Quando certi giornalisti scambiano l'informazione con la diffamazione

Quando certi giornalisti scambiano l'informazione con la diffamazione

Gli avvocati non hanno la scorta, e quando affrontano incarichi scomodi, magari rinunciando a ben più lucrose parcelle quali difensori degli imputati, hanno come scudo solo il rispetto e la reputazione professionale. Metterne in dubbio addirittura la dignità, come ha fatto ieri il Corriere del Mezzogiorno, in un processo di mafia è molto grave.

di Michele Laforgia

Mascariare. In gergo siciliano la delegittimazione morale degli avversari si chiama “mascariare”. In terra di mafia, l’elenco delle vittime illustri del “mascariamento” è lungo e sanguinoso, da Pippo Fava a Giovanni Falcone, passando per Peppino impastato: tutti destinatari, in vita e dopo la morte, di sospetti e insinuazioni seminate ad arte sulla loro condotta pubblica e privata.

Ieri il Corriere del Mezzogiorno mi ha dedicato ben mezza pagina sostenendo che ho accettato di costituirmi parte civile per la Regione Puglia contro la mafia foggiana perchè “anche la sinistra tiene famiglia”. Avrei dovuto rifiutare perché ho spesso criticato politicamente il Presidente della Regione in carica. L’articolo a firma di Lello Parise è qui sotto, di seguito la mia risposta pubblicata oggi dallo stesso quotidiano.

A quello che ho già scritto, devo aggiungere che gli avvocati non hanno la scorta, e quando affrontano incarichi scomodi, magari rinunciando a ben più lucrose parcelle quali difensori degli imputati, hanno come scudo solo il rispetto e la reputazione professionale. Metterne in dubbio addirittura la dignità, come ha fatto ieri il Corriere, in un processo di mafia è molto grave. Tuttavia, se credono di zittirmi, farmi desistere dal mio impegno civile o rinunciare ai miei doveri professionali, hanno decisamente sbagliato destinatario.

Caro Direttore,

voglio tranquillizzare i lettori: non tengo famiglia. Il mio unico convivente è Ettore, il gatto con cui condivido l’abitazione da sei anni. Posso quindi permettermi il suo mantenimento senza patire particolari ansie di carattere economico ed evitando di mettere in palio la mia dignità. Del resto i bilanci della cooperativa di avvocati dalla quale percepisco la busta paga – eh sì, la busta paga – sono pubblici e chiunque può capire quanto incidono gli incarichi degli enti, tutti gli incarichi pubblici messi insieme, sul fatturato di Polis Avvocati.

Quanto al resto, considero molto di sinistra tenere ben distinte le relazioni personali dalle opinioni politiche. Conosco Michele Emiliano da quarant’anni e i nostri rapporti sono sempre rimasti cordiali. Quello che ne penso politicamente, invece, è pubblico. Le cose, al Paese mio, non sono affatto in contraddizione: il dissenso non deve mai far venire meno il rispetto per le persone e le istituzioni che rappresentano.

Considero ancora più di sinistra svolgere la professione di avvocato con lealtà, dignità e onore. Lello Parise ha l’età per ricordare che sono stato il primo avvocato a costituirsi parte civile contro i clan, nel lontano 1992, per il Comune di Bari. L’ho fatto innumerevoli altre volte, per associazioni, enti pubblici e privati cittadini, spesso gratuitamente. In passato ne ho anche ricavato qualche problema per la mia incolumità personale, com’è scritto in una sentenza passata in giudicato. Avendo acquisito una discreta esperienza in materia di criminalità organizzata, ho motivo di pensare che esista una correlazione, diversa dalle mie opinioni politiche, per la quale mi capita di essere nominato difensore di fiducia.

Infine, il compenso, calcolato secondo i valori medi della tariffa professionale nonostante si tratti di un maxi processo, anzi di due processi, a Foggia e a Bari, con 29 imputati e 23 capi di imputazione, dall’associazione mafiosa alle estorsioni aggravate, passando per il tentato omicidio. Considero sempre di sinistra, anzi, quasi rivoluzionario, di questi tempi, pretendere che gli enti pubblici e privati remunerino gli avvocati con un compenso dignitoso, adeguato alla delicatezza e alla qualità del lavoro che si richiede, soprattutto in materia penale. Lo rivendico anche a tutela dei miei colleghi più giovani, spesso costretti ad accettare incarichi con compensi ridicoli, a volte offensivi.

Ho quindi molti ottimi motivi per essere onorato dell’incarico che la Regione Puglia mi ha affidato. E che, “consapevole della dignità della professione forense e della sua funzione sociale”, continuerò a svolgere “con lealtà, onore e diligenza”, come recita il giuramento che ho pronunciato solennemente più di trent’anni fa.

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