L’Emiliano double face

di Giandomenico Amendola

Dovremmo ormai essere abituati a tutto ma la vicenda di Francesco Spina, sindaco di centro di Bisceglie con il Pd all’opposizione, arruolato da Emiliano nella sua legione straniera perché gli trovi candidati ed alleati nella BAT colpisce pesantemente. Il vecchio trasformismo, che ha da sempre segnato la politica meridionale, fa ormai quasi tenerezza non tanto per i piccoli numeri di allora quanto per il pudore con cui all’epoca avvenivano i cambi di casacca. Nei casi più eclatanti, diventati sempre più numerosi soprattutto a partire dagli anni ’90 , si tirava in ballo la crisi ideologica che veniva presentata, con contorte argomentazioni, come una folgorazione sulla Strada di Damasco. Si dimenticava, allora come oggi, che Paolo cadde da cavallo mentre i suoi più furbi adepti si sentono folgorati per restare in sella.

Oggi, si cambia partito con la stessa noncuranza con cui si sceglie tra una pizza alla romana ed una margherita. Ciò che importa è andare con il vincitore. Il motto “o Franza o Spagna, purché se magna” attribuito al Guicciardini, sembra aver trovato dopo cinque secoli piena cittadinanza in Puglia. Ennio Flaiano, che di Italiani se ne intendeva, parlava dell’antico vizio di correre in soccorso del vincitore. Corrono in folla quando il vincitore – come nel caso delle regionali pugliesi – sembra ormai certo.

CdG Michele Emiliano Pd

A destra, infatti, sembrano ormai rimaste solo macerie, ciò che Forza Italia offre è l’immagine di una città alla Beirut semidistrutta dalla guerra civile. Malgrado una vittoria quasi certa, il candidato di quello che per comodo può ancora chiamarsi centro sinistra continua gli arruolamenti di massa senza alcun filtro né personale né ideale. Il comune denominatore è EX, ex Udc, ex Forza Italia, ex Centro democratico. Ci sono anche gli ex al quadrato, quelli cioè che hanno attraversato quasi tutti i partiti. Su qualcuno che ha anche attraversato le aule giudiziarie è in corso un dibattito.

 Le miserie locali di cui scrive Massimo Franco nel suo editoriale pubblicato dal Corriere della Sera possono sembrare piccole viste da lontano ma se le si guarda da vicino sono enormi. La politica – grazie alle picconate di avidi e spregiudicati candidati – sta venendo giù con maggiori rapidità e danni dei viadotti siciliani. E’ più che probabile che Emiliano vinca ma a perdere non sarà il centro destra quanto la stessa politica. Il caso di un sindaco – che a Bisceglie continuerà a governare con l’opposizione del Pd e che guida la Provincia Bat eletto con i voti del centrodestra e sempre con il Pd all’opposizione – arruolato per raccattare qualche voto in più avrà probabilmente l’effetto di fare ulteriormente aumentare l’astensionismo che in Puglia sembra ormai prossimo al cinquanta per cento. Prossimo , cioè, a raggiungere la vera maggioranza.
* tratto dal Corriere della Sera-Corriere del Mezzogiorno



Nessuna solidarietà a Claudio Giardiello, l’ omicida del Tribunale di Milano

di Deborah Dirani

Claudio Giardiello non è una vittima del fisco, non è un poveraccio stroncato a metà dai debiti che si preoccupava di pagare gli stipendi ed è finito col non avere più i soldi per mangiare. Claudio Giardiello era accusato di bancarotta fraudolenta e tra un presunto bancarottiere e un poveraccio alla canna del gas ci sono i 7 mari di differenza.

No, perché qua è già un proliferare di commenti ignoranti che fanno di questo tipo (uno che ieri mattina è entrato al Tribunale di Milano con una pistola e due caricatori e ha seccato tre persone) una specie di eroe dei falliti. In poche ore, gironzolando sui social, mi sono imbattuta in al meno 4 pagine di solidarietà a ‘sto soggetto e in commenti tipo “10 100 1000 Giardiello“. Il gradino più basso lo ha raggiunto un quotidiano on line, ilnord.it che ha paragonato questo delinquente agli 82 mila piccoli imprenditori falliti a causa della crisi.

Non scherziamo, grazie.

La crisi con la bancarotta fraudolenta non c’entra niente. Non ho pietà per i furbi, per quelli che vivono sempre sorpassando sulla destra, che impoveriscono me e la gente come me (gli sfigati della prima corsia) non pagando le tasse. Perché qua la vita è difficile per tutti e lo è sempre di più a causa di chi costruisce palazzine e i soldi cash che gli mettono in mano al compromesso se li fa sparire in tasca.

Se la pressione fiscale di questo paese è al 70% la colpa è di questi funamboli della furberia che, finché gli va bene, trattano la gente onesta con la supponenza di chi la sa lunga e quando poi, come è giusto che sia, finiscono beccati con le mani nel barattolo della Nutella fanno una capriola e si trasformano in vittime di uno Stato cattivo che gira in auto blu. Ma per piacere.

CdG Tribunale MilanoCerto oggi Claudio Giardiello lo conosciamo tutti come l’uomo che ha fatto una strage in tribunale, ma sarebbe bene che tenessimo conto che quella strage non c’entra niente con la crisi, con l’esasperazione della povera gente. La povera gente le paga le tasse, fino all’ultimo soldino, rilascia, certo smadonnando, fatture e scontrini, non ammicca ai poteri forti pagando tangenti, e la notte va a letto preoccupata per il futuro, sì, ma con la coscienza immacolata come un lenzuolo appena candeggiato.

No, scusate, Giardiello non è vittima di nessuno, se non di se stesso e, per quanto mi riguarda, non merita alcuna solidarietà. Non è un eroe sfigato che una mattina di primavera impazzisce e compie una strage. Gli eroi sfigati non gli assomigliano per niente. Io ne conosco tanti, di eroi sfigati vestiti di stracci che lottano anche se come arma hanno un cucchiaio di latta. Sono vecchi e giovani, sono imprenditori che non si danno lo stipendio ma lo danno ai dipendenti, che non vanno in vacanza e che entrano in fabbrica all’alba e ne escono di notte. Sono uomini e donne che hanno le tasche vuote di denaro e piene di onestà e che, purtroppo, questo sì, quando arrivano a non avere più speranza si arrendono. Non sono furbi, gli eroi sfigati, non piangono miseria e si nascondono i soldi sotto al materasso. Non ce li hanno i soldi perché gente come Giardiello ha barato e li ha fregati.

Evitiamo di dire che i piccoli imprenditori italiani sono come lui, ormai poveri, stanchi e arrabbiati. I piccoli imprenditori italiani non sono truffatori, maneggioni e bancarottieri e se sono stanchi lo sono perché la lotta per sopravvivere onestamente li sfianca. Se sono poveri è perché il fisco li tortura e il fisco li tortura perché recupera dagli onesti ciò che gli viene sottratto dai farabutti.

No, nessuna solidarietà a Giardiello e a quelli come lui, a quelli che sorpassano da destra e non rispettano le regole. Piangano miseria, sì: dietro alle sbarre di un carcere e che i fazzoletti se li portino da casa.

*giornalista, blogger del quotidiano online L’ HUFFINGTON POST

CdG Luciano Quarta

L’ Avv. Luciano Quarta

Il commento di Luciano Quarta, avvocato del Foro di Milano

Premetto che sono fermamente convinto che nulla possa giustificare un omicidio plurimo e che esprimo la più profonda solidarietà soprattutto al collega avvocato vittima di questa di follia. Detto questo, credo che l’articolo muova da alcune premesse oggettivamente sbagliate. Conosco Giardiello da circa vent’anni e non riesco ad inquadrarlo nella figura di un uomo che vive di espedienti e tantomeno come un violento. Giardiello era un imprenditore accorto ed intelligente e un uomo con grandi qualità umane, quando lo frequentavo. Si è imbarcato in una straziante ed infinita battaglia giudiziaria contro i suoi soci. Non entro nel merito della vicenda, ma il risultato è che in sette o forse otto anni di tormenti, si è trasformato in una belva assetata di sangue. Questa non è e non vuole essere una giustificazione. Credo che però debba essere un elemento di riflessione: la sua percezione era che gli fosse negata la giustizia.

Che fosse una percezione visionaria e psicotica, o completamente campata in aria, francamente lo dubito, non fosse altro che per il fatto che, in venticinque anni di professione forense, di episodi di giustizia negata ne vedo in abbondanza. E credo che accanto al primario interesse collettivo a fermare chiunque impugni un’arma con l’intento di uccidere o minacciare l’incolumità di altri, lo Stato e la collettività abbiano il dovere di porsi questo tipo di interrogativo: come può una persona assolutamente inoffensiva (per come l’ho conosciuta io e le tante altre persone che lo conoscevano) trasformarsi in modo così stravolgente?

Non è che esiste una concreta possibilità che il sistema giudiziario non sia riuscito a dare al cittadino Giardiello delle risposte adeguate fino a condurlo alla follia? Saremmo ipocriti se nascondessimo il fatto che uno Stato, pluricondannato dalla Corte di Strasburgo per le inefficienze del sistema giudiziario, subisca un danno gravissimo ed irrimediabile da questa situazione cronica. Gli investitori esteri si allontanano dal Paese perchè sanno bene che un qualunque incidente giudiziario (che sia un semplice inadempimento contrattuale, un mancato pagamento, un rilascio di un immobile, etc.) ha tempi e variabili incompatibili con le esigenze del mercato.

La reazione folle di alcuni va condannata e fermata, ma credo sia dovere anche di chi fa informazione non consentire che il fatto di sangue consenta di far passare in secondo piano le radici di quel fatto, se hanno una simile rilevanza sociale.




I “Misteri…. di Taranto”

La Settimana Santa è per Taranto un momento importante in cui fede e tradizione popolare si incontrano generando emozioni straordinarie. La processione dell’Addolorata prima e quella dei Misteri poi, riempiono le strade e attraggono anche molti turisti. Non solo chi crede ma anche chi non crede rimane affascinato dal passo dei perdoni, dai simboli carichi di significati e dalle consuetudini che si tramandano di padre in figlio. Anche questa è la foto di una Taranto che vuole rilanciarsi ripartendo dalle cose belle. Purtroppo, però, c’è sempre chi prova a rigettarla nel torbido passato neanche tanto lontano. Sembra davvero che nulla sia casuale ma sfidiamo chiunque a parlare di volontà divina.

Il riferimento è a don Marco Gerardo, parroco della chiesa del Carmine e guida spirituale della Confraternita del Carmine. Don Marco è rinviato a giudizio in seguito all’inchiesta “Ambiente Svenduto“, quella che ha svelato la rete intessuta da Archinà (allora responsabile per i rapporti istituzionali dell’Ilva) finalizzata, secondo l’accusa, a garantire maggiori profitti per il siderurgico a discapito degli investimenti per inquinare meno. Noi crediamo che siano tutti innocenti fino al terzo grado di giudizio. La giurisprudenza ci insegna, però, che la verità giuridica non deve essere confusa con la condanna morale. Lo ricordava, usando proprio queste parole, anche il presidente della CEI Bagnasco in occasione della recente assoluzione di Silvio Berlusconi nel processo Ruby. Quello che questo Comitato non comprende è perché non senta la necessità di fare un passo indietro rispetto all’importante carica che ricopre, attendere i tempi della giustizia e, nel frattempo, fare spazio a qualcun altro.

CdG Chiesa_del_Carmine

nella foto, la Chiesa del Carmine

Nessuno in questi anni ha chiesto a don Gerardo se rifarebbe quella telefonata ad Archinà per “consigliare” una sponsorizzazione. Giusto per non scavare più di tanto, per rimanere sul semplice sapendo bene che il ricorso al bancomat dell’Ilva per ogni genere di iniziativa era lo sport più praticato a Taranto (e non solo). Se nessuno ha posto questa domanda figurarsi se qualcuno avrebbe mai potuto chiedere a don Marco la verità sulle donazioni del siderurgico alla Curia e su quella discrepanza rispetto alla testimonianza di mons. Papa per la quale oggi si trova a dover rispondere ai giudici. A Taranto certe domande non sono di moda da tempo e diciamocelo: in pochi possono permettersi di porle. Don Marco, di contro, di parole ne ha tante e ieri, nel momento di maggiore visibilità propria e della chiesa tarantina, non ha mancato di pregare per chi sarebbe sempre alla ricerca di un capro espiatorio per i problemi della città. Affinchè tornino sulla retta via.

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(per ascoltare l’intercettazione clicca QUI)

I tarantini che si ammalano come pochi altri al mondo a causa dell’inquinamento, però, hanno dovuto sopportare altre “lezioni” in queste ore oltre quella impartita da don Gerardo. Hanno scoperto gli straordinari effetti delle elezioni regionali sulla religiosità dei candidati. Dovevano candidarsi come governatori della Puglia Emiliano e Schittulli per seguire con tanta passione la statua di Gesù morto. Davvero straordinario, tanto quanto le parole del giornalista Pierangelo Putzolu, direttore editoriale di Taranto Buona Sera. “I Misteri devono richiamare la città all’unità”, ha profetizzato attraverso le telecamere di una nota emittente locale. Putzolu non è indagato nell’inchiesta Ambiente Svenduto. Su di lui non pendono accuse di reato.

Questo Comitato si domanda, però, come sia possibile che chi permise ad Archinà di scrivere sotto falso nome sul giornale per il quale lavorava (Il Quotidiano di Puglia), con l’obiettivo di sminuire l’allarme berillio al quartiere Tamburi che nel 2010 rischiava di mettere in difficoltà l’Ilva, oggi abbia addirittura una vetrina così importante dalla quale pontificare. Nel silenzio di una intera città che non si interroga nemmeno sugli aspetti morali richiamati per primo da Bagnasco (ma che forse valgono solo per Berlusconi…). Il tutto mentre dell’indagine aperta da due anni dall’Ordine dei Giornalisti di Puglia, proprio sulle vicende emerse da quelle intercettazioni e che coinvolgono alcuni giornalisti tarantini, non si sa più nulla. Tutto tace. Nella città del Primo Maggio, dove le associazioni e i movimenti si ritrovano per lottare insieme contro le ingiustizie, i misteri continuano a essere tanti. Purtroppo non sono solo quelli della Settimana Santa.

Comitato Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti




Cosimo Mele dall’ UDC aI Pd. Emiliano perdona…o dimentica la cocaina e le prostitute ?

di Giulio Cavalli

Quasi controvoglia, Cosimo Mele è tornato. Proprio lui, l’ex deputato Udc travolto otto anni fa da uno scandalo a luci rosse per un festino in un hotel romano pare a base di sesso&cocaina. Era scomparso dai radar della politica nazionale nel 2007, rinnegato da tutti. Ora è il Partito Democratico a offrirgli la ribalta candidandolo a sindaco di Carovigno, suo paese natale in provincia di Brindisi. Uno sbocco naturale, l’incoronazione ricevuta dal centrosinistra. Perché nell’ultimo anno e mezzo Mele ha amministrato il comune alle porte del Salento anche con l’appoggio post-elettorale del centrosinistra. Il Pd non pestò i piedi al ballottaggio del maggio 2013 lasciando ai propri elettori la libertà di decidere se votarlo o meno, poi nove mesi dopo è entrato in giunta con l’attuale segretario cittadino, Marzia Bagnulo, che ha guidato l’assessorato al turismo.

Nel frattempo Mele ha spinto i Dem, infruttuosamente, alle comunali nella vicina Ostuni e aveva ‘invitato’ a sostenere Matteo Renzi nella sua scalata ai vertici del partito. Insomma, le farfalle nello stomaco si sentivano già da molto tempo. L’amore è sbocciato in primavera, benedetto da una vecchia conoscenza dell’ex deputato, il consigliere regionale Giovanni Epifani, e dal Pd di Carovigno: “Il direttivo cittadino ha votato all’unanimità – spiega Meleilfattoquotidiano.it – Ed è noto che Epifani è stato tra i pochi a dare risposte a Carovigno nella scorsa legislatura”. Strette di mano e via, verso il secondo trionfo in due anni, per ribadire che il sindaco uscente – si è dimesso il 2 febbraio – è ancora più forte del Pdl battuto nel 2013 e di quel Nuovo Centrodestra che negli scorsi mesi ha sfilato consiglieri e assessori alle sette liste civiche che lo avevano sostenuto.

Cosimo Mele e Francesca Zenobi

nella foto, Cosimo Mele e Francesca Zenobi

E da quelle riparte ancora, l’ex onorevole dell’Udc che nel 2007 fu travolto dallo scandalo a luci rosse consumatosi in un albergo della capitale. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio si trovava in una suite dell’hotel Flora in via Veneto, a Roma. Con lui c’erano due escort, una delle quali, Francesca Zenobi, accusò un malore e disse di aver assunto cocaina che, a suo dire, gli era stata data proprio da Mele. Accuse che lui ha sempre respinto e per le quali sta ancora affrontando un processo per cessione di stupefacenti.

La Zenobi è poi finita a sua volta in aula perché, secondo le accuse, chiese soldi al politico – che si è costituito parte civile – per ritrattare la sua versione. Nel frattempo Mele era stato costretto a dimettersi dall’Udc e non venne ricandidato alle politiche del 2008. Ma dopo due anni riapparve sulla scena politica, sfiorando subito il colpaccio. Un posto in lista gli venne garantito dall’Alleanza di Centro durante le elezioni provinciali nel 2009: raccolse 1290 preferenze. Tante, ma non sufficienti per l’elezione.

Quel pacchetto di voti ingolosì Io Sud di Adriana Poli Bortone che l’anno dopo lo candidò alle regionali, provocando l’irritazione dell’Udc, all’epoca alleata nella corsa per battere Vendola: “Contro Mele non abbiamo nulla di personale – spiegò il coordinatore regionale Angelo Sanza – Ma ci sono i fatti a testimoniare la storia delle persone”. Poi è arrivato il tempo di prendersi Carovigno, la sua roccaforte di voti. “La riconoscenza, in politica, è solo un sentimento del momento, lo sa? Mi hanno gettato nelle fiamme, mi hanno fatto bruciare. Ma ora sono qui. Me lo ha chiesto la mia città, perché ha bisogno di me. E io sono pronto”, disse prima del ballottaggio a ilfattoquotidiano.it.

Durante il suo primo mandato ha puntato forte sul turismo, revocato la delega alla Cultura all’assessore che aveva invitato la pornostar Ilona ‘Cicciolina‘ Staller come testimonial di un evento e chiesto con una circolare di esplicitare il titolo di ‘onorevole’ sui documenti che portano la sua firma. Ora dopo tanto centro, una puntatina destrorsa con la Poli Bortone e un viaggio in solitario, abbraccia il centrosinistra. Si sussurra che sia pronta anche una tessera del Pd con il suo nome. “Non mi interessa”, taglia corto lui prendendo sotto braccio i democratici che lo accompagneranno verso lo scranno più alto di Palazzo di città.




L’assoluzione di Amanda e Raffaele, il gesto dell’ombrello a mia madre, simbolo dei forcaioli italiani

di L’ Ultimo Camerlengo

Al momento della notizia della sentenza che sanciva in via definitiva la non colpevolezza di Raffaele Sollecito ed Amanda Knox dal delitto di Meredith Kercher, ero appena rientrato a casa di mia madre dopo aver portato a spasso Lion, il bellissimo e buonissimo gold retrivier che forse entro l’anno dovrò cercare di sistemare altrove, visto che chi l’aveva acquistato ora è presa da altre passioni (senili) e mia mamma certo non è in grado di gestire un cane di taglia grande e di 40 chili di peso…(anzi, se qualcuno fosse interessato, mi contatti).

Mia madre, una forcaiola in formato gentile (per lei sono SEMPRE tutti colpevoli, senza dubbi, però è contraria alla pena di morte e forse anche all’ergastolo…umana no ? )  stava vedendo uno dei suoi programmi preferiti, Quarto Grado, mondezza simile a Chi l’ha visto, della Sciarrelli o Porta a Porta di Vespa.

Mi sono dunque messo seduto vicino a lei, perché ovviamente volevo anch’io sapere come avrebbero deciso i giudici della Cassazione. Alla notizia dell’assoluzione, mia madre ha avuto un sussulto di sgomento ed io non mi sono trattenuto, regalando al pur amato genitore il gesto dell’ombrello !!

E quando ce vo ce vo !!  Naturalmente c’è rimasta male, e un po’ mi sono pentito, però in lei io in quel momento vedevo Travaglio, Ferrarella, Bruzzone, Matone, Sciarrelli …ma l’elenco è, purtroppo, lunghissimo. E poi c’è la folla dei senza nome, dei tricoseuses italiani, per i quali, proprio come per mia madre, l’imputato è sempre colpevole perché se no “che è morta di freddo ??“.

L’idiozia di questa frase lascia basiti, e quindi senza replica. Il che fa pensare a costoro di aver pronunciato un argomento invincibile, laddove il silenzio è solo dovuto al non voler rispondere nell’unico modo a quel punto sensato : “MA VAFFA…”.
Siccome c’è stato un omicidio, allora qualcuno deve essere per forza condannato…se è il colpevole meglio, altrimenti pazienza, che la vittima e i suoi parenti devono avere giustizia !

Ma che giustizia è se viene condannato un innocente ???

Ciò posto, ribadisco quanto sempre detto in queste occasioni. Processi così complicati, protrattisi per anni, con 5 pronunce 5, migliaia di pagine e centinaia di ore di udienza, non possono creare alcuna convinzione veramente fondata in noi semplici spettatori.

Io quindi non sono tra quelli che dicono : è stata resa giustizia a degli innocenti. Non lo so se questi due ragazzi lo sono. Lo spero, ma non lo so. Quello che però SO è che gli elementi che erano stati raccolti contro di loro erano contraddittori, discutibili, tanto è vero che una Corte li aveva assolti e quest’ultima di Cassazione ha bocciato definitivamente coloro che li avevano condannati (compresi i colleghi della stessa suprema corte, che avevano annullatol’assoluzione oggi invece confermata). Una simile altalena per me – che da 30 anni non mi masturbo più con le fole sulla “certezza del diritto” – è assolutamente sufficiente per affermare che il “ragionevole dubbio” non sia stano superato e pertanto gli imputati NON potevano essere condannati. In penale il concetto di probabilità deve essere estremamente più severo che in civile, visto che in ballo c’è il bene più grande di una persona : la sua libertà.

La sentenza è uscita in tarda serata, per cui quelli del Garantista non hanno coperto la notizia ( il che è indice dei pochi mezzi economici del “nostro” giornale…pensiamoci, noi che ci pensiamo garantisti), mentre gli altri giornali mostrano lo sconcerto di chi era colpevolista nell’anima…Quelli di Libero per esempio, che hanno penne pregiate come Facci e Giacalone, e fino all’anno scorso anche la Maglie, gente dal garantismo d’acciaio, in realtà, come direzione e redazione, tendono a rappresentare l’animus più tipico della destra, che solo per Berlusconi si era camuffato da anti giustizialismo.

Dei cronisti di giudiziaria del Corsera, ho sempre parlato male, tutti “amiconi” dei PM milanesi, per motivi di carriera (un loro collega, Massimo Lugli, di Repubblica…, ha denunciato a chiare lettere questo servilismo professionale di coloro che battono, in tutit i sensi, i marciapiedi dei tribunali). Ferrarella oggi non scrive, che probabilmente, a caldo, gli è preso un coccolone e si deve riprendere. Allora scrive la Sarzanini, e ben si capisce, leggendola, da che parte batte il suo cuore, gonfio di delusione…

CdG gesto dell'ombrello

Ah, chiosa finale. Pare che Raffaele Sollecito sia stato tenuto, per tutto il tempo di attesa della decisione della Corte, sotto la sorveglianza di uno stuolo di agenti di polizia… Se fossi stato il padre del ragazzo, alla notizia mi sarei affacciato dal balcone e avrei detto, con tono poco gentile ” mò ve ne potete pure annà a casa“.

Ma quello è un signore, e poi non parla romano.

* L’ultimo camerlengo è un avvocato romano con 30 anni di esperienza e patrocinante in Cassazione da 15 anni




Sud, con una selezione degna della classe dirigente sarebbe una ‘terra bellissima’

di Alessandro Cannavale

Schermata 2015-03-10 alle 17.10.53Il recente intervento di  ad Annozero di Michele Santoro merita un ascolto attento e qualche necessaria sottolineatura. Saviano (guarda QUI) ha parlato anche di Sud, spiegando, assai chiaramente, una delle ragioni per cui la cosiddetta Questione meridionale non trovi, finalmente, un suo epilogo positivo.

L’autore campano ha evidenziato il problema essenziale dellaselezione delle classi dirigenti meridionali. Si tratta di una generalizzazione, ovviamente, ma permette di spiegare come mai certi divari si siano protratti, senza soluzione di continuità, tra Nord e Sud, per tutto il secolo e mezzo di storia unitaria. Parlando della classe dirigente meridionale, Saviano dice una cosa chiara e altrettanto grave. Preferisco citare le parole dello scrittore:

Spesso si viene scelti per la lealtà che si giura, non per capacità, per responsabilità, per creatività e per innovazione. Io ti scelgo perché so che tu mi sarai leale. E perché so che tu, senza di me, sei fuori dai giochi. Se si continua a selezionare così la classe dirigente al Sud, non ci sarà nessun nuovo percorso”.

Uno scenario tanto inquietante quanto verosimile, perfettamente compatibile con una gestione prettamente partitocratica del potere. Per tutti coloro che sono emarginati da questa modalità di gestione del potere l’unica alternativa è l’emigrazione. Occupi un ruolo se sei leale a un patto. Il termine patto, o giuramento, viene dal greco antico òrkos. La liberazione dal patto è indicata in lingua italiana, dalla parola esorcismo. Occorre esorcizzare, dunque, lostatus quo, in cui si ignorano o si derubricano sistematicamente le questioni che attanagliano il Sud, danneggiando, di riflesso, tutto il Paese.

I dati statistici, spesso discussi su questo blog, non troveranno mai un’inversione di tendenza se, come dice ancora Saviano: “Il problema vero è che il Sud non interessa più. […] Il problema Sud è già risolto con l’emigrazione. […] Il Sud è ignorato dalla politica italiana”. “L’unica strada è andare via”, mancando il soddisfacimento delle minime sogli dei “diritti minimi”, e quindi le regioni del Sud non pesano più.

L’emigrazione continua, oggi, ad essere la valvola di sfogo demografico che consente di disinnescare le inevitabili tensioni sociali che scaturirebbero dalla permanenza di chi è costretto a cercare lavoro fuori. Al Nord, come all’estero. Ho trovato una conferma a quanto diceva Saviano nelle parole più datate del lucano Ettore Ciccotti, che scrisse un mirabile articolo sull’emigrazione dal Sud, nel 1912. L’emigrazione, dopo l’Unità d’Italia, era assurta a “fenomeno centrale della vita meridionale”, cito le sue parole. “La mancanza della pressione di una popolazione numerosa, poi, […] toglie l’occasione, l’impulso e la forza a quella reazione contro l’ambiente arretrato che più di tutto potrebbero costringerlo a rinnovarsi. L’emigrazione funziona nel Mezzogiorno, in mancanza di salda organizzazione, come uno sciopero immenso, colossale. L’America, anzi, è l’Aventino di quei lavoratori”. Se ai tempi di Ciccotti l’emigrazione riguardava prevalentemente contadini, riguarda oggi laureati e plurititolati, coinvolgendo nel fallimento il tessuto produttivo e tutto il sistema formativo.

Sento, tuttavia, di poter essere ottimista. La conoscenza dei mali che affliggono un territorio è il passo propedeutico alla cura degli stessi. In parallelo, un nuovo fermento culturale e civile va sorgendo nel Sud, specialmente tra le nuove generazioni, in cui cresce la consapevolezza, l’attaccamento al territorio nelle sue declinazioni ambientali e culturali. Sarebbe oggi più difficile occultare i fusti di veleni di varia provenienza sotto la superficie dei fondi agricoli.

Il Sud cambierà. Sarà realizzata la profezia di Paolo Borsellino: “Un giorno questa terra sarà bellissima!”.

* tratto da Il Fatto Quotidiano




Storie di mala (Guardia di) Finanza…

di Valeria Pacelli

Il 6 febbraio la Corte dei Conti ha chiuso la vicenda della ‘mega penale’ inflitta ai colossi delle slot machine. In appello i due concessionari Bplus e Hbg sono stati condannati a pagare in totale poco più di 400 milioni di euro per gli inadempimenti del 2004-2005, anni di avvio del servizio. Sono stati invece assolti due ex alti dirigenti del Monopolio, Giorgio Tino e Antonio Tagliaferri. Non sarà una grande somma rispetto ai circa 90 miliardi delle prime contestazioni della Guardia di Finanza o rispetto alla sanzione di circa 2,5 miliardi comminata in primo grado ai dieci concessionari (tra il primo grado e l’appello, otto delle dieci concessionarie coinvolte avevano scelto di aderire alla sanatoria prevista dal decreto Imu versando il 30% della somma riportata in primo grado, mentre Bplus e Hbg avevano deciso di proseguire nel giudizio d’appello), ma 407 milioni di euro certo non fanno male all’erario.

Questo risultato complessivo, pari a 837 milioni di euro tra la sanatoria di Letta e le condanne del 6 febbraio, non sarebbe stato raggiunto senza l’azione di un gruppo di finanzieri che ha agito contro i comandi – non entusiasti dell’indagine – e della politica, che ha remato contro con commissioni e condoni. Lo racconta, in un verbale inedito, l’ex comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche, Umberto Rapetto. L’ex finanziere, ora in pensione, spiega la circostanza ai pm milanesi che indagavano sui prestiti della Popolare di Milano (nell’elenco c’è anche Bplus) e fornisce le prove consegnando una lettera inviatagli da Virgilio Elio Cicciò, generale di Corpo d’Armata. È il 4 giugno 2012 quando Rapetto viene sentito. “Nel luglio del 2006 cominciò un nostro intenso lavoro delegato dalla Corte dei Conti ed in particolare dal dottor Smiroldo”. Posso dire che il nostro Comando Generale ha sempre cercato di orientarci verso il disimpegno da queste indagini, anche attraverso note formali che contestavano l’assenza di una nostra competenze in materia. Ricordo una nota del Generale Cicciò che mi invitava a comunicare al magistrato contabile la nostra incompetenza formale, proponendo di rivolgere la delega al Nucleo di PT. Il dott. Smiroldo non accolse l’invito verso il quale fu anzi molto critico, pregandomi di segnalare a lui eventuali tentativi di interferenza con le indagini da parte dei miei superiori”.

Rapetto consegna ai magistrati la nota del generale Cicciò, ora in pensione anche lui, datata 16 ottobre 2006: nella lettera si ordina a Rapetto di proporre al magistrato contabile di “rivolgere la delega alla articolazione preposta del locale Nucleo di polizia tributaria restando, comunque, a disposizione del citato magistrato” per specifici atti connotati “da elevato tecnicismo nel settore informatico”.

L’ex finanziere Rapetto comunica il contenuto della nota al magistrato Smiroldo, al quale chiede di ridefinire “i compiti assegnati al nucleo (…) così da considerare la disponibilità del più completo apporto investigativo e demoltiplicare lo sforzo operativo difficilmente sopportabile da un unico Comando”. Smiroldo, però, è convinto delle competenze del Nucleo Frodi Informatiche e il primo dicembre risponde esortando Rapettoa continuare nella direzione intrapresa (…) Qualora articolazioni del Corpo non dovessero assicurarLe piena collaborazione nell’ambito dell’attività istruttoria che Ella svolge su delega della Corte dei Conti, ovvero dovessero ulteriormente ripetersi tentativi – diretti o indiretti – di ingerenza nelle decisioni investigative di questa Procura, La invito ad informarmi immediatamente”. Alla fine l’inchiesta ha raggiunto il risultato voluto grazie a chi avrebbe disatteso gli ordini e lo Stato incasserà 837 milioni di euro.

* articolo tratto da IL FATTO QUOTIDIANO

CdG Ecco cari lettori una delle tante storie delle manipolazioni che a volte alcuni ufficiali della Guardia di Finanza compiono. Ma per fortuna l’ossatura, la base delle Fiamme Gialle è composta da persone per bene, veri “servitori” dello Stato. Ed a loro dobbiamo dire grazie. Salendo in alto nelle gerarchie, molto spesso invece bisogna tapparsi il naso…E noi ne sappiamo qualcosa personalmente !




Quei fumi che non soffocano l’orgoglio di Taranto

di Niccolò Zancan

Resistere a Taranto, al fondo dell’Italia. Dove un caffè al bar costa 50 centesimi, altrimenti non si vende. Dove per tre grandi panini imbottiti spendi 2 euro e 80. Dove sono arrivati i soldi per pagare gli stipendi agli operai dell’Ilva fino a febbraio, e poi chissà. I matrimoni sono in calo del 40%. L’acciaieria brucia capitale (-2,5 miliardi in due anni), nel frattempo continua a riservare sorprese. Mercoledì 10 dicembre c’è stato l’ultimo blitz dei Carabinieri: hanno scoperto sversamenti di catrame, olii e sostanze chimiche nel terreno dell’impianto numero 1. Una discarica abusiva interna. Sette indagati.

Il prof minacciato

Taranto è colpita al cuore, ma è ancora viva. Taranto è bellissima, anche se in pochi lo sanno. Andare in giro con il professore di educazione fisica Fabio Matacchiera, ambientalista per passione, apre gli occhi e rende inquieti. Da quando ha denunciato il livello di diossina che avvelena persino le cozze del Mar Piccolo, controlla ogni ombra. «Una sera, mentre stavo scendendo in garage, mi hanno avvicinato in due. Uno mi ha puntato la pistola al costato. Ha detto: “O la pianti o ti ammazziamo e ti buttiamo a mare!”». Ha avuto la scorta sotto casa per un anno e mezzo. È stato querelato 12 volte, 12 volte ha vinto. Continua a muoversi circospetto, e come non capirlo, del resto… Fabio Matacchiera si ostina a girare video notturni per controllare i fumi che escono dalle ciminiere: «Sappiamo pochissimo di quanto è stato fatto per mettere in sicurezza gli impianti. Siamo a metà dei tre anni di Aia, l’amministrazione integrata ambientale . Del miliardo e 200 milioni di investimenti previsti, ne sarebbero stati spesi un terzo. Mancano ancora le coperture dei parchi minerari e dell’area gestione rottami ferrosi». Ogni auto che passa, un batticuore. Non si può filmare l’acciaieria, neppure a distanza. «Io amo questa città – dice Matacchieramia madre mi ha insegnato il rispetto. Dobbiamo guarire. Dobbiamo inventarci un’altra Taranto». Di sera il quartiere Tamburi, quello delle polveri rosse, è spettrale. Neanche i cani randagi vanno in giro per strada.

La pediatra infuriata

Taranto è la capitale italiana della guerra fra poveri. Operai, ammalati, disoccupati, pescatori: tutti costretti a scegliere ogni giorno fra lavoro e salute. «Me lo dicono in tanti», spiega la pediatra Anna Maria Moschetti. «Morire giovani è messo in conto. La gente vede uscire il fumo da sempre. Ha perso la speranza». Non lei, non la dottoressa dei bambini. Lavorava a Torino, ma è tornata per combattere: «Perché è difficile non provare nostalgia per un posto bello come questo». Gira come presidente della commissione ambientale dell’ordine dei medici di Taranto. Vuole portare alla luce alcuni dati che sarebbero sotto gli occhi di tutti, se solo volessimo prestarci attenzione. «L’Arpa Puglia ha fatto uno studio approfondito per capire cosa succederà nel 2016, se davvero saranno eseguiti tutti i lavori di ammodernamento dell’acciaieria». Ed ecco il migliore dei mondi possibili. «Il rischio di inquinamento ritenuto “non accettabile” riguarderà 12 mila persone invece che 22.500. Ha senso? Spendere moltissimi soldi per lavori che non salveranno tutti?».

Orgoglio e nuove idee  

Vanno in giro, l’ambientalista e la pediatra. Incontrano i ragazzi di «Ammazza che piazza», specializzati nel recupero di pezzi abbandonati di città. Uno di loro si chiama Alessandro, 25 anni. È nato in un palazzo di via Federico di Palma, nel centro di Taranto. «Il mio balcone era quello là – dice – da anni vedevo questo enorme spazio in disgrazia totale. Era il dopolavoro della Marina, con il teatro». Ora è un centro sociale, si chiama «Officine Tarantine». Hanno costruito quattro laboratori: studio, sartoria, riparazione-biciclette, forno. Molti ragazzi lavorano qui. «Il 2012 per me è stato l’anno dei 14 funerali – spiega Alessandro – parenti, genitori di amici, amici. Insieme ad altri, abbiamo deciso che dovevamo fare qualcosa». A Taranto ci si deve ingegnare. Nascono idee. Marco De Bartolomeo lavora per un gemellaggio con la città greca di Sparta: «Indietro nel futuro». Sogna che Taranto diventi una città di combattenti, ritrovi l’orgoglio. Chi guarda il mare, vede tutte queste prospettive. Ma dietro, c’è la città vecchia che sta agonizzando. Alle spalle, il gigante dell’acciaio. Il processo, con 52 imputati e Fabio Riva ancora latitante, chiarirà quello che è stato.

 

Uno scatto di emozioni  

Francesco Schiavone è un fotografo di matrimoni. Il suo slogan è: «Niente pose». Sottotitolo: «Le storie d’amore non dovrebbero mai iniziare fingendo». È una metafora perfetta. Guardarsi in faccia. Riconoscersi. Volersi bene. «È un Natale duro – dice – di crisi fortissima. I matrimoni sono in calo da quattro anni, l’incertezza non porta sogni. Dobbiamo trovare un modo per salvaguardare il lavoro e l’ambiente». Le sue foto ritraggono donne splendide ed emozionate, padri commossi, mariti sudati. Pierpaolo Pasolini, dopo essere venuto a Taranto, nel 1959 aveva scritto: «Viverci è come vivere all’interno di un’ostrica aperta. Qui Taranto nuova, lì, gremita, Taranto vecchia, intorno i due mari, e i lungomari». Poteva essere una perla, che ne sarà di Taranto?

* articolo tratto dal quotidiano LA STAMPA




Tra i bimbi nei quartieri dell’Ilva “Si ammaleranno per 50 anni”

di Grazia Longo*

È un pomeriggio assolato come nel resto del Sud e molti bambini si rincorrono ridendo sul lungomare. Dall’altra parte della città no. Dove il camino «E 132» dell’Ilva – tossico più di 10 mila inceneritori messi insieme – si erge minaccioso in una desolazione di cemento, con pochi e spelacchiati alberi intorno, i bambini sono meno bambini degli altri.

Questa è la drammatica realtà di chi vive tra Tamburri e Statte. I bambini dell’Ilva hanno per compagni di giochi i clown degli ospedali che cercano di farli ridere, mentre le speranze di guarire dalla leucemia precipitano più del mercurio sotto lo zero. I bambini dell’Ilva non hanno neppure un reparto pediatrico ematologico: chi non può permettersi i viaggi al Bambin Gesù di Roma per la chemioterapia, deve affidarsi alla generosità del primario del Moscati, Patrizio Mazza, che insieme all’Arci ha allestito una baby room tra le stanze dei pazienti adulti. I bambini dell’Ilva hanno le braccia talmente bucate per le troppe flebo da dover ricorrere a minuscoli cateteri sul petto.

Le storie di Ambra, Michele e Luca – 4, 10 e 12 anni – raccontano di mascherine indossate nelle poche giornate dell’anno trascorse a scuola invece che in corsia. Di fantasie escogitate per aggirare lo spettro della morte. Di una gita al mare agognata per anni. Di un coraggio disarmante per combattere contro un nemico infido e insidioso. Guardi i loro occhi sgranati, attenti, e ti domandi dove trovino la forza di essere ancora così curiosi nonostante tutto. Sembrano piccoli Don Chisciotte contro i mulini della fabbrica della morte.

«Per almeno altri 50 anni assisteremo a bambini, ma anche adulti, ammalarsi e morire per la diossina – dice il pediatra Roberto Brundisini -. Si doveva aspettare l’allarme dell’Istituto superiore di Sanità per far capire alla nostra classe politica che a Taranto si muore d’Ilva? Nel ’73 il disastro della diossina fuoriuscita a Seveso procurò la giusta allerta. Qui in Puglia, niente. Eppure, seppur diluita nel tempo la diossina dell’Ilva è doppia rispetto a Seveso».

Lo ripete anche Paolo Mastromarino, 47 anni, insegnante di musica precario, papà di Luca che ha 12 anni e da quando ne aveva 4, lotta contro la leucemia. Ne ha avute due, l’ultima ha richiesto il trapianto del midollo osseo. «Per la prima volta, dopo tantissimi anni andremo al mare a un’ora di macchina da Taranto – racconta il padre -. Luca da 7 anni entra ed esce dal Bambin Gesù di Roma. A volte è ricoverato per 3-4 mesi, ma siamo stati lì anche un anno di fila. Immaginate cosa significhi per un bambino, eppure lui ha sempre cercato di reagire».

 Il sogno nel cassetto di Luca è giocare in una squadra di pallavolo, ma sa che non può e ha ripiegato sul tiro con l’arco. I compiti li riceve tramite Facebook da una compagna dolcissima, Alessia Cappellano (premiata pure come bambina più buona d’Italia), che glieli porta a casa nei rari periodi in cui Luca resta a Taranto.

Ambra Friolo, invece, 4 anni, genitori disoccupati, non si può permettere neanche le trasferte in un ospedale pediatrico. «Per fortuna la cura qui il dottor Mazza – racconta la mamma Chiara, 32 anni -. Ambra sta male da quando aveva pochi mesi, ma solo a febbraio abbiamo scoperto che si tratta di leucemia. Gioca con le bambole e con la borsa del dottore, perché dice che vuole curare i bambini malati come lei».

Anche Ambra quando è a casa viene assistita dai volontari della sezione locale Ail (associazione italiana leucemia e linfomi).

La presidente, Paola D’Andria è una signora di 63 anni infaticabile e premurosa con i piccoli e le loro famiglie. «Abbiamo una squadra di ragazzi che intrattengono i bimbi – spiega -, ma anche medici, infermieri e psicologi che si occupano delle loro patologie ma anche delle difficoltà dei genitori e dei fratelli. Sono anni che sfiliamo e protestiamo per l’inquinamento dell’Ilva, eppure finora nessuno ci ha ascoltato veramente. Ma che cosa dobbiamo fare per attirare l’attenzione sui nostri bambini?».

Michele, 10 anni, è stato colpito da un tumore alla faringe, «come neppure il più incallito fumatore adulto, eppure nessuno di chi conta veramente si è mobilitato per lui». L’Ail fa di tutto per alleggerire il peso dei bambini. L’ultima iniziativa una regata sul mare, alla quale hanno partecipato tutti quelli che potevano scendere dal letto in quell’occasione. «Sognando Itaca» è stata un’opportunità unica, indimenticabile, per molti di loro.

«Anche per Luca – precisa ancora suo padre -, basta osservare il suo sorriso stampato sulla foto. Cosa vuole che le dica? Andare avanti non è semplice, le recidive sono sempre dietro l’angolo».  Ma Luca non molla e scommette su una possibile partita a pallavolo.

* tratto dal quotidiano LA STAMPA




Le due verità (amare) dell’Ilva

di Paolo Bricco

L’ ILVA colpisce al cuore, economico e giuridico, il nostro Paese. Ed esprime due verità amare. Prima verità: l’Italia ha necessità dell’acciaio prodotto a Taranto. Dunque, una soluzione industriale va trovata. E bene fa Renzi a gestire in prima persona il dossier. Seconda verità: lo Stato Imprenditore non ha dato buone prove, nel nostro Paese, ed è una opzione culturale che non ci appassiona. L’auspicio è che l’ansia di evitare il collasso non faccia cadere il Governo in tentazioni neo-stataliste. Per questo, non si può essere favorevoli alla nazionalizzazione tout court. Nazionalizzazione che è una pratica estrema, da non confondere con il mix ben temperato – anche con dosi massicce – di politiche industriali pubbliche e di concorrenza privata. La quale sarà pure la peggiore forma di ingegneria delle istituzioni economiche. A parte, però, tutte le altre. L’Italia, peraltro, ha bisogno che il profilo della sua cultura giuridica non sia sbrecciato e divelto da soluzioni di emergenza che, ricorrendo in misura eccessiva a strumenti pervasivi come la Legge Marzano, minino i meccanismi di funzionamento del mercato e i principi basilari del diritto a partire dalla proprietà privata. Nessuno chiede sanatorie extra-giudiziali.

Nessuno auspica sconti in tribunale. Ognuno dovrà rispondere – fra i proprietari e gli amministratori locali, i politici e i sindacalisti – di quanto ha fatto, negli ultimi vent’anni, fra Taranto e Roma. E nessuno vuole sottacere le responsabilità della famiglia Riva, che andranno ovviamente verificate e giudiziariamente accertate. Resta, però, il fatto che il contesto giuridico è segnato da un profluvio di leggi speciali che ha creato una sedimentazione gelatinosa, che ormai ricopre il sistema economico italiano e su cui difficilmente gli investitori stranieri avranno un gran piacere di mettere i loro piedi (e di puntare i loro soldi). Adesso, nell’ultima ipotesi di salvataggio ventilata dal Governo, c’è appunto un uno-due che rischia di colpire al mento l’ILVA e di fare barcollare contestualmente l’intero sistema economico: il default pilotato, con il fallimento sostanziale e l’applicazione della legge Marzano. L’Italia deve dimostrare di sapere gestire problemi complessi, in cui le componenti industriali e finanziarie, politiche e sociali, giudiziarie e di policy si trasformano in un unicum indistricabile.

L’ILVA è uno di questi.  La Legge Marzano non può diventare lo strumento con cui gestire queste complessità. In questo caso specifico, l’ILVA è stata gestita dai legittimi proprietari, i Riva, con efficienza. Non ha mai perso soldi. Gli utili, dal 1995, sono sempre stati reinvestiti nell’impresa. L’impianto, il maggiore d’Europa, ha avuto livelli di produttività industriale pari o superiori agli standard tedeschi. I problemi ambientali – quelli reali e quelli percepiti, quelli della verità storica e quelli della verità giudiziaria – hanno portato a un commissariamento che, in maniera graduale ma inesorabile, si è trasformato nei fatti in una cancellazione sostanziale dei diritti di proprietà. Un percorso accidentato, in cui molti principi del diritto liberale e del funzionamento dell’economia di mercato sono stati poco alla volta compromessi. Adesso, il paradosso finale: lo Stato ha commissariato l’azienda, l’ha gestita bruciando qualcosa come 2,5 miliardi di euro di capitale netto in poco meno di due anni e mezzo, ha deciso di venderla come fosse una impresa sua e non di imprenditori privati e adesso, dato che la fabbrica perde a bocca di barile, pensa – fra le ipotesi ventilate – di chiederne l’amministrazione straordinaria attribuendo alla Marzano una centralità che ha già avuto nel caso Parmalat, nel 2003, e nel caso Alitalia nel 2008.

Nel paradosso ILVA , dunque, adesso c’è il rischio – come può capitare con la Marzano – di uno spossessamento della proprietà. L’ ILVA rischia, infatti, di sperimentare una insolvenza, originatasi nella miscela di provvedimenti giudiziari e di atti di Governo. In conseguenza dell’amministrazione straordinaria, la società potrebbe diventare un asset che viene utilizzato per soddisfare i creditori o potrebbe diventare un asset con cui alimentare la distinzione fra bad company e good company. Nel caso specifico, dunque, verrebbe così sancito formalmente l’“esproprio” che la famiglia proprietaria ha già subito nei fatti. Sul processo ambientale di Taranto, i Riva peraltro non solo non hanno subito una condanna, ma nemmeno sono stati rinviati ancora a giudizio. Dunque, non appare corretto che passi il principio di uno “spossessamento” attuato da uno Stato che ha già mandato in tilt finanziario una impresa che, a sua volta, si è brutalmente incartata – in questi due anni e mezzo – nei meandri di un procedimento giudiziario. Così come è, invece, corretto che si accertino, nelle sedi opportune, tutte le responsabilità che riguardano la vitale questione ambientale. Naturalmente, in questo quadro, è bene che il Governo sostenga l’irrinunciabilità dell’ILVA.

La sensibilità evidenziata da Renzi verso questa architrave della nostra manifattura mostra la sua consapevolezza che, senza l’acciaio prodotto a Taranto, la fisiologia economica italiana diventerebbe più gracile e ancora più esposta alla dipendenza dalle forniture straniere. Serve, in questa fase, equilibrio. Viviamo tempi difficili. Ci sono soggetti pubblici di diritto privato, investitori industriali esteri e italiani. Strumenti adeguati di mercato esistono: nella partita Ilva ci sono e appaiono disponibili. Possono essere le tessere di un mosaico articolato e complesso. Il mosaico dell’industria italiana prossima ventura.

* articolo/opinione tratta dal quotidiano il Sole24Ore

P.S. Ci auguriamo che il direttore del Sole24Ore metta in contatto al più presto il suo commentatore estensore del commento che avete appena finito di leggerecon il loro corrispondente da Taranto e si faccia fornire un pò di documenti, che gli mancano….., articolo che ripubblichiamo, sia chiaro,  non perchè sia di interesse pubblico e dei nostri lettori, ma perchè da giornalisti ci vergogniamo di leggere una  serie di falsità o dimenticanze…. messe in fila una dopo l’altra.  Eccole:

1)  Fabio Riva è stato condannato a 6 anni e 6 mesi per “truffa ai danni dello Stato”  ( vedi qui: http://espresso.repubblica.it/inchieste/2014/07/21/news/ilva-fabio-riva-condannato-a-6-anni-e-6-mesi-1.173791 );

2)  il presidente   dell’ ILVA Emilio Riva (il “patron” del gruppo, recentemente scomparso) , è stato condannato insieme a tre dei massimi dirigenti dell’ Ilva nel 2002, a pene varianti da dieci a sette mesi di arresto ai sensi dell’ art.  674 C.P.P. , secondo cui commette reato “chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti”. Sentenza confermata in appello (vedi qui: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/07/16/riva-condannato-dieci-mesi-in-due-anni.html)

3)  Emilio Riva il 29 settembre 2005 è stato condannato dalla Suprema Corte di Cassazione, per emissioni fuori Legge di polveri e gas riversati su alcuni quartieri di Taranto.

4)  L’8 marzo 2006, sempre in Cassazione, ancora una condanna, per frode processuale e per tentata violenza privata nei confronti dei dipendenti di Taranto chiusi in un “reparto-lager”.

5) nell’ottobre del 2006 i Riva sono stati condannati senza condizionale a un anno e quattro mesi di carcere, Emilio Riva, il figlio Claudio e Arturo Fabio Riva. L’accusa è per il reato di inquinamento. Quello causato dalle acciaierie di Cornigliano. Una battaglia legale iniziata tre anni fa, dopo l’esposto firmato da 1500 cittadini e dalle associazioni ambientaliste: legambiente, federazione dei verdi e l’associazione per Cornigliano. (vedi qui : http://www.primocanale.it/notizie/riva-condannato-per-inquinamento-10291.html )

6)   Il 12 febbraio 2007 Emilio Riva è stato condannato  per la seconda volta (per lo stesso reato) .

7)  il 23 maggio 2014 Il tribunale di Taranto ha condannato 27 ex dirigenti dell’ ILVA per la morte di 15 operai causata dall’amianto ed altri cancerogeni provenienti dallo stabilimento siderurgico.

Qualcuno dovrebbe ricordare al commentatore confindustriale che dopo la morte di Emilio Riva i suoi eredi hanno rinunciato all’eredità. Chissà perchè….E potremmo continuare oltre, ma chissàse nel frattempo, qualcuno…forse…. al Sole24Ore vorrà rinfrescare la memoria al suo commentatore !




Mucchetti: “Siderurgia strategica. E il ruolo dello Stato è essenziale”

di Fabio Tamburini

Quali sono gli errori da evitare?

L’acciaio pubblico ha avuto le sue infinite tristezze, ma è stato l’architrave del boom degli anni 50 e 60. Se avessimo dato retta alla Falk e non a Oscar Sinigaglia non avremmo mai avuto gli altoforni che hanno alimentato l’industria meccanica nazionale. Le privatizzazioni dell’Iri-Finsider, invece, sono state un disastro. Purtroppo Falck e Agarini hanno rivenduto ben presto la Terni alla Thyssenkrupp, che l’ha splpata trasferendop in Germania la tecnologia del lamierino magnetico e ora la vuole ridurre ai minimi. Il gruppo Lucchini, che pure con il materiale ferroviario conferma la vocazione indsutriale, ha dovuto cedere le Acciaierie di Piombino ai russi di Severstal che le hanno portate al crac. I Riva hanno guadagnato molto con l’Ilva, ma con luci ed ombre.

Quali?

Hanno tagliato i rapporti tra l’Ilva e la criminalità organizzata pugliese. Grande merito. Ma non hanno rispettato i vincoli ambientali. Grande miopia, che consegna la fabbrica ad una magistratura, quella di Taranto, ispiarata anche da pregiudizi anti industriali. Le privatizzazioni e l’internazionalizzazione delle proprietà, cardini degli anni 90, si sono dimostrate poco efficaci. Almeno in siderurgia.

Come uscirne?

Il governo punta a sconti sulla bolletta elettrica per i siderurgici. Ok, ma se per ogni crisi d’imprese energivore batte questa strada e poi non realizza nemmeno la cartolarizzazione degli incentivi alle energie rinnovabili, come farà a tenere fede alla riduzione del 10% della bolletta per piccole e medie imprese, promessa nel decreto Competitività? Occorre maggiore capacità esecutiva. E a questo punto non si può escludere l’intervento dello Stato nel capitale a rischio. Certo, il Renzi tatcheriano che plaude a Sergio Marchionne dovrà mettersi d’accordo con il Renzi statalista nell’acciaio. Ma basterà un tweet.

Verrà coinvolta la Cassa depositi e prestiti?

Gorno Tempini ha ribadito in Senato che può intervenire solo in aziende sane. Dunque non nell ’Ilva o a Piombino, ma solo nel capitale di società interessate a rilanciare queste aziende. Va bene, ma per evitare che la prudenza scada a ipocrisia, lo Stato deve metterci la faccia. Per l’ Ilva si parla di Arvedi o Marcegaglia, gruppi fortemente indebitati. Se la Cdp li vuole ricapitalizzare è un conto e va seguito un certo percorso. Se invece lo vuole fare in funzione dell’Ilva occorre massima chiarezza sull’entità dell’investimento e sulla governance.

Condivide il progetto della cordata di imprenditori siderurgici organizzata per produrre a Piombino il cosiddetto preridotto, cioè semilavorati da utilizzare nell’alimentazione dell’acciaieria?

E come no? Servirebbe a Piombino, agli industriali bresciani e pure a Taranto. Ho chiamato Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, a riferircene in Senato. Intanto noto come gli stessi imprenditori. soltanto pochi mesi fa, avevano bocciato un piano analogo dell’ex commissario straordinario dell’Ilva, Enrico Bondi, ritenendolo antieconomico. Ma gli industriali possono essere anche capiti: hanno i loro tempi nel leggere le tendenze dei prezzi del gas e del minerale e i loro interessi specifici. Il problema è il governo, subalterno a industriali, banche, liquida Bondi e dà mandato per vendere l’Ilva, a un nuovo commissario, il peraltro ottimo Piero Gnudi, bruciandogli i vascelli alle spalle. Un errore drammatico. Ma con un pò di sale in zucca siamo ancora in tempo per recuperare.

* intervista tratta dal CorriereEconomia inserto economico del Corriere della Sera




Che fine ha fatto la Guardia Costiera?

di Gianluca Di Feo

Entro pochi giorni terminerà l’operazione “Mare Nostrum“, la più grande azione umanitaria mai realizzata nel Mediterraneo, lasciando un buco nero nel soccorso all’assistenza dei migranti. La missione europea Triton non la sostituirà: i compiti della flottiglia Ue si fermeranno alle acque territoriali. E governi chiave come quello britannico hanno già detto di essere contrari persino a operazioni del genere, perché incentivano l’esodo verso Nord delle popolazioni in fuga da guerre, dittature e fame.

In un anno Mare Nostrum ha fatto arrivare sul territorio dell’Unione quasi 150 mila persone, che in parte hanno poi lasciato il nostro Paese grazie alla mancanza di identificazione al momento dello sbarco. Un’ondata sfruttata dai partiti della destra xenofoba per aumentare il consenso interno, soprattutto in Gran Bretagna e Francia. La realtà però lascia poco spazio alle manovre politiche: le traversate proseguiranno. Perché Siria, Iraq, Libia e Sudan sono devastate dalla guerra civile; perché in Palestina le ferite dell’ultimo scontro con Israele non sono state sanate; perché gli eritrei vogliono fuggire dal regime e dalla depressione economica; perché nei Paesi dell’Africa occidentale alla cronica arretratezza economica adesso si è aggiunto lo spettro di ebola.

Le scelte europee lasciano il problema interamente nelle mani del nostro governo. Ed ecco che uno studio della Fondazione Icsa, il più autorevole think tank italiano sulle questioni strategiche, presenta una soluzione a dir poco ovvia: affidare la gestione a chi per legge ne è incaricato, ossia la Capitaneria di Porto con la sua Guardia Costiera.

Le regole sono chiare: spetta alla Capitaneria coordinare i soccorsi. Ma questa istituzione è rimasta una cenerentola, poco nota ai cittadini nonostante fiction tv e altre manifestazioni promozionali. Stando allo studio, però, dispone di uomini, mezzi e strutture per fronteggiare le emergenze, anche quelle più difficili. Un anno esatto fa il governo di Enrico Letta l’ha esautorata dai suoi compiti, affidando il controllo del Canale di Sicilia alla Marina Militare. Che ha realizzato un’impresa titanica. La lettura dello studio della Fondazione Icsa lascia una riflessione amara sull’abitudine del nostro Paese a gestire tutto secondo la logica dell’emergenza. Gli sbarchi in Sicilia avvengono ormai da decenni, senza che però sia stata predisposta una rete organica di monitoraggio, assistenza e accoglienza. A ogni ondata, come due anni fa in occasione delle primavere arabe, si riparte da zero, spesso nel caos.

In teoria, a disposizione ci sono mezzi abbondanti: oltre alla Capitaneria e la Marina, la flotta navale e aerea della Guardia di Finanza, gli elicotteri di Aeronautica, Carabinieri e Polizia. In un decennio non c’è stata mai la costituzione di una struttura integrata per l’intervento in mare, né per alloggiare i migranti e garantire i diritti dei rifugiati politici.  

Uno dei primi effetti dell’improvvisazione, sottolineato dal dossier della Fondazione Icsa, è il costo sproporzionato. Non c’è “economia di gestione”. Il dispositivo della Marina si è dimostrato potente, ma ha una spesa di gestione alta, tipica di tutti gli strumenti militari, pensati per agire in condizioni estreme. Le navi che vanno a intercettare le carrette del mare hanno radar, missili, cannoni, motori ad alte prestazioni ed equipaggi numerosi. Lo stesso accade per gli elicotteri, con apparati elettronici e di difesa, o per i vetusti aerei a lungo raggio Atlantic. Fino al paradosso dei carissimi sottomarini d’ultima generazione, pagati poco meno di mezzo miliardo l’uno, mandati a scoprire barconi e inseguire gli scafisti.

Le dotazioni della Guardia Costiera invece sono “civili”: hanno motori meno “assetati” e soltanto le strumentazioni che servono per le missioni di ricerca e soccorso in mare, senza bisogno di personale abbondante. In particolare i pattugliatori d’altura “classe 900” possono accogliere fino a 600 profughi con una spesa di gran lunga inferiore alle fregate o alle corvette militari. Identico discorso per gli elicotteri e gli aerei, derivati da modelli commerciali.

Di sicuro, però, oggi i ranghi della Capitaneria non bastano per fronteggiare la crisi umanitaria. Il rapporto prende in considerazione l’ausilio che può venire dal coordinamento con la flotta della Guardia di Finanza. E la necessità di ricorrere ad altri apparati. Anzitutto i satelliti. L’Italia ha una costellazione di spie orbitanti, chiamata Cosmo Skymed, che è costata miliardi di euro ma finora non è stata usata per sorvegliare flussi di migranti e barconi.

Un altro incentivo low cost può venire dai droni, che restano in volo per ore pattugliando ampi spazi di mare con una spesa ridotta: strumenti che possono anche venire affittati. Scrive il rapporto: «Sarebbe forse ora che la Pubblica Amministrazione iniziasse ad orientarsi verso forme di affidamento esterno, già molto diffuse in altri paesi, certamente più efficaci e meno dispendiose rispetto a gestioni “in house” oramai in grande sofferenza». Manca poi una “centrale di comando navigante”, che possa fare da ospedale e centro di polizia. «In proposito, esperti del settore ci hanno dichiarato che l’eventuale carenza sarebbe facilmente ovviabile con l’affitto di una sola nave commerciale a costi relativamente bassi: un milione di euro al mese circa, che sono ben altra cosa rispetto ai costi di Mare Nostrum».

I fondi per questi interventi vanno chiesti all’Europa. Il ministero dell’Interno tra il 2006 e il 2007 ha ricevuto 211 milioni per il controllo delle frontiere, finanziamenti usati però soprattutto per acquistare mezzi che non vengono impiegati nel controllo del Canale di Sicilia, come gli elicotteri Agusta Aw 139 della Polizia.

Nei prossimi sette anni il governo di Roma dovrebbe far valere il peso di quello che stiamo facendo, alla luce di un fatto chiaro: il respingimento in mare è vietato dalle leggi internazionali, soccorrere i migranti è obbligatorio. Invece Bruxelles in soli due anni ha assegnato alla Grecia ben 230 milioni alla scopo di tenere i migranti lontani dalle coste, con soli 20 milioni per le operazioni di accoglienza.

Una cifra superiore a quella destinata all’Italia. Conclude il dossier: «Fintanto che l’Europa non comprenderà che il problema dell’immigrazione deve essere condiviso tra i vari Stati, attraverso l’adozione di una politica comune volta al soccorso, all’accoglienza e all’assistenza prima che al respingimento, le conseguenze negative di questo fenomeno non faranno che peggiorare».

* articolo pubblicato dal settimanale L’ESPRESSO il 31 ottobre 2014




L’altro inquinamento di Taranto: colletti sporchi e potere

di Gaetano De Monte

Sono passati dieci giorni da quando l’operazione “Alias” della Direzione distrettuale antimafia di Lecce ha rivelato l’esistenza nella città di Taranto di un cartello criminale di primo livello, erede in grossa parte dei tanti clan del passato, ma con all’attivo anche decine di nuove leve.  Un sistema, una piovra che aveva allungato i suoi tentacoli su parte dell’imprenditoria e del commercio locale, in molti casi sostituendosi ad essi. E agganciando – o tentando di agganciare, questo lo dirà soltanto l’evoluzione delle indagini (ancora in corso) – anche alcuni consiglieri comunali di Taranto. Questo è quanto emerge dalla lettura dell’ordinanza del Gip del Tribunale di Lecce, Alcide Maritati, che lunedì scorso ha portato in carcere 53 persone, tra cui il noto imprenditore, esponente del partito-cartello “La Puglia per Vendola”, Fabrizio Pomes. D’altra parte, lo stesso Procuratore capo della Dda, Cataldo Motta, durante la conferenza stampa seguita agli arresti, ha censurato pesantemente l’operato della Giunta comunale sul “Magna Grecia” (la struttura sportiva già gestita da una cooperativa di cui era presidente Pomes, la Corda Frates, poi sostituita nella gestione, attraverso una proroga del vecchio appalto, da un’altra società presieduta direttamente dal figlio del “boss” D’Oronzo, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Magna Grecia).

Ormai noti sono alcuni dettagli dell’inchiesta, in parte già rivelati dalla Gazzetta del Mezzogiorno, che chiamerebbero in causa direttamente alcuni politici. Fra questi, intercettazioni di conversazioni tra Pomes e D’Oronzo, in cui Giovanni Guttagliere – ex presidente della Commissione assetto del territorio, appena ieri eletto presidente della Commissione urbanistica del Comune di Taranto – viene definito “uomo nostro”. Così come note sono le parentele strette di qualche consigliere comunale con esponenti dei clan locali. Eclatante, per vicinanza, quella della neo-consigliere provinciale Giuseppina Castellaneta, eletta in Consiglio comunale con At6-lista Cito, e poi passata al Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano. Il marito della Castellaneta infatti è accusato di un’estorsione al presidente dell’ Amiu, l’azienda municipalizzata di gestione dei rifiuti, e il cognato è attualmente in carcere, accusato di essere uno dei capi della malavita tarantina da venticinque anni a questa parte. D’altra parte, i destini politici di Castellaneta e Guttagliere si sono già incrociati: con l’ingresso dello stesso Guttagliere nel partito del Ministro degli Interni – esattamente una settimana prima delle elezioni provinciali del 28 settembre -, i due (insieme a Rosa Perelli) hanno costituito il gruppo consiliare del NCD. E anche su questo ha puntato i riflettori l’Antimafia di Lecce.

Nelle carte giudiziarie, inoltre, vi sono numerosi riferimenti alla necessità dei clan di accaparrarsi, indirettamente, attraverso le estorsioni o, più direttamente, mascherando le dazioni di pagamenti con subappalti e false fatturazioni, alcune importanti commesse pubbliche. Attraverso, ad esempio, il nolo dei mezzi per la movimentazione terra che erano nelle disponibilità di imprese direttamente riconducibili ai clan. Si scopre così che l’associazione temporanea di imprese (Ati) Alpin Srlper lavorare” al primo lotto della Taranto–Avetrana (meglio nota come Strada regionale 8) ha dovuto pagare a clan diversi (appalto approvato con delibera della Giunta provinciale n 48 del 19 Marzo 2009) alcune centinaia di migliaia di euro. Per un’opera che il consorzio in questione si era aggiudicata per cinquanta milioni di euro. Il cantiere, che doveva essere pronto per marzo 2012, ha subito invece notevoli ritardi nel suo completamento – tra l’altro, per una serie di problemi finanziari che aveva lamentato proprio il consorzio di imprese vincitore dell’appalto. Così l’Alpin aveva chiesto una proroga, concessa, per permettere l’esecuzione dei lavori.

Non è andata molto meglio all’impresa Fratelli Viola Srl, aggiudicataria di alcuni lavori per la realizzazione di parcheggi comunali, che ha subito pesanti taglieggiamenti negli anni. Si può dire, direttamente da alcuni concorrenti – e cioè dalle imprese riconducibili a Calogero Bonsignore (cognato del boss Claudio Modeo, capo storico della malavita tarantina) e a Rosario D’Oronzo, detto “Cesare” (fratello del boss Orlando, ritenuto attualmente dagli investigatori uno dei referenti pugliesi della Nuova camorra organizzata): grossi imprenditori edili e boss, entrambi arrestati nell’operazione “Alias”. Aziende in grado, nonostante i “notevoli” precedenti penali dei loro rappresentanti, di partecipare – e in qualche caso anche di aggiudicarsi direttamente, senza passare attraverso il meccanismo dei sub-appalti – le commesse pubbliche. Basta sfogliare velocemente i database di alcuni comuni della provincia di Taranto per accorgersene.

La tempesta giudiziaria innescata dalla Dda di Lecce e l’allarme lanciato dal Procuratore Motta “sui possibili condizionamenti esercitati dalla malavita nei confronti della classe politica” hanno avuto immediate ripercussioni politiche. Nel Consiglio comunale di venerdì l0 ottobre, Angelo Bonelli, portavoce nazionale dei Verdi, insieme ad altri consiglieri “indipendenti” di sinistra – Dante Capriulo, Gianni Liviano e Francesco Venere -, ha chiesto al Sindaco, Ippazio Stefàno, di fare chiarezza sulle connivenze politiche emerse dall’ordinanza del Gip. Ma l’ordine del giorno presentato dall’opposizione non è mai stato discusso. Bonelli e gli altri consiglieri si sono quindi rivolti al Prefetto per chiedere lo scioglimento per infiltrazione mafiosa del Consiglio stesso.

Il rapporto mafia-politica è stato affrontato dal primo cittadino sulle pagine dei giornali: è stato in quella sede che Stefano si è difeso dalle accuse mosse dall’opposizione. Ma da parte di alcuni – si pensi al Partito Democratico locale – si è registrata una sorta di “omertà mediatica” in merito alla vicenda. Nessuna dichiarazione di plauso all’operato delle forze dell’ordine – come i protocolli istituzionali in questi casi richiedono – da parte di suoi esponenti. Nessuna presa di posizione pubblica; nessuna dichiarazione da parte dei suoi dirigenti più autorevoli. Chi invece è intervenuto nel dibattito pubblico è stato l’ex sindaco e parlamentare Giancarlo Cito, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, che nel 2012 è riuscito a far eleggere per la “sua” lista (At6) ben sei consiglieri (fra cui la stessa Castellaneta), oggi quasi tutti confluiti in Forza Italia (compreso il figlio Mario). In un’intervista apparsa domenica scorsa sul Nuovo Quotidiano di Puglia, Cito ha dichiarato: “dico al sindaco della città, alla luce di ciò che è successo, di indire il Consiglio comunale. Se lui si nasconde non va da nessun parte.” E ha concluso: “mo avast, ho detto pure troppo”. Mo avast, tradotto dal dialetto tarantino: “ora basta”.

Già, basta davvero con una classe dirigente che da trent’anni a questa parte si è resa complice, a più livelli, di un gigantesco disastro ambientale, economico, sociale. Perché il colletto della camicia  “verosimilmente sporco” dell’imprenditore Fabrizio Pomes è nient’altro che la punta dell’iceberg di un sistema che tiene insieme – a Taranto come in tante altre città italiane – famiglie malavitose e pezzi del mondo politico imprenditoriale. E’ null’altro che una roba da colletti sporchi.

* commento tratto dal sito SIDERLANDIA 

(La pubblicazione è stata autorizzata direttamente dall’ autore)




Chi comanda qui? Mafia e colletti bianchi a braccetto

di Gaetano De Monte,

Chi comanda qui?”. È la frase pronunciata da un manager di una multinazionale interessata ad installare in provincia di Taranto alcuni impianti fotovoltaici e in cerca di protezione tra i due mari, evidentemente per evitare il danneggiamento degli stessi. La frase è contenuta nelle centinaia di pagine che compongono l’ordinanza con cui il Gip del Tribunale di Lecce, Alcide Maritati, ha eseguito cinquantadue provvedimenti cautelari richiesti dalla Direzione distrettuale antimafia salentina. E che ha condotto in carcere, all’alba di ieri (lunedì, per chi legge), quasi tutti i vecchi capi-clan della malavita storica tarantina; e, insieme a loro, un imprenditore molto noto in Puglia – ex assessore e consigliere comunale con il Psi a cavallo tra anni ’80 e i primi anni ’90 -: Fabrizio Pomes, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni.

Già, chi comanda qui? È anche la domanda che tutti noi dovremmo porci quando le inchieste giudiziarie per mafia sfiorano – o toccano addirittura, come in questo caso – il livello del politico, cercando di allargare lo sguardo e la prospettiva oltre l’inchiesta giudiziaria e tutto quello che si apprende dal lavoro (egregio, in questo caso) svolto dai magistrati. Sforzo di analisi ampio che viene richiesto in primis a noi giornalisti, che i fatti e gli eventi siamo tenuti/costretti, a raccontarli.

Perché d’accordo, da oggi tutti sappiamo a quali commercianti hanno chiesto il pizzo i clan, a quali affari erano interessati, quanta cocaina riuscivano a movimentare in un mese, quali relazioni intessevano con altri boss pugliesi della Sacra Corona Unita. Ma la domanda di fondo, ad avviso di chi scrive, resta soltanto una. “Chi comanda qui?”

Nei 29 comuni che compongono la Provincia di Taranto, ad esempio, chi ha attentato dal 2011 ad oggi alle vite di alcuni consiglieri comunali e pure di qualche sindaco? E, soprattutto, perché? A cosa si erano opposti (o, perlomeno, avevano tentato di opporsi)? Al traffico di rifiuti tossici che ogni giorno avvelena i nostri territori? Alle speculazioni legate agli impianti di energia rinnovabile? A nuove lottizzazioni edilizie? Ad alcune opere gigantesche, utili solo per rimpinguare le casse personali di qualche amministratore che aveva “speso” tanto in campagna elettorale? Queste restano solo ipotesi, dato che sui responsabili di quegli attentati (l’ultimo appena una settimana fa al sindaco di San Giorgio Jonico, il terzo ai suoi danni) non è stata mai fatta piena luce. Supposizioni possibili, però, alla luce di un’opportuna conoscenza della nostra storia recente: quella degli ultimi trent’anni, perlomeno, e dei meccanismi che in taluni casi presiedono alla scelta delle rappresentanze politiche, da queste parti più che altrove.

E allora non possiamo non concordare con quello che oggi (ieri, per chi legge) scrive Mimmo Mazza sulla Gazzetta del Mezzogiorno: «c’era davvero bisogno dell’intervento della Direzione distrettuale antimafia per venire a conoscenza che nel Consiglio Comunale di Taranto siede dal 2007 Giuseppina Castellaneta, appena transitata al Nuovo Centro Destra del Ministro Alfano, a cui ieri hanno arrestato il marito per tentata estorsione ai danni del presidente dell’azienda municipalizzata di nettezza urbana Amiu, e il cognato, ritenuto il capo dell’associazione?»

Non solo. Nel consiglio comunale di Taranto, tuttora, sia tra i banchi della maggioranza che tra quelli dell’opposizione siedono almeno quattro consiglieri comunali che vantano amicizie o parentele con famiglie “di rispetto”. E, a giudicare dalle “facce” di un tempo che si sono riviste domenica 28 settembre in Prefettura durante lo spoglio per le elezioni di secondo livello delle Province, c’è poco da stare tranquilli… politicamente si intende. Tant’è. Quel che è certo è che, per dirlo ancora con le parole del caporedattore (in realtà solo vice-caposervizio n.d.r.) della Gazzetta del Mezzogiorno, «è arrivato il momento di finirla con il voler affidare alla magistratura l’attività di supplenza, con il delegare ai giudici scelte e selezioni che una classe politica matura, libera e trasparente potrebbe adottare da sé, abbandonando per sempre logiche di ricerca del consenso che non portano mai a qualcosa di buono».

Implicitamente, si fa riferimento ai meccanismi di scambio perversi che regolano la vita elettorale prima, e quella amministrativa, poi. Ricordatevelo la prossima volta che un sindaco della nostra città sarà eletto con quasi il 70% dei consensi, in una città che in dieci anni esatti è passata dall’eleggere il picchiatore fascista Giancarlo Cito al pediatra dei poveri Ezio Stefano (eletto una prima volta addirittura come indipendente nelle file di Rifondazione Comunista, e poi passato a Sel). Qualcosa si poteva già comprendere. Ovvero che  non c’era stata nessuna rivoluzione culturale introdotta attraverso il voto popolare, ma forse, più semplicemente, che i burattinai dei buoni benzina, gli stessi che procuravano i posti di lavoro nell’indotto Ilva o al Porto, avevano cambiato casacca.

Perché sono loro che comandano qui. I gattopardi, cresciuti all’ombra di un potere politico debolissimo. Usciti “vincitori” e ricchissimi dalla guerra di mala che ha insanguinato le strade di Taranto a cavallo tra anni ’80 e ’90. La borghesia cozzarizzata che gestisce il ciclo dei rifiuti, del cemento, di parte della produzione industriale in serie, che gioca in borsa, investe capitali e promette posti di lavoro in cambio del voto. Sono loro che comandano qui. Non esiste nessuna gomorra, né qui né altrove in realtà. Esiste la cattiva politica e l’economia criminale. E quella buona: per dirla con un’ espressione ora inflazionata, ma che un tempo ha avuto un senso, la “Puglia Migliore”. Da non confondere, però, con “la Puglia per Vendola”. Quella purtroppo è diventata un’altra cosa, almeno qui tra i Due Mari.

* commento tratto dal sito SIDERLANDIA

(La pubblicazione è stata autorizzata direttamente dall’ autore)




Taranto, rilancio sì ma senza fare utopia

di Marcello Cometti

Ridisegnare il proprio volto e il proprio destino. Taranto sembra spasmodicamente alla ricerca di una propria nuova identità, una sorta di ricollocazione nel tempo e nello spazio dopo l’ubriacatura collettiva della grande industrializzazione e il successive, doloroso risveglio. Il dibattito è più aperto che mai, e nell’implacabile scontro fra apocalittici («no» totale all’industria) e integrati («sì» a un’industria ambientalmente compatibile) c’è il rischio di prestare il fianco a fragorose perdite del buonsenso comune. Perchè un conto è ipotizzare scenari alternativi, e un conto – ben diverso – è veleggiare nel regno dell’utopia.

Il Museo Guggenheim a Bilbao

CdG bilbao_museo_guggenheimA proposito di utopia. Nei giorni scorsi s’è tornato a citare il modello-Bilbao come fonte d’ispirazione per Taranto. Il modello-Bilbao (sulla «Gazzetta» ne abbiamo parlato diverse volte, a cominciare dal 19 marzo 2011: «Una città incapace di ripensare il proprio futuro») è esemplare rispetto al modo in cui una intera comunità si è ribellata al declino del proprio core-business industriale (inquinante) scegliendo la strada della «smart city» e del polo culturale di attrattiva internazionale. Ma non si possono non ricordare e mettere in conto alcune cose quando parlando di Taranto si evoca Bilbao, tutte cose fondamentali per comprendere come non basti citare una buona prassi di riqualificazione urbana per ipotizzarne pedissequamente una sorta di automatico «copia-e-incolla»: a diferenza di Taranto, Bilbao ha 350mila abitanti (950mila calcolando tutta l’area urbana); ha un aeroporto internazionale; ha risorse finanziarie cospicue rivenienti dall’autonomia della Regione basca; ha ottenuto nel 1996 la sede dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro; ha commissionato nel 1995 la sua linea di metropolitana a sir Norman Foster; e nel ’97 Fondazione Guggenheim e Autorità Basca la scelsero come sede del Museo Guggenheim, un capolavoro dell’arte moderna, progettato da Frank O. Gehry. Un «mostro» da 150 milioni di euro di investimento e un milione di visitatori l’anno.

Certo, non c’è solo Bilbao, e non c’è solo l’investimento sulla cultura. Vi sono, ad esempio, svariate città che hanno scelto la risorsa-mare per rilanciarsi o rafforzarsi. Genova e Lisbona, ad esempio, ospitano i due più grandi acquari d’Europa. Quello di Genova è sorto grazie alla sinergia fra Costa Edutainment, Costa Parchi spa., Comune, Provincia e Università; ha 70 vasche più quattro enormi padiglioni riservati ai delfini, e nel 2013 ha totalizzato un milione di visitatori. L’Oceanario di Lisbona sorge invece nel Parque das Nacoes, il luogo che ospitò l’Expo del 1998; è costato 80 milioni di euro, ha vasche per complessivi 8 milioni di litri d’acqua, e registra anch’esso un milione di visitatori l’anno. Numeri enormi, ancora utopie se paragonate alla dimensione di Taranto, che dispone di un interessante Museo Oceanografico (quello dell’Istituto Talassografico-Cnr) purtroppo chiuso alla fruizione regolare del pubblico e visitabile solo su appuntamento. Meglio sarebbe allora orientarsi su strutture più piccole, e magari ad esse ispirarsi: come ad esempio l’Oceanopolis di Brest – la cittadina bretone gemellata proprio con Taranto – che ha 68 vasche per un totale di 4 milioni di litri d’acqua, e che nei suoi 24 anni di vita ha registrato 10 milioni di visitatori.

CdG mar.taEppure, mare a parte, resta forte la suggestione della Taranto città di cultura antica e profondissima, ancora incapace di attrarre masse consistenti di visitatori col suo pregevolissimo Museo della Magna Grecia, oggi ribattezzato MarTa, del quale peraltro siamo ormai da decenni in attesa di poterne apprezzare la sistemazione definitiva. Anche la cultura è un volàno potente capace di cambiare il volto di una città. Non c’è solo l’esempio mastodontico e i numeri-monstre del Guggenheim di Bilbao. Basterebbe rifarsi alla rivoluzione compiuta a Rovereto dal Mart, il museo di arte moderna e contemporanea fortemente voluto dalla Provincia di Trento nel 1987 e poi collocato appunto a Rovereto nel 2002, con una media annua di oltre 200mila visitatori.

anima_313297Ed è proprio di questi giorni la notizia che il Comune di Grottammare (provincia di Ascoli Piceno, appena 15mila abitanti), insieme alla Fondazione Cassa di Risparmio di Ascoli, ha commissionato il progetto «Anima» all’archistar staunitense Bernard Tschumi, studio a New York sulla 17.ma strada. L’opera nasce con l’obiettivo di favorire «l’identificazione del territorio e connotare la sua imagine» attraverso la realizzazione di un polo pubblico, di attrazione per le più eterogenee manifestazioni della cultura. Il nome dell’opera, «Anima», nasce da una consultazione pubblica ed è un acronimo: A come Arti, N come Natura, I come Idee, M come Musiche, A come Azioni. Sono le «cinque anime» del progetto, che l’architetto ha interpretato come un’identità in divenire. La struttura di 10.000 metri quadri ospiterà un mix di programmi di eventi, mostre e workshop, con un layout organizzato intorno all’ampio atrio centrale.

Dall’esterno, la struttura appare chiusa in un solido quadrato, mentre le facciate impermeabili lasciano intravedere l’uso di diversi linguaggi e molteplici modelli. Quattro cortili distinti circondano una sala principale che ruota su se stessa, con 1500 posti a sedere. Superate una serie di pastoie burocratiche (del resto, siamo in Italia, no?) la Fondazione Carisap individuerà, a febbraio 2015, l’impresa, o il raggruppamento di imprese, con cui definire tutti gli adempimenti necessari alla realizzazione dell’opera. A luglio 2015 aprirà il cantiere e la previsione è che tutto possa essere concluso al massimo a inizio 2018. 

Idee a portata di mano, insomma, senza andare troppo lontano e senza imbarcarsi sulle acque procellose dei sogni utopici. Cosa serve? Idee, sicuramente; voglia di volare alto; e risorse. Risorse che possono giungere non necessariamente dalle finanze pubbliche, anche se arriverà il giorno in cui qualcuno si ricorderà di risarcirci l’immane danno ambientale e sanitario che Taranto ha dovuto sopportare per sostenere le magnifiche sorti e progressive dell’industria pesante. Le risorse, come s’è visto negli esempi citati, possono giungere anche da altri canali: Fondazioni, istituti di credito, un pool di privati.

Possibile che davvero nessuno abbia più voglia di scommettere su questa bella e sfortunata città?

* commento pubblicato sulla Gazzetta del Mezzogiorno




“Caro Matteo, ti proteggo ma tu mi hai tradito”. La lettera del Sindacato autonomo di Polizia

Pubblichiamo la lettera che il segretario generale del Sap, Sindacato autonomo di polizia, ha scritto al premier Matteo Renzi.

Caro Presidente del Consiglio,

come poliziotto e come servitore dello Stato sento di essere stato tradito.

Ogni giorno e ogni notte poliziotti, carabinieri, penitenziari, forestali, vigili del fuoco e militari escono di casa per andare a lavorare e non sanno se potranno far ritorno dalle loro famiglie. La nostra è una professione difficile, non un semplice “lavoro”, ma una vera e propria missione.

Pur con tutti i nostri limiti personali e umani, nonostante i tagli che la classe politica e di Governo non ci ha risparmiato negli ultimi dieci anni, noi garantiamo la sicurezza dei cittadini e della nazione. Assicuriamo anche la sua sicurezza, caro Presidente. E la garantiamo pure a tutti quei ministri che dovrebbero occuparsi dei nostri problemi e che invece, mi pare, sono spesso ben attenti a mantenere intatta la propria ben pagata poltrona.

Ho parlato più volte col ministro Alfano e ho sentito spesso le dichiarazioni anche della sua collega Pinotti. Da loro sono giunti sempre grandi apprezzamenti per il lavoro delle forze dell’ordine, grandi lodi per operazioni e arresti eccellenti, grandi promesse per evitare tagli al comparto sicurezza, fare una vera riforma del settore e dare un po’ di sollievo a stipendi fermi da cinque anni. Tutte parole al vento, tutte belle intenzioni, tutte vane fole perché il blocco stipendiale 2015 colpirà in misura doppia le donne e gli uomini in divisa: il danno derivante dal combinato disposto blocco contrattuale / tetto salariale ammonta a 400 / 500 euro netti per un operatore con 20 anni di servizio e qualifica intermedia.

Caro Renzi, una cosa deve essere chiara: io comprendo bene l’esigenza riformista che sta muovendo la sua azione e debbo dire di aver anche apprezzato certe proposte per rilanciare l’economia del nostro Paese, per ridisegnare le istituzioni. Personalmente, non vengo dalla montagna con la piena e non sono uno di quei poliziotti – sindacalisti che chiede la Luna senza sapere come arrivarci.

Da mesi, attraverso chi nel suo partito si occupa di sicurezza, chiedo di essere ricevuto – e non ho mai avuto risposte! – per portare alla sua attenzione una semplice, ma innovativa proposta: riformiamolo insieme questo carrozzone con sette forze di polizia, cinque nazionali e due locali, più vigili del fuoco e guardia costiera. Riduciamo i corpi, gli apparati, i dipartimenti. Stronchiamo le burocrazie, le dirigenze, i vertici che guadagnano in un mese lo stipendio di 30 agenti. Tutto questo porterebbe risparmi strutturali da 2 a 4 miliardi annui. Più o meno le cifre che lei conta di incassare con questo ennesimo blocco stipendiale, esteso a tutto il pubblico impiego.

Mi sento tradito dal mio Ministro e dal mio Capo ai quali domando adesso, con coraggio, di unirsi ai loro poliziotti che chiedono solo dignità e rispetto oppure di dimettersi senza ulteriore indugio. Ma non posso, ad oggi, non sentirmi tradito anche da lei, stimatissimo Presidente del Consiglio, che ho sentito spesso parlare di scuola e insegnanti, poco o nulla di sicurezza e forze dell’ordine.

Cambiamo verso anche in questo settore, abbia la bontà di ricevermi, assieme agli amici della Consulta Sicurezza, per parlare di cose serie e di riforme vere. Non se ne pentirà. Altrimenti, caro Renzi, lei sarà ricordato nei libri di storia come colui che, in un solo colpo, è riuscito a scontentare e soprattutto a deludere tutti i professionisti della sicurezza del nostro strano Paese, capace di preoccuparsi dei tanti migranti disperati che affollano le nostre coste e capace, allo stesso modo, di dimenticarsi in India due straordinari servitori di questa nazione.

di Gianni Tonelli-  Sindacato autonomo di Polizia




Politici da buttare

Matteo Renzi l’altro giorno ha detto che «i politici sono come lo yogurt, a un certo punto scadono: per me è iniziato il conto alla rovescia». È una teoria che sostiene da sempre: il rottamatore si auto-rottamerà, ha garantito varie volte. Più poi che prima, però. Ha un sacco di cose da fare, se non vuole che proprio quella sia l’unica promessa che onorerà, o che gli italiani gli faranno onorare suo malgrado alle prossime elezioni. Per ora, sul calcio della pistola ha pochissime tacche: gli 80 euro, che finora non hanno funzionato, e una serie di riforme soltanto avviate, con l’aggravante che quelle concrete e urgenti (sull’economia) sono in coda, mentre quelle meno impellenti (sul Senato e la legge elettorale) sembrano questioni di vita o di morte. Mah. Non faccio che leggere commenti catastrofisti o sentire gente che dice: e allora, visto che Renzi è un bluff? Ci voleva tanto per capirlo? Tutto chiacchiere e distintivo, frasi a effetto, battutine, inciuci con Berlusconi e impegni non mantenuti. Che figura ci fa fare in Europa! Bacchettati pure da Mario Draghi, e per fortuna che il capo della Bce è italiano!

E il Pil, vogliamo parlare del Pil? (Improvvisamente sono diventati tutti esperti di Pil, ma non come lo intende Cetto Laqualunque). Signora mia, dia retta a me: questo premier è un di-sa-stro! E lei, caro direttore, mi scrivono, che cosa aspetta ad aggredirlo come un cane rabbioso? Be’, io voglio aspettare ancora un po’. La penso esattamente come Maria De Filippi, che non è una politica né una politologa, non è un’editorialista né un’economista, ma una persona che fiuta il sentire popolare come nessuno, una donna pratica che fa ricorso a una dote ormai passata di moda: il buon senso. Dice la De Filippi: «Diamogli tempo, non sopporto questa mania tutta italiana di demolire il lavoro altrui a prescindere». Non la sopporto neppure io, questa mania.

Prendete il caso della ridicola campagna contro «la deriva autoritaria» lanciata dal Fatto Quotidiano. Ora, io capisco le ragioni editoriali degli amici e colleghi del Fatto: non si può fare un giornale di battaglia senza cercarsi un nemico, e visto che quello precedente è in totale disarmo, eccone pronto uno nuovo da attaccare un giorno sì e l’altro pure. Capisco meno, però, le menti teoricamente libere e illuminate che a questa campagna si sono accodate. Ma perché? Ma dove? Quale deriva autoritaria? Da quando cercare di decidere è diventato peccato? È forse meglio la palude dei veti e controveti, delle minoranze che ricattano, dei compromessi infiniti e dei rinvii alle calende greche? E poi, avete presenti i Paesi in cui la deriva autoritaria c’è davvero, tipo la Turchia?

Sempre sul Fatto Quotidiano, domenica scorsa, ho però trovato una bella e struggente intervista di Carlo Tecce a Roberto Calderoli. Il leghista con i bermuda verdi, l’autore della legge elettorale da lui stesso definita «una porcata», il titolare di fragorose provocazioni sui gay e su Cécile Kyenge paragonata a un orango… Bene, Calderoli parla a cuore aperto e annuncia: «Sono stanco, tra un po’ smetto e apro un ristorante». Gli è morta la mamma da poco, ha subito sei interventi chirurgici ed è stato due volte in rianimazione: «Sono stordito, devastato. Ho capito quanto vale la vita e quanto tempo sprechiamo». E fa pesantemente autocritica su se stesso e non solo.

Ascoltiamolo: «Ho detto e fatto tante cose sbagliate. Era anche un modo per finire sui giornali e in televisione. Le ultime campagne elettorali sono state vergognose, e ci metto dentro tutti i partiti, inclusa la Lega. Ci sta per travolgere un ciclone, e noi ci siamo comportati come tanti comandanti Schettino». È un (auto)ritratto impietoso della classe politica italiana. Finalmente, onore a lui, uno dei protagonisti dello sfacelo del Paese ammette le proprie responsabilità. Calderoli era ministro della Semplificazione quando diede fuoco a «375 mila leggi e regolamenti abrogati». Una sceneggiata. Proprio mentre il governo e i governi continuavano a complicare la vita dei cittadini e delle imprese. «Era un modo per finire sui giornali».

Capito come funzionava? Io spero e prego che non funzioni più così. Mi auguro che Renzi e i suoi, prima di autorottamarsi, finiscano sui giornali per le cose fatte e non per quelle annunciate o per l’abilità nello spararle grosse allo scopo di regalare un titolo ai giornalisti. Ci vuole più civiltà, più senso di responsabilità, più moderazione nel linguaggio. Più buon senso. Intanto, confido che il Calderoli ridiventato “umano”, almeno lui, almeno qualcuno che cominci, dia seguito a ciò che ha proclamato, e si ritiri. Apra il ristorante. Una cosa è sicura: lui è scaduto. Come lo yogurt.

di Umberto Brindani, direttore del settimanale OGGI




La Confindustria di Taranto ed il pudore scomparso

di Meet Up 192 “Amici di Beppe Grillo – Taranto”

Finalmente la maschera è stata gettata e alla città è stato rivelato il vero volto dell’economia locale, di questa cosiddetta classe imprenditoriale, di questa presunta dirigenza, che mostra la sua natura diabolica e perversa, interessata e speculatrice. Celata da finte e false preoccupazioni verso Taranto, i suoi abitanti, i suoi lavoratori, è stata organizzata da Confindustria, nella forma più becera e vile, addirittura una manifestazione a favore del progetto Tempa Rossa, trasformando vigliaccamente così l’ennesimo sfregio al capoluogo jonico in un fantoccio di sviluppo e di rinascita del territorio, considerato dalla confederazione locale un’occasione da non perdere per farne ripartire l’economia.

E allora una classe dirigente, che è stata silente e complice con la grande industria, che ha assistito impassibile alla deturpazione e violenza dell’ambiente, che ha fatto di una “ambientalizzazione” a norma di legge il mantra per giustificarne l’inadempienza , che ha riso delle sofferenze altrui, che ha speculato sul pianto di questa città, che non vuole alternative ad un’economia basata sul fossile e sullo sfruttamento del territorio e degli uomini, che ha dalla sua parte tutti i poteri del paese, si scopre adesso paladina dei piccoli imprenditori, dei commercianti, dei lavoratori, dei cittadini, di Taranto, spacciando petrolio, porto, acciaio, navi, vocazione industriale, come punti basali sui quali far rinascere la città, offrendo la chimera di posti di lavoro e benessere per tutti. Evidentemente non c’è più ritegno, non si sa cos’è la vergogna!

Il Meet Up 192 “Amici di Beppe Grillo – Taranto” esprime allora con durezza la contrarietà a questa manifestazione basata su una teoria fasulla e ingannevole, costruita ad arte proprio da chi ha contribuito alla deriva cittadina, ha partecipato alla morte politica del territorio, ha concorso a sopprimere la reale economia locale, ha trasformato Taranto in un deserto culturale e ha costretto la nostra meglio gioventù a scappare. La vergogna, il ritegno, sono termini che oramai non appartengono più a questo ceto, a questi sostenitori di sviluppi compatibili solo con la morte del territorio, a questi manipolatori della realtà, a questi venditori del nulla, a questi aspiranti incantatori.

Non ha più pudore la Confindustria tarantina, non nasconde la sua vera natura, le sue mire, le sue aspirazioni. Non ama confrontarsi, non ama ascoltare, non ama rischiare, ma soprattutto non ama questa città. Se l’economia dettata dalle lobby diventa il punto da cui ripartire evidentemente non vi è visione, non vi è strategia, ma certamente non vi è amore. Ma non vi è neanche comprensione verso chi vive, non vi è compassione verso chi si ammala, non vi è pietà verso chi muore. Perché a Taranto si muore per lavoro, ma si muore anche per viverci, per respirarla, per nascerci. La Confindustria ha scelto, ma il Meet Up 192 lo ha fatto anni fa al suo solito modo, con trasparenza e chiarezza, con onestà e con coerenza, senza se e senza ma, e soprattutto con amore, pietà e compassione.