Il comandante generale dei Carabinieri Nistri : “Sì all’Arma parte civile nel Caso Cucchi”

ROMA – Una vera e propria svolta nel “caso Cucchi“. Lo rende noto il quotidiano La Repubblica, che allega la prima pagina della missiva, datata 11 marzo, con la quale il comandante dei Carabinieri, il generale Giovanni Nistri, si è rivolto a Ilaria Cucchi in una lettera di quattro pagine inviatale quasi un mese fa, scrivendo:

Il Generale Giovanni Nistri

Gentile Signora Cucchi,

ho letto con grande attenzione la lettera aperta che ha pubblicato sul suo profilo Facebook. Sabato scorso a Firenze, nel rispondere alla domanda di un giornalista, pesavo a Voi e alla Vostra sofferenza, che ho richiamato anche nel nostro ultimo incontro. Pensavo alla Vostra lunga attesa per conoscere la verità e ottenere giustizia. Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai Suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi sia mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà.

La abbiamo perché il Vostro lutto ci addolora da persone, da cittadini, nel mio caso mi consenta di aggiungere: da padre. Lo abbiamo perché anche noi – la stragrande maggioranza dei Carabinieri, come Lei stessa ha più volte riconosciuto, e di ciò la ringrazio – crediamo nella Giustizia e riteniamo doveroso che ogni singola responsabilità nella tragica fine di un giovane sia chiarita, e lo sia nella sede opportuna, un’aula giudiziaria.

Proprio il rispetto assoluto della Legge ci costringe ad attendere la definizione della vicenda penale. Non possiamo fare diversamente perché, come vuole la Costituzione, la responsabilità penale è personale. Per questo abbiamo bisogno che sia accertato esattamente, dai giudici, “chi” ha fatto “che cosa“. Nell’episodio riprovevole delle studentesse di Firenze il contesto era definito dall’inizio. C’erano due militari accusati, con responsabilità sin da subito impossibili da negare, almeno nell’aver agito all’interno di un turno di servizio e con l’uso del mezzo in dotazione, quando invece avrebbero dovuto svolgere una pattuglia a tutela del territorio e dei cittadini.

In questo caso abbiamo purtroppo fatti nei quali discordano perizie, dichiarazioni, documenti: discordanze che saranno però risolte in giudizio. Le responsabilità dei colpevoli porteranno al dovuto rigore delle sanzioni, anche di quelle disciplinari. I tre accusati di omicidio preterintenzionale sono già stati sospesi. Non sono stati rimossi, è vero. Ma è vero che, se ciò fosse avvenuto, si sarebbe forse sbagliato. Faccio al riguardo due esempi. Oggi emerge che uno dei tre – secondo quanto egli ha dichiarato, accusando gli altri due – potrebbe essere innocente. Erano innocenti gli agenti della Polizia Penitenziaria, che pure erano stati incolpati e portati in giudizio.

Comprendiamo l’urgenza e la necessità di giustizia, così come lo strazio di dover attendere ancora. Ma gli ulteriori provvedimenti, che certamente saranno presi, non potranno non tenere conto del compiuto accertamento e del grado di colpevolezza di ciascuno. Ciò vale pre il processo in corso alla Corte d’Assise. E ciò varrà indefettibilmente anche per la nuova inchiesta avviata dal Pubblico Ministero, ora nella fase delle indagini preliminari, nella quale saranno giudicati anche coloro che oggi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere.

Io per primo, e con me i tanti colleghi, oltre centomila, che ogni giorno rischiano la vita per quei Valori che fin qui ho richiamato, soffriamo nel pensare che la nostra uniforme sia indossata da chi commette atti con essa inconciliabili e nell’essere accostati a comportamenti che non ci appartengono.

Con sinceri sentimenti,

Giovanni Nistri

LETTERA CUCCHI-compresso

Il Comandante Generale si impegna a procedere in via disciplinare. Positivo il commento di Ilaria Cucchi  intervistata da Repubblica, sulla lettera che il Generale Nistri le ha inviato “Bellissima l’ipotesi che l’Arma sia parte civile sul depistaggio. E’ stata per me un momento emotivamente molto forte. Perché è arrivata dopo anni in cui io e la mia famiglia ci siamo sentiti traditi”, adesso “la lettera del generale Nistri è tornata a scaldarmi il cuore. A scacciare il senso di abbandono che ho vissuto in questi nove anni. Oggi finalmente posso dire che l’Arma è con me“.

Ilaria parla anche della possibilità che l’Arma si costituisca parte civile, in un eventuale processo per depistaggio: “So che nulla è ancora deciso. E che in ogni caso bisognerà attendere la richiesta di rinvio a giudizio per gli otto ufficiali indagati per il depistaggio. Ma ne ho parlato con il generale Riccardi, portavoce del Comandante che mi ha assicurato come l’ipotesi sia concreta – spiega -. Sarebbe bellissimo. E soprattutto, vero. Perché, come scrive Nistri, mio fratello è morto ma ad essere lesa, insieme alla sua vita e a quella della mia famiglia, è stata anche l’Arma e i suoi centomila uomini cui la lettera fa riferimento“.

 

 

il pm Giovanni Musarò

È il giorno della verità. Sono passati quasi 10 anni dalla morte di Stefano Cucchi, ma finalmente qualcosa sta cambiando. Ha deposto oggi in aula il vicebrigadiere dei Carabinieri Francesco Tedesco davanti alla prima Corte d’assise di Roma,  il militare brindisino super teste e contestualmente imputato per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi (coimputati) nel processo per la morte di Cucchi, dovrà ribadire quanto già affermato nel corso dei tre interrogatori resi nei mesi scorsi davanti al procuratore Giuseppe Pignatone e al pm Giovanni Musarò.

Tedesco ha anche accettato di essere ripreso televisivamente. Sono cinque i carabinieri sotto processo nel procedimento bis in corso davanti alla prima Corte d’Assise: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Tedesco i quali rispondono dell’imputazione di “omicidio preterintenzionale”. Tedesco risponde anche di “falso” nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e “calunnia” insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti comandante della Stazione Appia dei Carabinieri di Roma, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anch’egli carabiniere, risponde dell’ accusa di “calunnia” con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso.

Altri otto carabinieri sono indagati nel fascicolo sui presunti depistaggi sul caso, e rispondono di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento. Si tratta del generale Alessandro Casarsa, che nel 2009 era alla guida del Gruppo Roma, il colonnello Lorenzo Sabatino, ex capo del Reparto operativo della capitale, Massimiliano Labriola Colombo, ex comandante della Stazione di Tor Sapienza, dove Cucchi venne portato dopo il pestaggio, Francesco Di Sano, che a Tor Sapienza era in servizio quando arrivò il geometra, il colonnello Francesco Cavallo all’epoca dei fatti capufficio del comando del Gruppo Carabinieri Roma, il maggiore Luciano Soligo, ex comandante della compagnia Talenti Montesacro, Tiziano Testarmata, ex comandante della quarta sezione del nucleo investigativo, ed il carabiniere Luca De Ciani.

 

Il pestaggio di Stefano Cucchi

Chiedo scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria, imputati al primo processo. Per me questi anni sono stati un muro insormontabile” è iniziato così il processo Cucchi-bis con la deposizione davanti alla Corte d’Assise del carabiniere Francesco Tedesco, il supertestimone che a nove anni di distanza ha rivelato che Stefano, 31 anni, venne ‘pestato’ da due suoi colleghi Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo, imputati come lui di omicidio preterintenzionale. L’imputato-superteste ha raccontato le fasi del pestaggio nella caserma della Compagnia Casilina la notte dell’ arresto di Stefano Cucchi a Roma, avvenuta il 15 ottobre del 2009, dopo essersi rifiutato di sottoporsi al fotosegnalamento.

“Al fotosegnalamento Cucchi si rifiutava di prendere le impronte, siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Di Bernardo è proseguito – racconta Tedesco –  Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto. Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete‘. Ma Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii il rumore della testa, dopo aveva sbattuto anche la schiena. Mentre Cucchi era in terra D’Alessandro gli diede un calcio in faccia, stava per dargliene un altro ma io lo spinsi via e gli dissi a ‘state lontani, non vi avvicinate e non permettetevi più. Aiutai Stefano a rialzarsi, gli dissi ‘Come stai?’ lui mi rispose ‘Sono un pugile sto bene’, ma lo vedevo intontito“.

Le annotazioni sparite del carabiniere Tedesco sul pestaggio di Stefano Cucchi

“Non era facile denunciare i miei colleghi. Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno” ed  aggiunge: “Ho scritto una annotazione il 22 ottobre parlando dell’aggressione ai danni di Cucchi e della telefonata a Mandolini ma non che era stato Nicolardi a consigliarmi di fare questa relazione“. “Ho fatto due originali delle mie annotazioni – ha spiegato  – sono andato in questo archivio al piano di sotto della caserma. Ho protocollato un foglio scrivendoci ‘Cucchi annotazione’, poi ho preso i due fogli e li ho messi nel registro per la firma del Comandante, di colore rosso, che poi era destinata all’autorità giudiziaria. L’altra copia era destinata alla ‘piccionaia’, come la chiamavamo in gergo, dove conservavamo tutti gli atti dell’anno corrente“.

Tedesco ha anche spiegato:Non dissi nulla di questa cosa a nessuno, pensavo di essere convocato da solo. Invece nei giorni successivi andai nel registro e vidi che nella cartella mancava la mia annotazione. Mi sono reso conto che erano state cancellate due righe con un tratto di penna

Cucchi, il verbale già pronto da firmare

“Quando arrivammo in ufficio alla caserma Appia il verbale era già pronto e il maresciallo Roberto Mandolini (imputato per calunnia n.d.r. ) mi disse di firmarlo. Cucchi non volle firmare i verbali“. E ha spiegato: “Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il Rivotril“. Subito dopo avere assistito all’aggressione di Cucchi, Tedesco ha testimoniato questa mattina di avere chiamato Mandolini l’allora capo della stazione Appia e “gli raccontai cosa era accaduto. Mandolini mi chiese ‘Come sta?’. Io replicai: ‘Dice che sta bene ma è successo questo, questo e questo. Cucchi sentì quella telefonata perchè lo avevo sotto braccio. Quindi salii dietro sul defender con lui, mentre Di Bernardo e D’Alessandro stavano davanti. Cucchi non disse una parola, teneva la testa abbassata, io ero turbato e lui era sotto shock più di me“.

Di Bernardo e D’Alessandro imputati entrambi per omicidio preterintenzionale,  invece “erano tranquilli, non erano spaventati più di tanto. Non erano preoccupati della telefonata che avevo fatto a Mandolini e mi dicevano: ‘Non ti preoccupare parliamo noi con Mandolini’. Arrivati alla stazione Appia, Mandolini chiamò D’Alessandro e Di Bernardo, io stavo con Stefano Cucchi, che era ancora stordito anche se cominciava a parlare un pochino con me” Mandolini poi chiamò me e Cucchi, disse: ‘Fateli venire che bisogna fermare il verbale d’arrestò. Presi il verbale e mi disse: ‘Firmalo che tra un paio d’ore devi andare in tribunale. Io lo firmai senza nemmeno leggere. Con me Mandolini faceva pesare il suo grado. Se dovevo entrare in ufficio io dovevo chiedere permesso, mentre se lo facevano D’Alessandro e Di Bernardo no. Cucchi non voleva firmare il verbale di perquisizione nè il verbale d’arresto“.

“Dire che ebbi paura è poco Ero letteralmente terrorizzato. Ero solo contro una sorta di muro – ha raccontato Tedesco –  Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato. Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini. C’era agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l’ho vissuta come una violenza”.




Alcune considerazioni sui 5 carabinieri sott’inchiesta per il “caso Cucchi”

nella foto, Ilaria Cucchi

nella foto, Ilaria Cucchi

di Antonello de Gennaro

Volevo farmi del male – scriveva Ilaria Cucchi ieri su Facebook  – volevo vedere le facce di coloro che si sono vantati di aver pestato mio fratello, coloro che si sono divertiti a farlo. Le facce di coloro che lo hanno ucciso. Ora questa foto è stata tolta dalla pagina. Si vergogna? Fa bene” aggiungeva nello stesso post, pubblicando la foto, tra gli scogli e in costume da bagno, di uno dei cinque carabinieri della Stazione Appia di Roma, indagati nell’inchiesta bis avviata dalla procura sulle lesioni subite dal ragazzo che avrebbero provocato il suo decesso.

Il carabiniere però attraverso il suo legale fa sapere che denuncerà Ilariaper le sue affermazioni e per le numerose gravissime minacce ed ingiurie che sono state rivolte a lui e ai suoi familiari a seguito e a causa della signora Cucchi“. Tra i commenti arrivati sul social network ci sono infatti insulti pesanti. In molti, la stragrande maggioranza si schierano con la Cucchi, ma c’è anche chi critica però la decisione di svelare l’identità del carabiniere e chi le manifesta totale sostegno anche in questa scelta.

Nella società dell’immagine, della privacy violata dalle multinazionali del web, senza che le varie autorità garanti (privacy, comunicazioni) intervengano, dove la gente si mostra in qualsiasi posa ed in qualsiasi momento della propria giornata e talvolta anche intimità, nel  vano triste tentativo di dare così facendo un senso alla propria reale vita anonima, sperando di  raggiungere un’improbabile collocazione sociale, il concetto di “privacy” ha sicuramente subito qualche decisa variazione sul reale significato della parola così come del concetto di riservatezza.

Se tu stesso non rispetti la tua privacy, mostrandoti come meglio credi su un social network, quelle immagini diventano di libero utilizzo del social network (Facebook) come riportano i regolamenti di iscrizione e registrazione, in realtà di fatto restano pubbliche per tua volontà . Non è quindi strano comprendere ed accettare senza riserve la decisione di Ilaria Cucchi di postare un’immagine di Francesco Tedesco uno dei cinque carabinieri indagati nel nuovo processo a carico dei cinque militari. Non si tratta quindi di una foto “privata”, ancorché lo ritragga in costume da bagno, perché quella era la foto che il maresciallo aveva scelto come sua “immagine” per il suo profilo Facebook. L’aveva preferita a quella più adatta e tradizionale, cioè in divisa, per delle ragioni facilmente immaginabili. Un struttura fisica palestrato, esibita con soddisfazione.

CdG cc francesco tedesco

Quella fotografia era immediatamente scomparsa dal profilo del carabiniere soltanto dopo che il suo nome era apparso sui giornali nella lista degli indagati per la morte di Stefano Cucchi in seguito a “un violentissimo pestaggio”. Di cosa si vergognava il carabiniere per rimuoverla ? Oggi sono diversi i giornalisti, che peraltro conosciamo e stimiamo personalmente come Carlo Bonini de La Repubblica e come  Guido Ruotolo de La Stampa che criticano la decisione di Ilaria di pubblicare la foto del carabiniere.

Scrive Bonini sul quotidiano romano: “La famiglia Cucchi merita il rispetto del Paese. E alla famiglia Cucchi, da sei anni, è ancora dovuto l’unico risarcimento possibile da parte di uno Stato che si voglia e non si dica soltanto di diritto. L’accertamento delle responsabilità di chi uccise Stefano. Per questo motivo, la scelta di Ilaria Cucchi di postare sul proprio profilo Facebook la foto di uno dei carabinieri accusati nella nuova inchiesta della Procura di Roma della morte del fratello è stato un errore. Perché è il cedimento umano, ma esiziale, a quella forma di violenza intollerabile e contagiosa come la peste che consegna un individuo ad un processo sommario. La stessa di cui Stefano è stato vittima da vivo e continua ad esserlo da morto.

Schermata 2016-01-05 alle 21.51.09Guido Ruotolo si affida ad un commento sulla sua pagina Facebook, scrivendo : “Non ho apprezzato la sorella Cucchi e la foto su Facebook. Che siano i giudici a giudicare. La pratica della berlina (anche se oggi è sul web) è antica. Medioevale. E poi è offensivo parlare di omicidi di Stato. E chi lo sostiene è solo in malafede

Mi chiedo dove fosse questo bravi ed autorevole collega in questi sei anni quando la famiglia Cucchi veniva attaccata e vilipesa, con tanto di foto in ogni dove, e un gruppo di “uomini in divisa” accusati dalla magistratura di aver pestato un prigioniero fino a farlo morire?  Non ricordo di aver letto nulla. In molti dimenticano l’intercettazione agli atti, ormai famosa tra altri due dei cinque indagati, e commentano a sproposito  come i soliti “difensori d’ufficio” come Gasparri e Larussa che li definiscono “servitori dello Stato” con un’ evidente mancanza di rispetto verso le  leggi di questo stesso Stato. “Se ci cacciano, vado a fare le rapine agli orafi, quelli che portano a vedere i gioielli nelle gioiellerie” dicevano fra di loro i militari intercettati.

Ha fatto bene, a mio parere, Ilaria Cucchi, sempre nella serata di domenica, a decidere di rompere il silenzio, dimostrando ancora una volta un gran coraggio : “Sto ricevendo numerose telefonate anche di giornalisti su questa fotografia. La prima domanda che mi pongo è: se fosse stato un comune mortale, cioè non una persona in divisa, non ci si sarebbe posto alcun problema. La cronaca nera e piena di ‘mostri’ rei o presunti tali di efferati ed orrendi   delitti sbattuti in prima pagina.  Sto passando le mie giornate ascoltando quelle intercettazioni. Leggo sul sito del Fatto Quotidiano le infamanti ricostruzioni del mar. Mandolini che si permette di offendere me e la mia famiglia raccontando le sue presunte verità dopo aver taciuto per sei anni e dopo essersi avvalso della facoltà di non rispondere di fronte ai pubblici ministeri.”

“Non sono ipocrita. Questa foto – continua  Ilaria non è uno scatto rubato in violazione della privacy del soggetto ritratto ma è stata addirittura postata dallo stesso sui social network. Questa foto io non l’avrei mai pubblicata ma l’ho fatto solo perché la ritengo e la vedo perfettamente coerente col contenuto dei dialoghi intercettati e con gli atteggiamenti tenuti fino ad oggi dai protagonisti. Per sei anni si è fatto il processo a Stefano e a noi membri della sua famiglia.  Il mar. Mandolini incurante di quanto riferito sotto giuramento ai giudici sei anni fa e non curandosi nemmeno della incoerente scelta di non rispondere ai magistrati ha avviato un nuovo processo a Stefano e a noi, che abilmente sarà di una violenza direttamente proporzionale alla quantità di prove raccolte contro di loro dai magistrati. E quindi io credo che non mi debba sentire in imbarazzo se diventeranno pubblici anche i volti e le personalità di coloro che non solo hanno pestato Stefano ma pare se ne siamo addirittura vantati ed abbiamo addirittura detto di essersi divertiti”

“Di fronte al possibile imbarazzo che qualcuno possa provare – aggiunge la Cucchi – pensando che persone come queste possano ancora indossare la prestigiosa divisa dell’arma dei carabinieri io rispondo che sono assolutamente d’accordo e condivido assolutamente questo imbarazzo. Ma non è un problema o una responsabilità di Stefano Cucchi o della sua famiglia. Non è stata una scelta di Stefano Cucchi quella di subire un ‘violentissimo pestaggio’, come lo hanno definito i magistrati, per poi morirne. Non è stata una scelta della famiglia Cucchi quella di essere processata insieme al loro caro per sei anni. Quella di avere invece pestato Stefano è stata una scelta degli autori del pestaggioQuella di nascondere questo pestaggio e di lasciare che venissero processato altri al loro posto è stata una scelta di altri. Così come quella di farsi fotografare in quelle condizioni e di pubblicarla sulla propria pagina Facebook è stata una scelta del soggetto ritratto.  Io credo  – conclude Ilaria Cucchi – che sia ora che ciascuno sia chiamato ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Accollandosene anche le conseguenze. E il fatto che questo qualcuno indossi una divisa lo considero un aggravante non certo un attenuante o tantomeno una giustificazione.

CdG ilaria_stefano cucchi

E’ l’ennesima polemica sul “caso Cucchi”. Pochi giorni fa era emerso l’audio di un’intercettazione telefonica contenuta negli atti dell’inchiesta bis in cui l’ex moglie di Raffaele D’Alessandro, un altro dei cinque militari indagati, lo accusava: “Poco alla volta arriveranno a te… Hai raccontato a tanta gente quello che hai fatto. Hai raccontato che vi siete divertiti a picchiare quel drogato di m… “. E poi l’esplicita volontà di cercare di ottenere la sospensione della pena perché la prospettiva, quasi una certezza, è quella di prendere  “5 anni” in primo grado. C’è infine anche l’ipotesi di fare un libro “così facciamo due soldi”; scriviamo “la vera storia… facciamo il primo capitolo e lo portiamo a Mondadori”.

A parlare sono i Carabinieri finiti nel mirino della Procura per la morte di Stefano Cucchi, fermato il 15 ottobre 2009 e morto dopo una settimana all’ospedale Pertini dopo “un pestaggio violentissimo”. Sono loro i protagonisti dell’inchiesta bis sulle violenze subite dal 31enne che era in custodia delle forze dell’ordine. Sono di questi uomini, ancora in divisa, le voci intercettate dagli uomini della Squadra Mobile di Roma sull’auto di servizio. Questa e altre conversazioni sono agli atti della nuova inchiesta partita solo qualche mese fa e che progredisce giorno dopo giorno. Subito dopo la pubblicazione dell’audio, sempre Ilaria, in una intervista a “Repubblica“, si era chiesta: “Perché chi ha pestato mio fratello è ancora nell’Arma?”. Come si fa non darle ragione ?

CdG Stefano Cucchi

nella foto, Stefano Cucchi

L’inchiesta bis sulla morte di Stefano Cucchi è nata dopo un esposto presentato dalla sua famiglia e alla luce di quanto scritto nelle motivazioni della sentenza dai giudici d’appello. I magistrati di secondo grado avevano, infatti, scritto che l’uomo “fu sottoposto ad una azione di percosse e “non può essere definita una ‘astratta congettura’ l’ipotesi prospettata in primo grado, secondo cui l’azione violenta sarebbe stata commessa dai carabinieri che lo hanno avuto in custodia nella fase successiva alla perquisizione domiciliare”. Nel nuovo fascicolo sono state poi depositate le testimonianze – raccolte dall’avvocato dei Cucchi di due militari dell’Arma dei Carabinieri che dopo le assoluzioni hanno deciso di collaborare con la Procura nell’indagine avviata dal procuratore capo  Giuseppe Pignatone e dal sostituto Giovanni Musarò, in cui sono indagati cinque militari della stazione Appia: si tratta di Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro, Francesco Tedesco (tutti indagati per lesioni personali aggravate e abuso d’autorità), nonché di Vincenzo Nicolardi e Roberto Mandolini (per falsa testimonianza e, il solo Nicolardi anche di false informazioni al pubblico ministero). In particolare, ai primi tre si contesta, dopo avere proceduto all’arresto di Cucchi per detenzione di droga e dopo aver eseguito una perquisizione domiciliare “spingendolo e colpendolo con schiaffi e calci, facendolo violentemente cadere in terra“, di avergli cagionato “lesioni personali, con frattura della quarta vertebra sacrale e della terza vertebra lombare”.

Oggi stiamo assistendo ad un ennesimo capovolgimento delle parti, in quanto Ilaria Cucchi rischia di dover difendere se stessa e la sua famiglia in un eventuale Tribunale (proprio loro che in tribunale vanno chiedendo giustizia per Stefano, da sei anni) dall’annunciata querela per diffamazione dell’uomo accusato dell’omicidio di suo fratello. Ha ragione Carlo Bonini quando scrive su La Repubblica che “È uno spettacolo avvilente. Che dimostra cosa accada quando uno Stato di diritto non è in grado di spiegare a una famiglia per quale motivo le ha ammanettato un figlio sano per riconsegnarlo cadavere

Bonini aggiunge: “L’Arma e il suo comandante generale Tullio Del Sette. Il 12 dicembre, il generale Del Sette ha usato parole di vicinanza per i Cucchi, di condanna per quanto accaduto, salvo dirsi preoccupato per la “possibile delegittimazione di migliaia di carabinieri“. Sarebbe stato più utile ( ed io sono d’accordo con il collega Bonini   – n.d.a.) e forse avrebbe fermato la mano di Ilaria – chiedere pubblicamente scusa (lo fece ad horas il Capo della Polizia Antonio Manganelli per Federico Aldrovandi e Gabriele Sandri, dimostrando di aver compreso la lezione del G8 di Genova). E non certo per anticipare o condizionare l’accertamento delle responsabilità da parte di un tribunale. Ma per le oscenità, le falsità e la consapevolezza dell’impunità documentate dalle intercettazioni a carico dei carabinieri oggi accusati dell’omicidio di Stefano”

“Sarebbe stato più utile – continua Bonini informare il Paese e la famiglia Cucchi se quei Carabinieri siano stati o meno sospesi dal servizio e per quali motivi il maresciallo Roberto Mandolini, dopo aver coperto i propri uomini e mentito in corte di assise inquinando la ricerca della verità, possa ancora oggi discettare sul proprio profilo Facebook su chi fosse Stefano Cucchi e cosa accadde la notte in cui cominciò a morire in una caserma dell’Arma“.

Sono d’accordo con Carlo Bonini quando sostiene che Facebooknon è e non deve diventare né un tribunale, né una gogna“. Così come sono d’accordo che “chi veste un’uniforme, una toga o un camice bianco non si nascondano dietro il post di una donna che chiede solo di sapere chi le ha portato via il fratello“. C’è da augurarsi che il pubblico ministero che deciderà sull’ignobile strumentale denuncia del maresciallo Mandorlini ( all’epoca dei fatti il vice comandante della Stazione Carabinieri di Tor Sapienza a Roma) ad Ilaria Cucchi, si ricordi cosa riporta la scritta che campeggia in tutti i Tribunali d’ Italia: “La legge è uguale per tutti“.

Anche se indossano e disonorano una divisa amata e rispettabile come quella dei Carabinieri .