Quei fumi che non soffocano l’orgoglio di Taranto

Quei fumi che non soffocano l’orgoglio di Taranto

di Niccolò Zancan

Resistere a Taranto, al fondo dell’Italia. Dove un caffè al bar costa 50 centesimi, altrimenti non si vende. Dove per tre grandi panini imbottiti spendi 2 euro e 80. Dove sono arrivati i soldi per pagare gli stipendi agli operai dell’Ilva fino a febbraio, e poi chissà. I matrimoni sono in calo del 40%. L’acciaieria brucia capitale (-2,5 miliardi in due anni), nel frattempo continua a riservare sorprese. Mercoledì 10 dicembre c’è stato l’ultimo blitz dei Carabinieri: hanno scoperto sversamenti di catrame, olii e sostanze chimiche nel terreno dell’impianto numero 1. Una discarica abusiva interna. Sette indagati.

Il prof minacciato

Taranto è colpita al cuore, ma è ancora viva. Taranto è bellissima, anche se in pochi lo sanno. Andare in giro con il professore di educazione fisica Fabio Matacchiera, ambientalista per passione, apre gli occhi e rende inquieti. Da quando ha denunciato il livello di diossina che avvelena persino le cozze del Mar Piccolo, controlla ogni ombra. «Una sera, mentre stavo scendendo in garage, mi hanno avvicinato in due. Uno mi ha puntato la pistola al costato. Ha detto: “O la pianti o ti ammazziamo e ti buttiamo a mare!”». Ha avuto la scorta sotto casa per un anno e mezzo. È stato querelato 12 volte, 12 volte ha vinto. Continua a muoversi circospetto, e come non capirlo, del resto… Fabio Matacchiera si ostina a girare video notturni per controllare i fumi che escono dalle ciminiere: «Sappiamo pochissimo di quanto è stato fatto per mettere in sicurezza gli impianti. Siamo a metà dei tre anni di Aia, l’amministrazione integrata ambientale . Del miliardo e 200 milioni di investimenti previsti, ne sarebbero stati spesi un terzo. Mancano ancora le coperture dei parchi minerari e dell’area gestione rottami ferrosi». Ogni auto che passa, un batticuore. Non si può filmare l’acciaieria, neppure a distanza. «Io amo questa città – dice Matacchieramia madre mi ha insegnato il rispetto. Dobbiamo guarire. Dobbiamo inventarci un’altra Taranto». Di sera il quartiere Tamburi, quello delle polveri rosse, è spettrale. Neanche i cani randagi vanno in giro per strada.

La pediatra infuriata

Taranto è la capitale italiana della guerra fra poveri. Operai, ammalati, disoccupati, pescatori: tutti costretti a scegliere ogni giorno fra lavoro e salute. «Me lo dicono in tanti», spiega la pediatra Anna Maria Moschetti. «Morire giovani è messo in conto. La gente vede uscire il fumo da sempre. Ha perso la speranza». Non lei, non la dottoressa dei bambini. Lavorava a Torino, ma è tornata per combattere: «Perché è difficile non provare nostalgia per un posto bello come questo». Gira come presidente della commissione ambientale dell’ordine dei medici di Taranto. Vuole portare alla luce alcuni dati che sarebbero sotto gli occhi di tutti, se solo volessimo prestarci attenzione. «L’Arpa Puglia ha fatto uno studio approfondito per capire cosa succederà nel 2016, se davvero saranno eseguiti tutti i lavori di ammodernamento dell’acciaieria». Ed ecco il migliore dei mondi possibili. «Il rischio di inquinamento ritenuto “non accettabile” riguarderà 12 mila persone invece che 22.500. Ha senso? Spendere moltissimi soldi per lavori che non salveranno tutti?».

Orgoglio e nuove idee  

Vanno in giro, l’ambientalista e la pediatra. Incontrano i ragazzi di «Ammazza che piazza», specializzati nel recupero di pezzi abbandonati di città. Uno di loro si chiama Alessandro, 25 anni. È nato in un palazzo di via Federico di Palma, nel centro di Taranto. «Il mio balcone era quello là – dice – da anni vedevo questo enorme spazio in disgrazia totale. Era il dopolavoro della Marina, con il teatro». Ora è un centro sociale, si chiama «Officine Tarantine». Hanno costruito quattro laboratori: studio, sartoria, riparazione-biciclette, forno. Molti ragazzi lavorano qui. «Il 2012 per me è stato l’anno dei 14 funerali – spiega Alessandro – parenti, genitori di amici, amici. Insieme ad altri, abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa». A Taranto ci si deve ingegnare. Nascono idee. Marco De Bartolomeo lavora per un gemellaggio con la città greca di Sparta: «Indietro nel futuro». Sogna che Taranto diventi una città di combattenti, ritrovi l’orgoglio. Chi guarda il mare, vede tutte queste prospettive. Ma dietro, c’è la città vecchia che sta agonizzando. Alle spalle, il gigante dell’acciaio. Il processo, con 52 imputati e Fabio Riva ancora latitante, chiarirà quello che è stato.

 

Uno scatto di emozioni  

Francesco Schiavone è un fotografo di matrimoni. Il suo slogan è: «Niente pose». Sottotitolo: «Le storie d’amore non dovrebbero mai iniziare fingendo». È una metafora perfetta. Guardarsi in faccia. Riconoscersi. Volersi bene. «È un Natale duro – dice – di crisi fortissima. I matrimoni sono in calo da quattro anni, l’incertezza non porta sogni. Dobbiamo trovare un modo per salvaguardare il lavoro e l’ambiente». Le sue foto ritraggono donne splendide ed emozionate, padri commossi, mariti sudati. Pierpaolo Pasolini, dopo essere venuto a Taranto, nel 1959 aveva scritto: «Viverci è come vivere all’interno di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, lì, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari». Poteva essere una perla, che ne sarà di Taranto?

* articolo tratto dal quotidiano LA STAMPA

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