Processo “ALIAS”. Chiesti 140 anni di carcere per il clan D’Oronzo- De Vitis

Processo “ALIAS”. Chiesti 140 anni di carcere per il clan D’Oronzo- De Vitis

L’indagine “Alias 2” era stata preceduta dall’inchiesta “Alias” del 6 ottobre 2014 che aveva condotto gli inquirenti all’arresto di 52 persone dello stesso clan accusate, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.

ROMA – Nell’udienza di giovedì scorso del maxi processo antimafia di secondo grado “Alias”, di fronte al collegio presieduto dalla Dr.ssa Patrizia Todisco del tribunale di Taranto con i giudici a latere Madaro e De Cristofaro , il P.M.  Alessio Coccioli della Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, ha ripercorso con  un intervento durato 5 ore, le azioni criminose del clan mafioso tarantino capeggiato da Orlando D’Oronzo e Nicola De Vitis, che a partire dagli anni ’90 aveva messo a ferro e fuoco Taranto in una guerra tra bande senza esclusioni di colpi.

Un’associazione mafiosa che, come si legge nelle carte della magistratura, “aveva acquisito nuova linfa, essendo in grado di ingenerare nella generalità della popolazione quella condizione di assoggettamento e la conseguente omertà, propria di ogni associazione criminale di stampo mafioso”.

L’indagine “Alias 2” era stata preceduta dall’inchiesta “Alias” del 6 ottobre 2014 che aveva condotto gli inquirenti all’arresto di 52 persone dello stesso clan accusate, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, omicidio, estorsione, rapina e detenzione di armi.  A coordinare l’attività giudiziaria, era stato il PM Alessio Coccioli.

Fabrizio Pomes

Pressante l’interesse del D’Oronzo per l’aggiudicazione di appalti e servizi presso le Pubbliche Amministrazioni di Taranto e provincia. A tal fine si era fatto promotore di un consorzio di imprese per mettere le mani sui lavori di rifacimento del porto mercantile di Taranto. Le indagini della Squadra Mobile di Taranto hanno consentito di accertare che Orlando D’Oronzo e Vincenzo Fabrizio Pomes con la complicità di funzionari del Comune di Taranto utilizzavano la cooperativa Falanto Servizi al fine di gestire il centro sportivo Magna Grecia nonché altre strutture comunali senza sborsare un solo centesimo di euro all’amministrazione comunale tarantina . L’obiettivo del clan era, inoltre, quello di aggiudicarsi gli appalti “per i quali il Comune aveva indetto delle gare pubbliche”.

Dalle indagini del GICO della Guardia di Finanza di Lecce è emersa la sproporzione tra i redditi dichiarati dai componenti dell’organizzazione criminale, i componenti della famiglia Pomes ed il patrimonio posseduto. Sono stati sequestrati conti bancari, terreni, quote societarie, interi compendi aziendali, auto, moto e diverse unità immobiliari per un valore di oltre 4 milioni di euro. “Dovete capire che adesso comandiamo noi”, dicevano gli esponenti del clan ai proprietari delle più fiorenti attività commerciali. E, in effetti, prima del provvidenziale e incisivo intervento della Magistratura e delle Forze di Polizia erano riusciti a mettere le mani sulla città.

Nel corso della sua requisitoria il pm Coccioli ha ricordato il forte legame ed alleanza intercorrente fra   D’Oronzo e De Vitis con Antonio Modeo, nella lotta contro i suoi fratelli, culminata con l’uccisione di Cosima Ceci, la madre dei fratelli Modeo, morte per la quale  Nicola De Vitis è stato condannato a 25 anni di reclusione. Il pm Coccioli  durante il suo intervento di ieri in Tribunale a Taranto, ha parlato dei contatti dei due con la malavita tarantina, della ramificazione del clan all’interno del tessuto criminale non solo tarantino, ma anche dei legami con altre organizzazioni criminali operanti in Sardegna, Calabria, Sassari, Brindisi, Matera, ma anche dei sodali utilizzati come “ponte”  nel territorio veronese durante il loro obbligo di soggiorno, con il basso profilo adottato alla  ripresa delle loro attività illegali, arrivando alla scarcerazione avvenuta nel 2012.

Il P.M. Coccioli   ha quindi chiesto  32 condanne per un totale di 140 anni di reclusione, per i componenti del clan D’Oronzo- De Vitis .

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