Magistratura corrotta, Paese infetto

ROMA – Le chat private di alcuni magistrati che esprimevano giudizi pesanti su Matteo Salvini sono state l’ultimo durissimo colpo alla credibilità della giustizia. Claudio Martelli, ex guardasigilli all’epoca del governo Craxi (1991-1993) ha commentato lo scambio di messaggi tra i magistrati Luca Palamara e Paolo Auriemma: “Da Palamara che cosa vuole aspettarsi? In questa situazione bisognerebbe arrivare a un rimedio decisivo. È del tutto evidente che l’Anm è diventata un’organizzazione che parassita lo Stato e permette di condizionare le scelte del Csm, perché influisce sull’elezione dei suoi membri. Si comporta come un partito politico. Contesta le decisioni del Parlamento, del governo e del ministro della Giustizia ogni due minuti. È un organismo che non si capisce più bene che cos’è, ma che comunque sembra votato a mal fare”.

Claudio Martelli e Giovanni Falcone

Per Martelli a questo punto c’è solo una cosa da fare: “L’Anm andrebbe sciolta. Fa del male ai magistrati e alle istituzioni, dunque è una minaccia”. Un commento profetico. Adesso l’Anm, l’ Associazione nazionale dei magistrati, o meglio le sue correnti interne, sono state travolte dal grave contenuto delle intercettazioni, cercando di trascinare con sè persino il Consiglio Superiore della Magistratura.

Più di qualcuno adesso chiede al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella di sciogliere l’attuale Consiglio Superiore della Magistratura che egli stesso presiede, di mandare a casa il vicepresidente David Ermini e i suoi consiglieri, nonostante il Capo dello Stato in realtà non abbia alcun potere in proposito, e peraltro sia anche prossimo alla scadenza del suo mandato presidenziale. 

Luca Palamara

Pochi ricordano e molti dimenticano che soltanto quasi un anno fa, quando esplose il “caso Palamara” ed il conseguente terremoto che propagò all’interno della magistratura inducendo alle dimissioni dei componenti togati (cioè magistrati) al Csm, era stato lo stesso Mattarella a chiedere un cambio di comportamento, intervenendo in qualità di presidente al plenum del Csm pronunciando parole durissime con le quali chiedeva un “cambio dei comportamenti” sostenendo che “accanto a questo vi è quello di modifiche normative, ritenute opportune e necessarie, in conformità alla Costituzione“. Ruoli diversi, tra magistratura e politica, con quest’ultima che avrebbe dovuto provvedere ad «una stagione di riforme sui temi della giustizia e dell’ordinamento giudiziario». 

Sei mesi dopo attraverso il deposito degli atti d’indagine sul “caso Palamara” al Giudice delle Indagini Preliminari di Perugia trapelano le intercettazioni acquisite grazie al “trojan” inoculato nel cellulare di Palamara, che coinvolgono anche molti giornalisti di importanti quotidiani nazionali come la Repubblica, la Stampa, il Corriere della Sera, e strani collegamenti (peraltro vietati dalla Legge) di alcuni di loro con delle costole dei “servizi” italiani.

“E secondo te io mollo? Mi devono uccidere. Peggio per chi si mette contro“. Con queste parole Luca Palamara la mattina del 23 maggio 2019 contenute nei messaggi inviati al suo collega (anche di corrente) Cesare Sirignano , si mostrava aggressivo e sicuro del fatto suo . La 5a Commissione Incarichi direttivi del Csm aveva appena espresso con il proprio voto i tre candidati per la guida della Procura di Roma, che vedeva in testa Marcello Viola, appoggiato dal gruppo Magistratura Indipendente e reale candidato “occulto” di Palamara, anche se la battaglia finale si sarebbe combattuta al plenum del Csm, e quindi l’ex presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (nonché ex componente del Consiglio Superiore della Magistratura) si “armava” contro i membri togati di Area, il cartello che raduna la sinistra giudiziaria più estremista , decisi ad ostacolare la nomina sponsorizzata da Palamara. il quale li definiva con queste parole: «Sono dei banditi, vergognosi».

Palamara a cena con la sua “amica” del cuore… Adele Attisani

Questa parte del dialogo intercettato si è rivelato utile per capire quale fosse la reale posta in gioco per la quale l’ex pm della procura di Roma oggi indagato per corruzione si preparava a giocare partita della sua carriera. Tutto questo è diventato “pubblico” la settimana successiva, contenuto nel decreto di perquisizione con il quale la Procura di Perugia rese pubbliche di fatto le trame occulte con cui Palamara stava “manovrando” dall’esterno del Csm la nomina del nuovo procuratore capo di Roma, venendo sostenuto e spalleggiato spalleggiato dai deputati del Pd Cosimo Ferri (giudice in aspettativa e “leader” riconosciuto della corrente di Magistratura indipendente) e Luca Lotti.

Luca Lotti (Pd)

La rivelazione di quelle trame oscure provocò un vero e proprio “terremoto” all’interno del Csm, con le dimissioni di tre componenti di Magistratura Indipendente e due di Unicost e contestualmente la prima crisi interna all’Anm. La maggioranza a tre fra Area, Magistratura Indipendente ed Unicost si azzerò allorquando Magistratura Indipendente venne accusata di non aver agito con la necessaria fermezza nei confronti dei propri consiglieri che partecipavano alle “riunioni segrete notturne” organizzate dal “trio” Palamara-Ferri-Lotti, e fu così nacque una nuova maggioranza della giunta dell’ Anm composta da Area, Unicost che aveva «epurato» il suo leader Luca Palamara e i due componenti del Csm dimissionari, ed i togati di Autonomia e indipendenza la corrente guidata da Piercamillo Davigo.

Piercamillo Davigo

Dopo solo un anno siamo punto e capo con la nuova crisi dei nostri giorni. Ma questa volta la rottura fra le correnti della magistratura è avvenuta tra Area e Unicost, a seguito della chiusura dell’indagine nei confronti di Luca Palamara, per la quale la Procura di Perugia (competente sugli uffici giudiziari di Roma) ha depositato tutti gli atti d’inchiesta comprese le “bollenti” ed imbarazzanti intercettazioni.

Ma non soltanto, ci sono anche le chat delle conversazioni su WhatsApp dal 2017 in avanti,  trovate sul cellulare di Palamara che all’epoca delle intercettazioni era componente del Csm, sino al settembre 2018, e di fatto “governava” la magistratura raggiungendo spesso e volentieri accordi e alleanze con i togati di “Area” e i laici di centrosinistra, anche perché tra il 2008 e il 2012 aveva guidato l’Anm proprio al fianco di Area ).

Pietro Argentino e Maurizio Carbone

Un esempio calzante delle manovre dietro le quinte del Csm, fu l’archiviazione del procedimento disciplinare nei confronti del magistrato tarantino Pietro Argentino, accusato dal Tribunale di Potenza e dal Gip di Potenza di aver mentito per coprire le malefatte del collega Matteo Di Giorgio (attualmente in carcere dove sta scontando 8 anni di carcere), il quale subito dopo è diventato procuratore capo a Matera, incarico scambiato a tavolino con la nomina di Maurizio Carbone, ex segretario dell’ ANM, nominato “all’unanimità” (con l’appoggio di Unicost e Palamara) procuratore aggiunto di Taranto al posto proprio di Argentino ! Attualmente nei confronti dei magistrati “scambisti” Argentino e Carbone pende un procedimento dinnanzi alla 1a Commissione del Csm, che qualcuno aveva cercato di insabbiare e fare sparire. Inutilmente.

Gli attacchi a Salvini

Le conversazioni di Palamatra con i colleghi della sua stessa corrente (ma non mancano quelli di Area e di Mi), che rivelano e portano alla luce patti e manovre occulte per piazzare questo o quel magistrato nei vari posti, per poi “fotterne” altri , risalgono a quel periodo. Una vera e propria spartizioni di nomine e incarichi decisi con un bilancino correntizio, «espressive di un malcostume diffuso di correntismo degenerato e carrierismo spinto, fino a pratiche di vera e propria clientela», per usare un comunicato firmato da Area che pretendeva delle prese di posizione più rigide da parte di Unicost, e così ha origine la seconda crisi nel sindacato dei giudici.

Palamara è stato in realtà un alleato della sinistra giudiziaria sino all’autunno 2018, ed è proprio da questa alleanza inimmaginabile che hanno origine gli attacchi al leader leghista Matteo Salvini in alcune conversazioni private, a cui hanno fatto seguito delle folli aperture di indagini sul leader leghista.

Alla fine agosto 2018 il procuratore di Viterbo Paolo Auriemma ex membro togato del Csm e compagno di corrente in Unicost di Palamara manifesta il suo dissenso sull’ inchiesta aperta a carico del ministro dell’Interno, per la vicenda dei migranti trattenuti a bordo della nave Diciotti. Palamara al telefono gli rispondeva: «Hai ragione, ma ora bisogna attaccarlo». Chi era il mandante ? Probabilmente il PD in cui all’epoca dei fatti militavano Renzi, Ferri e Lotti.

Pochi giorni dopo Palamara manda una foto a Francesco Minisci (sempre di Unicost) a quell’epoca presidente dell’Anm, scattata a Viterbo alla festa di Santa Rosalia, che così commenta: «C’è anche quella merda di Salvini, ma mi sono nascosto». Minisci risponde diplomaticamente «Va dappertutto». Qualche mese dopo proprio Minisci a finire “azzoppato” da Palamara, che così scriveva a Sirignano: “Già fottuto Minisci”.

Saltano gli equilibri: le nuove alleanze

Conclusosi il mandato al Csm a fine settembre cambiano alleanze, equilibri e schieramenti fra le correnti dei magistrati.. Perché nel nuovo plenum di Palazzo dei Marescialli (sede del Csm – n.d.r.) la corrente di Area non è più quell’alleato affidabile come prima e soprattutto Palamara ha intuito che non potrà contare sul loro sostegno per l’ambita poltrona di procuratore aggiunto a Roma , lasciata libera dal collega Giuseppe Cascini, da poco eletto al Csm, proprio grazie all’appoggio dell’ex pm che così manovrando aveva preparato una vera e propria staffetta a tavolino.

E’ così che ha origine l’alleanza raggiunta da Palamara con la corrente di Magistratura Indipendente guidata dal “nume tutelare” Cosimo Ferri ex magistrato diventato deputato, ben noto per le sue capacità di trasformismo politico, passato dalla corte di Berlusconi , per poi passare con il Pd guidato da Matteo Renzi, che ha recentemente seguito ad Italia Viva). Un’accordo con la politica finalizzato alla nomina del nuovo procuratore capo di Roma e subito dopo di se stesso come procuratore aggiunto.

Ma l’inchiesta per corruzione a suo carico ha fatto saltare il “banco”. portando alla luce un anno tutte le manovre dietro le quinte del Csm, l’intreccio delle sue imbarazzanti relazioni e vergognose opinioni. Non mancano gli intenti vendicativi (da buon calabrese…) contro i colleghi di Area. “Bisogna sputtanarli”, gli scriveva Sirignano, magistrato che il Csm ha trasferito la settimana scorsa dalla Procura Nazionale Antimafia, a causa di un’altra intercettazione in cui parlando al telefono con recentemente del suo ufficio e della prossima nomina del nuovo procuratore di Perugia, replicava convinto: «Esatto».

Luca Palamara e Cosimo Ferri

L’appello del Capo dello Stato in realtà aggiunge quindi ben poco allo scenario già noto di una continua e mai interrotta spartizione di poltrone ed incarichi in cui il Csm diventa la “centrale operativa” di magistrati eletti che ubbidiscono alle corrente che li hanno candidati ed eletti. Un sistema malato ricordato anche ieri con comunicati e prese di posizione che inducono il Governo e la maggioranza a ricordarsi che così la giustizia non può funzionare, e che occorre intervenire incidendo anche sui meccanismi di nomina del Csm. Qualcuno però dimentica che in questa maggioranza governativa politica siano presenti anche Cosimo Ferri (un magistrato in aspettativa) deputato del Pd ora passato con Italia Viva di Matteo Renzi, e Luca Lotti a lungo il braccio destro dell’ex-premier fiorentino, ora a capo di una propria corrente interna nel Partito Democratico.

Al momento però il vero obiettivo della politica sembra essere quello di riconquistare il controllo sul sistema giudiziario italiano che viene gestito ormai da tempo da un’associazione di magistrati all’interno della quale si continuano a verificare scontri e guerre intestine senza esclusioni di colpi, al cui confronto la battaglia politica sembra un gioco per educande..

Alquanto improbabile che si arrivi ad una reale riforma ed alla separazione delle carriere dei giudici come sono tornati a chiedere nuovamente anche ieri gli avvocati. La pubblicazione delle intercettazioni che continuano ad essere pubblicare in questi giorni dimostra che l’uso diabolico delle stesse continua ad essere utilizzato anche da parte di coloro che da tempo lo hanno criticato. Adesso più di qualcuno vorrebbe accompagnare alla porta d’uscita l’avvocato fiorentino Davide Ermini, il vicepresidente del Csm (indicato proprio dal Pd di cui è stato deputato ) , l’unico ad essere uscito a testa alta dallo scandalo scoppiato un anno fa, dimostrando di non aver mai ceduto alle pressioni di Lotti, Ferri e del magistrato Palamara i cui comportamenti gli sono costati in via cautelare la sospensione dalla magistratura senza stipendio ed a breve un processo per corruzione.

il magistrato Nicola Gratteri

Questa nuova stagione di intercettazioni ha colpito e mandato in pezzi l’Anm. I nuovi scandali hanno riguardato il rapporto tra il Guardasigilli Bonafede, i magistrati del suo staff pressochè tutti dimissionari, intercettati e coinvolti in vari scandali, hanno un filo rosso che li collega fra di loro: l’inchiesta sulla famosa “trattativa Stato-Mafia“. E tutto ciò fa capire come mai Renzi fu bloccato dal Quirinale (presidenza Napolitano) quando voleva nominare ministro di Giustizia nel suo Governo il magistrato Nicola Gratteri , e spiega la mancata nomina ai nostri giorni del magistrato antimafia Nino Di Matteo a capo del DAP il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.

E dire che questa la chiamano anche “giustizia”…




Claudio Martelli: “L’ultima telefonata con Craxi a Natale La sua voce così stanca”

di Walter Veltroni

Claudio Martelli, c’è un paradosso nella storia politica italiana. Durante la “Prima Repubblica“, ammesso ne sia mai esistita una seconda, in vari momenti le diverse forze della sinistra avevano una forza superiore a quella della Dc. Ma non hanno mai governato insieme.

Negli anni 80 effettivamente la sinistra era maggioritaria, sommando socialisti, socialdemocratici, comunisti, radicali. Era certamente maggioranza. Un portato dei referendum, quelli sui diritti civili, su divorzio e aborto. Bisognava concepirla a tappe, questa unità della sinistra: socialisti e laici, uniti, e i comunisti, rispettando i tempi della loro evoluzione, che era in corso. Modificando la prospettiva di fondo di Berlinguer tutta volta al dialogo con la Dc. Lui era veramente convinto che non si potesse governare un Paese come l’Italia con il 51%. Io penso invece si potesse, perché era un Paese democratico. Ma perché, non ci sono stati lo stesso gli attentati? Hanno rapito Moro per evitare il compromesso storico, quindi non era certo una prospettiva più rassicurante dell’alternativa. Il compromesso storico serviva a legittimare definitivamente il Pci: il problema storico del Pci era quello. E contemporaneamente a mantenere i tratti della diversità comunista. La legittimazione, nella sua fotografia statica, è cosa diversa da una visione revisionistica della propria storia. La sinistra che ha vinto in Europa è la sinistra non marxista, i laburisti inglesi e la socialdemocrazia tedesca che non erano dottrinari, attingevano, come mi disse Brandt, più a Lassalle che a Engels. Quanto più l’impianto ideologico è rigido, coerente, implacabile, tanto più prende l’impronta settaria e il settarismo è la premessa della divisione. La divisione è la premessa dell’impotenza o della sconfitta. Ieri come oggi“.

Anni 70: quando il Pci propone il compromesso storico il Psi è sulla linea dell’alternativa, con il congresso di Torino. Poi il Pci, scottato dalla vicenda della solidarietà nazionale, propone l’alternativa democratica e in quel momento il Psi si immerge nel buco nero del pentapartito. È una conversazione continuamente interrotta. Si è sempre cercato di essere divisi?

“Bisogna essere onesti: per ragioni diverse, forse opposte, né BerlinguerCraxi volevano l’incontro. Non per ostilità tra di loro. Per una visione diversa delle cose, ma simile nella scelta dell’interlocutore principale. Per Berlinguer il grande incontro, quello storico, era con le masse cattoliche e, in un certo senso, anche per Craxi era così. Craxi era veramente convinto dell’alleanza con la Dc. Lui fino al ’56 affiggeva i manifesti della sinistra unita e c’erano, anche a Milano, sezioni in comune tra i due partiti. Ma l’Ungheria cambiò tutto, anche in lui. Le sue esperienze cambiano, diventa l’interlocutore, nell’Unuri, dell’ala democristiana. In realtà quello che ha sempre diviso i socialisti e i comunisti è la questione cattolica. Ma non nel senso che non fossero d’accordo. Tutti e due erano convinti fosse la questione decisiva, molto più che i rapporti tra i loro partiti di sinistra. Ma volevano un’esclusiva del rapporto e temevano l’avesse l’altro“.

Frattocchie 1983, incontro tra Pci e Psi. Che ricordo hai?

Mah. Una cosa abbastanza fredda, con momenti di aperture reciproche. Però pesava una coltre di diffidenza. Lì c’è stato un eccesso di chiusura da parte di Berlinguer. Se avesse assunto un atteggiamento diverso nei confronti della presidenza del consiglio di Craxi forse qualcosa sarebbe cambiato. Forse, qualcosa. Non era una svolta pazzesca, era un grado di avvicinamento, quello compatibile con il mantenimento delle proprie posizioni. Il compromesso storico era tramontato, l’unità nazionale pure, si era già votato, quindi si era entrati in una nuova fase. Il Pci, in quella fase, era attratto dall’idea del “governo degli onesti”. Sono sempre stati molti i giochi di specchi nella storia politica italiana: pezzi della borghesia illuminata che dialogano con il Pci, esponenti della borghesia più dinamica e più nuova che invece dialogano con il Psi. Settori del mondo cattolico e della Dc che guardano piuttosto ai socialisti ed altri che guardano invece ai comunisti. Alla fine però questo gioco era a somma zero e l’unica che se ne è avvantaggiata è stata la Democrazia cristiana. I due forni sono sempre esistiti. Anche prima di Andreotti. Lui ne è diventato il teorico, tenendo aperte molteplici ipotesi di collaborazione. Era stato l’uomo del governo a destra con Malagodi, poi della solidarietà nazionale con il Pci, poi del pentapartito con un rapporto preferenziale con il Psi. Una catena di forni, sempre aperti”.

Vicenda Moro. Nell’intervista che mi ha rilasciato, Formica si chiede: noi vedevamo Pace e Piperno all’aperto, non di nascosto, informavamo Viminale e Quirinale, poi Pace e Piperno andavano da Morucci. Perché diavolo i servizi non li hanno seguiti?

E perché via Gradoli? Il Lago della Duchessa?

Che idea ti sei fatto di quei giorni?

La domanda di Rino è pertinente. Come mai nessuno si è mai sognato di seguirli? Sarebbero arrivati alla prigione di Moro. C’era l’Unità di Crisi presieduta da Cossiga con addirittura dei collaboratori internazionali, gli americani Pieczenik e Ledeen. Ledeen: quello che, per Sigonella, fece litigare Reagan e Craxi, con una traduzione che esasperò i toni della polemica. Anche quel passaggio non è mai stato chiaro: nella vicenda di Sigonella quali interessi serviva Ledeen dentro l’amministrazione? La Cia? Moro: troppi episodi che dimostrano che non lo si è voluto salvare. Fili di collegamento con i servizi cecoslovacchi, c’è la presenza americana preoccupata, la dichiarazione di Kissinger. E poi le figure di Cossiga e Andreotti. Il primo fa un gioco spericolato e spregiudicato, lo fa essendo amicissimo e legatissimo a Moro. Come fai a non impazzire? Ricevi quella lettera e contemporaneamente hai, nella tua Unità di Crisi, gente che dice che non lo vuole trovare o che spera di trovarlo già morto. Altro che non dormirci la notte… Si capisce che poi sia stato male per il resto della sua vita, si è portato sulla coscienza un peso. Anche Andreotti chiuse qualunque varco e pare addirittura che la dichiarazione del Papa sia stata corretta da lui. C’è da restare sgomenti. Mai visto un’interpretazione così estrema e così crudele della ragion di Stato. Mai.

Al vostro congresso di Verona Berlinguer viene fischiato. Colpì l’avallo finale di Craxi: «Se avessi saputo fischiare, avrei fischiato anch’io». Non si seminava un odio che creava un baratro? Che impressione fecero a uno come te, che nell’unità della sinistra credeva?

Beh, devo essere sincero, ero molto combattuto tra la mia educazione e la temperie della lotta politica. Mi dispiace fischiare, inviti uno e poi lo fischi… Però lui aveva appena detto che noi eravamo un pericolo per la democrazia, il governo Craxi era un pericolo. Nei festival dell’Unità c’erano gli stand con la trippa alla Bettino. Craxi era un combattente per natura, temperamento e convinzione. Lui è diventato un anticomunista nel ‘56, dopo gli anni di esperienza unitaria di cui abbiamo parlato. Esistevano gli anticomunisti democratici, anticomunisti non reazionari, categoria di cui il Pci togliattiano, soprattutto, tendeva a negare l’esistenza. Se sono anticomunisti sono fascisti. Kennedy, Moro, Brandt erano anticomunisti, ma certamente democratici. I fischi sono la replica di uno che è in conflitto aperto con i comunisti. Nenni non era mai arrivato a questo, forse neanche Saragat. La categoria del “tradimento” è stata molto presente, spesso tragicamente, nella storia della sinistra. Craxi si ribellava a questi toni e, facendolo, allargava però il solco. Dicendo “fischierei anch’io”, difende il suo popolo, che lui stesso aveva fomentato, si identifica con esso, non lo delegittima. Quindi, pur essendo lontano dal mio spirito, capivo. Lo capivo e l’ho anche condiviso. Quando l’ha detto, ho applaudito anch’io. Ma tra fischi e insulti la sinistra allontanava la sua unità possibile”.

Parliamo della parabola di Craxi.

Guarda la storia del Psi prima di Craxi: la crisi dell’unificazione socialista nel ’66, la nuova scissione, le peripezie, Mancini, quell’andamento così plumbeo della segreteria di De Martino: insomma la doppia subalternità. Al governo con la Dc, all’opposizione con i comunisti. Liberarsi da questo retaggio è stata un’impresa titanica, come riprendere un partito esangue, com’era quello del ’76, e tirarlo fuori dalla sua crisi. Il Psi era malato di divisioni, di velleitarismo che volta per volta diventava massimalismo o ministerialismo. Craxi aveva chiarissime tutte le debolezze strutturali del suo partito, voleva superarle e ha lottato per superarle“.

Quando inizia la parabola discendente?

Nel 1987. Con la fine dell’esperienza di governo lui diventa lentamente un’altra persona. Non credo mi faccia velo il fatto che allora sono cominciati tra di noi dei contrasti. Noi avevamo raccolto le firme con i Radicali per il referendum sulla giustizia giusta e io avevo difeso il diritto di quelli che avevano raccolto le firme sul nucleare a celebrare il loro referendum. De Mita, con la staffetta, ritira la fiducia al governo Craxi. Si aprono le consultazioni. Craxi dice: “O mi ridanno l’incarico o andiamo al voto”. “Ma tu sei sicuro che ti lascino andare al voto guidando il governo?” “Sono sicuro”. “Io non ci credo”. Puntualmente Cossiga dà l’incarico a Andreotti. Alle consultazioni vado io. Con Andreotti concordiamo una soluzione per l’uscita dal nucleare, dopo il referendum, attraverso un nuovo piano energetico nazionale e lui si spinge fino ad aprire sull’elezione diretta del presidente della Repubblica. Disse: “La Dc non può accettare questa impostazione però ne potremmo accettare una più gradualista. Se, dopo la terza elezione nulla in Parlamento, non si configura nessuna maggioranza in grado di eleggere il presidente della Repubblica, a quel punto si può ricorrere al voto popolare””.

Per la Dc una bella svolta…

“Entusiasta corro da Craxi. È furioso: “Tu la devi smettere di occuparti della crisi, la seguo io”. “Guarda che ci propongono di celebrare i referendum. Noi li vinciamo, andiamo a votare dopo. Che ti frega di tenerti Andreotti per un anno?”. Ma disse no al tentativo di Andreotti, e ci beccammo Fanfani. Nell’87 si spezza la fase ascendente. Lo riconobbe: “Ho fatto un unico errore” mi disse, “tornare a via del Corso dopo la presidenza. Avrei dovuto occuparmi di Onu e di Internazionale socialista. Tornando al partito sono passato dal ruolo che avevo conquistato per me e per i socialisti — guidare il governo più duraturo della storia repubblicana e occuparmi delle grandi questioni — a dover brigare per fare ministri, sottosegretari””.

Quando finisce il Psi?

Il Psi finisce con Mani pulite. Inutile girarci attorno. Alla vigilia delle elezioni del ‘92 il rapporto tra Bettino e me era sempre molto affettuoso, però si era creata qualche distanza. Io pensavo fosse finito il ciclo della coalizione con la Dc e bisognasse rischiare e sperimentare vie nuove. Un sabato sera vado a casa sua. Gli dico che trovo sbagliato impegnarsi con la Dc prima del voto, lo spingo a tenere una mano sulla testa al passaggio da Pci a Pds perché, se noi ci mettiamo a fare i guardiani di una roba finita, il pentapartito, il risultato sarà che loro cercheranno un’intesa con la Dc. È inevitabile. Mi ascolta, ma scrolla la testa: “Claudio io li ho combattuti tutta la vita, me ne hanno fatte di tutti i colori. Adesso quella storia è finita, quella del Comunismo internazionale, e io non voglio che nemmeno un calcinaccio di quei muri mi cada in testa. Si arrangino”. Era questa la sua posizione. L’unità socialista rivestiva, ma in modo difensivo, questa attitudine”.

Il congresso di Torino del 1978 e la Convenzione programmatica di Rimini del 1982, famosa per le idee sul “merito e il bisogno”, sono punti avanzati del pensiero riformista italiano. Ma poi molto cambia, nella costituzione materiale del Psi. Come se il partito fosse stato “occupato” da persone che, con quei valori, non avevano molta relazione.

Sì, e Bettino se ne accorse. Ricordo un incontro nell’ascensore alla Direzione del partito. Entra un compagno noto, non dico chi. Lui lo guarda e dice: “Ma a te non ti hanno ancora arrestato? Con quello che stai combinando…”. L’affaire politica è sempre esistito, anche nel glorioso primo dopoguerra, anche nel secondo dopoguerra. Mussolini pigliava quantità sterminate di denaro da tutti i suoi foraggiatori e nel dopoguerra i partiti appena nati avevano bisogno di vivere. La Dc prendeva i soldi dalla Cia, il Pci dall’Unione Sovietica, il Psi per un po’ li ha presi anche lui dall’Unione Sovietica poi invece sono passati al Psiup, come è poi successo al Pci con Cossutta. Dopo di che il partito si è arrangiato. Naturalmente l’arrangiarsi era molto più rischioso che non i canali super riservati dei finanziamenti internazionali. Ogni tentativo di mettere ordine, che pure facemmo con Formica e Nesi, fu travolto dalle lotte correntizie interne. Le correnti si devono finanziare e la forma è ancora più rischiosa. Questo andazzo è durato dieci anni. Ma, diciamoci la verità, Tangentopoli e Mani pulite non sarebbero successe senza il crollo dei muri a Berlino Est. Fu un cambio d’epoca“.

Se tu nell’87 fossi diventato Segretario cosa sarebbe cambiato nella sinistra italiana?

“Quello era il momento giusto. Avremmo costituito un polo laico e socialista oltre il 20%, e a quel punto il rapporto con il Pci si poteva impostare, ben prima del crollo dei muri, in modo più serio. Quale era la richiesta che Occhetto, il gruppo dirigente del Pci di quegli anni, poneva come una prova di serietà delle nostre intenzioni e di lealtà futura? Che noi sperimentassimo di stare all’opposizione insieme. Ma Bettino diceva: “Sì, così noi andiamo all’opposizione e si ritorna al ’76: il Pci si mette d’accordo direttamente con la Dc”. No, in quel momento bisognava cercare strade nuove. Dopo il ’92, dopo la fine del Psi, quando la sinistra tutta era poco oltre il trenta per cento, avrei lavorato per il Partito democratico, prospettiva della quale, con Occhetto, avevamo parlato”.

C’è un momento, nel ‘92, in cui tu hai capito che stava arrivando lo tsunami?

“Non Mario Chiesa. Gli avvisi di garanzia ai due sindaci, Tognoli e Pillitteri. Lì cominciò tutto. La gente che scappava. La catastrofe la avverto nell’estate del ’92. In quei mesi ero concentrato sulla questione della mafia. E forse non ho percepito per tempo che stava arrivando la grande slavina. Ero ministro della Giustizia e il mio fronte principale era Palermo: avevano ammazzato Falcone e Borsellino, tolto di mezzo Scotti, lo Stato era in ginocchio. Caponnetto diceva “tutto è perduto”. Lo chiamai al ministero per tornare ad impegnarlo. C’era un clima da fine vera. Io ho avuto paura di un cedimento dello Stato. L’ho avuta, l’ho vista ai funerali di Falcone. Quella era la guerra vera. La mafia contro lo stato. E poi il cedimento ci fu. Non c’è stata la trattativa, c’è stato un cedimento, unilaterale. Quando Conso dice: “Io e solo io decisi di togliere dal 41 bis centinaia di mafiosi e lo feci per dare un segnale di disponibilità all’ala moderata di Cosa nostra guidata da Provenzano”, tratta la mafia come fosse un partito. Non è una trattativa, è un cedimento unilaterale”.

 

Un collaboratore di Messina Denaro ha riferito di un attentato in preparazione contro di te. Tu chiamasti Falcone al ministero e questo bastò per scatenare, contro di lui, una polemica durissima.

“La mattina ho giurato da ministro, il pomeriggio ho chiamato Falcone. Gli ho detto di venire a Roma, volevo offrirgli la direzione degli Affari penali. Falcone non era un politico, era il miglior magistrato al mondo, così era considerato. Salvo che a Palermo. Come disse Borsellino anche la magistratura aveva responsabilità gravi. Falcone ha cominciato a morire quando gli preferirono Meli al Consiglio superiore, quando lo fregarono per l’elezione al Csm, quando lo rifregarono per la nomina a procuratore a Palermo. Il tutto condito, come tu ricordavi, con azione denigratoria pazzesca, che non veniva da anfratti di sovversivi, erano membri del Consiglio superiore della magistratura, ambienti di stampa e politici“.

Ti ricordi l’ultima conversazione che hai avuto con Craxi?

Sì, nel dicembre del ’99. Alla vigilia di Natale. Non lo sentivo da un pezzo. All’inizio, dopo che era rifugiato a Hammamet, mi aveva lasciato un numero riservato. Lo chiamavo dalle cabine telefoniche. Noi vivevamo come braccati, chi non l’ha vissuto fa fatica a capire il clima in cui abbiamo vissuto il ’92, ’93, ’94. Abbiamo parlato i primi due anni, poi non so cosa è successo, in esilio. Per due o tre anni sono caduti i contatti. Alla fine Stefania me l’ha passato al telefono. Mi dice: “Ti devo fare una sorpresa” ed ero felice. Anche lui era molto contento, mi chiese di mio figlio. Mi sono commosso, lui aveva una voce stanchissima. Gli ho detto: “Vengo a trovarti”. “Aspetta un momento, adesso mi sono appena ripreso dall’operazione”. Invece non si riprenderà più. La sua morte è ancora oggi inaccettabile. Non esisteva per il governo la possibilità di prendere un aereo e farlo operare a Madrid, a Parigi, a Tel Aviv? Non si fa operare un ex presidente del Consiglio in un ospedale non attrezzato, con uno dei medici che deve chiedere all’infermiere di reggere la lampada per illuminare il tavolo operatorio. Napolitano ha ragione: Craxi è stato trattato con una durezza senza eguali. Qualunque cosa abbia fatto è stato trattato con una durezza e spietatezza inaudita, in Italia. Perché? È una storia tragica però bisogna avere il coraggio di ripensarla. Ripensare Craxi non è così un vezzo per i craxiani, o gli orfani, è una necessità, quantomeno un’utilità per ricomporre una storia. Si sono perdonate cose ben più gravi, nella storia della sinistra italiana, che non il finanziamento illecito al partito“.

È finito il socialismo?

“No, io non penso che sia finito, il socialismo. Dedicherò quel che mi resta da vivere a dimostrarlo. È stato un errore credere alla storia della fine delle ideologie, bubbola inventata dal pensiero unico. In realtà, spazzando via insieme con il comunismo anche il socialismo, la socialdemocrazia, i fermenti più radicali delle varie forme di sinistra e persino il liberalismo nella sua forma autentica e le culture democratiche, è rimasta in piedi un’unica ideologia che è il nazionalismo sovranista. Prima gli italiani, dicono. Quando uno dice prima gli italiani, prima gli americani, la cosa importante che ti sta dicendo è che tu vieni dopo. Tu non sei importante, non sei come loro. Non esisti, sei un problema. Non una risorsa, come invece è chiunque di noi”.

*intervista dal Corriere della Sera



Martelli: “Basta ipocrisie. Lo scandalo al Csm non è un problema di mele marce… “

ROMA – “Finalmente è emersa alla luce del sole l’evidenza incontestabile di questa grande stortura che sono le correnti della magistratura”, dice Claudio Martelli, che fu ministro della Giustizia dal 1991 al 1993, gli anni spaventosi di Mani pulite e delle stragi di mafia, gli anni in cui lui – da ministro – costituì la super procura antimafia, quella che esiste ancora oggi. “Fosse stato per il Csm non si sarebbe mai fatta. Ma non solo”, dice Martelli. “Fosse stato per il Csm che lo processò, Giovanni Falcone sarebbe morto dimenticato in qualche landa desolata”.

Altro che prestigio del Consiglio superiore della magistratura da difendere o da ripristinare, dice Martelli. “La mia esperienza diretta è che il Consiglio superiore e l’Associazione nazionale sono due organi in cui si è espresso prima il peggiore ideologismo corporativo e poi la più sfrenata clientela di potere. Ricordo bene il 1991. Il Csm seguì a ruota l’Anm che per bocca del suo presidente di allora paragonò la nuova super procura affidata a Falcone a “una cupola mafiosa”. Gente che aveva tranquillamente convissuto con la mafia per quarant’anni voleva dare lezioni di coerenza a Falcone. Perché era bravo. Perché era indipendente. Perché era il magistrato più popolare non soltanto in Italia ma forse nel mondo. Quindi era detestato”.

il magistrato Luca Palamara

E insomma lo scandalo intorno a Luca Palamara non rivela niente di nuovo, dice Martelli. “Ma qualcosa si può fare. Si può sganciare la magistratura dalle logiche di carrierismo lobbistico. Io sono sempre stato favorevole al sorteggio per la scelta dei componenti del Csm”. L’Anm ha scoperto all’improvviso che i colleghi eletti nel Csm trattano con i partiti. Nelle assemblee – sabato scorso quella di Unicost – i leader della magistratura organizzata sembrano stupirsi del fatto che gli incarichi nei ministeri, le posizioni fuori ruolo e i passaggi in Parlamento dipendessero da questa per enne trattativa. E tutti, all’improvviso, sembrano anche scoprire l’esistenza di Palamara, già segretario della stessa Anm, oggi diventato radioattivo insieme alla corrente di Magistratura indipendente.

“Mi ricordano quelli che nel 1992 in Parlamento scoprirono il finanziamento illecito ai partiti”, dice Martelli. “Il mercimonio c’è sempre stato. Però è andato aggravandosi. La logica di spartizione non era giusta quando era l’effetto di un compromesso politico-ideologico, ed è ancora più squallida oggi che non c’è neanche più questa giustificazione. Anche se da un certo punto di vista la spartizione ideologica era più pericolosa. Il pregiudizio ideologico era infatti incontenibile e dilagava in tutte le scelte e in tutti gli atti della giurisdizione. Era un meccanismo più pulito dalle miserie umane, certo, ma più giacobino. Oggi è un meccanismo lobbistico. Forse più semplice da frenare. E’ puro potere. Carrierismo. Opportunismo”.

Ma come se ne esce? Gli antichi, quando le assemblee diventavano ingovernabili e davano origine a camarille, trovavano la via del sorteggio per sottrarre a logiche di appartenenza organi che dovevano invece tutelare l’interesse collettivo. E poi bisogna anche occuparsi dell’Anm”. In che modo? “Il problema qui non è soltanto Luca Lotti. Il problema sono i magistrati. Il comportamento di Lotti è stato inaccettabile. Tuttavia non è il cuore della materia. Il cuore della materia è il comportamento dei magistrati associati e del Csm. Penso che un ministro della Giustizia che si rispetti dovrebbe intervenire innanzitutto sull’Anm: chiedere chiarimenti. Io Palamara me lo ricordo quando lanciava fulmini e saette contro la politica in favore dell’autonomia della magistratura. Ma questa sacralità dell’autonomia purtroppo si è rivelata troppo spesso un simulacro. E allora ci vuole un cambio drastico delle regole. Bisognerebbe anche rivedere lo statuto dell’Anm. Chiedersi se è vero o no che realizza una lesione dell’indipendenza del singolo magistrato. A me sembra di sì. E non da oggi. E’ abbastanza evidente che l’Anm, all’interno della quale si delineano le elezioni per il Csm, costringe di fatto i magistrati a iscriversi a una corrente. Se vogliono fare carriera e se vogliono sentirsi tutelati, i magistrati sanno di doversi iscrivere. Questo non li rende liberi. E il meccanismo diventa una trappola”.

Ma al momento, l’unico effetto provocato dallo scandalo Palamara è che una parte della magistratura organizzata sta radendo al suolo un’altra parte, prendendone il posto. Il presidente dell’Anm, espressione della destra di Mi, si è dimesso, sostituito da un collega della sinistra di Md. E anche nel Csm, per effetto delle dimissioni, la minoranza diventa maggioranza e la maggioranza minoranza. Così nei discorsi pubblici dei togati la linea è “eliminiamo le mele marce e andiamo avanti sulle orme dei diversi”. Ma chi sono i diversi?




Martelli: “Giovanni Falcone? Era solo, i magistrati lo avevano isolato”

Schermata 2016-05-29 alle 18.26.49di Paola Sacchi*

Claudio Martelli, già vicepresidente del Consiglio dei ministri e titolare del dicastero di Grazia e Giustizia, racconta a Il Dubbio chi era Giovanni Falcone e perché nel 1991 lo prese a lavorare con sé in Via Arenula. L’ex delfino di Bettino Craxi, l’autore della relazione “Meriti e bisogni”, racconta chi era “il giudice più famoso del mondo, che non usava gli avvisi di garanzia come una pugnalata”.

Onorevole Martelli, quando Falcone arrivò da lei si scatenarono molte polemiche. Perché?
Le polemiche arrivarono dopo, quando soprattutto emerse il disegno di creare oltre alle Procure distrettuali anche una Procura nazionale Antimafia, che poi venne battezzata la Super-procura. Lì si infiammarono gli animi e in alcuni casi si intossicarono.

Gli animi di chi?
Di chi dirigeva l’Associazione nazionale magistrati. Era Raffaele Bertoni che arrivò a dire letteralmente: di una Procura nazionale Antimafia, di un’altra cupola mafiosa non c’è alcun bisogno…

CdG targa csm

Addirittura?
Sì. E ci furono esponenti del Csm, in particolare il consigliere Caccia, il quale disse che Falcone non dava più garanzie di indipendenza di magistrato da quando lavorava per il ministero della Giustizia. Io dissi che questa era un’infamia. Lui mi querelò, ma alla fine vinsi. Venne indetto anche uno sciopero generale della Anm contro l’istituzione della Procura nazionale Antimafia. Uno sciopero generale, dico!

Oggi suona come roba dell’altro mondo…
Sì, ma questo era il clima. La tesi di fondo era che Martelli intendeva ottenere la subordinazione dei Pm al ministro della Giustizia. Questa era la più grande delle accuse. Poi c’erano quelle a Giovanni e al suo lavoro.

Il Pci e poi Pds non fu neppure tanto tenero. O no?
Erano in prima linea i comunisti. E gli esponenti della magistratura che ho citato erano tutti di area comunista. L’Unità faceva grancassa, dopo aver osannato Falcone in passato, aveva cambiato atteggiamento già prima che Falcone venisse al ministero.

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Quando?
Quando si rompe il fronte anti-mafia e alcuni di quegli esponenti a cominciare dal sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, incominciano ad attaccare Giovanni.

Che successe?
La polemica tra Orlando e Falcone sorge quando Giovanni indagando sulla base di un rapporto dei Carabinieri in merito a un appalto di Palermo osserva che con Orlando sindaco, Vito Ciancimino era tornato a imperare sugli appalti di Palermo. A quel punto il Sindaco perde la testa e come era nel suo stile temerario e sino ai limiti dell’oltraggio accusa Falcone di tenere nascosti nei cassetti i nomi dei mandanti politici degli assassini eccellenti di Palermo. Cioè quelli di Carlo Alberto Dalla Chiesa di Piersanti Mattarella.

Eravamo arrivati a questo punto?
Sì, non contento Orlando fa un esposto firmato da lui, dall’avvocato Galasso e da altri, al Csm sostenendo che Falcone aveva spento le indagini sui più importanti delitti di mafia. Il Csm convoca Falcone nell’autunno del ’91 e lo sottopone a un interrogatorio umiliante, contestandogli di non aver mandato avvisi di garanzia a tizio, caio o sempronio. Giovanni pronuncia frasi che secondo me dovrebbero restare scolpite nella memoria di tutti i magistrati italiani.

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nella foto Claudio Martelli e Giovanni Falcone al Ministero di Giustizia

Le più significative?
Disse Giovanni: non si usano gli avvisi di garanzia per pugnalare alla schiena qualcuno. Si riferiva in particolare al caso del costruttore siciliano Costanzo. Falcone sostenne che si mandano quando si hanno elementi sufficienti. Ancora: non si rinviano a giudizio le persone se non si ha la ragionevole convinzione e probabilità di ottenere una sentenza di condanna. Le procedure penali per Giovanni non erano un taxi e quindi non vanno a taxametro.

Ritiene che l’insegnamento di Falcone sia stato poi seguito, in passato e nei nostri giorni?
Sì, ci sono per fortuna magistrati che hanno seguito il suo metodo molto scrupoloso nelle indagini. E quando otteneva la collaborazione dei pentiti era molto attento a verificare le loro dichiarazioni.

Faccia un esempio.
In un caso palermitano, un pentito, tal Pellegriti, dichiarò che il mandante degli assassini di Piersanti Mattarella era l’on. Salvo Lima. Falcone gli chiese da chi, come e quando l’avesse saputo. Fa i riscontri e scopre che in quella data Pellegriti era in galera. Dopodiché lo denuncia per calunnia. Ma siccome questo pentito era già diventato un eroe dei tromboni dell’anti-mafia, quelli delle tavole rotonde…

Intende dire gli stessi che celebrano Falcone?
Sì, dopo ci arriviamo…allora, stavo dicendo che questi si inviperirono contro Falcone perché aveva rovinato loro il giocattolo. E quindi dopo questo episodio e quanto ho raccontato prima, lo denunciano al Csm che “processa” Falcone. Il quale a un certo punto perde la pazienza e dice: se mi delegittimate, io ho le spalle larghe, ma cosa devono pensare tutti i giovani procuratori, ufficiali di polizia giudiziaria? Falcone in quel momento era il giudice più famoso al mondo.

Ci ricordi perché.
Era quello che aveva fatto condannare in primo grado e in appello la cupola mafiosa dei Riina, Greco e Provenzano. Grazie a lui gli americani avevano condotto l’operazione Pizza connection…. Era così autorevole e famoso che una volta in Canada un giudice di tribunale volle che si sedesse in aula posto suo. Ma poi arrivò la stagione del corvo di Palermo: le lettere anonime nelle quali si infangavano Falcone e De Gennaro.

Schermata 2016-05-29 alle 19.48.29Un clima ostile, quasi da brivido con il senno di poi…
Ora se a questo si aggiunge che Giovanni doveva diventare capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo e invece il Csm gli preferì Antonino Meli, e che poi si candidò al Csm e venne bocciato, e infine a procuratore capo di Palermo gli preferirono Pietro Giammanco, si può ben capire il clima attorno a lui. Che giustifica una frase di Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci: lo Stato e la magistratura che forse ha più responsabilità di tutti ha cominciato a far morire Falcone quando gli preferirono altri candidati. Venne a lavorare con me quando a Palermo era ormai isolato, delegittimato, messo sotto stato di accusa.

È vera la leggenda che per sdrammatizzare quando arrivava in ufficio dopo pranzo alle segretarie chiedesse scherzoso: neppure oggi Kim Basinger ha chiamato per me?
Sì, l’ho sentito anche io. Lui aveva anche una grande ironia e la faceva anche su stesso, amava molto la vita. Credo che Giovanni a Roma visse uno dei periodo fu sereni della sua esistenza, perché era messo in condizioni di lavorare.

Come vede le polemiche di oggi tra magistratura e politica?
Certe cose con Falcone non c’entrano niente. Lui sosteneva la necessità di separare le carriere dei magistrati tra Pm e giudici. Perché il giudice deve essere terzo, imparziale, come dice la Costituzione.

Cosa pensa delle accuse indiscriminate di Piercamillo Navigo, presidente della Anm, ai politici?
Davigo veniva definito da Antonio Di Pietro il nostro “ragioniere”. Ma io gli riconosco il merito di aver sbaragliato nel congresso dell’Anm tutte le correnti. E poi non è vero che lui accusa indiscriminatamente i politici. Dice che i politici di oggi sono peggio di quelli di ieri”

*intervista rilasciata al quotidiano Il Dubbio




Caro Presidente Mattarella le scrivo….

di Antonello de Gennaro

Egregio Signor Presidente della Repubblica,

Le scrivo questa lettera pubblica nella sua veste di Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, che depositerò sotto forma di esposto agli uffici competenti di Palazzo dei Marescialli (sede del CSM n.d.a.) ed al Ministero di Giustizia per informarla e denunciare un grave attentato alla democrazia e libertà di stampa garantita ancor oggi, e spero a lungo, dalla nostra Costituzione.

Chi le scrive è un giornalista che da oltre 30 anni esercita questa professione, regolarmente iscritto all’ Ordine nell’elenco dei Professionisti dal 1985 senza mai ricevere un solo provvedimento di natura disciplinare dagli ordini regionali a cui sono stato iscritto (Puglia, Lazio e Lombardia) nel corso della mia carriera.

Schermata 2016-04-12 alle 21.43.42Per sua informazione ho avuto l’onore e la fortuna di poter lavorare con “statisti” come il compianto On. Bettino Craxi, lavorando nel suo ufficio stampa a Palazzo Chigi accanto al maestro-galantuomo Antonio Ghirelli, già portavoce in precedenza del suo predecessore Sandro Pertini al Quirinale. Successivamente ho avuto la possibilità di lavorare come addetto stampa di alcuni ministri, fra cui il Guardasigilli Claudio Martelli, il compianto ministro Renato Ruggiero, e pertanto sono ben a conoscenza delle prerogative e diritti costituzionali connessi alla mia professione.

Nel corso della mia lunga carriera, non ho mai ricevuto una condanna per “diffamazione a mezzo stampa“, circostanza che comprova il rispetto che ho sempre avuto per le norme di Legge nell’esercizio della mia professione.

Ebbene, da circa due anni, sono tornato (part-time) a Taranto, nella mia città natale, pur vivendo e continuando a vivere dal 1983 nella Capitale,  per occuparmi di informazione e giornalismo, in una città massacrata da problemi di natura occupazionale, economica, ambientale, che le sono sicuramente ben noti avendo apposto la sua firma su alcuni decreti legge che interessano l’ ILVA e quindi la città e la vita di Taranto.

Tornare laddove avevo iniziato la mia carriera accanto a mio padre, fu Franco de Gennaro, socio fondatore e direttore per alcuni anni del Corriere del Giorno fondato nel 1947, è stata una scelta dettata solo e soltanto da motivi di cuore e passione per questo lavoro, e non certamente per prospettive ed attese di carattere economico, data l’attuale  tragica situazione dell’informazione locale, che negli ultimi 3-4 anni ha visto chiudere due quotidiani, un settimanale, una televisione, sorte che sembrerebbe delinearsi,  secondo attendibili voci ricorrenti, purtroppo anche per l’unica tv locale tarantina.

In questi ultimi due anni, spesi e passati fra Roma dove ha sede legale e direzione questo quotidiano online, e Taranto città ove abbiamo un ufficio di corrispondenza, abbiamo pubblicato delle spiacevoli e deplorevoli vicende di natura giudiziaria che hanno visto contrapposti i poteri dello Stato, e una frangia della Magistratura opporsi persino ai decreti legge del Governo, controfirmati dal Presidente della Repubblica.

Schermata 2016-04-12 alle 21.46.00Nella città di Taranto, è stato arrestato un pubblico ministero, Matteo Di Giorgio successivamente condannato a 17 anni di carcere, è stato arrestato in flagranza di reato e condannato un giudice Pietro Vella preso con una “mazzetta” fra le mani. Nella città di Taranto l’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino è stato ritenuto dalla Procura della Repubblica di Potenza e dal Tribunale quale “teste” reticente, inattendibile, e mi risulta sottoposto a procedimento disciplinare dinnanzi al CSM.  Di tutte queste vicende il giornale da me diretto ha sempre dato puntuale completa informazione pubblicando gli atti pubblici integrali dei procedimenti, e quindi dei processi, comprese le sentenze.

Riteniamo che la trasparenza sulla gestione della vita pubblica e della giustizia nell’applicazione corretta delle norme di Legge, siano il vero baricentro della vita democratica di un Paese. Non può esserci democrazia e vita civile, senza la libertà di stampa ed informazione.

Negli ultimi 8 mesi sono stato oggetto di minacce, atti vandalici, ripetuti, e persino con utilizzo di acidi, per fortuna riversati sulla mia macchina e non ancora sulla mia persona. Ma le minacce più gravi, sono quelle che “qualcuno” da Palazzo di Giustizia di Taranto, ha inteso applicare nei miei confronti con una forma di censura sotto mentite spoglie di “misura interdittiva” cercando di impedirmi, senza aver ancora celebrato un eventuale processo, senza aver ricevuto una condanna, senza alcuna sanzione disciplinare dal mio ordine professionale, e quello che è ancora più grave senza consentirmi di avvalermi del mio diritto di difesa alle fantomatiche accuse mosse alla mia persona, da qualcuno che da oltre un anno e mezzo sta cercando di imbastire sul sottoscritto una campagna di fango mediatico (ed ora anche giudiziario) nel vano tentativo di delegittimare il mio lavoro ed impedire la mia attività di giornalista professionista.

CdG LeggePer la Procura di Taranto non valgono i decreti legge del Governo contro i quali si oppongono venendo smentiti dalla Corte Costituzionale, come a lei sicuramente ben noto (vedi caso Ilva) . Per alcuni dalla chiara “matrice politica” non vale la firma apposta dal Capo dello Stato, cioè dal Presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, cioè da Lei signor Presidente su quei decreti Legge, firmati dal Presidente del Consiglio dei Ministri, e tutto ciò spiega come in questa procura sia necessario il ritorno al RISPETTO DELLE NORME DI LEGGE.

Pertanto, signor Presidente, nello scriverle questa lettera aperta, che viene inviata al CSM ed alla Vigilanza del Ministero di Giustizia sotto forma di esposto mi permetta di fare un appello: faccia insediare al più presto possibile presso la Procura della repubblica di Taranto il nuovo Procuratore Capo dr. Carlo Maria Capristo, nominato recentemente dal CSM.

La città, le persone per bene, le persone oneste a Taranto hanno bisogno di una “giustizia giusta“, di una “giustizia” senza conflitti d’interesse che invece da anni abbondano all’interno della Procura di Taranto. Occorre una “giustizia” necessaria esattamente quanto il risanamento ambientale di Taranto, dove muoiono di tumore bambini innocenti, così come vengono calpestati i diritti della Legge.

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Sono certo e fiducioso che una persona dalla sua storia e dal suo noto garantismo istituzionale vorrà informarsi ed attivarsi sopratutto per garantire la tutela della libertà di stampa ed il rispetto della Legge.

Al Sud non si uccidono i giornalisti solo con la lupara, a Taranto si cerca di ucciderli abusando della legge e con la mala-giustizia.




Mattarella presidente, Claudio Martelli: “Merita rispetto, ma no santificazione”

Onorevole Claudio Martelli, posso leggerle cosa disse di lei Sergio Mattarella?
Faccia pure.

Ecco: “…non mi interessa polemizzare con Martelli, è troppo miserabile il livello in cui si colloca…”.
Che hanno era?

Il 1992.
Allora, la prego, contestualizziamo.

Lo facciamo. 1992, la Prima Repubblica sta morendo ma non lo sa, in Sicilia si affaccia la primavera e la mafia uccide. Il 12 marzo viene ammazzato il proconsole andreottiano Salvo Lima, Claudio Martelli è ministro della Giustizia nel governo Andreotti. La Democrazia Cristiana sotto accusa si aggrappa al nome di Piersanti Mattarella, il presidente della Regione ucciso dodici anni prima dai corleonesi, per rivendicare una sorta di verginità antimafiosa. “Mattarella come Pio La Torre”, dicono in coro. Martelli interviene con parole laceranti: “Mattarella non è tra i morti che hanno combattuto la mafia a viso aperto e non può essere paragonato a chi è caduto mentre era in guerra con le cosche”. Un comportamento “intollerabile, chi lo manifesta non è degno di ricoprire l’ufficio di ministro della Giustizia”, fu la replica della vedova Mattarella.

Onorevole Martelli, abbiamo contestualizzato, ora a lei la parola.
La ricordo bene quella polemica, intervenni dopo a pochi giorni dall’omicidio Lima, perché nella Dc si stava facendo spazio questa sorta di accostamento poco giudizioso tra la morte di Salvo Lima e le altre vittime della mafia.

Ma lei parlò di Piersanti Mattarella…
Certo, ma non vi fu nessuna aggressione né alla sua memoria, né alla famiglia. Mi concentrai su una distinzione netta tra Piersanti Mattarella e La Torre. Il primo aveva combattuto la mafia contrastando il sistema di potere all’interno del suo partito, Lima, Gioia, Ciancimino, e per questo forse fu ucciso. La Torre, no, la sua fu una battaglia dura, netta, contro Cosa nostra e i suoi legami politici.

Lei tirò in ballo la figura di Mattarella padre, Bernardo, definendolo “il leader politico che traghettò la mafia siciliana dal separatismo, alla Dc”, e Sergio Mattarella bollò il suo livello come “miserabile”.
Non mi sono mai inventato accuse nei confronti di Bernardo Mattarella. Le cose che dissi all’epoca le presi dalla relazione di minoranza presentata dal Pci in Antimafia e firmata da Pio La Torre.

Era il 1976…
Ricordo bene… aspetti che ho qui la relazione, pagina 575, La Torre analizza il passaggio di campo della mafia dal 1948 al 1955, proprio gli anni in cui cresce il potere di Mattarella padre. “La Regione siciliana fu impiantata da uno schieramento politico che era l’espressione organica del blocco agrario e del sistema di potere mafioso”. Nella pagina precedente La Torre spiega “verso quali forze politiche si orientarono le cosche mafiose” dopo il tramonto del separatismo. Una parte, fu la risposta, “si orientò verso la Dc… uomini come Aldisio, Milazzo, Alessi, Scelba, Mattarella… era la doppia anima della politica che la Dc seguirà negli anni successivi: da un lato, un programma di riforme e di sviluppo democratico e dall’altro un compromesso con i ceti parassitari isolani”. All’epoca della polemica o Sergio Mattarella non aveva capito o faceva finta di non capire.

Mattarella padre artefice, insieme agli altri, del passaggio di pezzi del potere mafioso dentro il grande alveo della Dc. Una grande operazione politica, paragonabile a quella che nel 1987 fecero i socialisti, con lei tra i leader più influenti. Ricorda il boom elettorale in Sicilia?
Fummo messi in croce per quei voti proprio dagli esponenti del sistema di potere siciliano.

Aspetti, onorevole, in quell’anno il Psi aumenta del 6-7% a Palermo, a Ciaculli e Croceverde, borgate mafiose, il suo partito esplode, nel regno del boss Michele Greco, il Papa, dal 5% passate al 23 e la Dc perde il 20%.
Ma è assurdo, in quell’anno il Psi ebbe ottimi risultati a Napoli, a Bari, in tutto il Sud. A Bologna aumentammo del 6%…

Fu anche l’effetto del referendum sulla responsabilità civile dei giudici. Certi ambienti apprezzarono.
Forse qualcuno, anche nel mio partito, cavalcò l’equivoco. Io no. La prima persona che volli incontrare a Palermo fu Giovanni Falcone, ricordo che Marco Pannella mi invitò a fare degli incontri all’Ucciardone, io rifiutai perché non volevo equivoci sulla mia strada.

Come giudica Sergio Mattarella oggi?
È un uomo che merita rispetto. Quella foto del 6 gennaio 1980 è l’immagine di un dolore indicibile, instancabile, che non passa mai. È una sorta di battesimo, una vocazione originaria. Ma la santificazione no, non mi piace. Aspettiamo. Sergio Mattarella è stato un uomo di partito, di corrente, di polemiche aspre. È stato l’uomo che all’indomani del ribaltone che defenestra Romano Prodi diventa il vicepresidente del Consiglio con D’Alema. E anche quelle dimissioni dal governo sulla legge Mammì, aspetterei a leggerle come una scelta ideale, diciamo che furono ordini di corrente ai quali Mattarella e altri ministri ubbidirono.

Lei è stato al governo con Mattarella un anno, che rapporti avevate?
Mai una polemica, ma neppure amicizia. Eppure ero il ministro della Giustizia, lui era siciliano, forse qualche scambio avremmo potuto averlo. Pazienza.

E oggi, che succederà con Mattarella presidente della Repubblica?
Leggo tante cose, c’è chi lo vuole capace di resistere a Renzi, chi invece lo vede legatissimo al premier. Renzi è stato abile, si è coperto a sinistra con Vendola e ha costruito una maggioranza preventiva sul nome di Mattarella stringendo Alfano in un angolo. C’è una forte tendenza al partito unico, un grande partito di centro che assorbe la sinistra, ne contiene un’ala. Così si chiude la strada ad ogni alternativa e si costringe la destra ad estremizzarsi.

da Il Fatto Quotidiano del 2 febbraio 2015