Marco Travaglio: l’ Ometto Furioso

di Gian Domenico Caiazza

Per lui, le Camere Penali sono “penose”; motivo cioè di sofferenza, di pena, di cruccio. Lo credo bene.  Gli stiamo togliendo il giocattolo dalle mani, perciò strepita, frigna e pesta i piedi.

L’ometto dirige un giornale ogni giorno di più per pochi intimi (e tutti gravemente segnati da ossessione paranoide per manette, arresti, verbali di Polizia Giudiziaria, veline dei Servizi, roba così), il cui titolo suona, se confrontato alla sua persona, come un ossimoro.

Il nostro, si sa, con i fatti ha un rapporto idiosincratico; per lui sono un optional, ma in genere è meglio prescinderne.  Si sgola da mesi nel dire che la prescrizione è il privilegio di pochi potenti che se la procurano strapagando avvocati che ne sanno una più del diavolo.

Non gli importa che le prescrizioni riguardino 120mila processi l’anno, di cui 80mila prima della famigerata sentenza di primo grado, quando gli avvocati non toccano palla.  Lui deve dire questa cazzata a prescindere, il microfono nei vari talk glielo offrono mansueti, nessun contraddittore, e lui si gonfia come un pavone, rosso che sembra scoppiare di libidine tanto ne gode.  Dei fatti, chissenefrega.

Non so quali problemi lo abbiano accompagnato nel corso della sua crescita, periodo delicatissimo per ciascuno di noi, ma mi viene da pensare che da bambino fosse l’unico della sua scuola ad avere in camera il poster del Commissario Basettoni (“dacci oggi il tuo arresto quotidiano”, sarà stata la preghierina serale). Immagino schiumasse rabbia apprendendo ogni settimana in edicola che la Banda Bassotti era ritornata a piede libero.

Se mai avrà letto “I Miserabili”, state certi che il suo cuore avrà palpitato per l’implacabile Ispettore Javert, giustamente a caccia di Jean Valejan, ladro recidivo specifico infraquinquennale, plurievaso, per di più liberato da un’amnistia: insomma un insopportabile pendaglio da forca beneficiato dal più peloso garantismo.  Al cinema, guardando “Fuga da Alcatraz”, sarà uscito dalla sala e avrà telefonato ai Carabinieri.

Senonché accade che non più solo gli “avvocatoni”, ma Procuratori Generali e Presidenti di Corte di Appello da tutta Italia bocciano questa truffaldina riforma Bonafede: “irrazionale, illogica, incostituzionale” sono le parole che gli sibilano nelle orecchie da tutta Italia, e allora il nostro eroe sbrocca.

Una giornataccia da incubo: vuoi vedere che me la fanno fuori davvero, questa leggina che mi è costata tanta fatica?  E giù allora insulti contro le “Camere Penose” che intervenivano e manifestavano in tutta Italia.  Giusto un accenno al Procuratore Generale di Milano, perché ha osato dirlo dallo scranno di Borrelli e addirittura in presenza di Piercamillo, e c’è un limite a tutto.

Per il resto, meglio picchiare sugli avvocati e tacere al lettore quelle brutte e fastidiose notizie. Nel Paese che è riuscito a mandare al governo terrapiattisti e manettari guidati da un comico in disarmo, l’ometto è diventato il leader indiscusso del giustizialismo italiano.  È ovvio che ci fai la bocca.

Sproloquia, scrive di diritto pur ignorandone le fondamenta, assolve i buoni e condanna i cattivi, spiega ed interpreta sentenze, norme, disegni di legge, tratta una informazione di garanzia alla stregua di una sentenza di condanna, e si fa assistere da avvocati che chiedono il suo proscioglimento per prescrizione rigorosamente a sua insaputa.

Ora, dovete capirlo: i terrapiattisti vanno dissolvendosi come neve al sole ancor prima di quanto si potesse ragionevolmente immaginare, non ci sono più le mezze stagioni, ed ora stanno per silurargli pure la radiosa riforma della prescrizione.  Uno così, se gli togli il giocattolo, non sai più come tenerlo.

Ed ecco allora che, dando fondo al meglio del suo bagaglio (anzi: Bagaglino) culturale, ti storpia il nome, rabbioso.  Le “Camere Penose”.  Penose per te, amico mio; e non hai ancora visto nulla!




Il quadro è cambiato per tutti

di Nando Pagnoncelli

Il risultato delle Regionali segna un passaggio rilevante, che può cambiare la struttura della politica. Per diverse ragioni. La prima è il ritorno del bipolarismo, dopo circa 7 anni, a partire dalle Politiche del 2013, che fecero segnare la comparsa in forze del Movimento 5 Stelle. Non è detto che il magro risultato segni il tramonto definitivo, ma senza dubbio il suo ruolo non potrà più essere terzo.

La seconda ragione è la struttura della leadership nel centrodestra: l’egemonia salviniana mostra qualche crepa e la competizione con Giorgia Meloni è probabilmente destinata a crescere. La terza è relativa al centrosinistra: il Pd è a un passaggio strategico che deve gestire con grande attenzione. La vocazione maggioritaria da cui nasce va probabilmente rivista in un processo di apertura alla società. Infine, il governo, che presumibilmente esce rinforzato da un lato, ma con indubbi aspetti di fragilità dall’altro.

La profonda crisi del M5S rende infatti meno solida la capacità di leadership di quella che rimane comunque la prima forza in Parlamento. Quali le ragioni della vittoria di Bonaccini? Il primo elemento che emerge evidente è il rischio che si corre quando si chiamano gli elettori a un referendum personale. È successo a D’Alema con le Regionali del 2000, a Renzi con il referendum costituzionale del 2016, a Salvini oggi.

Bonaccini, specularmente, ha impostato la campagna sui temi di governo regionale, rifuggendo la polemica nazionale e mettendo in secondo piano i partiti che lo sostenevano. È lui il vincitore vero: ha ottenuto circa tre punti in più rispetto alla coalizione che lo sosteneva. È una vittoria del modello emiliano? In parte sì, per quanto evidentemente acciaccato. Il buongoverno regionale ha contato. Molto ha contato la spinta alla mobilitazione di area favorita anche delle Sardine.

Quindi la vittoria di Bonaccini si pone in un quadro diverso rispetto ai precedenti, che richiede una capacità nuova, per tutto il centrosinistra, di definire la propria relazione con la società, il ruolo delle forze politiche che lo compongono (e del Pd soprattutto), e quella di coniugare buon governo, visione futura e valori.

Sono aspetti da considerare attentamente in vista delle prossime Regionali ormai alle porte.

*editoriale tratto dal Corriere della Sera



Il silenzio degli innocenti

di Gian Domenico Caiazza*

È il destino più infame, quello degli innocenti. Si chiamano così perché sono stati, un tempo e per lungo tempo, presunti colpevoli. La storia dell’innocente è dunque una storia di dolore, e assai raramente di completo riscatto. Quando la tua vita viene marchiata dal sospetto, dunque dall’accusa di aver commesso un reato, lo è per sempre. Se poi quel sospetto è stato valutato così grave e fondato da portarti in carcere, non c’è salvezza. Sarai per sempre guardato in un modo diverso e, quel che più conta, ti sentirai sempre guardato in modo diverso.

Da presunto colpevole, l’innocente ha vissuto sulla propria pelle i morsi feroci della riprovazione sociale. I vicini di casa ti evitano, il lavoro o è perso o è gravemente pregiudicato, gli amici si dileguano, i figli a scuola dovranno vergognarsi di te. E chissà poi come ti guardano, i figli, cosa pensano davvero. Ecco cosa è, nella realtà, un “innocente”, perfino se non sia passato dalla galera. Ed ecco perché l’innocente preferisce, di norma, il silenzio sul suo passato di presunto colpevole. O sei Enzo Tortora, e trovi la forza di parlare e di lottare per tutti gli altri, o preferisci, piuttosto che far rivivere l’incubo anche solo raccontandolo, tacere e camminare rasente i muri.

Lei sa, Signor Ministro Bonafede, che non è mio costume speculare su incidenti altrui, e ridere scompostamente di chi inciampa. Ho anche letto la sua precisazione, che questa volta francamente fatico a comprendere. Ci mancherebbe pure che l’assolto debba poi andare in galera!

Ma qui mi preme che Lei comprenda seriamente cosa possano aver significato le sue parole –“gli innocenti non vanno in carcere”- per le decine, anzi le centinaia di migliaia di persone che hanno vissuto quell’incubo. E lasci perdere le condanne per ingiusta detenzione. Davvero pensa che sia quella la contabilità reale di chi ha ingiustamente patito il carcere? Lei è drammaticamente fuori strada, Signor Ministro. Si tratta di una piccolissima parte di quelli che hanno vissuto ingiustamente da colpevoli.

Ma lei ama occuparsi di vittime. Come tutti i populisti giustizialisti, Le è più comodo, facile ed utile, senza preoccuparsi se il presunto carnefice possa essere a sua volta la prima e la più tragica delle vittime.

Questo d’altronde è esattamente il discrimine tra l’idea liberale e quella populista della giustizia penale. Per i primi, diversamente dai secondi, il prezzo più alto che una società possa pagare non è un colpevole impunito, ma un innocente in galera. In verità, andiamo ben oltre il pensiero liberale. Si tratta di una idea fondativa della civiltà umana, dall’ “in dubio pro reo” del 530 dopo Cristo al contemporaneo “al di là di ogni ragionevole dubbio”. Il sistema processuale, signor Ministro, è ab origine concepito per prevenire questa tragedia, l’innocente in galera, l’unica davvero intollerabile. Altro che “certezza della pena”.

La facilità con la quale Lei ha potuto dire ed anche ripetere quelle parole non è dunque un incidente, ma la esatta spia del punto di vista politico che Lei esprime. E’ un problema di priorità, di cosa si abbia innanzitutto in testa quando si parla di processo, di sanzione, di pena, di innocenti e di colpevoli. Ed è il punto di vista che ha portato Lei, coerentemente con il risultato elettorale, ad essere Ministro di Giustizia del nostro Paese, ed a firmare le leggi che ha firmato. Leggi per “spazzare via” la corruzione (a proposito, complimenti per i brillantissimi risultati, sotto gli occhi di tutti), e per introdurre la categoria dell’imputato a vita, con la nota abrogazione della prescrizione. Sono leggi che vengono concepite da chi vive letteralmente ossessionato dal colpevole impunito, mai dall’innocente massacrato.

Non credo dunque che Lei debba giustificarsi, signor Ministro: questa è, semplicemente, la cultura politica che Lei esprime, con il Suo movimento stellato, i suoi Davigo, i Suoi Travaglio, i Suoi Di Matteo, insomma tutta la nota compagnia di giro. Io anzi preferisco che Lei la esprima quotidianamente, con la massima, inequivocabile chiarezza.

Si tratta invece di capire cosa ne pensino i Suoi nuovi alleati di governo; quali misteriose e penose mediazioni si pretenderebbe di concludere con l’idea del diritto e della legge penale che Lei incarna e rappresenta -sia detto a Suo onore- senza equivoci, senza mai nascondersi. Quale indecorosa resa ad esse si stia facendo rovinosamente strada su principi che dovrebbero essere non negoziabili, salvo a volersi iscrivere definitivamente nell’empireo del populismo giustizialista.

Ma sia cauto, per il futuro, quando parla di innocenti. Li lasci perdere, almeno. Come ho cercato di spiegare, di norma gli innocenti condannano sé stessi al silenzio. Ma noi avvocati le loro storie le conosciamo, e non abbiamo nessuna intenzione di tacere.

*Presidente dell’ Unione Camere Penali Italiane



I veri dati sulla produzione globale di CO2

di Marco Moretti*

Perché Greta Thunberg non va a protestare a Pechino o a New Delhi, i Paesi che inquinano di più?“. Quante volte lo abbiamo sentito dire nei mesi scorsi o lo abbiamo letto sui profili social di detrattori di Friday for future preoccupati non per il destino del Pianeta ma per quello dei loro business. “Bisogna bloccare Cina e India, stanno soffocando il globo” hanno sbraitato da New York a Francoforte via Sydney, banchieri e industriali occidentali, tinti di una patina verde, che più delle emissioni di CO2 sembrano preoccupati soprattutto dalla concorrenza che soffia da Oriente. Queste frasi sono solo alcuni esempi del continuo scaricabarile di responsabilità a cui assistiamo nell’informazione sui Paesi con le emissioni di CO2 più elevate. Ma cosa c’è di vero in queste affermazioni? Poco e nulla.

Analizzando i dati storici sulle emissioni di CO2 scopriamo il contrario. Negli ultimi cinquant’anni i maggiori inquinatori sono stati in gran parte gli abitanti dei Paesi europei e nordamericani oggi all’avanguardia nella difesa dell’ambiente. E che la produzione petrolifera ha fornito il maggiore e peggiore contributo al surriscaldamento del Pianeta.

Oggi è vero che come dato assoluto la Cina produce più emissioni totali degli Stati Uniti: 9.481 milioni di tonnellate contro 4.888, cioè il doppio ma con oltre quattro volte gli abitanti, in pratica gli Statunitensi sono singolarmente responsabili di oltre il doppio delle emissioni dei Cinesi. Se poi andiamo al quadro storico degli ultimi cinquanta anni, scopriamo che gli Stati Uniti hanno prodotto dieci volte più emissioni della Cina in termini assoluti: 1200 tonnellate pro-capite contro le 120 tonnellate a testa della Cina, includendo i trent’anni di boom economico di Pechino, che – nonostante sia la seconda potenza industriale del mondo – è solo al 17° posto per le emissioni storiche individuali, ovvero è ancora un Paese a consumi contenuti rispetto a Europa e soprattutto Nord America.

E nell’ultimo biennio (2017-2018), in termini globali, la Cina ha aumentano le emissioni meno degli Stati Uniti: 2,5 per cento contro il 3,1 per cento, senza contare che la Cina ha margini potenziali di sviluppo (popolazione rurale, indice di povertà, tenore di vita, ecc.) molto superiori a quelli degli Usa, altamente industrializzati e inurbati. In questo senso nel 2018 è stata più virtuosa l’Europa con un calo delle emissioni dell’1,3 per cento.

Chi è allora ad avere le maggiori responsabilità del disastro a cui andiamo incontro? Dal 1969 a oggi, a livello pro-capite i maggiori inquinatori sono gli Stati Uniti, seguiti in ordine da Canada, Arabia Saudita (è qui incide fortemente l’industria petrolifera, oltre all’uso massiccio di aria condizionata), Germania, Olanda, Gran Bretagna, Finlandia, Norvegia, Giappone, Svezia, Israele, Francia, Italia, Svizzera e Spagna. Ovvero i Paesi più industrializzati. Quelli in via di sviluppo seguono a grande distanza.

L’India è oggi il Paese più inquinato del mondo (aria irrespirabile nelle città, enormi problemi nella gestione di acque e rifiuti, gigantesca quantità di metano prodotta dal maggiore parco bovino del Pianeta) e maggiore aumento di emissioni di CO2 nell’ultimo biennio (più 4,8 per cento contro una media mondiale di più 1,7 per cento). Ma sul dato globale del 2018 di 33.143 milioni di tonnellate di emissioni, l’India contribuisce solo per 2.299 milioni di tonnellate, cioè meno del 7 per cento, con poco meno di un quinto della popolazione mondiale. E in termini storici (dal 1969 al 2019) ha prodotto appena 40 tonnellate per abitante contro le 1200 degli Stati Uniti, le 750 dell’Arabia Saudita e le 350 dell’Italia.

Europei e Nordamericani hanno più mezzi a motore alimentati da combustibili fossili che abitanti, da tre generazioni mangiano più del necessario, trascorrono l’inverno in case riscaldate oltre ogni ragionevole misura, l’estate vivono rinfrescati dall’aria condizionata, e passano la vita spostandosi in massa in aereo. Che diritto hanno di dire a Cinesi, Indiani, Thailandesi e Indonesiani – da poco usciti (solo in parte) dalla miseria – di ridurre i consumi e le emissioni e tornare a una vita spartana? Vista la nostra storia recente, nessuno.

*articolo tratto dal quotidiano LA STAMPA

(CdG) Ecco alcuni dati del nostro Paese:

 




Gaia, Camilla e Pietro, i nostri figli che non fanno quello che "sanno"

di Alberto Pellai

L’incidente di sabato notte che ha travolto Gaia e Camilla, le due sedicenni romane, rimaste uccise su Corso Francia a Roma, fa entrare noi genitori in uno stato di angoscia che non ha confini. Ogni volta che vediamo figli di altri genitori, ai quali il destino riserva una morte così atroce e assurda, non possiamo non sentirci chiamati in causa ed empatizzare immediatamente con il loro dolore infinito. Se non conosci quello strazio che ti uccide il cuore, quando muore un figlio, puoi solo immaginare quanto tremendo possa essere. Chi lo vive, dice che si fa persino fatica a trovare la forza di continuare a respirare.

Ci sentiamo sconvolti perché sappiamo che potrebbe capitare ai nostri figli, in ogni istante. E’ questo il primo pensiero che ci viene in mente. E allora leggiamo senza soluzione di continuità, le notizie che i media ci forniscono per capire se davvero è tutta colpa del destino, oppure se c’è qualche elemento cui possiamo aggrapparci per dire ai nostri figli: “Fate attenzione”, per fornire loro competenze che gli evitino (e ci evitino) l’eventualità più tremenda che la vita può far accadere ad una famiglia: perdere un figlio.

La vicenda di sabato notte a Roma è piena di elementi prevenibili, su cui però tutti i protagonisti sono andati via “scialli” (come dicono loro). Le ragazze sono state travolte, perché (sembra, in base a quanto riportato dai media) hanno attraversato col semaforo rosso, in una notte buia e piena di pioggia su una strada caratterizzata dall’alta velocità delle auto che la percorrono. Il ragazzo che le ha travolte era un neopatentato che (sembra, sempre in base a quanto riportato dai media) si trovava al volante dopo aver consumato bevande alcoliche e sostanze ad azione psicotropa.

La responsabilità del guidatore perciò sembra accertata e gravissima. La leggerezza con cui le due giovani vittime hanno affrontato un attraversamento stradale sembra essere un co-fattore di non trascurabile importanza che ha contribuito a questa immane tragedia. E’ chiaro che se adesso i protagonisti potessero tornare indietro nel tempo, ognuno di loro rivivrebbe gli eventi del proprio sabato sera in modo completamente differente. Ma il destino quasi mai offre una seconda opportunità. Almeno non in questo caso.

Sono più che certo che i genitori dei tre giovanissimi coinvolti abbiano provato nel corso della loro crescita a seminare nei figli tutte quelle informazioni preventive che sabato sera loro hanno sistematicamente disatteso. Da quando un bambino ha 3 anni gli insegniamo a non attraversare col rosso, a fare attenzione quando si muove su una strada affollata. Non c’è mamma o papà che non lo faccia. E quando poi i nostri figli diventano maggiorenni, nessun adulto mette nelle loro mani le chiavi di un’auto, senza aver prima fatto un milione di raccomandazioni.

Purtroppo i nostri figli non fanno quello che “sanno”. Il fatto che noi adulti gli diciamo le cose giuste, non è garanzia che loro poi le mettano in atto. Penso che la vera rivoluzione possa avvenire solo se, all’interno del loro gruppo dei pari, ci sono altri amici e amiche che sanno rinforzare il messaggio preventivo promosso in famiglia. Che sanno diventare veri e propri “educatori tra pari”, amplificando il ruolo educativo di noi adulti, che senza tregua e, a volte, con ansia e preoccupazione, continuiamo a fargli ascoltare dalle nostra voce tutto quello che vorremmo fossero in grado di mettere in atto, quando si muovono nel mondo.

Per essere educatori tra pari, bisogna credere che la prevenzione è un valore, che la vita è un valore, che la leggerezza di un istante non è tollerabile, nemmeno, appunto, per un solo istante. Bisogna rimanere concentrati su se stessi e sugli altri, bisogna saper alzare lo sguardo su tutto ciò che ci circonda, bisogna avere “vagonate” di quelle che Howard Gardner, definisce “intelligenza intrapersonale” (conosci te stesso) e “intelligenza interpersonale” (conosci gli altri), i due ingredienti cruciali per il successo delle nostre vite.

Purtroppo i ragazzi sono “fisiologicamente fragili” rispetto a tutte queste dimensioni. Ma sono anche “culturalmente fragili” rispetto a ciò, perché non sposano i principi della prevenzione, non alzano lo sguardo e sono spesso incitati a sposare fin da giovanissimi la cultura del “chissenefrega. La sentono decantata in ogni dove. Ma quella sorta di menefreghismo e nichilismo in cui vivono immersi è ciò che poi all’improvviso, genera risvegli terribili.

Come quello che abbiamo vissuto tutti, domenica mattina, quando i media hanno cominciato a parlarci di Camilla, Gaia e Pietro. Io metto i loro tre nomi, uno a fianco dell’altro. Anche se Pietro è vivo, sono più che certo che i suoi genitori soffrono dello stesso dolore di quelli di Camilla e Gaia.Mi unisco – e penso di interpretare lo spirito di tutte le mamme e i papà che leggono – anzi, ci uniamo al loro fianco. E dentro a quel dolore che sembra non avere confine, piangiamo con loro.

Speriamo che i nostri figli, guardando le nostre lacrime, comprendano che, quando gli diciamo cosa è bene fare e perché, non lo facciamo perché siamo spinti dal desiderio di essere rompiscatole. E speriamo che imparino anche loro ad essere un po’ più “rompiscatole” con se stessi e con i loro amici, ogni volta che, nella leggerezza, assumono un rischio – grande o piccolo che sia – che può valere una vita.




Parole di Direttore

di Giampaolo Sodano

Tra un mese, il prossimo 19 gennaio del nuovo anno, cadrà il ventennale della morte di Bettino Craxi. C’è da augurarsi che ancora una volta non si scateni la solita trita polemica, volgare e violenta, come purtroppo è accaduto in questi anni e anche in tempi recenti. È innegabile che esiste (non risolta) una questione Craxi e quindi sarà inevitabile una riflessione intorno all’operato di un leader che ha segnato con la sua presenza e le sue idee una intera stagione della politica italiana.

Dovremo dare una risposta alla domanda se il socialista Bettino Craxi sia stato un grande statista oppure un latitante sfuggito ai rigori della legge, anche se per rispondere basterebbe riascoltare, con un po’ di attenzione, il Suo discorso alla Camera dei Deputati del luglio 1992: ci accorgeremmo che seguendo il filo della sua analisi si sarebbe potuto realizzare una riforma dei partiti e delle istituzioni e dare una soluzione politica alla questione morale, senza passare attraverso il buio della reazione populista e giustizialista che ha distrutto formazioni politiche e classi dirigenti lasciando il paese in mano alla “società civile”, una espressione usata per indicare una realtà sociale contrapposta al sistema politico-istituzionale e che è stata utilizzata da noti giornalisti della carta stampata e della televisione per denunciare le responsabilità di quel sistema.

Quei stessi giornalisti che ad esempio non hanno visto, non hanno sentito, o forse non c’erano, quando si progettava e poi si realizzava la svendita che è seguita a tangentopoli di tutti i “gioielli di famiglia” dall’IRI alla STET, alla MONTEDISON oppure si erano distratti quando a Bruxelles si consumava la subalternità italiana per un cambio lira-euro, frutto della pressione francese, che ci ha fatto improvvisamente trovare in tasca la metà del salario. Craxi è stato l’espressione più alta di quella classe dirigente che si opponeva al disegno di smantellare la potenza industriale dell’Italia, dalla chimica alla comunicazione, e che ha cercato negli anni ‘80 di realizzare una riforma dello Stato e della politica per edificare un’architettura istituzionale che potesse far uscire il nostro Paese da quel consociativismo democristiano-comunista che ha condizionato la modernizzazione e lo sviluppo della comunità nazionale.

Tangentopoli è stata una gigantesca messa in scena sul palcoscenico della provincia Italia per favorire, dietro le quinte, quelle forze economiche e politiche interessate a nuovi equilibri dei poteri nel nostro paese. Forse è necessario ricordare che in una vicenda di corrotti e corruttori, a pagare furono soltanto i corrotti, cioè i politici, mentre i corruttori, dopo un rapido passaggio nei corridoi della Procura di Milano potevano tornare nei loro Consigli di amministrazione e da lì cercare di ritagliarsi un spazio nella distruzione dell’industria di Stato: agirono con una visione corta del proprio futuro con il risultato di essere costretti a passare la mano agli investitori esteri e ai fondi di investimento.

Il recente accordo Peugeot-FCA, che significa in pratica l’acquisto da parte della casa automobilistica francese di ciò che restava della Fiat, è l’ultimo atto di questa corsa suicida. Le vittime più illustri di tangentopoli sono stati probabilmente Raul Gardini e Gabriele Cagliari, che ebbero il torto di credere di poter realizzare in Italia un grande progetto della chimica con la forza delle idee e del danaro senza contare che cosa era nel nostro paese quella razza padrona che un tempo aveva ottenuto da Mussolini di far fermare un treno in piena campagna per risolvere problemi familiari di un illustre suo appartenente…e così l’unica cosa da fare per la Procura di Milano fu quella di accusare Sergio Cusani, il professionista di fiducia della famiglia Ferruzzi, di reati collegati alla joint venture tra ENI e Montedison, chiamata Enimont: il processo, in diretta televisiva, servì a mettere alla gogna tutti i leader dei partiti di governo. Il resto è noto. Nel processo emerse anche, che una valigia contenente denaro era pervenuta in via delle Botteghe Oscure, nella sede nazionale del PCI, ma le indagini si erano arenate, dato che non si erano trovati elementi penalmente rilevanti nei confronti di persone fisiche.

Ad assistere al tutto, Romano Prodi, presidente dell’IRI. Poi presidente del Consiglio. Poi Presidente della Commissione europea. Poi, di nuovo presidente del Consiglio. Poi, Nume tutelare, a disposizione. Il professor Prodi potrebbe raccontarci molte cose di quella vicenda ad iniziare dalla fine dell’IRI che fu liquidato alla chetichella, chiuso dalla sera alla mattina non per questioni di merito ma in base a pregiudiziali ideologiche, sull’onda della “rivoluzione di mani pulite”, per finire alle privatizzazioni delle industrie di Stato come per esempio la Cirio, cessata di esistere dopo la sua svendita e di cui è rimasto solo un marchio ballerino. Pietro Armani, consigliere di amministrazione dell’IRI, è morto senza aver visto affermate o negate le sue accuse su quell’”affare”.

Ha scritto Augusto Minzolini: “L’avvento del Prodi “politico” fu progettato, programmato. Fu il tentativo di ricostituire un “ordine” dopo Tangentopoli. Ricordo un aneddoto: pochi mesi prima di essere costretto a lasciare l’Italia, a poche settimane dall’episodio delle monetine davanti al Raphael, Bettino Craxi, che io seguivo assiduamente come cronista politico de LA STAMPA, mi consegnò un documento, senza intestazioni, di 13 pagine. Dentro c’era un’analisi che individuava in Tangentopoli uno strumento per privatizzare i gioielli dell’economia italiana (era menzionata anche la famosa riunione sul Britannia, quella nella quale la grande finanza internazionale aveva immaginato un “dopo” per il mondo post-comunista e per il nostro Paese): ebbene nell’ultima pagina di quel documento, siamo nel 1993, si parlava di un possibile governo Prodi…… Dopo qualche settimana mi fu detto – ma non ebbi mai una conferma ufficiale – che quel documento era un rapporto dei servizi segreti tedeschi sui piani della finanza anglosassone. Fantapolitica? Probabilmente, ma ho sempre pensato che Prodi fosse un predestinato. L’uomo su cui l’establishment italiano – quello che era venuto fuori dalla democrazia cristiana e dal partito comunista – aveva puntato per portare l’Italia nella seconda Repubblica.” (Augusto MinzoliniQuando il retroscena conquista la ribalta” in “Passi perduti” di Giorgio Giovannetti, 2018)

Sarà utile rileggere le cronache di Tangentopoli alla luce di quanto è accaduto dopo, con diverse leggi elettorali, per consentire la nascita di nuovi partiti o la rinascita di vecchi oppure movimenti che uno dopo l’altro si sono candidati a governare senza averne cultura e capacità e soprattutto, salvo qualche eccezione, esprimendo una classe dirigente non in grado di restituire alla politica il prestigio perduto e alla democrazia liberale il necessario equilibrio dei poteri.

E così, periodicamente, la mattanza continua. Inseguito per un decennio da tutte le procure è tramontata la stella di Silvio Berlusconi, il tycon della tv commerciale che si era illuso di farla franca sposando il linguaggio dei populisti e mettendo al loro servizio le sue reti. Al suo posto è salito sul palcoscenico Matteo Renzi, sicuramente il più “politico” dell’ultima generazione di politici. Si può essere d’accordo con lui o meno, ma aveva un progetto per il Paese: ricreare un soggetto politico in grado di governare l’Italia da una posizione di centro. Che sia una sinistra che guarda verso il centro, o viceversa, per Renzi poco importava.

Non era una novità ma uno schema con cui la democrazia cristiana aveva governato nel secolo scorso, anche se bisogna dire che l’aggiunta di intenzioni rottamatrici e di riformismo anticorporazioni, dopo vent’anni di Seconda Repubblica, era apparso a molti del suo ex partito un progetto estraneo alla cultura cattocomunista del PD e da eliminare presto, e con ogni mezzo, dal dibattito politico. Allo spegnersi dell’esperienza del leader fiorentino si accendeva il Movimento 5 Stelle: l’eredità della protesta delle monetine del Raphael la prende Beppe Grillo con i suoi “vaffaday”, una nuova puntata del “populismo” made in Italy.

Tuttavia è giusto riconoscere che i “grillini” hanno incanalato il malessere nel solco dell’antipolitica assolvendo ad una funzione positiva, evitare che il malumori vestissero i gilet gialli o addirittura la camicia nera dei nostalgici del fascio. Il problema è nato nel momento in cui, con le elezioni del 2018, il Movimento ha dovuto assumere i connotati di un nuovo ceto politico di governo. La mediocrità dei suoi rappresentanti è sotto gli occhi di tutti e il primo ad esserne consapevole è Beppe Grillo, l’apprendista stregone che non riesce a gestire la sua alchimia.

E poichè in politica non esistono vuoti di potere ecco che dalle quinte spunta il nuovo pretendente, Matteo Salvini, l’ultimo arrivato che si è preso la scena. Tutto lascia supporre che tra Di Maio da una parte e magistrati dall’altra, con un Bossi non troppo soddisfatto di avergli ceduto il posto, lo spettacolo non durerà a lungo. Il povero Matteo ha alzato troppo la posta, tra comunismo padano e sovranismo rischia sempre più di perdere il filo del discorso politico, insidiato da una Giorgia Meloni ormai tutta protesa fuori della Garbatella, il popolare quartiere romano che un tempo costituiva tutto il suo feudo.

La morte di Bettino Craxi fuori dalla patria è stato il segno più evidente di un rigetto che una parte dell’opinione pubblica – ingannata dal circuito mediatico-giudiziario e dalla propaganda populista della televisione commerciale e dei pifferai del servizio pubblico RAI – ha nutrito verso il Partito Socialista che in Parlamento e al Governo ha saputo garantire, malgrado la tragedia del terrorismo, pace sociale e sviluppo economico, frenando, nello stesso tempo, le tentazioni assolutiste del partito di maggioranza relativa e la vocazione egemonica del partito comunista.

Non tutti i socialisti lo compresero fino in fondo: abbandonarono Craxi e la sua linea politica per il timore dei nuovi equilibri politici e istituzionali. Craxi restò solo: la responsabilità politica non va ricercata solo negli altri partiti, nei giudici di mani pulite e nei giornali legati alla grande industria che li sostennero. Alla fine pagarono coloro che si erano più esposti: ricordiamo i 34 suicidi che accompagnarono la fanfara di “Mani Pulite”.

Cogliamo l’occasione della commemorazione della morte di Bettino Craxi per aprire una fase nuova: dopo il tempo della abiura lasciamo il passo ad una riflessione più serena, alziamo lo sguardo oltre i confini del presente, ricostruiamo la memoria di un popolo umiliato e offeso dalla dittatura fascista, capace di conquistarsi un rinnovato prestigio e di realizzare nel giro di pochi anni, sulle macerie della guerra nazista, un vero miracolo economico.

Il ritrovarsi ad Hammamet il 19 gennaio 2020 può essere l’occasione per l’inizio di un esame di coscienza collettivo. Noi di “Moondo” ci saremo, consapevoli che l’epilogo è tutto da scrivere: uno di noi ha iniziato a farlo scrivendo un libro documentato che sarà in libreria dalla metà del prossimo mese in cui si tenta una riflessione su quanto accaduto 30 anni fa (Mario Pacelli, Ad Hammamet, edizioni Graphofeel, 2020) augurandoci che qualcuno non rovini tutto mettendo in scena una passerella per pentiti con il cappio o con le monetine.




L'opinione del Direttore

ROMA –  L’ appuntamento con il  nostro Direttore Antonello de Gennaro, trasmesso in “diretta streaming” da Roma lunedì 9 dicembre 2019 all’interno del nostro programma “SETTE E MEZZO” sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™. Inchieste, retroscena, esclusive: come sempre tutta la verità sui fatti documentata senza filtri o censure.

L’informazione sempre dalla parte della legalità per la tutela dei cittadini ed un giornalismo corretto, libero ed indipendente al servizio dei nostri lettori nella diretta “live” videotrasmessa in streaming sulle pagine “ufficiali” Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™.




Ilva, la rotta perduta dell’esecutivo

di Dario Di Vico

Hanno abolito la povertà ma hanno lasciato in vita i licenziamenti. Lo so che è una “battutaccia” ma il comportamento dei ministri a Cinque Stelle sia dentro il vecchio governo che nel nuovo lascia allibiti.

Hanno pervicacemente voluto occupare tutte le poltrone dell’impresa e del lavoro (Mise, Ministero del Lavoro, Inps, Anpal) ma non sono stati capaci di condurre in porto o migliorare nessuno dei dossier a cui si sono applicati. Così il ministro Stefano Patuanelli, dopo che i suoi colleghi pentastellati avevano montato l’incredibile querelle sullo scudo ambientale, si dichiara “deluso” di fronte ai proclami di ArcelorMittal che vuole mettere sulla strada 2.900 lavoratori subito e altri 1.800 in seguito.

La verità è che non c’è nel Movimento una genuina tensione verso il sociale ma i problemi degli ultimi, dei penultimi e del terzultimi sono per loro solo un instrumentum regni, servono solo per far pesare la forza politica al tavolo del potere. Lo stesso del resto vale per la vicenda Mes, i pentastellati creano una loro agenda delle priorità e poi la usano come la spada di Brenno. Ma i licenziamenti che vengono da Taranto purtroppo rovesciano le priorità pentastellate e scodellano davanti a tutti l’agenda della verità.

Dopo che Luigi Di Maio ha distrutto l’operatività del Mise — come denunciato pubblicamente dai dipendenti del ministero — il suo successore non riesce a raddrizzare la rotta. Un giorno apre il tavolo dell’automotive, lo usa per una photo opportunity ma non convoca mai le riunioni di approfondimento, il giorno successivo resuscita l’Iri e promette il ritorno dello Stato imprenditore, il terzo non sa che pesci pigliare e rimedia una magra figura davanti all’arroganza dei vertici ArcelorMittal. Se i Cinque Stelle hanno la responsabilità di aver voluto cumulare responsabilità ministeriali senza avere uomini o donne competenti da mettere in campo, il principale loro alleato di governo non è esente da colpe.

Il Pd ha rinunciato ad esercitare qualsiasi azione sui tempi dell’impresa e del lavoro. Ha ceduto la primogenitura ai Cinque Stelle con il risultato di essere sempre meno apprezzato dalle élite economiche che si battono per la crescita e, per di più, non ha recuperato nemmeno un po’ di quel radicamento sociale che era stata la principale leva politica dei successi dei suoi antenati.

*editoriale tratto dal CORRIERE DELLA SERA




Non è avvertimento, è giornalismo

di Marco Damilano*

Un articolo, un servizio, un’inchiesta giornalistica in democrazia non sono un avvertimento, ma l’opposto. Sono un contributo che si porta alla conoscenza dei fatti, per mettere i cittadini e gli elettori di scegliere i loro rappresentanti nelle condizioni migliori.

Ha sbagliato, dunque, il senatore Matteo Renzi a definire così, come ha fatto ieri mattina  dai microfoni di Radio Capital,  la storia di copertina firmata da Emiliano Fittipaldi e Giovanni Tizian che i lettori dell’Espresso potranno leggere finalmente domenica primo dicembre nella sua interezza, dopo tante anticipazioni, discussioni, polemiche. Se, dopo aver minacciato querele e dopo essersela presa con il collega Gigi Riva che ha fatto un errore e si è subito scusato, il senatore Renzi avrà la pazienza di leggere la nostra inchiesta, vedrà che non di avvertimenti o di veline o di pizzini si tratta, ma di un accurato e paziente lavoro di ricostruzione di dati, nomi, cifre, contesti. Il miglior giornalismo di inchiesta, di cui Fittipaldi e Tizian sono firme riconosciute. Che non arriva a conclusioni, ma pone domande.

Sull’acquisto della villa, e sull’ormai famoso prestito  che ha consentito alla coppia Renzi di traslocare nell’estate 2018, sono da chiarire almeno due questioni.

La prima: perché l’amico di Renzi, l’imprenditore Riccardo Maestrelli, appartenente a una famiglia che figura con le sue società tra i finanziatori della Fondazione Open , nominato nel consiglio di amministrazione della Cdp Immobiliare il 5 maggio 2015, mentre a Palazzo Chigi governava l’ex sindaco di Firenze, non ha elargito il prestito da 700mila euro destinato all’acquisto della casa, ma tramite la madre, signora Anna Picchioni?

La seconda questione: la coppia Renzi ha trasferito 400mila euro per la caparra dell’acquisto della casa, restano altri 300mila euro, sono stati restituiti tutti, o soltanto in parte?

Queste domande prescindono dall’inchiesta della magistratura, nessuno dei protagonisti risulta sotto indagine, per esempio, ma richiamano un profilo di trasparenza e di distinzione tra sfera privata e sfera pubblica che dovrebbe rappresentare la strada maestra per chi fa politica ad altissimi livelli come l’ex premier in questi anni.

Ricordate Anna Maria Cancellieri, Maurizio Lupi, Federica Guidi? Cosa hanno in comune questi tre ex ministri? Di tutti e tre Renzi chiese le dimissioni, eppure nessuno di loro era indagato. Di due di loro (Lupi e Guidi) le ottenne in pochi giorni, o addirittura in poche ore, perché erano ministri che facevano parte del suo governo e non potevano godere di una difesa politica, non avevano alle spalle né un partito potente né una corrente di appoggio dell’opinione pubblica. “Le dimissioni si danno per una motivazione politica o morale, non per un avviso di garanzia”, disse Renzi in un’intervista a Goffredo De Marchis (Repubblica, 22 marzo 2015). D’accordo: ma chi stabilisce cos’è morale e cosa non lo è, i criteri di inopportunità politica che sono più esigenti perfino di quelli di un’indagine giudiziaria che muove da ipotesi di reato?

Il giornalismo può aiutare a formare un’opinione pubblica, non giustizialista, come si usa dire, ma sensibile, attenta, reattiva. Questo è il giornalismo in cui crediamo noi dell’Espresso. Abbiamo svelato di recente l’esistenza dell’associazione Più voci, appartenente alla galassia leghista , per cui il tesoriere della Lega,  Giulio Centemero è oggi sotto inchiesta, abbiamo raccontato il viaggio di Salvini e di Gianluca Savoini a Mosca dell’ottobre 2018 , su cui ora indaga la procura di Milano con l’ipotesi di corruzione internazionale, ci siamo interessati delle frequentazioni di Davide Casaleggio con le lobby e con le aziende di Stato. Nelle prossime settimane ci occuperemo di altri partiti e di altri finanziamenti, perché pensiamo sia un tema cruciale per la qualità della nostra democrazia.

Sui finanziatori della fondazione Open, su cui è aperta un’inchiesta della procura di Firenzei lettori dell’Espresso potranno trovare domenica in edicola nuove informazioni: nomi e cifre. Tra loro, spicca il caso di Gianfranco Librandi , imprenditore, già deputato e tesoriere di Scelta civica, passato al Pd nel 2017, inserito nella lista bloccata in Lombardia per la Camera, rieletto, oggi traslocato in Italia Viva. Abbiamo scoperto che ha finanziato la Open con 800mila euro. Un’elargizione fuori misura che forse spiega il suo tortuoso percorso politico.

Anche in questo caso, c’è una domanda aperta, di carattere generale. Quando nel 2014 fu abolito il finanziamento pubblico dei partiti mascherato da rimborsi elettorali, dopo i casi Lusi e Belsito, i tesorieri di Margherita e Lega che avevano rubato a se stessi, truccato i bilanci, truffato lo Stato, si parlò giustamente di canali di finanziamento privati trasparenti, tracciabili, pubblici. Oggi siamo molto lontani da questo obiettivo. Nel frattempo, però, le oligarchie si sono fatte ancora più ristrette, la politica da più di venti anni è diventata una cosa per pochi e i rinnovatori non hanno migliorato la situazione, anzi.

Si moltiplicano i partiti personali, di proprietà del leader, non contendibili, come si dice, o i partiti azienda, con le piattaforme affidate a società private che decidono vita e morte dei governi, com’è accaduto questa estate con il voto della piattaforma Rousseau sul via libera da dare al Conte due. Intanto i partiti storici si sono impoveriti: il Pd ha 174 dipendenti in cassa integrazione, ma la fondazione Open ha moltiplicato i finanziamenti, negli stessi anni in cui Renzi era segretario del Pd e punto di riferimento della fondazione.

La commistione tra politica e affari è diventata più stretta. Il mix tra finanziamenti privati opachi, liste bloccate con la scelta delle candidature per il Parlamento nazionale affidate a cerchie ristrettissime, nomi spuntati dal nulla ma forti del potere dei soldi, hanno spezzato il circuito tra consenso, responsabilità e possibilità di scelta dell’elettore che sta alla base della rappresentanza democratica e ha spalancato le porte ai populismi di ogni genere. Oggi un bravo amministratore non ha nessuna possibilità di essere inserito in una lista, rischia di essere scavalcato da un signor nessuno che ha alle spalle ingenti risorse economiche e che si è comprato il seggio.

È questo il vero vulnus democratico, noi vorremmo parlare di questo. Con lo strumento parziale ma tenace di cui disponiamo. Si chiama giornalismo.

*editoriale tratto dal settimanale L’ESPRESSO




E' da sempre un' attrazione pericolosa: la politica contro la magistratura

di Gian Carlo Caselli*

Le bordate di Matteo Renzi contro la procura di Firenze non sono leggere. Si parla di invasione di campo nella sfera politica; di vulnus per la democrazia; di “avvertimento”; di “quelli che hanno arrestato i miei genitori“; di denunzie penali del procuratore capo…

E la tesi che non sarebbe un attacco alla magistratura ma una difesa della politica, appare più che altro una modesta “excusatio (non petita)”. Emerge infatti – e va ben oltre le critiche, sempre legittime – un “pregiudizio ostile” nei confronti di chi, facendo il suo dovere, risulta scomodo per certi interessi.

Un pregiudizio che ha nella nostra storia “illustri” precedenti, a opera di chi non sa cogliere la “novità” della Costituzione democratica: l’abbandono esplicito   della concezione (dominante per oltre un secolo) dell’unità del potere e del primato in esso della politica, con conseguente soggezione della giurisdizione.

A discostarsi da questo quadro, già nel 1994, fu Silvio Berlusconi, quando Forza Italia (così Salvatore LupoL’evoluzione di Cosa nostra: famiglia, territorio, mercati, alleanze, in “Questione Giustizia”, n. 3/2002)  andò “all’assalto della magistratura [che allora] era sulla cresta dell’onda. Non si capì perché! Se fosse solo un problema di consenso un uomo politico non avrebbe fatto quella operazione. [Fu fatta] per il futuro perché occorre che questa gente, che siete voi magistrati, non ci siate più”.

Sta di fatto che ne seguì – secondo Andrea Camilleri –  il tentativo di limitare in tutti modi “le funzioni della Giustizia o addirittura di disconoscerne  il valore di primo requisito delle istituzioni sociali, [con] una violenta, distruttiva, totalizzante, vera e propria guerra  mossa su molteplici fronti e adoperando tutti i mezzi leciti e soprattutto illeciti, dalle frecciate quotidiane della calunnia, del dileggio, dello scherno, alle mine antiuomo delle dissennate proposte di leggi tendenti sostanzialmente all’assoggettamento della Giustizia alla politica, o meglio, all’interesse politico di una sola persona”.

Non sappiamo se il tempo di Berlusconi sia davvero scaduto. In ogni caso,  persiste l’idea di una Giustizia valida per gli altri, ma mai per sé, con i suoi  corollari rovinosi, tra cui la definitiva rimozione della ormai obsoleta “questione morale”  e per molte forze politiche è difficile resistere (ogni volta che la magistratura indaga su ipotesi di deviazioni del potere) all’attrazione fatale di evocare il sempreverde scontro fra politica e magistratura, come se davvero fossimo in presenza di due fazioni contrapposte, ciascuna col proprio obiettivo di parte. Ma in questo modo si offre un pessimo esempio.

Il giudice “parziale” è per definizione un “non giudice”. E se ad avvalorarne l’esistenza, parlando o alludendo a forme di persecuzione giudiziaria, sono uomini politici di primo livello, col peso che loro deriva dalle cariche ricoperte, ogni cittadino soccombente in una causa civile o condannato in un  processo penale si sentirà autorizzato a credere e dire che ciò è avvenuto non per colpe sue (o al limite per errore), ma per la  prevenzione se non peggio del giudice avuto in sorte.

La parabola politica di Matteo Renzi

Con quali effetti devastanti sul sistema è facile immaginare. Effetti che investono anche il potere politico, che ne  risulta  propenso a richiedere “servizi” più che decisioni imparziali, manifestandosi perciò intollerante verso i magistrati indipendenti e gelosi di tale status. Un’anomalia del nostro sistema, sottolineata da Alessandro Galante Garrone rilevando che “a volte non basta, per un giudice, essere onesto e professionalmente preparato. In certe situazioni storiche, per poter ricercare e affermare la verità, con onestà intellettuale, bisogna essere combattivi e coraggiosi”.

*magistrato 



Un piano "B" per Ilva ? Ecco le ragioni per le quali sarà difficile il dialogo con i Mittal

di Federico Pirro*

Il lungo incontro di ieri a Palazzo Chigi fra il presidente Conte, accompagnato dai ministri Patuanelli e Gualtieri, ed i Mittal, padre e figlio, è servito almeno a riaprire un dialogo fra governo italiano ed azienda, circa la possibilità che quest’ultima – a nuove condizioni chiaramente richieste dal vertice della holding franco-indiana – conservi la gestione del Gruppo Ilva, finalizzandola alla sua acquisizione.

Perché ciò sia possibile il magnate deve avanzare al Tribunale di Milano richiesta di caducazione dell’istanza di recesso, presentata invece da AmInvestco Italy all’inizio di novembre dal contratto per la locazione prima e l’acquisto poi del Gruppo siderurgico italiano in amministrazione straordinaria.

Il dialogo fra le parti dovrà ora procedere con incontri full immersion per verificare se sussistano le condizioni: a) per la redazione di un nuovo e più credibile piano industriale, in uno scenario di mercato di bassa congiuntura, ma prevedibilmente in rialzo dal prossimo anno; b) per quantificare e riassorbire esuberi di personale che ne derivassero; c) per innovazioni tecnologiche nel processo produttivo del sito di Taranto; c) per l’ingresso di capitale pubblico nella complessa operazione di rilancio.

Il confronto – è inutile nasconderlo – non sarà affatto facile e neppure breve, e conclusioni positive non sono affatto scontate, anche se, da quanto riportato sulla stampa, parrebbe di capire che le parti siano intenzionate a raggiungere un accordo. Nel frattempo nella grande fabbrica tarantina, pur avendo l’azienda deciso di non spegnere gli impianti – come invece aveva comunicato di voler fare nelle settimane scorse – scarseggiano le materie prime che ne consentano l’esercizio, sia pure al minimo, e molto lentamente stanno procedendo le operazioni di pagamento dello scaduto alle aziende dell’indotto, i cui dipendenti presidiano da giorni le portinerie dello stabilimento, perché se i loro titolari non si vedessero saldare le fatture emesse per lavori già eseguiti, di conseguenza non potrebbero corrispondere i salari ai loro collaboratori.

Come dicevamo poc’anzi. il confronto fra esecutivo e rappresentanti aziendali non sarà affatto facile, soprattutto perché da quanto starebbe emergendo dalle inchieste delle procure di Milano e Taranto, la situazione di cassa di AmInvestco Italy sarebbe molto delicata e che, proprio perché in tali condizioni, aveva determinato la volontà della società di abbandonare la partita dell’Ilva, utilizzando come pretesto il venire meno dello scudo penale per impresa e suoi dirigenti durante il periodo di realizzazione del piano ambientale.

A fine anno le perdite stimate della direzione finanziaria dalla società ammonterebbero a circa 700 milioni: un dato pesante che avrebbe azzerato così le risorse previste dalla holding per l’operazione, o almeno quelle messe in budget per l’anno in corso. Perdite che si sono venute accumulando nel corso dell’anno, che hanno portato fra l’altro ad un prima cassa integrazione ordinaria dal 1° luglio per 1.395 addetti, poi rinnovata a fine settembre per 1.295 occupati, e che oggi e per le prossime settimane – se non vi saranno apporti di nuovi liquidità ad horas – non consentirebbero un esercizio sia pure al minimo dell’attività degli altiforni.

Insomma, una situazione di conto economico pesantissima che ha reso evidenti alcuni errori gestionali e previsionali del management preposto alla guida dello stabilimento di Taranto, francamente impensabili, lo confessiamo, in dirigenti del primo produttore di acciaio al mondo.

Allora – alla luce di quanto scaturito sinora dalle inchieste della magistratura, della precaria situazione finanziaria di AmInvestco Italy e degli errori del top management del gruppo – verrebbe spontaneo chiedersi: ma si è proprio sicuri a questo punto che Arcelor Mittal sia il miglior gestore – sia pure supportato da capitale pubblico – del gruppo Ilva? E poi a quanto dovrebbe ammontare l’apporto cash di un partner pubblico in una società da ricapitalizzare che deve portare innanzi il piano di risanamento ambientale, le manutenzioni ordinarie e straordinarie ormai indifferibili e le innovazioni tecnologiche? E il privato a sua volta quanto dovrebbe investire nell’operazione? Fra pagamento dell’intero gruppo (1,8 miliardi), investimenti ambientali (1,15 miliardi) e piano industriale (1,25 miliardi) erano stati previsti a suo tempo da ArcelorMittal 4,2 miliardi di euro. Ed ora? Su che basi economico-finanziarie si può costruire un new beginning per l’Ilva e per il suo sito ionico? Ed inoltre siamo proprio sicuri che la holding franco-indiana non abbia bisogno per Taranto di un massiccio supporto almeno manageriale degli acciaieri italiani che sembrano decisamente migliori per capacità gestionali del management di Arcelor?

Ci si prepari dunque ad assistere ad una trattativa molto complessa, si lavori comunque ad un “piano B” in caso di definitivo recesso di Arcelor – con tutte le conseguenze giudiziarie prevedibili – augurandosi che nel frattempo il Siderurgico ionico non collassi trascinando nel baratro l’economia della Puglia e del Mezzogiorno, con danni pesanti anche per il resto del Paese.

*professore associato confermato di Storia dell’Industria presso l’Università di Bari.



Mittal, la strategia folle di cinque governi ha portato Taranto in un vicolo cieco

di Tonio Attino

ArcelorMittal aveva due strade: conquistare l’Ilva di Taranto oppure distruggerla. Ha scelto la seconda. Anche il governo italiano aveva due strade: vendere il centro siderurgico di Taranto a un nuovo imprenditore privato sperando di prolungarne la vita oltre i suoi quasi sessant’anni, oppure programmare un futuro diverso per questo pezzo di Mezzogiorno. Avrebbe dovuto ovviamente costruire un diverso modello di sviluppo. Servivano idee. Così ha scelto la prima strada e consegnato la più grande azienda siderurgica italiana a chi ora minaccia di chiuderla. Un colpo da maestro.

Comunque finisca, ArcelorMittal otterrà un risultato importante: eliminato un concorrente, ne intascherà i clienti, rafforzerà il suo primato di principale produttore mondiale di acciaio. Invece lo Stato italiano si ritroverà tra le mani un disastro. Se la fabbrica chiude, il governo Conte incasserà l’esatto contrario di quel che voleva: non avrà l’acciaio così indispensabile all’industria italiana, rinuncerà a 1,4 punti di Pil e dovrà fare fronte a una drammatica emergenza, 10.700 metalmeccanici senza lavoro (8.200 a Taranto) e, solo in Puglia, un indotto da 5.000 unità tramortito dall’assenza di alternative alla siderurgia. Senza contare i costi per affrontare la bonifica di Taranto, ammesso che si farà.

C’è una terza strada, in teoria: un accordo tra le parti, benché sembri ogni giorno più improbabile. Ovviamente vedrebbe ArcelorMittal in una posizione di forza e l’Italia costretta a una resa pressoché assoluta. Dopotutto, chi potrebbe gestire le acciaierie di Taranto? E dov’è l’alternativa industriale? Perciò, se non lascia Taranto, ArcelorMittal darà le carte: taglierà, ridimensionerà, insomma farà quello che gli pare. Non sarebbe la prima volta.

Era difficile realizzare un simile capolavoro, ma cinque governi di fila hanno deciso di risolvere il problema dell’acciaio (quindi anche il problema inquinamento dovuto alla produzione di acciaio) semplicemente rinviandolo, cioè trasferendo un bel carico di dinamite al governo successivo, come se la dinamite non dovesse mai esplodere. Abbiamo visto il risultato. Siamo all’ultimo atto di questa pazzesca roulette russa.

” ERA DIFFICILE REALIZZARE UN SIMILE CAPOLAVORO, MA CINQUE GOVERNI DI FILA HANNO DECISO DI RISOLVERE IL PROBLEMA DELL’ACCIAIO RINVIANDOLO AL GOVERNO SUCCESSIVO. ECCO IL RISULTATO “

La famiglia Mittal è fatta così. Fa affari e adotta pratiche sbrigative. Nel 2006 ingoiò la francese Arcelor scalandola in Borsa con una offerta pubblica di acquisto, nel 2013 ci mise un nulla, in Lorena, a chiudere l’area a caldo dello stabilimento di Florange attirandosi le critiche feroci della politica. Dal governo Hollande arrivarono attacchi per “il non rispetto per gli impegni, i ricatti e le minacce”, più o meno le stesse parole che ascoltiamo in questi giorni dal governo italiano. Poi, ad area a caldo chiusa, si trovò un accordo.

Certo Florange era un affare da un migliaio di posti di lavoro. Taranto è cosa diversa. Emilio Riva, quando vi arrivò nel 1995, mise in chiaro, come primo proprietario privato dell’azienda, che la fabbrica aveva un senso con questo layout, cioè con questa conformazione: ciclo integrale, area a caldo, altiforni.

” LA FAMIGLIA MITTAL È ABITUATA AGLI SCONTRI. NEL 2013 FU ACCUSATO DAL GOVERNO FRANCESE DI NON RISPETTARE I PATTI DOPO AVERE CHIUSO L’AREA A CALDO A FLORANGE “

Non a caso nel 2005, per motivi sanitari (troppi morti per tumore), fu chiusa l’area a caldo di Genova Cornigliano, ma potenziata quella tarantina, dieci volte più grande. A Taranto fu permesso ciò che in Liguria era vietato. Le cose sarebbero cambiate nel 2012, data di avvio dell’inchiesta giudiziaria per disastro ambientale che disarcionò Riva, se più governi in successione non avessero prodotto i famosi 12 decreti salva-Ilva. Non hanno risolto il problema, come si vede. Siamo fermi sempre sulla stessa mattonella. Però la famiglia Mittal sta spegnendo la fabbrica. Ha capito in ritardo che gestire le acciaierie di Taranto è un suicidio e preferisce sloggiare? Vuole mettere il governo con le spalle al muro? Non fa differenza. In ogni caso vincerà, in ogni caso si porterà a casa i clienti dell’Ilva, sia che resti a governarla, sia che la neutralizzi andando via.

Questa è, ovviamente, la fine del discorso. Ma l’errore è probabilmente alla radice. E’ bizzarra l’idea di conservare intatto uno stabilimento siderurgico nato negli anni Sessanta su un modello sostanzialmente ottocentesco, cioè un’azienda grande 15 chilometri quadrati, attaccata alla città con le sue duecento e passa ciminiere, basata sul ciclo integrale in un Paese privo di materie prime. Risulta singolare perfino a un occhio inesperto, purtroppo non a governi che dovrebbero avere lo sguardo lungo e ce l’hanno solitamente cortissimo, diciamo fino alla prossima campagna elettorale.

Era meno di un mese fa…..

Una fabbrica-città come l’Ilva sarebbe difficile da progettare oggi e poteva realizzarla solo, nel secondo dopoguerra, la portentosa macchina delle Partecipazioni Statali. Antonio Gozzi, ex presidente di Federacciai, ha ricordato in una trasmissione radiofonica qualche giorno fa che il management delle vecchie Partecipazioni Statali era di prima qualità e ha servito la causa siderurgica in giro per l’Europa anche dopo la fine dell’Iri. La sua onesta dichiarazione rende merito a una classe di supertecnici rottamata dalle privatizzazioni e fa venire in mente un’affermazione datata 2012. Disse Sergio Noce parlando dell’Ilva di Taranto: “I costi energetici sono enormi, in Italia non abbiamo le materie prime e ne servono trenta tonnellate per produrre una tonnellata di acciaio. Uno stabilimento così si potrebbe costruire lontanissimo dalla città, ma non lo farei in Italia. Ma no, non lo farei neppure all’estero“.

Noce è stato un manager delle Partecipazioni Statali, dirigente dell’Italsider di Taranto negli anni Settanta e storico direttore dello stabilimento nei primi anni Ottanta. Nessuno potrebbe irreggimentarlo in una delle categorie in cui continuiamo a dividerci da anni. Buoni e cattivi, ambientalisti e industrialisti, difensori della salute e tutori del lavoro, più i soliti formidabili  “illuministi” capaci di dare lezioni a chiunque. Guardiamoci intorno, ecco come siamo ridotti. La domanda atroce ora è questa: come può una classe politica che ha combinato questo disastro riuscire a risolverlo? Purtroppo il peggio deve ancora venire.

 

 

 

 

 

 




Lettera aperta a Ilaria Cucchi

Cara Sig.ra Ilaria Cucchi,

sono un carabiniere senza infamia e senza lode, un onesto lavoratore, e volevo dirle che poche parole si possono trovare per commentare questa assurda tragedia, stante che quanto accaduto a suo fratello è qualcosa di aberrante, atroce, ingiusto, qualcosa che non avrebbe mai dovuto succedere. Lei non ha mollato fino alla fine e grazie alla sua caparbietà ora giustizia è stata fatta. Chi ha pestato e ucciso Stefano non era evidentemente degno di portare la divisa che indossava.

Ma questi soggetti non devono pagare solo per Cucchi, per Lei e per i suoi familiari, devono pagare per tutti quegli uomini che dentro quella divisa ci mettono l’anima, il cuore, il sudore e molto spesso ci rimettono la loro stessa vita, per il bene di tutti e ciò per pochi soldi. Perchè il loro è un sacrificio quotidiano che non puó e non deve essere infangato da 4 delinquenti. Suo fratello meritava di più, meritava assistenza, aiuto, comprensione, meritava di tentare l’ennesimo percorso di recupero e non certo di morire in questo modo.

Cara Sig.ra Ilaria Cucchi, non dimentichi però che quando suo fratello è stato arrestato ed a sua madre è stato chiesto di nominare un avvocato di fiducia, in risposta, al telefono, sono volati solo insulti nei confronti di Stefano, e sua madre aggiunse che “non avrebbe speso altri soldi per quel delinquente di suo figlio e avrebbe dovuto fare avanti il barbone per strada”.

Cara sig.ra Ilaria Cucchi, non dimentichi che fu lei a non far vedere i nipoti a Stefano da ben 2 anni, certo per proteggerli da lui, dal suo stato di tossicodipendenza, da suo fratello che frequentava ambienti loschi, e fu sempre lei che non volle più nella sua vita, ed anche tutta la sua famiglia emarginò ed abbandono. Rimase così solo e perduto come un cane randagio.

Mi preme però osservare che dalla terribile morte di suo fratello Lei è riuscita comunque a costruirsi un personaggio mediatico, conseguendo anche un giusto rimborso di un milione di euro (somma che certo non la ripaga di quanto sofferto e perduto). Vorrei dirle che ha ottenuto una vittoria insperata, incredibilmente grande e giusta e grazie a lei verranno perseguiti dei delinquenti che non meritavano di vestire la divisa che indossavano. La “pulizia” andava fatta (anche per i fiancheggiatori) ed era sacrosanta. Dispiace però un’unica cosa, ovvero che la stessa caparbietà che ha dimostrato nella ricerca dei colpevoli, non l’ha sfoderata quando c’era da aiutare Stefano; Lei se ne disinteressò ed ora invece, da quando si è candidata per la sinistra, ora suo fratello è diventato la persona più cara che avesse mai avuto al mondo! Un eroe!

Una perdita immensa! No sig.ra Ilaria, Stefano non era un eroe, gli eroi son altri, era solo un ragazzo che meritava di essere compreso e aiutato, anche se si era perduto. Forse sarebbe stato meglio dimostrarsi caparbia anche nei tragici momenti della dipendenza, quando era un ragazzo allo sbando e finì nelle mani dei suoi aguzzini, ovvero preoccuparsi di lui prima di tutto ciò, prima che tutto diventasse “troppo tardi“! Stefano aveva tanto bisogno della sua grande caparbietà!!!! Ma ormai è troppo tardi per tutti! Da questa vicenda ne usciamo sconfitti tutti quanti, tutta la nostra società, Lei compresa. Da par mio spero di continuare a servire il mio paese nel miglior modo possibile: la morte di Stefano ha insegnato a me e ad altri tante cose, per non errare di nuovo in futuro. Spero che tale insegnamento abbia raggiunto anche Lei!

Firmato: un carabiniere qualunque 

(la lettera non è firmata e circola sul web, ma interpreta il comune sentire di milioni di cittadini).



L' opinione del Direttore

ROMA – L’ appuntamento con il  nostro Direttore Antonello de Gennaro, trasmesso in “diretta streaming” da Roma lunedì 4 novembre 2019 all’interno del nostro programma SETTE E MEZZO” sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™. Inchieste, retroscena, esclusive: come sempre tutta la verità sui fatti documentata senza filtri o censure.

L’informazione sempre dalla parte della legalità per la tutela dei cittadini ed un’informazione corretta, libera ed indipendente al servizio dei nostri lettori nella diretta “live” videotrasmessa sulle pagine “ufficiali” Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™.




Elezioni in Umbria. Trionfo della Lega e crollo del M5S in discesa: analisi del voto

ROMA – L’Umbria non era rossa da ormai un paio di anni. I cittadini non hanno gradito il mese e mezzo di contrasti su ogni provvedimento. Entra in crisi anche il progetto di nuovo centrosinistra di Conte e Zingaretti. La crisi profonda del Movimento Cinque Stelle che ne mette in discussione la stessa esistenza. L’opinione di Luciano Fontana,  Direttore del Corriere della Sera.

 




Quant'è bello pagare le tasse negli Usa

di Angela Vitaliano

Uno degli “incontri” che temevo di più quando mi sono trasferita a New York era quello con l’IRS, il “terribile” fisco americano che fu l’unico in grado di mettere in ginocchio persino un “intoccabile” come Al Capone, incastrato grazie ad una storia di evasione fiscale. Dal 1955, la data di scadenza per la presentazione delle dichiarazione dei redditi è il 15 aprile. Arriva come le grandi ricorrenze: ti capita inevitabilmente di sentire amici che la domenica precedente ti dicono, “non posso uscire, oggi devo fare le tasse”, oppure di leggere status entusiasti di Facebook che recitano, magari a febbraio, “ho già presentato la mia dichiarazione dei redditi, sono felice”.

Gli americani, infatti, sanno bene che se è possibile non iscriversi nelle liste comunali per evitare di andare votare per le elezioni, ci sono due cose alle quali non è possibile sfuggire: il “jury duty” (quando sei chiamato per far parte della giuria di un processo) e, appunto, il “tax day”. E, se sei impossibilitato a farlo quel giorno, zio Sam ti concede una proroga fino al 15 ottobre per pagare senza nessuna multa. A distanza di qualche anno dal mio arrivo qui, devo dire che il sistema fiscale americano è un’altra di quelle testimonianze palesi, semplici e sotto gli occhi di tutti, della profonda differenza che esiste fra gli Usa e l’Italia.

Partiamo dal (solito) presupposto: in America ci si fida della tua onestà, fino a prova contraria. Se un giorno vieni “pizzicato” perché hai mentito, infatti, sono guai, e guai seri. Il principio del “rapporto di fiducia” fra governo e contribuente semplifica in una maniera incredibile la posizione di quest’ultimo, facendogli sentire meno (ma molto meno) il peso del pagamento delle tasse.

La prima volta che mi recai da un commercialista avevo con me la mia bella cartella con tutte le ricevute e appunti e note e varie ed eventuali. Scelsi, per supporto, H&RBlock, praticamente la catena dei commercialisti “fronte strada” più famosa del paese. A New York c’è un ufficio H&RBlock ogni angolo di strada, tipo Starbucks: entri e aspetti il tuo turno e poi ti siedi con un commercialista che – tipo ufficio postale – ti compila il modulo delle tasse. Alla fine tu paghi e il costo ti viene “automaticamente” dedotto dalle tasse dell’anno successivo, in quanto “spesa”.

La mia prima commercialista mi guardò, con tutte le mie carte, con fare affettuoso e mi disseho solo bisogno di sapere quanto hai guadagnato approssimativamente lo scorso anno”. Fatta rapidamente l’addizione, le comunicai la cifra e lei mi chiese “spese?” e io dissi “no”. Il totale che avrei dovuto pagare mi stese come se avessi ricevuto un cazzotto da Rocky Balboa. Lei mi guardò comprensiva e mi disse “ma davvero non hai spese che possiamo detrarre?”.

Detrarre, che bella parola. In Italia non faceva parte del mio vocabolario. Non appartenevo alla categoria di chi “può detrarre”. Timidamente iniziai la mia lista: il cellulare, i giornali, i taxi, la beneficenza, parte dell’affitto, l’abbonamento della metropolitana, i viaggi di lavoro. Dopo venti minuti era zio Sam che doveva dei soldi a me. Credo che quello fu il momento in cui il mio cuore cantò l’inno americano senza sbagliare nemmeno una parola per la prima volta. Negli anni le cose sono cambiate un po’: adesso pago io qualcosa al Governo Federale; quello statale, in genere, ancora mi è debitore (perché qui si pagano doppie tasse: Statali e Federali). Inoltre ho imparato: a compilare le richieste di proroga per il governo federale e quello statale da sola: compilo, preparo, accludo assegno per un importo uguale a quello pagato l’anno precedente e aspetto ottobre e ho anche una nuova commercialista.

La chiamo qualche giorno prima, le dico quanto ho guadagnato e quanto ho speso via mail. Il giorno dopo lei mi manda, via mail, due pagine da firmare: una delle tasse e una per autorizzarla ad addebitare il pagamento delle stesse direttamente sul mio conto in banca. Poi compilo un assegno e glielo spedisco, via posta normale, per il suo aiuto. Tre settimane dopo al massimo, lo Stato di New York mi accredita in conto il rimborso che mi spetta. Due volte, il fisco mi ha scritto, dopo dieci giorni dalla presentazione delle tasse perché fatti gli accertamenti, dovevo ancora 5 dollari. L’assegno – via posta – è partito in un batter d’occhio. Perché con zio Sam vale la pena non avere conti in sospesose ce li hai lui se ne accorge. Ci puoi scommettere.

*racconto tratto dal magazine Wired

 




L' opinione del Direttore

ROMA – L’ appuntamento con il  nostro Direttore Antonello de Gennaro, trasmesso in “diretta streaming” da Roma venerdì 18 ottobre 2019 all’interno del nostro programma SETTE E MEZZO sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™. Inchieste, retroscena, esclusive: come sempre tutta la verità sui fatti documentata senza filtri o censure.

 

L’informazione sempre dalla parte della legalità per la tutela dei cittadini ed un’informazione corretta, libera ed indipendente al servizio dei nostri lettori nella diretta “live” videotrasmessa sulle pagine “ufficiali” Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™.




La rivoluzione in retromarcia: via i giornali dal web per salvare la carta stampata

di Tonio Attino

Tu quali giornali leggi? “Nessuno. Mi spiega tutto mia nonna. Ha più di ottant’anni, guarda molto la tv: quando torno a casa da scuola ha già visto tutti i tg e me li racconta”.

Su un quadernetto di appunti, sotto il titoletto in maiuscolo “crisi dei giornali”, ho annotato la più simpatica, disarmante e crudele risposta sul futuro della stampa pronunciata da un ragazzo di quindici anni. Le sue parole non fanno statistica, però le statistiche confermano.

Alla metà degli anni Ottanta si vendevano in Italia sei milioni e 300mila copie di giornali quotidiani su una popolazione di 56 milioni di abitanti. Oggi 60 milioni di persone ne acquistano appena due milioni e 200mila. Benché l’Italia sia cresciuta, in poco più di trent’anni i quotidiani hanno perduto per strada i due terzi dei loro acquirenti e guardano al futuro con preoccupazione. Salvo piccoli, episodici segnali di ripresa, l’andamento delle vendite viene disegnato sui grafici con una linea all’ingiù. Solo un italiano su tre sfoglia ormai un quotidiano, li compra soprattutto chi ha più di quarant’anni. I giovani sono altrove, su internet, cioè tra quel 42 per cento che si informa utilizzando il web e armeggia con gli smartphone grazie ai quali siamo connessi costantemente a internet.

Senza alcuna distinzione di dimensione, prestigio e storia, i giornali su carta stanno vivendo una crisi interminabile e perfino i due più grandi quotidiani italiani, il Corriere della Sera e la Repubblica, hanno perso dal 2008 al 2018 l’uno il 58,7 per cento delle copie, l’altro addirittura il 79,6 per cento. La stampa ha dilapidato gran parte del patrimonio di lettori, ridotto il fatturato del 71,3 per cento – mediamente il 10 per cento in meno ogni anno – e sta attraversando i mutamenti tecnologici in uno scenario in cui primeggiano giganti quali Google, Facebook e Amazon.

Se agli inizi degli anni Ottanta la tecnologia fu lo strumento attraverso il quale gli editori riuscirono a risanare i bilanci usando l’informatica nelle redazioni, la successiva rivoluzione tecnologica – il web – li ha stroncati. Inizialmente gli editori utilizzarono il web per esporre in vetrina i loro prodotti. Avevano l’obiettivo di sfruttare la tempesta di internet e prenderne il vento. Ne sono stati travolti.Neppure la vendita delle copie digitali ha attutito la caduta poiché incidono solo per il 14 per cento del venduto e, considerati gli sconti praticati dagli editori, non hanno alcun peso sui bilanci.

La conclusione è paradossale: pure gracile e malaticcia, la carta stampata sorregge le edizioni online anziché poterle considerare un nuovo, moderno pilastro dei conti.

Quale vita avranno allora i vecchi giornali? Potranno sopravvivere al web? E potrebbero sopravvivere senza il web? Sull’argomento si dibatte da un paio di decenni e nei giorni scorsi, sulla Gazzetta del Mezzogiorno, Michele Partipilo  ha proposto “ereticamente” una soluzione drastica e in controtendenza: separarsi dalla rete; togliere i giornali da internet; stare alla larga dallo spietato cannibalismo con cui ha già in gran parte divorato i quotidiani; sfuggire così alla pirateria che diffonde illegalmente online i giornali destinati a essere venduti per abbonamento e tramite una rete di distribuzione che nel 2001 contava trentaseimila edicole e ora ne ha più o meno la metà.

L’idea di una rivoluzione in retromarcia dovrebbe servire – secondo Partipilo – a riposizionare la carta stampata in un mercato del tutto autonomo da internet, con un deliberato ritorno al passato. Questo implica ovviamente un ripensamento radicale dei giornali. Se l’informazione su internet è essenziale, scarna, sintetica e i social spesso propongono news ingannevoli, allora chi vuole profondità, reportage, racconti, storie – e ovviamente non intenda rileggere le stesse notizie già cliccate all’infinito sulla Rete il giorno precedente – dovrebbe acquistare un giornale su carta indipendente dal web, non digitalizzato e dunque a prova di pirati, affidando alle edizioni online il compito di essere complementari e non sostitutive delle edizioni stampate. Non solo. Sarebbe opportuno non dare per scontato che un maledetto destino abbia inventato internet per affondare una stampa bellissima e incolpevole.

Nel 2013, in Germania, il professor  Michael Haller, direttore dell’Institut für Praktische Journalismus e docente all’università di Lipsia, mise in dubbio il fatto che il web fosse l’unica causa del declino. Ricordò che la discesa dei quotidiani tedeschi era cominciata già prima dell’avvento di internet perché soprattutto i giovani, trovandone poco interessanti i contenuti, se ne erano allontanati. Poi i giornali, per inseguire il web, avevano provveduto con brillante autolesionismo ad allontanare ancora di più i lettori praticando un giornalismo superficiale e ultraleggero.

Ammetteremo mai di avere sbagliato qualcosa?

Suggestiva, interessante e controcorrente, la “linea-Partipilo” si scontra fondamentalmente con le dinamiche di un settore abituato a confrontarsi con il modello di riferimento americano, sempre anticipatore delle tendenze editoriali; e questo modello va esattamente nella direzione opposta. Perciò adesso l’editoria quotidiana italiana spera che l’integrazione tra carta e web produca i primi veri risultati, come appunto sta avvenendo negli Stati Uniti, dove i numeri dicono che il 53 per cento dei lettori paga un abbonamento all’edizione cartacea o a quella digitale di un media tradizionale (anche il 40 per cento degli adulti di età inferiore ai 35 anni). La società editrice del New York Times – riporta il rapporto sull’industria dei quotidiani in Italia dell’Osservatorio Carlo Lombardi – “è tornata a far crescere il fatturato ed a macinare utili proprio grazie al digitale” e “i ricavi da abbonamenti digitali sono cresciuti nel solo 2017 del 46 per cento, raggiungendo i 340 milioni di dollari”.

Sebbene il New York Times sia un gigante con una forza finanziaria enorme, con un mercato planetario e un portafoglio di 2,6 milioni di abbonamenti, questa è una buona notizia per l’informazione, ma forse non per la carta stampata giacché Mark Thompson, amministratore delegato del giornale, ha dichiarato di osservare un orizzonte temporale di dieci anni: “Decideremo esclusivamente sulla base degli indicatori economici: potrebbe arrivare un momento in cui continuare a produrre carta stampata potrebbe non avere più senso per noi”.

In uno scenario in costante mutazione, non si dà per scontato che la carta stampata sopravviverà. Perché quindi insistere puntando al passato? Probabilmente il ragionamento è tutto qua. Qualche altra domanda dovremmo però farci. Il New York Times può essere un modello per tutti? Quale fine faranno i quotidiani che non hanno la forza finanziaria per riconvertirsi e “integrarsi” con il web? Per loro può valere la linea-Partipilo? O è preferibile continuare a giocare una partita già persa contro i giganti e i pirati del web?




L' opinione del Direttore

ROMA – L’ appuntamento con il  nostro Direttore Antonello de Gennaro, trasmesso in “diretta streaming” da Roma lunedì 14 ottobre 2019 all’interno del nostro programma “SETTE E MEZZO” sulle piattaforme dei socialmedia Facebook, Twitter ed Instagram del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™. Inchieste, retroscena, esclusive: come sempre tutta la verità sui fatti documentata senza filtri o censure.

 

L’informazione sempre dalla parte della legalità per la tutela dei cittadini ed un’informazione corretta, libera ed indipendente al servizio dei nostri lettori nella diretta “live” videotrasmessa sulle pagine “ufficiali” Facebook, Instagram e Twitter del CORRIERE DEL GIORNO fondato nel 1947™.




Il paradosso dei sindacalisti

di Tito Boeri

I populisti si presentano come gli unici veri rappresentanti del popolo in contrapposizione a un’élite totalmente corrotta. Il popolo ha sempre ragione, ma, a guardare bene, non tutti fanno parte del popolo. Tanto per i populisti della prima generazione (Getúlio Vargas) che per quelli della terza generazione (Jair Bolsonaro), gli indios dell’Amazzonia non erano, non sono, né mai saranno parte del popolo : “Hanno già a disposizione troppa terra“.
Anche per Juan Perón il pueblo non ha mai incluso le popolazioni indigene della Pampa meridionale e della Patagonia. Per Donald Trump chi non ama il presidente, cioè lui stesso, non è “our people”. Il popolo di Umberto Bossi abitava da qualche generazione sopra la linea del Po. Per Matteo Salvini del popolo non fanno parte gli immigrati presumibilmente fino alla ventesima generazione. Per Luigi Di Maio i cittadini extra-comunitari non sono popolo tant’è che, nella conversione del decreto che ha istituito il reddito di cittadinanza, ha permesso di inserire un meccanismo che impedisce che percepiscano il sussidio quando ne avrebbero diritto.
Confidiamo in un ravvedimento di Conte II rispetto a Conte I prima del 21 ottobre quando la tagliola scatterà per 170 mila extracomunitari. Come già messo in luce su queste colonne, basterebbe un decreto interministeriale che stabilisca che i documenti che vengono pretestuosamente richiesti dalla legge solo a loro non possono essere ottenuti nei paesi d’origine. I populisti reclamano per sé il monopolio dell’opposizione al punto da non concepire alcun ruolo per i corpi intermedi e per le associazioni della società civile.
Nel 2013 Beppe Grillo aveva scritto l’epitaffio del sindacato: “I sindacati dovrebbero essere aboliti; sono una struttura vecchia, una struttura politica; non c’è più bisogno dei sindacati!“. Per queste ragioni ha destato alquanto stupore una recente circolare Inps vidimata dal Ministero del Lavoro (quindi sicuramente con il placet M5S) che stabilisce che i sindacalisti di ogni ordine e grado potranno beneficiare di un trattamento pensionistico di favore rispetto a tutti gli altri lavoratori, coloro cioè che il sindacato dovrebbe rappresentare.
Vediamo di cosa si tratta. Un sindacalista che va in aspettativa o distacco sindacale si vede versare o accreditare dal proprio datore di lavoro o dall’Inps contributi previdenziali proporzionati allo stipendio del suo passato inquadramento, aggiornato in base agli accordi collettivi e agli scatti di anzianità. Il sindacato ha però la facoltà di integrare questi contributi con una propria contribuzione aggiuntiva proporzionata all’indennità che versa al sindacalista durante il periodo in cui opera a tempo pieno per il sindacato. Si tratta di una facoltà, non sono contributi obbligatori come quelli che riguardano circa un terzo della busta paga di un dipendente. Ragione vorrebbe perciò che questa contribuzione aggiuntiva venisse valorizzata con le regole del sistema contributivo: in altre parole i contributi dovrebbero sì aumentare la pensione del sindacalista, ma senza gravare sulle generazioni future.
Così non è secondo la circolare. Il sindacato e solo il sindacato può versare quando vuole questa contribuzione aggiuntiva e farla valere come una ulteriore componente fissa e continuativa della retribuzione del dipendente, valutandola ai fini pensionistici in base al regime pensionistico del dipendente. Prendiamo il caso di un sindacalista in distacco o aspettativa dal settore pubblico (sono circa 2 mila persone in questa condizione) che abbia, poniamo, 20 anni di contributi versati prima del 1992 e che avrebbe diritto nel suo inquadramento a una retribuzione di 1000 euro. Il sindacato può pagargli nel suo ultimo mese di lavoro un’indennità di 2500 euro e su questa indennità versare la contribuzione aggiuntiva. Se così facesse, il sindacalista si vedrebbe riconosciuti oltre 1300 euro in più di pensione al mese per sempre.
La circolare dà così legittimità a una prassi, resa pubblica nell’operazione “Porte aperte, che ha gonfiato le pensioni dei sindacalisti anche del 65% rispetto a quanto avrebbero ricevuto se le contribuzioni aggiuntive, cui solo loro hanno diritto, fossero state valutate col metodo contributivo. L’atto vidimato dal ministero impedirà all’Inps di recuperare somme non indifferenti erogate a molti ex-dirigenti sindacali e, di fatto, trasforma il sindacato in un datore di lavoro che può fare aumentare la quota retributiva pensionistica del rappresentante sindacale come se quell’aumento gli fosse stato concesso dal proprio datore di lavoro . In passato erano stati soprattutto i sindacati autonomi della scuola (a partire dallo Snals) e molte sigle minori a beneficiare di questa prassi. La circolare ora concede questa possibilità a sindacati di ogni ordine e grado, indipendentemente dalla loro rappresentatività (che oggi, diversamente che in passato, può essere misurata).
Questo significa che anche un’associazione di pochi lavoratori, magari affiliati mediante criteri di appartenenza politica, può aspirare a concedere ai propri aderenti questo trattamento. Forse è proprio per questo che il ministero a guida populista ha approvato la circolare. Offre una sponda per premiare i dipendenti pubblici che mostrano di assecondare maggiormente i dettami dei “rappresentanti del popolo“.
Contrariamente alle visioni dicotomiche dei populisti, il sindacato, come molti altri corpi intermedi, ha un ruolo fondamentale nelle nostre democrazie. Oggi ha perso credibilità agli occhi dei lavoratori e questi trattamenti di favore non sono certo un bel biglietto da visita per chi dovrebbe rappresentare operai e impiegati impoveriti dalle crisi di questi anni. Se il sindacato chiedesse di cambiare la circolare Inps, proponendo di valorizzare la contribuzione aggiuntiva in base alle regole del sistema contributivo, darebbe un segnale di correttezza e responsabilità che verrebbe molto apprezzato.
Si può giustificare il fatto che le organizzazioni dei lavoratori vogliano contribuire ad aumentare la pensione di chi ha lavorato nel sindacato. Ma non possono farlo gravando sulle spalle di tutti, tanto di chi è sindacalizzato che di chi non lo è affatto. Soprattutto non possono appesantire ulteriormente il fardello che domani si ritroverà sulle spalle chi ancora non è nato.
*editoriale tratto dal quotidiano La Repubblica