Guardia di Finanza: arrestata a Roma spacciatrice di cocaina titolare di “reddito di cittadinanza”

ROMA – Arrestata dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma una quarantaseienne romana che aveva adibito il circolo ricreativo che gestiva a “centrale” di spaccio di cocaina. Le Fiamme Gialle  hanno sventato l’immissione sul mercato di 155 dosi di stupefacente già pronto all’uso. Il continuo via vai di avventori nel circolo ubicato nel quartiere tiburtino della Capitale ha attirato l’attenzione dei finanzieri del 3° Nucleo Operativo Metropolitano di Roma che hanno effettuato una perquisizione dei locali, all’interno dei quali sono stati scoperte 155 dosi, già confezionate, per un totale di 38 grammi di cocaina.

All’esterno del circolo era stato installato un sofisticato sistema di videosorveglianza predisposto per poter monitorare costantemente l’ambiente esterno e fronteggiare eventuali irruzioni delle forze di polizia. Oltre alla droga, sono sequestrati scatole di amminoacidi per il taglio, un bilancino di precisione, un tirapugni, un telefono cellulare e denaro contante presumibilmente provento dello spaccio.

 

Il Giudice ha appurato che l’arrestata era titolare persino del “reddito di cittadinanza, motivo per cui durante il giudizio con rito  “direttissimo” tenutosi davanti al Tribunale di Roma, la disposto la sospensione della provvidenza, oltre alla condanna per il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Denunciato all’Autorità Giudiziaria anche un collaboratore della donna, che la coadiuvava nella cessione delle dosi ai clienti.  L’operazione rientra nel dispositivo di contrasto ai traffici illeciti e di tutela della salute dei cittadini predisposto dal Comando Provinciale di Roma.




La Guardia di Finanza confisca il patrimonio di Luigi Lusi, ex tesoriere del partito “La Margherita”

L’ex senatore della Margherita, Luigi Lusi

ROMA – Questa mattina i militari del Comando Provinciale di Roma della Guardia di Finanza  hanno eseguito l’ordinanza di confisca disposta dalla Corte di Appello capitolina avente ad oggetto il patrimonio mobiliare e immobiliare per un ammontare di oltre 9 milioni di euro riconducibile a Luigi Lusi, 

Il provvedimento per quanto concerne l’aspetto patrimoniale, la vicenda giudiziaria in cui è stato coinvolto l’ex parlamentare e tesoriere del partito Democrazia è Libertà – La Margherita, condannato in via definitiva nel dicembre 2017 per “appropriazione indebita” .

Le indagini svolte dal Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, coordinate dalla locale Procura della Repubblica, avevano consentito di acclarare come Lusi, con la connivenza della moglie e di alcuni professionisti, avesse distratto fondi, per svariati milioni di euro, destinati al partito mediante un complesso sistema di false fatturazioni, realizzato attraverso alcune società a lui riconducibili. Nel 2012, i rilevanti elementi di prova raccolti avevano portato all’arresto di Lusi, della moglie e di due commercialisti, nonché al sequestro dei seguenti beni, oggi acquisiti al patrimonio dello Stato, fra cui quote sociali e l’ intero patrimonio aziendale di una società di capitali, 1 villa sita in Genzano di Roma, del valore di circa 4,1 milioni di euro,  6 appartamenti, 1 box e 1 terreno ubicati a Roma e in provincia de L’Aquila, per un valore complessivo di circa 3,7 milioni di euro; conti correnti, polizze assicurative e fondi d’investimento per circa 1,3 milioni di euro, per un valore complessivo di circa 9,2 milioni di euro.

L’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi era stato condannato con sentenza definitiva della Corte di Cassazione nel dicembre del 2017, a sette anni di carcere per aver sottratto 25 milioni di euro dalle casse del partito “La Margherita”, e per calunnia nei confronti di Francesco Rutelli. La Cassazione aveva  dichiarato inammissibile il ricorso di Lusi, trasformando la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici in interdizione di 5 anni di carcere , con interdizione di un anno dalla professione legale. L’ex tesoriere è quindi dovuto tornare in carcere.

Una vicenda lunga cinque anni. Queste le tappe:

30 gennaio 2012 – Il caso scoppia  quando l’allora senatore viene iscritto sul registro degli indagati dalla Procura di Roma per appropriazione indebita di somme di denaro relative a rimborsi elettorali nel periodo in cui rivestiva l’incarico di tesoriere della Margherita.
6 febbraio 2012 – La Commissione di garanzia espelle dal partito Luigi Lusi. Uno scandalo che non accenna ad arrestarsi: il lavoro dei pm di Roma va avanti, inizia a coinvolgere familiari e commercialisti del senatore e fa scattare il sequestro di beni mobili e immobili a lui riferibili: secondo l’accusa, Lusi avrebbe sottratto somme trasferendole via via in Canada in due società di cui era proprietario per poi reinvestirle in Italia acquistando numerosi immobili.
3 maggio 2012 – La svolta: il gip inoltra al Senato la richiesta di arresto e a Lusi viene contestato anche il reato di associazione a delinquere (accusa che non sarà mai accolta in alcuno dei gradi di giudizio). Ai domiciliari finiscono la moglie del senatore (la quale poi patteggerà la condanna a un anno) e due commercialisti. Lusi si dimette dalla Giunta per le immunità e inizia a puntare il dito contro Francesco Rutelli: le sue dichiarazioni gli costeranno la condanna per calunnia, confermata in Cassazione.
20 giugno 2012 – Palazzo Madama concede l’autorizzazione a procedere con l’arresto: l’ex tesoriere della Margherita Lusi viene recluso a Rebibbia.
30 luglio 2012 – La Cassazione annulla con rinvio l’ordinanza di custodia cautelare per alcuni vizi: il Riesame nega quindi la scarcerazione.
18 settembre 2012 – il gip concede a Lusi i domiciliari, che lui trascorre in un santuario a Carsoli, in provincia dell’Aquila,
maggio 2013 – Lusi torna in libertà e riprende la professione di avvocato.
dicembre 2013 – La Corte dei Conti condanna l’ex parlamentare a versare 22,8 milioni di euro allo Stato per danno erariale.
2 maggio 214 – Il Tribunale di Roma condanna Lusi a 8 anni di carcere.

2015 – Anche il Tribunale civile della Capitale si pronuncia su un punto della lunga vicenda, dichiarando illegittima l’espulsione di Lusi dal Partito democratico.
31 marzo 2016 – In Appello i giudici riducono la pena e infliggono 7 anni di reclusione (data la prescrizione di alcuni episodi di reato) e dispongono la confisca dei beni posti sotto sequestro.
19 dicembre 2017 –  La conclusione del processo penale: la seconda sezione della Suprema Corte conferma la condanna a 7 anni, trasformando l’interdizione perpetua dai pubblici uffici a una interdizione temporanea di 5 anni, più un anno di interdizione legale. Nell’udienza del 23 novembre il sostituto pg della Cassazione Alfredo Pompeo Viola aveva invece sollecitato una riduzione di pena – da 7 a 5 anni e 3 mesi – per l’imputato per la prescrizione di altri capi di imputazione.

Beni donati allo Stato

L’Assemblea della Margherita al momento dello scioglimento ha deliberato di donare tutti i beni rivenienti dalla liquidazione allo Stato ed a oggi sono stati già devoluti 6,5 milioni di euro al Ministero delle Economia e delle Finanze, ai quali si aggiungeranno tutte le somme che verranno recuperate a seguito della condanna definitiva dell’ex tesoriere.




Sequestrati i conti correnti della LycaMobile. Evasi 8 milioni di euro di IVA

ROMA –  I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma, coordinati dalla Procura della Repubblica capitolina, hanno operato il sequestro dei conti correnti della società LYCAMOBILE S.r.l. in relazione all’omesso versamento dell’I.V.A. da questa dovuta per oltre 8 milioni di euro per l’anno d’imposta 2015.

La società è la filiale italiana del noto gruppo multinazionale, il quale costituisce uno dei più grandi “operatori mobili virtuali” (“MVNO”) internazionali, specializzato nell’offerta su scala mondiale di servizi voce e dati a basso costo nonché di servizi finanziari e di viaggio. Nello specifico segmento di mercato italiano, la LYCAMOBILE, sulla base degli ultimi dati ufficiali disponibili, gestisce circa l’11% delle linee complessive. L’ingente evasione dell’I.V.A. è stata scoperta nel corso di complesse attività ispettive riguardanti i significativi volumi delle cessioni di schede e ricariche telefoniche effettuate sul territorio nazionale dal suddetto operatore, la cui espansione è favorita dalle vantaggiose politiche di prezzo praticate.

Ciò ha portato, al momento, alla denuncia dell’amministratore unico dell’impresa per il reato di “omesso versamento di IVA”, essendo state superate le soglie penali fissate in relazione all’omesso pagamento dell’imposta. Sulla base degli elementi acquisiti attraverso l’attività investigativa svolta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Roma, il competente G.I.P. del locale Tribunale ha disposto il sequestro dei conti correnti e di tutti gli altri rapporti finanziari della società e del relativo legale rappresentante, fino a concorrenza del profitto del reato commesso, pari a € 8.315.636.

Attraverso l’esecuzione del predetto sequestro di disponibilità finanziarie, espressione della costante azione della Guardia di Finanza a tutela del bilancio pubblico, si è pertanto provveduto a cautelare il credito vantato dal fisco.




Ricorsi tributari pilotati: 13 arresti e perquisizioni. Uno è di Taranto: Onofrio D’Onghia di Paola

Roma, ricorsi tributari pilotati: 13 arresti e perquisizioni

Dalle prime luci dell’alba, oltre 100 Finanzieri del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo, su ordine della Procura della Repubblica di Roma, una vasta operazione volta alla cattura dei responsabili di un sodalizio criminale che, dietro lauto compenso, garantiva ai contribuenti colpiti dagli accertamenti del Fisco di uscire vittoriosi nei ricorsi presentati innanzi alle Commissioni Tributarie o di ottenere consistenti sgravi di imposte dagli Uffici Finanziari. Tredici persone, dei quali 8 uniti da un vincolo associativo, sono state arrestate dalla Guardia di Finanza del Comando Provinciale di Roma con l’accusa di far parte di una “cricca” in grado di poter pilotare ricorsi tributari e ottenere così sgravi fiscali.

L’operazione, delle Fiamme Gialle chiamata “Pactum Sceleris” ha portato alla luce un sodalizio criminale che, stando alle accuse, garantiva ai contribuenti colpiti dagli accertamenti del fisco, dietro lauto compenso, di poter uscire vittoriosi nei ricorsi presentati innanzi alle commissioni tributarie o di ottenere consistenti sgravi di imposte dagli uffici finanziari. Le indagini, coordinate da un pool di magistrati della Procura della Repubblica di Roma ipotizza nei loro confronti le accuse di “associazione a delinquere finalizzata alla concussione e corruzione anche in atti giudiziari“.

Le indagini sono state effettuate su delega della procura,  dalle Fiamme Gialle del Gruppo di Frascati comandato dal Colonnello Giuseppe Pastorelli (di famiglia tarantine che ha prestato servizio anche al Provinciale di Taranto) al quale ha fatto capo il capillare eccezionale lavoro svolto dai finanzieri della  Compagnia di Velletri. Tra gli indagati a piede libero c’è anche un altro tarantino: il giudice tributario Onofrio D’Onghia di Paola, ben noto negli ambienti della cosiddetta “buona societa” con il soprannome di “Alef” (acronimo di Alto, Lungo E F….so”) , un l’attore e doppiatore romano Massimo Giuliani, al quale è stato contestato il reato di corruzione in atti giudiziari in concorso con il suo commercialista Salvatore Buellis, con la commercialista Rossella Paoletti, con il collaboratore di quest’ultima Daniele Campanile, precedentemente dipendente dell’Agenzia delle Entrate.

Schermata 2016-03-09 alle 14.44.00I cinque in combutta fra di loro avrebbero “promesso e versato somme di denaro a giudici e ad altri componenti della commissione tributaria Regionale non identificati, per ottenere un atto contrario ai doveri d’ufficio” tra l’ottobre del 2012 e il gennaio del 2013. Il riferimento, in particolare, è alla sentenza del 5 novembre del 2012, depositata il 26 novembre dello stesso anno, che bocciava l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate in relazione alla sentenza emessa dalla commissione provinciale, “favorevole al contribuente Giuliani ed inerente cartelle esattoriali di diversi accertamenti tributari per altrettanti anni di imposta per un ammontare di circa 3 milioni di euro“. Giuliani, ipotizzano i magistrati, “metteva a disposizione e versava la somma pari a 65mila euro, così suddivisa: 50mila per i membri del collegio e D’Onghia Di Paola, e 15mila tra Paoletti, Buellis e Campanile“.

Schermata 2016-03-09 alle 14.45.25L’iter,  come spiegano i finanzieri, era conosciuto solo dagli “addetti ai lavori” ed era così ben studiato a tavolino e perfezionato nella sua operatività, da garantire il pieno successo di tutti i ricorsi proposti contro gli atti di accertamento del fisco, anche dei più improbabili. Ma le confessioni di un professionista, continuamente vessato dalle esigenti e pressanti richieste della “cricca“, hanno consentito lentamente di sgretolare il vigente muro di omertà, facendo emergere una rete di losche relazioni tra alcuni  giudici tributari infedeli, dipendenti, anche in quiescenza, dell’amministrazione finanziaria, civile e militare, avvocati, consulenti e commercialisti, che avevano il ruolo e compito di sterilizzare, con ogni mezzo, l’attività di accertamento del fisco.

Le indagini condotte dalla Guardia di Finanza della Compagnia di Velletri, hanno rivelato come, grazie al pagamento di ingenti “tangenti” o alla consegna di lussuose regalie, numerosi contribuenti evasori riuscissero ad ottenere  sgravi indebiti di imposte dagli uffici dell’ Agenzia delle Entrate o di uscire vittoriosi nei contenziosi promossi davanti alla Commissione Tributaria Regionale e Provinciale di Roma contro gli atti di accertamento conseguenti alle verifiche subite dal fisco. Le 13 persone arrestate, di cui otto uniti da un vincolo associativo agivano, secondo gli investigatori, all’interno degli organi di appartenenza in base a ruoli ben precisi ed all’esclusivo scopo di vanificare, dietro lauto corrispettivo, il faticoso lavoro di contrasto all’evasione fiscale operato dalla parte sana dell’amministrazione finanziaria. Il lavoro degli inquirenti prosegue per recuperare, da un lato, il provento dei reati e, dall’altro, rinvigorire i provvedimenti tributari indebitamente annullati dall’intromissione criminale del sodalizio.