Si allungano i tempi per i pagamenti della Pubblica amministrazione

ROMA – Tornano ad aumentare i tempi di pagamento della nostra Pubblica Amministrazione che ‘privano’ di 30 miliardi alle imprese. Lo segnala la Cgia  di Mestre la quale ricorda che dopo alcuni anni di progressiva diminuzione, dallo scorso gennaio ad oggi sono tornati a salire i tempi medi di pagamento della Pa.

Se  il compenso veniva corrisposto nel 2017 dopo 95 giorni dall’emissione della fattura – contro i 30 stabiliti dalla normativa europea che possono salire a 60 per alcune tipologie di forniture, come quelle sanitarie – nell’anno in corso la media è salita a 104 giorni. Nessun altra pubblica amministrazione (Pa) nell’ Unione Europea  salda i debiti commerciali con tempi così lunghi. Rispetto alla media europea, ad esempio, in Italia i ritardi sono superiori di oltre due mesi (precisamente 63 giorni). Se in Italia i giorni medi necessari riferiti al 2018 sono saliti a 104, in Spagna e in Francia ci vogliono rispettivamente 56 e 55 giorni per liquidare i fornitori. In Germania, invece, il dato è salito a 33 giorni, mentre nel Regno Unito si è attestato a 26.




Non c’è controllore o legge speciale che rottami la corruzione

di Serena Sileoni

Secondo la Guardia di Finanza, il danno erariale prodotto da funzionari pubblici corrotti o anche solo incautamente negligenti è valso, tra il 2014 e i primi sei mesi del 2015, 5.700 miliardi. Un po’ più dell’Imu e della Tasi messi insieme. Per avere un altro termine di paragone, la spending review per il 2016 dovrebbe valere, secondo le ultime voci dal ministero dell’Economia, tra i 6,5 e gli 8 miliardi. Il rapporto della Guardia di Finanza anticipato dal Corriere della Sera racconta non solo di corruzione, concussione, truffa, turbativa d’asta, appropriazione indebita o abuso di ufficio, ma anche di disservizi, lassismi, sprechi. Fotografa insomma quella irritante mala gestio delle risorse pubbliche che è la fonte principale di un senso di insofferenza e sconforto destinato a protrarsi fino a quando l’Italia sarà percepita come terra di corruzione e impunità.

Ma quando è il “fino a quando”? Perché quella fine resta sempre una linea di un lontanissimo orizzonte? Sebbene il chiodo dell’ultimo scandalo di corruzione e malaffare scacci nella nostra memoria i precedenti, sappiamo che Mafia Capitale, ad esempio, non è un fenomeno isolato. Anche alle memorie più corte risaliranno alla mente almeno il Mose di Venezia o l’Expo di Milano, per citare i casi più eclatanti.

Vicende che sintetizzano reati molto diversi ma accomunati da un elemento: l’esistenza di spazi di intervento e discrezionalità pubblici che alimentano le occasioni di illecito, o anche solo di cattiva gestione di risorse non proprie.

La corruzione, l’abuso di ufficio, le consulenze inutili, l’accaparramento di soldi pubblici non potrebbero esistere se non esistessero servizi da gestire o affidare, concessioni da confermare, autorizzazioni da rendere, consulenze da richiedere: se non esistessero, in altri termini, zone franche di discrezionalità amministrativa e politica. E più sono le attività di cui l’amministrazione viene caricata, più le occasioni, naturalmente, aumentano.

Un mondo in cui la Pubblica amministrazione fa meno cose non sarebbe un mondo di probi. Esisterebbero naturalmente altri reati, esisterebbe la disonestà, ma sarebbe una disonestà non adagiata nella pancia del potere pubblico e arricchita coi soldi di tutti. Gli immigrati – ha detto Carminati – sono un investimento più sicuro della droga, perché per i primi non c’è mercato – quand’anche illegale – ma la sottana di un’amministrazione aggiudicatrice. Che fare, dunque, per avvicinarci alla linea d’orizzonte del buon andamento della Pubblica amministrazione ?

Per lo più, si odono i ritornelli delle leggi speciali, dei maggiori controlli, di maggiori strumenti per un intervento più deciso dello stato per bonificare le amministrazioni. E così, via con una autorità anticorruzione, via con la riforma della prescrizione, via con gli obblighi di trasparenza, i codici etici, le incompatibilità e tutto l’ambaradan normativo per moralizzare la funzione pubblica. Eppure, l’accatastarsi di norme e controllori non rischia di essere solo inutile, ma persino dannoso.

La corrispondenza di due indicatori, relativi uno alla corruzione e l’altro alla qualità della regolazione, intrinsecamente connessa anche alla quantità, parla da sola: più l’ambiente normativo è incerto, farraginoso, stratificato, oscuro, più si annida il malaffare e l’opacità dei comportamenti (vedi il grafico qui sopra, un’elaborazione dell’Istituto Bruno Leoni su dati della Banca mondiale, in rosso l’Italia).

Non è con nuovi reati, maggiori controlli, leggi speciali o nuovi giudici che si potrà iniziare a tagliare le radici della cattiva gestione delle risorse erariali.

“Nessun uomo di governo – chiosava Gogolanche se fosse il più saggio di tutti i legislatori e i governanti, è in grado di rimediare al male, per quanto limiti nelle azioni i cattivi funzionari, facendoli controllare da altri”. Ogni sforzo sarà pressoché inutile, fino a quando non verranno ridotti i luoghi e gli spazi di clientelismo e corruzione e quindi moltiplicati quelli sottratti al placet burocratico. Ossia fino a quando non verranno disidratati i rami del potere amministrativo su cui si innesta l’affarismo e bivacca l’incuria.

*opinione tratta dal quotidiano IL FOGLIO




Cerved: “I Comuni italiani hanno bisogno di un credit manager”. Più di 23 miliardi i crediti “difficili”, quasi la metà delle entrate correnti

ROMA  – Secondo i bilanci 2016, gli ultimi disponibili, sono più di 23 miliardi di euro i crediti che i circa 8.000 Comuni italiani faranno fatica a riscuotere, il 15% in più rispetto ai 20 dell’anno precedente. A dirlo è Cerved, primario operatore italiano per l’analisi del rischio e la gestione del credito, che ha fatto un’attenta analisi dei bilanci. Un fenomeno in aumento, dunque, a cui sarebbe opportuno rispondere con strumenti dedicati, come la linea di servizi di supporto alla riscossione sviluppata da Cerved.

Si tratta di crediti di parte corrente – tasse come IMU, TARI, TASI, TOSAP (occupazione di spazi pubblici), ma anche entrate patrimoniali come multe stradali o rette scolastiche – che però sono sorti da almeno 12 mesi e quindi vanno contabilizzati in una specifica voce di bilancio. Parliamo di quasi la metà del totale delle entrate (47%) che siccome non è stata incassata entro un anno ha un’alta probabilità di non venire incassata mai, perché più passa il tempo e peggio è.

Marco Nespolo A.D. CERVED

“La Pubblica Amministrazione, così come le aziende private, dovrebbe cercare di rientrare dei crediti nella più alta percentuale possibile e in poco tempo, in modo da avere la liquidità necessaria per pagare i fornitori ed erogare i servizi ai cittadini – commenta Marco Nespolo, amministratore delegato di Cerved -. La soluzione è affidarsi a chi ha sviluppato strumenti e procedure dedicate che permettono di intervenire tempestivamente in via bonaria e stragiudiziale, recuperando tra il 30 e il 40% del denaro nell’arco di settimane o di mesi, mentre affidarsi alle cartelle esattoriali significa seguire un iter burocratico che fa passare in media 5 anni per arrivare a incassare non oltre il 5%. Questi 23 miliardi non ricossi, che rappresentano una seria carenza di liquidità per i Comuni, hanno altissime probabilità di tradursi in buchi di bilancio permanenti, con ricadute pesanti su tutti i cittadini. I Comuni più virtuosi hanno cominciato ad accorgersene, con ottimi risultati in termini di costi/benefici. È incredibile quante situazioni si risolvono con un approccio proattivo, oltre a riflettersi positivamente sul rapporto con il cittadino, che sente la PA più collaborativa, meno distante e vessatoria”.

Le situazioni più delicate riguardano il Centro-Sud: con circa 506 euro di crediti per abitante non incassati da più di 12 mesi contro una media italiana di 207, la Calabria conquista la “maglia nera”, seguita da Campania (410 euro), Sicilia (361 euro), Lazio (327 euro), Molise (278 euro), Abruzzo (270), Umbria (257), Toscana (250), Puglia (244), Sardegna (193), Basilicata (170), Liguria (164), Valle d’Aosta (143), Emilia Romagna (116).

Viceversa, le regioni con i Comuni più virtuosi, con un credito non riscosso pro-capite inferiore ai 100 euro, risultano Trentino Alto Adige (51 euro), Veneto (56), Friuli Venezia Giulia (70) e Lombardia (84), Piemonte (94), Marche (96).

Si possono raggiungere anche livelli patologici, come nel piccolo territorio di Las Plassas, in Sardegna, dove si è arrivati a superare i 5.000 euro per abitante, o le Isole Tremiti (più di 4.000). Anche se si considerano i Comuni maggiori, con almeno 100 mila abitanti, non mancano casi critici: a Napoli, Reggio Calabria, Roma e Salerno i crediti sorti da più di 12 mesi sono abbondantemente oltre i 1.000 euro a persona, con un’incidenza che supera il 100% delle entrate correnti. Viceversa, Forlì, Trento e Vicenza hanno un ammontare di crediti “anziani” che non supera il 5% del totale delle entrate correnti.

Performance così eterogenee non dipendono solo da divari territoriali, che pure rappresentano un fattore importante. Il ruolo dei comuni e di chi ne gestisce l’attivo può infatti essere determinante.

Il quadro normativo non aiuta. Manca infatti una disciplina organica e le regole sono poco chiare e datate: gli strumenti per la riscossione coattiva sono regolati da un Regio Decreto del 1910. Tuttavia i comuni possono già esternalizzare le “funzioni di supporto o propedeutiche all’accertamento o alla riscossione” a soggetti specializzati. Quelli che lo hanno fatto, hanno ottenuto risultati brillanti, con benefici indiretti anche sulle tendenze dei contribuenti e quindi sui numeri della riscossione spontanea.




Brutte notizie per i pensionati “pubblici” che non se ne vogliono andare…

Il Ministro Madia

nella foto il Ministro Marianna MadiaI

Il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia, ha firmato la circolare n. 6 del 4 dicembre 2014 che vieta di affidare ai pensionati incarichi dirigenziali o direttivi, di studio o di consulenza, e cariche di governo nella Pubblica Amministrazione, come stabilito dall’art. 6 del D.L. n. 90/2014. Ma attenzione: lo stop non vale per tutti. E non impedisce a chi è andato in pensione per la propria carriera di concorrere per un impiego in un altro settore della P.A., dove i limiti di età sono diversi, o di svolgere attività per incarichi che non comportano funzioni dirigenziali o direttive e siano diversi da quelli di studio o di consulenza.

Le misure, arrivate proprio nel giorno in cui il Censis denuncia la mortificazione dei giovani italiani, sono “volte a evitare che il conferimento di alcuni tipi di incarico sia utilizzato dalle Amministrazioni Pubbliche per continuare ad avvalersi di dipendenti in quiescenza“, “aggirando di fatto l’istituto della quiescenza” e bloccando i “più giovani“. Gli incarichi vietati sono tutti quelli dirigenziali (compresi quelli di direttori delle Asl e di responsabili degli uffici di diretta collaborazione di organi politici), quelli di studio e quelli di consulenza.

Il divieto non valido per i commissari alla ricerca

Lo stop vale per le cariche in organi di governo di amministrazioni, enti e società a controllo pubblico, a parte le esclusioni espressamente previste dalla legge: giunte degli enti territoriali e membri degli organi elettivi degli Ordini professionali. Gli organi costituzionali devono adeguarsi, ma “nell’ambito della propria autonomia”. Il divieto non si applica invece ai commissari straordinari nominati temporaneamente al vertice di enti pubblici o per specifici mandati governativi. E lo stesso vale per la nomina di eventuali sub-commissari. Esclusi dal divieto sono poi gli incarichi di ricerca (i pensionati potranno temporaneamente guidare unità a tempo, ma non strutture stabili) e quelli di docenza, a patto che siano “reali” e non fatti per aggirare il divieto. Sono consentiti inoltre gli incarichi nelle commissioni di concorso e di gara, quelli in organi di controllo (collegi sindacali e comitati dei revisori, purché non abbiano natura dirigenziale), così come la partecipazione a organi collegiali consultivi, come quelli delle scuole.

Sì a incarichi gratuiti ma solo per un anno

Incarichi e collaborazioni sono consentiti a titolo gratuito, con il solo rimborso-spese, per al massimo un anno. Un’eccezione “non prorogabile né rinnovabile“, che serve a consentire alle amministrazioni – si legge nella circolare – “di avvalersi temporaneamente, senza rinunciare agli obiettivi di ricambio e ringiovanimento dei vertici, di personale in quiescenza” per assicurare il trasferimento delle competenze e la continuità nella direzione degli uffici.

Il divieto vale dal 25 giugno scorso

La nuova disciplina si applica agli incarichi conferiti a partire dalla data di entrata in vigore del decreto Pubblica Amministrazione, dunque dal 25 giugno scorso: sono salvi, di conseguenza, tutti gli incarichi attribuiti prima ai pensionati, fino al 24 giugno compreso, anche se il compenso è stato definito successivamente.