Perquisizioni e sequestri nelle sedi di ArcelorMittal. Tra le accuse anche la “omessa dichiarazione dei redditi”

ROMA – Perquisizioni e sequestri documentali sono in corso negli uffici di Taranto di Arcelor Mittal Italia da parte dei finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza, guidati dal tenente colonnello Marco Antonucci, a seguito della disposizione emanata dalla Procura della repubblica di Taranto,  nell’ambito dell’inchiesta avviata dopo l’esposto presentato dall’ Avv. Angelo Loreto su delega dei commissari dell’ex Ilva in Amministrazione Straordinaria  . A Milano le Fiamme Gialle stanno effettuando acquisizioni documentali negli uffici milanesi della società controllata dal gruppo franco indiano quotato alla Borsa di Amsterdam. E nella lista dei reati contestati ne spunta un altro: omessa dichiarazione dei redditi.

Il fascicolo d’indagine è gestito direttamente dal procuratore capo Carlo Maria Capristo affiancato dall’aggiunto Maurizio Carbone e dal pm Mariano Buccoliero,  indagano per appropriazione indebita e distruzione dei mezzi di produzione. Un altro filone delle indagini è invece nelle mani della procura di Milano, che indaga invece per “false comunicazioni al mercato“, “distrazione di beni da fallimento” e sta valutando anche l’ipotesi di eventuali reati tributari.

Tra i documenti contabili che la Guardia di Finanza di Taranto sta acquisendo  anche in forma digitale, vi sono quelli che riguardano l’acquisto delle materie prime e la vendita dei prodotti finiti, considerando le ingenti perdite segnalate dalla multinazionale rispetto alla gestione commissariale.

Il filone della Procura di Taranto

L’indagine della Procura di Taranto in cui si ipotizzano i reati di “Distruzione di mezzi di produzione” e “Appropriazione indebita”, sfociata oggi in una ispezione della Guardia di Finanza (con acquisizione di documenti) negli uffici dello stabilimento ArcelorMittal di Taranto, punta ad appurare se sia in corso o meno un “depauperamento” del ramo d’azienda che la multinazionale franco-indiana vuole retrocedere.

Nel ricorso presentato dai commissari di Ilva in Amministrazione Straordinaria si evidenzia che la situazione di impianti, magazzini e portafoglio clienti non è più uguale a quella di quando il polo siderurgico è stato consegnato ad ArcelorMittal Italia. Le modalità affrettate di restituzione rischiano di causare danni irreparabili al ciclo produttivo e di distruggere l’azienda, anche se proprio ieri sera la multinazionale ha comunicato la sospensione della procedura di fermata degli impianti in attesa della sentenza del Tribunale di Milano. Le verifiche degli inquirenti riguardano anche le comunicazioni date dall’azienda a partire dallo scorso 4 novembre e l’impatto che possono aver avuto sull’andamento del mercato internazionale dell’acciaio.

L’indagine della Procura di Milano

C’è anche la contestazione di omessa dichiarazione dei redditi tra quelle contestate dalla Procura di Milano nell’ambito dell’indagine aperta venerdì scorso su ArcelorMittal e il suo tentativo di sciogliere il contratto di affitto dell’ex Ilva.  Finanzieri del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di Finanza di Milano, si sono presentanti oggi a metà mattinata in via Brenta, negli uffici di AmInvestco, la società utilizzata dal gruppo ArcelorMittal per l’affitto di Ilva, con un decreto di sequestro e stanno effettuando non solo acquisizioni ma anche perquisizioni con i sequestri di documenti e supporti informatici. Acquisizioni sono in corso anche nella sede di Ilva in A.S. in viale Certosa nel capoluogo lombardo.

Il procuratore aggiunto Maurizio Romanelli e i pm Stefano Civardi e Mauro Clerici, nel fascicolo aperto nei giorni scorsi, contestano presunte false comunicazioni al mercato, ossia l’aggiotaggio informativo, e anche il reato previsto dall’articolo 232 della legge fallimentare, ossia la distrazione di beni e risorse senza il concorso del fallito e dopo un fallimento, quello in questo caso che ha riguardato l’ILVA negli anni scorsi.  La legge, infatti, punisce “con la reclusione da uno a cinque anni chiunque, dopo la dichiarazione di fallimento, fuori dei casi di concorso in bancarotta o di favoreggiamento, sottrae, distrae, ricetta ovvero in pubbliche o private dichiarazioni dissimula beni del fallito”. In sostanza, gli inquirenti puntano a verificare se dirigenti e manager del gruppo con le loro condotte abbiano sottratto e distratto beni e risorse dall’ILVA fallita, dopo che hanno iniziato a gestirla col contratto d’affitto, contratto da cui hanno chiesto di recedere dando anche l’avvio alla causa civile.

La contestazione di aggiotaggio informativo, invece, si concentra su alcuni comunicati stampa diffusi da ArcelorMittal e che avrebbe comprato degli effetti sul mercato azionario, ed anche in questo caso sui mercati esteri essendo la capogruppo dell’azienda franco indiana quotata Borsa di Amsterdam. Intanto, nell’ufficio del pm Civardi gli inquirenti stanno ascoltando persone informate sui fatti, proseguendo l’attività già iniziata ieri con l’ascolto di dirigenti dell’amministrazione straordinaria dell’ex ILVA.

La notizia delle perquisizioni è stata confermata da ArcelorMittal. “L’azienda – si legge in una nota – conferma la presenza della Guardia di Finanza negli uffici di Milano e nello stabilimento di Taranto di ArcelorMittal Italia e sta collaborando fornendo le informazioni richieste“.

Tutto quanto adesso è al vaglio degli investigatori della Guardia di Finanza e già nelle prossime ore potrebbero arrivare dei clamorosi risvolti. A partire dal far chiarezza sull’eventuale rapporto intercorso di consulenza-collaborazione fra l’attuale Ad di Arcelor Mittal Italia, Lucia Morselli ed il leader del M5S Luigi Di Maio quando quest’ultimo ricopriva il triplice incarico di vicepremier, ministro dello Sviluppo Economico e ministro del lavoro nel 1° Governo Conte.

 




La Guardia di Finanza sequestra area di 530mila metri quadri dell’ Ilva trasformate in discariche dai Riva

TARANTO – Militari del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Taranto hanno eseguito un decreto di sequestro preventivo, emesso dal gip Vilma Gilli, di alcuni siti  ubicati al confine nord dello stabilimento ILVA di Taranto che ricadono in agro dei comuni di Taranto (nelle adiacenze della Cava Mater Gratiae) e di Statte (Gravina Leucaspide), per una superficie complessiva pari a circa 530.000 metri quadrati, trasformati in discariche di rifiuti pericolosi.

L’attività investigativa eseguita dalle Fiamme Gialle ha consentito di individuare nelle suindicate aree circa 5 milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale, in cumuli dell’altezza di oltre 30 metri sopra il piano campagna.

 

Nove le persone indagate tra responsabili amministrativi e tecnici pro-tempore dell’Ilva spa dal 1995 al 2012 (gestione Gruppo RIVA) che facevano parte del cosiddetto “Consiglio di famiglia“, considerata come scrive il gip nel suo provvedimento di sequestro  “una struttura occulta  retta da un Patto di famiglia, all’interno della quale erano prese tutte le decisioni più importanti che riguardavano la gestione degli stabilimenti”.

Il provvedimento di sequestro con avviso di garanzia è stato notificatoFabio ArturoClaudio, NicolaCesare Federico e Angelo Massimo Riva (che facevano parte del Consiglio di famiglia), a Luigi Capogrosso l’ex direttore dello stabilimento siderurgico di Taranto, Antonio Gallicchio (responsabile del Laboratorio Ecologia, Oli e Circuiti); Domenico Giliberti (redattore della rendicontazione del piano di caratterizzazione Ilva-Sanac) e Renzo Tomassini il responsabile  delle discariche per rifiuti industriali a servizio del centro siderurgico .

La richiesta di sequestro dell’ area contaminata, è stata avanzata dal pubblico ministero dr. Mariano Buccoliero, agli indagati ciascuno per il proprio incarico in azienda “non effettuando la dovuta ed obbligatoria attività di controllo e sorveglianza, nonché occultando il reale stato dei luoghi costituito da circa 5 milioni di tonnellate di cumuli di rifiuti pericolosi e non pericolosi di origine industriale situati su tutto l’argine sinistro della Gravina Leucaspide sino al limite del confine con l’azienda agricola di proprietà della famiglia De Filippis, consentivano l’utilizzo e comunque mantenevano, senza metterle in sicurezza, diverse discariche abusive a cielo aperto dei rifiuti di cui sopra per le quali non era istituita alcuna documentazione contabile ambientale anche ai fini della tracciabilità e garanzie finanziarie per la fase di post-gestione“.

Così facendo  avrebbero determinatola realizzazione ed il mantenimento di grandi depositi costituiti dai suddetti rifiuti dall’altezza di oltre 30 metri sopra il piano campagna. Tutte opere prive di copertura e rimedi contro lo spandimento di polveri pericolose per la salute, frane (dei depositi di cui sopra) e dispersione in falda del percolato“.

Secondo la contestazione degli inquirenti, conseguentemente “a seguito di ripetute e prevedibili frane dei cumuli di rifiuti che precipitavano nella Gravina, determinavano il mutamento della morfologia della stessa con l’occupazione del fondo di essa ad opera dei suddetti rifiuti (su terreno demaniale e privato), cagionando la deviazione del corso d’acqua ivi esistente. Cosi inquinando l’ambiente circostante e le acque pubbliche torrentizie che scorrevano nel letto della Gravina, acque che insieme a quelle meteoriche, dilavavano i predetti cumuli, trasportando gli stessi e le sostanze nocive contenute per tutta l’estensione della Gravina, depositandoli, in ultimo, anche nei terreni dei De Filippis, nonché nella falda sottostante“.

Gli indagati non avrebbero proceduto neanchealla dovuta attività di bonifica, cagionando un grave disastro ambientale, alterando e distruggendo una zona di grande pregio paesaggistico e sottoposta alla relativa tutela“.

Appare evidente per il Gip dr.ssa Vilma Gilli,che la decisione di occultare la situazione delle cosiddette collinette, dato il suo enorme rilievo ambientale ed economico, sia stata assunta proprio all’interno di tale struttura”, a vario titolo, per i reati di disastro ambientale doloso, distruzione e deturpamento di risorse naturali, danneggiamento, getto pericoloso di cose e mancata bonifica dei siti inquinanti.

 

 

 




Per tre magistrati rinviata la pensione. Per il procuratore Sebastio tutto tace…

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il procuratore generale Maddalena e il procuratore Guariniello

Il procuratore Raffaele Guariniello e il procuratore generale Marcello Maddalena potrebbero restare al loro posto per qualche mese. In realtà al momento non lo sanno nemmeno loro, anche  vi sono buone speranze. Non resta che attendere per capire le decisioni del Governo e del Csm dopo la decisione del Consiglio di Stato che ha accolto soltanto il ricorso presentato da tre alti magistrati, Mario Cicala ex presidente dell’Anm , Antonio Merone e Antonino De Blasi per i quali il Consiglio di Stato  in via cautelare ha “congelato” il loro pensionamento. Decisione che non è stata adottata per altre toghe per le quali una settimana fa lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura  aveva ufficializzato la “fine” del servizio per sopraggiunto limite di età che si è abbassata da 75 a 70 anni.

I tre magistrati della Cassazione, ai quali si sono poi aggregati altri due colleghi, avvocati dello Stato, avevano impugnato il loro pensionamento anticipato, presentando un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in veste di Presidente del Csm il quale  a sua volta aveva trasferimento il procedimento per dovuta competenza al Consiglio di Stato, secondo quanto previsto dalla Legge. La decisione dei giudici amministrativi al momento, e quindi in via cautelare  è stata quella di sospendere il loro pensionamento in attesa che il Ministero della Giustizia e Palazzo dei Marescialli  (sede del Csm) producano la documentazione necessaria per “valutare l’incidenza del loro pensionamento sulla funzionalità degli uffici giudiziari“.

 

Schermata 2015-12-10 alle 01.27.47Il Governo Renzi, con il decreto legge 90/2014 di riforma della pubblica amministrazione, ha abrogato il trattenimento in servizio biennale per tutti i dipendenti pubblici che avessero maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia. La misura, in vigore dall’autunno del 2014, ha travolto anche la possibilità per i magistrati di “trattenersi” in servizio per un ulteriore periodo di 5 anni dopo il compimento dell’età massima ordinamentale, fissata per questo comparto a 70 anni. La riforma ha previsto però un periodo transitorio sino al 31 dicembre di quest’anno, di recente parzialmente prorogato con il decreto legge sulla giustizia (articolo 18, Dl 83/2015) sino al 2016, per consentire la sostituzione graduale dei vertici degli uffici giudiziari, tutti ultra 70enni ed evitando così sconquassi al sistema giudiziario. Il ministro di Giustizia Andrea Orlando in un’intervista al TG1 delle 20, ha preannunciato che ” ricorreremo in tutte le sedi consentite, perchè riteniamo questo intervento abnorme, che rischia di avere un impatto negativo su tutto il funzionamento del sistema-giustizia“.
Aspettiamo e vediamo – ha commentato il procuratore generale Maddalenabisogna vedere cosa deciderà di fare il governo e il parlamento. Al momento c’è una sospensione cautelare, e l’unica cosa che potrebbe cambiare potrtebbe essere se il governo decidesse di fare un decreto legge prorogando per tutti il limite di età ai 75 anni: io guadagnerei dieci mesi, Guariniello tre. Edoardo Denaro 2 anni e 4 mesi. Ma io ammetto che mi sono già abituato all’idea di andare in pensione…”  aggiungendo di non avere intenzione di fare ricorso “se però ci fosse un provvedimento di proroga, certo andrò avanti“. Un comportamento e uno stile questo, molto rispettoso delle istituzioni e ben diverso da altri magistrati che hanno optato per la “guerriglia” giudiziaria contro lo Stato per non abbandonare la propria poltrona. Probabilmente Guariniello potrebbe decidere nella stessa direzione di Maddalena.
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Schermata 2015-12-09 alle 17.39.19La decisione del Consiglio di Stato è stata una “doccia fredda” per chi aveva presentato delle domande per i vari incarichi messi a concorso dal Csm, con più richieste in tutta Italia, basandosi esclusivamente sull’ anzianità ed i  meriti dei concorrenti alle varie Procure. Mentre a Taranto si vocifera del possibile incarico al  procuratore Carlo Maria Capristo, attualmente a capo della procura di Trani, al posto di Franco Sebastio (che ha già perso un ricorso al Tar di Lecce e ne ha presentato un altro a quello del Lazio)  come nuovo  capo della procura tarantina, mentre ricorrono voci da ambienti ministeriali , che  per la poltrona di capo della procura, avrebbe fatto richiesta anche un magistrato  attualmente in organico  alla procura della repubblica di Roma, sul cui nome vige però il riserbo più assoluto.

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nella foto il pm dr. Argentino

Nessuna speranza invece per il procuratore aggiunto di Taranto dr. Pietro Argentino, a causa anche di una disputa giudiziaria pendente dinnanzi alla Procura di Catanzaro per delle reciproche denunce intercorse con dei giudici di Potenza, i quali in occasione del processo  al pm Matteo di Giorgio (con condanna) avevano ordinato ai sensi dell’art. 207 cp la trasmissione al PM in sede degli atti processuali relativi ai testi seguenti, quanto al “reato di falsa testimonianza“, vicenda per la quale vi è anche un procedimento disciplinare a suo carico aperto dinnanzi al Csm.




ILVA: continua a Taranto la guerra “Stato contro Stato”

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nella foto il procuratore capo di Taranto Franco Sebastio

Intervenendo ieri ad un convegno ambientale il procuratore della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio ancora una volta, ha criticato i giornali ed i giornalisti, come sempre però senza fare nomi e cognomi, che hanno avuto l’ardire di parlare dello scontro in essere interno alle istituzioni dello Stato “Nulla di più sbagliato, non ci può essere una guerra tra i poteri dello Stato – ha detto Sebastio  – Ci saranno momenti in cui avremo opinioni e sostenere tesi diverse ma, nel rispetto delle proprie competenze, ci deve essere un’auspicabile collaborazione con lo Stato. In ogni caso è previsto, secondo il nostro ordinamento, il ricorso alla Corte Costituzionale ad esempio, per risolvere tali discordanze, ma parlare di lotta e di competizione fra magistratura ed organi dello Stato, su vicende di tale importanza, per me è quanto di più errato possa esserci, e mi addolora”.

Il procuratore Sebastio ha dimenticato…. però di dire qual’è stato il risultato dei precedente ricorsi dei magistrati di Taranto alla Corte Costituzionale. Così come ha dimenticato la decisione della Corte di Cassazione che sempre sull’ ILVA ha annullato le decisioni della Procura, del Gip Todisco ed anche del Tribunale del Riesame di Taranto…..In America, dove la giustizia è più certa e sicuramente più efficiente che nel nostro Paese, un procuratore davanti a situazioni del genere e sconfitte tali, se ne sarebbe andato a casa con tanti saluti !

Schermata 2015-07-21 alle 14.47.50Sebastio in apertura del convegno, ha chiesto di poter prendere subito la parola, sostenendo di essere “richiesto” in Tribunale dove si stava svolgendo l’udienza preliminare del processo “Ambiente Svenduto” a carico dell’ ILVA. In realtà così non era in quanto il procuratore è rimasto comodamente seduto per oltre un’ora, trovando il tempo anche di dialogare e confabulare con il suo caro amico e sodale colonnello Daniele Sirimarco, che per parlargli ha abbandonato anche il suo posto in platea dove era seduto accanto al comandante provinciale della Guardia di Finanza col. Salvatore Paiano.

Schermata 2015-07-21 alle 14.52.15Chissà cosa avevano da dirsi di così tanto urgente ed importante Sirimarco e Sebastio ? Forse qualche consiglio dove andare in ferie ? O si stavano scambiando i rispetti nuovi numeri di telefono, visto che il 1 settembre il colonnello Sirimarco lascerà Taranto, ed il 1 gennaio è previsto l’arrivo nel capoluogo jonico di un nuovo procuratore capo della repubblica ?

A conferma che l’attacco dello Stato contro lo Stato continua, questa mattina il custode giudiziario dell’Alto Forno 2 dell’ ILVA, Barbara Valenzano (nominata dalla Procura…) ha intimato con una lettera  alla dirigenza dello stabilimento siderurgico, all’azienda di riprendere le procedure di spegnimento dell’impianto sottoposto a sequestro senza facoltà d’uso alcune settimane fa dopo l’infortunio sul lavoro costato la vita all’operaio Alessandro Morricella. Secondo quanto indicato nella comunicazione, il sequestro dell’impianto, eseguito su disposizione del Gip Marino Rosati, viene ritenuto ancora in vigore anche se nei giorni scorsi il governo ha approvato un decreto che ne restituisce la possibilità di utilizzo.

Il custode giudiziario Barbara Valenzano ha inviato una comunicazione di due pagine all’ ILVA  Entro  il 24 luglio dovremo essere informati del cronoprogramma per lo spegnimento dell’impianto“. Siamo quindi allo scontro totale, anche se sembra di assistere ad un film già visto. Anche nel 2013 il Gip Todisco si era rivolto alla Corte Costituzionale venendo clamorosamente sconfitta  così come abbiamo documentato in un nostro precedente articolo (vedi QUI) .

Immediata la risposta dell’ ILVA attraverso uno dei suoi legali, l’avv. Angelo Loreto: “Si prende atto dell’accesso effettuato in data odierna dal custode. Attesa la proceduta seguita dall’ Autorità Giudiziaria ed in vigenza del decreto Legge che legittima l’esercizio di attività d’impresa negli stabilimenti strategici di interesse nazionali come il sito ILVA, ci si riserva ogni valutazione ed iniziativa volta a chiarire il perimetro ed i contenuti dell’eventuale provvedimento giudiziario di esecuzione che giustificherebbe l’iniziativa

Secondo alcune voci interne allo stabilimento e sempre secondo quanto è stato possibile verificare dal Corriere del Giorno, sulla base di parte documenti allegati agli atti giudiziari, nel frattempo sembrerebbe prendere corpo l’ipotesi (da noi anticipata) che l’incidente dello scorso 8 giugno in cui perse la vita l’operaio 35enne Alessandro Morricella, sia stato causato più dall’applicazione di una pratica scorretta piuttosto che ad un problema strutturale dell’impianto. Ma tutto questo non viene accettato dal Gip Rosati. Anche perchè se così dovesse emergere, la figuraccia per la Procura ed il Gip sarebbe “planetaria” !

Da segnalare l’opinione del noto avvocato e fine giurista salentino Gianluigi Pellegrino, che ieri non a caso ha dichiarato  al quotidiano La Repubblica: “Capisco che i magistrati possano vedere un’ingerenza, ma fino a quando la Consulta non avrà deciso, la legge va applicata”.

Qualcosa che la magistratura di Taranto non vuole (o non riesce ?) capire.




La Procura di Taranto, i “portavoce”, i Carabinieri e l’ ILVA

di Antonello de Gennaro

In passato ci siamo già occupati di una coppia di giornalisti e cioè Francesco Casula e Mimmo Mazza  che a Taranto tutti chiamano “Cicì e “Cocòper la loro vicinanza. In realtà il giornalista è uno solo, cioè Mazza, in quanto abbiamo scoperto che il Casula non risulta iscritto all’ Ordine dei Giornalisti di Puglia, e tantomeno compare negli elenchi dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti (vedi QUI)  quindi  esercitando di fatto illegalmente (???) la professione giornalistica, che costituisce il suo secondo lavoro,  viene retribuito secondo le nostre fonti presso la Gazzetta del Mezzogiorno a Bari, per la modica cifra di circa 5 euro ad articolo !

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ricerca effettuata dall’elenco “Professionisti” dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. E Francesco Casula non esiste !

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ricerca effettuata dall’ elenco “Pubblicisti” dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti. L’unico Francesco Casula iscritto ha 70 anni ….!

I due in realtà, più che per i lettori, scrivono e vivono per apparire, convinti di essere il Travaglio e Peter Gomez di Taranto, come ci ha raccontato  divertito un nostro caro amico e noto collega, da sempre molto vicino a Michele Santoro ed a Marco Travaglio. Mazza si spaccia per “ambientalista” di sinistra, ma invece come racconta pubblicamente in giro un suo parente, in realtà avrebbe simpatie per la destra. L’altro, cioè Casula è spudoratamente (e legittimamente) di sinistra come si evince dalla semplice visualizzazione del suo diario sulla sua pagina Internet.

Teoricamente i due farebbero i cronisti di nera e giudiziaria, ma in realtà tutti nel Palazzo di Giustizia di Taranto ben sanno che i due vivono di fotocopie ricevute sottobanco dai magistrati desiderosi di vedere il proprio nome apparire sui giornali, o da quegli avvocati i quali poverini….pensano che facendo uscire il proprio nome sulla stampa arrivano i clienti ! A memoria d’uomo nessuno ricorda un’inchiesta giornalistica firmata da uno dei due, ma solo tanti  “dettati” (sotto forma di “articoletti”),  con tanti nomi dei soliti giudici o avvocati e le loro fotografie in primo piano !

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Come abbiamo già scritto e rivelato in passato, i due di giurisprudenza e del codice di procedura penale sanno poco e nulla, come dimostrano i loro articoli in cui in uno hanno confuso il reato di calunnia con quello di diffamazione. O forse quell’errore venne fatto volontariamente per accontentare il socio di una famiglia di gestori di supermercati della provincia imparentati con Mazza ?

Incredibilmente, Cocò-Mazza (il più anziano dei due) più che fare il giornalista passa il suo tempo ad occuparsi di sindacato, lavorando alla Gazzetta del Mezzogiorno  che da oltre un anno gli passa lo stipendio grazie ai contratti di solidarietà applicati dalla società editrice da cui dipende, salvo poi auspicare in suo “articoletto” la chiusura dell’ ILVA, senza chiedersi che fine farebbero i 18mila dipendenti dell’ ILVA compresi gli appalti,  se qualche suo “amichetto/a” della Procura della Repubblica di Taranto dovesse  (ipotesi del 3° tipo, cioè dell’ “irrealtà“) riuscire a chiudere lo stabilimento siderurgico a colpi di sequestri, puntualmente annullati, per volere della Cassazione o del Governo.

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Il novello “giornalista-ambientalista-sindacalista” Cocò-Mazza, ipotizza (ma in realtà lo sostiene !) che lo stabilimento siderurgico sia pericoloso per chi vi lavora,  e che tutti gli altri impianti dell’area a caldo siano nocivi per operai e cittadini. Non contento, dall’alto della sua superbia, che in realtà è inconsistente, scrive e pone delle domande “alle quali non si risponde né per decreto, né per ordinanza, ma mettendo a disposizione, ora e subito, tutti i soldi necessari a salvare quella che anche nei fatti deve essere ritenuta una azienda strategica. Altrimenti è meglio spegnere tutto, senza bisogno di ricorrere ai codici”.

Quello che Mazza non capisce è che in questo momento il Governo Renzi sta facendo tutto il possibile per salvare l’azienda, risanarla ambientalmente e venderla nel giro di 2-3 anni al migliore offerente sul mercato internazionale. Operazione questa, seguita dal consulente economico di Palazzo Chigi, Andrea Guerra, che di management ed industria ci capisce leggermente….molto di più del Mazza, il quale in vita sua ha gestito solo e soltanto, e forse…, lo stipendio che porta a casa !

Qualcuno dovrebbe spiegare a Coco‘  (o a Cicì ? ) che ad agosto l’ ILVA in amministrazione straordinaria,  riaccenderà l’ altoforno AFO 1 ristrutturato e risanato con i soldi del Governo, in attesa che arrivino i soldi sequestrati e confiscati ai Riva dalla Procura della Repubblica di Milano, e non dalla Procura di Taranto, che come confermano i fatti, in realtà  non è stata mai capace di sottrarre un solo euro al Gruppo Riva.

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Nel gennaio 2014, infatti  gli “ermellini” , cioè i giudici della Suprema Corte di Cassazione, nelle nove pagine delle motivazioni  sulla decisione presa di annullare senza rinvio l’estensione del maxi sequestro da 8,1 miliardi di euro firmato due anni fa (17 luglio 2013) dal gip tarantino  Patrizia Todisco , hanno sostenuto e “cassato”  che non è possibile, “sulla base di una relazione di controllo o di collegamento societario solo genericamente prospettato, e nell’assenza di un preciso coinvolgimento delle società partecipate nella consumazione dei reati-presupposto, o, quanto meno, nelle condotte che hanno determinato l’acquisizione di un illecito profitto, ricavare l’esistenza di alcun nesso logico-giuridico tra quest’ultimo ed il conseguimento di eventuali illeciti benefici da parte delle controllate”.

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Il provvedimento con cui il gip di Taranto, Patrizia Todisco, aveva sequestrato, nell’ambito dell’inchiesta sull’inquinamento dell’ Ilva, a partire da maggio 2013 e messo sotto sequestro  8,1 miliardi di euro, in beni e conti (ma solo sulla carta!) del gruppo Riva  partendo da Riva Fire ed estendendosi alle società collegate tra cui Riva Energia, Riva Acciaio e Muzzana Trasporti secondo la Cassazione presenta “aspetti di abnormità strutturale che lo pongono fuori dall’ordinamento con l’esigenza della sua conseguente rimozione“.

La Suprema Corte  mise in luce a suo tempo, come il provvedimento del gip Patrizia Todisco sia stato emesso senza la necessaria richiesta del pm, ma esclusivamente sulla base della relazione formulata dal custode giudiziario Mario Tagarelli. “Spetta, dunque, al pubblico ministero – scriveva non caso la Cassazione nell’ordinanza – il potere esclusivo di promuovere, attraverso la richiesta, il procedimento applicativo delle misure” aggiungendo che nel fatto in questione “è pacifico che il provvedimento impugnato è stato emesso dal gip non in relazione ad una richiesta cautelare proveniente dal pm, ma ad una richiesta di precisazione della portata applicativa di un precedente provvedimento” presentata dal custode giudiziario.

Quindi, il provvedimento della Todisco, firmato dietro richiesta del custode giudiziario, ha “autorizzato, in difetto, di una correlativa richiesta da parte del pubblico ministero, una estensione del sequestra preventivo in relazione ad oggetti (azioni, quote sociali, cespiti aziendali, ecc.) e a destinatari (le società ricorrenti, neanche sottoposte ad indagine riguardo ai fatti di reato oggetto di contestazione) del tutto diversi rispetto a quelli indicati nell’originario decreto”.

Secondo la Cassazione, il provvedimento a carico  delle società Riva Acciaio e Riva Energianon espone le ragioni giustificative delle precisazioni fornite alle richieste in tal senso avanzate dal custode richieste il cui contenuto”venne  completamente  condiviso dal gip Todisco , senza che la stessa legittimasse i motivi dell’estensione del sequestro. Per i giudici della Suprema Corte  “Non vengono illustrate, infatti, le ragioni per cui i beni costituenti oggetto del sequestro debbano considerarsi profitto del reato, e dunque aggredibili con una misura cautelare reale”.

Ma tutto questo, Cicì e Cocò lo hanno dimenticato. I magistrati di Taranto, no. Ed ecco spiegata la guerra allo “Stato”-gestore dell’ ILVA in amministrazione straordinaria !

Schermata 2015-07-19 alle 05.19.52Quello che non si spiega, che è incredibile è come sia possibile che il Comando Provinciale dei Carabinieri di Taranto alle 22 di sera, si metta a distribuire via mail un comunicato stampa scritto su carta bianca, privo di firma, in nome e per conto della Procura della Repubblica di Taranto. Credetemi, cari lettori,  in 30 anni di giornalismo professionistico svolto in tutt’ Italia, non avevo mai visto nulla di simile !

Ma per l’ “amico” Sebastio (procuratore capo di Taranto n.d.a.)  il colonnello Sirimarco (comandante provinciale CC Taranto)  fa questo ed altro… Peccato o per fortuna, a secondo dei punti di vista,  soltanto sino al 1 settembre !




Palazzo Chigi rimette tutto a posto…annullando il rigetto della Procura di Taranto sull’istanza di differimento di spegnimento dell’ Afo2

CdG processo ILVA_sebastioVanificato dal Governo, nella tarda serata di ieri, l’operato dei  Carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo di Taranto, che aveva provveduto a notificare ai legali dello stabilimento ILVA (in amministrazione straordinaria) di Taranto, il rigetto dell’istanza di differimento delle operazioni di spegnimento dell’ altoforno “Afo2” emesso dal sostituto procuratore Antonella De Luca titolare del fascicolo, e condiviso dal procuratore Franco Sebastio dalla Procura della Repubblica di Taranto, contenuto nel sequestro preventivo emesso e convalidato dall’ ordinanza del Gip titolare del fascicolo. Un provvedimento che avrebbe determinato il blocco dell’ intero stabilimento siderurgico: per l’adeguamento all’ AIA (l’ autorizzazione integrata ambientale), infatti, la fabbrica tarantina produceva acciaio adoperando solo l’Afo 2 e l’Afo 4 e quindi il fermo di uno dei due impianti potrebbe di fatto fermare tutto lo stabilimento.

cdG stabilimento ILVADa ricordare che il drastico provvedimento è conseguente all’ inchiesta sul tragico incidente verificatosi presso l’impianto che è  costato la vita all’operaio 35enne Alessandro Morricella, investito da un getto di ghisa incandescente che lo rese una torcia umana e gli provocò ustioni di terzo grado sul 90% del corpo, decedendo successivamente. Sempre più numerose le voci interne all’ ILVA raccontano che però  il Morricella non indossasse l’abbigliamento previsto,  circostanza questa mai chiarita dagli investigatori. Ma va ricordato un particolare: poco dopo l’incidente mortale, i tecnici dell’ispettorato del lavoro avevano concesso all’ ILVA  60 giorni di tempo per “adottare tutti i provvedimenti necessari atti ad evitare pericolose esposizioni del personale alle proiezioni di metallo fuso durante le operazioni di colaggio dell’altoforno” e contemporaneamente il divieto di “effettuare qualsiasi operazione di prelievo diretto delle temperature ghisa nel pozzino ghisa”.

CdG giudice_cassazione

A distanza di tre anni, quindi, dal luglio 2012 quando il gip Patrizia Todisco sequestrò senza facoltà d’uso sei impianti (provvedimento successivamente revocato dalla Suprema Corte di Cassazione) gli operai e i cittadini di Taranto si sono salvati dal vivere una estate molto “calda”. Più bollente del calore degli altiforni. Attualmente all’ ILVA sono in solidarieta’ circa 3mila unita’ su un tetto di 4074 previste dall’intesa.

CdG Palazzo ChigiMa da parte del Consiglio dei Ministri è arrivato il “via libera” ad un decreto con le misure che di fatto impediscono il blocco dell’altoforno 2 dell’Ilva . Si tratta di un unico provvedimento “in materia di rifiuti e di continuità delle attività produttive in siti di interesse strategico nazionale”. La decisione è arrivata al termine di una seduta d’urgenza, iniziata attorno alle 20 di ieri sera e conclusa dopo pochi minuti. Nella mattinata il Cdm era stato sospeso proprio per consentire un approfondimento tecnico su un provvedimento necessario a sbloccare il sequestro dell’ ILVA su cui la Procura della repubblica di Taranto aveva dimenticato che la “guerra” non era più alla famiglia Riva, ma bensì allo Stato che sta cercando di salvare i posti di lavoro ed un’azienda in fase di ristrutturazione e risanamento ambientale, strategica per l’economia nazionale. Una nuova “sconfitta” della Procura della Repubblica di Taranto.

Schermata 2015-07-04 alle 01.34.42Il premier Renzi : “proponiamo una visione strategica per il paese
Continuiamo a dare priorità al salvataggio dei posti di lavoro in tutta Italia da Monfalcone a Taranto fino all’intero Casertano“. Con queste parole il premier Matteo Renzi ha commentato su Facebook, la decisione del Consiglio dei Ministri, ed ha poi aggiunto: “Proponiamo finalmente una visione strategica per il paese. Passo dopo passo, un mattone alla volta, non solo salvataggi di aziende, ma anche costruzione di futuro“.




Processo Ilva. La Procura: “Vendola era imbestialito con il direttore dell’Arpa”

Si è svolta oggi l’udienza dinanzi al Gup dr.ssa Vilma Gilli del tribunale di Taranto relativa all’inchiesta per disastro ambientale a carico del vertice e dei dirigenti tarantini dell’ ILVA, che è iniziata con l’interrogatorio di Pierfrancesco Palmisano, un  funzionario della Regione Puglia, accusato di rivelazione di segreti d’ufficio per il rilascio all’ILVA dell’ AIA (l’ Autorizzazione integrata ambientale) del 4 agosto 2011.  Il funzionario regionale ha chiesto di essere interrogato si è difeso affermando che, all’epoca della Conferenza dei servizi, in cui rappresentava la Regione Puglia in quella sede, egli sostenne il progetto di installazione di barriere per i parchi minerali, e che non intendeva escludere in alcun modo un’ ipotesi di copertura degli stessi parchi, e pertanto il suo comportamento non voleva favorire in nessun modo  l’ ILVA.

Franco Sebastio

il procuratore capo di Taranto dr. Franco Sebastio

La Procura della Repubblica di Taranto ha chiesto nell’udienza preliminare odierna al Gup la trasmissione al proprio ufficio degli atti riguardanti alcune morti da presunto inquinamento, non trattate nel procedimento in corso, sulla base della costituzione di parte civile dei famigliari delle persone decedute. Tale iniziativa  è stata avanzata in aula  direttamente dal procuratore capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio. Tale richiesta, come ha spiegato Sebastio ai giornalisti durante  una sospensione dell’udienza, è stata fatta per verificare l’eventuale sussistenza di estremi necessari per poter aprire un nuovo procedimento penale per delle eventuali responsabilità accertate per i decessi accaduti.

Il pm Raffaele Graziano della Procura di Taranto discutendo nel corso dell’udienza preliminare dell’inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici dello stabilimentoILVA di Taranto ha sostenuto la presenza attiva di  “un modello organizzativo insicuro” sia dal punto di vista della tutela ambientale, che della prevenzione di incidenti rilevanti e dell’igiene e sicurezza sul lavoro .

CdG processo ilva_ambiente svendutoGraziano lo ha affermato facendo riferimento alle violazioni amministrative addebitate dalla Procura della Repubblica alle tre società imputate nel processo, cioè l’ ILVA spa, la RIVA FireRIVA Forni Elettrici. Il pm esponendo le proprie tesi accusatori ha ricordato anche delle presunte responsabilità dei vertici aziendali per due morti ‘bianchè, cioè quella dell’operaio Claudio Marsella che il 30 ottobre 2012 rimase schiacciato da un locomotore mentre lavorava nel reparto movimento ferroviario, e quella di  Francesco Zaccaria che il 28 novembre 2012,in presenza di un tornado di vento, morì tragicamente restando bloccato all’interno della cabina in cui stava lavorando da un’altezza di circa 60 metri, e  che finì in mare.

Il pm dr. Remo Epifani  della Procura di Taranto, discutendo anch’egli, nel corso dell’udienza preliminare,  svoltasi nel capoluogo ionico per il procedimento per il disastro ambientale causato dal Siderurgico, ha sostenuto che Nichi Vendola, presidente (uscente) della Regione Puglia, nel giugno 2010 sarebbe stato a dir poco “imbestialito” nei confronti di Giorgio Assennato,  il direttore generale di Arpa Puglia, per un atteggiamento troppo rigido dell’Agenzia regionale per l’ambiente, adottato nei confronti dell’ ILVA.

Nel procedimento in corso Vendola è imputato di “concorso in concussione aggravata” responsabile secondo la Procura,  di aver cercato di “ammorbidire” e quindi condizionare il comportamento rigoroso di Assennato sul dovuto rispetto delle normative ambientali da parte dell’ILVA, che venivano sempre aggirate e disattese dai Riva.  Interrogati anche altri  esponenti politici e dirigenti,  sulle supposte pressioni su Assennato, fra i quali anche gli attuali assessori della Regione Puglia  Lorenzo Nicastro (all’Ambiente) e Donato Pentassuglia (alla Sanità), il quale, quest’ultimo all’epoca dei fatti ricopriva la carica di presidente della CommissioneAmbiente regionale. Ascoltato dai giudici anche l’ex assessore regionale Nicola Fratoianni,  successivamente eletto deputato di Sel. Tutti hanno negato cercando di sminuire quanto accaduto, ma conseguentemente la Procura ha chiesto nei loro confronti un processo   per “favoreggiamento“.

La Procura tarantina ha quindi richiesto il rinvio a giudizio anche per Gianni Florido l’ex presidente della Provincia di Taranto, che venne arrestato nel maggio 2013 con l’ accusa di “concussione” per aver fatto delle minacce e pressioni su due dirigenti dell’ente provinciale per indurli a favorire il rilascio delle autorizzazioni per una discarica per rifiuti speciali in ILVA.

Il pm Epifani ha ricordato che il 22 giugno 2010 Vendola organizzò una riunione con dirigenti regionali, assessori e Girolamo Archinà (allora dirigente ILVA) , incontro al quale  avrebbe dovuto partecipare anche Assennato, ma invece costui venne estromesso e lasciato fuori dalla stanza. Secondo l’accusa, Vendola in quella riunione avrebbe detto tra l’altro che “così com’è Arpa Puglia può andare a casa perché hanno rotto…”.

Fu infatti proprio Archinà – ha aggiunto il pm Epifani –  ad informare telefonicamente  alla direzione dell’ ILVA, venendo intercettato,   che  Vendola in quella riunione si era “imbestialito con Assennato“. Epifani prima di affrontare la posizione di Vendola, ha discusso sul ruolo dell’ex Presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido il quale risponde di “concussione per induzione“, affermando che negli uffici della Provincia,  Girolamo Archinà “spadroneggiava”  ed “era di casa“.

Sulla vicenda di presunta corruzione tra Archinà e Lorenzo Liberti all’epoca dei fatti, siamo nel 2010,  consulente tecnico della Procura di Taranto, che risulta accusato peraltro di “corruzione in atti giudiziari”, discutendo nell’udienza preliminare svoltasi a porte chiuse per disastro ambientale a carico dei vertici ILVA, il pm Remo Epifani riferendosi al presunto episodio di corruzione, ha detto:  “Sia chiaro: Archinà ha consegnato i 10mila euro a Liberti, non all’arcivescovo” .

Secondo la tesi dell’accusa, Archinà consegnò il 26 marzo 2010 a Liberti, in una stazione di servizio   ad Acquaviva delle Fonti (Bari) dell’autostrada Taranto-Bari  una busta contenente la somma di 10mila euro in contanti come “incentivo” a falsificare il contenuto di una consulenza tecnica affidatagli dalla Procura sulle emissioni di diossina dallo stabilimento ILVA.

Schermata 2015-03-06 alle 23.12.46Il passaggio di busta, ha precisato il pm, sarebbe stato visto , chiaramente, anche  da un’addetta al bar della stazione di servizio, mentre la difesa di Archinà (avv. Gianluca Pierotti) ha sempre sostenuto che in quella busta invece ci fossero solo documenti, e che i 10mila euro che risultavano essere stati prelevati dalle casse tarantine dell’ILVA, in realtà  sarebbero stati donati dalla famiglia Riva alla Curia arcivescovile di Taranto.

L’udienza è stata aggiornata al 12 marzo prossimo.