Multa da 678 milioni del' Antitrust alle società finanziarie automobilistiche

ROMA – L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato meglio nota come Antitrust ha accertato l’esistenza di un cartello delle principali captive banks e dei relativi gruppi automobilistici operanti in Italia nel settore della vendita di autoveicoli mediante prodotti finanziari, nonché delle relative associazioni di categoria ed ha erogato pesanti sanzioni pecuniarie per un totale complessivo di circa 678 milioni “in considerazione della gravità e della durata dell’infrazione” . L’istruttoria è stata avviata , come si legge in una nota, a seguito della presentazione di una domanda di clemenza da parte delle società Daimler AG e Mercedes Benz Financial Services Italia.

Nelle 114 pagine del provvedimento, l’Antitrust ricostruisce tutta la vicenda che viene indicata come un un “pervasivo e regolare scambio di informazioni, bilaterale e multilaterale, anche in sede associativa, avente a oggetto le politiche commerciali delle parti relative alle condizioni economiche e contrattuali applicate ai concessionari e ai consumatori finali, quali, ad esempio, il tasso base, il TAN, il TAEG, le spese applicate agli acquirenti nonché i volumi dei prodotti finanziari collocati, tramite contatti bilaterali e multilaterali”.

E’ stato possibile smascherare questo “cartello” solo grazie alla collaborazione della finanziaria di Mercedes Daimler che ha consegnato all’Autorità 145 documenti che provavano l’esistenza “di un’intesa segreta (cartello) posta in essere attraverso un pervasivo scambio di informazioni sensibili tra le principali captive banks” che “ha avuto luogo almeno a partire dal 2003 e fino al 2017” e si è basata su “contatti diretti bilaterali e multilaterali tra le imprese, corredati dalla compilazione e dall’invio di form, anche strutturati, denominati ad esempio ‘benchmarking for success’”.

Il cartello secondo quanto accertato dall’Antitrust, ha realizzato uno “scambio di informazioni sensibili relative a quantità e prezzi, anche attuali e futuri“. Le società coinvolte sono Banca PSA Italia, Banque PSA Finance, Santander Consumer Bank, BMW Bank, BMW AG, Daimler AG, Merceds Benz Financial Services Italia, FCA Bank, FCA Italy, CA Consumer Finance, FCE Bank, Ford Motor Company, General Motor Financial Italia, General Motors Company, RCI Banque, Renault, Toyota Financial Services, Toyota Motor Corporation, Volkswagen Bank, Volkswagen, nonché le associazioni di categoria Assofin ed Assilea.

“In un’ottica di collaborazione tra case concorrenti (…tutto il mondo è paese…), ti chiederei se puoi rispondere alle seguenti domande: a) ci sono campagne in essere per l’anno 2004? Ci sono dei contributi a carico dei concessionari su alcune campagne? E se si è calcolato con % o flat? b) qual è il regime dei valori residui nel leasing? Sono differenziati per modello/motorizzazione? c) C’è un buy back obbligatorio a carico dei vostri concessionari?”.  Così si legge in una mail del gennaio 2004 inviata da Bmw Bank a Mercedes Fs, le società finanziarie delle due case automobilistiche tedesche, riportata dall’Agcm nel testo del provvedimento con cui l’Antitrust ha inflitto la pesante multa da oltre 678 milioni di euro ad alcuni tra i principali costruttori di auto e le rispettive captive banks.

Nel corso degli anni lo scambio di mail tra le varie società di finanziamento si è intensificato e, si aggiungono richieste di dettagli o precisazioni alle informazioni base, , come quella formulata da Banque PSA Finance a Fca, Bmw e Mercedes nel 2008: Che azioni avete intrapreso in seguito al recente aumento di 25 punti del costo del denaro comunicato dalla Bce? Avete ritoccato i tassi dei vostri prodotti o l’importo delle spese pratica? Se ancora non avete messo in atto manovre correttive, pensate di farlo ‘a breve’ o rimandate tutto al 2009?”. E di seguito:  “Avrei bisogno della Vostra collaborazione per sapere, se a causa delle recenti alluvioni del Veneto, avete intenzione di effettuare come società finanziaria qualche iniziativa. Es. Sospensione dei pagamenti, extra sconto a chi ha perduto l’auto, tasso agevolato, fondo di aiuto, etc”, si scrivevano tra di loro tutte le società finanziarie coinvolte.

L’intesa restrittiva della concorrenza, tra il 2003 e il 2017, è stata funzionale ad alterare le dinamiche concorrenziali nel mercato della vendita di automobili dei gruppi di appartenenza attraverso finanziamenti erogati dalle rispettive captive banks. L’Autorità ha altresì riconosciuto il beneficio dell’immunità totale dalla sanzione a favore delle società Daimler AG e Mercedes Benz Financial Services Italia che, in qualità di “leniency applicant“, hanno così evitato l’imposizione di una sanzione superiore a 60 milioni.

Un intenso carteggio durato una quindicina d’anni, tra le “finanziarie” che fanno capo alle case automobilistiche – quelle che erogano i finanziamenti ai clienti che acquistano un’auto a rate o in leasing – che coinvolge anche i vertici e dimostra come le società coinvolte si siano scambiate tutta una serie di informazioni sensibili su quantità e prezzi delle vetture in vendita, creando così un vero e proprio “cartello”  in danno dei consumatori calpestando il principio della concorrenza e del mercatoutilizzando persino una modulistica preimpostata per condividere le informazioni.

 

Accordi e contatti assidui e sottobanco per concordare il tasso e le condizioni da offrire, alterando di fatto il mercato e la libera scelta del consumatore di acquistare una vettura piuttosto che un’altra, sfruttando anche una sana concorrenza sulle modalità di finanziamento.

Chiedo la cortesia di potermi informare relativamente alla tipologia e alle condizioni (costi, margini, contributi…) dei servizi offerti”, chiedevano con una mail del 18 maggio 2004 quelli di Banque Psa Finance a Bmw Bank, Fca Bank, Fce Bank, Gmf, Rci Banque, Mercedes Fs. Ed iò, 28 giugno 2004, oggetto della mail: “Tassi”.  “Scrivo per chiedere la cortesia di comunicarmi i tassi standard (i più alti e i più bassi) da voi applicati”, si informano Banque Psa Finance, Volkswagen Bank, Bmw Bank, Mercedes Fs.  Ancora:  “Sul leasing, ieri ho chiesto le info solamente ai maggiori competitor di Alfa Romeo individuati oltre a Mercedes/Daimler in Audi/Volkswagen e Bmw”, richieste da cui, come sottolinea l’Antitrust nel suo provvedimento, “emerge chiaramente il rapporto di concorrenza tra le captives”.

Nel 2007 le captive a Toyota, Bmw, Mercedes, Fca e Volksvagen si scrivevano: Quello che interessa sono le spese realmente sostenute e non quelle riportate dai fogli illustrativi esposti presso le concessionarie”, precisavano . Una frase questa, che testimonia come lo scambio di informazioni all’interno del cartello avesse ad oggetto dati non pubblici e altrimenti non acquisibili. Così si è sviluppata una vera e propria sinergia tra le società nella stesura dei piani di marketing , tra il 2009 e il 2013, “Immagino che tutti noi markettari nei prossimi mesi saremo impegnati a dare il meglio per il piano marketing. Per questo motivo Vi chiedo se possiamo scambiarci le informazioni di pricing”, scrivono quelli di Mercedes a Fca in una mail che prova come le finanziarie siano arrivate ad elaborare insieme anche i listini e le strategie di vendita.

Nella stessa direzione in un’altra email del 13 settembre 2007, relativa alle condizioni economiche applicate alle assicurazioni in caso di leasing, si legge ad esempio, : “So che in questo periodo siamo tutti molto presi dal piano marketing ma è proprio per questo che a partire da oggi vi chiedo la massima collaborazione e sollecitudine nel benchmark che sto per proporvi. Ovviamente siamo tutti a disposizione per ulteriori scambi”. Aggiungendo: “Ho pensato potesse esserci utile anche uno scambio periodico di informazioni sulle condizioni praticate”.

Le reazioni

Altroconsumo, via a class action, con un’azione collettiva risarcitoria per compensarei contratti gonfiati conclusi dai clienti in concessionaria per l’acquisto di un’auto” con finanziamenti. E’ l’iniziativa annunciata in una nota da Altroconsumo che “vuole supportare le centinaia di migliaia di consumatori coinvolti nell’attività illegittima sanzionata oggi dall’Antitrust per cartello”. L’Organizzazione sottolinea che “il comportamento anticoncorrenziale ha avuto conseguenze sulla trasparenza delle offerte ai consumatori. Chi è entrato in concessionaria auto per un acquisto a rate ha trovato pacchetti predefiniti che includevano prestiti, polizze auto o a copertura del credito finanziate. Automobilisti indotti a comprare prodotti abbinati, ricevendo informazioni distorte. Offerte allineate verso l’alto guidate dagli scambi di informazioni tra i soggetti sanzionati dall’Antitrust: una fetta enorme del mercato auto“.

Anche il Codacons lancia una class action e presenta una denuncia penale a 104 Procure della Repubblica di tutta Italia dopo la multa dell’Antitrust a case automobiliste e società finanziarie per cartello anti-concorrenza sui finanziamenti per l’acquisto di automobili, . “Considerata la gravità della questione, crediamo ci siano gli estremi per un intervento della magistratura – spiega una nota dell’ associazione di consumatori – Il comportamento messo in atto dagli operatori sanzionati ha avuto effetti diretti sulle tasche dei consumatori attraverso un illecito rialzo delle tariffe, e potrebbe aver realizzato il reato di truffa aggravata, fattispecie per la quale chiediamo oggi a 104 Procure di procedere in tutta Italia“. A favore degli automobilisti danneggiati, il Codacons lancia inoltre una class action finalizzata a far ottenere a coloro che hanno contratto finanziamenti con le società sanzionate il risarcimento dei danni subiti. Tutti gli interessati possono inviare una mail all’indirizzo info@codacons.it e riceveranno istruzioni su come agire a loro tutela.

 Assilea valuterà l’opportunità di impugnare la decisione dell’Antitrust dinanzi al Tar del Lazio,affinché quest’ultimo possa confermare la piena correttezza e legittimità dell’operato dell’Associazione e la sua totale estraneità all’intesa contestata alle captive banks“. Lo annuncia l’associazione in una nota in cui si dichiara “del tutto estranea alle intese restrittive del mercato dei finanziamenti auto contestate dall’Autorità garante ad alcuni operatori“. “Per loro natura i dati diffusi da Assilea non sono utili ad agevolare la costituzione di un cartello, in quanto non danno indicazioni dei comportamenti competitivi delle captive del settore Automotive”, dichiara il Presidente di Assilea, Enrico Duranti.La stessa Autorità antitrust ha riconosciuto che l’Associazione ha volontariamente e autonomamente adottato un programma di compliance antitrust in linea con i più elevati standard internazionali a datare dal giugno 2016, cioè circa un anno prima dell’avvio del procedimento, a riprova dell’attenzione per l’attività di tutela dei consumatori”.

Anche Assofin ha annunciato che presenterà ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale contro la decisione dell’Antitrust di sanzionare case automobilistiche e società finanziarie ritenute responsabili di aver creato un cartello nel mercato di finanziamenti e leasing per la vendita di automobili. “Assofin non può condividere le conclusioni dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato in quanto è estranea a qualsiasi intesa restrittiva della concorrenza nel mercato del collocamento di finanziamenti e contratti di leasing per la vendita di automobili” si legge in una nota dell’associazione in cui si “ribadisce che nessuna intesa di questo tipo è stata posta in essere, perseguita o comunque promossa o agevolata da Assofin. L’associazione presenterà quindi ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale avverso questo provvedimento dell’AGCM, certa che la totale estraneità di Assofin rispetto alle accuse che le sono state rivolte sarà riconosciuta dalla giustizia amministrativa”.




Antitrust, multa da 20 milioni a Poste Italiane. L’ azienda pronta a ricorrere al Tar Lazio

ROMA – L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per oltre 20 milioni di euro Poste Italiane per un abuso di posizione dominante nel mercato del recapito degli invii multipli di corrispondenza ordinaria, ossia quegli invii che i grandi clienti business come le banche, le assicurazioni e le compagnie telefoniche mandano ai propri clienti (es. estratti conto, avvisi di scadenza, bollette).

Secondo l’Antitrust. “la strategia escludente, attuata sin dal 2014 da Poste Italiane a danno dei concorrenti – entrati in questo mercato a seguito della liberalizzazione dei servizi postali – è consistita nell’offrire ai propri clienti finali condizioni economiche e tecniche non replicabili dai concorrenti almeno altrettanto efficienti, i quali necessariamente devono ricorrere ai servizi di Poste Italiane per il recapito nelle zone rurali e meno densamente abitate del Paese (aree extra urbane), dove è presente solo Poste Italiane“. Inoltre, aggiunge l’Antitrust, “Poste Italiane ha implementato una strategia di recupero dei volumi di posta affidati alla concorrenza, ricorrendo a sconti e condizioni selettivi e fidelizzanti, tra l’altro, condizionando gli sconti praticati ai clienti finali all’affidamento esclusivo di tutti gli invii o di una parte sostanziale degli stessi“.

La posizione di Poste Italiane in merito al provvedimento assunto dall’Agcm nei confronti dell’azienda, cui ha comminato una sanzione di 23 milioni di euro per presunto abuso di posizione dominante, è decisamente critica. Lo fanno sapere fonti aziendali, spiegando che l’azienda ritiene di aver sempre posto in essere un comportamento assolutamente rispondente agli indirizzi normativi e alle logiche di mercato in un contesto altamente competitivo a tutela della qualità del servizio.

Poste comunica inoltre il proprio assoluto intendimento di presentare ricorso al Tar del Lazio, ritenendo inadeguata e in contrasto con la normativa di riferimento la sanzione comminata, in un procedimento peraltro iniziato nel giugno 2016 e protrattosi per quasi 2 anni di istruttoria nel corso del quale l’azienda ha fornito in maniera esaustiva e completa ogni contributo e ogni delucidazione richiesta dagli uffici dell’Autorità.




Economia digitale e Big Data

di Michele Ainis*

Il dibattito ha fornito molte indicazioni sui principi che guidano l’Autorità Antitrust nell’applicazione delle norme a tutela della concorrenza e del consumatore nel contesto dell’economia digitale. Ed è stato utile ricordare alcuni interventi assunti dall’Autorità di recente. Come hanno avuto modo di osservare i vari oratori, l’Autorità ha strumenti adeguati anche di fronte ai nuovi fenomeni determinati dall’innovazione digitale.

Non è necessaria la revisione del cosiddetto “tool-box” per affrontare le sfide poste dall’innovazione digitale; si tratta piuttosto di realizzare un ripensamento delle modalità con le quali applicare gli strumenti tradizionali dell’analisi a un contesto fortemente mutato. D’altronde le norme europee a tutela della concorrenza (e quindi quelle italiane) hanno mostrato di possedere una felice caratteristica: una formulazione ampia, che le rende flessibili ad adattarsi alla mutevolezza del contesto al quale vengono applicate.

L’innovazione introdotta da Internet comporta molte opportunità, però implica anche rischi, per i consumatori e per le imprese. L’economia digitale ha permesso scambi, transazioni un tempo impensabili in termini di rapidità e mole dei dati scambiati. E’ oggi possibile l’incontro tra agenti economici che prima non si sarebbero mai incontrati, se non sostenendo costi di transazione elevatissimi. I social media consentono la comunicazione e lo scambio di idee in tempo reale, tra tutti gli individui. Ma proprio su questo punto è opportuna una riflessione. Ed è diventato urgente riflettere sulla profilazione di cui si è parlato questa mattina.

Come ha ricordato il Presidente dell’ Antitrust Pitruzzella , si tratta di un fenomeno che può avere un impatto diverso, a seconda che coinvolga l’individuo nella sua veste di consumatore o di cittadino. E allora provo a declinarne gli effetti su entrambe le categorie. Il cittadino La libertà di manifestazione del pensiero rappresenta la «pietra angolare» della democrazia, dichiara una celebre sentenza della Corte Costituzionale, vergata nel 1969. Ma ormai non più: oggi, la questione dirimente non è di garantire la circolazione delle idee, bensì la loro formazione, la loro genuina concezione. Se in apparenza i social media consentono a chiunque di esprimersi liberamente e di confrontare le proprie idee, potenzialmente con chiunque, gli stessi strumenti digitali possono in realtà restringere il confronto libero di idee.

Pensiamo di pensare, ma in realtà ripetiamo come pappagalli i pensieri altrui. O al limite anche i nostri, però amplificati e deformati, senza verifiche, senza alcun confronto con le opinioni avverse. È l’universo autistico in cui siamo rinchiusi, anche se per lo più non ci facciamo caso. Un universo tolemaico, in cui il sole gira attorno alla terra – ed è ognuno di noi, la terra. Succede perché, quando navighiamo online, siamo esposti ad informazioni “filtrate”.

Tutto ha avuto inizio il 4 dicembre 2009, quando Google avvertì i propri utenti che da allora in poi avrebbe personalizzato il proprio motore di ricerca. Significa che i risultati cambiano a seconda delle ricerche precedenti, del computer da cui stiamo interrogando Google, del luogo nel quale ci troviamo. In breve, significa che se due tifosi della Juve e della Roma – per esempio – digitano «calcio», otterranno pagine diverse, sia nel numero sia nella gerarchia delle notizie. Più che una riforma, una rivoluzione, come per primo s’incaricò di segnalare un libro divenuto cult (Eli Pariser, The Filter Bubble, 2011).

E la rivoluzione si propagò immediatamente agli altri giganti della Rete, da Apple a Microsoft, da Amazon a Facebook, a Twitter, a WhatsApp. È, per l’appunto, la «profilazione» dell’utente, un nuovo strumento che affila le tecniche di marketing, le rende sempre più sofisticate. D’altronde, grazie ai dispositivi mobili, non è più necessario interrogare i motori di ricerca, perché loro ti rispondono senza lasciarti il tempo di formulare la domanda.

Si è così realizzata la visione di cui parlava nel 2010 Eric Schmidt, amministratore delegato di Google: “Immagina di star camminando per strada. A causa di tutte le informazioni che Google ha raccolto su di te, noi sappiamo chi sei, a cosa sei interessato, chi sono i tuoi amici. Google sa, con l’approssimazione di pochi centimetri, dove ti trovi. Se hai bisogno di latte, e se c’è un negozio che lo vende lì vicino, Google te lo segnalerà“. Noi non sappiamo quali informazioni personali detengano i signori della Rete, né tantomeno conosciamo le concrete modalità di rielaborazione e circolazione delle stesse. O meglio, formalmente ci viene richiesto di esprimere un consenso al trattamento dei nostri dati, ma non siamo mediamente in grado di conoscere esattamente la natura e la mole dei dati che forniamo alle piattaforme digitali in cambio dei servizi resi da queste ultime senza il pagamento di un prezzo monetario.

Sappiamo che Google usa 57 indicatori per profilarci dalla testa ai piedi. Sappiamo che Netflix ospita la più grande banca dati al mondo, quanto alle preferenze dei consumatori in materia di fiction cinematografica e televisiva. Sappiamo che cercando una parola come «depressione» su un dizionario online, il sito installa fino a 223 cookies nel nostro computer. Sicché mentre navighiamo online i nostri gusti, le nostre opinioni, le nostre frequentazioni telematiche vengono registrate. Tale moltitudine informe di dati viene elaborata in modo da estrarne il valore economico. Veniamo “incasellati” in base alle nostre preferenze che vengono cedute agli inserzionisti, i quali possono così inseguirci con una pubblicità tagliata su misura. Ma insieme al filtro delle comunicazioni commerciali ci viene applicato anche un filtro sulle preferenze politiche, etiche, religiose, con il rischio di essere esposti esclusivamente ad informazioni a noi note. L’autismo digitale.

Dunque le tecniche di profilazione non chiamano in causa unicamente i nuovi business o la vecchia privacy. Mettono in gioco la possibilità di rapportarci gli uni agli altri, d’aprirci al mondo esterno. Così come l’algoritmo di Amazon ci suggerisce libri simili a quelli che stiamo consultando, al contempo i filtri che agiscono sul web tendono a proporci all’infinito le stesse fonti da cui già ci siamo alimentati, le stesse opinioni, le stesse informazioni. Sembrerebbe un sistema di induzione e controllo del “bisogno”. La progressiva “chiusura” delle idee in un recinto ben definito consente la semplificazione dell’offerta di beni e servizi: tanto più le preferenze di consumo sono omologate, tanto più semplice il business di chi deve soddisfare tali preferenze.

Le informazioni circolano, ma a compartimenti stagni, in circuiti separati. Da qui il confirmation bias, ovvero l’influenza delle nostre aspettative sui fatti rispetto al modo con cui li interpretiamo: uno schema mentale antico quanto l’uomo, che però l’informatica eleva alla massima potenza. Da qui, ancora, il fenomeno della post-truth, che Oxford dictionaries ha scelto come parola dell’anno 2016. In questo caso la “postverità” esprime l’irrilevanza dei fatti nella formazione dei processi cognitivi, come la negazione del riscaldamento globale o le false informazioni che hanno determinato Brexit (per esempio circa i costi pagati dagli inglesi all’Unione europea: 350 milioni di sterline a settimana, una cifra mai documentata).

Da qui, infine, una neonata disciplina: l’agnotologia, battezzata da Robert Proctor per indicare lo studio dell’ignoranza indotta attraverso dati scientifici fuorvianti. Ma l’agnotologia è nemica della democrazia, dato che quest’ultima si nutre del confronto tra punti di vista eterogenei. Il consumatore I dati personali che forniamo rappresentano la moneta con la quale paghiamo ogni chat, ogni ricerca, ogni consultazione online. Accettando i cookies, inoltre, rinunziamo alla segretezza delle nostre informazioni, ma forse senza la dovuta consapevolezza. Il compito dell’Autorità Antitrust, insieme alle consorelle Privacy e Agcom, è quello di individuare il limite tra legittimo “prelievo” e utilizzo dei dati dell’utente, e illegittima raccolta o sfruttamento degli stessi.

Un compito non semplice, perché se da un lato la tutela del consumatore protegge la consapevolezza dell’utente sull’utilizzo dei propri dati, dall’altro l’Autorità non può ignorare che la cessione di quei dati soddisfa un interesse economico dell’utente, consentendogli la fruizione “gratuita” di servizi ai quali è interessato. Inoltre, quei dati sono “benzina” (o “petrolio” secondo l’Economist) di innovazione, poiché consentono il miglioramento dei servizi offerti e la fornitura di nuovi.  Il tema del “prelievo”, con specifico riguardo alla consapevolezza del consumatore sui propri dati ceduti online, è all’attenzione dell’Autorità, come testimoniato anche dai recenti interventi in materia (Facebook/Whatsapp e Samsung PS10207). Difatti, non sempre l’utente di una piattaforma online o di un social media ha chiaro quali e quanti dati cede in cambio del servizio che ottiene, né tantomeno possiede gli elementi per valutare la natura proporzionata dello scambio.

Tu dai il consenso per una radiografia, loro ti somministrano una tac. Sul fronte delle ricadute concorrenziali l’analisi è certamente più delicata. Perché, come abbiamo ascoltato questa mattina, sono molti i fattori – a volte nuovi – da esaminare prima di poter ipotizzare una violazione dei principi a tutela della concorrenza da parte delle imprese in materia di raccolta/trattamento/vendita dei dati degli utenti. Occorre delimitare correttamente il perimetro concorrenziale in cui si muovono le imprese (si tratta di mercati relativamente nuovi), comprendere l’effettivo potere di mercato dei grandi operatori online, esaminare l’esistenza di barriere alla raccolta dei dati degli utenti, la diversa qualità e quindi il diverso valore economico del dato.

Si può ritenere, infatti, che lo sfruttamento commerciale del dato dipenda anche dalla sua diretta connessione con le preferenze di consumo e così, nella moltitudine di dati ceduti, solo alcuni avranno un valore elevato sul mercato della raccolta pubblicitaria. Ancora, bisogna tenere in debito conto il fatto che la “moneta” che l’utente utilizza per “pagare”, i propri dati, il più delle volte corrisponde a informazioni che lo stesso utente non ha modo di sfruttare economicamente in modo alternativo. In altre parole, i dati ceduti non hanno un valore economico in senso stretto per l’utente medio e sono peraltro spendibili contemporaneamente su più fronti (multi-homing, portabilità ecc).

Infine, ma non ultimo, l’Autorità esamina i comportamenti delle imprese nel settore digitale con particolare attenzione alle possibili ricadute in termini di incentivi all’investimento, nella convinzione che, nonostante tutti i limiti evidenziati nel dibattito odierno, lo sviluppo digitale degli ultimi vent’anni abbia prodotto una crescita delle opportunità senza pari nella storia, nonché rilevantissimi incrementi di efficienza. Questo non esclude, d’altra parte, che l’intervento antitrust sia opportuno laddove i comportamenti delle imprese si traducano in condizioni inique per i propri clienti o in una concorrenza non giocata sul merito. Anche perché lo sviluppo digitale rischia di subire battute d’arresto se gli attori principali (i consumatori: che forniscono dati, effettuano ricerche, convivono sui social e realizzano transazioni online) iniziano a maturare sentimenti di sfiducia quando navigano sul web (come rilevato anche dalla Commissaria alla concorrenza Vestaeger) .

L’Autorità si ispira ai principi della concorrenza delineati dalla normativa europea e trasfusi in quella nazionale, nei quali trova spazio il concetto di equità. In questo senso si è espressa un paio di settimane fa anche la Commissione europea, nelle parole del Direttore Generale per la Concorrenza, Laitenberger. L’equità delle condizioni imposte dalle imprese con riferimento ai dati raccolti dai propri utenti può ben rappresentare un terreno di indagine per un’autorità di concorrenza, laddove sia possibile rinvenire le condizioni per riconoscere in capo all’impresa una posizione dominante nel mercato.

In questo solco è stata avviata un’indagine conoscitiva congiunta con il Garante della Privacy e con l’AGCom sui big data, al fine di affinare la comprensione del fenomeno. In questo contesto, possono assumere un ruolo decisivo gli algoritmi utilizzati dalle piattaforme online per l’elaborazione dei dati provenienti dall’utente. Tali algoritmi consentono alle imprese la massimizzazione del profitto attraverso una rapidissima elaborazione di informazioni disponibili online sulle condizioni praticate dai concorrenti, e il conseguente adattamento delle proprie strategie di prezzo. Il fenomeno del machine learning (la modalità di autoapprendimento dei software basata sull’elaborazione progressiva, rapida e continua dei dati esistenti) non esclude che l’ottimizzazione della strategia di prezzo conduca il singolo programma ad interagire con gli altri.

L’OCSE ha diffusamente analizzato le potenzialità collusive insite nell’utilizzo di software e algoritmi da parte di imprese operanti nella fornitura dei medesimi servizi. Ma anche questa linea di intervento richiede cautele. In primo luogo, per gli effetti positivi in termini di efficienza che l’impiego di tali software determina sia dal lato dell’offerta (riduzione dei costi di produzione) sia dal lato della domanda (permettendo una discriminazione di prezzo basata sulla disponibilità a pagare dell’utente). In secondo luogo, nella misura in cui l’interazione avviene attraverso un programma, può perdersi l’elemento umano dell’intento collusivo, dell’”incontro di volontà” richiesto dalla normativa antitrust. In conclusione, l’Autorità è attenta agli sviluppi dei mercati digitali e ai fenomeni connessi.

Teniamo gli occhi aperti, ma anche voi, la stampa, aiutateci a guardare.

 

*Michele Ainis  è un giurista e costituzionalista italiano. editorialista del quotidiano La Repubblica, Dall’8 marzo 2016 è componente dell’AGCM, Autorità garante della concorrenza e del mercato




Antitrust: sanzioni a Tim, Vodafone e Wind per quasi 1milione e mezzo di euro !

Sanzioni Antitrust ai tre principali operatori telefonici . L’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato ha irrogato, rispettivamente, una multa di 400mila euro a Telecom e una di 500mila a Vodafone,  per aver adottato pratiche commerciali scorrette in occasione della trasformazione da gratuiti in servizi a pagamento dei cosiddetti “servizi di reperibilità” (“Lo sai” e “Chiamaora” nel primo caso e “Chiamami” e “Recall” nel secondo) .

CdG tim-vodafone-windLa scorrettezza della condotta, secondo l’Antitrust, consiste nell’aver mantenuto attivi questi servizi sulle sim vendute prima del 14 giugno 2014, anche dopo la loro trasformazione in onerosi, imponendo ai clienti l’acquisizione implicita del consenso a fruirne se non avevano provveduto di propria iniziativa a disattivarli. Ai sensi del Codice del Consumo, queste condotte sono state ritenute pratiche commerciali di per sé aggressive, consistenti in forniture non richieste. L’Agcm ha inflitto inoltre una sanzione di 150mila euro a Vodafone, per una violazione del diritti previsti dallo stesso Codice in attuazione della direttiva europea “Consumer Rights”. Per le sim commercializzate dopo l’entrata in vigore della nuova normativa, l’operatore ha adottato infatti una modulistica che prevede l’acquisizione implicita del consenso del cliente a sostenere il costo supplementare per i servizi di reperibilità.

L’Antitrust ha sanzionato con un terzo provvedimento,  Wind Telecomunicazioni S.p.A. con una multa di 250mila euro per un’altra pratica commerciale scorretta: l’attivazione unilaterale di un servizio oneroso denominato “Service card a carico dei clienti di telefonia mobile. Si tratta, secondo l’ Agcm, di una pratica aggressiva che consiste nell’aver esercitato una pressione tale da limitare considerevolmente la libertà di scelta e di comportamento dei consumatori. Gli stessi operatori, infine, sono stati coinvolti in altri tre procedimenti relativi alla distribuzione degli elenchi telefonici cartacei.

CdG antitrust-AGCMQuesto servizio, com’è noto a tutti, è stato escluso dagli obblighi di fornitura dal decreto legislativo 70 del 2012. La condotta oggetto delle verifiche dell’Autorità è consistita nell’omissione informativa sulla possibilità di rinunciare alla fornitura degli elenchi e quindi all’addebito in bolletta dell’importo relativo.

L’Antitrust, concludendo l’istruttoria, ha ritenuto di accettare gli impegni di Vodafone e Telecom, in ordine alla comunicazione di tale facoltà, tramite web o fattura, a beneficio dei consumatori. È stata sanzionata invece Wind, per la pratica commerciale relativa ai vecchi abbonati e poi ai nuovi, per i quali l’operatore non prevede l’acquisizione del consenso espresso al pagamento di un costo supplementare per il servizio di distribuzione degli elenchi. Multa di 95mila euro per l’omissione informativa e di 100mila per la violazione dell’art. 65 del Codice del Consumo riguardante i nuovi abbonati.




Ryanair multata per 850 mila euro dall’ Antitrust e confermata dal Tar Lazio per scarsa trasparenza sul sito

Multata per scarsa trasparenza. Dopo l’ Antitrust, cioè l’ Autorità Garante per la concorrenza ed il Libero Mercato anche il Tar del Lazio ha sanzionato Ryanair per le informazioni “insufficienti e inadeguate sulle polizze facoltative“. Il tribunale amministrativo laziale ha quindi respinto il ricorso dei legali della compagnia aerea irlandese ed ha confermato la sanzione di 850 mila euro comminata a metà febbraio 2014 dall’Antitrust . Per l’Autorità la  Ryanair ha violato il Codice del Consumo non fornendo, o facendolo in modo insufficiente e inadeguato, informazioni essenziali sulla polizza facoltativa destinata a coprire i rischi per l’annullamento del viaggio.

La responsabilità della di Ryanair, respinta fin dall’anno scorso con la promessa di modificare il sito web, è quella  di aver violato il Codice del consumo. Secondo l’Agcm le informazioni sui rischi realmente coperti dal contratto di assicurazione stipulato per l’eventuale annullamento del viaggio erano troppo superficiali e sommari. Infatti al cliente non veniva spiegato, per esempio, che il risarcimento non avrebbe coperto “le tasse e i diritti aeroportuali“. E che in diversi casi di imprevisto veniva applicata una franchigia troppo “elevata in proporzione al costo del biglietto“.

Se le informazioni non erano omesse, sicuramente erano di “non agevole reperibilità“, circostanze che “potevano indurre in errore i consumatori sulla natura del rischio assicurato“.