è arrivato il momento di dire basta. Il momento di smetterla di tacere. Dopo tutto quello che ho visto, dopo tutto quello che ho sentito, ho preso una decisione: mollare. L’ho fatto perché continuare così non era più possibile. L’ho fatto per essere libero di parlare”, dichiara nel suo libro “Io non posso tacere” ( Einaudi) scritto insieme al direttore del Foglio Claudio Cerasa.

Al centro delle sue invettive, c’è soprattutto la deriva giustizialista che negli anni ha coinvolto molte toghe e il correntismo che spesso si è sostituito alla politica.

Dottor Tony, il capo dell’Anm Piercamillo Davigo è convinto che i magistrati non debbano fare politica «mai». Lei è d’accordo?

Sono contrario a chi fa politica utilizzando la visibilità acquistata sul lavoro. Però il diritto del magistrato di fare politica è garantito dalla Costituzione, che rimanda alle leggi il compito di assegnare eventuali limiti. Se ce ne fosse una che impone al magistrato un periodo di “decantazione” prima di entrare in politica, andando in aspettativa per un anno o andando a lavorare in un altro distretto, a me non darebbe fastidio. Perché se uno oggi chiede una misura cautelare nei confronti del “signor X” e domani, dopo aver letto tutte le intercettazioni, si da alla politica mi pare che questo cozzi con l’etica e la ragionevolezza.

Pensa che qualcuno dei suoi ex colleghi abbia approfittato della notorietà da magistrato per fare carriera in altri ambiti?

Non c’è dubbio ma non mi faccia far nomi perché sono sotto gli occhi di tutti. Ci sono persone che se non avessero acquistato visibilità facendo i magistrati in modo politico non avrebbero avuto alcun tipo di incarico. Il problema, però, per quanto mi riguarda, è un altro: una volta entrati in politica, diritto sacrosanto, non si torna più indietro. Perché dopo che hai militato in un partito non sarai più in grado di rassicurare il cittadino.

Matteo Orfini ha appena detto una cosa simile: «A me un magistrato che passa a fare politica in prima persona e poi torna in magistratura, allarma». Sapeva di essere in sintonia col presidente del Pd?

Non sapevo di questa sua presa di posizione e non mi gratifica neanche essere d’accordo con Orfini. Però, sì, io la penso così: appena decidi di fare politica hai smesso di fare il magistrato.

Orfini si riferiva di Michele Emiliano, magistrato fuori ruolo che potrebbe diventare il segretario del maggior partito italiano. Cosa pensa del presidente della Puglia?

Io ero convito che lui fosse già fuori dalla magistratura, ho scoperto che non era così solo nell’ultimo mese. Emiliano del resto fa politica alla luce del sole da parecchi anni, non si è mai nascosto. Mi faccia dire una cosa però: il fatto che solo adesso ci si interroghi sulla sua posizione, che al massimo comporta un piccolo problema disciplinare, mi puzza di strumentalità.

Ultimamente il governatore è finito al centro dell’inchiesta Consip come testimone. Lotti gli avrebbe mandato degli sms per suggerirgli un incontro con l’imprenditore Carlo Russo, amico del papà di Renzi…

Non so che uso faccia lei degli sms, ma se io ne conservo uno è perché credo che possa servirmi in futuro. Non a caso è vietato per i magistrati iscriversi in un partito politico: ti ritrovi in un bailamme che compromette la tua terzietà.

Perché una persona che fa politica da così tanti anni non decide autonomamente di lasciare la toga?

Credo che ci sia innanzitutto la sicurezza di avere una famiglia, quella dei magistrati. Scatta un principio di prudenza per cui se le cose vanno male c’è sempre un’alternativa. Rimanere in quella casa è rassicurante.

Meglio rimanere al proprio posto?

Ognuno ha diritto di fare le sue scelte ma devono essere chiare, non bisogna sguazzare nell’acqua torbida. Il confine deve essere netto.

Spesso la magistratura ha condizionato la vita politica del Paese. Crede ci sia stato un eccesso di protagonismo?

Io non credo che la magistratura abbia voluto mai condizionare la politica, ha solo affermato una sua presenza. In maniera anche autoritaria. Certo, si può discutere sul modo di condurre le indagini. C’è stato qualche magistrato all’epoca di Mani pulite che disse che bisognava combattere un fenomeno. Ecco, quando io sento affermazioni di questo tipo mi si accappona la pelle. Molto spesso si scivola nel voler moralizzare il mondo.

*intervista tratta dal quotidiano IL DUBBIO




Davigo: “Emiliano? Magistrati non dovrebbero fare politica, non sono capaci”

Emiliano ha un procedimento disciplinare in corso e io non posso dire se si deve dimettere. Tuttavia, . Lo ha detto Piercamillo Davigo presidente dell’ANM l’ Associazione Nazionale Magistrati, ospite della giornalista e conduttrice Lilli Gruber a Otto e mezzo su La7. parlando del caso di Michele Emiliano, il magistrato presidente della Regione Puglia, iscritto al Pd, che non contento di dover rispondere della propria attività politica sinora svolta,  si è candidato alla guida della segreteria nazionale del Partito Democratico.

 

Quando abbiamo chiesto (più volte ) ad Emiliano se provava imbarazzo ad essere sotto processo disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, su richiesta del Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione, il governatore pugliese è sempre scappato alle nostre domande. Sarà forse perchè non ha argomenti difensivi ? Troppo facile fare politica e “parlare da magistrato…” con una tessera di partito in tasca !

Anche il vicepresidente del Csm, Giovanni Legnini  ha voluto replicare alle critiche sulla stampa sulla tempistica del processo disciplinare al governatore pugliese Emiliano magistrato fuori ruolo e candidato alla segreteria Pd,  al quale la procura generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, contesta la partecipazione “sistematica e continuativa” al Pd. Legnini ha sottolineato che “La sezione disciplinare ha operato con tempestività, con rispetto dei propri tempi e delle procedure“. precisando che il procedimento su Michele Emiliano “è stato trattato come tutti gli altri. Il Csm si occupa di molte cose ma non del congresso del Pd“.

Nel frattempo è arrivata la caricatura su Emiliano, dopo quella di Razzi,  realizzata dall’ impareggiabile comico genovese Maurizio Crozza nel suo nuovo programma “Fratelli di Crozza” che si preannuncia un vero tormentone  (vedi QUI il trailer )

Il procuratore di Torino Armando Spataro, difensore “last minute” di Michele Emiliano nel procedimento dinanzi alla Sezione Disciplinare del Csm con una dichiarazione “prende le distanze da affermazioni che continuano a circolare secondo cui la tempistica dell’azione sarebbe stata dettata da ragione estranee ai tempi procedurali ordinari“, aggiungendo  “Giudichiamo insostenibile questo tipo di affermazioni  ed ogni interpretazione dietrologica dei fatti, ben conoscendo la correttezza e competenza di tutti i protagonisti della procedura disciplinare, a partire dall’organo giudicante del Csm, che ha peraltro accolto una nostra richiesta di rinvio, dinanzi al quale sosterremo, con convinzione e nel rispetto di tutti, le ragioni tecnico – giuridiche che ci portano a ritenere l’insussistenza dell’addebito

 




“Ma quale pensione! A noi magistrati piace il potere…”

di Giovanni M. Jacobazzi

Abbiamo chiesto al dottor Guido Salvini, attualmente giudice del Tribunale di Milano, la sua opinione su alcuni temi che in questi giorni stanno facendo molto discutere. Non ultima, la rinnovata polemica sulla modifica delle prescrizione del reato.

Consigliere, l’Associazione nazionale magistrati ha disertato l’inaugurazione dell’Anno giudiziario per protesta contro il governo che non ha portato a 72 anni il pensionamento dei magistrati. Cosa pensa di questa scelta?

Anche a me il pensionamento a 72 anni sembra una via di mezzo ragionevole tra i 70 e i 75, ma da qui sino a minacciare anche uno sciopero contro il governo ne passa. Giudico l’enfasi di questa protesta un caso di falsa coscienza, di quelli in cui non si vuole riconoscere nemmeno dinanzi a sé stessi le ragioni di un comportamento e lo si riempie con qualcosa di non vero.

Si spieghi meglio.

La magistratura è l’unica categoria di lavoratori che chiede con insistenza di lavorare più a lungo. E la strenua opposizione dei magistrati all’abbassamento dell’età della pensione mi convince poco, forse non riguarda che marginalmente l’attenzione per i cittadini. Più semplicemente esprime lo sgomento per l’accorciarsi del tempo del proprio prestigio e potere personale. Negli anni il potere della magistratura si è molto espanso, tocca tutti i campi della società, come ha ricordato anche il ministro Orlando, e le aspettative dei singoli sono la conseguenza di questa espansione. In questo senso parlo di falsa coscienza.

Lei partecipa di solito all’inaugurazione dell’Anno giudiziario?

No, l’inaugurazione dell’Anno giudiziario mi sembra una cerimonia ormai superata, anche sul piano estetico: quelle toghe d’ermellino rosse credo suscitino più che interesse un senso di lontananza, sembra un anti- co conclave, qualcosa che per il cittadino assomiglia più ad un rito che a un momento di servizio in suo favore.

Andrebbe abolita la cerimonia?

Basterebbe un incontro meno paludato e più asciutto, solo con qualche relazione, magari in una sala del Consiglio comunale o in un altro luogo più aperto alla città.

Tornando alle pensioni quindi per lei la mancata posticipazione non è una catastrofe per la giustizia?

Non credo, anche perché quando si parla di giudici che mancano si evita sempre di considerare le decine e decine di magistrati che, anche da moltissimi anni, non svolgono le funzioni giurisdizionali, perché sono collocati fuori ruolo in incarichi ministeriali, politici, internazionali spesso superflui e per i quali basterebbe di norma un buon funzionario.

Come spiega questa corsa al “fuori ruolo”?

Questo avviene perché incarichi di questo genere sono un prestigio per i prescelti e, per la categoria, una delle porte girevoli tra politica e giustizia, porte che non dovrebbero esistere o essere ridotte al minimo.

In effetti ci sono magistrati che svolgono compiti che nulla hanno a che vedere con la giurisdizione…

Infatti. Non si parla mai, quasi nessuno lo sa, delle centinaia di magistrati che svolgono funzioni giurisdizionali ridotte perché fanno parte delle numerose strutture di supporto che il Csm ha voluto: è il caso dei magistrati segretari del Consiglio, di coloro che fanno parte delle Commissioni organizzative, delle Commissioni per l’informatica, delle Commissioni scientifiche. Anche qui basterebbe a seconda dei casi un buon tecnico, un funzionario o uno studioso e negli altri gli incarichi non dovrebbero ridurre le presenze in udienza.

Possiamo dire che far parte di questo mondo parallelo alla giurisdizione serva a far carriera?

La partecipazione a queste strutture, in cui si entra per cooptazione, è quasi sempre un passaggio obbligato per ottenere poi dallo stesso Csm gli agognati posti direttivi.

Cambiamo argomento. Diritto all’informazione e processo mediatico, un valore e un disvalore che secondo lei dovrebbero essere meglio bilanciati?

La giustizia spettacolo e gli show in televisione che partono già all’inizio dell’indagine e rischiano di condizionarne gli sviluppi sono un problema tutto italiano. Non credo che negli altri Paesi europei dopo ogni delitto eclatante si assista in televisione a processi paralleli con opinioni senza alcun freno. Chi vi partecipa è complice di questa stortura. A parte questo, un problema ormai irrisolvibile, si dibatte da anni sui limiti reciproci tra giustizia e informazione.

È pessimista, a riguardo?

Il problema è complesso ma credo che vi sia un punto essenziale: nessuno, grande o piccolo, antipatico o simpatico che sia, deve avere notizia per la prima volta dalla stampa di una sua iscrizione nel registro notizie di reato, di una proroga indagini, di una intercettazione, di un atto che lo riguarda.

Come si potrebbe fare?

Non dovrebbe esserne consentita la pubblicazione sino ad un momento preciso, non troppo avanti rispetto alla notizia, ma ben definito. Quello in cui l’interessato, indagato o testimone, abbia avuto la possibilità davanti a un magistrato di dare la sua versione su ciò di cui è accusato o su quanto stanno dicendo di lui. Una soluzione civile che dovrebbe essere studiata anche con l’aiuto dell’Ordine dei giornalisti, il quale non credo debba essere contento che i suoi scritti funzionano da semplici ‘ postini’.

Un’ultima domanda. Cosa ne pensa del dibattito sulla prescrizione?

Non bisogna dimenticare che vi sono due piani e che anche se si allunga la prescrizione rimane il problema della ragionevole durata dei processi, questione spesso offuscata dalla prima. Si può allungare la prescrizione per certi reati anche a 15 anni, ma se il processo di primo grado si celebra dopo 7 o 8 anni chi viene condannato e soprattutto chi viene assolto è sottoposto ad un meccanismo che non può riconoscere come una giustizia accettabile. L’esigenza non è solo quella di allungare la prescrizione ma anche di avvicinare i processi, altrimenti il processo stesso diventa una pena aggiuntiva anche per l’innocente.

*intervista tratta dal quotidiano ILDUBBIO




Arrestato Longarini procuratore di Aosta, per “induzione indebita a promettere utilità”. L’ ANM

Il procuratore capo della Repubblica di Aosta facente funzioni Pasquale Longarini è stato arrestato ieri sera nell’ambito di un’inchiesta condotta dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Milano su delega della della procura della Repubblica milanese, competente sulla magistratura aostana . Il reato contestato è “induzione indebita a dare o promettere utilità” (articolo 319 quater del codice penale). Il magistrato è stato posto agli arresti domiciliari. L’inchiesta è stata coordinata dal pm Roberto Pellicano e dal procuratore aggiunto Giulia Perotti. Ai domiciliari è stato posto anche Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano. Nei prossimi giorni sarà fissato l’interrogatorio di garanzia.

Ai domiciliari è finito anche un imprenditore, Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano. Nei prossimi giorni sarà fissato l’interrogatorio di garanzia. I due sono accusati di induzione indebita per dare o promettere utilità. L’inchiesta è condotta a Milano (competente su Aosta, ndr) ed è stata affidata al sostituto procuratore Roberto Pellicano. C’è un terzo indagato nell’inchiesta della procura della Repubblica di Milano , un  un commerciante attivo tra Aosta e Courmayeur  
L’ipotesi di reato mossa dalla procura della Repubblica di Milano nei confronti di Longarini è di aver fornito informazioni a Gerardo Cuomo, titolare del caseificio valdostano, azienda leader nella distribuzione di prodotti alimentari in Valle d’Aosta, è di “induzione indebita a dare o promettere utilità”‘. Secondo l’accusa Longarini gli ha fornito informazioni per risolvere problemi di tipo giudiziario o amministrativo in cambio di utilità o di promesse di utilità. La Procura di Milano si appresta in queste ore ad avvisare il Csm.


Pasquale Longarini è stato uno dei magistrati inquirenti del caso Cogne
,  infatti da sostituto procuratore aveva  collaborato con la collega Stefania Cugge alle indagini che in primo grado, nel 2004, portarono alla condanna a 30 anni di reclusione per Anna Maria Franzoni, accusata dell’omicidio del figlio di 3 anni, Samuele (pena ridotta a 16 anni dalla corte d’Assise Appello di Torino e confermata poi in Cassazione).

Nella prima metà degli anni ’90 alcune inchieste di Longarini portarono in carcere l’attuale presidente della Regione Valle d’ Aosta, Augusto Rollandin (carica che aveva ricoperto anche all’epoca); i fascicoli riguardavano in particolare il voto di scambio, l’illecita concessione di contributi regionali ad aziende di autotrasporto pubblico, la partecipazione – in forma occulta – del governatore al capitale azionario di una di queste società. Dal 13 dicembre scorso Pasquale Longarini è diventato procuratore capo facente funzioni dopo il passaggio di Marilinda Mineccia al vertice della procura di Novara . Il suo lavoro ad Aosta – dove aveva lavorato anche in pretura – è iniziato nei primi anni Novanta.

Un’altra toga “sporca” finisce in carcere ma incredibilmente quello che stupisce è il silenzio del leader dell’ ANM Piercamillo Davigo che solitamente commenta di tutto e di più.




Apertura anno giudiziario, la Cassazione: “Inchieste troppo lunghe. No ai processi mediatici. I Pm siano più riservati”  

La fuga di notizie sulle indagini in corso, un maggior opportuno riserbo richiesto ai magistrati, uno stop alla prescrizione. Sono stati questi i temi centrali nella cerimonia d’apertura dell’anno giudiziario, che si è svolto questa mattina a Roma nel “Palazzaccio”, cioè il palazzo della Suprema Corte di Cassazione. Necessaria quanto mai una riforma penale non più rinviabile, come ha dichiarato il ministro della Giustizia Andrea Orlando  , aggiungendo che  “L’azione di riforma proseguirà, ma si è già sensibilmente ridotto il peso di quelle patologie, cronicizzatesi nel corso di troppi anni”. “Dovevamo misurarci con tre emergenze – ha sottolineato  Orlando – ” il sovraffollamento carcerario, le carenze di personale, la mole dell’arretrato e i tempi della giustizia. Le abbiamo affrontate“.

La prima volta nella storia che non vede presente la delegazione dell’Associazione nazionale magistrati , sempre più “politicizzata”. L’Anm,ha deciso di disertare l’evento  in polemica con il Governo per il mancato rispetto degli accordi sui correttivi al decreto sulla proroga dei pensionamenti solo per alcuni magistrati e sulla legittimazione ai trasferimenti. Una nota di immancabile corporativismo che le toghe non potevano farci mancare manifestando ancora una volta il proprio comportamento da “casta” che si sente intoccabile e al di sopra di tutto e tutti.

In compenso presente tra il pubblico  il premier Paolo Gentiloni seduto accanto al Capo dello Stato Sergio Mattarella,  a differenza dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che  non aveva mai partecipato negli anni scorsi all’appuntamento istituzionale.

Maggiore riserbo dei pm. Il procuratore generale della Cassazione, Pasquale Ciccolo ha fortemente criticato la fuga di notizie dalle cancellerie dei magistrati ai giornalisti compiacenti ed a volta quasi “organici“, fenomeno definito  “grave perchè rischia di ledere il principio costituzionale di non colpevolezza“. Per questo motivo ha chiesto maggior riservatezza alla magistratura , ricordando il richiamo della Corte di Strasburgo ai pm, ai quali è imposta “la massima discrezione anche là dove si sia trattato di sostenere pubblicamente le ragioni e la bontà dell’attività giudiziaria svolta“. Servono quindi  “meno leggi” e maggiore “fiducia nei magistrati”, ha concluso il procuratore generale.

Stop al reato di clandestinità. “Merita di essere presa in seria considerazione la proposta di aprire talune, significative finestre di controllo giurisdizionale nelle indagini, piuttosto che prevedere interventi di tipo gerarchico o disciplinare“. E’ stato questo uno dei passaggi salienti della relazione per l’apertura dell’anno giudiziario del Primo presidente della Cassazione  Giovanni Canzio  nel suo intervento in cui ha criticato anche le indagini “troppo lunghe” e le “distorsioni del processo mediatico” a cui hanno contribuito negativamente anche alcune “spiccata autoreferenzialità” di certi magistrati.

 Canzio  poi ha difeso  l’utilità della riforma penale confermando e  ribadendo  il suo “no” al reato di clandestinità, pur evidenziando la necessità di adeguare il sistema repressivo contro la “terribile minaccia” del terrorismo internazionale con  “adeguate misure di polizia e prevenzione”  , un maggior coordinamento delle indagini anche con l’istituzione della Procura europea, e un “efficace sistema repressivo, fino a configurare gli atti di violenza terroristica come crimini contro l’umanità“. Canzio si è soffermato anche sul tema della prescrizione, che è pressochè irrisoria in Cassazione (ha riguardato solo l’1,3% dei processi) ma che secondo lui andrebbe bloccata dopo la condanna in primo grado.  Il Presidente Canzio nella sua relazione ha sottolineato che un carcere più umano attenua il rischio di radicalizzazione,  ed appare “comunque irragionevole che la prescrizione continui a proiettare gli effetti estintivi del reato nel corso del processo, pur dopo la condanna di primo grado, mentre sarebbe più corretto intervenire con misure acceleratorie sulla durata dei giudizi di impugnazione“.

I processi per corruzione sono ancora pochi. Nell’evidenziare, inoltre, come sia sentita nel Paese   la “percezione di una diffusa corruzione sia nella Pubblica amministrazione che tra i privati“, il presidente della Corte di Cassazione ha spiegato che tale percezione “non trova riscontro nelle rilevazioni delle statistiche giudiziarie. Il dato nazionale registra, infatti, un numero esiguo di giudizi penali per siffatti gravi delitti, con appena 273 procedimenti definiti nel 2016 in Cassazione, pari allo 0,5%.  Quindi è necessario  “avviare un’approfondita riflessione sull’efficacia delle attuali misure, preventive e repressive, di contrasto del fenomeno”. Quanto all’andamento del settore penale, i risultati della Cassazione hanno dimostrato una “significativa inversione di tendenza”: aumento del 12,2% dei procedimenti definiti, calo dell’arretrato del 15,7%, tempo di definizione di soli otto mesi, “ben al di sotto della media europea“.

Legnini: torni dialogo Anm-governo – “Superare le difficoltà del rapporto tra l’Anm e il governo“, attingere “al proprio senso di responsabilità, alimentando la cultura del dialogo“: è l’appello che Giovanni Legnini  il vice presidente del Csm ha rivolto nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario:”Auspico fortemente che si possano superare le difficoltà proseguendo un percorso di innovazione nell’amministrazione della giustizia“. Una scelta non causale, visto che per la prima volta oggi l’Anm diserta la cerimonia in polemica con il governo.




Anche i magistrati che sbagliano tanto premiati con stipendi più alti.

La Ragioneria dello Stato recentemente ha reso noto che negli ultimi anni dieci anni lo stipendio per chi lavora alla Presidenza del Consiglio è cresciuta del 45 percento, per il personale dei diplomatici del 37 percento, e per i magistrati del 28,4. Remunerazione quella dei magistrati  che rispetto al 2005  è aumentata in particolare, in media, di oltre 30mila euro toccando quota 138.481 euro. Non tutti sanno però che gli stipendi dei magistrati non dipendono dalla quantità ( e magari….qualità) del numero di sentenze emesse o dalle ore trascorse in ufficio a studiare le carte processuali,, Nel loro caso la produttività non c’entra assolutamente nulla, i loro stipendi sono determinati soltanto da degli  automatismi previsti dalla legge.

Recentemente il Ministero di Giustizia ha reso noti i dati aggiornati relativi ai risarcimenti che lo Stato ha dovuto versare nei casi di ingiusta detenzione ed errore giudiziario. Dal 1992 a oggi il Ministero dell’Economia (che gestisce i fondi dello stato n.d.r) ha sborsato 648 milioni di euro per il carcere ingiustamente inflitto agli innocenti, e 43 milioni per gli errori di pm e giudici nell’interpretazione di fatti e norme. Se andiamo ad osservare i dati dello scorso anno, scopriremo che lo Stato – cioè  noi tutti contribuenti – con i nostri soldi ha pagato dieci milioni di euro per risarcire le persone danneggiate da un errore giudiziario ad opera degli stessi magistrati i cui stipendi nel frattempo sono aumentati progressivamente. Sono trenta i milioni di euro pagati per gli indennizzi corrisposti alle vittime di arresti preventivi sproporzionati e ingiusti. In poche parole, in questi anni le spese per le vittime  sono lievitate,  mentre incredibilmente sono aumentati gli stipendi dei responsabili degli errori giudiziari.

E’ importante osservare che mentre i casi di errore giudiziario accertati nel 2016 sono stati  in tutto sei (con cifre esorbitanti come i sei milioni e mezzo in un singolo caso a Reggio Calabria) , sono circa settecento gli episodi di detenzioni ingiuste che hanno dato luogo al risarcimento a causa di quei provvedimenti disposti da magistrati dalle manette facili . Un cittadino con spirito di osservazione potrebbe a questo punto chiedersi se  sia stata comminata qualche sanzione, qualche provvedimento amministrativo o disciplinare nei confronti dei magistrati che hanno sbagliato, omesso o male interpretato una prova evidente, disposto o richiesto l’arresto, successivamente annullato, di una persona successivamente rivelatasi  innocente o estranea ai fatti contestati. Sono queste le domande logiche e conseguenziali  che la magistratura dovrebbe porsi alla vigilia dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.

Altrimenti questo appuntamento  istituzionale annuale diventerà soltanto una rituale sfilata di ermellini ed establishment, una passerella mediatica ad uso delle telecamere e dei flash dei fotografi. Sarebbe bene che i vertici della magistratura a partire dai massimi esponenti dell’ ANM, l’ associazione nazionale dei magistrati, invece di pensare o cercare di diventare parte “politica”, affrontino questi seri problemi e conflitti interni , ricordando bene nelle proprie menti la stridente assurdità dell’ anomalia dei loro stipendi che aumentano esattamente al pari dei risarcimenti pagati dal contribuente per i loro errori e arresti facili.

E’ singolare che che a far emergere i dati sui risarcimenti sia stato Enrico Costa, un avvocato dalla grande passione verso il senso dello Stato, attualmente ministro della Famiglia e degli Affari regionali, ex viceministro di giustizia il quale ha  osservato che “non sarebbe male se si dibattesse meno sull’ età pensionabile dei magistrati e maggiormente di queste profonde lesioni della libertà personale”  nelle stesse ore in cui il guardasigilli  Andrea Orlando riconfermato ministro della Giustizia, continua il non facile dialogo con Piercamillo Davigo,  numero uno dell’ANM . Sarebbe interessante sapere se il vertice del sindacato delle toghe,  tra le solite contestazioni politiche corporative e la lotta per mantenere il privilegio di sfuggire ai propri errori ,  avrà il coraggio di parlare anche del paradosso sui propri stipendi e indennizzi. Sarebbe ora ed il momento che qualcuno glielo ricordi e ne chieda giustamente conto. Sarebbe il giusto comportamento di un Paese civile e responsabile

In un Paese come gli Stati Uniti d’ America sicuramente meglio organizzato dell’ Italia , più garantista e dalla giustizia più certa ed affidabile della nostra, tutto ciò non potrebbe mai accadere. Ed i magistrati che sbagliano ne rispondono.




Davigo, ma che città è Bari se va difeso il suo sindaco?

Il presidente nazionale dell’Anm Piercamillo Davigo partecipando a Bari al primo incontro del progetto  ‘L’edificio della memoria’ dal titolo ‘Vite spezzate e giustizia che si è tenuto nel liceo Salvemini, parlando ai circa 600 studenti presenti , commentando la notizia del rafforzamento della scorta al primo cittadino di Bari Antonio Decaro  retoricamente ha detto  “Che città è una città in cui bisogna difendere un sindaco che fa il suo dovere?”  aggiungendo che  “un sindaco dovrebbe invece essere amato e protetto dal popolo che lo ha eletto“.

CdG DeCaroIl primo cittadino barese (a destra nella foto) ha ricevuto minacce di morte per aver impedito mesi fa, in occasione dei festeggiamenti per il patrono San Nicola la vendita di carne e bevande da parte di abusivi collegati alla famiglie della malavita barese

Davigo ha poi sostenuto cheil deficit di legalità che c’è in Italia, con l’innumerevole contenzioso che si abbatte sugli uffici giudiziari, non dipende dalla litigiosità degli italiani, ma dalla consapevolezza che se commetti un’infrazione non ti succede niente“. Secondo il presidente nazionale dell’ Anm  “bastano poche regole fatte rispettare perché questo diventi un Paese normale“, ricordando che una delle questioni più complesse ed importanti di questo Paese  “è che tutti devono essere difesi, in tutti i sensi“, aggiungendo che purtroppo “le vittime, in questo Paese, sono spesso mal protette”.

CdG emilianoAll’incontro era presentato anche il governatore pugliese Michele Emiliano, il quale commentando l’accaduto si è augurato che “questa parentesi si chiuda rapidamente e soprattutto si riesca ad acchiappare chi ha minacciato” il sindaco Decaro, aggiungendo “Bisognerebbe chiamare tutta la città a isolare quelle persone che possono immaginare di minacciare una persona soltanto perché ha detto che non puoi cuocere la carne fuori dalle regole previste dalla Asl”.

Emiliano che per dieci anni è stato sindaco di Bari  ha detto che “se uno per dire una banalità del genere deve finire sotto scorta  vuol dire che fino a oggi tutto quello che abbiamo fatto non è servito a niente”. Precisando che “questa città riesce a difendere le sue istituzioni” augurandosi che “questa parentesi sia la più breve possibile: innanzitutto perché so che cosa sta passando, non tanto per le minacce quanto per avere continuamente attorno una sorveglianza permanente, perché quando la scorta ti precede non vieni percepito più neanche come persona. Per un sindaco essere preceduto dalla Polizia e dai Carabinieri in un quartiere della città è una cosa molto limitativa della capacità di stabilire legami con la comunità




Camere Penali: “L’ Associazione Magistrati vuole eliminare una norma posta a garanzia dell’imputato”

CdG Davigo Palazzo Chigi Con un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito internet la Giunta dell’ Unione delle Camere Penali Italiane ha contestato fermamente le richieste formulate dall’ ANM l’ Associazione nazionale dei magistrati al Presidente del Consiglio Matteo Renzi in occasione dell’ultimo incontro avvenuto a Palazo Chigi alla presenza del Ministro di Giustizia Andrea Orlando

Non possiamo esprimere alcuna soddisfazione per le “aperture” che sarebbero state formulate dal Presidente del Consiglio Renzi nel corso dell’incontro odierno con l’ANM, e ci auguriamo invece che non ci sia alcun cedimento da parte del Governo e del Ministro della Giustizia Orlando sulle modifiche del codice di procedura penale richieste dalla magistratura associata. E ciò a maggior ragione con riferimento alla ipotesi di modificazione della norma del DDL che introduce una razionale forma di controllo dei tempi delle indagini preliminari, che costituisce un importante strumento di tutela del principio costituzionale della ragionevole durata del processo penale”

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Altri passi indietro sarebbero inaccettabili in un disegno di legge che già contiene aspetti fortemente negativi e di dubbia costituzionalità, recepiti nel corso del lungo iter legislativo, come il processo con partecipazione a distanza e l’allungamento dei termini di prescrizione. Su questi temi critici riteniamo che in Parlamento, il luogo fisiologico del confronto sulla riforma governativa, si aprano i necessari spazi di riflessione e di confronto ai quali non faremo mancare il nostro contributo al fine di eliminare le gravi distorsioni introdotte nel sistema da tali riforme. Sarebbe, tuttavia, davvero irragionevole che, mentre siamo in attesa della ripresa dei lavori parlamentari, si eliminasse dal DDL – come richiesto da ANM con un percorso del tutto “extraparlamentare” – proprio quell’art. 18 che costituisce l’unico minimo strumento con il quale si cerca di incidere sulla fase delle indagini preliminari nella quale si prescrive il 70% dei reati, eliminando con ciò una norma posta non solo a garanzia dell’indagato, ma formulata anche nell’interesse dell’intera collettività.