Toghe sporche: l’ ex magistrato Michele Nardi condannato a 16 anni e 9 mesi di carcere

di REDAZIONE CRONACHE

I giudici della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce (presidente Pietro Baffa, relatore Valeria Fedele, a latere Silvia Saracino) dopo la camera di Consiglio hanno condannato alla pena di 16 anni e 9 mesi di reclusione l’ex gip di Trani (e successivamente pm a Roma) Michele Nardi, accusato di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e al falso nel troncone del processo sulla Giustizia svenduta al Tribunale di Trani che si è celebrato con rito ordinario. I fatti contestati risalgono al periodo compreso tra il 2014 e il 2018.   I pm Roberta Licci e Alessandro Prontera che hanno coordinato le indagini sotto la direzione del procuratore capo di Lecce  Leonardo Leone de Castris avevano richiesto la condanna di Nardi a 19 anni e 10 mesi.

Condannati anche altri imputati: l’ispettore della Polizia di Stato, Vincenzo Di Chiaro a 9 anni e 7 mesi ritenuto complice dell’ex pm Savasta,  l’avvocatessa barese Simona Cuomo a 6 anni e 4 mesi (oltre all’ interdizione dalla professione per tutta la durata della pena), Savino Zagaria a 4 anni e 3 mesi (cognato dell’ex magistrato Savasta) e Gianluigi Patruno a 5 anni e 6 mesi.

Michele Nardi, che è attualmente agli arresti domiciliari, venne arrestato nel gennaio 2019 insieme al suo collega Antonio Savasta (condannato a 10 anni di reclusione con rito abbreviato) all’epoca dei fatti sostituto procuratore presso la Procura di Trani con l’accusa, contestata  ad entrambi, di aver garantito esiti processuali favorevoli in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore di imprenditori coinvolti nelle indagini in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli, diamanti e varie utilità.

Per tutti è stata decretata fatta eccezione per Zagaria per il quale l’interdizione avrà durata pari alla pena inflitta l’ interdizione perpetua dai pubblici uffici e dalla professione, mentre Michele Nardi è stato radiato dalla magistratura. I giudici hanno disposto la confisca dei beni per ciascun imputato per 2,2 milioni di euro ed hanno disposto l’interdizione perpetua dai pubblici uffici per tutti gli imputati . Nardi che fino a due giorni fa si professava innocente con dichiarazioni che non sono state ritenute credibili dai giudici, al momento della lettura del dispositivo, non era presente aspettando i suoi legali fuori dall’aula.

gli ex-magistrati Michele Nardi ed Antonio Savasta

Altri imputati erano stati giudicati e condannati lo scorso luglio, al termine del processo con rito abbreviato (che prevede uno sconto di 1/3 della pena). in cui l’ex pm Antonio Savasta erano stato condannato a 10 anni, l’ex pm Luigi Scimè a 4 anni , e altrettanti all’avvocato Ruggiero Sfrecola nonché all’immobiliarista Luigi Dagostino, mentre l’avvocato Giacomo Ragno era stato condannato a 2 anni ed 8 mesi .

Il grande accusatore di Nardi e Savasta cioè l’imprenditore Flavio D’Introno ritenuto dalla Procura partecipe dell’associazione a delinquere, sarà giudicato invece in un processo a parte. La attendibilità delle sue accusa , che tutti gli imputati hanno cercato fino all’ultimo di smontare, è stata riconosciuta credibile anche da questa seconda sentenza.

l’avvocato Simona Cuomo interdetta dalla professione per oltre 6 anni

Il collegio giudicante della seconda sezione penale del Tribunale di Lecce ha assolto il pm Nardi l’avvocatessa Cuomo solo per un capo di imputazione: millantato credito per l’ex-magistrato, per intervenuta prescrizione, in relazione all’accusa di avere intascato un milione e mezzo di euro da D’Introno sostenendo che avesse potuto intercedere sui giudici del processo di primo e di secondo grado in cui rispondeva di usura. “Non aver commesso il fatto” invece la formula applicata nei confronti dell’avvocatessa barese (ex legale di D’Introno) in relazione all’accusa di avere minacciato l’imprenditore di Corato.

A questo punto la battaglia riprenderà nelle aule della Corte di Appello, anche perchè fra arringhe e requisitorie vi è stata più di qualche affermazione debordante che potrebbe comportare degli ulteriori strascichi giudiziari.




Trani. “Magistratura Corrotta”. La Procura: “Imprenditore D’Introno è attendibile”

ROMA – Le dichiarazioni dell ’imprenditore Flavio D’Introno, ritenuto il grande corruttore nell’inchiesta sulla magistratura corrotta nel Palazzo di Giustizia di Trani tra il 2014 e il 2018, secondo la Procura di Lecce sono attendibili. Lo hanno affermato con convinzione  i pm Roberta Licci e Alessandro Prontera nella loro ampia requisitoria del processo con rito abbreviato.

I magistrati della Procura leccese  hanno ritenuto invece le dichiarazioni fornite dall’ex pm Antonio Savasta “utilitaristiche” motivo per cui  non è meritevole dell’attenuante per la collaborazione fornita agli inquirenti con le sue confessioni ed ammissioni.  Savasta venne arrestato insieme all’ex magistrato tranese Michele Nardi (sino all’arresto distaccato come pm presso la Procura di Roma) , con le accuse di “associazione per delinquere”, “corruzione in atti giudiziari”, “falso ideologico e materiale”. I due ex magistrati rispondono delle accuse di aver venduto degli esiti processuali favorevoli in favore degli imprenditori coinvolti in occasione di svariati procedimenti giudiziari e tributari . In cambio, avrebbero ottenuto soldi, gioielli e diamanti.

La requisitoria dei pm Licci e Prontera si è svolta nell’intera giornata dedicata principalmente ad illustrare al Gup Cinzia Vergine i riscontri delle dichiarazioni fornite nel corso dell’inchiesta da D’Introno. Le richieste di condanna invece verranno formulate nell’udienza fissata per il prossimo 31 gennaio.

L’ex-magistrato Antonio Savasta

Hanno optato per il rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, attualmente ristretto ai domiciliari; il giudice Luigi Scimè, l’immobiliarista Luigi D’Agostino, ed i legali Giacomo Ragno e Ruggero Sfrecola. Hanno preferito invece scegliere al rito ordinario davanti al Tribunale in composizione collegiale,  l’ex gip Michele Nardi (tuttora detenuto in carcere), l’avvocatessa barese Simona Cuomo; il titolare di una palestra Gianluigi Patruno; l’ex cognato di Savasta Savino Zagaria  e l’ispettore della Polizia di Stato Vincenzo Di Chiaro, anch’egli attualmente detenuto in carcere.

L’ex-magistrato Michele Nardi

Sono 137 i testimoni citati a deporre dalle parti al processo all’ex pm di Roma, Michele Nardi, arrestato nel gennaio scorso assieme al collega Antonio Savasta – ex giudice presso il Tribunale di Roma (il suo ultimo incarico n.d.r.) . Al momento dell’arresto, sia Savasta – che successivamente si è dimesso dalla magistratura – che Nardi erano in servizio negli uffici giudiziari della Capitale. Tra i testimoni che deporranno dinanzi al Tribunale di Lecce però non ci saranno il premier Giuseppe Conte, il pm Luca Palamara – indagato per corruzione -, ed i deputati Cosimo Ferri e Luca Lotti, ce erano stati citati a testimoniare dalla difesa di Nardi.

L’ex- magistrato tranese avrebbe voluto che Conte smentisse in aula i rapporti che, secondo Savasta, avrebbe avuto con servizi di intelligence al fine di intimorirlo. Vi saranno, invece, l’ex procuratore di Trani Carlo Capristo, l’ex procuratore aggiunto Francesco Giannella e l’attuale procuratore Antonino Di Maio, ed esponenti della massoneria italiana.

La decisione è stata adottata dai giudici delle seconda sezione penale del Tribunale di Lecce, presieduta dal giudice Pietro Baffa, che hanno anche autorizzato l’acquisizione dei tabulati telefonici del cellulare in uso all’ex pm Savasta e il tracciato Gps, che serviranno alla difesa di Nardi per riscontrare i presunti incontri e telefonate intercorsi tra i due tra il 15 novembre e il 30 dicembre 2018, periodo in cui Savasta sostiene di aver visto e sentito Nardi.

Lo scorso 6 dicembre 2019 la Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare a carico dell’ex gip di Trani, Michele Nardi. Il ricorso era stato inoltrato dalla difesa di Nardi, sostenuta dall’avvocato Domenico Mariani, dopo che il gip di Lecce e poi il Tribunale del riesame avevano rigettato l’istanza di scarcerazione, discussa dopo la notifica della chiusura delle indagini.

Il Tribunale del riesame di Lecce, alla luce dell’annullamento disposto, dovrà adesso riesaminare la posizione cautelare di Nardi. Per il Tribunale del riesame, infatti, sussistevano le esigenze cautelari per il rischio di inquinamento delle prove e per il pericolo di fuga. Elementi questi che secondo la difesa di Nardi non sussistono, poichè l’ex Gip è stato sospeso dal suo incarico.




“Toghe sporche”. A processo tutti e 10 gli indagati per il caso Trani

Le indagini sono state coordinate dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris, e condotte dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone. I magistrati coinvolti nell’inchiesta sono Michele Nardi, Luigi Scimè ed Antonio Savasta che successivamente ha lasciato la magistratura.
Conclusasi questa prima parte dell’inchiesta, i magistrati della Procura di Lecce sono già al lavoro  per un secondo filone delle indagini, scaturito dalle dichiarazioni dell’imprenditore Flavio D’Introno ( in una prima fase coindagato ed adesso parte offesa) ma anche grazie alle deposizioni di altre presunte vittime della “cupola” dei magistrati di Trani, i quali dopo che, a gennaio, è scoppiato lo scandalo della “malagiustizia” nel Palazzo  di Giustizia di  Trani, si sono presentati a denunciare ulteriori fatti oggetto di reato.

il Tribunale di Lecce

    



Toghe sporche: Nardi pronto a parlare sul “Sistema Trani”

LECCE –   Anche l’ex gip Michele Nardi , attuale pm presso la Procura di Roma (e sospeso dal Csm) ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità sull’inchiesta della Procura di Lecce, condotta dai pm Roberta Licci e Giovanni Gallone sul cosiddetto “sistema Trani” per il quale è sottoposto a detenzione cautelare in carcere dal gennaio scorso con l’accusa di concorso in associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari oltre che, a vario titolo, di minacce, millantato credito, estorsione e truffa aggravata insieme all’ex pm di Trani Antonio Savasta, il quale oltre ad essersi dimesso dalla magistratura ha confessato la propria corruzione ai pm della procura salentina.

Michele Nardi

É stato lo stesso Nardi ad annunciarlo dopo mesi di silenzio, nel corso dell’udienza preliminare a carico di 10 indagati davanti al Gup del Tribunale di Lecce dr.ssa Cinzia Vergine . Insieme a Nardi e Savasta è imputato anche il giudice Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari. Le dichiarazioni di Nardi dovrebbe avvenire nell’udienza che si terrà domani 13 settembre. Nardi e Savasta furono arrestati nel gennaio scorso insieme con l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro. L’accusa è di avere pilotato sentenze e inchieste in cambio di mazzette quando erano in servizio a Trani.

Hanno chiesto di essere ammessi al rito abbreviato l’ex pm Antonio Savasta, (a lato nella foto) che ha ammesso le proprie responsabilità, il giudice Luigi Scimé,  gli avvocati Ruggiero Sfrecola e Giacomo Ragno, e l’immobiliarista Luigi D’Agostino. L’avvocatessa barese Simona Cuomo (attualmente sospesa dalla professione), “pupilla dello studio dell’ Avv. Francesco Paolo Sisto di Bari (estraneo alla vicenda) , ha invece preferito attendere di essere esaminata domani in udienza preliminare,  per poter quindi poi decidere se ricorrere al rito abbreviato. Fra gli imputati compare anche Gianluigi Patruno, titolare di una palestra, l’ ispettore di polizia di Corato Vincenzo Di Chiaro (anch’egli ancora detenuto cautelarmente in carcere) e l’ ex cognato di Savasta, Savino Zagaria .

Sono state presentate 14 richieste di costituzioni di parte civile, tra le quali compare anche  la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Il Ministero della Giustizia, l’Ordine degli avvocati di Trani, gli imprenditori coratini Paolo Tarantini e Flavio D’Introno (esclusivamente per le posizioni di Michele Nardi e Gianluigi Patruno).

L’imprenditore D’Introno è colui che ha dato il via con le sue dichiarazioni all’inchiesta giudiziaria, rimane indagato, ma la sua posizione é stata stralciata in altro procedimento dalla Procura di Lecce, così come quella del carabiniere Martino Marangia.

 




“Toghe sporche” a Trani. Fissata per l’11 settembre udienza preliminare

ROMA – Come previsto  i pm Roberta Licci e Giovanni Gallone della Procura di Lecce hanno depositato lunedì scorso la richiesta di rinvio a giudizio urgente, per evitare che tre dei principali protagonisti della vicenda possano tornare in libertà prima del rinvio a giudizio, per i quali il Gup Cinzia Vergine ha riconosciuto il requisito dell’urgenza, verificando che il 13 ottobre prossimo scadevano i termini di custodia cautelare per la “cricca” dei magistrati di Trani Michele Nardi, Antonio Savasta (che attualmente sono entrambi detenuti in carcere a Matera) e per l’ispettore della Polizia di Stato Vincenzo Di Chiaro il quale avendo confessato ha ottenuto i domiciliari, che rispondono oltre alle varie accuse anche di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, per la varie indagini aperte o occultate in cambio di denaro e corrutele varie.

Il prossimo 11 settembre dovranno presentarsi davanti al Gup Cinzia Vergine, l’ ex Gup  di Trani Michele Nardi l’ ex pm Antonio Savasta ed il magistrato Luigi Scimè attualmente in servizio negli uffici giudiziari di Firenze, che in precedenza prestavano tutti servizio presso la Procura di Trani. Molto probabilmente l’avvocato Massimo Manfreda difensore dell’ormai ex magistrato Savasta opterà per il rito abbreviato, dopo che la sua posizione è stata ormai più che chiarita nell’incidente probatorio. Non comparirà  invece come “imputato” l’imprenditore 46enne  di Corato, Flavio D’ Introno il quale  con le sue dichiarazioni ha fatto “esplodere” l’inchiesta, pur rimanendo indagato in altri filoni dell’inchiesta, e quindi in questo procedimento è ritenuto parte offesa e potrà quindi costituirsi nei confronti degli imputati e chiedere loro i danni. Non compare fra gli imputati anche  il carabiniere Martino Marancia, la cui posizione sembra destinata all’archiviazione a seguito dell’interrogatorio di chiarimento reso dopo la chiusura delle indagini.

Michele Nardi ed Antonio Savasta

La Procura di Lecce ha chiesto il processo anche per l’ ex pm Scimè, nel frattempo trasferito come giudice al Tribunale di Salerno , accusato di corruzione per aver preteso ed ottenuto 75mila euro da D’Introno.  Non è stata sufficiente la corposa memoria difensiva depositata la scorsa settima dal suo avvocato, Mario Malcangi, con il tentativo di poter dimostrare l’inconsistenza delle accuse di D’Introno, che ha raccontato tra l’altro una consegna di soldi avvenuta a Milano a novembre del 2013.

L’ inchiesta si basa su oltre 35mila pagine di atti acquisiti dei Carabinieri ed oltre 100 ore di interrogatori svoltisi in contraddittorio davanti al Gip Giovanni Gallo, che sono servite a riscontrare il racconto delle tangenti di 2milioni di euro elargiti a Nardi, Savasta e Scimè dall’imprenditore D’Introno, per tentare di fermare il suo processo per usura (nel quale peraltro alla fine è stato condannato, e per costruire dei falsi procedimenti penali nei confronti di chi lo aveva accusato. Tutte accuse di fatto inutili in quanto tutte le persone finite sotto le pressioni della «cricca» di Trani sono di fato ritenute parti offese, così come lo sono anche i giudici baresi Loredana Colella, Ornella Gozzo e Michele Tarantino e  nei cui confronti il Nardi a suo dire si sarebbe  profuso per far assolvere D’Introno in appello. Circostanza questa peraltro mai avvenuta, motivo per il quale all’ex Gip è stato contestato anche l’ipotesi di reato di “millantato credito”.

Tra le parti offese è presente anche un altro imprenditore di Corato, Paolo Tarantini difeso dall’ avvocato Beppe Modesti, coinvolto in una “stangata” che secondo l’accusa sarebbe stata messa in piedi ed organizzata da Savasta, Nardi, Di Chiaro e dall’avvocato barese Simona Cuomo, attraverso un falso avviso di garanzia per reati fiscali, ottenendo 400mila euro  oltre a  25mila euro di materiale elettronico a Nardi e 25mila euro in piante a Savasta, per far scomparire l’ indagine falsa architettata a tavolino.

Nella richiesta di rinvio a giudizio della Procura di Lecce sono contestati anche, a vario titolo, i reati di falso, occultamento di atti, calunnia, minacce, truffa, estorsione e induzione a non rendere dichiarazioni. Le indagini sulla giustizia “truccata” a Trani non sono però concluse. Il fascicolo è ancora aperto per il dovuto riscontro sia agli ulteriori episodi raccontati da D’Introno, e per alle denunce che dalla data degli arresti  (gennaio) a oggi, sono state depositate da parte di  imprenditori e avvocati che ritengono di essersi incagliati nella “cricca”, un «sistema di tangenti ed abusi  ai quali chiaramente è da ritenere estranea la stragrande maggioranza degli avvocati e dei magistrati, pur ricoprendo di immeritato fango il sistema della giustizia a Trani.




“Toghe Sporche”. L’ex rettore Uricchio nei verbali del grande accusatore dei magistrati di Trani

ROMA – Nei verbali dell’inchiesta sulla giustizia svenduta a Trani è uscito fuori anche il nome  di Antonio Felice Uricchio, ormai ex rettore dell’Università di Bari, che momento non è indagato ma compare all’interno delle verbalizzazioni di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che nell’inchiesta di Lecce compare contestualmente indagato e testimone “chiave” delle indagini in corso.
E’ stato infatti  proprio alla collaborazione manifestata alla Procura di Lecce che D’Introno non venne arrestato insieme all’ex gip Michele Nardi, all’ispettore di P.S. Vincenzo Di Chiaro e all’ex pm Antono Savasta (che ha successivamente lasciato la magistratura) per le loro presunte corrutele mentre prestavano servizio presso il Palazzo di Giustizia di Trani.
Soltanto a Savasta sono stati concessi i domiciliari nel marzo scorso, grazie appunto alla confessione sulle tangenti percepite e sulle dichiarazioni rese sui soldi sporchi ricevuti da altri magistrati.
L’ex pm della Procura di Trani  è stato il vero “protagonista” davanti al gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce, nella seconda parte dell’incidente probatorio lo scorso 19 giugno  , facendo il nome del quarto magistrato che sarebbe stato coinvolto nel “sistema” delle tangenti giudiziarie di Trani ( oltre a Nardi e Savasta compare indagato anche il pm Luigi Scimè, attualmente in servizio presso la Procura di Salerno). Il quarto è Domenico Seccia, attualmente sostituto procuratore generale in Cassazione, in passato componente della Commissione Tributaria di Bari.

il sostituto pg in Cassazione, Domenico Seccia

Infatti fu proprio Commissione tributaria di Bari ad accogliere i ricorsi di D’Introno contro cartelle esattoriali per 8 milioni di euro. Sono in corso le necessarie verifiche per riscontare la circostanza riferita secondo la quale Seccia avrebbe percepito una tangente dall’imprenditore di Corato a fronte di una pronuncia in suo favore.
Un fatto questo affermato a verbale da D’Introno che ha trovato conferma anche nelle dichiarazioni ai magistrati rese da Savasta, il quale ha aggiunto che secondo lui “Seccia era una persona pericolosa” . In quella stessa vicenda della commissione tributaria compare il nome di Uricchio, il quale da qualche giorno non è più rettore dell’Università di Bari,  in qualità di componente del direttivo dell’ Anvur , l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca.

A coinvolgere Uricchio nell’inchiesta della Procura di Lecce in ballo è stato proprio lo stesso D’Introno in occasione dell’incidente probatorio davanti al gip leccese Giovanni Gallo,  per il quale sono stati depositati i verbali. I fatti raccontati si riferiscono  all’autunno 2011: ” Insieme con il dottor Nardi stavamo andando a casa del professore Uricchio, che era magistrato della commissione tributaria, ma non si sapeva se il ricorso andava a lui o a un altro magistrato — ha raccontato l’imprenditore — E quindi noi andammo a parlare con lui“. Una circostanza sulla quale finora gli inquirenti non si erano soffermati, ma la circostanza e le modalità con cui il nome dell’ ex-rettore dell’ Univa, è stato coinvolto dal D’Introno potrebbe lasciar ipotizzare secondo la Procura della Repubblica di Lecce che Nardi si sia rivolto ad Uricchio per chiedergli un favore.

Nessun favore, ma soltanto un consiglio”: dice Antonio Felice Uricchio, ex rettore dell’Università di Bari, che così giustifica l’incontro avuto nel 2015 con Michele Nardi, l’ex giudice di Trani accusato di essere stato il capo di un’associazione per delinquere che svendeva indagini e processi.
Uricchio tramite il suo legale, professore Vito Mormando fa sapere che l’incontro avuto non era per la richiesta di un favore, ma di un semplice consiglio. Nardi e Uricchio si conoscevano molto bene, avendo frequentato nello stesso periodo l’istituto di Scienze delle finanze dell’Ateneo barese , ed erano rimasti in buoni rapporti. Nardi avrebbe chiesto – secondo la tesi difensiva-  un appuntamento ad Uricchio che a quel tempo non era ancora rettore, ma professore di diritto tributario , senza però anticiparne il motivo né tantomeno avrebbe riferito che sarebbe stato accompagnato dal D’Introno.

Antonio Felice Uricchio

“L’incontro avvenne in un bar” — secondo la versione di Uricchio al vaglio degli inquirenti — “e durò cinque minuti“. Michele Nardi e Flavio D’Introno gli parlarono del ricorso dell’imprenditore in commissione tributaria per l’annullamento di cartelle esattoriali da 8 milioni (poi avvenuto) e chiesero un consiglio.

“Non mi domandarono alcun favore né avrei potuto farne — ha spiegato l’ex rettore — perché non ero giudice tributario e quindi componente della commissione che si occupò del caso” . I rapporti con la commissione si limitavano a “pareri” , che avrebbe firmato relativamente ad altri casi, in quanto specialista della materia tributaria. “Nulla che abbia mai riguardato D’Introno” , chiarisce Uricchio.
La questione della commissione tributaria resta comunque uno dei punti più importanti dell’inchiesta, perché — secondo la Procura della Repubblica di Lecce — è proprio lì che sarebbero state pagate altre tangenti.
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Gallo aveva già evidenziato che “Nardi aveva intessuto insieme con l’avvocato Vito Dettole una rete di rapporti nel contesto dell’Università degli Studi di Bari, dove tutto viene gestito come un favore“. Dettole, che nell’ordinanza viene definito come “un faccendiere“nell’attività professionale è un avvocato tributarista  e sempre secondo gli investigatori negli anni scorsi molto vicino all’ex sindaco biscegliese Francesco Spina, del quale fu assessore al bilancio due volte (prima in quota UDC, poi nel 2012 in quota Italia Futura) e successivamente nello staff di Spina alla Provincia con contratto a tempo parziale e determinato.
L’ avvocato Dettole si occupa prevalentemente di contenzioso tributario ma che “non trascura la possibilità di condurre affari di vario genere sfruttando e utilizzando le proprie conoscenze, che ricambia ponendosi anch’egli a disposizione degli amici“. Come dicono i magistrati di Lecce: “un faccendiere“.



Inchiesta sulla corruzione della giustizia a Trani. L’ex pm Savasta ammette: “Tutto vero commesse irregolarità”.

LECCE –  L’ex pm di Trani Antonio Savasta, recentemente dimessosi dalla magistratura, sottoposto ieri all’esame dell’accusa nel corso della seconda udienza a seguito dell’incidente probatorio in corso al Tribunale di Lecce, ha cominciato a parlare ammettendo le proprie responsabilità e colpe, e facendo qualche precisazione utile al prosieguo dell’inchiesta.

l’ex magistrato Antonio Savasta ed il pm Michele Nardi incarcerato

I magistrati Nardi e Savasta coinvolti nell’inchiesta sono chiamati a rispondere di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso per i fatti contestati che fanno riferimento al periodo tra il 2014 e il 2018. Gli inquirenti hanno effettuato accertamenti su numerose cessioni di denaro, alcune milionarie, finalizzate a modificare l’esito dei processi o a pilotare delle inchieste in corso.

Si parla anche di costosi regali pretesi ed ottenuti da Nardi all’imprenditore D’Introno : un orologio Rolex Daytona del valore  34.500 euro,  due diamanti del valore di 27mila, un viaggio a Dubai costato 10mila euro , la ristrutturazione della casa romana di Nardi per 130mila euro e la costruzione della villa di Trani per 600mila euro. Poi ancora mazzette da 600mila euro versate a Savasta, oltre a cene, e regali di vario genere.

Savasta assistito dall’avvocato Massimo Manfreda,  ha confermato di aver commesso delle irregolarità, confermando la veridicità delle accuse a proprio carico , anche rispetto alle accuse rivolte al collega Michele Nardi, gip del tribunale di Trani all’epoca dei fatti, successivamente pm presso la Procura di Roma, ed attualmente detenuto in carcere. L’esame dell’ magistrato è iniziato nel tardo pomeriggio di ieri, e conseguentemente non è stato possibile per l’accusa contestare tutte le accuse, da quelle iniziali, a quelle emerse successivamente,  a seguito dei diversi interrogatori a cui è stato sottoposto.

E’ stato ascoltato anche l’ispettore di Polizia Di Chiaro, che ha sostanzialmente ribadito e confermato quanto già dichiarato. Precedentemente era già stato ascoltato a lungo  il principale accusatore dei magistrati, e cioè Flavio D’Introno l’imprenditore di Corato , che ha depositato una memoria di 65 pagine in cui sono contenuti anche dei nuovi fatti.

D’Introno rispondendo alle domande del pm Roberta Licci che  insieme al procuratore capo della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone De Castris ha coordinato le indagini,  ha dichiarato durante il suo esame che il magistrato Michele Nardiera già a conoscenza che dovevo avere questa custodia cautelare e per evitarla, in pratica, mi chiese 200mila euro , in riferimento a un’altra inchiesta che lo aveva riguardato”, aggiungendo che invece in relazione al fascicolo d’indagine della procura di Lecce che si è trasformato in una vera e propria bufera giudiziaria,  che  Nardi era a conoscenza che “l’indagine di Lecce era partita da un audio per un altro procedimento della procura di Trani  e che lui aveva interessato i servizi segreti, quindi era a conoscenza di qualsiasi cosa“.

D’Introno  ha aggiunto:Il dottor Nardi mi disse che nelle sue funzioni svolte presso la procura di Roma (dove era stato trasferito ed in servizio come pm all’atto  dell’arresto, ndr), gli era stata affidata questa indagine grossa dove aveva anche ascoltato come teste o come indagato, non lo so, questo signor Inzerillo che io non conosco e che lui disse che era, che faceva parte del sistema Gladio, di questi servizi segreti, quindi se io mai sia avrei detto qualcosa ai Carabinieri di Barletta, lui aveva la mia foto e quindi mi faceva sparire. Questa fu per me come una minaccia di morte“.

L’imprenditore di Corato ha fatto dichiarazioni anche sull’ormai ex-magistrato Savasta: ” Nardi, prima del primo incontro, mi aveva detto che per quanto riguarda tutti questi sequestri probatori, il dottor Savasta aveva preteso 100mila euro. Io in pratica avevo consegnato questi 100mila euro al dottor Nardi. A detta di Nardi erano per il dottor Savasta. Quando io lo chiesi, nell’incontro che abbiamo fatto personalmente con il dottor Savasta, mi ha detto che in pratica non era così “. Cioè che lui non aveva ricevuto nulla? Ha domandato il pm Licci. “No, non li aveva ricevuti. – ha precisato D’Introno  –  Quindi se l’era tenuti Nardi“.

Il gip Giovanni Gallo del Tribunale di Lecce ha sciolto la riserva sulla richiesta di proroga dei termini di custodia cautelare, confermando  che NardiSavasta e l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, dovranno restare per altri tre mesi agli arresti cautelari,  essendo stati tradotti in carcere lo scorso gennaio.  Savasta grazie al suo comportamento collaborativo suggellato dall’uscita dalla magistratura, è stato l’unico a ottenere la detenzione domiciliare.

L’incidente probatorio proseguirà il prossimo 19 giugno, in cui si proseguirà con l’esame di Savasta, il quale dovrà sottoporsi  dopo per il controesame alle domande degli avvocati .




Per la Procura di Lecce Nardi e Savasta devono restare agli arresti

 LECCE –  Il procuratore Leonardo Leone de Castris e la pm Roberta Licci della Procura di Lecce che hanno coordinato le indagini dei Carabinieri, hanno chiesto la proroga della custodia cautelare in carcere per l’ex gip di Trani Michele Nardi  successivamente passato a vare il pm a Roma prima dell’arresto, e per il sovrintendente di Polizia del commissariato di Corato (Bari)  Vincenzo Di Chiaro, mentre per l’ex pm Antonio Savasta  è stata sollecitata la proroga degli arresti domiciliari.

l’ex gip di Trani Michele Nardi  e l’ex pm Antonio Savasta

Il procedimento è quello che ruota attorno all’ormai ribattezzato “caso Trani”, dove cospicue tangenti allungate a magistrati e giudici avrebbero consentito di «pilotare» ed «addomesticare» l’esito di inchieste e procedimenti giudiziari a favore di imprenditori . Uno dei quali, il  coratese D’Introno (in passato condannato per usura) come da egli stesso confessato  avrebbe consegnato nelle mani di giudici e pubblici ministeri oltre due milioni di euro, ma anche Rolex Daytona e diamanti.
Tutti e tre gli indagati rispondono delle accuse di avere organizzato e gestito un sistema corruttivo che aveva la sua base negli uffici giudiziari di Trani. Il gip di Lecce Giovanni Gallo renderà nota oggi la sua decisione sulla prosecuzione per altri tre mesi della custodia a cui i due magistrati e il poliziotto erano stati sottoposti a gennaio, quando erano stati tradotti in carcere. Successivamente la misura è stata alleggerito per Savasta, grazie alle sue dimissioni dalla magistratura ma sopratutto per le ammissioni e la collaborazione fornita alle indagini.
Dopo quattro udienze ieri  si è concluso l’incidente probatorio di Flavio D’Introno, l’imprenditore di Corato che per primo ha rivelato la “tangentopoli” degli uffici giudiziari di Trani. D’Introno ha confermato nuovamente di avere versato tangenti per oltre due milioni di euro a Nardi e Savasta ma anche al pm Luigi Scimè, accusato di corruzione in atti giudiziari, attualmente in servizio a Salerno e coindagato nell’inchiesta del procura di Lecce. L’incidente probatorio è stato infatti richiesto dalla Procura della Repubblica di Lecce per cristallizzare le dichiarazioni degli indagati fornite in undici differenti interrogatori, in vista di un eventuale rinvio a giudizio, e giungere quindi a una conclusione rapida della prima tranche dell’inchiesta.
Nella giornata di ieri sono iniziati i controesami del magistrato Luigi Scimè, che avrebbe incontrato D’Introno a Milano, e dell’avvocata Simona Cuomo. L’imprenditore D’Introno ha risposto alle domande, – secondo quanto dichiarato del suo legale Vera Guelfi – consentendo  di fare luci su alcuni punti poco chiari nella vicenda.
E’ stata la la pm Roberta Licci oggi a concludere con il controesame che si sta svolgendo da settimane al quarto piano del Palazzo di Giustizia di Lecce, a cui farà seguito l’incidente probatorio di Di Chiaro, a cui seguirà quello di Savasta.

 




Aumentano le toghe “corrotte” nel Palazzo di Giustizia di Trani: indagato un altro magistrato

pm Roberta Licci

ROMA– La vicenda giudiziaria che ha travolto la procura ed il Tribunale di Trani sembra ampliarsi a macchia d’olio, grazie all’inchiesta condotta dal pubblico ministero Roberta Licci della Procura di Lecce, con l’iscrizione nel registro degli indagati di un altro magistrato. Infatti, nell’elenco dei 12 indagati indicati nella richiesta di incidente probatorio depositata dalla Procura leccese per “blindare” le confessioni di Antonio Savasta, dimessosi dalla magistratura, ma anche del poliziotto Vincenzo Di Chiaro e dell’imprenditore Flavio D’Introno, è stato inserito anche il nome dell’ ex pubblico ministero della Procura di Trani Luigi Scimè  (ora in servizio  presso la Corte d’appello di  Salerno)   indagato per corruzioni in atti giudiziari, e di altri tre altri nuovi indagati: l’avvocato Giacomo Ragno, 62 anni, di Molfetta,  il cognato di Savasta, il barlettano Savino Zagaria, 55 anni,  ed il molfettese  Martino Marancia, 54 anni.

Il magistrato Scimè viene incluso e coinvolto in episodi di corruzione ed elargizioni di tangenti messo in piedi e gestito da Michele Nardi  suo ex- collega a Trani, che è venuto alla luce a seguito dell’inchiesta condotta dalla Procura di Lecce con l’ausilio investigativo dei Carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Barletta.

Scimè risponde delle accuse a suo carico di avere ricevuto 75mila euro: 30mila per i procedimenti penali che riguardavano  D’Introno , 30mila per aver richiesto al Gip l’archiviazione degli attentati incendiari alle due ville della moglie di D’Introno ed infine  15mila euro per il “processo Frualdo“. Per questo la Procura di Lecce ha contesta al magistrato il reato di “corruzione in concorso” con i suoi colleghi Antonio Savasta che dopo l’arresto si è dimesso alla magistratura e Michele Nardi attualmente detenuto, con l’imprenditore D’Introno, con il poliziotto Vincenzo Di Chiaro e con l’avvocato Simona Cuomo.

All’interno delle 25 pagine di richiesta di incidente probatorio depositata dal pubblico ministero Roberta Licci al giudice per le indagini preliminari, Giovanni Gallo, si sostiene che il magistrato Scimè si sarebbe prestato a favorire l’imprenditore Flavio D’Introno, che  nelle intercettazione viene definito “la gallina dalle uova d’ora“, in processo a suo carico di primo grado chiamato “Fenerator” , in cui rispondeva del reato di usura, processo del quale il magistrato indagato era titolare del fascicolo.

Secondo il capo di imputazione Scimè  avrebbe preparato  la requisitoria insieme a  Savasta  su richiesta del Nardi per chiedere poi l’assoluzione parziale in quanto per le accuse restanti a carico di D’Introno, si sarebbero avvalsi , per non destare sospetti, della successiva prescrizione che sarebbe intervenuta nei successivi gradi di giudizio. Sempre Scimè si sarebbe attivato a chiedere il rinvio a giudizio di due persone, in realtà risultate vittime nel processo Fenerator, per fare poi confluire tutti gli atti nel dibattimento in corso con il fine preordinato di agevolare la posizione processuale a carico di D’Introno.

Michele Nardi ed Antonio Savasta

Scimè avrebbe chiesto l’archiviazione di due procedimenti relativi all’incendio di due ville di proprietà della moglie dell’imprenditore D’Introno e al danneggiamento di una delle due ville (in cambio di 30 mila euro complessivi) scrive la pm Licci  “sì da favorire D’Introno il quale aveva interesse ad una rapida liquidazione dell’indennizzo da parte dell’assicurazione” , sarebbero state chieste ed ottenute le archiviazioni  in quanto i procedimenti restarono contro ignoti, non venendo accolte e prese in considerazione le richieste della polizia giudiziaria di intercettare i telefoni di D’Introno e di installare una microspia nella sua autovettura.

Sempre a Scimé inoltre viene contestato di avere apposto la sua firma al posto di quella del procuratore capo Capristo , su una richiesta di sequestro presentata da Savasta di circa 9 milioni e 200mila euro, allo scopo di favorire D’Introno. Tutto ciò per evitare il controllo del procuratore aggiunto Giannella.

il palazzo di giustizia di Trani

Nella richiesta di incidente probatorio vi sono anche altre nuove contestazioni , come l’accusa di millantato credito contestata a Michele Nardi che voleva far credere di potere incidere sulle decisioni dei giudici della Corte d’Appello e della Cassazione nel processo Fenerator, contestata nello stesso ed in altri procedimenti.

Tutto ciò ha indotto il pm Roberta Licci titolare dell’inchiesta sulla giustizia “corrotta” di Trani  a garantirsi le confessioni di Savasta, Di Chiaro e D’Introno, che hanno consentito l’applicazione di quanto previsto  dal codice di procedura penale, sui requisiti di Legge necessari per poter richiedere l’incidente probatorio e cioè che la persona sia esposta a violenza, minaccia, offerta o promessa di denaro o di altra utilità, affinché non deponga o deponga il falso.

Condizioni queste che nella vicenda in questione sono presenti e concrete, come scrive il pubblico ministero Licci: “Che peraltro nel caso di specie appare fuori di dubbio la sussistenza proprio di quest’ultima condizione, alla luce di quanto ampiamente documentato nella fase delle indagini circa le plurime condotte poste in essere dagli indagati, finalizzate all’inquinamento delle fonti dichiarative. Tra cui, offerte e dazioni di denaro come anche pressioni e minacce volte ad assicurarsi il silenzio di Flavio D’Introno. Sino a fornirgli i mezzi economici per riparare all’estero“.




L’ ‘ex pm di Trani Savasta attualmente in carcere si dimette dalla magistratura. Indagato anche il pm Scimè

LECCE –  Antonio Savasta ex pm del Tribunale di Trani , successivamente trasferito a Roma come giudice, arrestato per corruzione il 14 gennaio scorso dalla magistratura salentina assieme al collega ex gip tranese Michele Nardi, passato  il pubblico ministero presso la procura di Roma, ha depositato ieri domanda di dimissioni dalla magistratura.

La richiesta di dimissioni dovrà essere ora valutata dal Consiglio Superiore della Magistratura, che a questo punto non potrà che accoglierla e deliberarla. Savasta e Nardi, al momento dell’arresto, erano in servizio al Tribunale di Roma. il primo come giudice, ed il secondo come sostituto procuratore della repubblica.

Nell’indagine coordinata dal procuratore di Lecce, Leonardo Leone De Castris, e condotta dal pm Roberta Licci sarebbe indagato anche un altro pm tranese, Luigi Scimè, attualmente in servizio a Salerno.  Il suo nome è stato stato iscritto nel registro degli indagati conseguentemente alle dichiarazioni rese da una testimone, Marianna Capogna, che è stata a lungo compagna del pregiudicato Tommaso Nuzzi, il quale era in rapporti d’affari con l’imprenditore Flavio D’Introno, il grande “accusatore” di Savasta e Nardi.
La posizione di Scimè appare marginale rispetto a Nardi e Savasta,  e non sarebbero stati ancora raccolti indizi di colpevolezza a suo carico .
I due magistrati  Nardi e Savasta  assieme all’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro,  attualmente detenuti,  sono stati arrestati lo scorso 15 gennaio e tradotti  in carcere , con l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari e falso commessi tra il 2014 e il 2018.



Mazzette ai magistrati: ecco come funzionava il “sistema Nardi-Savasta”

ROMA – Si estende l’inchiesta sul sistema di corruzione giudiziaria messo in piedi dai magistrati Nardi e Savasta arrestati lunedì’ mattina per decisione della Procura di Lecce. Anche altri imprenditori, oltre a Flavio D’Introno e Luigi D’Agostino, avrebbero oliato il “sistema” che vigeva negli uffici giudiziari di Trani.

i magistrati arrestati Savasta e Nardi

E nel palazzo di giustizia di Trani che l’ex giudice per le indagini preliminari Michele Nardi e l’ex pubblico ministero Antonio Savasta, entrambi incredibilmente trasferiti dal Consiglio Superiore della Magistratura in servizio presso il Tribunale e la Procura di  Roma, avevano impianto il loro “sistema” di corruzione.
Nell’ordinanza del gip leccese Giovanni Gallo che lunedì ha fatto finire in carcere Nardi, Savasta e il poliziotto Vincenzo Di Chiaro è venuto alla luce la struttura di un sistema di corruzione che imperversava da tempo, grazie ad omissioni, se non proprie e vere collusioni, presenti all’interno degli uffici giudiziari di Trani.
L’ ordinanza del Gip è pieno di “omissis”, cioè di evidenze coperte dalla Procura di Lecce per tutelare lo sviluppo di ulteriori filoni d’indagine, e non poche novità potrebbero arrivare per i magistrati inquirenti della procura di Lecce, dagli interrogatori dei principali indagati, che cominceranno domani a Lecce.
Oltre ai tre soggetti colpiti dalle misure cautelari  verranno interrogati anche gli avvocati Simona Cuomo del Foro di Bari , “enfant prodige” dello Studio legale Sisto,  e di Ruggiero Sfregola colpiti da un provvedimento giudiziario di interdizione dall’esercizio della professione per un anno,  e l’imprenditore Luigi D’Agostino il quale è stato colpito dal divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.
Le persone indagate nell’inchiesta coordinata dal procuratore Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Licci e condotta dai Carabinieri, in totale sono 18.
Il sistema Nardi viene così definito dal Gip di Lecce: “È un soggetto sempre alla ricerca di imprenditori facoltosi in difficoltà, ai quali dispensare i propri consigli giuridici, che rapidamente si trasformano nell’offerta di scorciatoie giudiziarie, ovviamente dietro lauti compensi“. Un sistema di corruzione che viene illustrato con chiarezza dall’imprenditore D’Introno, con il forte sospetto degli inquirenti che sia stato applicato nella stessa misura anche con altri imprenditori.
La prima azione Nardi fu l’impegno a condizionare i giudici del processo per usura a carico di D’Introno, ad aggiustarlo dopo la condanna, ma chiaramente in cambio di cospicue “mazzette” o regali importanti, fino ad arrivare alla pesante richiesta di 2 milioni di euro.
Il giudice Gallo scrive nella sua ordinanza che il magistrato Nardi voleva “spremere D’Introno”, reputandolo una  “gallina dalle uova d’oro”.  “È venuto come un avvoltoio— diceva D’IntronoSavasta durante un incontro registrandolo o di nascosto — diceva di conoscere tutti e io che dovevo fare. Ora me ne sto andando, ma ho perso 2 milioni di euro che lui mi ha estorto: mi ha fatto vivere nella paura”. Sempre nell’ordinanza per questi motivi si legge su Nardi : “È una persona senza scrupoli  con personalità spregiudicata e pericolosa e particolare propensione al crimine”.
Il sistema Savasta è stato ricostruito grazie alle indagini sulla false fatturazioni di alcune aziende di Barletta dalla Procura di Trani, a quella di Firenze e poi a Lecce. I primi Ad accorgersi per primi che qualcosa non funzionava correttamente furono i finanzieri del Gruppo Barletta, come ha spiegato l’ex comandante, il maggiore Carmelo Salomone, ascoltato a verbale nel corso dell’inchiesta che a giugno 2018 portò all’arresto di D’Agostino disposto dai pm di Firenze.
L’ex pubblico ministero Savasta all’epoca dei fatti in servizio presso la Procura di Trani aveva indagato sul giro di false fatture per agevolare l’immobiliarista, senza iscrivere nel registro degli indagatigli amministratori delle società compiacenti . L’ ufficiale della Guardia di Finanza raccontà ai pm che “Savasta mi disse prima che voleva iscriverli e poi che non intendeva più farlo né che avrebbe mandato la notizia di reato a Firenze”. Secondo quanto ha ricostruito la Procura di Lecce, l’imprenditore  D’Agostino già versava mazzette al pm Savasta per aggiustare le indagini nei suoi confronti. E così applicando il suo sistema di corruzione di evitava il carcere a quanti erano amici dell’imprenditore.
Il verbale di interrogatorio dell’ ufficiale delle Fiamme Gialle così continua: “Chiedemmo al pm di valutare l’opportunità di chiedere misure cautelari ma non ha mai chiesto le misure né ci ha fatto effettuare altre indagini o ci ha mai dato altre deleghe“. Savasta per sviare le indagini avrebbe anche escluso la polizia giudiziaria dagli interrogatori di alcune persone .
Addirittura “uno dei quali sintetizzato in appena 15 righe, scrive il Gip Gallo , ed “un altro privo delle domande essenziali”  e impedendo agli investigatori persino di analizzare il materiale sequestrato in casa di Dario Dimonte, imprenditore complice e vicino a D’Agostino. Il maggiore Salomone continuava : Dissi al pm che avrei ritenuto utile interrogare gli indagati ma lui lo fece da solo. Inoltre decise di restituire denaro e documentazione a Dimonte senza che l’avessimo analizzata”.
Gli avvocati “complici”.  Ruggiero Sfrecola risultava difensore d’ufficio di molti indagati nelle inchieste del pubblico ministero Savasta a Trani . Secondo a quanto raccontato dal legale, i due erano amici di lunga data ma non si facevano alcun problema ad occuparsi degli stessi casi. Il magistrato Savasta  utilizzando false attestazioni, secondo la Procura di Lecce , quando doveva far contattare un avvocato d’ufficio riusciva a far comparire sempre lo Sfrecola come avvocato di turno.
Dai controlli effettuati sui numeri telefonici contattati dalla Procura di Trani è emerso che si trattava di utenze chiuse e non attive dagli anni 2005-2006. ed il nome e l’indirizzo di Sfrecola in molti fascicoli comparivano indicati scritti addirittura a mano dallo stesso pm Savasta.
L’avvocato Sfercola era il tramite fra il pm Savasta e D’Agostino , e secondo le ipotesi accusatorie  dalle sue mani passarono parecchie “mazzette”, una parte delle quali finì nelle sue tasche. Gli incontri in cui sarebbero avvenuti i pagamenti delle corruzioni giudiziarie sono stati tutti documentati, così come ad esempio un soggiorno romano nella primavera 2015  in cui il passaggio di soldi fra Savasta e Sfrecola, accadde nella stessa camera dell’hotel,  nello stesso periodo in cui uno erano l’inquirente e l’altro il difensore di alcuni indagati.
Dopo l’arresto disposto a giugno dalla Procura di Firenze, il sequestro dell’agenda di D’Agostino preoccupò non poco politici ed esponenti delle istituzioni in quanto  l’imprenditore come ha verbalizzato durante l’interrogatorio, annotava tutto. E’ stato grazie alle pagine della sua agenda, al cui interno oltre agli appuntamenti, erano riportate le tangenti con cifre e nomi dei destinatari, che i Carabinieri di Barletta hanno trovato conferma della visita del dicembre 2015 a palazzo Chigi avvenuta grazie all’intervento di Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo,  per consentire l’incontro avvenuto fra il pm Antonio Savasta e l’ex sottosegretario alla presidenza del consiglio Luca LottiL’obiettivo del pm di Trani, scrive il gip nella sua ordinanza , “era costruirsi soluzioni per la sua già compromessa (da procedimenti disciplinari e penali) situazione professionale“.



Pm arrestati: trovata agenda con incontri

Luca Lotti

BARI – E’ stata l’agenda dell’imprenditore Luigi Dagostino e la sua maniacale abitudine di annotare ogni appuntamento (anche con l’ex ministro Luca Lotti, con l’ex vicepresidente del Csm Giovanni Legnini e con Tiziano Renzi, papà dell’ex premier Matteo) ed il pagamento di tangenti,  che hanno consentito ai magistrati di Lecce di trovare le conferme alle ipotesi accusatorie emerse nel corso delle  indagini che ieri hanno portato all’arresto del giudice del Tribunale di Roma Antonio Savasta e e del pubblico ministero Michele Nardi in servizio presso la Procura di Roma, i quali all’epoca dei fatti erano entrambi in servizio presso il palazzo di giustizia di Trani.

Un ’organizzazione in cui ognuno ha il suo compito, secondo ricostruzione fatta dal procuratore di Lecce Leonardo Leone De Castris e dal pm Roberta Licci: “Nardi è colui che stabilisce le regole organizzative dell’associazione e la ripartizione dei profitti”, “crea i contatti, acquisisce informazioni”; Savasta, “in virtù delle sue funzioni presso la Procura di Trani, concretamente ha il potere di intervenire ed agisce attivando le più disparate iniziative giudiziarie”Vincenzo Di Chiaro, ispettore presso il commissariato di Corato, “ha il compito di predisporre false relazioni di servizio e comunicazioni di reato, tutte puntualmente ‘canalizzate’ in modo tale da farle pervenire direttamente a Savasta” ed è il punto di collegamento tra quest’ultimo e D’Introno.

L’avvocato Simona Cuomo, nella sua veste di avvocato, “fornisce copertura giuridica alle iniziative concordate”, costruendo anche false denunce, ed è proprio sulla base di questa architettura delinquenziale ed associativa che si sarebbe configurata più volte la svendita della funzione giudiziaria, un “asservimento, e la circostanza rende se possibile ancora più squallida l’intera vicenda, che i due magistrati offrono all’imprenditore D’Introno per risolvere i suoi guaigiudiziari, imprenditore visto quale una ‘gallina dalle uova d’oro’ a cui spillare denaro e altre utilità in ogni possibile occasione”  scrive il gip .

Sull’incontro, come scrive il gip, Lotti venne ascoltato dai pm di Firenze il 16 aprile 2018. “Nonostante gli scarsi ricordi di Luca Lotti in merito all’incontro segnato sull’agenda di Dagostino del 17 giugno 2015“, si legge nell’ordinanza, Lottirammentava comunque di aver incontrato il pm Savasta“.

Nel corso di una perquisizione della Guardia di Finanza nei confronti di Dagostino, accusato di corruzione in atti giudiziari, gli investigatori hanno sequestrato due agende, del 2015 e del 2016, nelle quali l’imprenditore aveva annotato con dovizia di particolari incontri e viaggi, cene e somme di denaro associate a nomi.

È proprio dall’analisi dell’agenda, i cui dettagli sono stati poi incrociati con l’esito delle intercettazioni e le dichiarazioni rese durante le indagini, che gli inquirenti ricostruiscono l’incontro a Palazzo Chigi avvenuto nel giugno 2015 tra Dagostino, il commercialista Roberto Franzè, Savasta e Lotti ed i rapporti dello stesso Dagostino con Tiziano Renzi, che nel luglio e nel settembre dello stesso anno si recava in Puglia in sua compagnia per riunioni e cene.

Il pm Savasta (a lato nella foto) avrebbe chiesto e ottenuto da Dagostino l’incontro con Lotti per cercare di avere un incarico a Roma ed allontanarsi così dalla Procura di Trani, in quanto era coinvolto in procedimenti penali e disciplinari al Csm.

Quest’ultima circostanza è stata documentata anche da Giovanni Legnini allora vicepresidente del Csm il quale, ascoltato come testimone dalla Procura di Firenze nell’aprile 2018, annota il gip nella sue 862 pagine dell’ordinanza, ha anche “prodotto una stampa dei vari procedimenti disciplinari a carico di Antonio Savasta, alcuni dei quali già pendenti dal 2015″, .

L’ avvocato abruzzese Giovanni Legnini, ex senatore del Pd,  è candidato alla presidenza per il centrosinistra alle elezioni regionali del prossimo 10 febbraio (quindi in piena campagna elettorale) compare nelle carte delle indagini ma non è indagato.

Giovanni Legnini

Dalle indagini emerge, infatti, che “già nel corso del 2015 Savasta si attiva per costruirsi appoggi strumentali ad alternative professionali avvalendosi proprio di Dagostino e dei suoi importanti contatti anche in contesti istituzionali“. Nello  stesso tempo, però, Savasta indaga su Dagostino per un giro di fatture false, ma per ricambiare il favore non esercita l’azione penale nei confronti dell’imprenditore.

Quando Savasta viene trasferito a Roma, il procuratore capo di Trani invia per competenza gli atti a Firenze. Gli appuntamenti di Dagostino con imprenditori e politici, continuano nel 2016 come annotato nelle sue agende. Ad una cena del 6 dicembre a casa di un giornalista che era stato in passato responsabile della comunicazione di Legnini, quando questi era sottosegretario del Governo Letta, partecipò lo stesso Legnini nel frattempo diventato vice presidente del Csm e presidente della commissione disciplinare che aveva in carico una serie di procedimenti su Savasta , e che in quelle settimane avrebbe deciso sul trasferimento d’ufficio del magistrato).

Della presenza di Savasta a quella cena, – annota il gip – Legnini non era previamente informato o comunque a conoscenza” della presenza di uno dei due Giudici indagati e del suo amico imprenditore alla cena alla quale l’ ex vicepresidente del Csm era stato invitato. “Se avessi saputo della loro presenza, certamente non sarei andato a quella cena privata con 30 persone a casa di un mio ex collaboratore“, dichiara Legnini in una nota.

I due magistrati Savasta e Nardi sono accusati di aver preso parte ad un’associazione per delinquere finalizzata ad intascare tangenti per insabbiare indagini e pilotare sentenze giudiziarie e tributarie in favore di facoltosi imprenditori. Oltre ai due magistrati è finito in carcere l’ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro, mentre sono stati interdetti dalla professione l’imprenditore Dagostino, ex socio di Tiziano Renzi, e gli avvocati Ruggiero Sfrecola Simona Cuomo (“pupilla” dell’ avvocato Sisto) la quale – secondo la Procura salentina – avrebbe avuto il compito di conferire “veste legale” alle iniziative di D’Introno e dei suoi familiari (anch’essi indagati) nei procedimenti gestiti da Savasta.  .

Dalle indagini era emerso come il pm Nardi (a lato nella foto) fosse capace di sfruttare il proprio ruolo di magistrato, per condizionare in maniera illegale gli esiti delle indagini a suo carico, grazie ad una talpa (non individuata) nel palazzo di giustizia salentino, ma grazie anche ad una rete di rapporti con ambienti esterni ma molto bene informati. Infatti il magistrato barese aveva tentato di intimorire e condizionare il pm Roberta Lecci della Procura di Lecce, titolare del fascicolo d’indagine a suo carico, millantando amicizie ed influenza con dei magistrati leccesi .

Il gip nella sua ordinanza ha evidenziato come Nardi fosse stato capace di creare e falsificare delle documentazioni inesistenti, nel vano tentativo di giustificare i soldi ricevuti illecitamente. E non solo, infatti il magistrato barese era stato persino capace di procurarsi informazioni riservate e coperte dal segreto istruttorio sul procedimento in questione che lo vedeva indagato.

Flavio D’Introno,  imprenditore di Corato (Bari) operante nel settore delle ceramiche, era già stato arrestato nell’ambito dell’ “operazione Fenerator” nel 2007, lo scorso ottobre scorso ha cominciato a collaborare con i Carabinieri di Barletta ai quali ha rivelato tutto. L’imprenditore fa di più  e nell’autunno scorso per conferire maggiore attendibilità alle sue dichiarazioni, inizia  a registrare con lo smartphone i suoi colloqui negli incontri al bar ed altrove. In alcuni momenti  i ruoli addirittura si invertono.

Savasta evidentemente ha fondati seri timori: lo invita a non dire nulla di loro e gli promette 50mila euro per fuggire alle Seychelles. È il “prezzo del silenzio di D’Introno – riporta nell’ordinanza – così come emerge il pieno coinvolgimento anche di Nardi nella strategia finalizzata a comprare il silenzio, provvedendo a fornirgli i mezzi per fuggire dall’Italia e rendersi definitivamente irreperibile”. Lo scorso 18 novembre 2018, Savasta consegna  i primi soldi a titolo di anticipo a D’Introno, perché “diciamo tu ti rendi conto che dovremmo vergognarci di vivere per quello che uscirà fuori di merda”, gli spiega l’ex pm.

“Ho consegnato circa 300mila euro in contanti a Savasta, circa un milione e mezzo di euro, comprensivo di regali materiali, a Nardi”, ha detto D’Introno. Il magistrato Antonio Savasta, a sua volta avrebbe “gestito, su specifico mandato di Nardi, una serie innumerevole di procedimenti artatamente creati e gestiti al fine di favorire il D’Introno sia nel processo Fenerator che in altri procedimenti penali”.

D’Introno microfonato dai Carabinieri , incontrò Savasta il quale, a sua volta, avrebbe reso  dichiarazioni “confessorie” chiamando in correità anche Nardi. E sarebbe stato proprio quest’ultimo a “introdurre il D’Introno a Savasta e a chiedergli di occuparsi delle vicende che riguardavano D’Introno”. Inoltre, l’imprenditore D’ Introno ha più volte sottolineato la conoscenza delle indagini in corso presso la Procura di Lecce da parte di Nardi sin dal gennaio 2016, epoca certamente antecedentemente a quella della notifica dell’avviso di proroga delle indagini avvenuta il 28 settembre 2016.

Flavio D’Introno decisosi a parlare durante gli interrogatori ricostruisce lo “stillicidio” , perché Nardi ci andava giù pesante quando lui non era disponibile: “Disse che se io parlo allora mi doveva far ammazzare da questi dei servizi segreti, tanto lui a Lecce era molto potente, conosceva gip, capo procura, conosceva tutti, disse: ‘Tu sei un morto che cammina se parli’, disse”.

“Quando faccio vedere la tua foto – gli avrebbe detto – faccio uscire a uno e viene qua… io ho i contatti con i servizi segreti. Ho sentito “Inzerrillo” disse su un altro procedimento penale della struttura Gladio. E lo ripete: “Nardi mi ha minacciato di morte dicendosi capace di fare del male sia alla dottoressa Licci  che a me che al luogotenente Santoniccolo per il tramite dei servizi segreti deviati”.

L’imprenditore D’ Introno inizialmente riferisce solo dei suoi rapporti con Nardi, cerca di tener fuori Savasta, in virtù del loro “patto d’onore”. Poi però, si apre e piano piano  delinea i contorni di quella che lui stesso definisce “associazione a delinquere” finalizzata alla corruzione in atti giudiziari.

“Senza contare la capacità di condizionamento del Nardi anche in virtù del suo ruolo di ispettore del ministero di Giustizia”  scrive il gip Giovanni Gallo nell’ordinanza di custodia cautelare ,  circostanze emerse da quanto riferito dal D’Introno negli interrogatori, nonché i rapporti con la massoneria e con i servizi segreti.

In particolare, il magistrato Nardi che era attualmente in servizio pm presso la Procura di Roma avrebbe utilizzato queste sue conoscenze per costringere l’imprenditore D’ Introno a dargli i soldi che chiedeva: “…o mi dai due milioni di euro e vieni assolto o questa è la tua foto… io ho fatto queste indagini grosse al Vaticano… al Gladio… e tu te ne vai…».




Arrestati in Puglia gli ex pm pugliesi Nardi e Savasta ed un poliziotto

ROMA – “Pilotavano” processi e indagini in cambio di denaro. Tanto denaro. E tra le inchieste “sistemate” c’era anche quella a carico di Luigi D’Agostino, imprenditore che per un periodo fu vicino a Tiziano Renzi, padre dell’ex premier Matteo Renzi.

L’inchiesta condotta dai Carabinieri  è stata coordinata dal procuratore della Repubblica di Lecce, Leonardo Leone de Castris e dalla pm Roberta Lucci  L’ordinanza  è stata firmata dal gip del Tribunale di Lecce dr. Giovanni Gallo.

I fatti contestati vanno dal 2014 al 2018, ma per i pm ce ne sono altri documentati fino a dieci anni fa, ormai prescritti. I due magistrati erano in servizio a Trani in quel periodo. Ora Savasta è giudice del Tribunale di Roma, mentre Nardi è pm a Roma ed in precedenza gip a Trani e magistrato all’ispettorato del Ministero della Giustizia.

Sulla base di queste accuse sono finiti in carcere su disposizione della magistratura salentina Antonio Savasta e Michele Nardi, magistrati che sono stati in sevizio  (il primo come pm ed il secondo come Gip) alla Procura di Trani eddd attualmente lavorano a Roma, il primo come giudice e il secondo come sostituto procuratore, ma anche un ispettore di polizia Vincenzo Di Chiaro,  in servizio al commissariato di P.S. di Corato in provincia di Bari

Secondo quanto emerge dall’ordinanza di custodia cautelare il magistrato Nardi , ha ricevuto un viaggio a Dubai da 10mila euro dall’imprenditore indagato Flavio D’Introno , quindi la ristrutturazione di una casa a Roma costata  circa 120/130mila euro tra pavimentazione e pitturazione.

Il tutto, ricostruiscono i pm, “sia quale prezzo della propria mediazione che con il pretesto di dover comprare il favore dei giudici” in un processo presso il Tribunale di Trani in cui D’Introno era imputato e al termine del quale venne comunque condannato. Nardi ricevette successivamente da D’Introno anche somme di denaro e un orologio Rolex Daytona, per cercare di aggiustare il successivo processo d’Appello.

Consegnati anche due diamanti da un carato ciascuno dal valore di 27mila euro per intervenire sul giudizio di Cassazione dopo che la Corte di secondo grado di Bari aveva comunque condannato D’Introno a cinque anni e nove mesi.

Per gli avvocati Simona Cuomo (Foro di Bari) e Ruggiero Sfrecola (rispettivamente del Foro di  Trani) è stata disposta l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno mentre all’imprenditore barlettano D’Agostino è stato notificato un divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno.

Di Chiaro l’ispettore di polizia arrestato, secondo le accusa si sarebbe messo “al servizio dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno (tra gli indagati) – a quanto viene riferito – quale momento indispensabile di collegamento con il magistrato Savasta per il complessivo inquinamento dell’attività investigativa e processuale da quest’ultimo posta in essere“.

La Procura di Lecce ha anche chiesto e ottenuto il sequestro di beni e conti corrente per un valore proporzionale a quello oggetto della corruzione. Nello specifico 489mila euro per Savasta; 672mila per Nardi, a cui sono stati posti sotto sequestro anche diamanti e un Daytona d’oro; 436mila per Di Chiaro ed analoga  cifra per Cuomo e  Di Chiaro; 53mila per D’Agostino e Sfrecola.  Il valore dei beni sequestrati supera complessivamente i due milioni di euro.

Nell’inchiesta con un ruolo seppure più marginale, è coinvolto anche l’imprenditore Dagostino, socio di Tiziano Renzi e della moglie nella società Party Srl, chiusa dopo due anni a causa – secondo quanto affermato in una nota dai diretti interessati – “di una campagna di stampa avversa”. Dagostino era stato arrestato nel giugno scorso a Firenze e la Procura toscana ha poi trasferito una parte del fascicolo a Lecce, competente sui magistrati del distretto di Corte d’Appello di Bari.

L’imprenditore, di origini barlettane, era stato indagato a Trani da Savasta per false fatturazioni relative alle sue imprese.. L’allora pm, secondo l’accusa dei magistrati salentini, lo avrebbe favorito evitando di fare “i dovuti approfondimenti sul suo conto” in cambio di denaro: tangenti, scrive il gip nell’ordinanza, da 20mila 25mila euro. Per Dagostino, per cui i pm avevano chiesto i domiciliari, è stato disposto il divieto temporaneo di esercizio dell’attività imprenditoriale e di esercizio degli uffici direttivi per un anno.

nella foto la Presidenza del Consiglio

Per far ottenere un incarico a Roma al magistrato tranese Antonio Savasta, all’epoca dei fatti sottoposto a diversi procedimenti penali e alla richiesta di trasferimento d’ufficio, l’imprenditore fiorentino Luigi D’Agostino – secondo la Procura di Lecce – procurò a Savasta un incontro a Palazzo Chigi, con l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Luca Lotti. Questo incontro, che Savasta sollecitò a Dagostino tramite l’avvocato Ruggiero Sfrecola, avvenne il 17 giugno 2015.

È quanto scritto nel provvedimento cautelare che ha portato all’arresto dei magistrati Antonio Savasta e Michele Nardi. All’epoca Savasta indagava su Dagostino per un giro di presunte fatture false. Per questo fatto, Savasta , Sfrecola e D’Agostino sono indagati per corruzione in atti giudiziari. Tutti e tre parteciparono all’incontro con Lotti.

Secondo l’accusa i magistrati avrebbero garantito esiti processuali positivi in diverse vicende giudiziarie e tributarie in favore degli imprenditori coinvolti in cambio di ingenti somme di danaro e, in alcuni casi, di gioielli e diamanti. Gli imprenditori avrebbero pagato per i favori ricevuti e gli avvocati avrebbero svolto il ruolo di intermediari e facilitatori.

In una nota il procuratore di Lecce Leone de Castris ha spiegato che “Il ricorso alla misura cautelare si è reso indispensabile tenuto conto del concreto pericolo di reiterazione di condotte criminose e del gravissimo, documentato e attuale rischio di inquinamento probatorio“. La Procura salentina ha indagato sulla vicenda in base all’articolo 11 del Codice di procedura penale poiché si tratta di reati commessi da magistrati in servizio nel distretto della Corte d’appello di Bari, su cui è competente la magistratura salentina.