Processo “Alias”. Pene più alte rispetto alle richieste. Condannati Fabrizio Pomes e Giovanni Perrone. Assolto Gianni Geri

di Antonello de Gennaro

ROMA – La 1a Sezione Penale del Tribunale di Taranto ha condannato oggi 22 dei 32 imputati nel processo legato al blitz antimafia “Alias” della  Squadra Mobile di Taranto coordinato dal sostituto procuratore Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, che lo scorso 6 ottobre del 2014 spedì in carcere 52 arrestati. Il clan D’Oronzo-De Vitis secondo le informative degli investigatori,  si apprestava a dichiarare la guerra contro chiunque avesse provato contrapporsi al loro dominio e ad affermare la sua potenza sul territorio anche con azioni dimostrative.

In quell’occasione gli agenti della Polizia di Stato decapitarono il clan mafioso che operava sotto il controllo dai boss Nicola De Vitis e Orlando D’Oronzo, i quali  insieme ad altri 10 imputati hanno preferito farsi giudicare con il rito abbreviato, che riduce di 1/3 la pena, e che sono stati condannati  rispettivamente a 20 anni e a 16 anni di reclusione.

Alcuni degli imputati sono stati condannati anche per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. Dieci le assoluzioni fra cui spicca quella di  Giovanni (Gianni) Geri, noto commerciante tarantino (ex) presidente della Federmoda-Confcommercio assistito dall’ avv. Giuseppe Sernia. Condannato invece a 6 mesi il suo commerciante-imprenditore Giovanni Perrone, contitolare della nota omonima azienda di famiglia.

Esemplari  le condanne del giudice di Taranto dr. Patrizia Todisco del Tribunale Penale di Taranto, che ha condannato alcuni imputati con pene ben più alte rispetto a quelle richieste del pubblico ministero Alessio Coccioli.  La pena più alta, 16 anni e 6 mesi di reclusione, è stata inflitta a Raffaele Brunetti (10 anni la richiesta del pm), Franco Scarci  16 anni a (richiesti 10 anni ), Pietro Cetera 14 anni  (richiesti 12 anni), Riccardo Vallin 13 anni e 4 mesi (richiesti 8 anni),  Fabrizio Vincenzo Pomes 11 anni (richiesti 6 anni), a destra nella foto segnaletica della Questura di Taranto, ex assessore comunale accusato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Pomes con la cooperativa Corda Fratres   mandataria dell’associazione temporanea di imprese che dal 2007 al 2013 ha gestito il Centro Sportivo Comunale Magna Greciasenza alcun titolo legittimante — scrisse il Tribunale del Riesame di Lecce confermando le misure di custodia cautelare in carcere — portando avanti, di fatto ed a fini di lucro la gestione della struttura comunale” che ha lasciato debiti per € 272.753,14,  Calogero Bonsignore 8  anni e 4 mesi a , 8 anni a Sergio Cagali, 6 anni e 8 mesi a Moreno Rigodanzo, 6 anni a Michele De Vitis.  Il Comune di Taranto si era costituito parte civile.

 

Ecco la sentenza originale e tutto l’elenco completo dei condannati ed assolti:

Sentenza ALIAS

Pomes trasferitosi a Bologna ha cercato di continuare ad operare nella gestione delle strutture comunali, e nell’estate del 2014 ha avuto in affidamento provvisorio dal Comune di Bologna, tramite bando pubblico, la gestione del centro sportivo Baratti di via Irnerio, nello Sferisterio, gestione condivisa con l’Aics (associazione italiana cultura e sport). Lo stesso centro sportivo che ha ospitato persino  Giornata della memoria per le vittime di mafia organizzata da Libera. In questa occasione è stata intitolata una sala dello Sferisterio a Vito Schifani, poliziotto della scorta di Giovanni Falcone, morto nella strage di Capaci. Affidamento da parte del Comune di Bologna “è provvisorio — raccontava la presidente del quartiere San Vitale Milena Naldi al Corriere di Bologna, edizione locale del Corriere della Sera perché il Comune di Bologna sta facendo delle verifiche”.

Il problema è stato risolto dalla confisca, a seguito delle indagini degli investigatori del GICO della Guardia di Finanze di Lecce, disposta  dal Tribunale di Taranto della Corda Fratres e di una tabaccheria che il “furbetto” Pomes  aveva fatto acquistare a sua figlia Cristina, attività che conseguentemente è finita in amministrazione giudiziaria.

 

dal Corriere di Bologna dell’ 11 settembre 2016

 

 

Siamo al corrente della vicenda e anche della morosità della passata amministrazione della Corda Fratres con il Comune di Taranto — confermava la presidente del San Vitale Milena Naldi —, in attesa dell’esito dei controlli, non abbiamo ancora firmato il contratto per l’affidamento definitivo dello Sferisterio“. Un affidamento che prevedeva un onere “di 10mila euro l’anno per due anni a carico del Comune“. L’attuale presidente della Corda Fratres, Luigi Pignatelli, che non è coinvolto nella vicenda Alias, assicurava a suo tempo che “Pomes non ha più alcuna carica nella cooperativa“. Ma non raccontava qualcos’altro.

Infatti secondo una visura camerale del Registro delle imprese della Camera di commercio di Taranto (aggiornata al 24 marzo 2015) il  Pomes risultava ancora socio, insieme a Luigi Pignatelli, della Play Park snc, che dal 2014 gestisce, a seguito di gara pubblica, il chiosco di un parco comunale a Lizzano in Belvedere e il parco avventura Saltapicchio a Camugnano, sul lago di Suviana. Società di cui  sono state sequestrate il 50% delle quote del Pomes che era tornato in libertà il 20 marzo  2015 perché “fermo restando il quadro indiziario — scriveva il gip di Lecce — non può non ritenersi che il trasferimento del centro d’interessi e dell’abitazione familiare dell’indagato in Bologna ” non rendono più necessaria la detenzione in carcere per pericolo di fuga o di inquinamento delle prove.

Non potevamo rischiare di revocare o togliere l’affidamento a una cooperativa dopo che aveva vinto il bando”, spiegava l’assessore bolognese alla Legalità Nadia Monti. All’Antimafia leccese è bastato consultare la banca dati della Camera di Commercio per riscontrare che sia Pomes che sua moglie e sua figlia Cristina erano ancora soci della coop. “Poche settimane fa abbiamo inviato tutta la documentazione, compresa la rassegna stampa, a Raffaele Cantone — spiegava ancora l’assessore al Corriere di Bologna  — “attendiamo la risposta dell’Autorità anticorruzione per capire come comportarci”. Ciò che ha fatto tentennare Palazzo d’Accursio è se revocare o no l’affidamento, seppure temporaneo, in presenza di un nuovo presidente, non indagato.

Restano le accuse pesantissime, corredate di intercettazioni telefoniche, che l’Antimafia leccese ha mosso a Pomes.Continuo a nutrire dubbi su questa cooperativa — confessava l’assessore Monti, che già dopo la pubblicazione del primo articolo sul Corriere , il 24 marzo 2015 , si disse favorevole alla revoca dell’affidamento —. “Avevamo anche chiesto le certificazioni antimafia alla Prefettura di Taranto”. Ma l’importo dell’appalto prevede 10 mila euro di spese all’anno a carico del Comune: un cifra che non prevede l’obbligo della certificazione. “Credo invece che è proprio nei piccoli appalti che la mafia può insinuarsi — proseguiva la Monti —. Mi sembra scorretto dal punto di vista etico che, dopo aver firmato il Protocollo per la legalità negli appalti pubblici, non veniamo a capo di questa vicenda. Del resto l’inchiesta Aemilia ha dimostrato che il nostro territorio è appetibile per la mafie. Non dimentichiamo che a Bologna ci sono cinque beni confiscati alle mafie“. A questi si sono aggiunti la tabaccheria sequestrata alla famiglia Pomes nel cuore della città universitaria di Bologna e le quote della cooperativa  Corda Fratres concessionaria di un affidamento pubblico.

Solo che adesso Pomes ha una condanna che prevede l’interdizione in perpetuo dai pubblici uffici e durante la pena, in stato di interdizione legale e sospeso dall’esercizio della responsabilità genitoriale. Ed a nulla serviranno i suoi progetti in corso con il noto faccendiere,  Salvatore Micelli, (una vecchia conoscenza delle Forze dell’ Ordine e della magistratura di Taranto) con il quale, secondo nostre informazioni riscontrate con fonti attendibili,  era frequentemente in contatto  via Skype e WhatsApp (i due speravano forse di non essere controllati da nessuno ?) per partecipare con la Cooperativa Indaco a bandi di gara per la gestione ed accoglienza di migranti in alcuni comuni dell’ Emilia-Romagna.

Lo stesso “fiorente” business sviluppato nell’illegalità a Taranto, finito male con la recente ordinanza di chiusura della Prefettura di Taranto, che è ormai ben nota anche alle Prefetture dell’ Emilia-Romagna Bologna. Esattamente come male è finito oggi Vincenzo Fabrizio Pomes.

 

 




Processo “ALIAS”. Chiesti 140 anni di carcere per il clan D’Oronzo- De Vitis

ROMA – Nell’udienza di giovedì scorso del maxi processo antimafia di secondo grado “Alias”, di fronte al collegio presieduto dalla Dr.ssa Patrizia Todisco del tribunale di Taranto con i giudici a latere Madaro e De Cristofaro , il P.M.  Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, ha ripercorso con  un intervento durato 5 ore, le azioni criminose del clan mafioso tarantino capeggiato da Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, che a partire dagli anni ’90 aveva messo a ferro e fuoco Taranto in una guerra tra bande senza esclusioni di colpi.

Un’associazione mafiosa che, come si legge nelle carte della magistratura, “aveva acquisito nuova linfa, essendo in grado di ingenerare nella generalità della popolazione quella condizione di assoggettamento e la conseguente omertà, propria di ogni associazione criminale di stampo mafioso”.

L’indagine “Alias 2” era stata preceduta dall’inchiesta “Alias” del 6 ottobre 2014 che aveva condotto gli inquirenti all’arresto di 52 persone dello stesso clan accusate, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.  A coordinare l’attività giudiziaria, era stato il PM Alessio Coccioli.

Fabrizio Pomes

Pressante l’interesse del D’Oronzo per l’aggiudicazione di appalti e servizi presso le Pubbliche Amministrazioni di Taranto e provincia. A tal fine si era fatto promotore di un consorzio di imprese per mettere le mani sui lavori di rifacimento del porto mercantile di Taranto. Le indagini della Squadra Mobile di Taranto hanno consentito di accertare che Orlando D’Oronzo e Vincenzo Fabrizio Pomes con la complicità di funzionari del Comune di Taranto utilizzavano la cooperativa Falanto Servizi al fine di gestire il centro sportivo Magna Grecia nonché altre strutture comunali senza sborsare un solo centesimo di euro all’amministrazione comunale tarantina . L’obiettivo del clan era, inoltre, quello di aggiudicarsi gli appalti “per i quali il Comune aveva indetto delle gare pubbliche”.

Dalle indagini del GICO della Guardia di Finanza di Lecce è emersa la sproporzione tra i redditi dichiarati dai componenti dell’organizzazione criminale, i componenti della famiglia Pomes ed il patrimonio posseduto. Sono stati sequestrati conti bancari, terreni, quote societarie, interi compendi aziendali, auto, moto e diverse unità immobiliari per un valore di oltre 4 milioni di euro. “Dovete capire che adesso comandiamo noi”, dicevano gli esponenti del clan ai proprietari delle più fiorenti attività commerciali. E, in effetti, prima del provvidenziale e incisivo intervento della Magistratura e delle Forze di Polizia erano riusciti a mettere le mani sulla città.

Nel corso della sua requisitoria il pm Coccioli ha ricordato il forte legame ed alleanza intercorrente fra   D’Oronzo e De Vitis con Antonio Modeo, nella lotta contro i suoi fratelli, culminata con l’uccisione di Cosima Ceci, la madre dei fratelli Modeo, morte per la quale  Nicola De Vitis è stato condannato a 25 anni di reclusione. Il pm Coccioli  durante il suo intervento di ieri in Tribunale a Taranto, ha parlato dei contatti dei due con la malavita tarantina, della ramificazione del clan all’interno del tessuto criminale non solo tarantino, ma anche dei legami con altre organizzazioni criminali operanti in Sardegna, Calabria, Sassari, Brindisi, Matera, ma anche dei sodali utilizzati come “ponte”  nel territorio veronese durante il loro obbligo di soggiorno, con il basso profilo adottato alla  ripresa delle loro attività illegali, arrivando alla scarcerazione avvenuta nel 2012.

Il P.M. Coccioli   ha quindi chiesto  32 condanne per un totale di 140 anni di reclusione, per i componenti del clan D’Oronzo- De Vitis .




“Progetto in Comune” ? La vita dei fratelli Micelli a spese del contribuente, truffe comprese …

ROMA – Nei giorni precedenti al voto dell’ 11 giugno scorso a Taranto abbiamo ricevuto fotografie, video, persino testi di conversazioni via WhatsApp fra il signor Salvatore Micelli ed una donna di Taranto che disperatamente cercava di sistemare i propri figli nella Cooperativa Indaco da qualche mese rappresentata legalmente dal  Micelli. Un cognome che ricorre spesso nelle cronache giornalistiche del capoluogo jonico. Il suo “esordio” sulle cronache risale al maggio di 5 anni fa, quando venne arrestato  e posto agli arresti domiciliari per aver aggredito e minacciato una donna e suo marito con una pistola lanciarazzi. Sul posto intervenne la Polizia di Stato che lo arrestò e portò in Questura (leggi QUI) .

Orlando D’ORONZO

Il Micelli  ricompare negli atti di polizia giudiziaria il  10 ottobre 2014. “Se non mi sbaglio sta venerdì la riunione del Consorzio. Fatti vedere venerdì”. La Squadra Mobile di Taranto intercettò questo colloquio tra il noto boss Orlando D’Oronzo e un suo consulente e quindi avviò subito una specifica attività di pedinamento per il giorno indicato dagli interlocutori.  “In esito alla quale, proprio in data 11 aprile 2014 si notava sopraggiungere Orlando D’Oronzo, in compagnia del figlio Cosimo e del “consulente” Micelli Salvatore   presso la sede di Confindustria dove si intratteneva per circa due ore”. Con chi parlarono D’ Oronzo e Micelli in Confindustria a Taranto per due ore resta un mistero anche per i vertici dell’ associazione industriali che ascoltati dalla Polizia in veste di “persone informate sui fatti” non sono mai stati coinvolti o incriminati.

Questo ed altri particolari inquietanti sono tratti dall’ordinanza firmata dal dr. Alcide Maritati, Gip del Tribunale di Lecce, , nell’ambito delle indagini sulla mala tarantina condotte dalla Procura della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Il procedimento in questione è quello denominato “Alias due”, troncone successivo dell’operazione che nei mesi scorsi aveva portato in carcere 52 persone, spargendo forti motivati sospetti di collusioni su pezzi importanti del potere politico e imprenditoriale locale. Come i nostri lettori ben ricorderanno, durante la conferenza stampa seguita a quegli arresti, lo stesso Procuratore capo della Dda, Cataldo Motta, censurò pesantemente l’operato della Giunta comunale di Taranto guidata da Ippazio Stefàno.

nella foto, l’ex questore di Taranto Mongini, l’ex procuratore capo della DDA Cataldo Motta ed il pm Alessio Coccioli

 

Secondo la Procura Antimafia leccesenelle mire imprenditoriali del D’Oronzo per il tramite del citato Consorzio, vi era senz’altro l’ aggiudicazione dei lavori di rifacimento del porto mercantile di Taranto”. La prova, sempre secondo gli inquirenti, sarebbe in una conversazione telefonica tra il “consulente” vicino a D’ Oronzo ed un altro interlocutore: “sono stato ad una riunione in Confindustria per un Consorzio di cui facciamo parte, per entrare al porto a lavorare”, dice. E, ancora secondo i giudici, “ad ulteriore conferma che la gestione del consorzio è direttamente curata da Orlando D’Oronzo vi è poi una conversazione telefonica tra lo stesso e un amico titolare di un’azienda di trasporti e movimento terra”. In questa intercettazione il boss racconta: “madonna mia, abbiamo fatto un’assemblea ultimamente, venerdì scorso, e poi mi devono dare certi moduli a me, mi devo fare un giro per fare nuove adesioni”. E aggiunge, “perché le cose, si stanno muovendo proprio non bene, benissimo”.

Il business degli immigrati. La cooperativa “Falanto Servizi“, riconducibile secondo gli inquirenti al “clan D’Oronzo-De Vitis” si era infiltrata anche nel business dell’emergenza immigrati, e nel maggio 2015  la Direzione distrettuale antimafia di Lecce, ha eseguito nei confronti di questa cooperativa un decreto di sequestro nell’ambito dell’operazione “Alias 2” di oltre 640mila euro sequestrati nei conti correnti bloccati dalla Squadra Mobile di Taranto della Polizia di Stato e dal Gico della Guardia di Finanza di Lecce, che avrebbe principalmente colpito l’ex-consigliere comunale Fabrizio Pomes, ex amministratore proprio della “Falanto Servizi“, e i conti familiari di Michele De Vitis e della moglie l’ex-consigliera comunale Ncd Giuseppina Castellaneta,  in quanto la “Falanto” avrebbe infatti ricevuto in affidamento il servizio di distribuzione pasti di un centro nel quale i migranti vengono ospitati una volta giunti nel porto di Taranto, grazie ad un contratto firmato nel marzo scorso con l’associazione Salam, le sarebbero stati affidati anche i servizi legati alla fornitura di lenzuola, cuscini e altro,  ed il servizio di vigilanza giorno di notte, della struttura situata a pochi passi dal quartiere Paolo VI.

A confermare della presenza della “Falanto Servizi” nella vicenda giudiziaria fu proprio Salvatore Micelli, già consulente della cooperativa per la vicenda sull’ Iperconsorzio Multiservizi con il quale il clan ha tentato di entrare negli appalti relativi all’adeguamento delle infrastrutture del porto di Taranto. Micelli, che non è stato indagato (non avendo alcun ruolo di rappresentanza legale all’epoca dei fatti nella cooperativa) , spiegò che si trattava “di un contratto per fornitura di servizi. Non è un contratto di appalto direttamente con la Prefettura, ma di un subappalto dell’associazione Salam” la quale  aveva vinto una gara indetta dalla Prefettura di Taranto. Quindi un contratto vero e proprio, che era stato stipulato prima del sequestro della Magistratura.

Una versione questa che invece la  responsabile dell’associazione Salam,  Simona Fernandez, aveva smentito categoricamente sostenendo che l’associazione si affida per la distribuzione pasti direttamente a una grossa azienda del territorio. “Non so come facciano a dire una cosa del genere, forse non volevano che sui giornali uscisse qualche cosa, ma noi siamo trasparenti e non nascondiamo niente” aveva commentato all’epoca dei fatti  Micelli, confermando così non solo l’esistenza del contratto, ma rilanciando anche sul buon operato della cooperativa nella struttura situata sulla strada di Paolo VI.

 

nella foto, Antonio Bruno

I rapporti di vicinanza con la malavita del Micelli sono continuati con la costituzione una società, la FOOD ITALY srl che aveva come amministratore unico Antonio Bruno, 34 enne,  cioè uno dei due fratelli Bruno arrestati e responsabili dell’omicidio del 32enne Giuseppe Axo, assassinato nel febbraio 2016 a colpi d’arma da fuoco con una mitraglietta presso il rione Salinella di Taranto. Lo scorso 30 maggio il pm Maurizio Carbone ha chiesto in udienza la condanna a 20 anni di carcere (nonostante il rito abbreviato che riduce di 1/3 la pena) per l’ex socio di Salvatore Micelli . Antonio Bruno risponde dell’ accusa di omicidio volontario e premeditato, ed in carcere ha tentato il suicidio.   Il dottor Gimmi Carbotti , perito incaricato dal gup di svolgere la perizia psichiatrica sul Bruno, depositando la perizia, ha sostenuto e confermato “la assoluta capacità di intendere e di volere” dell’imputato al momento in cui diede vita dell’azione scattata nel quartiere Salinella .
Il Bruno incredibilmente da dentro il carcere di Taranto non solo si è dimesso da amministratore unico della FOOD ITALY srl, ma grazie alla complicità di un commercialista, pur essendo ristretto nella casa circondariale di Taranto (sotto la direzione della dr.ssa Baldassari ) è riuscito ad effettuare fraudolentemente una cessione delle proprie quote societarie nella società che condivideva con il Micelli, in favore di un certo Antonio Trivisani, una delle tante “teste di legno” di cui SalvatoreMicelli, secondo persone in affari con lui, si servirebbe per le sue operazioni. Azioni-quote societarie che il Trivisani, come risulta dalle visure camerali, consultate dal nostro giornale, le ha cedute subito dopo a Patrizio Leone, un ristoratore  di S. Michele Salentino, il quale secondo fonti qualificate a lui vicine, avanzerebbe ancora oggi, diverse migliaia di euro dal Micelli.
MICELLI Barbara Carichi Pendenti
La famiglia Micelli vive (come i documenti comprovano) da sempre ai limiti della legalità, salvandosi sempre grazie alla prescrizione dei reati commessi, che sono quasi sempre di “truffa” come quello commesso nel 2011 ai danni della Regione Puglia, a seguito di un’inchiesta giudiziaria condotta dalla pm Daniela Putignano della Procura di Taranto. Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di fornirvi la documentazione con cui la Regione Puglia si costituì a suo tempo parte civile nei confronti del processo a carico dei fratelli Micelli, Salvatore e Barbara (la capolista della Lista “Progetto in Comune” che appoggia la candidatura a sindaco di Stefania Baldassari ).
CdG Micelli_BUR Regione Puglia
Ma la voglia di fare “affari sporchi” di Salvatore Micelli con i soldi pubblici non si era esaurita con le sue “consulenze”, e questa volta il “consulente” ha deciso di giocare in proprio attraverso la nascita della cooperativa Indaco, costituita in data 14.01.2016 con atto del notaio Angelo Turco. Soci fondatori costituenti, Antonio Milella, Salvatore Micelli e Barbara Micelli.  La cooperativa incredibilmente senza alcuna esperienza nel settore ha subito iniziato a partecipare alle gare d’appalto delle Prefetture di Brindisi e Taranto. E qui nascono serie “riflessioni” su come le Prefetture consentono a società e e strutture prive di alcuna precedente competenza specifica nel settore di partecipare ai bandi di gara per ottenere gli appalti per l’accoglienza ed assistenza agli immigrati. Un business troppo “ghiotto” per la criminalità organizzata, faccendieri e truffatori, in quanto poco “controllato” da chi dovrebbe controllare.
La cooperativa Indaco infatti era una  illustre sconosciuta nel settore dell’accoglienza, ed a quell’indirizzo di via Nitti a Taranto, nello stesso ufficio  risultava operativa un’agenzia di finanziamenti . Adesso al suo posto, nell’ ufficio in questione risulta presente dal 9 Febbraio 2016  la cooperativa fondata da Salvatore Micelli, iscrittasi alla velocità della luce  nell’Albo delle cooperative Sociali della Regione Puglia.
Sembrerebbe che la Indaco abbia riempito quella struttura secondo quanto segnalatoci da dei dipendenti della cooperativa, quando ancora non c’era l’acqua corrente e per giorni i water restavano pieni di escrementi senza poter essere scaricati! Lo scorso inverno (fine novembre 2016) per per settimane e settimane non c’era riscaldamento o acqua calda, nonostante la cooperativa tarantina incassi mensilmente centinaia di migliaia di euro dallo Stato per lasciare gli immigrati al freddo e al gelo solo per fare soldi e per fare politica.

Nella lista “Progetto in Comune” costituita da Salvatore Micelli (e la sorella Barbara, socia della cooperativa), era presente una candidata Valentina Ingenito (candidatasi alle Comunali racimolando appena 7 voti di preferenza)  operatrice della Cooperativa Indaco, “raccomandata” dallo zio che lavora presso la Prefettura di Taranto  , Lucia Viafora, che ci risulta priva di alcuna competenza ed esperienza precedente comprovabile nel campo dell’accoglienza, ma Micelli in realtà l’avrebbe  assunta per motivi politico-elettorali candidandola ( 187  voti), e lei ha chiesto in cambio l’assunzione di altri componenti della sua famiglia come “operatori” nella Indaco.

La Viafora è rimasta direttrice della struttura “Galeso di Taranto, anche quando ha vinto la cattedra statale,  lavorando per la Indaco solo il pomeriggio, mentre la mattina lavorava a scuola, ed i risultati della malagestione come ci raccontano dei dipendenti, sono evidenti. Katia Pirulli, assistente sociale presso la  “Galeso”   per mesi è risultata ricoprire lo stesso ruolo  ad Ostuni (brindisi) in un’altra struttura della Indaco.  La Indaco così facendo avrebbe truffato lo Stato incassando da due Prefetture (Brindisi e Taranto)  fondi per due strutture, che dovevano essere spesi per assumere 2 o 3 assitenti sociali, secondo quanto previsto dal capitolato d’appalto, e invece risultava  solo lei a tempo pieno sia in una che nell’altra struttura, approfittando sulla circostanza che le due Prefetture non avendo motivo di comunicare, non avrebbero scoperto la “furbata” .
Quindi o Katia Pirulli ha il dono dell’ubiquità, e percepisce per il doppio incarico un doppio stipendio, o i furbetti della Cooperativa Indaco hanno incassato soldi pubblici illecitamente . La stessa cosa sarebbe stata fatta con altri dipendenti a loro insaputa,  facendoli risultare per mesi presenti ed operanti contemporaneamente sia ad Ostuni che a Taranto.
Non mancano dei dipendenti della Cooperativa Indaco   candidatisi nell’avventura politica…  nella “Lista Progetto in Comune”  come  Pietro Lomartire (29 voti) , Mario Bembo ( 6  voti) ,  per non parlare dei figli di esponenti politici assunti per non fare nulla col titolo di “assistenti legali” (il figlio di Calzolaro, il figlio di Ungaro, ecc.) e così via !

 

 
 

Ma cosa è successo dietro le quinte del video da noi pubblicato ieri sulla pagina Facebook del nostro giornale ?  Il CORRIERE DEL GIORNO è in grado di raccontarvi anche questo. I migranti, tecnicamente definiti “ospiti” nella struttura di Taranto erano particolarmente arrabbiati nei confronti dei responsabili del centro di accoglienza “Galeso” di Taranto della Cooperativa Indaco . Non avevano acqua per poter bere, a lungo sono rimasti senza luce a causa delle bollette non pagate all’ Enel dalla Cooperativa Indaco, per almeno 2 o 3 mesi non è stata servita la frutta né a pranzo né a cena (contrariamente a quanto previsto dal capitolato d’appalto). Basta farsi quattro calcoli su quanto costano due frutti al giorno per 3 mesi per circa 200 persone per capire quanti  soldi sono finiti illecitamente nelle tasche di “qualcuno”.
Secondo quanto raccontatoci da fonte bene informata, la Cooperativa Indaco  ha perso la nuova gara di appalto indetta dalla Prefettura per l’accoglienza degli immigrati, arrivando 3a in graduatoria come risulta dalle sezioni dell’ Amministrazione Trasparente, ed allora Micelli voleva convincere gli immigrati a manifestare addirittura sotto la Prefettura di Taranto per alzare un ennesimo polverone e mettere in discussione l’aggiudicazione che li escludeva. E per fare questo contava sul supporto di due “fanciulle”  molto “ben volute”… dagli immigrati di un’associazione culturale-teatrale operante nella struttura Galeso, attività per la quale percepiscono circa 4mila euro al mese. E le loro voci si sentono nel video in nostro possesso e sopra pubblicato.
Una di loro ci ha persino contattato nel pomeriggio di ieri prima via Facebook e poi telefonicamente, urlando e minacciandoci di essere disposta a testimoniare in favore di Salvatore Micelli per aver reso pubblico il video in cui si sentiva la sua voce. resta da capire se alla donna in questione stia più a cuore il suo stipendio per l’attività svolta presso la struttura Galeso o le sorti …. di qualche “ospite”. Ma Micelli e le sue “complici” che avrebbero dovuto convincere gli immigrati ad attuare il piano di protesta pensato dal consulente-coordinatore politico….. Ma non sempre tutte le ciambelle riescono nel buco !
I soldi a disposizione sono stati utilizzati da chi amministra la Cooperativa Indaco per finanziare la listaProgetto in Comune”, come risulta dai bonifici bancari riportati sugli estratti del conto corrente gestito dal Micelli presso la Banca Popolare di Puglia e Basilicata a Taranto, , ed anche noi che li abbiamo ricevuti via mail da un anonimo informatore. Chiaramente non avendo il potere investigativo della Guardia di Finanza abbiamo fatto qualche controllo, ed i bonifici sono veri. I documenti sono in possesso delle Fiamme Gialle che avrebbero avviate degli accertamenti.
Gli  immigrati avevano trovato persino dei vermi nel cibo . Questo è stato uno dei motivi della rivolta, che ha indotto i Carabinieri dei NAS di Taranto coordinati dal capitano Marra inviato a Taranto dalla gerarchia centrale, e dal luogotenente Imperiale, ad effettuare delle approfondite ispezioni sia presso la struttura di accoglienza al quartiere Paolo VI,  che presso un bar di via Mazzini, nel centro di Taranto, gestito da un ex-poliziotto Claudio Messinese, il quale senza alcuna licenza e struttura idonea prepara giornalmente una media di 200 pasti al giorno per gli immigrati. Guarda caso anche il Messinese si è candidato nella lista “Progetto in Comune” ottenendo 214 voti di preferenza.

da sinistra, Alfredo Spalluto, la candidata sindaco Stefania Baldassari, Salvatore Micelli e la sorella Barbara capolista della Lista “Progetto in Comune” 

I furbetti della Cooperativa Indaco da appalto avrebbero dovuto acquistare e versare 15 euro di ricarica telefonica per ogni ospite all’arrivo ma secondo alcuni dipendenti,  ma in realtà secondo dei dipendenti della Cooperativa che ci hanno contattato, NON lo avrebbero mai fatto, versando solo 5 euro a persone, e nemmeno a tutti gli immigrati ospitati nelle due strutture di accoglienza  ! Calcolando che nel centro di accoglienza “Galeso” di Taranto, ci sono stati molti ingressi ed uscite, oltre ad un centinaio ospitati nella struttura ad Ostuni  il numero totale di chi è arrivato potrebbe quindi anche essere del doppio.  Provate a calcolare i 10 euro messi a disposizione dallo Stato e che sarebbero stati sottratti dalla Indaco a tutti questi immigrati….
Così come i dipendenti delle due strutture di accoglienza non vengono pagati regolarmente, ed i loro stipendi sono fermi a marzo, mentre sino a qualche settimana fa erano addirittura fermi a gennaio, pur avendo incassato quanto dovuto dalle Prefetture sino alla fine di aprile. Ma forse quei soldi a Micelli servivano ad altro
Quel che è certo, è che ci sono diverse ombre, a Taranto come a Brindisi , sulla gestione dell’accoglienza dei migranti e sarebbe ora che si facesse un pò di chiarezza e un pò più di controlli nella verifica delle esperienze dei partecipanti ai bandi di gara. L’inchiesta (ora processo) meglio noto come Mafia Capitale a Roma non ha insegnato nulla sul business sviluppatosi sull’accoglienza dei migranti…?
Concludendo, come può un candidato sindaco “garantire” su tutta la propria coalizione, come ha fatto con superbia e follemente la Baldassari ?  Adesso c’è da aspettarsi l’ennesimo suo comunicato, che chiaramente non pubblicheremo, visto che l’ex-direttore del carcere di Taranto ha  rifiutato di farsi intervistare in diretta dal nostro Direttore, e quindi evidentemente poco interessata al nostro stile di fare giornalismo. Che non è in vendita.



Ecco chi sono i commercianti e l’imprenditore rinviato a giudizio per “favoreggiamento” ai mafiosi dell’inchiesta “Alias”.

CdG D Oronzo_De VitisNotificati gli avvisi di conclusione delle indagini , ex- art. 415 bis agli esponenti della criminalità organizzata tarantina che lo scorso anno vennero coinvolti ed arrestati nell’ operazione “Alias” condotta dalla Polizia di Stato sotto il coordinamento della Direzione distrettuale Antimafia di Lecce . Coinvolti nell’inchiesta “boss” della malavita come Orlando D’Oronzo  e Nicola De Vitis ,  elementi di spicco della malavita che controllano tutte le attività illegali a Taranto e provincia, nonostante si trovassero in soggiorno obbligato in Sardegna e nel Veneto .

CdG LordE’ stato  grazie alle intercettazioni telefoniche che gli investigatori della Questura di Taranto diretti dal dottor Roberto Giuseppe Pititto sono riusciti ad identificare gli appartenenti all’ organizzazione di stampo mafioso che imponeva il “pizzo” a imprenditori e commercianti della città. L’ operazione è quella che ha portato in carcere anche l’imprenditore-politicante (del Nuovo PSI)  Fabrizio Pomes, finito arrestato in carcere insieme agli altri .

L’avviso di garanzia è stato notificato anche a tre noti imprenditori della città, fra cui Giovanni Geri  titolare del noto negozio di abbigliamento  “Lord ” presidente della Federmoda-Confcommercio di Taranto  che recentemente è stato sottoposto a dei controlli fiscali da parte della Guardia di Finanza durati tre settimane,  ed a Giovanni Perrone membro della famiglia Perrone proprietaria della “Ferramenta Perrone”, famiglia di cui fa parte Angelo Perrone,   a cui la Confcommercio di Taranto aveva affidato  la Presidenza della categoria “ferramenta & bricolage” .

CdG procu Motta DDA LecceSia Geri che Perrone,  sono stati accusati di favoreggiamento all’organizzazione mafiosa, reato punito con la reclusione fino a quattro anni. Il terzo rinviato a giudizio è un imprenditore, Vladimiro Viola titolare della ditta della ditta F.lli Viola. Non sbagliavamo quindi quando a suo tempo (leggi QUI) raccontavamo le pesanti accuse mosse dal Procuratore Distrettuale Antimafia di Lecce dr. Cataldo Motta il quale aveva accusato pubblicamente , in occasione della conferenza stampa per l’ “operazione Alias“, commercianti, imprenditori e politici tarantini, per non aver collaborato alle indagini  svolte dagli investigatori della Polizia di Stato.

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Accuse non infondate quindi quelle degli investigatori della Polizia di Stato, che hanno infatti indotto il pubblico ministero dr. Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia  presso la Procura della Repubblica di Lecce –  a richiedere il processo anche per i tre commercianti rinviati a giudizio.

Schermata 2015-03-16 alle 19.18.17Per  accuse del dr. Motta, e da noi quindi solo riferite,  qualcuno ha pensato di denunciarci per cercare di metterci a tacere, ma inutilmente ! Questi “faccendieri” non hanno ancora capito che alla fine la verità viene sempre a galla, e non basta organizzare dei convegni ed invitare qualche ufficiale delle forze dell’ ordine tarantine, per poter parlare a pieno titolo di legalità.

Questo l’elenco dei destinatari (oltre i 3 commercianti) dei provvedimenti cautelari, a carico dei quali è stata richiesto dalla Procura della Repubblica di Taranto il processo:

Cosimo Appeso, 41anni; Egidio Bianchi, 44 anni; Calogero Bonsignore, 52anni; Raffaele Brunetti, 62anni; Christian Buzzacchino, 27anni; Cosimo Buzzacchino, 55anni; Sergio Cagali, 60anni; Pietro Cetera, 46anni ; Giuseppe D’Andria, 51anni; Francesco D’Angela, 28anni; Orlando D’Oronzo, 56anni; Michele De Vitis, 55anni; Nicola De Vitis, quarantasei; Andrea Di Carlo, 34anni; Gianpiero Di Carlo, 35anni; Gaetano Diodato, 45anni ; Davide Forti, 35anni; Graziano Forti, 42anni; Mahmoud Gabsi, 29anni; Pasquale Giannotta, 41anni; Francesco Lattarulo, 34anni; Carmelo Lazzari, 42anni; Francesco Leone, 28anni; Pietro Leone ; Tommaso Lugiano 60anni ; Fabio Marcucci 36anni ; Leo Mollica 52anni; Fabio Murianni, 34anni; Michele Natale 36anni; Polo Bladimir Josè Oduver, 38anni; Giovanni Peluso, 53anni; Angelo Pizzoleo, 39anni; Vincenzo Fabrizio Pomes, 48anni; Fabio Raimondi, 35anni; Gaetano Ricciardi 41anni; Moreno Rigodanzo, 36anni; Roberto Ruggieri, 51anni; Massimiliano Salamina, 44anni; Giorgio Saponaro, 32anni; Francesco Scarci, 52anni; Salvatore Scarcia, 47anni; Manuel Soru, 33anni; Sandro Soru 32anni; Riccardo Vallin, 42anni; Giuseppe Zacometti, 44anni; Gaetano Ziccardi, 29anni; Vincenzo Basile 43anni; Angelo Di Carlo, 45anni; Cosimo D’Oronzo, 36anni.

Il collegio dei legali difensori è composto, tra gli altri, dagli avvocati Angelo Casa, Fabio Nicola CervelleraLuigi DanucciSalvatore MaggioAntonio Mancaniello,Franz PesareEnzo Sapia,  Gaetano Vitale,  del foro di Taranto.




L’ Antimafia attacca il Comune. Fabrizio Pomes arrestato per “concorso esterno in associazione mafiosa”

Nella lista delle 52 le persone arrestate nell’inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, che in collaborazione con la Squadra Mobile di Taranto che ha sgominato il ricostituito (ed ora sgominato) “clan” D’Oronzo-De Vitis compare l’imprenditore Fabrizio Pomes, ex segretario provinciale del Nuovo Psi, ex consigliere comunale ed ex consigliere circoscrizionale tarantino, e recentemente presidente del “Centro Sportivo Magna Grecia” ,  il quale negli ultimi tempi era molto “vicino” alla lista Puglia per Vendola , accusato dagli inquirenti di “concorso esterno in associazione mafiosa ed intestazione fittizia di beni”.  Il Procuratore capo della DDA di Lecce, dr. Cataldo Motta, illustrando i dettagli dell’inchiesta, ha criticato fortemente anche il comportamento dell’amministrazione comunale, che ha consentito la gestione alla cooperativa da parte del  Pomes, non procedendo ai dovuti accertamenti e nonostante “episodi di morosità”.

Sono ancora in corso delle indagini degli uomini della Squadra Mobile su alcune anomalie nell’assegnazione della gestione del “Magna Grecia“. Il Comune di Taranto in un primo momento adempiendo alle norme di Legge aveva indetto un bando pubblico per l’affidamento della struttura sportiva. Bando che all’improvviso come per incanto è stato abbandonato, venendo trasformato in una prosecuzione provvisoria dell’ affidamento della cooperativa creata dal Pomes, di cui facevano parte due pregiudicati condannati per associazione mafiosa. Uno stop improvviso del bando pubblico del Comune di Taranto, che il procuratore Motta ha etichettato “inusuale e poco limpido” e in merito al quale “si sta attualmente indagando, in quanto al momento non vi sono delle responsabilità dell’ Amministrazione pubblica conclamate e certificate“.

 Schermata 2014-10-06 alle 17.37.54Secondo le accuse, Pomes avrebbe partecipato dall’esterno alle attività dell’organizzazione guidata dal “boss” Orlando D’Oronzo, costituendo delle cooperative di cui facevano parte anche due pregiudicati condannati per associazione mafiosa, una delle quali ha gestito  la struttura comunale  sportiva “Magna Grecia” . La gara d’appalto avviata a suo tempo dal Comune di Taranto venne bloccata e trasformata in “proroga del servizio“. Pomes, commentando l’assegnazione alla Coop Falanto di un appalto comunale per la pulizia di giardini , intercettato, diceva che “è stata posta la prima pietra”, e poi rivolgendosi al telefono al boss  D’Oronzo aggiunge  “che la coop deve assumere purtroppo 35 operai della vecchia ditta incaricata che sono ‘teste calde’”. D’Oronzo gli rispondeva “tu digli a chi è intestata la coop e poi vediamo se sono teste calde”.

Giuseppina Pasqua Castellaneta (AT6)

nella foto Giuseppina Pasqua Castellaneta (AT6)

Nell’ordinanza si legge “che gli interessi economici dell’associazione diretta dal duo De Vitis-D’Oronzo in stretta correlazione con gli ambienti della pubblica amministrazione siano ancora esistenti ed anzi in progressiva ascesa è dimostrato anche dal gravissimo, recentissimo episodio  che ha visto l’intimidazione di un rappresentante locale della pubblica amministrazione posta in essere sulla pubblica via (nella zona vecchia di Taranto) da un gruppo di quattro persone che hanno invitato caldamente il Consigliere Comunale a non mancare al prossimo consiglio comunale nel quale sarebbero stati affrontati argomenti che interessavano D’Oronzo”. A questo episodio fece seguito la presenza nell’aula consiliare il 23 giugno 2014 nel corso del consiglio, di Michele De Vitis , fratello di Nicola e marito del consigliere Giuseppina Pasqua Castellaneta eletta nelle liste di AT6 la lista civica guidata da Mario Cito, figlio di Giancarlo Cito.

La vicinanza del Pomes ad alcuni politici della   lista “Puglia per Vendola” l’abbiamo riscontrata anche personalmente nel backstage dell’evento “Battiti Live” organizzata nello scorso mese di agosto sul lungomare di Taranto, dove Pomes (ignaro di essere pedinato e filmato) circolava alticcio a braccetto con i consiglieri comunali Cosimo Gigante (eletto nelle liste del PSI),  Filippo Illiano e l’assessore comunale Cisberto  Zaccheo (questi ultimi tre estranei all’inchiesta), ed in quella occasione abbiamo assistito ad una situazione paradossale in cui i consiglieri comunali protestarono vivamente nei confronti degli organizzatori, in quanto il servizio di sicurezza della manifestazione aveva avuto l’ardire di invitare ad uscire dal backstage l’allegra brigata di consiglieri comunali e delle rispetti consorti in quanti privi dei “pass” d’accesso all’area riservata al backstage. In quell’occasione il consigliere comunale Filippo Illiano (titolare di una videoteca in cui vengono venduti anche filmini hard) si scagliò verbalmente contro gli organizzatori dicendo in dialetto tarantino “Voi non sapete chi sono io, come vi permettete, questa è casa mia, io vi stacco la luce e vi caccio tutti quanti“. Salvo poi andare insieme al Pomes a caccia di autografi e selfie…mentre il vicesindaco Lonoce presente ai fatti, riuscì a ricomporre la squallida diatriba. Per la gioia delle consorti dei consiglieri, che se ne restarono comodamente sedute nel nackstage, continuando a sentirsi delle “vip” !