Da luglio stop agli stipendi in contanti. In arrivo finalmente la fine delle buste paga false

Da luglio stop agli stipendi in contanti. In arrivo finalmente la fine delle buste paga false

ROMA – Finalmente una tutela anche per l’ esercito di innumerevoli lavoratori nei cantieri dell’edilizia, nei campi da coltivare, ma anche negli alberghi e ristoranti, nel facchinaggio o nelle varie cooperative che subiva un inqualificabile ricatto da parte dei datori di lavoro, cioè quello di essere costretti a firmare una busta paga per un importo, ma in realtà di accettare di riceverne di meno dietro la minaccia di perdere il posto.  Una delle tante estorsioni applicate nei rapporti di lavoro da alcuni datori di lavoro, che definire “strozzini” non è un errore, utilizzate per abbattere illegalmente i costi.  Svariate numerose manifestazioni di illegalità  che sindacati, inquirenti e giudici del lavoro conoscono molto bene .

I lavoratori vessati secondo la ricerca Censis-Confcooperative, sono 3,3 milioni e nel cono d’ombra del sommerso il loro salario medio scende da 16 a 8 euro l’ora. Molti datori di lavoro taroccano le buste paga spostando le voci laddove vengono detassate o sfuggono alla contribuzione. Come lo fanno ?   Ad esempio fanno figurare le ore lavorate come “trasferte”, gli straordinari come “premi individuali” o “diaria”, come ha testimoniato un recente rapporto della Fondazione Mario Del Monte e Legacoop Estense sulle cooperative più varie. Nei casi in cui il pagamento degli stipendi avviene in contante, è molto più semplice per il datore di lavoro in malafede riuscire a mettere in atto questo genere di violenza-ricatto ricatto.

Le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. Mettono una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie per un’evasione contributiva pari a 10,7 miliardi. Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il MEF, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro; il  salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioè circa la metà del salario orario lordo del lavoratore regolare. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde.

L’evasione tributaria e contributiva, nel periodo 2012-2014, ha raggiunto una media annua di 107,7 miliardi di euro, 97 dei quali riconducibili all’evasione tributaria e 10,7 all’evasione contributiva. Fra le voci più rilevanti dell’evasione si distingue quella relativa all’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro e quella da mancato gettito dell’Irpef derivante da lavoro e impresa, pari a 35 miliardi di euro. La sola Irap fa registrare una mancata contribuzione di 8,5 miliardi. Il mancato versamento dei contributi risulta pari a 2,5 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,2 per il datore di lavoro.

Dal prossimo 1° luglio, ci si augura, tutto ciò dovrebbe essere molto più complicato. Una norma contenuta nella legge di Bilancio – che ricalca una legge proposta da Titti di Salvo già anni fa – decreta lo stop al pagamento degli stipendi per contanti. Per retribuire il lavoratore il mezzo consentito sarà soltanto un bonifico, o utilizzando gli strumenti di pagamento elettronico. Il pagamento in contanti, sarà possibile esclusivamente se ad effettuarlo saranno per onto dei datori di lavoro gli sportelli bancari o postali, dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria, con mandato di pagamento. Alternativa lo stipendio pagato con un assegno da incassare, da  consegnare direttamente al lavoratore. Grazie a queste metodologie sarà impossibile sfuggire alla tracciabilità dei pagamenti e movimenti finanziari.

Nella legge originaria è previsto ed indicato che il datore di lavoro al momento dell’apertura del contratto  debba comunicare al Centro per l’impiego la modalità attraverso la quale corrisponderà il compenso. Esclusi dalla norma – che riguarda i lavori subordinati, cococo e lavoratori delle cooperative – sono la Pubblica Amministrazione, le colf o badanti che lavorino almeno quattro ore al giorno per lo stesso datore. Infine, come già avevano stabilito alcune sentenze dei Tribunali, non si considera più la firma della busta paga come una prova sufficiente dell’avvenuto pagamento delle prestazioni.

Negli uffici dell’ Ispettorato del lavoro ritengono che questa misura possa rivelarsi un ottimo deterrente, anche se al momento è praticamente impossibile quantificare il fenomeno – almeno finché non verranno applicate le prime sanzioni, che andranno da mille a cinquemila euro. La sensazione diffusa è che sia una piaga che colpisce di più la “bassa manovalanza”, cioè quelle persone più ricattabili sfruttate dal caporalato. Sarebbe auspicabile pertanto un’ informazione semplice e chiara, in via preventiva  per sensibilizzare e preparare i destinatari della misura, anche perché è probabilmente più alta l’incidenza di lavoratori non ancora dotati di strumenti bancari in quelle fasce di popolazione.

Il testo della Legge prevede infatti che il Governo si attivi con i Sindacati, Confindustria, le banche (Abi) e le Poste Italiane perché si scriva una Convenzione per “individuare gli strumenti di comunicazione idonei a promuovere la conoscenza e la corretta attuazione” delle norme. In teoria, ci sarebbero stati tre mesi di tempo che sono terminati con marzo. Ma chiedendo una conferma  ai vari soggetti che dovrebbero sedersi intorno al tavolo,  si ricevere l’impressione che al momento nessun input sia arrivato dal Governo, dove in questi mesi le priorità  sono state dimenticate dall’evoluzione della politica.

Un altro timore riguarda la capacità delle aziende in malafede di aggirare l’ostacolo. E’ prassi diffusa in alcuni settori di corrispondere il giusto stipendio, salvo poi chiederne la restituzione di una parte. Il caso più emblematico è quello di Paola Clemente, la bracciante morta in Puglia che veniva pagata due euro all’ora, o la più recente vicenda dell’albergatore siciliano candidato all’Ars, che dimostrano come la lotta all’illegalità e per la dignità del lavoro (e la sua giusta retribuzione) è appena cominciata.

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