“Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Le cose non dette e quelle non fatte” una ricostruzione analitica degli eventi partendo dalla personalità di Falcone e Borsellino

di Paolo Campanelli

ROMA – Ore 17,58 del 23.5.2017, la Camera dei Deputati si è fermata in un minuto di raccoglimento in perfetta sincronia con il 25° Anniversario della Strage di Capaci, nella gremitissima Sala della Regina, per la presentazione del libro “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.Le cose non dette e quelle non fatte” di Carlo Sarzana di Sant’Ippolito edito da Castelvecchi. Dopo il saluto introduttivo del questore della Camera, Stefano Dambruoso vi sono stati interventi di Donatella Ferranti, presidente commissione giustizia, Renato Balduzzi, membro del Consiglio Superiore della Magistratura, Giuseppe Di Gennaro, primo presidente onorario corte cassazione, già procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, sostituto procuratore della repubblica presso il tribunale di Palermo, Carlo Palermo, magistrato, Umberto Rapetto, ex-generale della Guardia di Finanza, Luca Tescaroli, sostituto procuratore della repubblica presso il Tribunale di Roma.

L’Autore, ex Presidente aggiunto onorario della Corte di Cassazione, ha condiviso con Falcone, oltre ad una lontana parentela, numerose esperienze professionali. Il libro si colloca molto lontano dalla apologia delle vittime illustri, e non deve essere scambiato per un ennesimo tassello della melassa celebrativa in stile televisivo; al contrario, tende coraggiosamente verso una ricostruzione analitica degli eventi partendo dalla personalità di Falcone e Borsellino, nel contesto della politica giudiziaria di quel periodo, fino ai tragici eventi: “Bisogna avere il coraggio di riscrivere la storia, al di là dei capi di imputazione, che danno una immagine parziale di un quadro che oggi ci dovrebbe essere chiaro” sostiene l’autore.

 

 

Sarzana non risparmia alcun passaggio esaminando interrogativi e nodi insoluti, dalle critiche e dagli ostracismi subiti da Falcone e Borsellino all’interno e nelle adiacenze della magistratura e della politica alla malevolenza nei confronti di personaggi troppo esposti, alle mancate investigazioni sulla cancellazione delle memorie elettroniche e sulla manipolazione dei documenti informatici, alle lettere anonime,agli ostacoli frapposti dalla politica per impedire che Falcone desse spinta propulsiva alla Procura Nazionale Antimafia.

Questa analisi, come precisa l’autore ha la funzione di consegnare alle future generazioni gli interrogativi irrisolti perché non sia dimenticato quel 23 maggio 1992, quando alle ore 17.58, in corrispondenza dello svincolo autostradale di Capaci, esplosero 500 kg di tritolo che provocarono uno degli eventi più sconvolgenti della storia del nostro Paese, perché, come conclude Sarzana, “il futuro è dei giovani, che hanno bisogno di chiarezza” .

 




Laboccetta, Corallo, Tulliani e la resa dei conti

di Umberto Rapetto*

“Il futuro ci darà ragione” diceva Wernher von Braun, anticipando la corsa verso lo spazio in tempi in cui la missilistica era legata ai cruenti scenari di guerra. Qualcosa di simile, in un contesto certo meno ambizioso, è scappato anche a me il 29 maggio 2012 quando ho annunciato ai miei ragazzi del GAT Nucleo speciale frodi telematiche che stavo per rassegnare le mie dimissioni. Quel giorno – con la morte nel cuore – ho liquidato con una manciata di firme la mia vita in divisa. Un’avventura cominciata il 30 settembre 1975 alla Scuola militare Nunziatella e durata quasi 37 anni all’inseguimento del sogno di fare qualcosa di buono per gli altri.

La Guardia di Finanza aveva pianificato la mia rimozione dall’incarico e la destinazione alla frequenza del corso all’Istituto per gli Alti studi della Difesa dove insegnavo da una quindicina d’anni. Ci furono ben 11 interrogazioni parlamentari sulla mia curiosa vicenda e non servirono a nulla.

Ero colpevole di averincrinato i rapporti con una Amministrazione consorella” (i Monopoli) mi disse un giorno uno dei vertici GdF: nonostante i più o meno garbati consigli a rimuovere l’incomprensibile ostinazione e a desistere dall’occuparmi delle investigazioni sulle slot machine, la mia squadra – sola contro tutti – arrivò a ricostruire uno scenario sconfortante sul gioco d’azzardo nel nostro Paese. A distanza di quattro anni e mezzo gli stessi personaggi che hanno animato quella straordinaria indagine saltano di nuovo fuori.

 Non sono riuscito a provare gioia nel leggere che questi signori sono finiti in manette.

E’ più forte il ricordo delle mortificazioni del mio reparto e mie personali nel vedere il signor Amedeo Laboccetta diventare deputato della Repubblica, sedere quindi in Commissione Finanze e poi diventare membro di quella parlamentare Antimafia, dove si portò come assistente Francesco Corallo. Lo stesso Francesco Corallo che alla fine del 2013 mi denunciò per diffamazione e non si presentò all’udienza in cui – lui latitante – io provavo il brivido, dopo mesi di angoscia e dolore, di trovarmi nel banco sbagliato. L’archiviazione di quel giorno non ha cancellato i segni delle prepotenze subite anche dopo esser stato costretto a mollare quella che era la mia vita.

Vorrei, invece, sapere dai miei superiori di allora se hanno coscienza di quel che mi hanno costretto a fare.

Vorrei poi che la gente, vedendo come le cose possono evolvere e cambiare, non si arrendesse, non continuasse a piegare la testa. Qualunque ne sia il costo.

* Giornalista, scrittore e docente universitario, ex comandante del GAT




Storie di mala (Guardia di) Finanza…

di Valeria Pacelli

Il 6 febbraio la Corte dei Conti ha chiuso la vicenda della ‘mega penale’ inflitta ai colossi delle slot machine. In appello i due concessionari Bplus e Hbg sono stati condannati a pagare in totale poco più di 400 milioni di euro per gli inadempimenti del 2004-2005, anni di avvio del servizio. Sono stati invece assolti due ex alti dirigenti del Monopolio, Giorgio Tino e Antonio Tagliaferri. Non sarà una grande somma rispetto ai circa 90 miliardi delle prime contestazioni della Guardia di Finanza o rispetto alla sanzione di circa 2,5 miliardi comminata in primo grado ai dieci concessionari (tra il primo grado e l’appello, otto delle dieci concessionarie coinvolte avevano scelto di aderire alla sanatoria prevista dal decreto Imu versando il 30% della somma riportata in primo grado, mentre Bplus e Hbg avevano deciso di proseguire nel giudizio d’appello), ma 407 milioni di euro certo non fanno male all’erario.

Questo risultato complessivo, pari a 837 milioni di euro tra la sanatoria di Letta e le condanne del 6 febbraio, non sarebbe stato raggiunto senza l’azione di un gruppo di finanzieri che ha agito contro i comandi – non entusiasti dell’indagine – e della politica, che ha remato contro con commissioni e condoni. Lo racconta, in un verbale inedito, l’ex comandante del Nucleo Speciale Frodi Telematiche, Umberto Rapetto. L’ex finanziere, ora in pensione, spiega la circostanza ai pm milanesi che indagavano sui prestiti della Popolare di Milano (nell’elenco c’è anche Bplus) e fornisce le prove consegnando una lettera inviatagli da Virgilio Elio Cicciò, generale di Corpo d’Armata. È il 4 giugno 2012 quando Rapetto viene sentito. “Nel luglio del 2006 cominciò un nostro intenso lavoro delegato dalla Corte dei Conti ed in particolare dal dottor Smiroldo”. Posso dire che il nostro Comando Generale ha sempre cercato di orientarci verso il disimpegno da queste indagini, anche attraverso note formali che contestavano l’assenza di una nostra competenze in materia. Ricordo una nota del Generale Cicciò che mi invitava a comunicare al magistrato contabile la nostra incompetenza formale, proponendo di rivolgere la delega al Nucleo di PT. Il dott. Smiroldo non accolse l’invito verso il quale fu anzi molto critico, pregandomi di segnalare a lui eventuali tentativi di interferenza con le indagini da parte dei miei superiori”.

Rapetto consegna ai magistrati la nota del generale Cicciò, ora in pensione anche lui, datata 16 ottobre 2006: nella lettera si ordina a Rapetto di proporre al magistrato contabile di “rivolgere la delega alla articolazione preposta del locale Nucleo di polizia tributaria restando, comunque, a disposizione del citato magistrato” per specifici atti connotati “da elevato tecnicismo nel settore informatico”.

L’ex finanziere Rapetto comunica il contenuto della nota al magistrato Smiroldo, al quale chiede di ridefinire “i compiti assegnati al nucleo (…) così da considerare la disponibilità del più completo apporto investigativo e demoltiplicare lo sforzo operativo difficilmente sopportabile da un unico Comando”. Smiroldo, però, è convinto delle competenze del Nucleo Frodi Informatiche e il primo dicembre risponde esortando Rapettoa continuare nella direzione intrapresa (…) Qualora articolazioni del Corpo non dovessero assicurarLe piena collaborazione nell’ambito dell’attività istruttoria che Ella svolge su delega della Corte dei Conti, ovvero dovessero ulteriormente ripetersi tentativi – diretti o indiretti – di ingerenza nelle decisioni investigative di questa Procura, La invito ad informarmi immediatamente”. Alla fine l’inchiesta ha raggiunto il risultato voluto grazie a chi avrebbe disatteso gli ordini e lo Stato incasserà 837 milioni di euro.

* articolo tratto da IL FATTO QUOTIDIANO

CdG Ecco cari lettori una delle tante storie delle manipolazioni che a volte alcuni ufficiali della Guardia di Finanza compiono. Ma per fortuna l’ossatura, la base delle Fiamme Gialle è composta da persone per bene, veri “servitori” dello Stato. Ed a loro dobbiamo dire grazie. Salendo in alto nelle gerarchie, molto spesso invece bisogna tapparsi il naso…E noi ne sappiamo qualcosa personalmente !