Presentati i risultati dell’indagine epidemiologica sull’ ILVA. Con qualche dimenticanza….

schermata-2016-10-03-alle-17-04-10Dallo studio realizzato nell’ambito delle attività del Centro Salute e Ambiente della Regione Puglia, in collaborazione con il Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, dell’ Asl di Taranto, di Arpa Puglia e di Ares Puglia sono emersi degli aspetti  interessanti meritevoli di attenzione:  la produttività dell’ILVA ha manifestato delle variazioni nel periodo 2008-2014 con un declino a seguito della crisi economica (2009), un successivo aumento negli anni 2010-2012, e un declino nel 2013-2014. C0nseguenziale quindi che l’andamento produttivo, e la conseguente variazione delle emissioni  abbia determinato degli effetti effetto sui livelli di inquinamento nelle aree urbane limitrofe  allo stabilimento siderurgico. L’andamento della mortalità ha viaggiato di riflesso sull’andamento della produttività che causava e causa l’inquinamento nei quartieri Tamburi e Borgo di Taranto. Si sono riscontrate quindi a seguito di incrementi del PM10 di origine industriale delle variazioni nei tassi di mortalità fino al 2012,  per poi osservare una sensibile riduzione sia dell’inquinamento che della mortalità nel 2013-2014.

schermata-2016-10-03-alle-17-05-17Lo studio è stato effettuato sulle 321.356 persone residenti tra il 1 gennaio 1998 ed il 31 dicembre 2010 nei comuni di Taranto, Massafra e Statte. Tutti i soggetti sono stati seguiti fino al 31 dicembre 2014, ovvero fino alla data di morte o di emigrazione. Ad ogni individuo, sulla base dell’indirizzo di residenza, sono stati attribuiti gli indicatori della esposizione alla fonte di inquinamento presente nell’area utilizzando i risultati di modelli di dispersione in atmosfera degli inquinanti scelti come traccianti (Pm10 ed So2, ovvero polveri sottili e anidride solforosa). Entrambi gli inquinanti, tra i cittadini più esposti (concentrazione di 10 microgrammi per metro cubo), sono responsabili di nuovi casi di tumore al polmone: +29% causato dalle polveri e +42% dalla anidride solforosa. Lo studio, inoltre, ha evidenziato che l’esposizione alle polveri industriali è responsabile del 4% in più di mortalità. In particolare, l’aumento di mortalità per tumore polmonare è del 5%, mentre la percentuale sale al 10% per infarto del miocardio. Quanto alla mortalità per effetto della anidride solforosa, questa registra un aumento del 9%: in particolare +17% per tumore polmonare, +29% per infarto del miocardio.

 

lo stabilimento Ilva di Taranto

lo stabilimento Ilva di Taranto

Analizzando lo stato di salute dei bambini di età compresa tra 0-14 anni residenti a Taranto, “si sono osservati eccessi importanti per le patologie respiratorie: in particolare tra i bambini residenti al quartiere Tamburi si osserva un eccesso di ricoveri pari al 24%”; una percentuale che sale “al 26% tra i bambini residenti al quartiere Paolo VI”. Sono alcuni dati contenuti nel rapporto secondo cui “c’è relazione causa-effetto tra emissioni industriali e danno sanitario”, in cui si illustrano i risultati dell’indagine epidemiologica condotta per valutare l’effetto delle sostanze tossiche di origine industriale emesse dal complesso ILVA sulla salute dei residenti.

Alla presentazione a Bari è  intervenuto il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, “novello ambientalista” dell’ultima ora, con evidenti chiare motivazioni elettorali e speculari anti-Renzi,  dichiarando che “oggi abbiamo una riunione straordinaria di giunta nella quale dovremo valutare se impugnare davanti alla Corte Costituzionale l’ultimo decreto Ilva. Questa giornata comincia con l’esame dei dati e prosegue con la valutazione tecnico-giuridica sulla eventuale lesione delle attribuzioni della Regione Puglia a seguito di questo decreto” dimenticando di ricordare un piccolo particolare: questi studi non li ha voluti, ne disposti lui.

Ma Emiliano ancora una volta ha la memoria corta, dimenticando di essere stato il segretario regionale pugliese del Pd , quando alcuni esponenti del suo partito sono stati intercettati, rivelandosi fiancheggiatori della famiglia Riva, che corrompeva la politica locale a 360° gradi, partendo dal Pd passando dal PdL-Forza Italia per poi finire a Sinistra Ecologia e Libertà guidata da Nichi Vendola. Senza dimenticare alcuni giornalisti ed editori…Tutto questo Emiliano lo dimentica o finge di non ricordarlo, probabilmente troppo oberato ad “ispirare” liste elettorali in prossimità delle prossime elezioni amministrative di Taranto che si svolgeranno nel 2017.

CdG federacciai_GozziCioè quando è stato dato avvio al risanamento ambientale, dopo che il  Governo Letta e poi  il Governo Renzi hanno commissariato l’ ILVA rimuovendo il controllo e la gestione della proprietà Gruppo Riva, tanto “cara” alla Federacciai di Gozzi ( a sinistra nella foto) non ha mai attuato alcun risanamento ambientale . I Riva probabilmente erano troppi impegnati all’epoca dei fatti a “spostare” la modica… cifra di 2 MILIARDI di euro di utili dall’ Italia alla Svizzera sotto gli occhi dell’informazione locale pilotata, foraggiata e corrotta, e nel disinteresse a dir poco sospetto  della Procura di Taranto e della Guardia di Finanza di Taranto che in quegli anni sembravano non accorgersi di nulla di quanto avveniva, pur in presenza di una causa civile intrapresa dal gruppo Amenduni, socio al 10% dell’ ILVA di Taranto.

Non sono mancati infatti fra i fornitori dell’ ILVA (gestione Riva) importanti lavori affidati  a società di un esponente politico del centrodestra, imparentato con un magistrato della Procura di Taranto, o ad un imprenditore imparentato a sua volta con un giudice del Tribunale di Taranto molto presente nelle vicende giudiziarie dell’ ILVA. Ma tutto questo, Emiliano ed i suoi “seguaci” tarantini dell’ ultim’ora,  ed alcuni “pennivendoli” locali noti per essere i ventriloqui della procura e delle associazioni ambientalisti (che si reggono su fondi e finanziamenti a dir poco occulti), non lo dicono. Per non parlare poi del giornalista Michele Mascellaro “premiato” con l’ assunzione come addetto stampa nell’attuale gruppo regionale pugliese del Pd . Ma tutto questo Emiliano lo dimentica. Chissà come mai…

 




Sono 29 le manifestazioni di interesse per l’ ILVA

di Marco Ginanneschi

Sono 29 le manifestazioni di interesse per le società e per asset parziali del Gruppo ILVA.  Lo ha reso noto lo stesso gruppo dopo che oggi, alle 18, si sono chiusi i termini per la manifestazione di interesse per l’acquisizione di Ilva. All’invito, si legge in una nota della società, hanno risposto 29 soggetti che hanno manifestato interesse per l’intero gruppo Ilva o per le singole società controllate ( ILVAServizi marittimi,ILVAform, Innse Cilindri, Sanac, Taranto energia, Socova e Tillet).

cdG arcelorMittalNell’ultimo giorno utile sono   arrivate presso lo studio del notaio Carlo Marchetti di Milano, quelle del colosso ArcelorMittal, del gruppo cremonese Arvedi, dell’Eusider di Costa Masnaga (Lecco) e degli italo-svizzeri di Transteel, che si sono andate ad affiancare le  due manifestazioni di interesse da noi rese pubbliche nei giorni precedenti, e cioè  del gruppo Marcegaglia e della Cassa depositi e prestiti, Csn Steel (Brasile), Erp Compliant Fuels (fondo Usa), il gruppo Tecnotubi controllato da Michele Amenduni, cugino dei più noti Amenduni-Gresele già presenti con una quota del 10% nel capitale sociale dell’ILVA insieme ai Riva  (con cui sono in causa) , ed il gruppo cinese P&C Shenzhen Fund.

Le ammissioni alla “data room” saranno comunicate domani, cioè da quando prenderà il via il programma della procedura che dovrà condurre alla cessione a terzi (anche sotto forma di affitto) entro il 30 giugno 2016  dei complessi aziendali dell’ILVA.

CdG-commissari-ILVAA partire da domani ,infatti, i commissari Corrado Carrubba, Piero Gnudi e  Enrico Laghi  esamineranno le varie manifestazioni di interesse pervenute, ammettendo solo quelle che detengono i requisiti di accesso on linee alla “data room”  e successivamente alla “management presentation“, cioè alla presentazione che verrà effettuata da parte del management dell’ILVA dei diversi complessi aziendali.

Hanno potuto partecipare alla procedura di presentazione delle manifestazioni di interesse, secondo i criteri di ammissione stabiliti dal bando, imprese individuali o in forma societaria nazionali o estere; soggetti interessati ad un investimento finanziario anche di lungo periodo; soggetti industriali o commerciali o finanziari nell’ambito anche di eventuali cordate ancora da costituire e alle quali possano unirsi soggetti industriali e/o commerciali e/o finanziari che siano in grado di garantire la continuità produttiva dei complessi aziendali oggetto dell’operazione, anche con riferimento alla garanzia di adeguati livelli occupazionali, e di sviluppare la relativa produzione siderurgica in Italia anche con riferimento ai profili di tutela ambientale.

Le società concorrenti, non devono avere a proprio carico delle insolvenze contributive negli ultimi 12 mesi. Successivamente si passerà alla seconda fase della cessione sarà completata entro il 31 marzo con la consulenza di Banca Rothschild global advisor dell’operazione.  Dopodichè i partecipanti interessati avranno due settimane a disposizione per presentare delle offerte vincolanti che saranno oggetto di analisi e valutazione dai commissari entro il 15 aprile.

Soltanto a quel punto i commissari straordinari potranno anche suggerire e favorire la creazione di una cordata. Il bando infatti, non a caso, prevede la possibilità di “costituire cordate, anche unendosi a soggetti che non abbiano manifestato interesse“.

Chi sono i “concorrenti”

Il gruppo Arvedi di Cremona, è una delle più importanti e significative realtà siderurgiche a livello europeo ed è il secondo polo siderurgico italiano, dopo l’ ILVA con una fatturato di 2,089 miliardi ed margine operativo lordo che supera i 200 milioni, equivalente al 9,7% dei ricavi. Arvedi è  tra i leader nel settore dei prodotti piani e dei tubi, produce e trasforma 3,5 milioni di tonnellate di acciaio, con un fatturato di circa 2,2 miliardi di euro e circa 2.600 dipendenti)

 Il gruppo Marcegaglia di Mantova,  che si occupa della trasformazione dell’acciaio ,  fa aveva manifestato già due anni  interesse per l’ILVA affiancando in veste di partner di minoranza  la proposta del colosso franco-indiano  ArcelorMittal: al momento la manifestazione d’interesse è stata presentata solo come gruppo Marcegaglia , preferendo attendere che si manifestino tutti i pretendenti con i quali, eventualmente, creare una cordata.

ArcelorMittal è uno tra i principali colossi internazionali dell’acciaio creatosi nel 2006 dalla fusione tra la francese Arcelor e l’indiana Mittal steel company, ed ha il proprio quartier generale in Lussemburgo.

 Fra i possibili partner per una cordata tutta “made in Italy” , è presente anche la Cassa depositi e prestiti  il cui interesse  – aveva chiarito l’amministratore delegato Gallia, in un’audizione alla Commissione Attività produttive della Camera – è quello di partecipare con un ruolo di minoranza a una cordata intenzionata a rilevare le attività di Ilva. “Siamo disponibili – disse Gallia a un progetto industriale che permetta a Ilva di tornare competitiva. Avremo un ruolo di minoranza ed entreremo nella data room“.

Un’ ’altra società lombarda che ha manifestato interesse per l’ILVA è la Eusider, di proprietà per il 100% della famiglia Anghileri, che da tre generazioni opera nel settore dei metalli.




Mentre a Milano e Roma si lavora per il salvataggio definitivo dell’ ILVA, a Taranto c’è chi rema contro

CdG panoramica ILVAIl gruppo mantovano della famiglia Marcegaglia  formalizzerà oggi una proposta  che verrà depositata entro le 18 di mercoledì presso il notaio Carlo Marchetti in Milano, sede deputata al deposito delle offerte contenenti le manifestazioni di interesse per l’avvio della procedura di vendita degli asset dell’ILVA.  Tra i potenziali interessati all’operazione di vendita avviata dai tre commissari straordinari Corrado CarrubaPiero Gnudi,  ed Enrico Laghi nominati dal Governo Renzi, compare anche il gruppo cremonese Arvedi il cui interesse della realtà  è ben noto da tempo avendo risposto positivamente anche alla fase di “ricognizione”dell’anno scorso. Nona caso circola ormai da diverse settimane, un ipotetico progetto di integrazione tra le attività dell’acciaierie cremonesi e l’ ILVA.

In queste settimane sono circolati anche i nominati di gruppi di dimensioni più piccole, che potrebbero manifestare il proprio interesse, per poi affiancarsi in una successiva fase di aggregazione attorno ad una cordata di matrice italiana, partecipata dalla Cassa Depositi e Prestiti, composta dal trader Trasteel, di Eusider, e della famiglia Ottolenghi.

Ccc acquisizione ILVAIn questa prima fase, spiegano gli addetti ai lavori, i gruppi ed i potenziali acquirenti che formalizzeranno una manifestazione di interesse saranno attratti soprattutto dalla possibilità di avere accesso alla “data room” di ILVA, che consentirà l’ora di accedere nei dettagli alla valutazione dei numeri e conoscere la reale situazione industriale del colosso tarantino, acquisendo informazioni preziose. Per questo motivo anche l’elenco dei soggetti stranieri è potenzialmente aperto. In questi ultimi mesi sono tre i principali gruppi esteri che avevano manifestato interesse per lo stabilimento di  Taranto e che per questo motivo ci si attende la loro manifestazione di interesse: i coreani di Posco, l’indiana Jindal ed il colosso franco-indiano ArcelorMittal.
Vanno ricordate e tenute ben presenti le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi che ha chiarito e ribadito in un’intervista sulle pagine confindustriali del Sole24Ore, che non consentirà ai competitors stranieri di riuscire a far chiudere l’ILVA,  Noi non accetteremo mai che ILVA sia uccisa dalle lobby di acciaierie di altri paesi. Adesso è aperto il bando, vediamo se – come io credo – ci sarà una cordata vincente. Sono ottimista. Dichiarazioni a cui hanno fatto seguito quelle del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, durante una trasmissione del programma ‘Uno Mattina’ su Rai Uno, si è manifestato fiducioso sulla possibilità che l’ ILVA possa rientrare a pieno titolo sul mercato “soprattutto, se non esclusivamente, con capitali italianiAnche perché le imprese di altri Paesi si cominciano a preoccupare che torni sul mercato un grande player italiano: questo è il punto, parliamoci chiaro“, e seguite da quelle   del ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi: “Il governo – ha dichiarato la Guidi a Rainews24 – sta continuando a fare quello che ha sempre dichiarato: rimettere velocemente tutto il complesso Ilva sul mercato, rilanciarlo, fare un turnaround complesso e complicato, soprattutto mantenere i giusti impegni sull’aspetto ambientale e rilanciare senza perdere la strategicità di un impianto siderurgico. Questo vale per tutta l’Ilva“.

nella foto Paolo Scaroni con il presidente Putin

nella foto Paolo Scaroni con il presidente russo Vladimir Putin

Così come va tenuta nel giusto conto l’ipotesi di interesse di Paolo Scaroni all’ex amministratore delegato dell’  Eni ed attuale deputy chairman di Rothschild,  manifestata nei giorni scorsi in un “Faccia a Faccia” di Mix24 su Radio 24, il quale ha dichiarato al conduttore Giovanni Minoli di aver incontrato lo scorso 22 gennaio il premier Renzi per parlare dell’ ILVA e si è detto favorevole alla possibilità di guidare una cordata tutta italiana. “Il processo di dismissione dell’ILVA è appena iniziato – ha detto Scaroni  è molto presto per fare ragionamenti intorno all’Ilva. Diciamo che se si creasse una cordata italiana che avesse bisogno di una persona che conosce un po’ il mondo dell’acciaio ci penserei“.

Una soluzione questa che avanza lentamente e si consolida, e che prevederebbe  non solo la partecipazione dello Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti che agirebbe utilizzando il Fondo Strategico e potrebbe acquisire una pacchetto importante di azioni , seppure di minoranza, per un massimo del 30-40%, che  vedrebbe la partecipazione di diversi gruppi industriali italiani, e delle banche che hanno sinora anticipato garantito i finanziamenti del Governo all’ ILVA di Taranto.
Altra ipotesi di intervento e compartecipazione dello Stato nella cordata, quello del fondo “salva-imprese”, il nuovo strumento creato dal Governo che avrà  proprio la Cassa Depositi e Prestiti come principale sottoscrittore . Il governo conta di avere risorse da destinare a questo fondo sino a 3 miliardi di euro ed affianco alla Cdp vedrebbe la compartecipazione di Poste Vita ed Inail per un 10/15 % dell’investimento complessivo .
CdG confindustria_1Mentre sull’ asse Milano-Roma si lavora al vero salvataggio industriale e gestionale dell’ ILVA, a Taranto c’è ancora chi occupa il proprio tempo a fare polemiche e proteste inutili . E’ incredibile infatti vedere Confindustria Taranto affiancarsi ancora una volta ai sindacati metalmeccanici,  che stanno organizzando una manifestazione simbolica con uno sciopero lampo di 4 ore, della serie “ci siamo anche noi”, dimenticando i “miracoli” finanziari fatti del Governo Renzi per garantire l’occupazione di oltre 14mila famiglie dei dipendenti dell’ ILVA e 300 società dell’ indotto (con ulteriori 5mila addetti) . E’ a dir poco incoerente fare comunicati per ringraziare il lavoro dei deputati tarantini del Pd Pelillo e Vico per l’impegno ed il sostegno apportato al salvataggio dell’ ILVA e delle società fornitrici, e poi scendere in piazza accanto ai sindacati. Se fosse dipeso dai sindacalisti, ambientalisti ed imprenditori locali, a quest’ ora lo stabilimento siderurgico di Taranto sarebbe già chiuso e fallito e la città in “fiamme”, ovvero sarebbe scoppiata una vera e propria insurrezione popolare.

nella foto Fabio Riva, attualmente detenuto in carcere

nella foto Fabio Riva, attualmente detenuto in carcere

Altrettanto imbarazzante la posizione della Confindustria nazionale e della Federacciai, sempre pronti a difendere e “proteggere” il Gruppo Riva, ed a elargire pagelle di insufficienza al Governo, ai vai Commissari nominati ed al management dell’ ILVA in amministrazione straordinaria, dimenticando la mancata, o meglio omessa  “ambientalizzazione” degli impianti dello stabilimento tarantino da parte della famiglia Riva nel corso della sua ventennale gestionale, coronata da un’evasione fiscale di oltre 2 miliardi di euro, accertata dalla Guardia di Finanza. Unica voce “solitaria” nell’imprenditoria (quella “vera”) il Gruppo Amenduni, che era socio al 10% del Gruppo Riva, e che da anni ha intrapreso non poche azioni legali di ogni genere nei confronti dei Riva.

La vera fase conclusiva della crisi dell’ ILVA sta per partire, ed una cosa è certa: nessuno dei cosiddetti “imprenditori” di Taranto vi parteciperà. Tutti gli “addetti ai lavori” preferiscono restare dei “prenditori“, cioè soltanto dei fornitori, cercando di portare a casa le proprie commesse e se possibile i crediti maturati sinora. Per le ragioni ormai ben note a tutti e soprattutto perché nel corso degli anni, nella storia dello stabilimento siderurgico tarantino, nessuno ha mai conquistato con i fatti un minimo di attendibilità. Ma di tutto questo, noi non ci meravigliamo.



Nove indagati a Milano per la bancarotta dell’ILVA, fra cui l’ ex prefetto di Milano Bruno Ferrante

nella foto, Bruno Ferrante

nella foto, Bruno Ferrante

Proprio  giorno in cui la Cassa depositi e prestiti  tramite il proprio amministratore delegato Fabio Gallia in audizione alla Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati  ha reso noto ufficialmente di aver “dato disponibilità” alla propria partecipazione con “un ruolo di minoranza” a “un progetto che che renda possibile all’ILVA di tornare competitiva“, la Procura della repubblica di Milano ha iscritto nel registro degli indagati per bancarotta sette componenti della famiglia Riva, oltre  l’ex prefetto di Milano, Bruno Ferrante che era stato  nominato presidente del siderurgico nel 2012 per dare un segnale forte e chiaro di lontananza con il “modus operandi” dei  precedenti manager e offrire una garanzia di trasparenza nella gestione, ricoprendo l’incarico sino al maggio 2013, allorquando il gip di Taranto Patrizia Todisco dispose un maxi sequestro da 8,1 miliardi sui beni del gruppo Riva e lo stesso Ferrante finì nel mirino della magistratura tarantina per reati ambientali. Fu allora che Ferrante diede le le dimissioni dal suo incarico , insieme ai consiglieri Enrico Bondi e Giuseppe De Iure. L’ex prefetto di origine leccese,  prima dell’ILVA aveva guidatola Fibe Campania, una società del gruppo Impregilo rimasta invischiata nell’emergenza rifiuti.

La nuova indagine della procura meneghina, sarebbe stata aperta nel giugno 2015, cinque mesi dopo l’avvenuta dichiarazione di insolvenza da parte del Tribunale fallimentare di Milano propedeutica all’ammissione del gruppo alla procedura di amministrazione straordinaria. Insieme a Ferrante sono indagati Adriano, Fabio, Angelo Massimo, Claudio, Cesare Federico, Daniele ed Emilio Massimo nipote del defunto “patron” Emilio Riva.

il commissario ILVA Piero Gnudi

nella foto il commissario ILVA Piero Gnudi

A presentare l’istanza era stato il commissario, Piero Gnudi. Secondo il Tribunale, l’azienda non aveva “né mezzi propri né affidamenti da parte di terzi” che consentivano di soddisfare “regolarmente e con mezzi normali le obbligazioni e di far fronte, contestualmente, all’attuazione degli interventi previsti dal Piano Ambientale” delineato nel marzo del 2014. Il 28 febbraio i giudici fallimentari hanno rilevato un indebitamento dell’ILVA pari a oltre 2,9 miliardi di euro, un capitale circolante negativo per circa 866 milioni di euro e una posizione finanziaria netta negativa per quasi 1,6 miliardi di euro. La decisione era stata impugnata dalla famiglia Riva e dagli azionisti di minoranza (10.1 %)  Amenduni, secondo i quali lo stato di insolvenza è imputabile alla gestione commissariale e non all’ILVA come azienda.




I commissari ILVA chiedono due miliardi agli eredi Riva dinnanzi al Tribunale di Milano

CdG commissari ILVAUn atto di citazione è stato depositato nei giorni scorsi dinnanzi al Tribunale di Milano dai commissari dell’ILVA  Corrado Carruba,Piero Gnudi  ed Enrico Laghi con contestuale richiesta di due miliardi di euro di danni alla famiglia Riva, ed alla Riva Fire in veste di  soci di controllo di ILVA, i quali  invece di avviare la società ad un ormai inevitabile percorso di risanamento ambientale, hanno prima svuotato L’ILVA delle risorse finanziarie necessarie per attuare gli ingenti investimenti a ciò necessari  e successivamente “isolato ILVA” dal resto del gruppo Riva attraverso una scissione della capogruppo Riva Fire, e guarda nello stesso periodo contemporaneamente i membri della famiglia Riva rassegnavano via via le dimissioni dalle varie cariche detenute in ILVA .

I commissari quantificano la somma di due miliardi , sulla base di uno studio della società internazionale di revisione Price Waterhouse che ha calcolato il valore che l’ILVA avrebbe avuto, se la società avesse potuto disporre di una somma pari a 1,13 miliardi derivante dalla dismissione delle partecipazioni detenute in due casseforti del gruppo per attuare il piano industriale e il risanamento aziendale. Una somma, invece, che è stata utilizzata per il rimborso anticipato di finanziamenti concessi da STAHL (società controllata da Riva Fire) all’ ILVA.

Nell’atto di citazione presentato dai commissari, si legge  che l’azione giudiziaria, “viene esperita al fine di reintegrare il patrimonio di ILVA anche (se non soprattutto) nell’interesse dei creditori concorsuali” ed è riferita appunto alla circostanza che l’ILVA  da un anno si trova in amministrazione straordinaria. Inoltre viene contestato che la revisione nel 2012 dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’ ILVA nel 2011 avesse “l’obiettivo di rendere ancora più stringenti le prescrizioni di carattere ambientale imposte alla società”.

CdG famiglia RIVAEra quindi ben noto alla Riva Fire “e ai suoi esponenti apicali la necessità di realizzare con urgenza ulteriori interventi di adeguamento che avrebbero comportato un rilevante esborso finanziario, pena la impossibilità di proseguire la propria attività produttiva. Ebbene proprio in questa situazione si assiste non solo al defilarsi dei signori Riva – gli stessi che – si legge nell’atto di citazione dei commissari –  attraverso un complesso schermo di società fiduciarie ad essi facenti capo e la costituzione di otto trust si erano, negli anni, distribuiti dividendi, emolumenti e flussi finanziari variamente titolati per miliardi di euro – ma addirittura all’impiego delle risorse finanziarie di cui Ilva aveva la disponibilità non già per sostenere i piani di investimento via via approvati dal cda di ILVA, bensì per ripianare l’esposizione debitoria di quest’ultima verso le altre società del gruppo».

Secondo l’atto depositato dai commissari al Tribunale di Milano, “il disegno, articolato in più fasi”, è stato “ideato e attuato con lucida determinazione nell’arco di sei mesi, esattamente nel momento in cui la società era chiamata ad un consistente impegno finanziario per adempiere all’Aia adeguando gli impianti produttivi alle sue stringenti prescrizioni, ed ha avuto effetti rovinosi per ILVA, la quale, proprio a causa del mancato adempimento alle prescrizioni dell’Aia, si è vista dapprima (a partire da luglio 2012) oggetto di provvedimenti restrittivi da parte dell’Autorità Giudiziaria di Taranto, e poi sottoposta ad una speciale forma di commissariamento; infine, stante l’impossibilità di fare fronte ai propri debiti, ammessa alla procedura di Amministrazione Straordinaria delle grandi imprese in stato di insolvenza”.

Una serie di operazioni societarie, realizzate in realtà solo per “separare la sorte di ILVA dal resto del gruppo facendo sì che la “polpa”, e cioè STAHL e le altre società (Riva Acciaio) non toccate dalla crisi di ILVA, fossero poste sotto il controllo di società, sempre direttamente riconducibile ai Riva ma definitivamente separata dalla vicende di ILVA e dalle connesse responsabilità ed oneri”. “In altri termini – è la considerazione finale dell’atto di citazione – nel momento in cui ILVA avrebbe avuto più bisogno di fare ricorso a tutte le risorse finanziarie disponibili a livello di gruppo, Riva Fire e gli esponenti della stessa società, invece di destinare ad ILVA tali risorse, decidevano di lasciare quest’ultima in una situazione di crisi“.

 La richiesta dell’amministrazione straordinaria è parzialmente in linea  con il tentativo della magistratura milanese di recuperare un miliardo e 200 milioni di risorse sequestrati ai Riva per presunti reati fiscali e depositati in Svizzera. L’ordinanza del Gip milanese Fabrizio D’Arcangelo venne però bloccata dai colleghi elvetici che hanno negato il trasferimento dei denari in Italia in quanto “costituirebbe un esproprio senza un giudizio penale”. Gli eredi di Emilio Riva hanno rinunciato all’eredità solo in Italia, mentre in Svizzera si sono opposti allo sblocco del tesoro. Anche in questo caso si tratta di somme che per la magistratura italiana sono state sottratte dai Riva alle loro stesse aziende e soci, accantonate su trust in paradisi fiscali e poi fatte rientrate illecitamente in Italia attraverso lo scudo fiscale.
Nello scorso autunno l’ ILVA in amministrazione straordinaria si è vista bloccare dal tribunale di Bellinzona (Svizzera) la richiesta accolta precedentemente della Procura di Zurigo, a seguito di rogatoria italiana,  di trasferire 1,2 miliardi di euro sequestrati ai fratelli Riva, nell’ambito di un’inchiesta giudiziaria a loro carico, sul rientro di denaro fatto figurare come patrimonio familiare, mentre invece sarebbe stato prelevato dalle casse di ILVA.
Nel frattempo il Gruppo Amenduni, azionisti di minoranza dell’ ILVA attraverso la  Valbruna Nederland, società di diritto olandese che ha in carico a il 10,05% del gruppo oggi finito all’asta, da tempo in causa con il Gruppo Riva proprio per la gestione dell’ ILVA di Taranto ed in particolare per le consulenze infragruppo utilizzate dai Riva per sottrarre utili alle casse societarie e farle confluire sui propri conti bancari svizzzeri, ha intrapreso un’azione risarcitoria anche nei confronti del Governo per richiedere il giusto indennizzo a seguito dell’esproprio della società siderurgica. Gli industriali di origine pugliese hanno depositato alla sezione specializzata in materie di imprese del Tribunale di Milano un atto di citazione, nei confronti della Presidenza del Consiglio chiedendo 300 milioni quale risarcimento per essere stati espropriati dallo Stato,  sulla base di una perizia che valuta la società in 2,526 miliardi alla fine dell’esercizio 2012. Inoltre gli Amenduni hanno depositato dinnanzi  Tar Lazio un ricorso per annullare la vendita all’asta del gruppo, azione questa che preoccupa non poco la famiglia Riva.