Da luglio stop agli stipendi in contanti. In arrivo finalmente la fine delle buste paga false

ROMA – Finalmente una tutela anche per l’ esercito di innumerevoli lavoratori nei cantieri dell’edilizia, nei campi da coltivare, ma anche negli alberghi e ristoranti, nel facchinaggio o nelle varie cooperative che subiva un inqualificabile ricatto da parte dei datori di lavoro, cioè quello di essere costretti a firmare una busta paga per un importo, ma in realtà di accettare di riceverne di meno dietro la minaccia di perdere il posto.  Una delle tante estorsioni applicate nei rapporti di lavoro da alcuni datori di lavoro, che definire “strozzini” non è un errore, utilizzate per abbattere illegalmente i costi.  Svariate numerose manifestazioni di illegalità  che sindacati, inquirenti e giudici del lavoro conoscono molto bene .

I lavoratori vessati secondo la ricerca Censis-Confcooperative, sono 3,3 milioni e nel cono d’ombra del sommerso il loro salario medio scende da 16 a 8 euro l’ora. Molti datori di lavoro taroccano le buste paga spostando le voci laddove vengono detassate o sfuggono alla contribuzione. Come lo fanno ?   Ad esempio fanno figurare le ore lavorate come “trasferte”, gli straordinari come “premi individuali” o “diaria”, come ha testimoniato un recente rapporto della Fondazione Mario Del Monte e Legacoop Estense sulle cooperative più varie. Nei casi in cui il pagamento degli stipendi avviene in contante, è molto più semplice per il datore di lavoro in malafede riuscire a mettere in atto questo genere di violenza-ricatto ricatto.

Le imprese che ricorrono al lavoro irregolare riducono il costo del lavoro di oltre il 50% mettendo spesso fuori mercato le aziende che operano nella legalità. Mettono una grave ipoteca sul futuro dei lavoratori lasciandoli privi delle coperture previdenziali, assistenziali e sanitarie per un’evasione contributiva pari a 10,7 miliardi. Secondo la Commissione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva, istituita presso il MEF, considerato l’insieme delle attività economiche, il salario medio orario sostenuto dalle imprese per retribuire un lavoratore regolare dipendente è di 16 euro; il  salario pagato dalle aziende per un lavoratore irregolare corrisponde a 8,1 euro cioè circa la metà del salario orario lordo del lavoratore regolare. Il cosiddetto monte salariale irregolare nel 2014 ha raggiunto i 28 miliardi di euro, pari al 6,1% del valore complessivo delle retribuzioni lorde.

L’evasione tributaria e contributiva, nel periodo 2012-2014, ha raggiunto una media annua di 107,7 miliardi di euro, 97 dei quali riconducibili all’evasione tributaria e 10,7 all’evasione contributiva. Fra le voci più rilevanti dell’evasione si distingue quella relativa all’Iva che sfiora i 36 miliardi di euro e quella da mancato gettito dell’Irpef derivante da lavoro e impresa, pari a 35 miliardi di euro. La sola Irap fa registrare una mancata contribuzione di 8,5 miliardi. Il mancato versamento dei contributi risulta pari a 2,5 miliardi per il lavoratore dipendente e a 8,2 per il datore di lavoro.

Dal prossimo 1° luglio, ci si augura, tutto ciò dovrebbe essere molto più complicato. Una norma contenuta nella legge di Bilancio – che ricalca una legge proposta da Titti di Salvo già anni fa – decreta lo stop al pagamento degli stipendi per contanti. Per retribuire il lavoratore il mezzo consentito sarà soltanto un bonifico, o utilizzando gli strumenti di pagamento elettronico. Il pagamento in contanti, sarà possibile esclusivamente se ad effettuarlo saranno per onto dei datori di lavoro gli sportelli bancari o postali, dove il datore di lavoro abbia aperto un conto corrente di tesoreria, con mandato di pagamento. Alternativa lo stipendio pagato con un assegno da incassare, da  consegnare direttamente al lavoratore. Grazie a queste metodologie sarà impossibile sfuggire alla tracciabilità dei pagamenti e movimenti finanziari.

Nella legge originaria è previsto ed indicato che il datore di lavoro al momento dell’apertura del contratto  debba comunicare al Centro per l’impiego la modalità attraverso la quale corrisponderà il compenso. Esclusi dalla norma – che riguarda i lavori subordinati, cococo e lavoratori delle cooperative – sono la Pubblica Amministrazione, le colf o badanti che lavorino almeno quattro ore al giorno per lo stesso datore. Infine, come già avevano stabilito alcune sentenze dei Tribunali, non si considera più la firma della busta paga come una prova sufficiente dell’avvenuto pagamento delle prestazioni.

Negli uffici dell’ Ispettorato del lavoro ritengono che questa misura possa rivelarsi un ottimo deterrente, anche se al momento è praticamente impossibile quantificare il fenomeno – almeno finché non verranno applicate le prime sanzioni, che andranno da mille a cinquemila euro. La sensazione diffusa è che sia una piaga che colpisce di più la “bassa manovalanza”, cioè quelle persone più ricattabili sfruttate dal caporalato. Sarebbe auspicabile pertanto un’ informazione semplice e chiara, in via preventiva  per sensibilizzare e preparare i destinatari della misura, anche perché è probabilmente più alta l’incidenza di lavoratori non ancora dotati di strumenti bancari in quelle fasce di popolazione.

Il testo della Legge prevede infatti che il Governo si attivi con i Sindacati, Confindustria, le banche (Abi) e le Poste Italiane perché si scriva una Convenzione per “individuare gli strumenti di comunicazione idonei a promuovere la conoscenza e la corretta attuazione” delle norme. In teoria, ci sarebbero stati tre mesi di tempo che sono terminati con marzo. Ma chiedendo una conferma  ai vari soggetti che dovrebbero sedersi intorno al tavolo,  si ricevere l’impressione che al momento nessun input sia arrivato dal Governo, dove in questi mesi le priorità  sono state dimenticate dall’evoluzione della politica.

Un altro timore riguarda la capacità delle aziende in malafede di aggirare l’ostacolo. E’ prassi diffusa in alcuni settori di corrispondere il giusto stipendio, salvo poi chiederne la restituzione di una parte. Il caso più emblematico è quello di Paola Clemente, la bracciante morta in Puglia che veniva pagata due euro all’ora, o la più recente vicenda dell’albergatore siciliano candidato all’Ars, che dimostrano come la lotta all’illegalità e per la dignità del lavoro (e la sua giusta retribuzione) è appena cominciata.




Caporalato: interrogatorio arrestati nel carcere di Trani,

Sono iniziati questa mattina  alle 13 nella Casa Circondariale di Trani gli interrogatori di garanzia delle cinque persone arrestate e tradotte ieri in carcere nell’ambito di un’indagine della Procura di Trani sul caporalato. Le indagini sul fenomeno dello sfruttamento dei lavoratori nelle campagne venne avviata dopo la morte avvenuta nel luglio 2015 della bracciante agricola Paola Clemente.

Le accuse contestate ai sei arrestati sono di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, il cosiddetto caporalato, e la truffa a danni dello Stato, reati per i quali sono previste pene fino a otto anni di reclusione. Saranno interrogati in carcere il responsabile dell’agenzia interinale per cui lavorava Paola Clemente, Pietro Bello, di 52 anni, direttore dell’ Agenzia di Lavoro interinale INFORGROUP   e i suoi due collaboratori-dipendenti, Oronzo Catacchio, di 47 anni , e Gianpietro Marinaro, di 29 anni ; assieme a loro sono finiti in carcere Ciro Grassi, di 43 anni, titolare dell’agenzia di trasporto  e sua moglie Maria Lucia Marinaro, di 39 anni,   la quale percepiva indebiti contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi” risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, . Nei prossimi giorni verrà fissato l’interrogatorio di garanzia della sesta persona arrestata, Giovanna Marinaro, di 47 anni.

Quello che maggiormente colpisce dalla lettura delle 302 pagine del provvedimento restrittivo è la straziante confessione di alcune braccianti, sfruttate e sottopagate dall’agenzia interinale. Una donna racconta agli inquirenti che un giorno, sul pullman, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, “alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti e G. ha detto che noi lo sapevamo, quindi, non dovevamo lamentarci. Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro, anche io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho un mutuo da pagare, mio marito lavora da poco, mentre prima stava in Cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e, perderlo, è una tragedia. Quindi, se molte di noi hanno paura di parlare è comprensibile“.

Un’altra fa mettere a verbale al pm Alessandro Pesce che “se fai la guerra perdi, perché il giorno dopo non vai più a lavorare“. E una sua collega aggiunge: “Per noi 32 euro al giorno sono necessari per sopravvivere“. Testimonianze coraggiose che commuovono il procuratore di Trani, Francesco Giannella: “Nell’indagine è emerso – spiega – che il caporalato moderno si è concretizzato esclusivamente attraverso l’intermediazione di un’agenzia interinale. E’ una forma più moderna e più tecnologica rispetto a quella del passato“.

Ma il motore che lo alimenta lo sfruttamento del lavoro nelle campagne è sempre lo stesso: “l’assoluta povertà delle braccianti che vedono nei caporali i loro benefattori”, anche se questi le sorvegliano pure quando vanno in bagno e bacchettano se non lavorano bene. In ballo – ha quantificato la Guardia di finanzac’è una paga di 30 euro al giorno a fronte di 12 ore di lavoro, compresi gli spostamenti dei braccianti in pullman per centinaia di chilometri da Taranto e Brindisi fino alle campagne di Andria, Barletta e Canosa. Contratto collettivo alla mano, la Gdf ha quantificato che le lavoratrici avrebbero dovuto percepire 86 euro al giorno, cioè quasi il triplo, e che in tre mesi l’agenzia interinale non ha pagato 943 giornate lavorative”

Emblematico il pensiero della presidente della Camera, Laura Boldrini  auspicando che la nuova legge sul caporalato, la legge Martina, entrata in vigore dopo i fatti contestati agli indagati “si dimostri una risposta efficace per debellare una forma di schiavismo intollerabile” .




“Operazione Paola” anticaporalato. Sei arresti effettuati dalla Guardia di Finanza e Polizia di Stato nel barese

Il provvedimento restrittivo, disposto dal Giudice per le Indagini Preliminari di Trani Angela Schiralli su richiesta del sostituto procuratore della repubblica dr. Alessandro Donato Pesce della Procura di Trani, è l’epilogo delle complesse attività investigative che hanno permesso di accertare come un’apparente e lecita fornitura di braccianti agricoli a mezzo di agenzie di lavoro interinali mascherasse, in realtà, una vera e propria forma di moderno “caporalato”. Le indagini erano partite all’indomani del decesso della bracciante agricola Paola Clemente di San Giorgio Jonico (Taranto), che morì il 3 luglio del 2015 mentre era al lavoro nei campi.

Paola Clemente è stata ricordata appena pochi giorni fa a Taranto nell’assemblea della Cgil pugliese, ed in quell’occasione ha preso la parola anche il marito della donna Salvatore Arcuri, “Io non cerco vendetta, voglio solo che ci sia giustizia e verità sul caso di Paola. Mia moglie – ha ricordato Arcuri davanti ai delegati della Cgil di Puglia – era una grande lavoratrice, ogni mattina si alzava alle due meno dieci ed io continuo a tenere il suo telefono acceso: ogni giorno alla stessa ora la sveglia continua a suonare. Vorrei che quest’iniziativa non sia solo un ricordo ma che davvero possa esserci un cambiamento per tutti i lavoratori agricoli, tanti sono quelli che soffrono e molti sono gli sfruttati”.

˝La ricostruzione operata dai poliziotti di Andria e dai finanzieri della compagnia di Trani guidati dal capitano Andrea Gobbi , non  è stata semplice  dovendo fare breccia nel “muro di omertà frapposto dalla grandissima maggioranza delle braccianti agricole” che, con il timore di essere escluse dalla platea delle potenziali lavoratrici, hanno più volte  “manifestato reticenza” nel corso delle varie dichiarazioni rese dinanzi agli investigatori la cui caparbietà ed ostinata ricerca di appurare la verità ha permesso di ricostruire il persistente radicamento, sul territorio pugliese, “del fenomeno del caporalato nella cui morsa era intrappolata anche Paola Clemente, facendo di lei una vittima di tale meccanismo”.

Il contesto di “omertà” è stato sicuramente agevolato e rafforzato dalla realtà socio-economica tarantina in cui vivevano le braccianti vittime dei caporali: numerose infatti appartenevano a famiglie in cui l’unico lavoratore era il marito ex-dipendente ILVA. Tale situazione di crisi economica, associata pertanto alla forte esigenza di reperire un lavoro, portava le stesse braccianti a “santificare” i loro carnefici, al punto di ringraziarli del lavoro ottenuto. In particolare, lavorando in perfetta sinergia, ciascuno secondo la propria professionalità, finanzieri e poliziotti sono riusciti “a scoprire l’astuto modus operandi posto in essere dagli indagati a fronte di una realtà documentale fondata sulla sottoscrizione di contratti stipulati dall’Agenzia di lavoro interinale con i braccianti per la loro assunzione e con le aziende agricole utilizzatrici per la allocazione della forza lavoro reclutata con relativa emissione di buste paga che registravano la corresponsione di una retribuzione conforme a quanto previsto dalla contrattazione collettiva”.

Solo l’attenta, articolata e precisa ricostruzione delle abitudini dei braccianti agricoli e la creazione di un rapporto di fiducia tra polizia giudiziaria e le “vittime” ha reso possibile appurare l’abitudine e consuetudine, da parte dei braccianti, di indicare su agende o calendari le effettive giornate lavorative. Così, nel mese di settembre 2015 vennero eseguite oltre 80 perquisizioni domiciliari nella provincia di Taranto, tutte finalizzate al recupero di quell’importantissimo materiale attraverso il quale si è avuta appunto una svolta nelle indagini: quindi “dati alla mano” è stato possibile abbattere finalmente il primo muro di omertà. E’ stata proprio l’analisi delle annotazione dei singoli braccianti, confrontata con i dati ufficiali della società di lavoro interinale, nonché con i dati acquisiti dai computer in uso agli indagati, attraverso le procedure di investigazione informatica , ha consentito di ricostruire il cosiddetto  “sistema giornate”.

E stato dimostrato come gli stessi braccianti in realtà,  fossero oggetto di un sistematico sotto-pagamento mediante un riconoscimento di minori giornate lavorate nonché l’omessa imputazione di tutte le indennità (cioè le trasferte e/o gli straordinari maturati ma mai percepiti) normativamente previste, considerando che ogni singolo bracciante iniziava, dalla Provincia di Taranto, il proprio tragitto direzione campagne del Nord Barese alle ore 03:30 del mattino per farvi ritorno alle 15:30 circa, agli stessi sarebbe spettata una retribuzione giornaliera di circa € 86,00, invece degli effettivi € 30 che venivano loro pagati sfruttando il loro stato di bisogno economico.

Gli stessi inquirenti sono rimasti toccanti da una confessione di una bracciante  dinnanzi al pubblico ministero , ha dichiarante a verbale in lacrime. “Una volta sul pulmino, nel momento in cui venivano distribuite le buste paga, alcune donne si sono lamentate dei giorni mancanti, Giovanna (Marinaro n.d.r.) ha detto che noi lo sapevamo, quindi, non dovevamo lamentarci. Nessuna ha più parlato, anche perché si ha paura di perdere il lavoro, anche io adesso ho paura di perdere il lavoro e di essere chiamata infame. Ho un mutuo da pagare, mio marito lavora da poco, mentre prima stava in Cassa integrazione. Dovete capire che il lavoro qui non c’è e, perderlo, è una tragedia. Quindi, se molte di noi hanno paura di parlare è comprensibile“.

La complessiva attività investigativa ha permesso di ricostruire una particolare forma di “caporalato”: un fenomeno non già caratterizzato dai classici elementi di violenza, minaccia e ritorsioni, ma bensì attuato mediante comportamenti subdoli. Infatti, attraverso lo scudo dell’Agenzia di Lavoro interinale INFORGROUP di Milano alle braccianti veniva assicurato un lavoro “regolare” con contributi versati in relazione, però, ad un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte. In altre parole l’opzione dei caporali era: o lavori con me mediante l’agenzia accettando di farti riconoscere meno giornate lavorative, ovvero ti cerchi un lavoro assolutamente “in nero” con tutti i rischi, anche assicurativi e contributivi, che ne possono derivare.

Proprio per questa forma evoluta di caporalato sono finiti in carcere Pietro Bello nato nel 1965 e residente a Conversano (BA) direttore della filiale di Noicattaro dell’ Agenzia di lavoro interinale INFORGROUP di Milano insieme ai due dipendenti Oronzo Catacchio, nato nel 1970 residente a Bari e Gianpiero Marinaro, nato nel 1988 e residente a S. Giorgio Jonico (Taranto)  cugino delle sorelle Marinaro,  il quale si occupava di redigere i contratti con i braccianti. Arrestato anche Ciro Grassi, nato nel 1974 e residente a Monteiasi (Taranto)  titolare della ditta addetta al trasporto delle braccianti agricole e la cognata Giovanna Marinaro, nata nel 1970 anche lei residente a Monteiasi   che aveva il compito di “controllare” le lavoratrici sui campi, tutti residenti nel barese e nel tarantino. Agli arresti domiciliari, invece, Maria Lucia Marinaro, moglie del Grassi che, risultando falsamente presente nei campi quale bracciante agricola, percepiva indebiti contributi pubblici per la “disoccupazione agricola” e la “indennità di maternità e congedi”.

Contestualmente all’esecuzione delle misure coercitive, gli operanti della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato hanno eseguito un sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente per l’importo di oltre € 55.000, quale valore complessivo dei contributi spettanti ai braccianti agricoli a seguito del sotto-pagamento nonché indebiti contributi percepiti dall’arrestata. Agli indagati è stato contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato e continuato – “caporalato” -, la truffa aggravata e la truffa ai danni dello Stato, reati per i quali rischiano fino ad un massimo di 8 anni di reclusione.

Gli indagati, colpiti dai provvedimenti di custodia cautelare sono stati condotti presso la Casa Circondariale di Trani su disposizione della Magistratura barese,  in attesa degli interrogatori di garanzia.

Il ministro dell’agricoltura Maurizio Martina nel complimentarsi per la brillante operazione svolta dalla magistratura e le forze dell’ordine in collaborazione fra di loro si è dichiarato pronto a lottare per la legalità sul posto di lavoro. “La tragedia di Paola Clemente è ancora viva in tutti noi, la legge contro il Caporalato proposta dal nostro governo con le parti sociali e con il sostegno quasi unanime del parlamento ha segnato un punto di svolta. La nostra battaglia per la legalità e la dignità del lavoro continua“.

 

ANCORA UNA VOLTA E’  SOLTANTO IL CORRIERE DEL GIORNO

A SVELARE PARTICOLARI, DETTAGLI INEDITI E LE IDENTITA’ DEGLI ARRESTATI ED INDAGATI. 

(i soliti “fotocopiatori”, fotocopiano e prendono i nomi da noi)

 




“Paola è morta per 27 euro al giorno”. Ecco la busta paga della bracciante morta

Schermata 2015-09-04 alle 20.48.01Ventisette euro al giorno che, per i sindacati, «sono circa la metà di quanto dovuto per il lavoro che stava facendo Paola – spiega Giuseppe Deleonardis, segretario Flai Cgil Pugliaperché per il cosiddetto acinino dell’uva la paga è 49 euro”.  Il titolare dell’azienda agricola ‘Perrone‘ di Andria in cui lavorava Paola Clemente, la bracciante tarantina di 49 anni morta nei campi il 13 luglio, è indagato dalla Procura di Trani. Nell’indagine per omicidio colposo e omissione di soccorso era finora indagato Ciro Grassi, autista del gruppo di braccianti di cui faceva parte Paola.

L’avviso di garanzia nei confronti dell’imprenditore è stato notificato dal pm inquirente Alessandro Pesce in vista dell’incarico per l’autopsia che è stato affidato il 21 agosto al medico legale Alessandro Dell’Erba e al tossicologo forense Roberto Gagliano Candela, entrambi dell’ Università di Bari.

Tra i mille interrogativi che mi pongo e ai quali non riesco a dare risposta, ritengo che sia un’assurdità, nel 2015, morire sul posto di lavoro per guadagnare a malapena 27 euro al giorno“. Vuole giustizia su come ciò sia stato possibile è la richiesta che Stefano Arcuri, marito di Paola Clemente, bracciante agricola tarantina 49enne morta il 13 luglio scorso nelle campagne di Andria, pone al procuratore del Tribunale di Trani.

Alla Procura della Repubblica di Trani gli investigatori si stanno interrogando  cercando anche di far luce sulla differenza degli acconti e dei saldi contabilizzati in busta paga, pagati dalle agenzie interinali alle migliaia di braccianti che lavorano in Puglia – e non solo – come la sfortunata donna tarantina un’intera giornata nei campi per portare a casa qualche decina di euro.

Schermata 2015-09-04 alle 20.47.16Come si evince dalla busta paga di Paola Clemente, nello scorso mese di novembre ha ricevuto un saldo netto di soli 257,38 euro. Nella parte alta dello stesso cedolino sono evidenziate trattenute per acconto stipendi pari a 727 euro che portano il totale trattenute a 829 euro e il saldo finale a 257 euro dai 1.489 euro lordi.

La busta paga di dieci mesi fa era a carico dell’agenzia per il lavoro Quanta. “Ma quando la signora Clemente è morta – spiega l’avvocato Vito Miccolis che assiste il marito di Paolalavorava per Inforgroup: abbiamo fiducia che anche in tal caso la procura farà piena luce su eventuali meccanismi di acconti e saldi”.

Su questa vicenda anche i sindacati vogliono vederci chiaro: “Abbiamo sollevato il problema lo scorso 8 luglio – dice Deleonardis della Flai Cgil Puglia  cioè prima ancora della morte di Paola, perché diversi lavoratori, una sessantina, vantano crediti di circa 500 euro che, pur presenti in busta paga, non sono mai stati corrisposti”.  Il primo settembre, la Flai Cgil ha dato l’ultimatum a Quanta: “Premesso che l’aspetto retributivo e relativi conguagli dei lavoratori assunti – si legge nella lettera inviata all’agenzia interinale con sede a Milano – è in capo all’agenzia e non alle aziende utilizzatrici  che, come da voi comunicatoci, si erano assunte l’onere di conguagliare ai lavoratori il dovuto, non avendo i lavoratori a tutt’oggi ricevuto alcun rimborso, se entro 5 giorni non avremo notizie positive in merito, ci vedremo nostro malgrado costretti ad adire le vie legali e a segnalare le inadempienze alla Guardia di Finanza“.

Il “caporalato” moderno sembra così nascondersi fra acconti e saldi, tra le pieghe di una somministrazione del lavoro apparentemente regolare  oneri in capo alle agenzie interinali o alle aziende utilizzatrici ” Non solo apparentemente – spiega Vincenzo Mattina  vice presidente di Quanta  – ma anche nella realtà. Se dobbiamo dare qualcosa ai lavoratori, la daremo, chiariremo tutto. Come abbiamo già fatto nel 2014 dopo le segnalazioni dell’ispettorato del lavoro: abbiamo chiesto all’Inps di normalizzare tutte le posizioni non regolari, in gran parte sottoinquadramenti dei lavoratori. Il ravvedimento, per la sola Puglia, ci è già costato 120 mila euro per la prima tranche e complessivamente ce ne costerà 400 mila”.

Una dimostrazione questa che  nelle campagne pugliesi , qualcosa non funziona bene. “Ne avemmo la percezione nel 2013, due anni dopo la nostra decisione di entrare nel settore agricolo, prevalentemente in Puglia ma anche in Sicilia e Lazio – aggiunge ancora Mattina Inviammo subito tre persone da Milano a Rutigliano e alla fine del nostro screening , due dipendenti, denunciati anche per concorrenza sleale perché avevano preso contati con altre agenzie, andarono a casaAbbiamo avuto il dubbioche agissero da caporali in particolare che utilizzassero la cosiddetta “paga di piazza” conclude Mattina .

Il salario contrattuale viene applicato in Puglia solo dal 20% delle aziende, secondo la Flai  mentre la consuetudine che prevede il sottosalario per immigrati e donne, è tanto più basso quanto più a Sud si va. Una desolante risposta ai quesiti del marito della povera bracciante agricola tarantina morta nelle campagne baresi, morta per 27 euro . Questa la triste conclusione.